domenica 31 luglio 2011

30 ANNI FA: ENRICO BERLINGUER E LA QUESTIONE MORALE


Trent’anni dopo, l’intervista rilasciata da Berlinguer a Scalfari sulla delicatissima questione morale. Ho evidenziato (in rosso, ovviamente) qualche punto, che mi pare non soltanto saliente e degno di attenzione, bensì di desolante attualità. E se questo è “comunismo”, signore e signori, sono “comunista” anch’io.


Intervista a Enrico Berlinguer

di Eugenio Scalfari



La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio…

…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterrand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

«La Repubblica», 28 luglio 1981

Il grande inciucio: "Via Berlusconi e unità nazionale"

Fini, Casini e Rutelli chiedono ad Alfano "un atto di coraggio per aprire la fase nuova". E arrivare alla nomina di "un nuovo premier" che sia "di alto profilo e con un programma forte". Ma la maggioranza fa muro. D'Alema schiera il Pd: "Noi ci siamo".

Costringere Berlusconi alle dimissioni per realizzare un nuovo governo di unità nazionale sostenuto da una maggioranza bipartisan. Il Terzo Polo schiera i suoi tre leader per far arrivare il suo messaggio a chi nel Pdl voglia aprire una nuova stagione senza il Cavaliere. In tre interviste pubblicate stamattina su tre quotidiani, Casini, Fini e Rutelli chiedono all'unisono un "armistizio fra l'attuale maggioranza e le forze più responsabili delle opposizioni". Una proposta che trova, nel Pd, l'adesione di Massimo D'Alema, mentre viene respinta in maniera compatta dal Pdl.
Parlando con il Corriere della Sera, Pier Ferdinando Casini vede nella pace tra maggioranza e l'opposizione più responsabile la possibilità per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di nominare al più presto un nuovo premier. Un nuovo leader che sia "politico e non tecnico", ha spiegato Casini. Gli ha fatto eco dalle colonne del Quotidiano nazionale Francesco Rutelli, aggiungendo che il nuovo leader sarà anche "di alto profilo e con un programma forte", oltre che sostenuto da una "maggioranza bipartisan di unità nazionale", con il compito di mettere in campo nuove misure contro la crisi e tentare la riforma della legge elettorale. Quindi Fini, sul Messaggero, bolla come "da irresponsabili a fronte della più che legittima richiesta al premier dei gruppi di opposizione di riferire subito in Parlamento sulla crisi, tanto più dopo un allarme comune delle parti sociali di cui non ho memoria di precedenti, che Berlusconi e il governo facciano finta di niente e per ora preferiscano andare in vacanza come se niente fosse".
I tre leader terzopolisti si rivolgono esplicitamente e in particolare a un interlocutore: Angelino Alfano, il nuovo segretario del Pdl e il solo in grado di fare "un atto di coraggio per aprire la fase nuova, indispensabile per la drammatica situazione del Paese in crisi". In cambio, e senza essere "una sua penalizzazione", ha incalzato in particolare Casini, è necessaria "l'uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi".
Uno scenario al quale aderisce, sul fronte del Pd, Massimo D'Alema: "Tutti - ha detto il presidente del Copasir - dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina. Non soltanto l'economia ma anche il sistema democratico". Secondo D'Alema ora "anche nella destra c'è chi comincia a capirlo. Si facciano coraggio prima che sia troppo tardi". In ogni caso "noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità". Quella del Terzo Polo è una "buona idea" anche secondo il democratico Giorgio Merlo, vicepresidente Commissione Vigilanza Rai. "Dall'onorevole Casini arriva oggi una proposta seria per uscire dall'impasse in cui versa il nostro Paese e, soprattutto, il governo. Visto che, nell'opposizione, non rientriamo tra coloro che lavorano tenacemente per il 'tanto peggio tanto meglio', la soluzione di Casini può rappresentare un'utile opportunità, e realmente percorribile, per fare uscire il Paese dal pantano in cui si è cacciato dopo tre anni di governo del centro destra", afferma in una nota.
Apparentemente compatto il rifiuto del Pdl: "Non ci sarà nessun suicidio assistito, né defezioni nei numeri della maggioranza: governo e premier non cambieranno fino al termine della legislatura", hanno replicato il capogruppo Fabrizio Cicchitto e i ministri Altero Matteoli, Anna Maria Bernini, Saverio Romano, Gianfranco Rotondi. Secondo Cicchitto, i tre leader sono uniti solo da una pregiudiziale anti Berlusconi. Secondo il vicepresidente dei deputati del Pdl, Napoli, "drammatizzano la situazione". Per il ministro Romano è ancora in piedi un complotto contro il governo mentre per il neo ministro Bernini e per il ministro Matteoli si tratta solo di "demagogia pura".
Alle opposizioni i berlusconiani rispondono con una sfida: portare al voto a settembre una nuova mozione di sfiducia al governo e contarsi in aula alla Camera. Mossa prevista dall'Idv che un paio di giorni fa aveva infatti presentato un suo testo. "E' ovvio che la voteremo anche noi - ha detto Casini anticipando la posizione dell'Udc - ma non sbloccherà la situazione. Sono Pdl e Alfano a doversi muovere". Le vancanze dunque partono, ma sul fermo immagine di un braccio di ferro ancora del tutto immobile.

C'est plus facile!

Idea Pd per conquistare il Molise. Sostenere un candidato del Pdl

L'uomo forte alle primarie per scegliere chi si presenterà alle elezioni regionali di novembre non è di centrosinistra. Il Partito democratico punta su Paolo Frattura, tra i fondatori di Forza Italia

A novembre in Molise si vota per eleggere il nuovo presidente: il centrodestra ricandiderà ancora Michele Iorio, mentre il centrosinistra farà le primarie. Bene, si dirà, viva la partecipazione. Mica tanto: i candidati sono cinque, tra cui due importanti personalità del Pd in regione (Michele Petraroia e Antonio D’Ambrosioma). Ma il segretario regionale dei Democratici Danilo Leva ha deciso di appoggiarne un altro: Paolo Frattura (nomen omen). Che però ha però il piccolo inconveniente di essere un uomo del Pdl: presidente di Unioncamere, tra i fondatori di Forza Italia, organico al sistema di potere Iorio, con cui si è candidato nel 2001 e nel 2005. Secondo Leva gli altri candidati sono perdenti e per farcela bisogna aprirsi al nuovo, all’impresa. E al Pdl, evidentemente. “Caro Pier Luigi, il Pd non può non porsi una questione ideale", ha scritto una giovane militante di Campobasso, Marinella Di Carlo, in una lettera aperta al suo segretario. A oggi, nessuna risposta

Ma l'Alitalia non è fallita perchè c'erano i soliti fannulloni strapagati?

7 avvisi per 7 dirigenti. Bancarotta dissipativa, aggiottaggio per Cimoli

di Francesco Piccioni

su il manifesto del 30/07/2011

«Non so se essere più contento o incazzato: l'abbiamo detto e ripetuto ogni giorno per almeno 10 anni». Il cassintegrato Alitalia bestemmia ascoltando la notizia che i parte dei vertici della compagnia, al comando tra il 2001 e il 2007, ha ricevuto l'avviso che precede il rinvio a giudizio. Per bancarotta, a seconda dei casi, «dissipativa» o «distrattiva».
Sette nomi in tutto. Alcuni molto noti, come Gianfranco Cimoli (presidente e amministratore delegato) e il successore Francesco Mengozzi (soltanto a.d., fino al 2007). Poi Gabriele Spazzadeschi (ex direttore generale dell'amministrazione e finanza), Pierluigi Ceschia (finanza straordinaria), Gennaro Tocci (acquisti per la flotta), fino a due funzionari (Giancarlo Zeni e Leopoldo Conforti).
Il due pm - Francesca Loy e Stefano Pesci - hanno ravvisato «dissipazione di beni aziendali, ingentissimi danni patrimoniali, pregiudizio per creditori e obbligazionisti». Il tutto «attraverso attività e operazioni abnormi sotto il profilo economico». Non basta. Oltre a sconquassare l'Alitalia, questi personaggi hanno anche «dissipato risorse pubbliche e private perché incidenti in maniera estremamente rilevante sul patrimonio sociale pur essendo inesistente la prospettiva di vantaggi per la società». Al solo Cimoli - di cui va ricordato anche l'analogo «risanamento» delle Ferrovie dello stato - vengono contestati anche due episodi di aggiottaggio (false comunicazioni al mercato; l'azienda era allora quotata in borsa) a proposito dello spinf off tra Alitalia Fly e Alitalia Servizi («privo di intrinseche giustificazioni economiche») e per la «manifestazione di interesse» per Volare Group.
Quest'ultima - compagnia con proprietà leghista, basata a Gallarate, ben presto andata a rotoli - fu poi acquisita da Alitalia per 38 milioni di euro, cifra ritenuta dai magistrati «incongrua e irragionevole» (AirOne, prima di finire «fusa» con la compagnia di bandiera al momento della «privatizzazione» del 2008, aveva offerto molto di meno). Ma bisognava garantire i 707 dipendenti per almeno 24 mesi, in modo da far fare una figura un po' meno barbina ai leghisti (Maroni era in quel momento ministro del lavoro; firmò a tempo di record il decreto per la cassa integrazione, quando per il settore aereo non era ancora prevista).
Tra le perle. il buco del settore Cargo (dove tenevano 135 piloti per 5 aerei); l'affitto per oltre 6 milioni di due aerei in precedenza venduti per 3; una consulenza per «ristrutturare l'azienda» pagata a McKinsey la bellezza di 50 milioni. Tutto veniva fatto «in perdita» per la compagnia. In pratica: un volontario e pianificato smantellamento di Alitalia per portarla passo passo all'esito finale: la privatizzazione, a prezzi stracciati, a una «cordata» di imprenditori che fanno soldi con le concessioni pubbliche. Magari in attesa di cederla definitivamente ad Air France.
L'unico motivo di soddisfazione (postumo) per i diecimila tra cassintegrati e licenziati è che «crolla il castello di carte che, con l'aiuto dei media padronali, accusava i dipendenti di avere così tanti 'privilegi' da esser loro i veri responsabili del dissesto». Magari con una class action potrebbe almeno puntare a un minimo di risarcimento...

Fiamme marron

Dice Tremonti, ministro dell’Economia e dunque responsabile politico della Guardia di Finanza, che smise di abitare “in albergo o in caserma” perché lì “non ero più tranquillo: mi sentivo spiato, controllato, persino pedinato”. Ora, siccome la caserma in cui viveva era della Guardia di Finanza, se ne deduce che a “spiarlo, controllarlo, persino pedinarlo” non potevano essere che esponenti della Guardia di Finanza. E, siccome nessun finanziere sano di mente prenderebbe l’iniziativa di spiare il ministro da cui dipende il Corpo, non si scappa: a ordinare di spiarlo non può essere stato che il vertice. Il quale vertice, come ha raccontato Tremonti ai pm di Napoli, è diviso in due “cordate”: una fedele a lui e al fido Milanese (ex finanziere), l’altra a Berlusconi (quella che fa capo al generale Adinolfi): “Alcuni rappresentanti di quel Corpo sono in stretto contatto col presidente del Consiglio”.
Tant’è che Tremonti – lo conferma lui stesso – affrontò a brutto muso B. per denunciare le manovre della cordata berlusconiana ai suoi danni. E lo avvertì che non avrebbe accettato di cadere vittima del “metodo Boffo”. Dove per “metodo Boffo” non intendeva tanto gli attacchi del Giornale e di Libero, che per lungo tempo l’han tenuto nel mirino, com’era accaduto a Boffo. Intendeva piuttosto il dossieraggio che mescola fatti veri e falsi per ricattare. Dunque, se le parole e la logica hanno un senso, Tremonti sta accusando la cordata berlusconiana di averlo “spiato, controllato, persino pedinato”. Nell’interesse o per ordine del presidente del Consiglio. Sempre su Repubblica, Tremonti ammette di aver fatto “una stupidata” facendosi ospitare dall’amico Milanese e pagando l’affitto brevi manu, in contanti (“ma non in nero”, precisa). Ma, ammesso che sia solo una stupidata, qui c’è ben di peggio. Se il ministro delle Finanze sospetta che qualcuno della Guardia di Finanza lo spii, dovrebbe correre in Procura a denunciare il reato. E cacciare su due piedi i generali che giudica infedeli, riferendo in Parlamento sui gravissimi motivi che l’hanno spinto a quella decisione (come fece il compianto Padoa-Schioppa, che nel 2007 cacciò il generale Speciale, poi condannato per peculato dunque promosso deputato dal Pdl). Ma avrebbe dovuto riferire anche i suoi sospetti sul mandante di quelle spiate, o almeno le sue certezze sulle liaison fra il suo premier e una “cordata” della Finanza. Infatti B. non dovrebbe avere alcun rapporto con le forze armate e dell’ordine, visto che la Polizia ricade sotto il ministero dell’Interno, i Carabinieri sotto la Difesa, la Finanza sotto l’Economia. Dietro un generale fellone si nasconde sempre un premier golpista, sia pur all’italiana. Invece Tremonti, avvolto da quel tintinnar di sciabole e da quel gracchiar di barbefinte, pensò di risolvere il tutto con una sfuriata a B. e un trasloco chez Milanese. Ora che è tutto sui giornali, e che il sottosegretario Crosetto aggiunge di temere pure lui la Gdf dipingendola come un’associazione a delinquere, la storia non può finire con le scuse di Tremonti per la “stupidata”. La Guardia di Finanza, composta da migliaia di uomini che per poche centinaia di euro al mese scovano miliardi di evasione, merita di meglio. Così come i cittadini che assistono attoniti a quest’ennesimo film horror, ultimo sequel degli scandali petroli, Cerciello e Speciale. Chiedere a Tremonti o a B. di bonificare le Fiamme Sporche è come chiedere a Moggi di risanare il mondo del calcio. Dovrebbe pensarci il capo dello Stato, che è anche il comandante supremo delle Forze Armate. Per cacciare i generali felloni da un Corpo che dovrebbe garantire assoluta trasparenza e imparzialità, fedele alla Costituzione e alla Legge, non a B. o a Tremonti. In caso contrario, quando un finanziere andrà a ispezionare un’azienda, l’ispezionato potrà cacciarlo a pedate dicendosi “spiato, controllato, persino pedinato”. Se della Guardia di Finanza non si fida il ministro delle Finanze, perché dovremmo fidarcene noi?

Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano

PD: il salumiere e la mazzetta


Cerchiamo di capire il PD a partire da un suo importante non detto. Che non riguarda il fatto che il partito è un pretesto per l’accumulazione privata, salvo rare eccezioni. Questo l’ha capito chiunque abbia uno sguardo sereno e clinico e un rapporto non episodico con l’informazione politica. Il vero non detto del PD è che si tratta di un partito, a differenza dei luoghi comuni sparsi dai media, culturalmente provinciale. Un partito in cui il potere reale, e persino l’organigramma di peso, non si distende minimanente in settori come sapere, arti visive e letterarie, tecnologie scientifiche e della comunicazione.

Nel PD contano tre tipi di figure: chi è amministratore locale a vario titolo (o proviene da quel mondo), gli esponenti dei gruppi parlamentari e i collettori di affari in grado di moltiplicare società, a qualsiasi livello, come scatole cinesi. In questo modo il funzionamento del PD è qualcosa che si capisce come il meccanismo di un accendino: collocare quanti più affari possibile per valorizzare la rete di amministratori e gruppi parlamentari e viceversa. A prescindere dalla società e persino dai cicli dell’economia. La collocazione degli affari, non avendo il PD alcuna cultura e quindi visione del futuro e del contesto sociale, è semplicemente adattiva. Il PD si adegua cioè al contesto sociale ed economico dato, passando da un’occasione di affari all’altra. Basti dire che da tempo la Lega Coop ha un rapporto proficuo con la Lega Nord. Non c’è niente di politico in questo o meglio, i riflessi politici sono solo successivi al contesto di affari che l’ha generato. La dimensione politica si adegua all’occasionalismo negli affari. E, secondo la visione del PD, dovrebbe anche fare il contesto sociale. Se non si comprende questo è difficile capire cosa stia succedendo al Pd, con le vicende Enac e Penati, e soprattutto non si capisce come quel partito sia semplicemente irriformabile. O, se si preferisce, il PD è un qualcosa destinato a rimanere un pretesto per l’accumulazione privata, da parte di cordate anche conflittuali tra loro composte delle figure che contano nel partito, fino a quando quest’equivoco tiene. E il processo adattivo, al peggio della società italiana, da parte del PD è incarnato nella figura del suo segretario. Laureatosi a suo tempo in filosofia oggi parla come la caricatura della nobile figura del salumiere di una Ipercoop emiliana e fa avanspettacolo con Crozza in tv.

Perché nel PD c’è l’idea, tipica di chi è rimasto ancora alla concezione che vuole la tv generalista al centro della società, dell’egemonia di una comunicazione politica ferma agli schemi berlusconiani della tv degli anni ’80. Ma con le vicende Enac e Penati, che coinvolgono due collaboratori stretti di Bersani e un socio di D’Alema, c’è poco da fare avanspettacolo. Fin da prima della sua costituzione, dall’epoca dei ds, il nucleo dirigente del PD, coinvolto nell’operazione di aggiottaggio e insider trading nell’affare Unipol-Bnl, emerge come una sommatoria di cordate che vive esclusivamente come rete instabile di procacciamento d’affari. A livello nazionale e locale: dalle grandi opere alla creazione di società di capitali intrecciate alle municipalizzate, alla aziendalizzazione di servizi pubblici del territorio. Un estremismo della contabilità, della proliferazione di società misto pubblico-privato, della centralità di cordate d’affari che crea un ceto politico PD inabile ad affrontare i nodi strutturali di questo paese. Infatti, non appena le borse mondiali hanno attaccato l’Italia, il PD altro non ha saputo fare che ripetere il mantra diffuso in automatico dal media mainstream: conti in ordine, liberalizzazioni, crescita fatta di privatizzazioni. Senza rendersi neanche conto che, per un partito nazionale, certi comportamenti non portano solo al suicidio di un paese ma anche di una classe politica, figuriamoci di un partito. Ma una classe dirigente di un partito formatasi secondo il principio di Peter, un potente nomina uno più stupido per controllarlo e così all’infinito, non può produrre di più. C’è solo da sperare che l’elettorato non abbocchi alla propaganda di Bersani, lanciata per scopo di pura sopravvivenza. Che parla di un futuro di bilanci certificati del PD, come lanciare la proposta dell’istitituzione di un giudice di pace in piena seconda guerra mondiale, di “macchina del fango” contro il partito democratico e altre parole in libertà.

La verità è che Penati, braccio destro di Bersani, è il Verdini del PD. E che questi due partiti occupano ancora oggi, pare incredibile, il centro della società italiana pur essendo inadatti, inutili e persino incapaci di provvedere a darsi un’immagine che non sia quella classica del partito che ha i parlamentari come collettori di mazzette.

28 luglio 2011

per Senza Soste, nique la police

Chiude Sel Bari, Vendola perde i cocci

"Non ci appartiene più": la base barese contesta la mancanza di partecipazione del leader e presidente della Regione Puglia



I promotori del circolo SEL “Angelo Vassallo” di Bari chiudono all’esperienza di Sinistra Ecologia e Libertà.
La decisione è stata presa in sintonia con il segretario del circolo Monica Dal Maso che, durante l’assemblea tenutasi giovedì 28 Luglio, ha rassegnato le sue dimissioni.

Le motivazioni di questa inevitabile scelta, che porta i sottoscrittori del presente documento al disimpegno da Sinistra Ecologia e Libertà, sono da attribuire al venir meno del senso di appartenenza a questa forza politica, rivelatasi già da tempo, in particolare dopo la celebrazione del primo congresso provinciale, distante dai valori di partecipazione democratica e cittadinanza attiva nei quali si erano riposte le maggiori aspettative.



Monica Dal Maso

Matteo Magnisi

Nicola Brescia

Corsina Depalo

Luciano Bernetti

Vanni De Giosa

Donato Moretti

sabato 30 luglio 2011

DOBBIAMO FERMARLI

Dobbiamo fermarli! 5 proposte per un fronte comune contro il governo unico delle banche.

di Redazione Contropiano













Ci incontriamo il 1° ottobre a Roma

(Per adesioni: appello.dobbiamofermarli@gmail.comQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )


E’ da più di un anno che in Italia cresce un movimento di lotta diffuso. Dagli operai di Pomigliano e Mirafiori agli studenti, ai precari della conoscenza, a coloro che lottano per la casa, alla mobilitazione delle donne, al popolo dell’acqua bene comune, ai movimenti civili e democratici contro la corruzione e il berlusconismo, una vasta e convinta mobilitazione ha cominciato a cambiare le cose. E’ andato in crisi totalmente il blocco sociale e politico e l’egemonia culturale che ha sostenuto i governi di destra e di Berlusconi. La schiacciante vittoria del sì ai referendum è stata la sanzione di questo processo e ha mostrato che la domanda di cambiamento sociale, democrazia e di un nuovo modello di sviluppo economico, ha raggiunto la maggioranza del Paese.

A questo punto la risposta del palazzo è stata di chiusura totale. Mentre si aggrava e si attorciglia su se stessa la crisi della destra e del suo governo, il centrosinistra non propone reali alternative e così le risposte date ai movimenti sono tutte di segno negativo e restauratore. In Val Susa un’occupazione militare senza precedenti, sostenuta da gran parte del centrodestra come del centrosinistra, ha risposto alle legittime rivendicazioni democratiche delle popolazioni. Le principali confederazioni sindacali e la Confindustria hanno sottoscritto un accordo che riduce drasticamente i diritti e le libertà dei lavoratori, colpisce il contratto nazionale, rappresenta un’esplicita sconfessione delle lotte di questi mesi e in particolare di quelle della Fiom e dei sindacati di base. Infine le cosiddette “parti sociali” chiedono un patto per la crescita, che riproponga la stangata del 1992. Si riducono sempre di più gli spazi democratici e così la devastante manovra economica decisa dal governo sull’onda della speculazione internazionale, è stata imposta e votata come uno stato di necessità.

Siamo quindi di fronte a un passaggio drammatico della vita sociale e politica del nostro Paese. Le grandi domande e le grandi speranze delle lotte e dei movimenti di questi ultimi tempi rischiano di infrangersi non solo per il permanere del governo della destra, ma anche di fronte al muro del potere economico e finanziario che, magari cambiando cavallo e affidando al centrosinistra la difesa dei suoi interessi, intende far pagare a noi tutti i costi della crisi.

Nell’Unione europea la costruzione dell’euro e i patti di stabilità ad esso collegati, hanno prodotto una dittatura di banche e finanza che sta distruggendo ogni diritto sociale e civile. La democrazia viene cancellata da questa dittatura perché tutti i governi, quale che sia la loro collocazione politica, devono obbedire ai suoi dettati. La punizione dei popoli e dei lavoratori europei si è scatenata in Grecia e poi sta dilagando ovunque. La più importante conquista del continente, frutto della sconfitta del fascismo e della dura lotta per la democrazia e i diritti sociali del lavoro, lo stato sociale, oggi viene venduta all’incanto per pagare gli interessi del debito pubblico che, a loro volta, servono a pagare i profitti delle banche. Di quelle banche che hanno ricevuto aiuti e finanziamenti pubblici dieci volte superiori a quelli che oggi si discutono per la Grecia.

Questo massacro viene condotto in nome di una crescita e di una ripresa che non ci sono e non ci saranno. Intanto si proclamano come vangelo assurdità mostruose: si impone la pensione a 70 anni, quando a 50 si viene cacciati dalle aziende, mentre i giovani diventano sempre più precari. Chi lavora deve lavorare per due e chi non ha il lavoro deve sottomettersi alle più offensive e umilianti aggressioni alla propria dignità. Le donne pagano un prezzo doppio alla crisi, sommando il persistere delle discriminazioni patriarcali con le aggressioni delle ristrutturazioni e del mercato. Tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, è sottoposto a una brutale aggressione che mette in discussione contratti a partire da quello nazionale, diritti e libertà, mentre ovunque si diffondono autoritarismo padronale e manageriale. L’ambiente, la natura, la salute sono sacrificate sull’altare della competitività e della produttività, ogni paese si pone l’obiettivo di importare di meno ed esportare di più, in un gioco stupido che alla fine sta lasciando come vittime intere popolazioni, interi stati. L’Europa reagisce alla crisi anche costruendo un apartheid per i migranti e alimentando razzismo e xenofobia tra i poveri, avendo dimenticato la vergogna di essere stato il continente in cui si è affermato il nazifascismo, che oggi si ripresenta nella forma terribile della strage norvegese.

Il ceto politico, quello italiano in particolare coperto di piccoli e grandi privilegi di casta, pensa di proteggere se stesso facendosi legittimare dai poteri del mercato. Per questo parla di rigore e sacrifici mentre pensa solo a salvare se stesso. Centrodestra e centrosinistra appaiono in radicale conflitto fra loro, ma condividono le scelte di fondo, dalla guerra, alla politica economica liberista, alla flessibilità del lavoro, alle grandi opere.

La coesione nazionale voluta dal Presidente della Repubblica è per noi inaccettabile, non siamo nella stessa barca, c’è chi guadagna ancora oggi dalla crisi e chi viene condannato a una drammatica povertà ed emarginazione sociale.

Per questo è decisivo un autunno di lotte e mobilitazioni. Per il mondo del lavoro questo significa in primo luogo mettere in discussione la politica di patto sociale, nelle sue versioni del 28 giugno e del patto per la crescita. Vanno sostenute tutte le piattaforme e le vertenze incompatibili con quella politica, a partire da quelle per contratti nazionali degni di questo nome e inderogabili, nel privato come nel pubblico.

Tutte e tutti coloro che in questi mesi hanno lottato per un cambiamento sociale, civile e democratico, per difendere l’ambiente e la salute devono trovare la forza di unirsi per costruire un’alternativa fondata sull’indipendenza politica e su un programma chiaramente alternativo a quanto sostenuto oggi sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra. Le giornate del decennale del G8 a Genova, hanno di nuovo mostrato che esistono domande e disponibilità per un movimento di lotta unificato.

Per questo vogliamo unirci a tutte e a tutti coloro che oggi, in Italia e in Europa, dicono no al governo unico delle banche e della finanza, alle sue scelte politiche, al massacro sociale e alla devastazione ambientale.

Per questo proponiamo 5 punti prioritari, partendo dai quali costruire l’alternativa e le lotte necessarie a sostenerla:

1. Non pagare il debito. Bisogna colpire a fondo la speculazione finanziaria e il potere bancario. Occorre fermare la voragine degli interessi sul debito con una vera e propria moratoria. Vanno nazionalizzate le principali banche, senza costi per i cittadini, vanno imposte tassazioni sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie. La società va liberata dalla dittatura del mercato finanziario e delle sue leggi, per questo il patto di stabilità e l’accordo di Maastricht vanno messi in discussione ora. Bisogna lottare a fondo contro l’evasione fiscale, colpendo ogni tabù, a partire dall’eliminazione dei paradisi fiscali, da Montecarlo a San Marino. Rigorosi vincoli pubblici devono essere posti alle scelte e alle strategie delle multinazionali.

2. Drastico taglio alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra. Dalla Libia all’Afghanistan. Tutta la spesa pubblica risparmiata nelle spese militari va rivolta a finanziare l’istruzione pubblica ai vari livelli. Politica di pace e di accoglienza, apertura a tutti i paesi del Mediterraneo, sostegno politico ed economico alle rivoluzioni del Nord Africa e alla lotta del popolo palestinese per l’indipendenza, contro l’occupazione. Una nuova politica estera che favorisca democrazia e sviluppo civile e sociale.

3. Giustizia e diritti per tutto il mondo del lavoro. Abolizione di tutte le leggi sul precariato, riaffermazione al contratto a tempo indeterminato e della tutela universale garantita da un contratto nazionale inderogabile. Parità di diritti completa per il lavoro migrante, che dovrà ottenere il diritto di voto e alla cittadinanza. Blocco delle delocalizzazioni e dei licenziamenti, intervento pubblico nelle aziende in crisi, anche per favorire esperienze di autogestione dei lavoratori. Eguaglianza retributiva, diamo un drastico taglio ai superstipendi e ai bonus milionari dei manager, alle pensioni d’oro. I compensi dei manager non potranno essere più di dieci volte la retribuzione minima. Indicizzazione dei salari. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, istituzione di un reddito sociale finanziato con una quota della tassa patrimoniale e con la lotta all’evasione fiscale. Ricostruzione di un sistema pensionistico pubblico che copra tutto il mondo del lavoro con pensioni adeguate.

4. I beni comuni per un nuovo modello di sviluppo. Occorre partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, ecologicamente compatibile. Occorre un piano per il lavoro basato su migliaia di piccole opere, in alternativa alle grandi opere, che dovranno essere, dalla Val di Susa al ponte sullo Stretto, cancellate. Le principali infrastrutture e i principali beni dovranno essere sottratti al mercato e tornare in mano pubblica. Non solo l’acqua, dunque, ma anche l’energia, la rete, i servizi e i beni essenziali. Piano straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini la casa, la sanità, la pensione, l’istruzione.

5. Una rivoluzione per la democrazia. Bisogna partire dalla lotta a fondo alla corruzione e a tutti i privilegi di casta, per riconquistare il diritto a decidere e a partecipare affermando ed estendendo i diritti garantiti dalla Costituzione. Tutti i beni provenienti dalla corruzione e dalla malavita dovranno essere incamerati dallo Stato e gestiti socialmente. Dovranno essere abbattuti drasticamente i costi del sistema politico: dal finanziamento ai partiti, al funzionariato diffuso, agli stipendi dei parlamentari e degli alti burocrati. Tutti i soldi risparmiati dovranno essere devoluti al finanziamento della pubblica istruzione e della ricerca. Si dovrà tornare a un sistema democratico proporzionale per l’elezione delle rappresentanze con la riduzione del numero dei parlamentari. E’ indispensabile una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dall’accordo del 28 giugno, che garantisca ai lavoratori il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi. Sviluppo dell’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica.

Questi 5 punti non sono per noi conclusivi od esclusivi, ma sono discriminanti. Altri se ne possono aggiungere, ma riteniamo che questi debbano costituire la base per una piattaforma alternativa ai governi liberali e liberisti, di destra e di sinistra, che finora si sono succeduti in Italia e in Europa variando di pochissimo le scelte di fondo.

Vogliamo trasformare la nostra indignazione, la nostra rabbia, la nostra mobilitazione, in un progetto sociale e politico che colpisca il potere, gli faccia paura, modifichi i rapporti di forza per strappare risultati e conquiste e costruire una reale alternativa.

Aderiamo sin d’ora, su queste concrete basi programmatiche, alla mobilitazione europea lanciata per il 15 ottobre dal movimento degli “indignados” in Spagna. La solidarietà con quel movimento si esercita lottando qui e ora, da noi, contro il comune avversario.

Per queste ragioni proponiamo a tutte e a tutti coloro che vogliono lottare per cambiare davvero, di incontrarci. Non intendiamo mettere in discussione appartenenze di movimento, di organizzazione, di militanza sociale, civile o politica. Riteniamo però che occorra a tutti noi fare uno sforzo per mettere assieme le nostre forze e per costruire un fronte comune, sociale e politico che sia alternativo al governo unico delle banche.

Per questo proponiamo di incontrarci il 1° ottobre, a Roma, per un primo appuntamento che dia il via alla discussione, al confronto e alla mobilitazione, per rendere permanente e organizzato questo nostro punto di vista.

Vincenzo Achille (studente AteneinRivolta Bari)

Claudio Amato (segr. Gen. Fiom Roma Nord)

Adriano Alessandria (rsu Fiom Lear Grugliasco)

Fausto Angelini (lavoratore Comune di Torino)

Davide Banti (Cobas lavoro privato settore igiene urbana)

Imma Barbarossa (femminista, docente di liceo in pensione)

Giovanni Barozzino (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)

Giovanna Bastione (disoccupata)

Alessandro Bernardi (comitato acqua, Bologna)

Sergio Bellavita (segr. naz. Fiom)

Sandro Bianchi (ex dirigente Fiom)

Ugo Bolognesi (Fiom Torino)

Salvatore Bonavoglia (Rsu Cobas scuola normale superiore Pisa)

Laura Bottai (impiegata, Filt-Cgil Arezzo)

Massimo Braschi (rsu Filctem TERNA)

Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom)

Stefano Brunelli (rsu IRIDE Servizi)

Fabrizio Burattini (direttivo naz. Cgil)

Sergio Cararo (direttore rivista Contropiano)

Carlo Carelli (rsu Unilever, direttivo naz. Filctem Cgil)

Massimo Cappellini (Rsu Fiom Piaggio)

Francesco Carbonara (Rsu Fiom Om Bari)

Paola Cassino (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)

Stefano Castigliego (Rsu Fiom Fincantieri Marghera – Venezia)

Francesco Chiuchiolo (rsa ARES)

Eliana Como (Fiom Bergamo)

Danilo Corradi (dottorando Università "Sapienza" - Roma)

Gigliola Corradi (Fisac Verona)

Giuseppe Corrado (Direttivo Fiom Toscana)

Giorgio Cremaschi (pres. Comitato centrale Fiom)

Dante De Angelis (ferroviere Orsa)

Paolo De Luca (FP Cgil Comune di Torino)

Daniele Debetto (Pirelli Settimo Torinese)

Emanuele De Nicola (segr. Gen. Fiom Basilicata)

Paolo Di Vetta (Blocchi Precari Metropolitani)

Francesco Doro (Rsu OM Carraro Padova, CC Fiom)

Valerio Evangelisti (scrittore)

Marco Filippetti (Comitato Romano Acqua Pubblica)

Roberto Firenze (rsu Usb Comune di Milano)

Eleonora Forenza (ricercatrice universitaria)

Delia Fratucelli (direttivo naz. Slc Cgil)

Ezio Gallori (macchinista in pensione, fondatore del Comu)

Evrin Galesso (studente AteneinRivolta Padova)

Giuliano Garavini (ricercatore universitario)

Michele Giacché (Fincantieri, Comitato Centrale Fiom)

Walter Giordano (rsu Filctem AEM distribuzione Torino)

Federico Giusti (Rsu Cobas comune di Pisa)

Paolo Grassi (Nidil)

Simone Grisa (segr. Fiom Bergamo)

Franco Grisolia (CdGN Cgil),

Mario Iavazzi (direttivo nazionale Funzione Pubblica Cgil)

Tony Inserra (Rsu Iveco, Comitato Centrale Fiom)

Antonio La Morte (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)

Massimo Lettieri (segr. Flmu Cub Milano)

Francesco Locantore (direttivo Flc Cgil Roma e Lazio)

Domenico Loffredo (delegato Fiom Pomigliano)

Pasquale Loiacono (rsu Fiom Fiat Mirafiori)

Francesco Lovascio (sindacalista Usb Livorno)

Mario Maddaloni (rsu Napoletanagas, direttivo naz. Filctem Cgil)

Eva Mamini (direttivo naz. Cgil)

Anton Giulio Mannoni (segr. Camera del lavoro di Genova)

Maurizio Marcelli (Fiom nazionale)

Gianfranco Mascia (giornalista)

Armando Morgia (Roma Bene Comune)

Antonio Moscato (storico)

Alessandro Mustillo (studente universitario, Roma)

Stefano Napoletano (rsu Fiom Powertrain Torino)

Antonio Paderno (rsu Fiom Same Bergamo)

Alfonsina Palumbo (dir. Fisac Campania)

Marcello Pantani (Cobas lavoro privato Pisa)

Massimo Paparella (segreteria Fiom Bari)

Emidia Papi (esecutivo naz. Usb)

Pietro Passarino (segr. Cgil Piemonte)

Matteo Parlati (Rsu Fiom Cgil Ferrari)

Angelo Pedrini (sindacalista Usb Milano)

Licia Pera (sindacalista Usb Sanità)

Alessandro Perrone (Fiom-Cgil, coord. cassintegrati Eaton Monfalcone)

Marco Pignatelli (lavoratore Fiom licenziato Fiat Sata Melfi)

Antonio Piro (rsu Cobas Provincia di Pisa)

Ciro Pisacane (ambientalista)

Rossella Porticati (Rsu Fiom Piaggio)

Pierpaolo Pullini (Rsu Fiom Fincantieri Ancona)

Mariano Pusceddu (rsu Alenia Caselle-Torino, direttivo Fiom Piemonte)

Stefano Quitadamo (Flmu Cub Coordinamento cassintegrati Maflow di Trezzano S/N - Milano)

Margherita Recaldini (rsu Usb Comune di Brescia)

Giuliana Righi (segr. Fiom Emilia Romagna)

Bruno Rossi (portuale, in pensione, Spi-Cgil)

Franco Russo (forum “diritti e lavoro”)

Michele Salvi (rsu Usb Regione Lombardia)

Antonio Saulle (segreteria Camera del Lavoro Trieste)

Marco Santopadre (Radio Città Aperta)

Antonio Santorelli (Fiom Napoli)

Luca Scacchi (ricercatore università, segreteria FLC Valle d’Aosta, direttivo reg. Cgil VdA)

Massimo Schincaglia (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)

Yari Selvatella (giornalista)

Giorgio Sestili (studente AteneinRivolta Roma)

Giuseppe Severgnini (Fiom Bergamo)

Nando Simeone (coord. lav. autoconvocati, direttivo Filcams Cgil Lazio)

Luigi Sorge (Usb Fiat Cassino)

Francesco Staccioli (cassintegrato Alitalia, esecutivo Usb Lazio)

Enrico Stagni (direttivo Cgil Friuli Venezia Giulia)

Antonio Stefanini (direttivo FP Cgil Livorno)

Alessia Stelitano (studente AteneinRivolta Reggio Calabria)

Alioscia Stramazzo (rsa Azienda Gruppo Generali)

Antonello Tiddia (minatore Sulcis Filctem-Cgil)

Fabrizio Tomaselli (esecutivo naz. Usb)

Luca Tomassini (ricercatore precario Cpu Roma)

Laura Tonoli (segreteria Filctem-Cgil Brescia)

Cleofe Tolotta (Rsa Usb Alitalia)

Franca Treccarichi (direttivo FP Cgil Piemonte)

Arianna Ussi (coordinamento precari scuola Napoli)

Luciano Vasapollo (docente università La Sapienza)

Paolo Ventrice (rsu IRIDE Servizi)

Antonella Visintin (ambientalista)

Emiliano Viti (attivista Coord. No Inceneritore Albano - RM)

Antonella Clare Vitiello (studente Ateneinrivolta Roma)

Nico Vox (Rsu Fp-Cgil Don Gnocchi, Milano)

Pasquale Voza (docente Università di Bari)

Anna Maria Zavaglia (insegnante, direttivo nazionale Cgil)

Riccardo Zolia (Rsu Fiom Fincantieri Trieste)

Massimo Zucchetti (professore Politecnico Torino)