martedì 14 settembre 2010

LE FINANZE AI TEMPI DI TREMONTI

Bankitalia, a luglio debito record da 1.838,29 miliardi


Nuovo record negativo per i conti pubblici italiani. Il supplemento del Bollettino statistico della Banca d’Italia, dedicato alla Finanza, pubblica i dati: a luglio di quest’anno il debito pubblico italiano è salito rispetto a giugno e ha toccato il nuovo record, a 1.838,296 miliardi di euro.Il debito è calcolato dalla Banca d’Italia in valore assoluto, e non in rapporto al prodotto interno lordo, valore che invece interessa il Patto di stabilità europeo. Il debito pubblico italiano a luglio 2010 è cresciuto del 4,7% rispetto a luglio 2009 e del 4,3% rispetto a 1.761,229 miliardi di euro con i quali si era chiuso il 2009.Nei primi sette mesi del 2010 il fisco piange. Le entrate tributarie si sono attestate a quota 210,374 miliardi di euro, registrando un calo del 3,4% rispetto al corrispondente periodo del 2009.

IL LAVORO AI TEMPI DI SACCONI

Secondo il Ministero i morti sul lavoro non si sono voluti bene




Dunque nel retropensiero degli autori di questa "pubblicità progresso" ministeriale trova spazio l'idea che gli infortuni sul lavoro sono il risultato di uno scarso amor proprio, di una inadeguata cura di sé delle persone che ne sono quotidianamente vittime. Non occorre una lettura sofisticata del messaggio per coglierne il senso mistificatorio: "se ti fai male sul lavoro è colpa tua, dovevi stare più attento". Tornano alla mente i vecchi manuali dell'Enpi (Ente nazionale prevenzione infortuni) che ancora negli anni Settanta raffiguravano operai traballanti sui ponteggi in preda ai fumi dell'alcool. Sono stati necessari decenni di lotte per rendere chiaro quanto la gran parte degli infortuni (e delle malattie contratte sul lavoro) sia il risultato dell'assenza di adeguate misure di prevenzione, di ritmi ed orari di lavoro estenuanti, dell'uso spregiudicato di sostanze gravemente nocive. Nessuna meraviglia: il governo che edita questi edificanti spot è lo stesso che limita le sanzioni a carico delle aziende responsabili di gravi violazioni di legge. O che rifiuta di rafforzare le prerogative dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.

lunedì 13 settembre 2010

Diritti sul lavoro: anno zero

Se non c’è la fabbrica non ci sono i diritti” è la frase più ripetuta del momento. Vuol dire: “Lasciate fare all’impresa, che sa cosa è bene e che cosa è male”. Ecco dunque la frase che molti, anche nel Pd (un partito che dovrebbe essere “del lavoro” più di tutti gli altri rappresentanti in Parlamento) considerano “innovazione”. È “innovazione” perché libera l’impresa dalla “rigidità” (altra parola in voga per dire il nemico dell’innovazione) e dal dovere di mantenere impegni presi, con contratti debitamente firmati da tutti, verso i lavoratori. A proposito, avete mai notato che l’opinione pubblica e politica non viene mai coinvolta in un dibattito sulle imprese (come vanno, dove vanno), ma sempre, solo sul lavoro e gli operai come unica ragione di conflitto, crisi, delocalizzazione, chiusura?
Le regole buttate al macero


La storia del mondo industriale democratico non ci dà nessuna notizia di aziende affondate a causa del costo del lavoro. Ma la proposta adesso è “innovazione” perché non solo vuole tagliare liberamente i costi. Intende cancellare ogni patto precedentemente stipulato tra impresa e lavoro. Ora, dopo una violentissima crisi economica che ha scosso, con la furia di un ciclone, un’Europa senza economisti e senza idee e un’Italia senza governo, la proposta è di uscire da una crisi grande come il ‘29 (parola di esperti) facendo esattamente l’opposto dell’America del New Deal. Che cosa vuol dire New Deal? Vuol dire nuovo patto. Vuol dire futuro, fiducia (non fiducia astratta, ma fiducia gli uni negli altri) e comunità (siamo insieme, o tutti o nessuno, il Paese sono le sue fabbriche e ogni fabbrica è il Paese, Costituzione, leggi, regole concordate). Che cosa accade adesso in Italia? Non solo non ci sarà un New Deal, ma non ci sarà niente. Anzi, facciamo una cosa. Per evitare equivoci, cancelliamo ogni patto che c’era prima. Via i contratti nazionali. Via le regole discusse e negoziate da una parte e dall’altra, a volte per anni e con confronti anche duri, ma – ovviamente – con l’intento umano e civile di proteggere la parte più debole, che non può ogni volta presentarsi in fabbrica con una batteria di avvocati.
Così inizia il monologo delle aziende.


Il nuovo slogan è “basta con la lotta di classe”. Nel caso della fabbrica, “fine della lotta di classe” (che per fortuna non c’era; c’erano, come dicono i codici, parti e controparti, con molti interessi diversi e uno grande in comune: il lavoro) vuol dire che una parte tace e l’altra è libera di iniziare il grande monologo. Vanno bene 10 minuti per la pausa mensa? Va bene andare in bagno due volte invece di tre? Va bene fare straordinari la notte e il sabato senza retribuzione? Va bene fare o non fare, o interrompere le ferie, sempre a titolo di donazione del prestatore d’opera alla fabbrica? Non devi rispondere. Se lo fai, disturbi la produzione e potresti essere accusato di sabotaggio. La pena è il licenziamento. E se il giudice – restato indietro con le leggi ancora non abrogate della Repubblica – ti reintegra nel posto di lavoro, questo fastidioso dettaglio alla controparte che conduce il monologo non interessa. La controparte è avanti, è nel futuro, è con l’innovazione, confortata dal fatto che anche la ex sinistra chiama innovazione la cancellazione dei diritti. Dunque, giudice o non giudice, vi possiamo buttare la busta paga sulla porta, ma dovete restare fuori.
La nuova versione di “O la borsa o la vita”


Per buona misura interviene, nell’umiliante caso di Melfi (tutta la Fiat contro tre operai) il settimanale Panorama (9 settembre 2010) con la più spregevole copertina mai apparsa nel giornalismo italiano. La forza di un periodico da milioni di copie viene gettata contro tre operai da 1.000 euro al mese (quando non sono – e lo sono spessissimo – in cassa integrazione), messi alla gogna in copertina con la loro fotografia e il titolo “Gli eroi bugiardi”; l’accusa (sempre in copertina) di sabotaggio, dunque di un reato, che dà dello stupido (e anche del comunista) al giudice che li ha reintegrati nel loro posto di lavoro. È una nobile iniziativa che assicura a quegli operai che non saranno mai più accettati in alcun posto di lavoro in Italia. Ma tutto trova la sua giustificazione nel nuovo motto da issare sui cancelli: “Se non c’è la fabbrica, non ci sono i diritti”. La prima reazione, che avrebbe dovuto dare una scossa a tanti silenzi ed evitare qualche lode fuori posto, è che la frase corrisponde in modo quasi letterale al celebre grido dei vecchi racconti polizieschi: “O la borsa o la vita”. Il messaggio è chiaro: o cedi o finisci sulla copertina di Panorama. Ma c’è l’altro aspetto inquietante. La frase resta intatta se formulata a rovescio: “La fabbrica c’è se non ci sono i diritti”. D’ora in poi la fabbrica è extraterritoriale. Si fa secondo le regole che vigono nel territorio in cui vuoi essere accettato perché un po’ ti pagano. Se non ti va bene, ti accompagnano subito alla frontiera. Ora ditemi se tutto un mondo di persone, che un tempo chiamavamo lavoratori, deve rassegnarsi a vivere senza un sindacato (l’immagine della Fiom è peggiore di quella di Vallanzasca), senza un partito (vedi la cauta distanza del Pd dalla questione), con la sola opzione di obbedire. E il rischio di un linciaggio pubblico nello sciagurato caso di una protesta.
Furio Colombo

La politica ai tempi di Berlusconi

Stracquadanio-choc: «Darla per carriera? Perché no... Chi si è prostituito non si deve dimettere"



"Se anche una deputata o un deputato facessero coming out e ammettessero di essersi venduti per fare carriera o per un posto in lista, non sarebbe una ragione sufficiente per lasciare la Camera o il Senato". Lo ha detto Giorgio Stracqaudanio, deputato PDL, intervenuto a KlausCondicio, il programma tv condotto da Klaus Davi e in onda su YouTube. "Non si dovrebbe dimettere- continua- perchè andrebbe appurato se quella mossa sia stata veramente determinante per la sua carriera o meno". Nel corso del programma Stracquadanio ha rincarato: "Uno non dovrebbe mai dimettersi ma esporsi alla verifica degli elettori. Qualunque attività fai ti esponicomunque a una verifica. Sono fatti privati che piaccia o no e i politici vanno giudicati per quel che fanno in Parlamento non per la loro vita privata".
Insomma più che Partito della Libertà sarebbe meglio chiamarlo Postribolo della Libertà.

La scuola ai tempi di Bossi e Gelmini

L’ultima vergogna leghista: ad Adro (BS) la scuola statale è “padana”
Ad inaugurarla il sindaco che lasciò i bambini senza mensa. E che oggi dice: “Abbiamo fissato i crocefissi ai muri. Nessuno li può spostare”





Il simbolo della Lega sul cestino della raccolta differenziata, sullo zerbino d’ingresso, sui cartelli messi nel giardino, sul tetto e soprattutto impresso sui banchi. Sulle vetrate dell’ingresso della scuola materna, una decorazione di bambini uniti tra loro dal simbolo del partito di Umberto Bossi. Ieri è stata inaugurata la prima scuola padana. Un fatto senza precedenti che un polo scolastico italiano venisse pubblicamente definito federalista e leghista.
Tutto ciò è accaduto ad Adro (il paese della vicenda della mensa del “non paghi non mangi”) con il beneplacito del ministro Mariastella Gelmini che in un messaggio, oltre ad esprimere vivo apprezzamento personale, ha parlato di “modello di riferimento. Un progetto encomiabile che crea benessere ed entusiasmo”. Materna, elementare e scuola media con le mense dedicate alla figura di Gianfranco Miglio, di cui c’è anche una raffigurazione all’ingresso del nuovo complesso realizzato con soldi di donazioni private fatte al Comune.
Sulla facciata principale dell’edificio campeggia la scritta “Polo scolastico Gianfranco Miglio” nonostante non sia ancora pervenuto il permesso dell’Ufficio provinciale scolastico, nonostante le norme prevedano che il nome vada deciso dal collegio dei docenti e successivamente approvato dal consiglio comunale. L’ultimo passaggio poi spetterebbe alla Prefettura che deve comunicare l’intitolazione al ministero degli Interni. Tutto bypassato ad Adro nonostante, nelle scorse settimane, i rappresentanti della minoranza avessero presentato un esposto agli uffici del palazzo del governo di Brescia. La risposta è stata che ci sono tanti altri comuni che hanno problemi di questo genere. Così, chi ieri era ad Adro ha assistito a una scena che ha riportato all’epoca delle inaugurazioni delle scuole fasciste. Dove il sentire comune, l’appartenenza politica e ideologica hanno ampiamente superato i confini di un luogo deputato alla formazione civile oltre che culturale dei bambini e dei ragazzi. Davvero tanta gente ad ascoltare i discorsi da campagna elettorale dell’onorevole leghista Davide Caparini, dell’assessore regionale (della Lega, ovviamente) alle Attività sportive Monica Rizzi. Poi il sindaco di Adro Oscar Lancini (che nel suo intervento ha detto di aver fissato i crocefissi al muro con delle viti per impedire che vengano rimossi o spostati, ASCOLTA L’AUDIO) e sul palco anche il parroco di Adro e il curato che ha benedetto la costruzione. Poco importa che il primo cittadino riguardo alla gestione mensa abbia già promesso: “A tavola si siede soltanto chi paga” e ancora: “Verrà servito menu padano e chi non vuole mangiare carne di maiale se ne può stare a casa”. Pasti della tradizione bresciana e chi, per motivi religiosi, non potrà mangiare pranzerà altrove. “I crocifissi li abbiamo avvitati alle pareti così nessuno potrà magari nasconderli dietro la cartina geografica”. Le ragioni della Chiesa al servizio della Lega nei discorsi in cui sono stati citati il papa bresciano Giovanni Montini, Giovanni Paolo II e pure il cardinale Carlo Maria Martini. Tutti a spiegare che quello sarà il luogo della crescita delle nuove generazioni e che Miglio, prima di essere ideologo leghista, era un uomo di scuola. Finiti i discorsi, la visita degli ambienti marchiati con quei simboli di partito sbattuti in faccia tutti i giorni agli alunni di quella scuola. Ovunque, anche sui piccoli totem dove ci sono le indicazioni delle aule, singolarmente intitolate ai benefattori che hanno contribuito alla realizzazione spendendo 6 milioni di euro: che sì, lo hanno finanziato da privati, ma nell’ambito di una grande operazione urbanistica. Tra il pubblico anche un rappresentante dell’ordine dei frati dei Carmelitani che gestiscono una scuola parificata (dalle elementari alle superiori) frequentata dalla Adro “bene” e che confina con la scuola pubblica italiana caratterizzata dal simbolo pagano leghista del “sole delle Alpi”. Sacro e profano insieme.
di Elisabetta Reguitti,
su Il Fatto quotidiano

domenica 12 settembre 2010

La Bce prepara la soluzione finale

Sono passati tre anni abbondanti dall'inizio della crisi e l'operazione di disinformazione dei grandi organismi internazionali procede speditamente. Ormai nessuno sembra più ricordare come e perché è esplosa la più grande recessione del dopoguerra. I mutui subprime sono passati nel dimenticatoio, al pari delle responsabilità delle banche e della mancanza di controlli delle Autorità che dovevano controllare e non lo hanno fatto. E si è rimossa anche la causa strutturale alla base della crisi: la pessima distribuzione dei redditi, la mancanza di politiche sociali (casa, scuola e sanità, su tutte) che hanno fatto diventare schiavi del mercato privato centinaia di milioni di persone. Se andate a rileggere le previsioni di Fondo monetario, Ocse e Bce di inizio 2007 non c'è un briciolo di pessimismo: si parlava, al massimo, di un rallentamento della crescita. Invece la caduta è stata catastrofica.Però, a differenza del '29, questa volta la comunità internazionale si è mossa rapidamente e nella stessa direzione: cioè salvare il sistema bancario e il capitale in generale. E per farlo ha gettato nella mischia trillioni a palate. E in italiano trillion si traduce con «mille miliardi». La moneta aveva innescato una crisi strutturale inevitabile e con la moneta e la politica monetaria si è cercato di curarla. Il salvataggio sembra riuscito, ma la struttura produttiva è andata a pezzi, la domanda globale crollata e la disoccupazione è esplosa. Negli Usa, Obama sta cercando di fare qualcosa per dare impulso alla crescita e all'occupazione. In Europa, invece, si è cominciato a seguire la linea opposta: manovre correttive per ridurre i deficit e i debiti pubblici. E, in questo contesto, l'occupazione è destinata a non aumentare. Al massimo, come ci ha detto ieri la Bce, non aumenterà neppure la disoccupazione. magra consolazione visto che il tasso di disoccupazione è al 10%.Il tutto può sembrare una follia. Ma se lo è si tratta di una «lucida follia»: aver ricreato un enorme esercito di riserva (i lavoratori senza lavoro) ha riacceso gli appetiti del capitale (e delle sue istituzioni) che vogliono dare la «stangata» finale al lavoro, complice la globalizzazione. L'ultima ricetta suggerita dalla Bce è esemplificativa: contrazione dei salari nei paesi che hanno subito una perdita di competitività. Una ricetta accattivante, apparentemente di buon senso, ma che si scontra con un sistema globalizzato nel quale in ogni momento ci sarà un paese che paga salari estremamente bassi, al limite della sopravvivenza. Sul manifesto è stato scritto varie volte: se una impresa alza la produttività, contenendo i salari, bene per quella impresa. Ma se il contenimento salariale è generalizzato, allora, inevitabilmente, si produrrà una crisi di sovrapproduzione perché centinaia di milioni di persone non avranno soldi da spendere.Questo è l'andazzo al quale stiamo assistendo in questo momento. Purtroppo il capitalismo non finirà per eutanasia, ma c'è la certezza che per molti anni il lavoro sarà oggetto di attacchi sempre più violenti. E l'Italia sta messa peggio degli altri paesi, come ha certificato ieri l'Ocse.
di Galapagos, Il Monifesto

sabato 11 settembre 2010

IL SOLITO IMBROGLIO DEL PATTO SOCIALE

Il segretario della Filctem Cgil Morselli sul Corriere della Sera rivendica il suo accordo, nel contratto nazionale dei chimici, che ha aperto la via alle deroghe contrattuali. Egli spiega che esso è diverso da quello di Pomigliano, perché per i chimici le deroghe sarebbero temporanee. Bisogna proprio dire che c'è chi non impara nulla dalla realtà. Ci si attendeva che il segretario dei chimici della Cgil, di fronte a come viene usata e minacciata la deroga al contratto nazionale dalla Fiat, dai padroni metalmeccanici, dalla Confindustria, facesse una dichiarazione di buon senso. Dicesse, cioè: «Signori abbiamo concordato una cosa che è diventata un attacco generale ai diritti dei lavoratori, non volevo, non ci sto più». Invece persevera nell'errore, e purtroppo non è il solo. In Italia i dati economici stanno mostrando che la ripresa non c'è. L'unica ripresa in atto davvero è quella dell'attacco frontale al salario e ai diritti dei lavoratori. E come sempre negli ultimi trent'anni questo attacco si nasconde sotto due parole magiche: patto sociale. Vuole il patto sociale la Confindustria, naturalmente visti i guadagni che spera di ottenere con esso. Vuole il patto sociale il governo, che così un'altra volta si chiama fuori dal compito di definire una politica economica, e può divertirsi a insultare la Fiom e la Cgil. Vuole il patto sociale la Cisl, che ne ha appena firmato uno, ma evidentemente non è mai contenta e pensa che continuare a riscrivere e peggiorare lo stesso accordo è un modo di esistere. Vuole il patto sociale, pare di capire, una parte rilevante del partito democratico, da Damiano a D'Antoni. E qui francamente rinunciamo a capire, perché dovremmo entrare in analisi psicologiche che riguardano il masochismo e la voglia di farsi male.In Italia le parole patto sociale hanno coperto nel passato, e coprono ancor più oggi una politica brutalmente classista che taglia i salari e i diritti dei lavoratori e che lascia libere di fare quel che vogliono le imprese con il loro sistema. Il patto sociale è un puro e semplice imbroglio. Per affrontare la crisi italiana ci vorrebbero giustizia, uguaglianza, intervento pubblico. Invece si pensa di affrontare tutto con la distruzione del contratto nazionale, partita con l'attacco alla Fiat. La presidente della Confindustria vuole legare i salari alla produttività e dimentica che la Fiat ha cancellato quest'anno proprio il premio di produttività.O meglio non lo dimentica affatto perché oggi legare i salari alla produttività vuol solo dire ridurre le retribuzioni. E' l'Italia di sempre, quella dei poteri e delle caste che comandano e non vogliono cambiare niente, quella che vuole il patto sociale. Come ha scritto il professor Luciano Gallino ci sarebbe invece bisogno di un ritorno del conflitto sociale e della tanta vituperata lotta di classe. Per conquistare diritti e salari uguali per tutti e costringere così le imprese a competere sulla qualità e sulla tecnologia invece che sui salari e sullo sfruttamento dei lavoratori. Con il patto sociale è tornato di moda il modello tedesco. Naturalmente questo non vuol dire che i salari italiani dovranno essere pari a quelli tedeschi, superiori del 40%. Né che gli orari di lavoro dovranno ridursi fino alle 35 ore settimanali dei metalmeccanici di Germania. Né che nelle imprese il sindacato dei lavoratori abbia potere di veto sulle scelte strategiche. Né tanto meno che lo Stato intervenga per fermare le delocalizzazioni o addirittura garantire la proprietà pubblica delle imprese. Tutto questo che c'è in Germania da noi non è importabile, l'unica cosa che invece si vuol portare qui è la "collaborazione". L'idea del patto sociale, è la solita vecchia minestra riscaldata della politica reazionaria. Si chiede la collaborazione ai lavoratori cosicché gli industriali e i ricchi possano continuare a fare tutto quello che vogliono.La verità è che in Italia non solo c'è bisogno di lottare contro Berlusconi e la sua politica, ma bisogna cominciare davvero a contrastare la politica altrettanto conservatrice e antisociale della Confindustria. La disdetta da parte della Federmeccanica del contratto nazionale deve essere considerata una dichiarazione di guerra a tutto il mondo del lavoro e alle sue stesse garanzie costituzionali. Ma proprio qui invece è mancata finora l'iniziativa della maggioranza della sinistra e della stessa Cgil. Sotto sotto si pensa che si possa mandar via Berlusconi alleandosi con Marchionne. E' un'idea priva di contatto con la realtà e che porta solo al suicidio di chi a sinistra la pratica. Se si vuole davvero affrontare la crisi economica bisogna costruire un'alternativa di fondo e la prima cosa da fare è abbandonare i discorsi vecchi e inutili di chi pensa di continuare ad offrire disponibilità ad un sistema delle imprese che non è disposto a concedere nulla.
di Giorgio Cremaschi
su Liberazione del 11/09/2010

Novità: Confindustria decide se puoi scioperare

Lettera alla Fiom: «Stop pretestuoso in Sevel, faremo causa

La Confindustria, e la Fiat, ne introducono una nuova: chiedono i danni ai lavoratori per uno sciopero che giudicano «pretestuoso». L'incredibile vicenda avviene a Chieti, dove il gruppo torinese ha lo stabilimento Sevel. Per domani la Fiom ha proclamato 9 ore di sciopero, per diversi motivi: perché sono stati chiesti 4 sabati di straordinario senza erogare un euro di premio, e intanto 1500 precari venivano messi alla porta dopo contratti fino a 36 mesi; e poi per la questione, più generale, della disdetta del contratto nazionale del 2008 (l'ultimo unitario) da parte della Federmeccanica.Motivazioni che sembrano abbastanza pesanti, ma che in una lettera recapitata alla Fiom la Confindustria di Chieti definisce «con tutta evidenza pretestuose e comunque tali da dimostrare che non si è in presenza di un corretto esercizio dei diritti sindacali». E così la minaccia, fatta anche a nome di Sevel (e dunque di Fiat): «Qualora lo sciopero non venga revocato - scrive Confindustria - la Sevel si riserva di agire nei vostri confronti per ottenere l'accertamento dell'illegittimità del vostro operato e la condanna dei responsabili al risarcimento danni». Si sia d'accordo o meno con la Confindustria se le ragioni Fiom siano pretestuose o meno - la cosa è ovviamente del tutto opinabile - bisogna notare l'assoluta novità dell'evento: il datore di lavoro giudica se il tuo sciopero sia pretestuoso o meno. E qui quella lettera diventa «dirompente» e in qualche modo inedita nel panorama del lavoro italiano.Tanto che la Fiom vi legge un nuovo attacco alla Costituzione: «Il diritto di sciopero è costituzionalmente riconosciuto, e le motivazioni addotte dalla Fiom a suo fondamento traggono origine da problematiche contrattuali, retributive e occupazionali, e quindi non si comprende ove risieda l'illegittimità dello sciopero proclamato», rispondono a Confindustria i segretari Fiom Marco Di Rocco e Davide Labbrozzi. Intanto il segretario Fiom Maurizio Landini, ieri intervenuto alle assemblee di Melfi, ha ribadito a Fim e Uilm la richiesta di non andare al tavolo con Federmeccanica il 15 settembre, per discutere delle deroghe al contratto nazionale: «Prima di qualsiasi incontro, bisogna chiedere un mandato ai lavoratori, e dunque va fatto un referendum». Ieri gli ha risposto il segretario Fim Cisl Giuseppe Farina, a Radio anch'io: la Fim farà il referendum se prima voi firmate il testo di Pomigliano. Insomma tra Fim, Fiom e Uilm è sempre più guerra, e la disdetta del contratto nazionale del 2008 da parte di Federmeccanica, oltre al licenziamento dei tre lavoratori di Melfi, hanno accresciuto la simpatia per la Fiom, sottraendo consensi alle due «consorelle»: «Alla Sevel, dopo le assemblee - spiega Landini - ci sono state decine di disdette di tessere Fim e Uilm, e molti operai si sono iscritti alla Fiom. Lo stesso sta accadendo a Melfi, mentre a Cassino, dove la Fiom è terzo o quarto sindacato con circa il 15% degli iscritti, è stato bloccato lo stabilimento con uno sciopero. E se la Fiat dichiarava un'adesione al 27%, vuol dire che in realtà siamo almeno al 60-70%». A Melfi ieri la Fiat non si è presentata davanti alla commissione di conciliazione per i tre licenziamenti: «Accade così ormai da 10 anni, non ci stupisce e andiamo avanti», dice il segretario Fiom Emanuele De Nicola. E uno degli avvocati che difende i tre operai, Lina Grosso, annuncia che oltre alla causa per articolo 28 - vinta in prima battuta dalla Fiom e che vedrà la prossima udienza il 6 ottobre - i tre lavoratori faranno ricorso anche individuale, in base all'articolo 18. Inoltre, il 21 settembre si attende l'ordinanza sul decreto di reintegra, dato che la Fiat paga lo stipendio ai tre ma nega l'ingresso nello stabilimento: il sindacato sta tentando in tutti i modi di farli rientrare.

di Antonio Sciotto
su il manifesto del 11/09/2010

TREMONTI FLOP

I soldi dello scudo fiscale sono andati a tutti tranne che alle imprese, il grosso resta all'estero
I soldi dello scudo fiscale? Serviranno per “mantenere aperte le aziende, per non licenziare, per continuare l’attività”. Parola di Giulio Tremonti, che nel dicembre scorso magnificava così le straordinarie virtù della legge pro evasori sul rimpatrio dei capitali esportati all’estero. Già all’epoca le dichiarazioni del ministro avevano lasciato perplessi gli osservatori più attenti nelle banche e nei grandi studi di commercialisti. Ma adesso, a distanza di qualche mese, arriva la conferma ufficiale che le previsioni di Tremonti erano campate per aria. Pie illusioni, o forse, peggio ancora, pura propaganda.
Capitali ancora nei paradisi

Secondo i dati del ministero dell’Economia solo un rivolo del grande fiume di denaro rimpatriato grazie allo scudo è andato davvero a sostenere il mondo delle imprese. Tradotto in cifre, non più di 10 miliardi, ma forse qualcosa meno, su 104 miliardi totali. Insomma, all’incirca il 10 per cento del totale. Il resto dei soldi per il 50 per cento è rimasto tranquillamente dov’era, sfruttando il cosiddetto rimpatrio giuridico e la regolarizzazione. In pratica quel denaro si trova ancora oltre frontiera nei forzieri delle banche, in massima parte elvetiche, oppure sotto forma di case. Un altro 30 per cento dei 104 miliardi “scudati” é servito a comprare prodotti finanziari: azioni, fondi, eccetera. E, infine, il 10 per cento è stato investito in immobili.Morale della favola: il provvedimento che secondo Tremonti doveva fornire nuovi capitali alle aziende in una fase di recessione e di difficile accesso al credito bancario, in realtà ha avuto effetti ben diversi. Lo scudo ha garantito ponti d’oro agli speculatori, che hanno reinvestito nella finanza e nel mattone i capitali in precedenza nascosti all’erario. E, a quanto pare, sono serviti a poco anche gli incentivi fiscali concessi dal governo per chi impiegava i proventi dello scudo nella ricapitalizzazione dell’impresa di famiglia.Festeggiano, invece, immobiliaristi e banchieri. I primi, dopo un paio d’anni di magra, segnalano felici che il mercato riparte. Le statistiche confermano. Secondo l’Istat nei primi tre mesi del 2010 le compravendite sono aumentate del 2,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009. È vero che il primo trimestre dell’anno scorso aveva fatto segnare un tracollo senza precedenti (-16 per cento), ma dopo tanti ribassi è un primo segnale di recupero. Merito dello scudo fiscale, spiegano gli operatori, che ha riportato in Italia capitali freschi in cerca d’impiego. Ma attenzione: a muoversi è più che altro la fascia medio-alta del mercato. E cioè acquirenti facoltosi per immobili di prestigio. Un’altra conferma, l’ennesima, che in Italia si sta allargando la forbice tra i benestanti e chi tira a campare.
La fortuna dei banchieri

Poi ci sono i banchieri. A loro lo scudo ha fatto bene, benissimo. Perché i soldi in nero nascosti all’estero hanno varcato di nuovo la frontiera per planare dolcemente nelle casse degli istituti di credito nostrani. E questa massa di denaro, svariati miliardi di euro, si è tramutata in commissioni e altri proventi che sono andati a puntellare il conto economico dei più importanti gruppi finanziari.Tutte le banche principali già nei bilanci del 2009 segnalavano il forte afflusso di nuovi capitali in gestione. Per Fideuram del gruppo Intesa, specializzata nella gestione di patrimoni, l’effetto scudo ha prodotto 2,1 miliardi di nuova raccolta l’anno scorso a cui si sono aggiunti altri 100 milioni circa nei primi tre mesi del 2010. Tremonti ha dato una mano anche alla banca controllata dalla Fininvest di Silvio Berlusconi assieme al suo amico Ennio Doris, quel signore in doppiopetto che va in tv disegnando cerchi sulla sabbia. Mediolanum, fondata e diretta da Doris, nel 2009 ha intercettato oltre 700 milioni di euro rimpatriati grazie all’ennesimo condono governativo.In fondo in fondo neppure i banchieri svizzeri si possono lamentare. Moltissimi dei loro clienti italiani hanno regolarizzato le loro posizioni versando l’obolo del 5 per cento all’amministrazione fiscale, ma senza fisicamente riportare i soldi nel nostro Paese. In altri casi il denaro è stato semplicemente spostato nella filiale italiana dell’istituto elvetico. Oppure, grazie alla sottoscrizione di polizze assicurative studiate ad hoc, i capitali scudati sono tornati al punto di partenza, nei forzieri di Lugano o Zurigo.
Nella caverna di Alì Babà

Poco male, allora. L’offensiva di Tremonti contro le banche svizzere, definite dal ministro “caverne di Alì Baba”, ha prodotto più fumo che arrosto. Con i più diversi espedienti i colossi finanziari della Confederazione sono riusciti a trattenere o a recuperare una quota importante del denaro dei loro vecchi clienti italiani. E questi ultimi, come segnalano tutti gli operatori al di qua e al di là del confine, hanno già ricominciato a portare il denaro in Svizzera. Con buona pace delle trovate propagandistiche come le telecamere ai valichi di confine. Tutto come prima, quindi. Tutto come sempre. In attesa della prossima amnistia. Pardon, scudo fiscale.
di Vittorio Malagutti,

Il Fatto Quotidiano del 11 settembre 2010

venerdì 10 settembre 2010

Riaffermare che il lavoro è bene comune


L'esplosione della maggioranza di centrodestra monopolizza per intero l'attenzione politica. In attesa di sapere se e quando si voterà è tutto un discutere di scadenze, alleanze, compravendite, primarie… Silenzio di tomba, invece, sui movimenti tellurici che stanno rovesciando le piccole certezze della vita di ognuno e gli equilibri sociali.Due eventi hanno cambiato il quadro politico e sociale nelle ultime settimane. Il primo è la centralizzazione delle politiche di bilancio nazionali dei 27 paesi dell'Unione europea, decisa in via definitiva al vertice Ecofin di lunedì e martedì scorsi.E' stato cioè creato "un nuovo luogo politico" che si prende il principale potere di uno stato: il controllo delle risorse finanziarie pubbliche. Un "luogo" sottratto ad ogni controllo democratico (i membri della Commissione sono nominati dai singoli governi), politicamente irresponsabile ma ampiamente avvicinabile dalle lobby finanziarie o industriali. Qui vengono fissati i paletti della politica economica dei prossimi dieci anni, costringendo qualsiasi governo nazionale dentro una gabbia molto stretta. Su questo ci dovrebbe essere una discussione molto seria a sinistra. Ma non ce n'è traccia.Intendiamoci. Un continente dotato di moneta comune ed economie interconnesse deve avere una politica economica comune. Ma questo "programma di convergenza" disegna invece un'Europa più divisa, che gerarchizza i vari paesi sulla base di "criteri" con un solo obiettivo: "programmare le riforme nazionali" per aumentarne la competitività, puntando a ridurre il deficit (esploso ovunque per "salvare le banche") mediante la compressione della spesa pubblica "improduttiva". A partire dalla spesa sociale.Non basta. Per vincolare meglio i vari stati è stata fissata una procedura sanzionatoria semiautomatica. In pratica, a chi "sfora" saranno ridotti i fondi europei per le aree sottoutilizzate (Fas). All'interno di ogni paese verrà accentuata la divaricazione tra aree sviluppate e aree depresse: una nuova guerra tra i poveri. Non a caso Tremonti l'ha definita, con soddisfazione, "un cambiamento costituzionale".Ma come può un paese a innovazione zero, come l'Italia, recuperare "competitività" nei confronti di concorrenti con salari monetari molto più bassi e una struttura dei diritti dei lavoratori praticamente inesistente?Una risposta senza equivoci è arrivata ieri dalla Bce: adottando misure per "assicurare che il processo di contrattazione dei salari ne consenta il flessibile e appropriato adeguamento alle condizioni di disoccupazione e alle perdite di competitività". Tradotto: vanno abbassati, e anche di molto.Si tratta di un passaggio storico chiarissimo, fin qui costruito con il contributo paritetico dei governi di centrodestra e di centrosinistra. E' la "cultura della povertà" che deve sostituire quella dei "diritti acquisiti". Marchionne si è infilato in questa congiuntura giocando d'anticipo, indicando la via a un mondo imprenditoriale ormai nel panico (sempre ieri l'Ocse ha stimato per il nostro paese una caduta del Pil dello 0,3% nel terzo trimestre). La disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici punta a ridisegnare tutto il sistema delle relazioni industriali sul "modello Pomigliano". Anche qui, dunque, "un cambiamento costituzionale" imposto con la forza: cancellazione della contrattazione collettiva nazionale e quindi del sindacato "vero", divieto di sciopero, compressione dei salari, aumento di intensità e durata del lavoro. Ognuno deve essere messo nella condizione di doversi presentare, cappello in mano e testa bassa, a elemosinare un lavoro purchessia. In questa stessa direzione va il "collegato lavoro" del governo Berlusconi - contro cui abbiamo fatto lo sciopero della fame nei mesi scorsi - che andrà all'approvazione definitiva la prossima settimana. Una legge che sposta radicalmente i rapporti di lavoro a favore delle imprese, limitando fortemente sia le tutele del singolo che la possibilità di intervento della magistratura. Fino a modificare radicalmente i processi di lavoro, a partire dai "licenziamenti per giusta causa".Davanti a questa aggressione diventa decisiva la costruzione rapida della resistenza sociale, che è diffusa ovunque ma fatica a concentrarsi in un movimento politicamente rilevante. Per questo va colta l'occasione della manifestazione nazionale del 16 ottobre, proclamata dalla Fiom Cgil, preparandola fin d'ora in tutte le realtà territoriali. Vanno costituiti ovunque comitati che mettano a punto tutti gli aspetti politici e organizzativi. Non bisogna più aspettare. Già lunedì mattina, alla riapertura delle scuole, saremo davanti agli istituti insieme al personale precario che rischia il licenziamento e a quello di ruolo alle prese con il sovraffollamento. E altrettanto faremo sabato 18, nella giornata di mobilitazione contro il "collegato lavoro". Il 16 ottobre va costruito ogni giorno, perché deve diventare il punto di partenza di un rinnovato movimento per "il lavoro bene comune". Senza se e senza ma.

Paolo Ferrero,

Segretario PRC