domenica 17 ottobre 2010

LE DICHIARAZIONI DELL'INPS E LA "RIBELLIONE" DELLA RETE

L'Inps censura le pensioni dei precari e la Rete si rivolta

Magari alla pensione non ci pensate perché non avete ancora trovato uno straccio di lavoro oppure è un pensiero che mettete da paraltte perché non sapete – visto l’andazzo – neanche se ce l’avrete. Eppure l’argomento è caldo e circola sulla rete, soprattutto dopo le dichiarazioni - riportate da Agoravox e riprese dal blog Conti in tasca di Blogosfere a cura di Eleonora Bianchini - da parte di Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps, Istituto nazionale di previdenza, al Corriere della Sera.Quando gli è stato chiesto come mai, a differenza degli altri, i parasubordinati – per intenderci tutti coloro che lavorano con contratto a progetto, co.co.co., ritenuta d’acconto, partita Iva, contratto a prestazione occasionale – non potessero sul sito dell’Inps simulare la loro pensione futura, ha così risposto: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Come dire: meglio che i precari non sappiano a cosa vanno incontro.
SOMMOVIMENTO SOCIALE O "QUIETO VIVERE"?
Sommovimento sociale, sono proprio queste le parole usate da Mastraopasqua e in parte è ciò che sta avvenendo sulla Rete e sul social network Facebook dove molti stanno postando i vari articoli in cui si racconta della vicenda. Allo stato delle cose, chi ha un contratto a progetto o lavora con ritenuta d’acconto o ancora ha una partita Iva o un contratto di collaborazione occasionale, non riceverà neanche la pensione minima. I precari di adesso non si lamenteranno come fanno oggi gli anziani che la pensione non basterà loro, per loro la situazione, se le cose continueranno così, sarà molto peggio: si ritroveranno senza una base economica e con la convinzione di avere faticato per nulla. Visione catastrofica? Non proprio. Il problema è anzi che c’è scarsa consapevolezza di tutto questo e che i ragazzi, alle prese con la ricerca di un lavoro, quando magari lo trovano, non pensano al loro futuro da vecchi e al fatto che ora come ora versano i contributi non per se stessi, ma per gli altri.
IL PARERE DI ACTA...
Anche l’Acta, Associazione Consulenti Terziario Avanzato, ha dichiarato in un comunicato stampa che «la Gestione Separata INPS (quella cui vengono iscritti i subordinati, ndr) ha principalmente l’obiettivo di drenare risorse con cui coprire i buchi dell’Istituto di Previdenza. Questa operazione non soltanto è iniqua, ma grava sulle categorie più deboli del nostro mercato del lavoro». E ancora: «l’affermazione di Antonio Mastrapasqua conferma la consapevolezza intorno alla situazione e la volontà di tenere nell’ignoranza i contribuenti sulla pensione che riceveranno. È un atto di deliberato sovvertimento dei principi più elementari di governo democratico delle Istituzioni». Acta nel suo comunicato stampa ha poi chiesto al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi di rispondere di queste omissioni e di mantenere le promesse.
E DEL BLOG CONTI IN TASCA
In proposito, abbiamo chiesto il parere di Eleonora Bianchini, giornalista e blogger di Conti in tasca del circuito Blogosfere che ha seguito tutto fin dall’inizio e ha intervistato Anna Soru di Acta: «C'è stata un'attenzione particolare per le dichiarazioni dell'Inps che di solito passano sotto traccia. Quanto ha dichiarato Mastropasqua era infatti uscito sul Corriere della Sera il 6 ottobre. E chi l'aveva visto lì? Nessuno. È stato rilanciato nei giorni successivi anche da forum che parlano di gossip, game online, su Twitter. Il risveglio è stato generato da un evento di chiara e premeditata omertà che non lascia dubbi. Credo che in tutto questo siano determinanti alcuni fattori. Per primo psicologico: sei giovane fino a 40 anni e come tale, con i versamenti contributivi da precario, devi aspettarti la stessa dignità di un lavoratore dipendente. Secondo, di rispetto delle regole: nella maggior parte dei contratti a progetto si è lavoratori dipendenti a tutti gli effetti e vengono richiesti preavvisi bulgari fino a tre mesi. E terzo, culturale: vista la precarietà, legittimazione dello sfruttamento e non un'opportunità, siamo abituati a navigare a vista. in Francia i lavoratori scendono in piazza mentre in Italia non possiamo nemmeno permetterci di calcolare quanto ci spetti con i contributi versati e lo ha detto chiaramente Mastrapasqua. Anche i liberi professionisti non sono al sicuro e, a mio parere, sbagliano anche i lavoratori dipendenti a tempo determinato e indeterminato se si ritengono sotto una campana di vetro. Si tratta di una guerra tra poveri – conclude Eleonora - mentre i lavoratori devono unirsi esclusivamente in nome dei loro diritti».Adesso è attesa la risposta delle istituzioni per non continuare a lavorare senza prospettive future e soprattutto reali.

Chi di qua, chi di là. La manifestazione della Fiom spacca il Pd

Pochi Democratici in piazza e Francesco Boccia li attacca: «Opportunisti». Loro: «No, tutto il partito dovrebbe essere qui». E a sera Bersani media...



Zitti e con un palmo di naso. Gli ultimi spezzoni dei cortei cercano di infilarsi in piazza San Giovanni, il tentativo è ancora in corso nel tardo pomeriggio, mentre dal palco sono iniziati da un pezzo gli interventi sindacali e musicali. La "giornatona" della Fiom insomma è agli sgoccioli: viva, pacifica, forte. Ma le agenzie di stampa sono parche di dichiarazioni politiche. Il ministro Roberto Maroni, che due giorni fa aveva lanciato l'allarme «infiltrazioni nel corteo», se ne sta silente. Il Pdl balbetta: «La manifestazione della Fiom non ha nulla di sindacale...» (Cazzola). C'è il carico da 90 da parte del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: «Oggi a Roma una Italia minoritaria, inadatta a governare, figlia di vecchie ideologie del secolo scorso...». Ma è la solita stizza pidiellina, Sacconi poi ne è maestro. Il punto è che interventi rabbiosi piovono sulla manifestazione della Fiom anche dal centrosinistra. Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini sentenzia: «Con tutto il rispetto verso la Fiom e i manifestanti, ma la piattaforma alternativa a Berlusconi è un'altra cosa, chi è in quella piazza è fuori da un disegno di governo riformista...». Una «contraddizione - rincara Casini - cui il Pd non ha ancora risposto e a cui inevitabilmente dovrà rispondere nei prossimi giorni». Il fatto è che il Pd ne avrà di gatte da pelare nei prossimi giorni. Come sempre, eventi come quello di ieri creano zizzania tra i Democratici. Non solo tra chi ha deciso di scendere in piazza e chi non lo ha fatto. Ma anche tra chi ha scelto di non attaccare coloro che hanno manifestato e chi invece li ha presi di mira. In corteo con la Fiom ci sono il responsabile Economia Fassina, di area Bersani; Orfini, di area D'Alema. C'è l'ex segretario della Cgil Sergio Cofferati che chiede al suo partito di studiare una legge sulla «rappresentanza sindacale» e c'è l'ex ministro Cesare Damiano, convinto che «il Pd debba partecipare a tutte le manifestazioni dei lavoratori e non dare libertà di scelta». Presente il senatore Ignazio Marino, che non comprende come «un soggetto come il Pd non sia presente in una piazza che parla di lavoro e precarietà...». Insomma, di mugugni ce ne sono, per la scelta di Bersani di mantenere un profilo distaccato dalla manifestazione. Ma scatta pure qualche moto di rabbia se, nei capannelli del back stage, si cita l'attacco di Francesco Boccia, di area Letta, da due giorni accanito contro i Democratici che hanno deciso di manifestare. «Lo fanno per opportunismo», ha detto venerdì. «Sono nauseato dalle finzioni», ha aggiunto ieri sera, attaccando un corteo «pieno di intellettuali milionari, ex deputati col vitalizio e politici in auto blu». Perchè, spiega, «i lavoratori, gli studenti, i disoccupati, i precari hanno il diritto di essere ascoltati,ma le loro manifestazioni non vanno utilizzate. La Fiom avrebbe maggiori benefici dall'assenza dei politici nel corteo, si capirebbero meglio le ragioni della protesta...». Da piazza San Giovanni gli risponde Michele Meta, coordinatore di "Cambia l'Italia", l'area del Pd che fa riferimento a Marino: «Boccia non si erga a guardiano di una linea. La nostra presenza alla manifestazione Fiom è motivata dall'attacco di Federmeccanica al contratto nazionale dei metalmeccanici con un atto unilaterale. Qui non si tratta di collateralismo, la nostra è una scelta di campo...». Divisioni, tra chi nel Pd è più vicino alla Fiom-Cgil e chi ha radici in Cisl. Vecchia storia, che ancora decide molte delle diatribe attuali in casa Democratica. Ad ogni modo, la rappresentazione plastica delle varie scelte di campo la offre in piazza un "quadretto piddino" tutto milanese: in corteo con la Fiom sfila il candidato delle sinistre alle primarie per il sindaco del capoluogo lombardo, Giuliano Pisapia, e l'avversario, Valerio Onida del Pd. Nessuna traccia del terzo concorrente: l'architetto Stefano Boeri, sostenuto dalla dirigenza nazionale del Pd. Scelte di campo. In serata, il segretario Bersani cerca di calmare le acque. Parla della piazza Fiom come di una «voce che va ascoltata», sollecita il governo a «non accendere i fuochi della divisione, ma lavorare per comporre le diverse posizioni». E conclude auspicando «unità del mondo del lavoro» per costruire «un'alternativa di governo».

E' ORA DI SCEGLIERE

Pubblichiamo la lettera con cui il sen. Giorgio Mele, esponente di primo piano della sinistra Pds-Ds e di Sinistra Democratica, ha aderito a Socialismo2000 e alla Federazione della Sinistra.



Mele, iscritto al Pci dal ‘70, ne ha diretto organismi territoriali e settori importanti come scuola e cultura a livello romano e nazionale, contribuendo particolarmente alla riforma della scuola elementare proposta dal Pci in Parlamento.Negli anni Ottanta cementò una amicizia politico-culturale con Cesare Luporini, che durò fino alla morte del grande filosofo marxista (1993).Dal ‘93, e per quasi dieci anni, ha diretto la componente interna della sinistra Pds prima e Ds poi; tra le altre iniziative politiche ha avuto particolare rilevanza la decisione del voto d’astensione contro l’ipotesi del governo D’Alema, dopo la caduta del governo Prodi.Senatore nella XIII legislatura (quando ha tra l’altro tentato una riforma del settore musicale, approvata al Senato ma affossata alla Camera) e nella XV (in cui è stato capogruppo della Commissione Esteri), al momento della costituzione del Pd, non condividendone la scelta, ha partecipato insieme a Cesare Salvi e Fabio Mussi alla nascita di Sinistra Democratica.Dopo una breve esperienza con Sinistra e Libertà, spiega qui le ragioni della sua adesione alla Federazione .

Caro Cesare,
ho deciso di aderire a Socialismo 2000 e di conseguenza alla Federazione della Sinistra. E’ stato l’esito di una lunga riflessione, perché non nascondo che in questi mesi sono stato toccato dalla tentazione di lasciar perdere, di partecipare alle vicende dalla sinistra da lontano, come fanno milioni di donne e uomini presi dallo sconforto di fronte alla incapacità di mettere in campo un progetto unificante che sappia rispondere alle sfide drammatiche e ai pericoli che corre tutti i giorni la democrazia italiana. Un progetto che sappia andare oltre la cura del proprio recinto. E per questo sappia far lievitare una alternativa al centrodestra.
Tira sull’Europa un pesante vento di destra che chiede alle forze di sinistra e democratiche un di più: un progetto che sia il contrario di quello perseguito nel recente e nel recentissimo passato che ha portato alla esplosione della sinistra italiana ritenuta inutile dagli elettori che infatti l’hanno buttata fuori dal parlamento.
Mai come in questo momento la sinistra deve saper coniugare autonomia e grande capacità unitaria. Poiché l’autonomia, specie per una forza che non ha più i consensi che la sinistra aveva negli anni 70, rischia di diventare sterile autoaffermazione di se stessa se non si connette con un grande processo unitario che investa tutto il paese. Questo vale in primo luogo per la classe operaia impegnata in una dura battaglia di civiltà e di potere a partire dalla grande e decisiva manifestazione della Fiom il 16 ottobre. Questo vale anche per il confronto per il governo del paese e mi convince ciò che è scritto nel documento preparatorio del vostro congresso in cui si propone l’esigenza di costruire un coordinamento unitario di tutte le opposizioni e per le elezioni politiche la proposta di una coalizione democratica “per sconfiggere Berlusconi e Bossi sulla base di un ripristino e di un rinnovamento della nostra democrazia”.
La mia adesione alla federazione della sinistra, infine, significa anche la ricerca difficilissima ma necessaria, di una modalità della partecipazione democratica che non riduca il cittadino della sinistra a fare il supporter del Leader di turno nella corsa alle primarie. La partecipazione è qualche cosa di più del tifo da stadio.
Giorgio Mele

mercoledì 13 ottobre 2010

Sabato 16 tutti a Roma con la Fiom. Contro Berlusconi e Marchionne, per il lavoro e la democrazia

È in corso un attacco gravissimo al lavoro e alla democrazia, per scaricare i costi della crisi, tutt’ora in corso, sulle lavoratrici e i lavoratori, i giovani, i pensionati. È un attacco al lavoro e allo stato sociale. È un attacco alla Costituzione e alla democrazia.
Federmeccanica, sotto il diktat della Fiat, ha disdettato il contratto sottoscritto nel 2008 e votato democraticamente da tutte le lavoratrici e i lavoratori, perché vuole imporre il .modello Pomigliano. a tutto il mondo del lavoro e a tutta la società. Vuole imporre che non vi siano più contratti collettivi né sindacati che rappresentino i lavoratori. Vuole cancellare il diritto di sciopero, quello di ammalarsi, quello di contrattare condizioni di lavoro e salari dignitose. Vuole poter licenziare chiunque non è d’accordo, come è avvenuto a Melfi. L’unica regola deve essere il comando dell’impresa. Non importa che si violi la legge e la Costituzione. È la riduzione del lavoro a merce usa e getta. È un’idea barbara della società.
Marchionne e Confindustria agiscono forti dell’appoggio del governo Berlusconi, che dal suo insediamento, ha attaccato sistematicamente i diritti del lavoro e sociali. Ha aumentato la precarietà, annullato il contratto nel pubblico impiego, attaccato scuola e università pubbliche. Invece di investire in politiche industriali che riqualificassero e riconvertissero il nostro apparato produttivo per l’occupazione e l’ambiente, ha destinato soldi alle grandi opere, al nucleare e alle spese militari. Invece di tassare i grandi patrimoni a favore dei redditi da lavoro ha favorito i grandi evasori con lo scudo fiscale, e tagliato il welfare.
Ora vuole approvare il “collegato lavoro” per impedire che i lavoratori possano far valere i propri diritti davanti alla magistratura e sostituire il giudice del lavoro con “arbitri” privati che possono decidere, su ogni controversia, senza rispettare le leggi e i contratti. Vuole arrivare ai contratti individuali, per eliminare ogni organizzazione collettiva dei lavoratori. Vuole smantellare lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori e l’articolo 18.
Per difendere l’apparato produttivo dell’Umbria ad iniziare dalla Merloni e dalla Basell. Per salvaguardare il sistema delle piccole imprese e i lavoratori della nostra regione dal pericolo di licenziamento e di messa in cassa integrazione.Per cacciare Berlusconi e battere Marchionne va costruita mobilitazionee conflitto sociale. Va costruita un'alleanza democratica e unita la sinistra di alternativa.
Per questo è necessario che anche dall’Umbria, sabato 16 a Roma, sia presente una grande rappresentanza dei lavoratori, dei precari, degli studenti e dei pensionati
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Stefano Vinti,
segretario regionale Prc Umbria

venerdì 8 ottobre 2010

LE 10 STRATEGIE DELLA MANIPOLAZIONE MEDIATICA

Il linguista Noam Chomsky ha elaborato la lista delle "10 Strategie della Manipolazione" attraverso i mass media.

1 - La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. "Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo "Armi silenziose per guerre tranquille").

2 - Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato "problema - reazione - soluzione". Si crea un problema, una "situazione" che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3 - La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.
4 - La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come "dolorosa e necessaria" guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che "tutto andrà meglio domani" e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.
5 - Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? "Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi "Armi silenziose per guerre tranquille").
6 - Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l'emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell'analisi razionale e, infine, del senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti….
7 - Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. "La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori" (vedi "Armi silenziose per guerre tranquille").
8 - Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti...
9 - Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 - Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il "sistema" ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.
Noam Chomsky

domenica 3 ottobre 2010

Il gioco sporco di "lor signori" e la risposta del 16 Ottobre

E' stata una settimana densa, segnata da un frenetico susseguirsi di atti, fatti e strappi, che ben rappresentano il momento delicato e decisivo che la questione lavoro vive nel nostro paese. Prima, è arrivata la tripletta del mercoledì. In una sola giornata è stato approvato in Senato il famigerato "collegato lavoro", concluso l'accordo sulle deroghe tra Fim, Uilm e Federmeccanica e inviata dal Ministro Sacconi una missiva alle parti sociali con il sollecito di procedere verso il superamento dello Statuto dei Lavoratori. Poi, sono arrivati il giovedì e venerdì di polemiche e linciaggi morali contro gli operai Fiom, che in alcuni luoghi hanno protestato e lanciato uova contro sedi della Cisl.Non c'è dubbio, il gioco è duro e neanche troppo pulito. Ed è un gioco ai massimi livelli, quindi bisogna fare squadra. L'hanno capito da tempo i Marchionne, Marcegaglia, Sacconi, Bonanni e altri. Attenzione, però, non banalizziamo. La loro non è una squadra omogenea, sono un insieme di diversi, e non c'è alcun complotto in corso. Semplicemente, hanno annusato l'aria e realizzato una convergenza d'interessi attorno un obiettivo ritenuto praticabile: l'azzeramento del patto sociale, codificato nella Costituzione e perfezionato dalle lotte dei lavoratori degli anni '60-'70. La posta in gioco è generale, non si tratta più di tirare per la giacchetta l'esistente, bensì di rovesciarlo, di fare il salto di qualità, di ridefinire dall'alto un nuovo patto sociale, strutturalmente asimmetrico: il padrone comanda, il lavoratore obbedisce in silenzio e a buon mercato e il nuovo sindacato-istituzione fa il guardiano. Più che un patto, sembra la resa imposta dal vincitore al vinto, in cambio della vita (pardon, del posto di lavoro). Per questo non interessa più lo scontro con l'anello debole o il compromesso, ma si cerca l'impatto frontale e la disintegrazione dell'anello forte, che oggi è individuato nei metalmeccanici e nella Fiom. Avete dei dubbi che le cose stiano così? Ebbene, allora considerate soltanto quello che c'è scritto nell'accordo sulle deroghe, cioè il nuovo «Art. 4-bis - Intese modificative del Ccnl». Anzi, se avete due minuti, leggetelo! Ebbene sì, perché in fondo dice due cose tanto semplici, quanto dirompenti: il contratto nazionale è finito e i lavoratori non potranno mai più votare. Cioè, un golpe sindacale o, per essere più gentili e nostrani, un ribaltone. Il nuovo articolato dice, infatti, che il modello Pomigliano può essere applicato ovunque nella categoria, da Bergamo a Palermo. E se le deroghe al contratto diventano la regola, in nome della crisi, allora a che cosa serve il contratto?Ma la cosa davvero grave in tutto questo è che i lavoratori sono stati ufficialmente imbavagliati ed espropriati del loro diritto di parola. Infatti, le deroghe nelle aziende vengono decise «con l'assistenza delle Associazioni industriali e delle strutture territoriali delle Organizzazioni sindacali stipulanti» e poi «validate» non dai diretti interessati, ma dalle «parti stipulanti il Ccnl» a livello nazionale. Cioè, quelli che firmano le deroghe sono gli stessi che le approvano.In altre parole, siccome gli operai non sono d'accordo con Bonanni, allora Bonanni gli toglie la parola. C'è da meravigliarsi, se alcuni operai hanno dato sfogo alla loro rabbia davanti alle sedi della Cisl? Certo, aggiungiamo subito, è meglio non farsi trascinare nelle provocazioni, perché qui il gioco è truccato, per concentrarsi invece sulla costruzione della manifestazione del 16 ottobre. Ma, detto questo, va aggiunta un'altra cosa: è assolutamente indecente e irricevibile il coro di ministri, presidenti, industriali, segretari e cortigiani vari che aggrediscono il dissenso a suon di paroloni come "aggressione" e "squadrismo", mentre invece tacciono di fronte alla negazione dei più elementari diritti democratici dei lavoratori.Ma appunto, qui torniamo al nostro discorso iniziale. Loro hanno un obiettivo e fanno squadra. E noi? Se allarghiamo lo sguardo all'insieme del campo dell'opposizione a Berlusconi, viene da piangere. C'è pure chi dà ragione a chi imbavaglia i lavoratori. Ma il problema risiede anche più a sinistra del centro ed è figlio di quella calamità culturale che ha estromesso il lavoro e la questione sociale dalla bussola della politica. La sinistra, politica e sociale, di partito o di movimento, semplicemente non esiste e non ha futuro se non mette al centro la questione sociale, se non riparte da qui, dai lavoratori e dalle lavoratrici, per disegnare un progetto, un programma e un sogno per uscire dalla crisi.Il 16 ottobre non c'è semplicemente una manifestazione nazionale, ma un'occasione per ritrovarsi tra diversi, produrre convergenza di interessi e costruire discorsi e percorsi comuni. Questo è il punto, questa è l'urgenza e per questo la risposta al loro gioco sporco è l'investimento sull'unità attorno al 16 ottobre.
Luciano Muhlbauer, Liberazione

Per Marchionne la colpa è sempre della FIOM

Le esternazioni di Marchionne sono come le barzellette di Berlusconi. sono reazionarie, non fanno ridere nessuno, ma servono a copreire la realtà.
ormai gli attacchi di Marchionne alla FIOM hanno una corrispondenza pressochè millimetrica con i risultati produttivi della FIAT. Tutte le volte che vengono dati i risultati delle vendite in Italia e in Europa, ci si deve aspettare un attacco alla FIOM.
Un anno fa la FIAT aveva dichiarato che la quota di sicurezza nel mercato italiano doveva essere superiore al 30% delle vendite, oggi è al 28%. In Europa le quote FIAT stanno crollando sotto il 7%, quando l’obbiettivo era arrivare al 10%.
Nello stesso tempo la Wolkswagen - i cui operai prendono 2.500 euro netti al mese e che ha si l’orario flessibile, ma nel senso che quando va male si fanno 28 ore alla settimana e quando ci sono picchi produttivi se ne fanno 40, restando l’orario medio a 35 ore- la Wolkswagen, dicevamo, vende sempre più auto.
Insomma la FIAT perde quote di mercato a favore di aziende dove gli operai vengono pagati di più e lavorano di meno, ma, naturalmente per Marchionne, per il Governo e per il sistema dei mass media è tutta colpa della FIOM.
In Italia la musica è sempre quella: peggio vanno le cose, peggio debbono andare per i lavoratori e per quei sindacati che non accettano semplicemente di arrendersi.
Le esternazioni di Marchionne sono in realtà l’emblema della crisi italiana, la crisi di un paese che dovrebbe fare investimenti nel lavoro e nelle politiche industriali, nella tecnologia e nell’innovazione e che invece regredisce chiedendo ai lavoratori di pagare tutto.
L’accordo separato che hanno fatto CISL e UIL per distruggere il contratto nazionale, non è solo una drammatica ingiustizia, ma è anche un danno per l’industria e l’economia dell’Italia. Con quell’accordo, infatti, si dice a tutti gli industriali: non vi preoccupate, troverete il modo di guadagnare aumentando lo sfruttamento del lavoro, non rispettando i contratti, cancellando i diritti.
Lo possono fare perché finora gran parte dell’opposizione parlamentare sta lì a sperare di essere riconosciuta come l’interlocutore principale di non si sa cosa, mentre la CGIL ha paura di esprimere i veri sentimenti di coloro che rappresenta.
Per questa ragione bisogna rispondere con fermezza ai discorsi reazionari di Marchionne ed esprimere totale solidarietà ai lavoratori metalmeccanici di Livorno e della Same di Treviglio, la cui criminalizzazione per il lancio di due uova è un ulteriore segno dell’imbarbarimento e della regressione democratica del Paese.

Giorgio Cremaschi,
Presidente Comitato Centrale FIOM

Le uova di Treviglio e Livorno e il coro degli angeli

Luogo del delitto: Treviglio, Bergamo. A Treviglio c'è una fabbrica di trattori, la storica Same, i cui operai stanno in stragrande maggioranza con la Fiom. Ieri c'è stato uno sciopero contro l'ennesimo accordo separato con la Federmeccanica siglato dalla Fim e dalla Uilm, con cui vengono autorizzate le deroghe a un contratto nazionale, separato anch'esso, firmato dagli stessi sindacati privi di qualsivoglia delega da parte dei lavoratori a trattare e decidere sulla loro vita e sul loro lavoro, tanto meno a cancellare di fatto il contratto nazionale. Un gruppo di operai è uscito dalla fabbrica e in corteo ha percorso il viale davanti allo stabilimento, infine si è recato davanti alla sede della Cisl per protestare contro l'ultima provocazione dei sindacati «complici», come il ministro Sacconi ama chiamare le organizzazioni di Bonanni e Angeletti, aggiungendo che la Cgil «deve compromettersi» liberandosi della Fiom e firmando ogni schifezza venga appoggiata sul loro tavolo. Durante la protesta qualche uovo è stato lanciato dai manifestanti ed è andato a spiaccicarsi sulla porta della Cisl di Treviglio. La notizia finisce qui, punto.Altro che punto, due punti e aperte le virgolette dentro cui si moltiplicano le indignate prese di posizione contro i barbari, peggio ancora violenti, o forse addirittura terroristi in nuce. E rieccoci tornati al punto di partenza: si possono violare le leggi, le regole e i contratti; si può seppellire ogni forma di democrazia, con le minoranze sindacali che si arrogano il diritto di imporre a tutti la loro volontà, senza riscontri di rappresentanza effettiva e senza verifica del consenso operaio. Una sola cosa non si può fare: protestare. Una volta, 48 anni fa, faceva discutere la rivolta operaia che si scatenava a Torino contro la sede Uil di piazza Statuto per contestare la firma di un accordo separato (guarda caso) alla Fiat, oggi fa scandalo un uovo e viene chiesta la lapidazione della Fiom, colpevole di «esacerbare gli animi» e di partecipare alla protesta operaia.Diciamo la verità: in tanti, troppi, vogliono la testa del sindacato dei metalmeccanici Cgil ed è sufficiente una frittata per dare di matto e presentare il conto. Alla Cgil, che condanna la Fiom ed esprime la sua solidarietà alla Cisl.
Loris Campetti, Il Manifesto

Silvio triste, solitario y final

Se un uomo anziano e stanco riesce ancora a far incazzare gli ebrei, i cattolici, le donne e i magistrati nel volgere di qualche ora significa che dietro il cerone sopravvive il guizzo del vecchio comico, che la pera cotta e il bicchiere per la dentiera possono attendere in camerino ancora un po’.
Però – lo dico da critico dell’umorismo – il repertorio andrebbe un po’ aggiornato. Va bene, la barzelletta sugli ebrei è un classico (ne ha raccontate di peggiori). Quella sulle donne non conformi allo standard dei suoi casting è già sentita, tanto che deve potenziarla con una bestemmia. Ma che diamine, perché limitarsi. E gli omosessuali? Possibile che non gli venga in mente niente di buono? E il naso dei neri? Pensa di cavarsela con una battuta sull’abbronzatura di Obama? E i terroni, niente? Possibile che la Lega non gli passi sottobanco qualche storiella dismessa da Calderoli? E i cinesi? Vogliamo dimenticarci qualche freddura razzista sui cinesi?
Noi pubblico del vecchio guitto siamo un po’ delusi. L’ultima barzelletta sui poveri, per dire, si chiamava “manovra correttiva”, era troppo lunga per far ridere e non era nemmeno sua, ma di Tremonti.
C’è un modo infallibile per sapere quando un comico sta chiudendo la sua parabola: è quando invece delle risate del pubblico deve mettere quelle finte, come nelle sit-com di quart’ordine, e quando ride solo lui.
Ma attenti a dare per finito questo grande entertainer: come ogni artista con un grande repertorio, tiene sempre in tasca la zampata buona. Ultimamente preferisce le piccole platee, ma quando torna nei grandi teatri, come la Camera dei deputati, la stoffa si vede ancora. Ed è lì che la risata è esplosa spontanea, alla barzelletta (vecchia e mai finita) della Salerno – Reggio Calabria che sarà conclusa entro il 2013. Boato e risate sguaiate, deputati piegati in due, richieste di bis e applausi. Non solo platea e loggione, ma un intero paese, un intero continente, gli ridono in faccia. Date retta, finirà per mancarci. Speriamo prestissimo.
Alessandro Robecchi, Il Manifesto