giovedì 21 ottobre 2010

Con l’arbitrato cancellati i diritti dei lavoratori.

Costruire i comitati 16 ottobre per fermare l’offensiva delle destre

Con l’approvazione del disegno di legge cosiddetto “collegato lavoro” il parlamento ha fatto un grande regalo a Confindustria e a quella parte di imprenditori che premono per la messa in mora dello Statuto dei diritti dei lavoratori e l’introduzione della libertà di licenziamento.
Il provvedimento, che era stato rimandato all’esame delle Camere dal Presidente Napolitano lo scorso giugno, ha visto le destre ricompattarsi in un voto favorevole, mentre il centro, Udc in testa, si è astenuto, vista la piena condivisione della Cisl di Bonanni sulle nuove norme in materia di lavoro.
E così l’arbitrato d’equità è divenuto legge, in barba a decenni di lotte dei lavoratori e del mondo sindacale: d’ora in poi per ogni nuovo lavoratore assunto, in sede di stipula del contratto, si avrà la possibilità di stipulare una clausola in cui lavoratore e azienda scelgono di affidare le controversie in materia di lavoro non più al giudice, ma ad un arbitro, che potrà decidere anche in deroga rispetto ai contratti di lavoro.È evidente che la possibilità di scelta sta solo da una parte dei due contraenti del contratto, cioè del datore di lavoro, mentre il lavoratore, soprattutto se a tempo indeterminato o in prova sarà obbligato a optare per l’arbitro invece che per la tutela giurisdizionale.
E così si chiude a livello legislativo il quadro che l’apripista Marchionne ha inaugurato con l’accordo di Pomigliano, cioè quello di far diventare regola la deroga al contratto collettivo nazionale di lavoro in molte materie inerenti il rapporto di lavoro. Nel collegato lavoro, infatti, è prevista a chiare lettere l’ipotesi della certificazione, cioè il ricorso ad un contratto individuale che deroga in peggio le condizioni dettate dalle leggi sul lavoro e dal contratto collettivo nazionale.
In più, un emendamento al testo ha messo in soffitta la previsione, introdotta dal centrosinistra quando era al governo, dell’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni, visto che sotto la maschera dell’apprendistato si potrà iniziare a lavorare a 15 anni.Siamo di fronte ad un attacco pesante ai diritti dei lavoratori voluto da Confindustria, e assecondato da Cisl e Uil, proprio all’indomani della grandissima manifestazione della Fiom e delle sinistre in difesa del contratto collettivo nazionale di lavoro e per il ristabilimento della democrazia nei luoghi di lavoro.
È ancora più necessario oggi costruire comitati unitari della sinistra per dare rappresentanza politica al popolo del 16 ottobre e mettere un argine al progressivo smantellamento dell’impianto lavorista della nostra carta costituzionale perseguito con metodo e costanza dal governo Berlusconi. Dal 16 ottobre bisogna ripartire per una nuova stagione di conquiste di diritti per i lavoratori, per combattere la precarietà, per mettere un freno alla corsa verso il basso di salari, stipendi e pensioni.

Stefano Vinti,
segretario regionale Prc Umbria

Orvieto. Il PDCI e il centro sinistra escano dalle ambiguità e caccino i consiglieri favorevoli alla Giunta Concina

La Federazione Provinciale di Terni del PRC esprime il più profondo dissenso rispetto alle scelte di alcuni esponenti del centro sinistra nel Comune di Orvieto, dove mercoledì 20 ottobre, in occasione del voto sulle linee programmatiche del sindaco Concina, hanno espresso parere favorevole, sancendo di fatto la nascita di una maggioranza per la giunta di centro-destra nella città, di cui è fin troppo facile prevedere un rimpasto.
Nella votazione di mercoledì si poteva consumare la fine di una giunta che per oltre un anno ha scelto di non governare la città, determinando un peggioramento della già delicata situazione economica dell’ente.
Il grave comportamento dei consiglieri che hanno deciso di rompere con il centro sinistra e di sostenere Concina, magari con la promessa di un posto al sole, è ormai agli atti; si è determinata una maggioranza formata da PDL, UDC, PDCI; a ciò si aggiunge il voto del presidente del consiglio comunale, eletto nelle liste del PD, nonché la complice assenza del consigliere socialista e la fuga, al momento del voto, di un altro consigliere del PD.
La situazione si dimostra quindi essere tragica ma non seria. In particolare il Consigliere Tonelli, già candidato a sindaco di Orvieto nelle liste del PDCI, ha dimostrato una concezione della coerenza del tutto personale, sostenendo nel corso del dibattito che la sua scelta è supportata dal segretario regionale del PDCI: Giuseppe Mascio. Prendiamo atto quindi che al PDCI di Orvieto e al suo consigliere, Tonelli, non interessa il contenuto dei programmi, ma di partecipare al governo, secondo la migliore tradizione berlusconiana.
Il PRC ritiene che sia ormai giunta l’ora di fare chiarezza; per questo richiede agli organi provinciali e regionali dei partiti del centro sinistra ed in particolare a quelli del PDCI, di prendere le misure necessarie di espellere i consiglieri resisi complici delle destre, le cui politiche restano, a livello locale come a livello nazionale, le principali cause del disagio sociale ed economico della nostra comunità.
Segreteria PRC Terni

mercoledì 20 ottobre 2010

Appunti sul congresso di Sinistra Ecologia e Libertà

Introduzione
Nella maggior parte dei partiti odierni,il congresso ha perso la funzione che aveva un tempo:quella di decidere gli obiettivi di medio periodo , le linee di azione del partito, gli alleati sociali da coinvolgere per raggiungere tali obiettivi.
La funzione rimasta è quella identitaria, sia verso l'esterno che verso l'interno.
Questa assume tanta più importanza quando il congresso è quello fondativo del partito. Nel caso di Sinistra Ecologia e Libertà, la cui identità è rimasta fino ad oggi legata alla somma delle identità eterogenee dei componenti e alla sintesi fatta dal suo leader carismatico, Nichi Vendola, questo congresso serve a definire una nuova identità (per i componenti) e a richiamare i soggetti sociali acui SEL intende fare riferimento.
Per questa ragione, penso che un'analisi del “Manifesto Fondativo” di SEL sia utile a comprendere meglio radici, referenti e cultura della nuova formazione.

Il partito dei ceti medi riflessivi e dei suoi figli
Il Manifesto è di non facile lettura per chi cerchi di andare al cuore del nuovo partito. La ragione sta nel linguaggio molto prosaico e a tratti poetico, inusuale per un documento politico.
Se dovessi riassumere in una frase l'identità di SEL penso che sarebbe questa:SEL è il partito dei ceti medi (riflessivi) e dei loro figli precari.
Tanto i membri che i referenti sociali di SEL sembrano essere quei ceti che appunto hanno una cultura medio alta, che svolgono o hanno svolto lavori intellettuali o impiegatizi (insegnanti, medici,avvocati,lavoratori pubblici) e che hanno una naturale predilezione per le battaglie di ordine etico-morale.
A questa categoria si aggiunge quella dei precari. Anche in questo caso, sembra che ci si riferisca a una segmento particolare di precari: quelli con un elevato livello di istruzione e di iniziativa , ma che a causa dell'attuale organizzazione del mercato del lavoro,non riescono ad esprimere appieno le proprie potenzialità.
In quest'ottica SEL si definisce come la reazione dei ceti medi al loro ormai decennale declino. Un declino che è stato sicuramente accentuato dall'attuale crisi economica. Tra questi vanno aggiunti i “figli” precari di questi ceti medi:questi, siano essi figli effettivi o solo metaforici, si trovano in una posizione sociale inferiore a quella dei loro genitori, quindi espulsi dal proprio ceto di appartenenza o di elezione, e comunque in una posizione inferiore rispetto a quella che ritengono essere quella a loro spettante.
SEL, in questo senso, si configura come una reazione opposta a quella dei ceti medi produttivi
(operai specializzati, artigiani etc) che hanno eletto a proprio rappresentante la Lega Nord ed entra in concorrenza con altri progetti simili (quello dell'Idv e di Grillo).
Da questo punto di vista l’orizzonte politico di SEL appare quello dell’alleanza di governo di centro sinistra, in un’ottica che quindi resta bipolare. Il governo è visto come obiettivo e principale strumento di cambiamento della realtà. Tanto che l'unico strumento citato per aumentare la partecipazione è quello delle primarie.
L'obiettivo politico-sociale di SEL appare quindi essere quello di effettuare un'operazione egemonica sul Centro Sinistra, per definirne gli obiettivi in vista della difesa e del rilancio dei ceti medi: il centro sinistra appare infatti come il rappresentante naturale di questi ceti;un rappresentante che però ha svolto male il suo compito e che ha lasciato che la situazione dei ceti medi peggiorasse.
Il fine è quello di una partecipazione di primo piano ai governi di centro sinistra, definendone i programmi e fornendo gli uomini di primo piano per svolgerli. Cerchiamo di capire con maggiore definizione chi è veramente il nuovo partito.

Il manifesto fondativo
Cercherò di analizzare il manifesto fondativo su due punti di vista:l’analisi socioeconomica dell’Italia e quella della situazione internazionale.
La prima cosa che si nota è l’assenza di un’analisi di classe della società italiana. L’appello è sempre rivolto a una cittadinanza o a un popolo indistinto. Spariscono insomma, al pari di quello che avviene nel discorso liberista, la differente provenienza delle persone e le diverse fonti di reddito con cui ciascuno vive. Il discorso viene quindi spostato su una divisione tra ricchi e poveri in nome di una maggiore perequazione dei redditi.
Inoltre SEL appare un partito che non si pone in alcun modo l’obiettivo di un superamento del sistema capitalistico. Il suo obiettivo appare essere una forma di capitalismo maggiormente egualitario, sostenuto da un forte welfare, ma in cui la proprietà dei mezzi di produzione, tanto quelli monopolistici che quelli medio piccoli, resti nelle mani dei capitalisti
. Il modello forse più vicino ai desideri di SEL appare la socialdemocrazia scandinava.
Dal punto di vista internazionale invece manca un’analisi tanto dei nuovi equilibri mondiali,quanto delle guerre che sconvolgono il mondo. In questo caso,quello che manca è un’analisi dei rapporti interimperialistici mondiali. Si arriva persino al paradosso che la potenza nascente (la Cina) non viene nemmeno citata, al pari degli altri poli ascendenti continentali : Russia, Brasile,Sud Africa,India. La conseguenza di questa analisi è un appello generico al pacifismo e alla non violenza come soluzione dei conflitti.
La proposta che colpisce maggiormente è quella della creazione di un polo autonomo europeo
dotato di un proprio esercito
. Questa è forse la proposta più forte avanzata in tutto il manifesto e la più condivisibile. In mancanza però di un’analisi internazionale non si capisce che ruolo dovrebbe avere nei rapporti internazionali il nuovo polo. Quindi la proposta di un polo europeo neutrale appare piuttosto in continuità con la tradizione socialdemocratica. Questa però aveva una ragione in un mondo bipolare, in cui i paesi scandinavi si trovavano a fronteggiare il pericoloso vicino sovietico.
La seconda richiesta molto forte è quella relativa a una nuova Bretton Woods. Anche in questo caso, quello che appare maggiormente è la mancanza di analisi. Bretton Woods rappresenta il momento in cui, tramite accordi internazionali, fu sancita la supremazia del dollaro e dell’economia Usa a livello mondiale, come conseguenza della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. In contemporanea, la precedente valuta mondiale, la Sterlina inglese, vide perdere la sua funzione di riserva mondiale, con la conseguente perdita dei benefici che questo comportava.
Richiedere oggi una nuova Bretton Woods significa sancire la fine del dollaro e la supremazia di un’altra valuta o di un paniere di valute a livello mondiale. Premessa di tutto ciò è l’insostenibilità da parte del governo Usa del valore del dollaro e la fine degli Usa come potenza mondiale.
La proposta quindi appare essere piuttosto uno slogan non seguito da una vera coscienza del suo vero significato.
In generale si potrebbe dire che queste non sono analisi bensì osservazioni:molte di queste,anche se corrette, risultano disordinate e tra loro scollegate. Molto spesso ci si trova davanti tanto a una lunga lista di evenienze presenti o passate,quanto a liste di desiderata. Non emerge ne il legame tra i vari elementi presenti, ne il processo che collega l'oggi al domani desiderato.
L’effetto di tutto ciò è una corrispondente scarsa analisi della situazione italiana e del modo per invertire le sorti della sinistra italiana.
Quello che sembra emergere è che la sconfitta della sinistra sia frutto di una sconfitta ideologica, a cui sarebbero seguite le sconfitte materiali. Quindi la soluzione è quello di reinventarsi un linguaggio evocativo, che risulti egemonico su larghi strati della società
. L'obiettivo è quindi quello di creare una nuova narrazione , che si contrapponga a quelle liberista e che sia capace di vincerla.
Una narrazione si compone di grandi parole, con un forte significato morale ed etico, capaci quindi di smuovere le coscienze intorpidite da anni di egemonia della destra.
Come si vede tutto si svolge a livello sovrastrutturale, a livello ideologico. Sembra quasi esserci nostalgia per quella che loro chiamano “narrazione”, cioè per un pensiero egemonico di sinistra.
A mio parere la nostalgia per la narrazione passata viene dall'assenza della lotta di classe. Chi vi partecipa o vi ha partecipato non sente la nostalgia di narrazioni; al massimo può sentire nostalgia per quelle conquiste e quelle condizioni di vita che ora non può più permettersi. Questo ci dice molto sulla collocazione sociale di SEL. Sono infatti i ceti medi di oggi e di ieri che sentono nostalgia per quella narrazione egemonica che era propria del Pci e che era stata appunto capace di avvicinare questi ceti alle lotte del movimento dei lavoratori italiano.

Conclusione
La frase forse più significativa del Manifesto è quella iniziale. La cito :
“Il Novecento è finito. La contesa generale che ne ha scandito il calendario storico è stata quella tra Capitale e Lavoro.[...]Il Novecento è finito con la sconfitta del lavoro e la vittoria del nuovo Capitale Finanziario. Tra le sue macerie rischia di rimanere sepolta la speranza di una società di “liberi e uguali”.
Sinistra Ecologia e Libertà nasce dalla convinzione che questo scontro sia finito, che non esita più alcuna divisione tra capitale e lavoro. Si configura come uno dei tanti partiti contemporanei, composti essenzialmente da un leader carismatico in contatto diretto con gli iscritti e gli elettori. Il modello appare simile a quello del Pdl, di Di Pietro e di Grillo. SEL, come questi, si configura piuttosto come un comitato elettorale, volto a sostenere il leader indiscusso, che incarna in se stesso i valori alla base del movimento e le pratiche del cambiamento
. Da questo punto di vista risulta inutile un’analisi articolata e approfondita:non è del passato che si deve parlare, ma del futuro, che sarà costruito a immagine e somiglianza del leader. I mezzi utilizzati, come negli altri casi citati sono quelli mediatici che consentono di mettere in comunicazione immediatamente il leader con gli elettori. Meglio, permettono di diffondere tra gli elettori il messaggio del leader. Appare evidente che una struttura partitica classica, relativamente pesante e lenta, risulta quindi inutile e d’impiccio. Questa serviva all’elaborazione di analisi e programmi, a creare feedback tra la base militante e i vertici dirigenti. Questo ruolo è diventato unidirezionale, dal leader agli elettori, ed è ora svolto dai nuovi media: la televisione per il Pdl, il blog e i meet up per Grillo , i social network per Vendola.
Questi risultano strumenti inadatti o insufficienti se si vuole cambiare radicalmente la realtà, ma sono adatti a manovre egemoniche in presenza di elettori-consumatori a cui vendere il messaggio più allettante. Inoltre sono i mezzi con cui i giovani precari, figli delle classi medie, sono maggiormente abili a utilizzare e a comprendere.
Il risultato prevedibile sarà contradditorio. Da una parte è probabile che l’operazione egemonica sul centrosinistra abbia successo, soprattutto per l’attuale mancanza da parte del Pd di persone carismatiche e innovative in grado di competere con Vendola sul piano mediatico. Dall’altro molte speranze riposte dalle classi popolari nel cambiamento proposto da Vendola andranno deluse:anche in caso di vittoria, Vendola sarà costretto a piegarsi ai vincoli di un’economia capitalistica globalizzata e al massimo potrà favorire le classi medie rispetto al grande capitale. Difficilmente però ci saranno cambiamenti sostanziali. Per questo, sarebbe necessario un grande partito anticapitalista di classe, radicato nella società e produttore di lotta di classe e di conflitti.
Questo non toglie che Sinistra Ecologia e Libertà rappresenti una novità all’interno del panorama
politico italiano. Molte battaglie comuni potranno essere condotte tra SEL e il resto della sinistra,
anche quella anticapitalista.
L’importante è non confondere l’ennesimo partito personale con la soluzione dei nostri problemi.
Per questo ci vuole molto di più, dal punto di vista sia teorico sia della partecipazione collettiva.

di Lorenzo Battisti
lorenzo.battisti@gmail.com



Cosenza, in centinaia denunciano il tesseramento "SEL....vaggio"

"Guerra a sinistra", "Il mistero degli iscritti", "Tesseramento Sel...vaggio". I giornali di Cosenza si stanno sbizzarrendo per raccontare la storia della locale federazione di Sel. «Una storia solo cosentina», assicura a Liberazione Francesco Gaudio, consigliere comunale eletto col Prc e transitato dopo Chianciano nel movimento vendoliano. A spulciare bene anche nel Lazio, in quello stesso partito, c'è chi riconta le tessere in vista del congresso nazionale e la storia recente, al congresso di Chianciano dopo lo choc elettorale, ha già registrato tesseramenti record, superiori al numero degli elettori, in città certo non rosse come Reggio Calabria o Caltanissetta.Torniamo a Cosenza dove ieri 250 iscritti a Sel hanno diffuso una lettera aperta per denunciare l'«illegittimità del percorso congressuale» nella città che solo una manciata di anni fa sembrava un laboratorio per la sinistra e che ora detiene un altro record. Qui Sel può vantare la cifra record di 1700 iscritti, seconda in termini assoluti solo ai tesserati di Roma e Napoli e a pari merito con la "capitale" Bari. Ma, per rapporto con gli abitanti, qui c'è la maggiore densità di iscritti di tutta la penisola.Ora si racconta che questo record sia frutto di un'Opa con la regia occulta di un dirigente nazionale.«Negli ultimi tre mesi avevamo registrato movimenti consistenti verso da parte di un'area che fa capo all'allora segretario Prc Angelo Broccolo (che farà il salto della quaglia a giugno) e al consigliere regionale Ferdinando Aiello (quello del famigerato concorsone alla Regione Calabria).In pratica si tratterebbe di un patto di reciproco sostegno, nei rispettivi congressi, tra quelle aree e pezzi della Cgil locale. Regista, prima occulto, poi palese, Gennaro Migliore, secondo i firmatari dissidenti che volantineranno le loro ragioni tra i congressisti che convergeranno a Firenze nel week end. Secondo la ricostruzione, il 23 maggio Migliore, della segreteria nazionale, scende a Cosenza in gran segreto. Broccolo e Aiello fanno parte della riunione ed è lì che, probabilmente, s'è deciso il transito a Sel che Broccolo ufficializzerà poco dopo con quadri e dirigenti del Prc e con Mario Melfi, consigliere provinciale Pd, sindaco di Amendolara, da sempre democristiano, osservanza Loiero. La versione ufficiale, sostenuta nella conferenza stampa, dove Migliore ci mette la faccia, è «che l'unità a sinistra oggi la fa Sel». Le trattative però si sono svolte alle spalle di chi aveva investito già dopo Chianciano nella formazione erede dell'Arcobaleno al punto che gli ex di Rifondazione - quando apprendono dai giornali della calata di Migliore - iniziano a sospettare che sia un'operazione per accaparrarsi un simbolo «che oggi pare piuttosto attraente».Passa l'estate, si avvicina il termine del 25 settembre per il tesseramento congressuale, «e succede di tutto», riprende Gaudio, insegnante di 45 anni: spostamento di pacchetti di tessere in poche ore, indifferenza alla cultura ed alla identità dei provenienti, spregiudicatezza totale (Broccolo fino ad una settimana prima dell'ingresso in Sel, chiedeva a nome del Prc l'assessorato alla Provincia per se stesso; Aiello cinque giorni prima del cambio di casacca, il 17 settembre, votava per il segretario provinciale del suo precedente partito). L'eruzione di buona politica, vantata dal leader nazionale, se c'è serve solo a coprire «pratiche ben diffuse nella peggiore Dc». «E' questa la vera antipolitica», dicono i dissidenti all'indomani di un congresso provinciale che ha visto una scarna partecipazione. Ufficialmente solo il 30% avrebbe preso parte alla convention ma alcuni testimoni sono pronti a giurare che a votare sia stata la metà di quel dato. Migliore, nelle scorse settimane, è sceso di nuovo a Cosenza per presentare un altro nuovo acquisto: un giovane consigliere comunale di Mendicino, 10mila abitanti alle porte di Cosenza. Lo slogan che semina altro sconcerto tra i dissidenti: né destra, né sinistra, solo giovani. I mendicinesi non la prendono bene. Lo stesso Migliore si accorge che il suo partito non c'è. Ma Roma negano l'elenco degli iscritti a chi lo chiedeva per il congresso in un'escalation da «zero trasparenza» che ha prodotto, secondo Gaudio, la trasformazione di Sel cosentina in «lavanderia del centrosinistra».Ora tra i duecentocinquanta s'è aperto il dibattito, le adesioni alla lettera aperta che sconfessa l'assise provinciale «drogata» sembrano destinate a crescere. Restano le domande: che ne è stato del laboratorio cosentino? Come si fa a non mandare a casa un'altra generazione di militanti di sinistra?
Checchino Antonini
Da Liberazione del 19 ottbre 2010

martedì 19 ottobre 2010

AGORA': Ferrero vs Calearo

“Diamo continuità alla manifestazione del 16 ottobre per un processo unitario della sinistra sul lavoro"

La manifestazione di sabato 16 ottobre a Roma ha visto una partecipazione straordinaria e pacifica di lavoratori, giovani, pensionati, precari, studenti, una giornata di lotta che ha rimesso al centro il lavoro, i diritti, la democrazia su una piattaforma, quella della Fiom, che ha colto la natura vera dell’attacco antidemocratico e antipopolare sferrato da governo e Confindustria al mondo del lavoro italiano. Da Pomigliano fino alla disdetta del contratto nazionale da parte di Federmeccanica. Un attacco che si inserisce su una serie di provvedimenti dell’Unione Europea che non incidono sulla crisi e che non hanno rimesso in discussione il modello di sviluppo. Anzi. Tra i tagli e il nuovo patto di stabilità interno l’Europa è sempre più liberista. In Italia l’asse Berlusconi-Marchionne, approfittando di questa situazione, si caratterizza sostanzialmente per la volontà di destrutturare alle fondamenta sull’altare del federalismo “padano” lo stato sociale, dal contratto nazionale fino alla scuola. Ma sabato davvero qualcosa è cambiato.La Fiom ha dimostrato concretamente di rappresentare oggi nel Paese un punto di riferimento centrale per la ricostruzione di una opposizione sociale degna di questo nome, legando insieme rivendicazioni di lavoro, vita e studio con la questione democratica. Non solo. Le organizzazioni politiche e sociali presenti alla manifestazione hanno ritrovato nel lavoro, nella sua dignità e nella sua difesa, il senso profondo della propria azione e della propria proposta. Di grande rilievo è stata la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori umbri e straordinario il contributo di Rifondazione comunista e della Federazione della Sinistra. Ecco, dobbiamo ripartire da qui anche nella nostra regione, dare continuità nei territori alla manifestazione attraverso la mobilitazione e la proposta politica. E possiamo farlo provando a lavorare insieme sui contenuti, anche attraverso la sperimentazione di Comitati 16 ottobre, un processo concreto di unità a sinistra che si possa poggiare in Umbria sul Piano regionale del lavoro, sul reddito sociale e sulla legge contro la delocalizzazione delle imprese. Proprio continuando a dimostrare l’impegno di parte nella difesa dei posti di lavoro e dei diritti del lavoro la sinistra può tornare ad essere protagonista della proposta politica per un nuovo modello di sviluppo: cambiare non solo è necessario, ma da sabato è anche possibile.
di Luciano Della Vecchia,

Segreteria Regionale Prc Umbria - Responsabile Lavoro

16 ottobre. Non fate i Gattopardi

Spesso non capita una seconda occasione. Dal 2001 al 2003 un grande movimento di lotta ha contrastato in Italia la globalizzazione liberista. Quel movimento è stato poi abbandonato a se stesso e, infine, messo ai margini e ignorato nei due anni catastrofici del governo Prodi. Ora abbiamo un’altra occasione. La manifestazione di sabato è stata ben di più di una pur eccezionale mobilitazione dei metalmeccanici contro gli accordi separati, per il contratto nazionale e i diritti. E’ stato un incontro di popoli dispersi, che si ritrovavano assieme dopo anni di lotte frantumate e spesso deluse.Una differenza di fondo comunque c’è, rispetto ai primi anni del nuovo secolo. Allora nasceva un grande movimento di opinione, che portava qui in Italia gli echi di un risveglio delle coscienze che avveniva in tutto il mondo. Oggi la globalizzazione, il suo attacco frontale ai diritti sociali e costituzionali, ce l’abbiamo in casa. Chi era in piazza sabato raccontava di lotte concrete contro la globalizzazione qui ed ora. Per questo il movimento di oggi è radicato nella sofferenza sociale e per questo è ben più esigente di risposte concrete.Si è cercato di marginalizzare, o persino criminalizzare, la manifestazione della Fiom. Fallito clamorosamente questo obiettivo, ora si tenta la classica operazione di assorbimento. Nel paese del Gattopardo, adesso comincia l’attenzione verso il popolo che è sceso in piazza sabato e verso la Fiom, senza però dare risposte vere. Sul piano sindacale restano la violazione dei diritti a Pomigliano e la sua estensione a tutti i metalmeccanici. Non c’è contratto dell’auto o altro pasticcio che possa cancellare questo drammatico attacco ai diritti dei lavoratori. Si deve andare avanti fino a riconquistare il diritto ad un contratto nazionale degno di questo nome.Sul piano economico-sociale è evidente che il patto Sacconi, Confindustria, Cisl e Uil non tiene. Perché la crisi va avanti, le risposte non ci sono e le lotte si estendono, in Italia come in Europa. Di questo si sono accorti gli industriali e tanti poteri economici, da qui il tentativo di far rientrare in gioco la Cgil con un patto sociale che dovrebbe continuare le politiche dei sacrifici di questi anni, senza però le provocazioni e le asprezze di Sacconi. Il popolo in piazza sabato non si accontenta di questo e pretende una svolta reale. Chi non ha pagato sinora nulla della crisi deve cominciare a pagare. Per questo ci vuole e si chiede con forza lo sciopero generale e non il patto sociale.Anche a livello politico la piazza di sabato chiede di cambiare. Nessuno può metterci il cappello sopra, magari per riproporre l’ennesima riedizione di quel centrosinistra, da cui quel popolo è stato abbandonato e deluso nel passato. Se si vuole davvero rappresentare quella piazza e quelle persone, si devono abbandonare i vecchi giochini e i vecchi schieramenti. La manifestazione del 16 ottobre esige una svolta democratica nel sindacato, nella sinistra, nel paese.
Giorgio Cremaschi,
Liberazione del 19 ottobre 2010

16 Ottobre: l'intervento di Maurizio Landini

E’ giusto ribellarsi contro questa società

Vedere questa bellissima piazza dà davvero tanta felicità, ma allo stesso tempo indica una speranza. È anche una piazza che indica una forza; soprattutto è una piazza che unisce questo paese e che parla al paese. Dice cioè che per uscire dalla gravissima crisi che stiamo vivendo c'è bisogno di rimettere al centro il lavoro, i diritti. E che per questa ragione è necessario contrastare la politica che il governo sta facendo ed è necessario contrastare la politica che Confindustria, in questo paese, insieme a Federmeccanica, sta facendo.Perché il punto di fondo da cui ripartire sono le ragioni per cui si è determinata questa crisi. Noi siamo in presenza del fatto che per 20 anni ci hanno raccontato che era sufficiente «lasciare fare al mercato e tutto sarebbe andato a posto». E dopo 20 anni noi siamo di fronte al fatto che la finanza non ha alcuna regola, anzi la politica e gli stati sono al servizio della finanza. Siamo in presenza di un'evasione fiscale che non ha precedenti, tutta a danno dei lavoratori dipendenti. Siamo in presenza di una precarietà nel lavoro che non ha mai avuto una dimensione come quella che stiamo vivendo. Siamo di fronte al fatto che c'è stata una redistribuzione della ricchezza a danno di chi lavora che non ha precedenti.Vedete, quando si lavora e si è poveri, siamo di fronte non solo a un'ingiustizia, ma al fatto evidente che una società così non è accettabile e che noi dobbiamo ribellarci per cambiarla. E dobbiamo dire con forza che, proprio per queste ragioni, uscire da questa crisi richiede dei cambiamenti.In tanti ci descrivono semplicemente come quelli che sono capaci di dire solo «no». E' vero. Noi alla Fiat abbiamo detto «no», alla Federmeccanica abbiamo detto «no». Perché quando si vuole cancellare i diritti, quando si vuole cancellare il contratto, quando si vuole cancellare la dignità delle perone che lavorano, noi diremo sempre di «no». Non accetteremo mai che questa sia la strada per cambiare la situazione.Ma vorrei ricordare a queste persone che noi, invece, avanziamo delle proposte per cambiare questa situazione. Noi vogliamo un altro modello di sviluppo. Vogliamo cioè ridiscutere cosa si produce; che ciò che si produce sia ambientalmente sostenibile; vogliamo che i beni comuni di questo paese siano difesi, che non siano privatizzati; vogliamo cancellare la precarietà, ridistribuire la ricchezza e aumentare i salari; vogliamo estendere i diritti a chi non ce li ha. Ossia, ai giovani che oggi hanno di fronte nessun futuro; solo la prospettiva di essere precari per tutta la vita.Noi non accettiamo questa cosa, la vogliamo cambiare. E vogliamo anche che la scuola sia un diritto pubblico, che sia possibile unire il lavoro, i diritti, il sapere, e vogliamo anche che sia estesa la democrazia.Vedete, in questi giorni tanti hanno parlato. I ministri addirittura hanno fatto a gara a raccontare chissà cosa sarebbe successo oggi. Io credo si debbano vergognare per quel che hanno detto. Perché quando si arriva addirittura ad invocare il morto, come un ministro ha fatto, siamo di fronte a una irresponsabilità totale.Ma questa piazza ... questa piazza ha la forza di dire che non solo questa è una manifestazione democratica e pacifica, ma vorremmo ricordare che se c'è la democrazia in questo paese è perché chi lavora l'ha conquistata e l'ha estesa. E se questi ministri possono dire anche le castronerie che ogni tanto dicono è perché siamo noi che garantiamo il diritto democratico a tutti di poter parlare e di poter dire il loro pensiero.Se ci pensate un attimo... i processi di globalizzazione che in questi anni ci sono stati hanno proprio nella democrazia il loro limite, hanno paura della democrazia, hanno paura della trasparenza, hanno paura ­ cioè ­ che le persone possano sapere quello che avviene e possono decidere.Noi siamo di fronte ad una crisi gravissima come non abbiamo mai vissuto; sta mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. Nonostante ci raccontino che dovremmo stare tranquilli e che va tutto bene, noi sappiamo perfettamente che così non è. Anzi, se nei prossimi mesi non c'è un cambiamento radicale delle politiche industriali, rischiamo di essere di fronte a ulteriori chiusure, alla fine della casa integrazione, a migliaia di posti che vanno persi; alla disoccupazione.Ma è questo il punto di novità. Si sta cominciando a capire che è proprio questo turbocapitalismo che divora tutto, senza curarsi del domani, che rischia di consumare il presente senza un'idea del futuro; e quindi abbiamo davvero la necessità di produrre un cambiamento.Il governo e Confindustria stanno usando questa crisi perché vorrebbero cambiare gli assetti sociali e di potere. Del resto è un po' che lo stanno facendo. Già nel 2001, con il Libro Bianco dell'allora ministro Maroni, il centrodestra e la Confindustria avevano disegnato quello che volevano fare; e oggi stanno cercando di fare esattamente quello che avevano detto allora. L'attacco alla scuola pubblica, il blocco dei contratti, la cancellazione della contrattazione, la cancellazione della democrazia nei luoghi di lavoro, il superamento del diritto a contrattare, l'assenza totale di una politica industriale che fa arretrare questo paese, sono parte di uno stesso disegno.Ma noi l'abbiamo capito; e proprio per questo vogliamo cambiare la situazione. Vogliamo mettere in campo un'azione che non si esaurisce oggi, ma che sia in grado di cambiare nelle fabbriche, nel territorio, questa situazione.Ne hanno dette di tutti i colori: sui lavoratori, sulla Fiom, sulla Cgil. Addirittura Brunetta è arrivato ad accusarci di essere un sindacato che difende i fannulloni e i lavativi. Credo sia un falso in atto pubblico, perchè noi, Brunetta, non l'abbiamo mai difeso. Quindi è evidente a tutti che siamo di fronte a delle bugie...Il caso Fiat... Noi siamo di fronte a una teoria che si vorrebbe far passare in questo paese: per poter investire in Italia bisognerebbe cancellare i diritti e gli orari, per far funzionare le fabbriche in Italia ci vorrebbe il diritto di poter licenziare quando si vuoleE invece noi dovremmo porci un altro problema: perché la Fiat è messa peggio di altre aziende che costruiscono auto? Perché tutti parlano del modello tedesco e in Germania gli stipendi sono il doppio di quegli italiani, lavorano meno e vendono più macchine?È esemplificativo quello che è successo negli ultimi due incontri che abbiamo avuto con la Fiat. Uno è avvenuto a Torino. C'erano tutti: il governo, le forze istituzionali, tutte le forze sindacali. Marchionne, cui va riconosciuto il parlare con chiarezza, non ha detto solo alla Fiom e alla Cgil «ditemi sì o no». Ha usato quella platea per dire che il suo piano industriale lo ha deciso lui, che non lo discute con nessuno, che non vuole proprio concordarlo con nessuno e che, semplicemente, chiede a tutti ­ anche al governo e alle forze istituzionali ­ semplicemente di dire sì o no.Naturalmente, in quella sede solo la Fiom e la Cgil gli hanno detto che non va bene e che così non può funzionare.Io, sinceramente, sono allibito quando la più grande azienda italiana ­ che, come è noto, in questi anni ha avuto tanti finanziamenti pubblici che le hanno permesso di essere quella che è ­ si trova di fronte a un governo e istituzioni incapaci di dire altro che semplicemente «sì».Vorrei ricordare qui che il primo a dire «no» alla Fiat non è stata la Fiom. Quando la Fiat è andata in Germania per comprare l'Opel e ha presentato i piani industriali... l'IG-Metall gli ha detto di «no», il governo tedesco gli ha detto di «no». Perché, se si assume il modello tedesco, allora bisogna fare una distinzione anche sulla politica industriale. Non è vero che le imprese non abbiano una responsabilità sociale; non è vero che è solo il suo interesse. Lo ribadiamo qui, da questa piazza. Noi, la Fiom, la Cgil, le lavoratrici e i lavoratori italiani, più ancora della Fiat di Marchionne, vogliamo che in Italia si continuino a produrre auto, camion e trattori. Perché mentre lui ha la possibilità di decidere di andare a produrre in giro per il mondo, noi questa alternativa non ce l'abbiamo.E proprio per questa ragione vogliamo che si affrontino i problemi.Se c'è un ritardo e si vende meno, è perché in questi anni si è investito poco nell'innovazione dei prodotti e dei progetti; è perché la competizione non la si fa tagliando i salari e i diritti. Ed è sbagliato, per il paese oltre che per i lavoratori, pensare che tu la competizione la vinci solo sui bassi salari. Se c'è un problema di qualità, non si può raccontare che in Italia «non si chiede l'intervento pubblico» e poi si va in Serbia perché ti fanno i ponti d'oro. Non si può raccontare che «in Italia non serve l'intervento pubblico» e poi si va negli Stati uniti perché Obama e i lavoratori mettono a disposizione i loro soldi.Io voglio dire ancora con più chiarezza: se non c'è un intervento pubblico nel nostro paese per orientare gli investimenti, la ricerca, una nuova qualità dello sviluppo, da questa crisi non si esce. Perché quelli che l'hanno determinata non possono venirci a raccontare che sanno loro come se ne esce.E noi lo diciamo con grande responsabilità, perché è ora di smetterla. Noi non abbiamo semplicemente detto «no» a Pomigliano. Noi abbiamo avanzato delle controproposte. Abbiamo detto che eravamo pronti ad aumentare l'utilizzo degli impianti, perché il contratto che c'è permette di fare più turni. Abbiamo detto che eravamo pronti a discutere di come migliorare la produttività, di come articolare in modo diverso le pause, abbiamo addirittura fatto una proposta che darebbe alla Fiat un utilizzo degli impianti e una capacità produttiva superiore a quella che loro hanno pensato.Stiamo ancora aspettando la risposta. La verità è che non gli interessa quante macchine si fanno; vogliono affermare l'idea che non c'è più, per le persone che lavorano in fabbrica, il diritto di poter contrattare la propria condizione di lavoro.Lo dico con franchezza: dire qui che c'è in ballo la Fiom e la Cgil, o che vogliono far fuori la Fiom e la Cgil, è solo una parte di verità.Io penso che siamo di fronte ad un passaggio ancora più in là... E cioè il tentativo della Confindustria, della Fiat e di Federmeccanica, di cancellare il contratto con la derogabilità dei contratti nazionali.L'obiettivo vero non è semplicemente fare fuori la Fiom e la Cgil, ma di più. E' cancellare il diritto delle persone che lavorano in fabbrica, se vogliono, di poter contrattare, di esser persone libere con la possibilità di far funzionare meglio la fabbrica. Vuol dire farci tornare indietro di cento anni.E io credo che questo imbarbarimento non è solo inaccettabile, perché peggiora la condizione di chi lavora; ma è inaccettabile perché fa arretrare tutto il paese, fa arretrare il sistema industriale del nostro paese.Addirittura, nell'ultimo incontro che abbiamo avuto alla Fiat a giugno, in tanti ci spiegavano che sì, Pomigliano era un brutto accordo, però si poteva firmare perché «lì c'è la camorra, perché c'è una situazione difficile». Vi ricordate, allora, in quanti ci hanno spiegato che sarebbe rimasta una cosa isolata, che non si sarebbe estesa? Non solo adesso siamo alla derogabilità del contratto, ma nell'ultimo incontro, il 5 ottobre la Fiat, ci hanno ricordato che se vogliamo sapere quale è il piano industriale (una delle stranezze di questa situazione è che non si sa quali, dove e quando saranno fatti i nuovo prodotti) prima dobbiamo firmare un accordo che permette loro di estendere Pomigliano in tutti gli altri stabilimenti. Anzi. Ci è stato detto che in alcuni casi, forse, potrebbe esserci la necessità di andare anche «oltre Pomigliano».Ecco, io credo che quando si teorizza che, «se si vogliono i diritti, non si vogliono le fabbriche», bisognerebbe ricordare a queste persone che in realtà noi siamo già in presenza di «fabbriche che non hanno più diritti». E bisognerebbe ricordar loro che il rischio concreto, se passa questo disegno, è che l'art. 1 della nostra Costituzione («l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro») è che noi siamo già di fronte al fatto che la nostra sia una repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro nelle fabbriche e nel paese.E allora noi diciamo: siamo un sindacato che vuol fare degli accordi, del resto è quello che facciamo sempre, è quello che facciamo ogni giorno in migliaia di fabbriche. Ma, se si vuole davvero far funzionare meglio le fabbriche, allora si riaprano le trattative e si mettano le lavoratrici e i lavoratori in condizione di poter votare, di poter decidere e di poter contrattare le proprie condizioni.Voglio rilanciare con forza quelle che sono le ragioni della nostra piattaforma, della nostra manifestazione, che è stata capace di mettere assieme tante persone diverse. Vedete, quando chi studia, chi è precario, chi lavora nel pubblico impiego, chi è metalmeccanico, chi è pensionato... trova di nuovo la possibilità di avere un terreno comune di azione che rimette al centro lavoro, diritti, un'idea di società finalmente diversa, più giusta, dove la giustizia sociale, l'eguaglianza, la solidarietà tornano ad essere elementi che unificano... io credo che questo patrimonio, è responsabilità di ognuno di noi di non farlo disperdere. Perché questa è la condizione per poter cambiare questo paese.Per rilanciare con forza l'idea che non dobbiamo aver paura delle parole: il nostro obiettivo, sì, è trasformare questa società ingiusta, che cancella la dignità di chi lavora. La vogliamo proprio cambiare, sì, e lo vogliamo fare a partire dalle fabbriche, dal lavoro, ridando una prospettiva ai giovani e dicendo soprattutto che «è possibile».Vogliamo una società senza corruzione, senza ladrocini, come quella che abbiamo invece di fronte.E allora... Se parliamo di diritti lo diciamo con chiarezza: vogliamo estendere i diritti a tutti, vogliamo l'estensione degli ammortizzatori sociali a tutti.Diciamolo: in tanti anni ci hanno raccontato che per dare i diritti ai giovani bisognava toglierli a quelli che già ce li hanno. Facciamogli una bella risata in faccia, a chi dice queste cose; diciamogli con molta chiarezza che per noi il problema dell'estensione dei diritti, dello statuto dei lavoratori, degli ammortizzatori sociali fino anche ad arrivare a cose nuove ­ a pensare anche a forme di «reddito di cittadinanza», che affrontano in modo diverso il problema di una prospettiva per i giovani ­ è il terreno su cui noi vogliamo lavorare.Vedete, tanti parlano, ma se le persone a volte si allontanano un po' dalla politica è perché sono stanchi di parole e bisogna essere coerenti, fare quello che si dice, provare a fare quello che si dice.E allora io trovo giusto battersi per un fisco più giusto, trovo necessario che i lavoratori dipendenti e i pensionati paghino meno tasse perché sono gli unici che le pagano anche per quelli che evadono. Però ci vuole un po' di coerenza. Non si può venirci a dire che quando il governo ha fatto lo scudo fiscale non se ne è accorto e poi fa finta di manifestare per chiedere la «riforma fiscale».Ci vuole una coerenza. E mi permetto di dire che questa teoria secondo cui «tutti devono pagare meno tasse», a me non convince tanto. Perchè non è mica vero.Io penso che bisogna dire con chiarezza che i lavoratori dipendenti e i pensionati devono pagare meno tasse; gli altri ne debbono pagare di più perché hanno evaso il fisco in questi anni. Sono quelli che hanno i servizi pubblici che noi.E vogliamo estendere i diritti anche ai tanti lavoratori immigrati. Vorrei ricordare che, al di là delle dispute nel centrodestra, noi stiamo ancora pagando la legge Bossi-Fini. Perché fanno finta di discutere tra loro. Ma poi, quando c'è da far pagare, quelli son sempre d'accordo a far pagare noi. Anche questo è un punto: l'estensione dei diritti di cittadinanza.Diciamo anche: il contratto nazionale. Vedete, si sono incontrati e in dieci righe hanno scritto che non c'è più il contratto nazionale di lavoro. Perché si può derogare. Sapete, quando si dice che si può derogare a un contratto, sia se c'è la crisi sia per fare investimenti, vuol dire che il contratto nazionale non c'è più. E questo determina una competizione selvaggia tra le imprese e tra i lavoratori.Dobbiamo dire con chiarezza che per noi l'unico contratto davvero è in vigore è quello del 2008, che è stato votato da tutti i lavoratori e che è stato firmato da tutti. Quello è l'unico contratto legittimo e noi lo difenderemo, fabbrica per fabbrica e nel paese, anche arrivando in tribunale, se necessario, per difendere i diritti e il contratto.Ma penso anche che noi dobbiamo dire di più. Vi faccio un esempio personale. Quando ho cominciato a lavorare, quando entravo in fabbrica, dal centralinista al progettista, sotto lo stesso tetto, tutti avevano lo stesso contratto e gli stessi diritti. Oggi se tu vai in un luogo di lavoro scopri che non è più così.Mentre chi comanda è sempre quello, noi siamo frantumati e divisi, Ci sono diversi contratti: le cooperative, l'appalto, il subappalto, il lavoratore precario. Noi abbiamo bisogno, alla luce anche di questa grande manifestazione, di dire con chiarezza che l'obiettivo di un sindacato degno di questo nome è riunificare i diritti in questo paese. E per fare questo, se c'è bisogno di pensare a qualcosa di nuovo, io credo ci sia bisogno non di meno contratti, non di questa storiella secondo cui ognuno si può contrattare nella sua fabbrica o nel suo territorio (se non c'è un contratto nazionale che fissa i diritti per tutti, la contrattazione è una contrattazione a perdere, fabbrica per fabbrica). C'è una novità da dire: bisognerebbe pensare a un contratto dell'industria, a uno dei servizi, un altro del pubblico impiego. Dobbiamo cioè pensare a come si riunificano i lavoratori.Tanti ci hanno chiesto: «perché nelle parole d'ordine avete parlato di legalità?» Ne abbiamo parlato perché basta vedere quello che è successo all'Aquila; perché, mentre questi raccontano che vogliono fare il ponte sullo stretto di Messina, nel frattempo fanno chiudere tutte le fabbriche che ci sono in Sicilia. Cosa dovrebbe trasportare quel ponte se le fabbriche non ci sono più? Perché, anziché sviluppare le energie alternative, si inventano di fare il nucleare. Perché in questo paese l'unico elemento che ormai c'è dappertutto, l’elemento di unità, è l'estensione dell'illegalità, ormai diventata un sistema.Noi lo vogliamo combattere con un nuovo modello e dobbiamo anche dire che in nome della legalità, per avere dei soldi da reinvestire, bisogna anche ritirare le truppe dall'Afghanistan. E un fatto di democrazia, è un fatto centrale.Ci sono altri due elementi.Noi vogliamo che il lavoro torni ad essere davvero interesse generale di questo paese e vogliamo che le persone possano realizzarsi nel lavoro che fanno.Ma per fare questo abbiamo bisogno di diritti e anche che sia possibile contrattare in fabbrica la loro condizione.E infine, vedo due elementi di fondo. La democrazia è attaccata ad ogni livello: quella dell'informazione, dei giornali, della magistratura. Ma anche nelle fabbriche. Vedete... Perché esistono gli «accordi separati»? Semplicemente per un fatto. Perché alle lavoratrici e ai lavoratori è impedito di poter votare e decidere sugli accordi che li riguardano. Per questa ragione, noi diciamo che serve una legge sulla democrazia, che dia questo diritto e sancisca che ogni accordo aziendale, nazionale, interconfederale, per essere valido, deve essere approvato dalla maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori.Non può più essere che, se i sindacati son d'accordo tra loro, allora non c’è problema. Questo deve essere un diritto delle lavoratrici e dei lavoratori, perché questa è la condizione per poter ripristinare l'unità.Vedete, l'unità sindacale è innanzitutto un diritto delle lavoratrici e dei lavoratori; la democrazia è la condizione per poterla rilanciare. E noi, da qui, lo proponiamo con forza: questa è la prima cosa da fare, questo è il primo terreno, se si vuole recuperare un elemento unitario.E infine ­ voglio davvero concludere su questo. Ci pensavo mentre ascoltavo anche i compagni di Pomigliano e di Melfi.Se oggi possiamo dire che è successa una cosa straordinaria, che c'è una novità in questo paese, che il lavoro è tornato al centro della discussione sociale e politica - lo dico sommessamente - non è semplicemente perché la Fiom ha detto «no» o la Cgil ha detto «no».No. E' successo qualcosa di più. Perché se non c'erano i lavoratori di Pomigliano che votavano «no» a quell'accordo, se non dicevano che i diritti non si scambiano con l'occupazione, se non c'erano i tre delegati di Melfi che, di fronte alla Fiat che gli dice «vi faccio lavorare, però non ti metto in fabbrica» (e loro gli hanno risposto che non si fanno pagare dalla Fiat, vogliono lavorare)... Se non c'era questo scatto di dignità non c'era questa manifestazione.Questo è l'elemento di novità che ci dà una speranza, che ci dà la forza, che ci dice che è possibile cambiare. Ma è proprio per questa ragione - e lo dico sommessamente - perché c'è questa piazza, perché c'è questa dignità, che noi abbiamo il dovere di continuare questa battaglia.E penso che sia assolutamente necessario che nel continuarla si arrivi alla proclamazione dello sciopero generale di tutti i lavoratori nel nostro paese. Perché la democrazia e un nuovo modello di sviluppo non si costruiscono se non c’è la capacità di cambiare. Questo elemento ci dà la forza. Grazie davvero a tutti. Viva la Fiom, viva la Cgil, viva i lavoratori!!Grazie a tutti.


A TUTTI VOI DICO....

A tutti quelli che ci vogliono vedere morti,
a tutti i gruppetti settari che non contano un cazzo
e che passano il tempo a parlare male di noi,
ai padroni che oltre al parlamento ci volevano fuori dalle piazze,
a Maroni che sperava in una nuova Genova,
a Sacconi che voleva un altro Carlo Giuliani,

a Bersani che..."mi si nota di più se vado o se non vado",
a Bonanni, Angeletti, Ichino...che vogliono un altro "patto sociale" per...
a tutti loro dico “andatevela a pija n der culo!”
In piazza un mare di bandiere rosse,
quella della Fiom e la falce martello del Prc e della FDS!ABBIAMO DATO PROVA DI UN GRANDE ORGOGLIO
E SAPPIAMO MOBILITARCI IN MASSA