giovedì 28 ottobre 2010

Federalismo fiscale, chi paga?

Il problema della pressione fiscale è molto avvertito nel nostro Paese, soprattutto per il peso eccessivo a carico dei lavoratori dipendenti e dei redditi più bassi. Sotto questo aspetto gli interventi recenti non hanno migliorato le cose, preoccupandosi di ridurre il numero degli scaglioni dell’Irpef nazionale, introdurre addizionali Irpef regionali e aumentare la tassazione indiretta, cioè sui consumi.
La riduzione a cinque degli scaglioni Irpef ha limitato la progressività della tassazione diretta, quella sui redditi, che pesa sui lavoratori dipendenti. Inoltre, le addizionali Irpef regionali, al contrario dell’Irpef nazionale, non rispettano per nulla il criterio di progressività. Ad esempio, nel Lazio l’aliquota addizionale è dell’1,4% per tutti i redditi. Anche in Veneto c’è una sola aliquota, ma è dello 0,9%. In Piemonte, invece, ci sono tre aliquote che però variano in modo non progressivo. Ad esempio, coloro che hanno un reddito inferiore a 15mila euro pagano lo 0,9%; l’aliquota passa all’1,3% con un reddito oltre 15mila euro e all’1,4% oltre i 22mila euro; ma sempre su tutto l’imponibile e non, come avviene a livello nazionale, solo sulla parte che eccede lo scaglione precedente. Il panorama delle addizionali è insomma una vera giungla, in cui ogni regione adotta criteri propri, aumentando la confusione - anche a causa dell’intricato ventaglio di deduzioni (18) detrazioni (39) ed esenzioni fiscali (46) - e la disparità di trattamento dei cittadini-contribuenti lungo lo stivale.
A tutto questo si è aggiunto l’aumento della pressione delle tasse indirette sui consumi, dall’Iva alle accise, ai pedaggi autostradali. Scegliere di aumentare le tasse indirette appare un buon escamotage per governi attenti al consenso, in quanto appaiono più “neutre” e sono meno evidenti agli occhi di chi le subisce rispetto alla tassazione diretta. C’è però un grave neo: non sono progressive cioè pesano ugualmente su tutti, su Montezemolo e su Cipputi, che, quando comprano un prodotto o un servizio, pagano la stessa tassa, pur avendo redditi molto differenti.
Il risultato di queste misure è una tassazione fortemente ingiusta dal punto di vista sociale, ed anche anticostituzionale. Infatti, la Costituzione all’articolo 53 afferma che le tasse devono essere progressive, devono aumentare all’aumentare del reddito.
In un quadro siffatto il dibattito recente ha portato molti a concludere che il federalismo potrebbe allentare la pressione fiscale e risolvere la carenza di servizi-infrastrutture in cui versa il nostro Paese, costringendo la classe politica a più efficienti allocazioni delle risorse. Ma sarà veramente così? O non si rischia di accentuare le inique tendenze della fiscalità degli ultimi anni?
Per appurarlo vediamo cosa prevede lo schema di Decreto legislativo in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario, approvato recentemente dal consiglio dei ministri (D.Lgs. 11/10/2010). In primo luogo, emergono i seguenti punti:
• Aumento delle tasse. Il decreto prevede la possibilità per le amministrazioni locali di aumentare ancora la tassazione diretta. Il tetto dell’addizionale regionale Irpef sarà dell’1,4% fino al 2013, del 2% dal 2014, e del 3% dal 2015 (art. 5, comma 1). A questo proposito è falso quanto riportato da alcuni giornali, secondo cui i primi due scaglioni di reddito sarebbero stati esentati dall’aumento. In realtà, sempre l’art. 5, al comma 2, dice che “la maggiorazione oltre lo 0,5 per cento non deve comportare aggravio, sino ai primi due scaglioni di reddito”. Se ne ricava che una maggiorazione entro lo 0,5% è prevista per tutti.[1]
• Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese. Mentre la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumenterà, è prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, la “tassa” pagata dalle aziende per la salute di chi lavora. Fra l’altro è falso che l’Irap non può essere ridotta se viene aumentata l’Irpef, perché all’articolo 4 comma 3 si dice solo che, in caso di riduzione dell’Irap, l’aumento dell’Irpef non può superare lo 0,5%. È da notare, infine, che l’Irap non è propriamente definibile una tassa. Rappresenta il vecchio contributo alla assistenza sanitaria dei lavoratori che nel 1997 venne inclusa, insieme ad altre voci, nell’Irap. Si tratta in pratica di una parte del salario, quella “indiretta”, pagata in servizi pubblici.
• Riduzione della progressività della tassazione. Col federalismo fiscale aumenterà l’importanza dell’Iva e delle altre imposte indirette, come l’accisa sulla benzina e la tassa automobilistica, perché queste dovranno compensare la soppressione dei trasferimenti dello Stato centrale alle regioni (articoli 14 e 15). Con l’Iva, ad esempio, si alimenterà il fondo perequativo per le spese regionali (art. 11, comma 5). Si viene così a creare un meccanismo che spingerà ad incrementare proprio la tassazione sui consumi, ovvero la tassazione per eccellenza non progressiva.

Quali saranno le conseguenze sociali del federalismo fiscale? Saranno gravi da almeno tre punti di vista:
• Aumenterà il gap tra salari e profitti. Negli ultimi venticinque anni l’8% della ricchezza nazionale si è spostato dai salari ai profitti[2]. Con il federalismo fiscale il divario si allargherà. Il salario diretto verrà decurtato con l’aumento del tetto dell’addizionale Irpef e quello indiretto con la riduzione dei servizi pagati con l’Irap. Nello stesso tempo i profitti, sgravati interamente o parzialmente dall’Irap, aumenteranno. Il divario si aggraverà - è bene precisarlo - anche al Centro-Nord, proprio perché le regioni con meno difficoltà di bilancio e con l’addizionale Irpef allo 0,9%, saranno maggiormente invogliate a favorire le imprese, tagliando l’Irap, e a compensarla, aumentando l’addizionale Irpef.
• Aumenterà il gap tra regioni del Sud e del Nord. Non solo in termini di divario nella qualità dei servizi e nella disponibilità di infrastrutture. C’è un altro aspetto che non è stato considerato: la riduzione e ancor di più l’abolizione dell’Irap faciliteranno l’attrazione degli investimenti. E, dal momento che solo le regioni con bilanci in attivo, cioè quelle più ricche del Nord, potranno farlo, il Sud subirà un’ulteriore riduzione dell’afflusso dei capitali e una accentuazione della fuga già consistente della produzione verso il Nord. Il Pil del Mezzogiorno, sceso nel 2009 al livello minimo dall’Unità d’Italia (23,2% sul totale nazionale)[3], rischia un ulteriore tracollo.
• La sanità pubblica sarà gravemente ridotta. Con il federalismo si potrà ridurre l’Irap solo se i conti sono in regola e/o in presenza di tagli massicci alla spesa, ovvero con la riduzione del servizio. Già oggi si stanno chiudendo reparti e interi ospedali, con il federalismo fiscale ci sarà una vera ecatombe. Molti territori di provincia saranno costretti a fare capo alle strutture sopravvissute lontane decine di chilometri, con tutto ciò che ne consegue. Molti lavoratori rimarranno senza assistenza, con il non trascurabile effetto che la sanità privata avrà più spazi.


Ci sarà, dunque, una spinta a diminuire le tasse alle imprese, che è il vero obiettivo del federalismo, ed è per questa ragione appoggiato da Confindustria. Di conseguenza, si compenserà il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento dell’addizionale Irpef e delle tasse sui consumi, anche perché il taglio dell’Irap è a carico esclusivo delle regioni (art.4, comma 2).

Il vero nodo della fiscalità italiana è la più alta evasione fiscale d’Europa, stimata in 100 miliardi di euro, ovvero il 7% del Pil, un dato superiore al deficit pubblico, che ammonta al 5,2%.
I maggiori responsabili dell’evasione sono gli industriali (32%), e l’incremento maggiore degli evasori nel 2010 si è registrato al Nord, in particolare nelle virtuose Lombardia (+10,1%) e Veneto (+9,2%)[4].
La questione fiscale è e diventerà sempre più importante nel nostro Paese e in generale nei Paesi più avanzati. Naturalmente è questione cruciale nella determinazione del salario reale complessivo, riguardando il salario indiretto ed il welfare, che è sotto attacco in tutta la Ue. E poi, con il permanere della crisi e la pressione dei mercati a ridurre deficit e debiti pubblici, la spinta ad aumentare le tasse rischia di essere sempre più forte. Quindi, decidere chi e in che misura deve pagare le tasse sarà decisivo.
Domeico Moro,
Economista, consulente Filmcams-Cgil.


[1] Bisogna, inoltre, considerare che, al di là dei primi due scaglioni Irpef, il cui limite massimo è stato abbassato dal governo Berlusconi da 29 a 28mila euro lordi, l’aumento colpisce molti lavoratori. Infatti, 28mila euro corrispondono a poco più di 1400 euro per 14 mensilità di un lavoratore single o a 1500 euro per un lavoratore con coniuge e un figlio a carico. Quindi, percepire importi di 1500 euro o di 1600 euro, non certo redditi da nababbi, comporta il ricadere in aumenti al di sopra dello 0,5%.
[2] L. Ellis – K. Smith, The global upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007. Vedi anche M. Ricci, Il declino degli stipendi, la Repubblica, 3 maggio 2008, e M. Mucchetti, “Torna il tema della redistribuzione”, Corriere della Sera, 24 agosto 2008.
[3] Per i dati storici vedi di Vittorio Daniele e Paolo Malanima, “Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)”, Rivista di politica economica anno XCII – serie III, marzo-aprile 2007 fascicolo III-IV, p.267-seguenti. Per il dato 2009 vedi il Sito web dell’Istat, Tabella allegata a Istat -Statistiche in breve, Principali aggregati dei conti economici regionali anno 2009, 28 settembre 2010.
[4] Sportello del contribuente (Contribuenti.it-Associazione contribuenti italiani), Rapporto del contribuente 2010.

martedì 26 ottobre 2010

Grande ambizione e piccole ambizioni

Può esistere politica, cioè storia in atto, senza ambizione? "L'ambizione" ha assunto un significato deteriore e spregevole per due ragioni principali:
1) perché è stata confusa l'ambizione (grande) con le piccole ambizioni;
2) perché l'ambizione ha troppo spesso condotto al più basso opportunismo, al tradimento dei vecchi principi e delle vecchie formazioni sociali che avevano dato all'ambizioso le condizioni per passare a servizio più lucrativo e di più pronto rendimento.
In fondo, anche questo motivo si può ridurre al primo: si tratta di piccole ambizioni, poiché hanno fretta e non vogliono aver da superare soverchie difficoltà o troppo grandi difficoltà, o correre troppo grandi pericoli.E' nel carattere di ogni capo di essere ambizioso, cioè di aspirare con ogni sua forza all'esercizio del potere statale. Un capo non ambizioso non è un capo, ed è un elemento pericoloso per i suoi seguaci: egli è un inetto o un vigliacco. (…) La grande ambizione, oltre che necessaria per la lotta, non è neanche spregevole moralmente, tutt'altro: tutto sta nel vedere se l'"ambizioso" si eleva dopo aver fatto il deserto intorno a sé, o se il suo elevarsi è condizionato consapevolmente dall'elevarsi di tutto uno strato sociale e se l'ambizioso vede appunto la propria elevazione come elemento dell'elevazione generale.Di solito, si vede la lotta delle piccole ambizioni (del proprio particulare) contro la grande ambizione (che è indissolubile dal bene collettivo).
Queste osservazioni sull'ambizione possono e devono essere collegate con altre sulla così detta demagogia. "Demagogia" vuol dire parecchie cose: nel senso deteriore, significa servirsi delle masse popolari, delle loro passioni sapientemente eccitate e nutrite, per i propri fini particolari, per le proprie piccole ambizioni (il parlamentarismo e l'elezionismo offrono un terreno propizio per questa forma particolare di demagogia, che culmina nel cesarismo e nel bonapartismo con i suoi regimi plebiscitari), ma se il capo non considera le masse umane come uno strumento servile, buono per raggiungere i propri scopi e poi da buttar via, ma tende a raggiungere fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico, se il capo svolge opera "costituente" costruttiva, allora si ha una "demagogia" superiore; le masse non possono non essere aiutate ad elevarsi attraverso l'elevarsi di singoli individui e di intieri strati "culturali".
Il "demagogo" deteriore pone se stesso come insostituibile, crea il deserto intorno a sé, sistematicamente schiaccia ed elimina i possibili concorrenti, vuole entrare in rapporto con le masse direttamente (plebiscito, grande oratoria, colpi di scena, apparato coreografico fantasmagorico) (…)
Il capo dalla grande ambizione, invece, tende a suscitare uno strato intermedio tra sé e la massa, a suscitare possibili "concorrenti" ed uguali, a elevare il livello di capacità delle masse, a creare elementi che possano sostituirlo nella funzione di capo. Egli pensa secondo gli interessi della massa, e questi vogliono che un apparato di conquista e di dominio non si sfasci per la morte o il venir meno del singolo capo, ripiombando la massa nel caos e nell'impotenza primitiva.
Se è vero che ogni partito è partito di una sola classe, il capo deve poggiare su di questa ed elaborarne uno stato maggiore e tutta una gerarchia; se il capo è di origine "carismatica", deve rinnegare la sua origine e lavorare a rendere organica la funzione della direzione, organica e coi caratteri della permanenza e continuità.
di Antonio Gramsci,
Liberazione 26 ottobre 2010

lunedì 25 ottobre 2010

Le bugie di Marchionne, le reticenze di Fazio

C’è voluta Luciana Littizzetto con l’efficacia della battuta comica, per ascoltare una domanda vera diretta a Sergio Marchionne, ieri sera a “Che tempo che fa” .
L’umorista torinese ha infatti chiesto esplicitamente che fine fa Termini Imerese e se davvero la chiusura dello stabilimento siciliano è l’assaggio di una Fiat che ormai se ne va all’estero e si “libera” del “peso Italia”. Peccato che Marchionne non fosse più presente e che quindi fosse libero, lui sì, di eludere la domanda. Molto soddisfatto, si suppone, delle domande che fino a qualche minuto prima gli aveva porto con garbo, in oltre venti minuti di intervista (un’enormità in televisione) il buon Fabio Fazio.
Eppure le domande giuste è lo stesso Marchionne a tirarsele dietro, grazie al suo stile diretto, franco, un po’ arrogante ma esplicito. Ecco cosa si poteva chiedere e Fazio si è ben guardato dal fare.
1. L’Italia, dice Marchionne, è al 118° posto della classifica sulla “Efficienza lavoratoriva” e al 48° nella graduatoria sulla competitività, redatta dal World Economic Forum. Ma quanto è attendibile questa classifica?

E, soprattutto, di chi è la colpa? L’Italia è la seconda industria manifatturiera del mondo per prodotto pro-capite e la quinta al mondo per produzione complessiva. Davvero è così scarsa in efficienza lavorativa?


La Ferrari e la Maserati del gruppo Fiat dove si collocano, non sono forse in Italia? E come fa a essere produttivo un gruppo che tiene uno stabilimento con oltre 5000 operai, Pomigliano, in cassa integrazione da quasi due anni, che ha già chiuso Termini Imerese e che utilizza la Cassa integrazione a singhiozzo anche per Mirafiori e Melfi? Non è un problema dell’azienda?


Ancora, i bilanci recentemente presentati da Fiat parlano di utili prodotti in particolare dalla macchine agricole (Cnh) e dai camion (Iveco). Non sono anche in Italia gli stabilimenti di queste due aziende?
2. Fazio ha voluto incentrare lo scontro su Pomigliano attorno alla questione delle pause che nell’accordo siglato a giugno vengono ridotte da 40 a 30 minuti. Lo stesso accadrà a Melfi dalla fine del 2011. Ma, come ha spiegato lo stesso Marchionne, «non è questo il punto».
In realtà, gli operai non sono contenti di questa soluzione ma è altrettanto chiaro che la stessa Fiom non intende alzare barricate su pause, 18 turni e straordinari.


Il punto è infatti un altro, solo che nell’intervista non è stato nemmeno toccato. Si è parlato di «diritti» difesi dal sindacato e «assolutamente non toccati» dall’azienda, come ha sottolineato l’ad Fiat. Ma si poteva tenere una copia dell‘accordo di Pomigliano sotto gli occhi e leggere il punto 15 denominato “Clausole integrative del contratto nazionale di lavoro”: "Le Parti convengono che le clausole del presente accordo integrano la regolamentazione dei contratti individuali di lavoro al cui interno sono da considerarsi correlate ed inscindibili, sicché la violazione da parte del singolo lavoratore di una di esse costituisce infrazione disciplinare di cui agli elenchi, secondo gradualità, degli articoli contrattuali relativi ai provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti per mancanze e comporta il venir meno dell’efficacia nei suoi confronti delle altre clausole". Alla clausola 14 inoltre si prevede «che il mancato rispetto degli impegni ivi assunti dalle organizzazioni sindacali e dalle Rsu (…) anche a livello di singoli componenti (…) libera l’azienda dagli obblighi derivanti dal presente accordo nonché da quelli derivanti dal Ccnl Metalmeccanici in materia di: contributi sindacali, permessi sindacali retribuiti, organi direttivi nazionali e provinciali». Insomma i diritti violati dall’accordo sono i diritti stabiliti dal contratto nazionale di lavoro, compreso il diritto ad ammalarsi violato al dispositivo n. 8. Ma di tutto questo Fazio non ha chiesto nulla.
3. Marchionne ha fatto una promessa in diretta tv: se mi date mano libera, cioè «se rendete le fabbriche governabili porto i salari italiani allo stesso livello di quelli europei», di Francia e Germania, in particolare di quest’ultima presa come riferimento obbligato.


Bene. In Germania i salari sono circa il doppio di quelli italiani – alla Volskswagen si oscilla tra i 2500 euro al mese e i 3000 e si lavora 32 ore la settimana; in Italia si oscilla, per 40 ore contrattuali tra i 1200 e i 1500 – come è possibile realizzare un simile obiettivo quando l’Accordo sul modello contrattuale siglato da Confindustria, Cisl e Uil, nel gennaio del 2009, riduce la possibilità di aumenti salariali al passo con l’inflazione? Solo con il secondo livello e gli aumenti di produttività? Ma se la Fiat quest’anno, unilateralmente, ha cancellato il premio di produttività. In quanti anni, decenni forse, è realizzabile quell’obiettivo?
4. Marchionne ha parlato di Melfi e dei tre operai licenziati perché, secondo l’azienda, bloccavano un carrello di trasporto dei pezzi di ricambio. «E’ anarchia non si può governare una fabbrica di migliaia di persone con gente così». Eppure quei tre operai sono ricorsi al giudice, che ha sentenziato l’illeggittimità del loro licenziamento e il loro reintegro in fabbrica (che la Fiat contesta con il ricorso in appello). Al fianco di quei tre operai la scorsa estate si è pronunciato addirittura il Capo dello Stato che, evidentemente, non ha giudicato «anarchico» il loro comportamento. Eppure Fazio non se n’è ricordato.
5. Marchionne ha annunciato che l’Italia per i bilanci è un peso (e abbiamo visto però il contributo che dall’Italia ricevono i conti della Fiat) e ha affermato con nettezza, senza alcuna obiezione, che comunque «il conto con lo Stato la Fiat l’ha ripagato e che non intende chiedere altri aiuti».


Due bugie senza alcuna contestazione. Quando sarebbe stato ripagato il conto? In che modo? Qualcuno può esibire un versamento, un’elargizione allo Stato, qualcos’altro?


Marchionne può forse vantare la creazione di migliaia di posti di lavoro? Nel 2000 gli addetti del gruppo erano circa 74 mila oggi superano di poco i 50 mila. Nel comparto Auto si è passati da 30 mila a 22 mila considerando ancora i dipendenti di Termini Imerese. Questo è il conto saldato? Quanto agli aiuti, non è un mistero che Fiat stia premendo per ottenere nuovi incentivi per l’auto a metano ovviamente con il pretesto dell’auto ecologica.


La Fiat negli ultimi due anni può vantare aiuti pubblici per circa 14 miliardi: 8 miliardi ricevuti da Obama per salvare la Chrysler, 2 dalla Russia, 2 dal Messico, 1 miliardo circa per lo stabilimento in Serbia, 1 miliardo per lo stabilimento polacco di Tychy e quello in Turchia. Più gli incentivi di cui ha beneficiato in Italia e soprattutto la cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga utilizzata a piene mani per far fronte alla crisi. Il debito con l’Italia è ancora del tutto aperto e con l’ipotesi di andare via, in realtà, la Fiat punta a non pagarlo mai.
6. Alla domanda se si prepara a scendere in politica, Marchionne ha risposto con non chalance che non ci pensa nemmeno, lui continuerà a fare «il metalmeccanico».


Senza polemizzare, si sarebbe potuto chiedere serenamente quanto guadagna «il metalmeccanico Marchionne». I dati sono stati resi pubblici dalla Fiat: nel 2009 il compenso ricevuto dall’amministratore delegato è stato di 4,78 milioni di euro, di cui 1,35 milioni a titolo di bonus. Il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo ha percepito, anche in forza della carica rivestita nella Ferrari, 5,17 milioni di euro. Un metalmeccanico vero guadagna circa 30 mila euro lordi e per guadagnare quello che Marchionne guadagna in un anno dovrebbe lavorare 160 anni. Si poteva concludere così l’intervista, senza retorica.


Salvatore Cannavò,


Il Fatto quotidiano


Come si guadagna da vivere un piddino che fa la morale ai NO TAV

Il dis-onorevole Esposito (PD) accusa cittadini della Valsusa di essersi arricchiti con la lotta al TAV e si chiede come vivono altri cittadini. Bene, vediamo un po’ come si guadagna il pane il dis-onorevole Esposito…..




Stefano Esposito, eletto nella circoscrizione Piemonte 1, in carica dal 29/04/2008 è stato assente in parlamento per ben 1300 votazioni elettroniche, vale il dire circa il 20% del totale.
Se si prendono in considerazione le 40 votazioni più importanti della legislatura sia per la rilevanza della materia trattata, sia per il valore politico del voto, scopriamo che il nostro onorevole è stato assente per ben 12 volte e la percentuale di assenze sale al 30%
In particolare era assente il 2 ottobre 2009 alla votazione sulla legge sullo “scudo fiscale”. Con questo voto è stato convertito in legge il decreto anticrisi 103 del 2009 con l'introduzione di alcune modifiche. Tra queste viene decisa l'estensione dello "scudo fiscale" anche ai reati tributari e alle violazioni contabili, compreso il falso in bilancio.
L'assenza al voto di 23 deputati del PD, che avrebbero potuto essere determinanti per bocciare il provvedimento, ha scatenato una lunga serie di polemiche. La dirigenza del PD aveva all’epoca minacciato provvedimenti contro gli assenteisti, ma poi non se n’è più saputo nulla. Ricordiamo che il dis-onorevole Esposito ha sempre richiesto e continua a richiedere a gran voce che venissero presi provvedimenti contro Sandro Plano e gli altri “sindaci ribelli”del PD valsusino, non allineati alle disposizioni del partito sulla vicenda TAV. Predica bene e razzola male!
Era assente anche il 10/07/2008 quando si votava per l’approvazione del “Lodo Alfano”, cioè le disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato.
Era assente il 13/10/2009 quando si votava sul decreto legge in materia di reati commessi per finalità di discriminazione o di odio fondati sull’orientamento sessuale, per la repressione delle discriminazioni per motivi razziali, di orientamento sessuale o di identità in genere.
Era assente l’8/01/2009 per la conversione in legge della riforma Gelmini dell’Università.
Era assente il 05/08/2009 quando si votava la legge su Sviluppo, Pubblica Amministrazione, Piano Casa, Scuola, Università.
E si potrebbe continuare…..
Insomma, il nostro dis-onorevole è spesso assente dal luogo di lavoro e lo è anche in occasione di votazioni importanti.
Naturalmente era presente il 21/09/2010 quando si è votato per l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura proposto dal deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori che affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.
E naturalmente in nostro DIS-onorevole Esposito ha votato contro insieme ad altri 497 deputati su 520 presenti!!!

E i lauti emolumenti scorrono ugualmente : 20.000 €. Mensili!
Presente o assente, non cambia nulla, guadagna in un mese quanto un operaio guadagna in un anno!!!
Comitato No Tav Susa-Mompantero

domenica 24 ottobre 2010

SOTTO IL VESTITO IL NULLA

Dato il clamore attorno al congresso fondativo di Sinistra Ecologia e Libertà (SEL), mi sono tolta lo sfizio di andarci, proprio oggi, quando erano previste, per le 11,30, le conclusioni di Vendola. Siccome la sala era gremita in ogni ordine di posti, come molti altri, ho ascoltato il discorso di chiusura dall'esterno. Poche riflessioni a caldo dunque.
Più che un discorso politico, Vendola ha svolto un'omelia. Io sarei per dargli il titolo di Sua Eccellenza. Una straordinaria abilità di suscitare applausi scroscianti (li stavo contando, poi, arrivata ad una trentina, ho perso il conto) abilmente tenendosi alla larga dal dare risposte stringenti sul che fare qui e ora. Una sola cosa s'è capita: Vendola vuole il ribaltone, un "governo di scopo", ma solo "tecnico", per fare una nuova legge elettorale e correr subito alle primarie e al voto
Un vero discorso da prete insomma, evocazioni letterarie a iosa, citazioni fiabesche, riferimenti strappacuore, Aldo Moro citato due volte a sottolineare la prossimità sua al conterraneo, una modulazione dei toni fatta apposta per suscitare l'applauso. Un discorso, insomma, letterario e astratto, una sequela di buone intenzioni. Reticenza totale riguardo all'evocato "nuovo modello sociale". Aperture a destra e a manca, ai lavoratori e alle imprese, ai cattolici e agli atei, e via parlando.
Un neo-buonismo di stampo veltroniano insomma. Ci mancava soltanto che interpolasse il famigerato: "ma anche". Mai una volta citata la parola socialismo. Mai una volta la parola anticapitalismo. mai una volta lotta di classe. mai una volta ha evocato la fuoriuscita dal capitalismo.

Ha citato sì la parola "radicale", ma solo per spiegare, con la scusa di "uscire dalla vocazione minoritaria", che non occorre esagerare con la radicalità. Il perché è facile da comprendere: Vendola si è gettato nella mischia, è entrato nel perimetro di gioco della casta e in barba alle sue tirate contro il politicismo, egli sottende una strategia politicistica della più bell'acqua. Vi dirò: qui non si respirava aria di opposizione, ma di governo.
L'ipotesi di Vendola, insomma, a me pare tutta interna al sistema politico, anzi, tutta interna ai giochetti della casta. S'è capito quando, ha insistito che non occorre affezionarsi troppo al neonato partito. Vendola ha fatto chiaramente capire che SEL è uno strumento provvisorio, un ponte verso una futura e ben più grande (e moderata) formazione politica, forse, una grande corrente in un nuovo PD (non sarà un caso che in occasione di questo passaggio delicatissimo la platea è restata freddina).
Non venire a dirmi che il vendolismo è una specie di "riformismo" post litteram. Se ho capito cos'era il "riformismo", esso consisteva nel tenere ferma l'alternativa socialista, postulando il passaggio per mezzo di riforme e dell'uso delle istituzioni. Nel suo attesissimo discorso conclusivo, come dicevo, Vendola mai ha evocato, nemmeno nella forma narrativa o letteraria che ama tanto, la necessità di andare oltre al capitalismo.
Cosa ha in testa Vendola? Non è chiaro fino in fondo. Tra le nebbie del suo copione, si sente la sua ambizione personale di vincere le primarie e diventare candidato primo ministro. Che Vendola sia pieno di sé, è infatti indubitabile. Una specie di controfigura di sinistra del Berlusconi-narciso.
Tant'è che ha concluso urlando che il princpio cardinale della nuova politica, pensate un po', è la "bellezza"! Si, proprio così, Vendola ha concluso la su omelia con un inno alla "bellezza". La bellezza salverà il mondo, mica la rivoluzione.
In tempi di populismo, in quanti lo dicono!, vincono la retorica e la demagogia. Vendola in questo è un vero maestro. Non prendetelo sottogamba.

di Anna De Paolis
giornalista freeland

Saviano il paladino

Per non farsi mancare nulla e leccare un pò di culi democratici il buon Saviano ieri sera non ha avuto nulla di meglio da dire che lui non vuole finire in un paese antidemocratico come Cuba od il Venezuela. Per strada si è perso Israele, La Colombia e L'Honduras; tanto per rimanere a luoghi in cui "democraticamente" si costruiscono muri, si fa la guerra e si fanno colpi di stato senza per scuotere la sua coscienza di indefesso difensore dei diritti di quelli vessati dalla camorra.
Ma si sa Saviano è sionista, non frequenta i barrios di Caracas e neanche si sforza di dare un'occhiata alle ragioni per le quali una nazione viene tenuta in ostaggio, dagli anni ‘50, con un blocco economico dal suo vicino di casa. Non parliamo poi della Colombia, un posto ameno dove si scoprono fosse comuni piene di oppositori, senza che nessuno dica niente. E dire che lì ne avrebbe di materiale per capire chi e cosa tiene legati i fili della sua camorra al traffico di droga che arriva qui da noi.
Ci sarebbe anche da dire qualcosa sulla democrazia da fabbrica alla Marchionne, su cui questi non spendono un nanosecondo della loro vita e delle loro considerazioni, ma lasciamo stare, il discorso diventerebbe troppo lungo.
Saviano è uno che lavora per Mondadori e fa programmi per Endemol, società del buon Berlusconi. E' uno dei tanti che continuano a mangiare nella greppia del "cattivo" padrone. Il suo spessore e la sua "morale" arrivano solo fin lì, ha qualche problema a rescindere il cordone ombelicale che lo lega al satrapo in persona. E perché mai, ci chiediamo, collabora con il nemico contribuendo ad arricchirlo? Misteri di una mente così raffinata che noi, poveri tapini ed irriducibili censori di questo sistema, non riusciamo a capire.
Ieri dall'altro "compagno" Santoro una parte degli italiani ha ascoltato quanto è duro dover combattere per farsi firmare contratti da star internazionale (ma poi che cazzo c'entrano Bono o Benigni con la mafia?) e non poter denunciare, narrandole, tutte le malefatte di questo sistema di ladri.
In effetti è un tipo d'informazione che non ha mai fatto nessuno o un tipo di battaglia a cui si è rinunciato da tempo. Il buon Peppino Impastato era nato nel periodo sbagliato e lui ci aveva rimesso solo la pelle continuando a stare pervicacemente nel paese di cui raccontava la "montagna di merda", da buon comunista. Questi per poterlo fare hanno bisogno della scorta e di pacchi di milioni.
A dare man forte a questo signore c'era la direttrice dell'Unità, la quale si è avventurata su un terreno scivoloso per giustificare il perché certi valori debbano essere riconosciuti. E si riferiva ai soldi, mica ad altro.
Ha detto "fare un certo mestiere mica è come dare il colore ad una staccionata" dando, in questo modo, il benservito a tutti quegli sfigati che al mattino presto riempiono il loro baracchino, prendono il tram e si trascorrono 10 ore del loro tempo nell'amata fabbrichetta o a costruire case per lor signori. In fondo se guadagnano poco è in ragione del loro scarso valore e questo il mercato lo riconosce molto bene.
E allora a questo club esclusivo di radical chic milionari da salotto va il mio lapidario VAFFANCULO.
Non è di voi e del vostro circo mediatico che ho bisogno per capire quanta merda c'è qui in Italia. Mi basta cercare un lavoro, oppure leggere i giornali facendo un presidio sotto un CIE pieno di gente povera e disperata perché senza futuro. Insomma, mi basta continuare a vivere. La differenza è che voi amate stare con il muso dentro quella greppia e quel cordone ombelicale non lo reciderete mai, perché in fondo se va bene a loro va molto bene anche a voi.
di Mario Paravano

da Astratti pensieri e mondo concreto

sabato 23 ottobre 2010

"Vendola? Bene i contenuti. Ma a sinistra ci vuole unità"

Intervista a Paolo Ferrero,
Segretario nazionale di Rifondazione Comunista
di Frida Nacinovich, Liberazione del 23/10/2010


Paolo Ferrero, che impressione ti ha fatto l'intervento di Vendola? Ti è piaciuto?Ho molto condiviso la descrizione della crisi italiana letta come crisi organica, di civiltà oltre che economica e sociale. Così come ho condiviso gli obiettivi di trasformazione che Vendola ha proposto. In particolare ho apprezzato la sua sottolineatura sul valore del lavoro, sulla necessità di rimettere al centro la dignità del lavoro. Sugli obiettivi di fondo siamo d'accordo.
Cosa invece non ti ha convinto?
Detta in una battuta non mi ha convinto la strada che implicitamente più che esplicitamente Vendola propone per realizzare quegli obiettivi.
Ma se Vendola vincesse le primarie....
Ascoltandolo sembra che una sua vittoria alle primarie significherebbe l'improvvisa possibilità di avere una maggioranza parlamentare tutta protesa a costruire l'alternativa in Italia: no alla guerra, acqua pubblica, piattaforma della Fiom sul lavoro...
Ma i partiti ci sono: dal Pd all'Idv, all'Udc. E c'è anche Confindustria.
Come si fa a realizzare quanto evocato da Vendola governando insieme al Pd o addirittura all'Udc? C'è un salto logico fra gli obiettivi enunciati - tutti condivisibili - e le pratiche per realizzarli. Faccio un esempio: il Pd non ha aderito alla manifestazione della Fiom anche se qualche dirigente c'era, l'Udc ne ha detto peste e corna. Dunque bravo Vendola quando parla con accenti positivi di lavoro, di diritti, ma poi, come realizzare questa politica con questo centrosinistra?
L'impressione è che Vendola non sia interessato ad unire quanto c'è alla sinistra del Pd. Dice che bisogna «confrontarci con tutti i soggetti del centrosinistra, anche con l'Idv, che dobbiamo parlare ai compagni della Federazione della sinistra, dobbiamo parlare a Grillo e ai grillini». Insomma, tutti insieme in un unico contenitore.
Neppure io ho sentito nella relazione di Vendola il tema dell'unità a sinistra. Si rivolge direttamente al centrosinistra, in particolar modo al Pd. Credo al contrario che la sinistra vada unita così che le cose indicate anche da Vendola, oltre a dirle, si riescano a fare. Per realizzare quegli obiettivi occorre fare una battaglia politica forte, organizzare una forte sinistra, ricostruire nel paese un movimento della trasformazione a base di massa. Per questo è un passaggio ineludibile proseguire la mobilitazione sociale e unire la sinistra a partire dai contenuti espressi dalla manifestazione dei metalmeccanici della Fiom del 16, per l'acqua pubblica, il no alla guerra in Afghanistan.
E con il Pd come la mettiamo?
Occorre unire tutta la sinistra, costruire un movimento di lotta e a partire da questo incalzare il Pd a partire dai contenuti. Occorre rafforzare il campo della sinistra per poter fare una battaglia politica efficace. Anche per questo sono rimasto deluso da non aver sentito una parola contro il bipolarismo, come se il bipolarismo non fosse stato utilizzato in questi anni da Confindustria per continuare a comandare qualsiasi fosse lo schieramento che governava. Come se il bipolarismo non fosse corresponsabile della deriva populista e plebiscitaria che ammorba la politica italiana oggi.
Vendola vuole cambiare il centrosinistra vincendo le primarie del centrosinistra, Ferrero vuole unire la sinistra. Sono progetti politici molto diversi. Inconciliabili?
Ripeto, grande consonanza sugli obiettivi ma certo si tratta di due progetti politici diversi. Io continuo però a pensare che la nostra gente ritenga necessaria l'unità della sinistra, di quella sinistra autonoma dai poteri forti del paese che invece hanno più di una superficie di contatto con il centrosinistra. Per questo penso dobbiamo continuare ad avanzare la nostra proposta di unità a sinistra, a partire dalle liste per le amministrative. Per noi la necessità dell'unità non è un optional ma un punto decisivo per cambiare il paese.
Nel suo intervento Vendola ha guardato anche giustamente alle esperienze positive che arrivano dall'America latina. Di Europa si è parlato poco.
Ho condiviso molto la valorizzazione delle esperienze latinoamericane. Certo sarebbe stato bene ascoltare qualche parola sul profilo delle socialdemocrazie nel continente. In Europa la battaglia non è solo contro le destre, ma anche contro un pensiero unico che unisce spesso e volentieri centrodestra e centrosinistra al momento di decidere sulle politiche concrete.

I GIORNI DELLE BARRICATE


La popolazione di Terzigno e dei comuni del Vesuviano è in rivolta, sostenuta dai suoi sindaci e dai consigli comunali. Dopo le mancate promesse di "bengodi" di Berlusconi, la spazzatura arriva prepotentemente sui camion verso una discarica nel Parco naturale del vulcano partenopeo. Il governo bolla la gente come "anarcoinsurrezionalisti" e manda contro loro addirittura i blindati.


Terzigno, Boscoreale, Boscotrecase, Ottaviano, ed ancora S. Giuseppe, tutto il territorio intorno al Vesuvio è interamente isolato. All'ingresso di Terzigno si fronteggiano agenti e cittadini, i secondi chiusi in un gazebo che blocca l'ingresso a mo' di barricata. E così per arrivare fin sù, alla discarica, occorre destreggiarsi su improbabili stradine secondarie tra alberi divelti e cumuli. Di rifiuti. I presìdi di cittadini sono ovunque. Come carabinieri, poliziotti, finanzieri. Sono arrivati più di 800 - dicono dal gazebo - e ne arriveranno altri, dopo le parole di Berlusconi. Nessuna tregua, neppure dopo l'ultima notte di scontri, di vera Intifada «con tanto di feriti, di cui - denunciano le mamme vesuviane - nessuno parla». «Hanno già isolato la zona, e tra un po' militarizzeranno tutto», avverte Enzo del movimento di difesa del territorio. E la conferma proviene dai blindati che spuntano dai vicoli, dalle ruspe, dalle decine di agenti schierati in tenuta antisommossa, dagli elicotteri che volteggiano in aria, bassi, che coprono con un rumore sordo ed inquietante le urla e le proteste degli abitanti. Ora i cittadini si riuniscono in sit-in improvvisati, e sono i ragazzi, moderni Masaniello, a bordo di grossi scooter a fare da spola tra un presidio e l'altro, per portare informazioni, per dare notizie su quel che accade altrove. Anche per decidere il da farsi. Le ultime dichiarazioni del premier tengono banco. «Lo scriva, lo scriva - sollecita la signora Anna - qui abbiamo votato tutti per lui. Ma non vediamo l'ora di andare a Roma a strappargli in faccia le tessere». Il primo a farlo, ieri in tarda serata, è stato proprio il sindaco Domenico Auricchio. «L'80% di Terzigno ha votato Centrodestra - dichiara candido - ora non sarà più così: costituiremo una lista del Popolo», urla dal primo pulpito improvvisato per la strada.C'è anche chi, il sindaco, non lo ama in particolar modo. «Pdl, Pd, destra, sinistra, qui si sono comportati tutti allo stesso modo. Hanno preso i soldi e sono scappati, altro che politica», sollecita Antonio. Ma è a Berlusconi che tutti vogliono dire qualcosa. Lo fa, a suo modo, Angelo: «La prego - spiega in un bell'accento partenopeo - mandi a dire a Berlusconi attraverso il suo giornale che per il prossimo compleanno noi non vediamo l'ora di fargli un bel regalo: con quei 14 milioni che ci ha promesso gli regaleremo un bel mazzo gigantesco di fiori... crisantemi possibilmente...». E Gianna, una giovane ragazza che studia all'Università, continua: «Li vogliamo dare anche alla Prestigiacomo e a Carfagna e a Bertolaso pure...». Dicono anche che il Super Commissario Bertolaso, ieri, abbia sorvolato in elicottero la zona, senza mai scendere, «chissà perché...» commenta sorniona la signora Assunta. Ha appena finito di parlare con il suo nipotino al cellulare: «Sa che mi ha detto mio nipote?» racconta, «"Nonna nonna - ha urlato - ma stai facendo la guerra?"». Ed io gli ho risposto: "Alfrè non ti preoccupare, va tutto bene, ma sì, tua nonna sta facendo la guerra"». Qui, d'altronde, l'unica richiesta fatta ai tanti media che assediano soprattutto la rotonda Panoramica da cui si sono susseguite nel corso di questi giorni le cariche e gli scontri è «che si dica la verità: noi - ripetono in tanti, uomini ma soprattutto donne, a telecamere e tv nazionali e non - non siamo camorristi». «Se lo fossimo - dice subito un'altra mamma - secondo lei avremmo questa puzza qui tutte le sere? Ma qui la camorra ci avrebbe costruito il paradiso, glielo dico io». Enzo, del movimento di difesa del territorio, spiega: «Tutti si concentrano su Terzigno e su Cava Vitiello ma sul Vesuvio ci sono ben 8 discariche, tutte illegali, dove si sversa tranquillamente e nessuno lo dice». La denuncia non cade nel vuoto. Così come la protesta che non si è mai fermata. E' quasi al tramonto, mentre si attende l'arrivo dell'ennesima colonna di autocompattatori. lontano una colonna di fumo fa intuire che qualcuno di questi ultimi ha preso già fuoco. E scrosciano gli applausi. A dare la loro solidarietà con tanto di bandiere bianche su cui inneggia un bel "no alla discarica" sono arrivati i cittadini di Chiaiano. E persino il popolo viola con un tam tam in Rete. Così, informa ancora Enzo, i No tav della Val di Susa hanno organizzato un presidio estemporaneo per «essere vicini alla lotta del popolo del Vesuvio». E, a sorpresa, subito circondato da decine di ragazzi si intravede anche Alex Zanotelli. «Il decreto attuato per queste zone - commenta ad alta voce - è assolutamente criminale. Con quello si legittimano 12 megadiscariche e 4 inceneritori nel parco del Vesuvio. Questo è il mio pensiero, spiega, e io sono qui proprio perché questi cittadini stanno difendendo non solo il loro territorio, ma la loro stessa vita». «Noi - aggiunge ancora qualcuno - non cederemo. Ci vogliono uccidere? - conclude - Non importa; tanto qui, se continua così, siamo già morti... ma, per piacere, dica a tutti, la prego, che qui nessuno è camorrista». Arriva la notte e scoppia la prima bomba. Una molotov?
di Castalda Musacchio, Liberazione

Liscia, gassata o «democratica»? A Bersani piace l'acqua industriale

LA PROPOSTA DI LEGGE: Acquedotto pubblico, ma gestione affidata alle società di capitale modello Acea. Ora il testo sarà discusso tra gli iscritti



La proposta del Partito democratico in materia di acqua mi sembra una buona base di discussione». Il plauso della Federutility a Pierluigi Bersani arriva subito dopo la presentazione della piattaforma del Pd sul servizio idrico integrato. Nulla di nuovo, in realtà, e non sorprende l'approvazione da parte dell'associazione che riunisce i colossi dell'acqua e dell'energia. Pubblico - secondo il Pd - deve rimanere solo l'acquedotto, ovvero le reti, mentre la gestione potrà, anzi, dovrà essere affidata a chi garantisce la gestione industriale. In altre parole alle società di capitale, soprattutto quelle miste pubblico private, sul modello Acea e Acqualatina.Il Partito democratico ha formalizzato l'idea di gestione dell'acqua - sponsorizzata dagli ecodem - con una proposta di legge che verrà discussa tra gli iscritti. Un testo in sedici articoli che in sostanza riporta la situazione a prima del decreto Ronchi, con qualche piccolo aggiustamento. L'articolo nove entra nel merito dell'affidamento del servizio. Tre le opzioni: società a capitale interamente pubblico, società mista publico privata e società interamente privata. Nulla di nuovo, in sostanza, rispetto al modello nato nel 1994 con la legge Galli.Anche sul tema delicato della tariffa la proposta del Pd ricalca la legge che per prima privatizzò il servizio idrico, mantenendo la remunerazione del capitale investito, ovvero quel profitto garantito per legge che i referendum del Forum vogliono abrogare. All'articolo 10 si legge che la tariffa sarà composta dai costi d'investimento, dai costi operativi e da una percentuale da stabilire di utile. L'unica novità riguarda la tutela del territorio e delle risorse idriche, con costo sempre a carico dei cittadini, attraverso le bollette. L'articolo 11 del testo tende a risolvere il problema dei gestori che non sono riusciti a creare le fognature. La questione era stata affrontata lo scorso anno dalla Consulta, che aveva stabilito come non fosse dovuto il pagamento della depurazione in quei territori senza fognature a norma. In altre parole se nella mia città ci sono fogne a cielo aperto, non ha senso pagare per un servizio inesistente. Il Pd ci mette una toppa: «La quota di tariffa riferita ai servizi di pubblica fognatura e di depurazione è dovuta dagli utenti anche nel caso in cui manchino impianti di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi». Il Pd, dunque, sposa in pieno il modello industriale, basato sulla gestione dell'acqua da parte delle ricchissime società multinazionali multiutility. Il modello Bersani cerca di attuire i lati più duri e spigolosi dell'ultraliberismo della legge Ronchi - che impone come unico modello la gestione privata - ma si oppone decisamente alla riforma radicale voluta da un milione e quattrocento mila cittadini. E' bene ricordare come il movimento per l'acqua pubblica - dove per pubblica si intende anche la gestione - sia cresciuto negli ultimi anni soprattutto grazie alle battaglie sul territorio contro il modello misto pubblico-privato che finora ha governato le risorse idriche. Oltre al caso eclatante di Acqualatina - dove Veolia controlla il 49% e dove siede nel cda uno dei tecnici del Pd in tema di acqua, Luigi Besson - ci sono le gestioni toscane, divise tra Acea, Suez e la stessa Veolia. La stessa situazione è presente in Calabria, con la Sorical, in Sicilia con Sicilacque (sempre Veolia), in Campania con la Gori (la romana Acea) e nel Lazio con la gestione in provincia di Frosinone e di Roma (Acea, posseduta per il 51% dal comune di Roma e oggi partecipata in buona parte dal gruppo Caltagirone). Nel nord domina l'emiliana Hera, oltre all'A2A, presente in Lombardia. Tutte società figlie di quella «gestione industriale» che tanto piace al Pd.


Andrea Palladino, Il Manifesto

venerdì 22 ottobre 2010

I TRENTA DENARI DI BONANNI E ANGELETTI

METALMECCANICI: Parte da novembre la contribuzione sindacale straordinaria.
Il Confronto delle Idee invita tutti i lavoratori a rifiutare un pagamento dal sapore di beffa.




Poveri operai metalmeccanici, cornuti e mazziati.
Prima si beccano il contratto separato tra Federmeccanica e i sindacati minoritari (FIM e UILM).
Poi si trovano fra capo e collo un nuovo accordo, sempre separato, che prevede delle deroghe al contratto di cui sopra, cancellando di fatto il contratto nazionale.
Infine viene negato, sempre da FIM e UILM, il diritto di discutere e votare quel che è stato deciso, senza delega alcuna, sulla loro pelle.
Potrebbe bastare, e invece no; l’accordo separato prevede che a pagare per la tripla fregatura debbano essere i lavoratori non iscritti a FIM e UILM, previa trattenuta di 30 euro in busta paga.
Perché le trattative costano fatica, e si sa che FIM e UILM hanno dovuto faticare parecchio per strappare a Federmeccanica quel bidone di accordo. Ma siccome Bonanni e Angeletti sono democratici, chi non volesse pagare l’obolo, dovrebbe riempire un modulo da consegnare al padrone rifiutando il contributo. Altrimenti vale la regola del silenzio-assenso.
Pensate ai lavoratori di Pomigliano che hanno votato contro il referendum truffa e adesso dovrebbero pagare 30 euro chi li vuole (sindacalmente morti). Poi dicono che due uova strapazzate sono una forma di violenza criminale.
Dopo la manifestazione del 16 ottobre, in molti hanno insistito per ricostruire l’unità sindacale. Ma dovrebbero anche dire come sia possibile ricostruire un percorso unitario con gli autori di queste politiche sindacali.
Facciamo un esempio: ieri la FIAT ha presentato i conti del terzo trimestre 2010 con un utile netto di 190 milioni di euro. Peccato che il fatturato del settore auto sia fortemente diminuito per il calo delle vendite di auto, come è caduta la quota di mercato della FIAT sia in Italia che in Europa.
Ma allora come riesce a fare utili Marchionne? Azzerando gli investimenti in Italia per l’anno in corso e per il prossimo, visto che i nuovi modelli previsti per il 2011 sono slittati al 2012. Tenendo in cassa integrazione un quarto dei dipendenti del gruppo, e nell’auto molti di più. Non pagando il premio di risultato ai lavoratori che corrisponde ad una mensilità per il 2008 e mezza per il 2009.
Così si fanno gli utili per Marchionne: con i soldi della cassa integrazione e con il premio di risultato dei lavoratori. Così si distribuiscono i dividendi agli azionisti e si paga il suo stipendio pari a 435 volte quello di un suo operaio.
Di fronte a questi dati un qualsiasi sindacalista avrebbe avanzato almeno qualche obiezione alla FIAT. Sapete invece quale è stato il commento del segretario della CISL Bonanni? “Sono dati positivi, dovremmo avere una abbondanza di dati come questi per capire che stiamo uscendo dalla crisi”. Forse lui pensa solo a uscire dalla crisi della CISL, magari mettendo le mani nelle tasche dei lavoratori a cui ha tolto diritti, poteri, salario e voto.

Loris Campetti, Il Manifesto