venerdì 5 novembre 2010

Ebbene sì, c'è del marcio in Italia

Non è il caso di parlare ancora della vita di Berlusconi, dei suoi gusti sessuali, delle sue battute da bettola di basso livello. E' il caso, però, di riflettere sul significato dell'accumularsi dei gossip, ciarlatanerie, sproloqui, mancanza di rispetto dei ruoli istituzionali e sbeffeggio delle regole che presiedono al civile funzionamento delle istituzioni.
Dopo il "caso Ruby" emerge, come una cloaca che rompe gli argini, un mondo "da operetta", da satrapi del bunga bunga, che si allarga da Villa Certosa a Palermo, da Villa S.Martino a Reggio Emilia, Roma e Parma. A questa visione miseranda di un poveruomo che per sentirsi "virile" ha bisogno di un codazzo di fanciulle piuttosto volgarotte, si aggiunge la dichiarazione giustificatoria: «meglio "porco" che gay»! Unanime lo sdegno di tutta la stampa estera e, ovviamente, qui da noi dei movimenti per i diritti civili. Le nostre indignazioni, però, lasciano il tempo che trovano se non siamo capaci di individuare la radice di tutto ciò.
Siamo, si dice spesso, in uno scenario da Basso Impero e, ovviamente, chi ha studiato un po' la storia non può non ricordare le descrizioni feroci dei potenti fatte da Svetonio nelle Vite dei Cesari.
Come la storia insegna, la mancanza di etica dei potenti è spesso insita nella loro visione politica, nel modo con cui hanno preso il potere e con cui l'hanno mantenuto. Mi disgustano gli organizzatori del "Family Day" che si dichiarano preoccupati per la presenza di Berlusconi alla Conferenza nazionale delle famiglie di lunedì prossimo. Non è sempre lo stesso Berlusconi?: quello che cancellò il falso in bilancio, che si impadronì con vari imbrogli di case editrici e televisioni, che assumeva come stalliere un rinomato mafioso, che abita in una villa comprata per quattro soldi attraverso i raggiri dell'avvocato Previti?
Ora esplodono i suoi "gusti sessuali" anzi, come ebbe a dire Veronica Lario, i suoi «problemi sessuali». Ma questi problemi (per i quali potrebbe curarsi) sono più gravi delle leggi ad personam, della distruzione della scuola pubblica, della disoccupazione dilagante, della delocalizzazione non contrastata, di una legislazione che sotto il nome di "contratti temporanei", "contratti a progetto" annulla ogni idea e progetto di futuro nei giovani di questo paese?
Se Berlusconi è stato votato da migliaia e migliaia di persone è anche perché dentro tutte/i noi c'è ben radicata una visione del maschio che va dall'ammirazione condiscendente del "latin lover" all'assoluta comprensione per "certe esigenze" maschili che, in fondo in fondo, non hanno mai fatto male a nessuno…
E' vero, come scrive Asor Rosa che è necessario uscire dal berlusconismo. Dobbiamo però ricordare che il berlusconismo ha messo radici profonde in un terreno poco, pochissimo lavorato dalla sinistra. L'organizzazione dei partiti, i loro dirigenti, i loro meccanismi non sono intrisi di maschilismo? E allora che fare?
Se Berlusconi è l'emblema grottesco del maschilismo italiota, la sinistra deve porre alla base del suo programma per la rinascita civile e morale del nostro paese il concetto dei valori. Il primo è quello della convivenza civile ricordato proprio ieri in un'intervista dal vescovo di Milano: «La convivenza civile è minata dalla ricerca del successo a tutti i costi, è manipolata per strapparne il consenso, è tradita quando non è aiutata a cercare il bene comune». La difesa dei "beni comuni" era una parola d'ordine del 16 ottobre! Bene comune è il riconoscimento e il rispetto della vita e dignità di ognuno/a. Bene comune è riconoscere il conflitto (non la guerra) di genere e il valore dell'autodeterminazione della donna. E' riconoscere che l'affettività e la sessualità hanno vari modi di espressione e di scelte. E' riconoscere che l'altro/a ha diritto, come te, a vivere una vita degna di essere vissuta. E' riconoscere che la salute l'istruzione, l'assistenza ai non autosufficienti sono valori fondanti dell'umana convivenza.
C'è del marcio in Italia ma non solo perché Berlusconi ha ecceduto nelle sue imprese da maschio latino. Il marcio è quello che costringe gli immigrati di Brescia a salire sulle gru, gli abitanti di Terzigno a fare le barricate, le donne a emigrare per la fecondazione assistita, i giovani a vivere senza un'idea di futuro.
Quando le femministe dicevano che il personale è politico si riferivano ai nessi che legano la vita privata alla politica. Ora questi nessi sono più visibili che mai. C'è bisogno di una nuova etica, sì, che abbia al centro la vita, le vite; la vivibilità di tutte e tutti.
Anita Sonego, Liberazione 05.11.2010

Il mercato, ovvero come un'azienda competitiva finisce in mano agli squali

L’Industria dolciaria Piselli nasce a Perugia nel 1946, per il territorio non si tratta di un’azienda qualsiasi, sia in città che nella provincia la colazione di ogni perugino è targata Piselli. E’ l’azienda leader del settore dolciario, con circa 300 dipendenti, il punto di riferimento sia per il consumatore che per le altre aziende concorrenti.

Non ci troviamo davanti alla succursale di una grande multinazionale, ma ad un’azienda unica nel settore che ha sviluppato la cultura dell’artigianato della pasticceria che si trova nel forno di quartiere moltiplicandola e portandola alle dimensioni di un’industria. Ma non solo, negli anni novanta ha cercato il lancio nel mercato della grande distribuzione con i prodotti secchi e lievitati, lavorando anche per grandi marchi nazionali, introducendo quindi il vero e proprio lavoro industriale all’interno del processo produttivo.
Proprio per le caratteristiche così particolari dell’azienda l’operaio Piselli diventa un operaio atipico: vive la dimensione del lavoro artigianale nella piccola azienda di famiglia anche lavorando in un grande industria con un fatturato che si aggira intorno ai quaranta milioni di euro annui. Oggi l’azienda vive il momento più difficile della sua storia, con trattative di vendita, minacce di tagli e delocalizzazioni, ma questa crisi, soprattutto per gli operai, non è arrivata tutta insieme. Già nel 2005 è partito il trasferimento degli impianti a circa 40 km di distanza dal vecchio stabilimento, lo spostamento ha portato a disagi pratici ed economici, da una parte un aumento delle ore dedicate al lavoro durante la singola giornata, dall’altra, visto che non sono stati concessi né rimborsi chilometrici né incentivi economici, è come se avessero sottratto in media cento euro dalla busta paga di ogni dipendente, abbattendone bruscamente il potere d’acquisto. Non solo, per far fronte alla politica espansionista dell’azienda nel mercato della grande distribuzione, agli operaio sono state richieste in media trenta ore di straordinari mensili, festivi e notturni compresi fino a portare a circa cinquanta i giorni di ferie arretrati per persona. Nonostante la crisi, quindi, la fabbrica fino a ieri funzionava a piena produzione, tanto che fino al primo semestre del 2010 sono continuate le assunzioni di nuovi dipendenti. La situazione atipica è proprio questa, da una parte una massiccia produzione, con sacrifici richiesti ad ogni singolo operaio, dall’altra i primi scricchiolii cominciati circa un paio d’anni fa, con stipendi arretrati e Natali arrivati a marzo. Fino ad arrivare alla situazione odierna, la proprietà deve cedere l’azienda, per far fronte ai debiti contratti durante il trasferimento e l’espansione degli stabilimenti, ma l’unico compratore che si è fatto avanti per il momento propone la dismissione del settore pasticceria e la diminuzione del 40 percento della produzione del settore industriale, con pari taglio dei dipendenti, escludendo dal conto i dipendenti interinali e gli apprendisti, come se si trattasse solo di numeri su carta, e non di persone che hanno tutto il diritto alla loro dignità di lavoratori. Questo conferma ancora una volta che la libera concorrenza non è competizione, perché la competizione premia la qualità, la libera concorrenza, invece, il prezzo più basso, ne è riprova il fatto che gli imprenditori che hanno fatto la storia industriale delle città (come Piselli) lasciano agli squali. Squali che ben lontani dal voler incentivare il lavoro, quando funziona come in questo caso, arrivano per comprare e smembrare quello che c’è, dopo anni in cui si era parlato solo di “datori di lavoro”, oggi con questi atteggiamenti torna a circolare la parola “padroni” che ci fa ricordare chi all’interno dei luoghi di lavoro ha il coltello dalla parte del manico e di sicuro non è disposto a dividere con i dipendenti il costo della concorrenza. Intanto i lavoratori della Piselli si stanno organizzando, venerdì 15 ottobre l’azienda si è fermata per 24 ore per uno sciopero generale, che è stato ripetuto il 19 ottobre con un presidio sotto la Confindustria durante un incontro tra gli acquirenti e i rappresentanti dei lavoratori. La crisi che sta investendo Piselli non può non avere ripercussioni sulla città intera: 150 famiglie rischiano di rimanere senza sostentamento, vista anche l’alta presenza di interi nuclei familiari tra i dipendenti. A questo punto è evidente chi paga la crisi e chi no, chi va in rovina e chi addirittura ci guadagna anche sulle disgrazie altrui, non ci si meravigli, pertanto, se il livello di scontrosi innalza, se le azioni dei lavoratori si faranno più convinte.

da www.umbrialeft.it

giovedì 4 novembre 2010

Forza Nuova no!

La deriva del Sansonetti pensiero.

La libertà di pensiero è un valore assoluto. Non c’è bisogno di citare Voltaire: ognuno è libero di pensare ciò che vuole, di cambiare opinione, di difendere le sue idee.
A Piero Sansonetti, però, forse è sfuggita la situazione di mano: venerdì, infatti, parteciperà ad un incontro con il neo-fascista Roberto Fiore. Il già direttore di Liberazione nel periodo Bertinottiano, nonché ex con-direttore dell’Unità, quindi sfortunato direttore del quotidiano “Gli altri” (adesso è un settimanale), ora direttore di Calabria Ora – con annesso licenziamento del giornalista sotto scorta Lucio Musolino – ci ha riservato prese di posizione stupefacenti.
Non solo la recente “solidarietà” in diretta televisiva a un abbronzatissimo Masi per il “Vaffanbicchiere” di Santoro. Piuttosto lo scorso anno, il giornalista si schierò a favore di un corteo di Forza Nuova a Roma. In contrapposizione con gli intellettuali Alberto Asor Rosa e Margherita Hack – che avevano lanciato un appello affinchè una manifestazione dei neo-fascisti venisse vietata -, Sansonetti si disse a favore della libertà di espressione: “Questi di Forza Nuova non è che li conosco più di tanto – dichiarò in un’intervista al Giornale – Per quel che ne so mi sembrano un po’ rozzi e con delle venature naziste… Insomma, quanto di più lontano dalle mie idee io possa immaginare. Ma non cambia nulla. Se non sconfinano nella violenza, hanno diritto di manifestare come chiunque altro”.
Per questa posizione, probabilmente non condivisa da molti ma legittima, Sansonetti subì di lì a poco una contestazione a Roma, durante il compleanno del primo anno de Gli Altri al quale presidiò come ospite d’onore Renata Polverini.
Venerdì però, il diretto di Calabria Ora fa un passo avanti. Incontrerà al Milano, Roberto Fiore, già leader neofascista condannato per banda armata e associazione sovversiva e ora leader indiscusso del movimento di estrema destra. Non solo: l’incontro “Perchè sono antifascista, perchè noi no” si svolgerà a “Presidio Milano” centro di aggregazioni “multi-funzionale” dei neri (compresa biblioteca dedicata a Nico Azzi, terrorista milanese di Ordine Nuovo oggi scomparso).
La libertà di espressione, ripetiamo, è un valore assoluto. Ma può essere il covo dei fascisti il luogo idoneo per rivendicare il proprio antifascismo? Credo che davvero pochi antifascisti e democratici possano pensare questo.
Cortese Sansonetti, lei è ancora in tempo per non farsi strumentalizzare inutilmente, e per ripensarci.

Il ricatto di Marchionne si generalizza. A spese del contribuente

Oggi pomeriggio, presso il Ministero del Lavoro, cioè in casa dell'amico Sacconi, l'amministratore delegato della Fiat ha iniziato a violare addirittura l'accordo separato su Pomigliano, scritto da lui stesso e fatto approvare solo cinque mesi fa con il famigerato referendum-ricatto.

Marchionne è un uomo esigente, pretende serietà, parole chiare e impegni precisi. E chi sgarra, chi non rispetta i patti, deve subire le sanzioni. Beninteso, questo mister Marchionne lo pretende dagli altri, dai suoi dipendenti anzitutto, perché per quanto riguarda lui, vabbè, è tutta un'altra storia.E così, oggi pomeriggio, presso il Ministero del Lavoro, cioè in casa dell'amico Sacconi, l'amministratore delegato della Fiat ha iniziato a violare addirittura l'accordo separato su Pomigliano, scritto da lui stesso e fatto approvare solo cinque mesi fa con il famigerato referendum-ricatto. Infatti, quell'accordo diceva chiaro e tondo che l'azienda avrebbe richiesto la cassa integrazione guadagni straordinaria "per ristrutturazione per due anni dall'avvio degli investimenti".Invece no, tutta carta straccia, e oggi Marchionne, peraltro in assenza di ogni garanzia sugli investimenti, ha chiesto e ottenuto la cassa integrazione in deroga per otto mesi per 4.812 lavoratori degli stabilimenti di Pomigliano e Nola. Il Ministro ha dato la sua benedizione e Fim, Uilm, Fismic e Ugl hanno firmato senza battere ciglio di fronte alla cestinazione del punto 9 dell'accordo separato di Pomigliano.
Ma che bravi! Marchionne cambia le carte in tavola quando e come gli pare e tutto va benissimo, ma se ci dovesse provare un lavoratore, allora sarebbero guai. Infatti, secondo la "clausola di responsabilità", introdotta dall'accordo separato di Pomigliano - e poi generalizzata dall'accordo separato sulle deroghe al contratto nazionale -, se un operaio non rispetta uno qualsiasi degli impegni fissati nel contratto in deroga, tipo fa lo sciopero degli straordinari, può essere punito immediatamente dall'azienda, visto che il contratto è "un insieme integrato, sicché tutte le sue clausole sono correlate e inscindibili tra di loro" (punto 14).Comunque, non divaghiamo, perché l'odierna mossa di sostituire la Cig "straordinaria" con quella "in deroga" nasconde qualcosa di più grave. Infatti, il quadro già di per sé fumoso per il futuro dei lavoratori di Pomigliano, checché ne dicessero i numerosi cortigiani di Marchionne, è ora ancora più incerto.
In primo luogo, perché la cassa "straordinaria" in caso di ristrutturazione viene concessa fino a due anni, cioè il periodo minimo prospettato dalla Fiat per la ripresa produttiva nello stabilimento di Pomigliano, mentre quella "in deroga" concessa oggi dura soltanto otto mesi.In secondo luogo, perché quella "straordinaria" presuppone una continuità degli assetti proprietari, mentre quella "in deroga" no.In altre parole, gli otto mesi rappresentano semplicemente i tempi necessari per passare la proprietà della fabbrica a una newco, cioè una nuova società, la Fabbrica Italia Pomigliano, il cui amministratore delegato si chiama sempre Marchionne.E i quasi 5mila dipendenti dalla Fiat di Pomigliano che vengono messi in cassa in deroga? Ebbene,
questo oggi non si è detto. Anzi, è proprio l'incertezza sull'occupazione il motivo principale per cui la Fiom non ha (giustamente) firmato l'odierno accordo. Ma tecnicamente le cose stanno più o meno così: alla fine degli otto mesi ci sono soltanto due opzioni, la disoccupazione o l'assunzione da parte della nuova società, con un nuovo contratto, cioè quello di Marchionne e Bonanni.A proposito, questi otto mesi li pagano integralmente i bilanci pubblici: il 70% lo Stato e il 30% la Regione Campania. La Fiat non ci mette nulla, nemmeno quel "contributo addizionale" che le aziende devono invece sborsare in caso di Cig "straordinaria".Insomma, siamo al ricatto istituzionalizzato, a spese del contribuente. O accetti le mie condizioni senza fiatare oppure ti licenzio; cioè non ti riassumo. Comunque, quello che colpisce e disturba di più non è l'arroganza e il doppiopesismo di Marchionne, ma la facilità con cui trova complicità non soltanto nel Governo, ma anche nel mondo sindacale e in pezzi dell'opposizione.
Oggi Marchionne, Sacconi e Bonanni hanno risposto a modo loro alla grande mobilitazione del 16 ottobre scorso. Una risposta che assomiglia a una dichiarazione di guerra. Sta a noi, a quanti e quante quel giorno eravamo a Roma, riprendere il nostro cammino.

Luciano Muhlbauer

mercoledì 3 novembre 2010

MARCHIONNE Quel che avreste voluto sapere su Pomigliano

Do you remenber Pomigliano? Sì, Pomigliano, quella fabbrica sotto il Vesuvio da dove da due anni non escono automobili, mentre tra poco rischiano di uscire operai a mazzi? Datemi l'anima, il diritto di sciopero e la mezz'ora di mensa, rinunciate alle pause, evitate d'ammalarvi e io vi darò un futuro. Vi darò la Panda strappata ad altri disgraziati, lassù in Polonia, a cui darò in cambio la Ypsilon strappata a quelli di Termini Imerese. Era solo uno scherzo quello di Sergio Marchionne, anzi una gigantesca presa per il culo. Chiudo e riapro con un altro nome, aveva detto, così prenderò solo yes-men, anzi yes-workers. Farò investimenti a raffica, darò il sidol ai cancelli della fabbrica e il miracolo si realizzerà, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno.Di miracoli non se ne vedono e si sente puzza di cimitero. Marchionne fa sapere che per ora di Pomigliano se ne fa niente. Anzi, non investendo uno solo dei 700 milioni di euro previsti dall'accordo-bidone, invece della cassa integrazione speciale chiederà la cassa in deroga, anticamera della mobilità e dunque della cancellazione dei posti di lavoro. E ha un vantaggio, questo ammortizzatore sociale: lo paga tutto la collettività, la Fiat non ci mette un euro. Dixit Marchionne, quello che non prende una lira dallo stato. Che bella idea, dicono Fim, Uilm e Fismic, così si salva Pomigliano. E per salvare Mirafiori siamo pronti a firmare lo stesso accordo-bidone di Pomigliano.L'uomo simbolo dell'industria italiana, che dà l'esempio e il là a tutto il padronato, sta mandando a rotoli la nostra prima multinazionale. Lo dicono i dati dei mercati. La Fiat va a picco perché non ha modelli nuovi, non investe sul futuro ma continua a raccontarci che per colpa della Fiom potrebbe essere costretta a lasciare l'Italia. Ognuno fa il suo mestiere, più o meno bene. Marchionne fa il suo e per questo è pagato come 435 operai di Pomigliano. Lo fa cercando di cancellare la dignità di chi lavora. Quel che sconforta è che in tanti in politica e nei sindacati continuino a credergli, o fingano di farlo. La Fiat non vende perché non ha macchine da vendere, crolla del 40% in Italia, la sua quota si assottiglia da mesi in casa e in Europa e tutti dibattono sul fatto che tre operai di Melfi avrebbero bloccato un carrello durante uno sciopero macchiandosi così del reato di sabotaggio. Non c'è più morale, contessa. Ma se a sabotare la produzione è proprio Marchionne, con le sue previsioni sbagliate, con i ritardi sul rinnovo (magari in una direzione un po' più ecocompatibile) del parco auto messo sul mercato... A proposito dei tre operai Fiom licenziati, a cui per la giustizia dev'essere restituito salario e lavoro mentre la Fiat ha restituito solo il salario: forse già oggi un giudice d'appello di Melfi emetterà un nuovo verdetto. Tutti quelli che l'hanno preceduto, a Melfi come a Torino, hanno già condannato la Fiat per antisindacalità.Domani il ministro più lungamente atteso, meno amato dal Quirinale e già a libro paga di Berlusconi, Paolo Romani, incontrerà Marchionne. Tra i due soggetti - padrone e governo - non si sa chi sia più colpevole. Si sa solo che tutta la colpa della crisi è della Fiom. E della rigidità operaia.
Loris Campetti, Il Manifesto

martedì 2 novembre 2010

Il regime dei padroni da Berlusconi a Marchionne

Esce in questi giorni in libreria “Il regime dei padroni, da Berlusconi a Marchionne” di Giorgio Cremaschi. Con questo suo nuovo libro il sindacalista della Fiom affronta temi che sono di ancor più stringente attualità, dopo le polemiche sulla recente intervista televisiva di Sergio Marchionne e le grandi controversie della vicenda Fiat. Cremaschi colloca la vicenda di Pomigliano e il conflitto in corso alla Fiat nel quadro della progressiva crisi della democrazia italiana. L’autore ripercorre le principali vicende sociali e politiche degli ultimi trent'anni dal punto di vista del mondo del lavoro, inquadrando la situazione attuale nelle sue radici storiche, a partire dalla marcia dei quarantamila. Lo sbocco finale di questa crisi, secondo Cremaschi, è un regime aziendalistico fondato sul dominio assoluto dei valori dell'impresa e del mercato, che cancella non solo la costituzione materiale, ma anche quella formale del nostro paese. Così l'Italia viene descritta come un paese nel quale gli effetti negativi della globalizzazione sono accentuati da una crisi politica che viene da più lontano. In Italia, oramai, vengono messe in discussione conquiste sociali, civili e democratiche che traggono origine dalla sconfitta del fascismo. Con questo suo terzo libro, dopo Liberismo o libertà e Il salario è un furto, Giorgio Cremaschi, intrecciando analisi dei fatti, ironia e indignazione, entra direttamente in quella che è stata definita la crisi della seconda Repubblica.

IL RIFORMISMO DELLA MISERIA
di Giorgio Cremaschi
(stralci da "Il riformismo della miseria", sesto capitolo dell'ultimo libro di Giorgio Cremaschi "Il regime dei padroni" (Editori Riuniti, pp.220, euro 15,00)
Oggi riformismo è diventato sinonimo di trasformismo. Cioè di quel fenomeno politico di fine Ottocento, definito dal poeta Giosuè Carducci come: “La sinistra che si fa destra senza essere più sinistra e senza essere vera destra”. Oggi la ripresa del progresso sociale e civile può essere guidata solo da una cultura conflittuale. Anche per ottenere piccoli cambiamenti bisogna costruire conflitti che rompono le compatibilità del potere. Non si può più essere riformisti, ma modernamente e democraticamente rivoluzionari.


Tina: There Is No Alternative. Non c'è alcuna alternativa. L'acronimo della globalizzazione è questo.
Il primo che l'ha adoperato nella polemica politica quotidiana è stato il primo ministro britannico, signora Margareth Thatcher, nelle sue guerre degli anni Ottanta contro i minatori e contro tutte le conquiste sociali del suo paese. Non c'è alternativa: le scelte del mercato hanno la stessa oggettività della natura, sono eventi naturali. Che poi l'ideologia della naturalità del mercato sia professata da parte di chi sta distruggendo gli equilibri dell'ambiente e della vita sul pianeta, è solo il segno che, chi pensa così, in realtà pone il mercato al di sopra di tutto. Per i fanatici del Tina il mercato è la prima natura. La natura vera, quella che ci circonda, viene dopo e può essere manipolata a piacere. L'aria, l'acqua, la terra e la vita possono essere sfruttate e devastate, perché gli unici limiti realmente intoccabili sono quelli del profitto. Il delirio d'onnipotenza che si manifesta dietro la sindrome del Tina è mal simulato dalla oggettività di cui si circonda. Evidentemente un potere che si legittima dando forza di natura alle proprie scelte, si sente insindacabile. Può essere solo rovesciato, come i sovrani assoluti francesi, che erano figure sacre, addirittura dotate di capacità taumaturgiche. Ai sovrani francesi l'autorità veniva direttamente da Dio; ai potenti della globalizzazione viene direttamente dal mercato. La svolta politica liberista dei governi ha così prodotto, come effetto collaterale, la distruzione del prodotto più tipico della cultura politica europea: il riformismo.
Ma com'è possibile affermare che il riformismo sia stato distrutto dalla globalizzazione, se oggi la maggior parte delle forze politiche di destra e di sinistra usano questo termine per autodefinirsi?
Sono riformisti i sindacalisti e i governanti, gli scienziati e i teologi, gli imprenditori e gli operai. Il riformismo pare abbracciare tutto e tutti, definisce il perimetro che chiude il campo della politica reale; perimetro oltre il quale veleggiano solo le utopie. (...)
Nella storia europea il riformismo è sempre stato la cultura politica e sociale della crescita equilibrata, senza avventure rivoluzionarie. Soprattutto dopo la sconfitta del fascismo è stato l'alternativa vincente rispetto al comunismo, che aveva conquistato l'Europa orientale. Il riformismo mostrava che potevano crescere i diritti sociali e il benessere, poteva affermarsi un certo livello di eguaglianza sociale, anche senza mettere in discussione la democrazia, come invece si faceva a Oriente. Il cambiamento graduale, l'equa ripartizione della ricchezza senza danneggiare davvero nessun ceto sociale, lo sviluppo che includeva sempre più persone nella cittadinanza: tutto pareva destinato a continuare. (...)
Quando invece il riformismo ha preteso di definirsi come tale, proprio allora il progresso graduale si è arrestato e le società europee hanno cominciato a regredire. Così il riformismo ha trovato la sua precisa collocazione. Non era più lo strumento per disciplinare la crescita economica e l'eguaglianza sociale senza avventure rivoluzionarie, ma quello per governare la ritirata dalle conquiste sociali e civili di un secolo. Se non ci sono alternative al domino del mercato globalizzato, compito del riformismo è di educare ad accettare le perdite, trasformandole in rinunce condivise. Riformismo diventa così una parola malata, secondo il giudizio dell'ex segretario della Cgil Sergio Cofferati. Una parola che serve semplicemente a sorreggere le ragioni del potere. Sono tutti riformisti, perché nessuno lo è davvero più. (...)
Il compromesso riformista prevedeva che il pubblico guadagnasse spazi e arrivasse anche a rilevare importanti settori del sistema industriale e del sistema bancario. Tutto, però, senza intaccare gli affari e i poteri fondamentali della casta economica che guidava le imprese private. In ogni caso anche questo compromesso venne messo in discussione a partire dagli anni Ottanta e da allora la parola riforme ha cambiato il suo significato sociale. Oggi i lavoratori, quando sentono parlare di riforme, subito hanno un brivido e mettono la mano per tenere fermo il portafogli. Essi sanno perfettamente che le riforme cui si allude li riguardano. Di riforme strutturali oggi parlano il Fondo monetario internazionale, la presidenza della Banca europea, le agenzie di rating che danno i voti sull'affidabilità speculativa delle aziende così come degli stati, la Confindustria e il sistema delle imprese.
Se un'economia non va bene, vuol dire che ha bisogno di riforme strutturali. Che nella sostanza sono il riavvolgimento all'indietro del film del progresso sociale. Le riforme di oggi sono semplicemente controriforme. Dove c'era il pubblico, si torna al privato; dove la gestione politica, i poteri del mercato; dove il servizio sociale, il profitto; dove c'era l'uguaglianza, la frantumazione, per favorire la competizione tra le persone. (...)
Oggi si usa la parola riforma proprio per distruggere le riforme sociali realizzate nel secolo scorso.
Quelle riforme in molti casi estendevano a tutti i cittadini diritti e conquiste sociali che i lavoratori avevano raggiunto per se stessi. I risultati privati dei lavoratori diventavano diritti pubblici. Le mutue diventavano sistema sanitario nazionale, le pensioni diventavano un sistema pubblico per tutti, il controllo sindacale sul mercato del lavoro diventava pubblico collocamento e così via. (...)
Quando il lavoro estendeva le sue conquiste, miglioravano i diritti di tutti; quando l'impresa impone alla società la sua logica del profitto, quei diritti sono messi in discussione. Qui sta la miseria del riformismo attuale. Che non a caso, nella crisi permanente della politica italiana, è progressivamente diventato sinonimo del trasformismo. Cioè di quel fenomeno politico di fine Ottocento, definito dal poeta Giosuè Carducci come: “La sinistra che si fa destra senza essere più sinistra senza essere vera destra”. (...)
E così i politici di destra e di sinistra si contendono la primogenitura delle scelte più incisive e, come si dice oggi, coraggiose, a favore del mercato e ai danni delle conquiste sociali. Tutte le parole cambiano segno: le riforme diventano controriforme, il coraggio significa sfacciataggine contro i più deboli, il nuovo e il moderno spesso nascondono il ritorno all'antico, alle condizioni sociali di prima delle grandi riforme. (...)
La differenza tra destra e sinistra non sta nei diversi obiettivi, ma solo nel metodo per realizzarli. (...)
I tempi per tagliare le pensioni e la sanità pubblica, flessibilizzare il lavoro, superare i contratti nazionali, possono essere così più lunghi, perché bisogna concertare con i sindacati. Ma il punto d'arrivo è lo stesso.
Questo sosteneva il ministro Padoa Schioppa, mentre si preparava a guidare l'economia nel governo Prodi, e si capisce perché quel governo sia rapidamente crollato, aprendo la via al ritorno al potere di una destra ancora più aggressiva di prima. Lo stesso è avvenuto in molti altri paesi occidentali, dove magari il riformismo ha governato di più, come nella Gran Bretagna del primo ministro laburista Tony Blair, che si considerava l'autentico erede della signora Thatcher. Può durare di più o di meno, ma questo riformismo, alla fine, lascia dietro di sé solo macerie di democrazia e di diritti; soprattutto, una rassegnazione sociale sulla quale costruisce le sue fortune la destra. (...)
La miseria del riformismo attuale è nel suo essere diventato solamente un riformismo della miseria, totalmente dominato dalla sindrome del Tina. Per questo il riformismo, almeno nella sua versione attuale, non ha più niente da dire.
Con la crisi le caste dominanti e il sistema di potere della globalizzazione hanno irrigidito tutte le proprie posizioni e ridotto ai minimi termini la disponibilità alla mediazione. Come i sovrani assoluti e la nobiltà precedenti alla rivoluzione francese, chi comanda oggi vuole conservare tutto il suo potere e non è disponibile ad alcun reale cambiamento.
Oppure, in Italia, quel potere è capace di comportarsi come il nipote del principe di Lampedusa nel romanzo Il Gattopardo. Quel nobile allo sbarco dei garibaldini in Sicilia nel 1860, decise di arruolarsi con loro. E a suo zio, che rivendicava la fedeltà di famiglia ai Borboni, spiegava: “Deve cambiare tutto perché non cambi niente”.
Per questo solo grandi movimenti sociali e solo grandi conflitti possono cambiare le cose. I riformisti di una volta sapevano che la lotta di classe era necessaria per avere le riforme. Essi usavano perfino strumentalmente la minaccia dell'impossibile, per ottenere i risultati immediati. In una società dove la mediazione sociale è stata cancellata e tutte le rigidità del potere si scaricano sul lavoro e sui poveri, la ripresa del progresso sociale e civile può essere guidata solo da una cultura conflittuale diversa dal riformismo attuale. Anche per ottenere piccoli cambiamenti bisogna costruire conflitti che rompono le compatibilità del potere, bisogna mettere in discussione alla radice i principi del Tina.
Quando la pura e semplice contrattazione dei tempi di lavoro, per gli operai di Melfi come per quelli di Pomigliano, viene intesa dalla Fiat come un atto di sabotaggio, da combattere con i licenziamenti e le minacce; quando tutti i riformisti di governo e d'opposizione si schierano con l'azienda, spiegando che quello che chiede è inevitabile; quando la più piccola affermazione dei diritti richiede sacrifici personali e lotte eccezionali, allora è chiaro che siamo entrati in un'epoca nella quale non si può più essere riformisti, ma modernamente e democraticamente rivoluzionari. Più stato sociale, più diritti, più giustizia e più cultura non sono obiettivi incompatibili con la ricchezza che abbiamo raggiunto e accumulato: lo sono solo con il potere che le governa.
Per questo ogni lotta e ogni richiesta autenticamente riformatrice diventano, necessariamente, radicali. Perché la casta politico-economica che ci comanda non vuole rinunciare a nulla e perché il suo potere, così come l'ha costruito, è un potere che a ogni richiesta risponde dicendo di no. Perché Tina.

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ECCO L'INDICE DEL
N. 9 DI "SU LA TESTA"





















EDITORIALI
La piazza del 16 ottobre di Lidia Menapace
Ripartire dal 16 ottobre di Paolo Ferrero


PASSATO E PRESENTE
Viaggio attraverso i femminismi. Eleonora Cirant a cura di Giovanna Capelli
Le donne della Costituzione di Laura CimaLA


QUESTIONE. LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA
Nuove forme della politica di Lidia Menapace
Un primo passo importante di Armando Petrini
Izquierda Unida di Ramon Mantovani
Intervista a Cesare Salvi di Sandro Valentini
Dal MAS in Bolivia l’alternativa al capitale di Luciano Vasapollo
Die Linke: un’esperienza da seguire di Bruno Steri
Oligarchie e dolore sociale di Pasquale Voza
Francia, il Front de Gauche di Fabio Amato


LE PRATICHE
Ricercatori e studenti per un’altra università di Alessandro Ferretti
Al Consiglio nazionale della Federazione della Sinistra
CV Collettivo
Si...ma il lavoro?


PENSIERI CRITICI
Artisti come faraoni di Roberto Gramiccia
Mostri di Monica Lanfranco
Nobel e tecnologie riproduttive di Elena Del Grosso


RECENSIONI
Tino Tellini - L’isola dei cassintegrati di Giuseppe Carroccia
Piermichele Pollutri - Parma 25 agosto 1972 di Nando Mainardi
AA. VV. 1969/2009 - A quarant’anni dall’autunno caldo di Sergio Dalmasso a cura di M. Albertaro.
L’assalto al cielo. Le ragioni del comunismo, oggi di Sergio Dalmasso

La voce dell’ignoranza

La lezione della
“professoressa”
Daniela Santanchè




Lo scenario è il solito dei talk-show politici. Esponenti dell’opposizione e della maggioranza, un giornalista di “Libero”, una docente universitaria legata ai finiani. La trasmissione si intitola “In onda”, con Luca Telese e la bella Luisella Costamagna.
Fra gli ospiti c’è anche lei, la pasionaria, Daniela Santanchè, ordinariamente sottosegretario dell’attuale Governo ma qui si presenta come professore emerito di diritto civile. Il suo “aplomb” è proverbiale: parole gentili per tutti, un distacco dalle cose del mondo, affabilità. Inizia chiedendo a Luisella “se ha studiato il caso” perché altrimenti dovrà ripetere l’esame. La giornalista cincischia, proprio come una studentessa al primo appello e bofonchia “Sì…ho studiato…”. Ma lei è inflessibile. “Conosce l’articolo 403 del codice civile?”. Luisella non lo conosce. Ed allora la professoressa la bacchetta: “Ha detto che si era preparata!
L’articolo dice che non c’è bisogno di alcun magistrato e che la polizia può benissimo affidare una bella gnocca nelle mani di un’ex igienista dentale ora deputata regionale per caso, che poi può portarla dove le pare, anche in casa di una brasiliana dove verrà picchiata. Ma volete smetterla di strumentalizzare ogni cosa che fa il mio Silvio?”.
Luca Telese prova a prendere le difese della collega ma viene sovrastato dalla professoressa emerita. Luisella: “Veramente tutti i giornali dicono il contrario”. Santanchè: “Ma quali giornali, scrivono solo porcate, come Repubblica. La finite di strumentalizzare?”.
Poi, ancora più adombrata, scuote la testa quando parlano Sofia Ventura e una deputata del Pd (“Consiglio al premier di rilassarsi come faccio io, con i figli e i nipotini”), mentre non può fare a meno di sfoderare, nella notte di Halloween, i due canini assetati di sangue.
L’articolo 403 ha colpito nel segno, perché nessuno lo conosce. Peccato per la professoressa emerita che dica tutto il contrario di quanto asserisce. Gli autorevoli giuristi che lo scrissero nel lontano 1942 si erano semplicemente dimenticati di contemplare il caso di una bella gnocca, pensando troppo genericamente ad un “minore”. Non pensavano nemmeno lontanamente che, dopo Mussolini, sarebbe venuto Berlusconi.
L'ARTICOLO 403 DEL CODICE CIVILE CITATO DA DANIELA SANTANCHE'
"Quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o è allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all'educazione di lui, la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione".

BEPPE GRILLO E LO SPETTRO DEL QUALUNQUISMO

I grillini dovrebbero stare in guardia contro lo spettro del qualunquismo che nel comiziare clownesco, ora felice, ora greve, del "capo", affiora pericolosamente. La massa (o folla) viene sempre contrapposta in quanto entità buona alle entità cattive: le istituzioni, i partiti, i sindacati. Nel messaggio comico - così come nel messaggio pubblicitario - le sfumature, le analisi, le differenze sono ridotte al minimo: tutto viene azzerato in un Armageddon tra il popolo dei fedeli e la massa degli infedeli.

Qualunquismo? In un certo senso. Antipolitica? Sicuro. Populismo? Lampante. Leaderismo?
In costruzione. In fondo, se si riflette su questi quattro elementi, solo uno, il primo (che rinvia al movimento fondato da Guglielmo Giannini nell'Italia che usciva dalla guerra, e inopinatamente giunto a esiti elettorali di rilevo, per poi inabissarsi di colpo), è relativamente estraneo ai caratteri essenziali della leadership politica del tempo presente.
Che cosa accomuna gli homines novi dell'opposizione oggi? Il fatto che Di Pietro, Vendola e lo stesso Grillo, sono capi, e capi assoluti di un movimento o partito; capi che non soltanto nella gestione dei loro partiti (loro anche in senso proprietario), ma anche nei simboli, nei messaggi, esprimono, da punti diversi della mappa dell'azione politica (compresa l'antipolitica, che è naturalmente una forma di politica, e tra le più insidiose ed efficaci, oggi), il nuovo leaderismo. Il quale è di tipo neopopulistico, e cerca un contatto diretto con la massa (che nel caso di Grillo sembra essere piuttosto la folla, in carne ed ossa, ai suoi comizi-spettacoli, o virtuale, attraverso il web o il video).
La massa (o folla), da Grillo in particolare, viene sempre contrapposta in quanto entità buona alle entità cattive: le istituzioni, i partiti, i sindacati e quant'altro. Elemento tipico del populismo: popolo buono versus istituzioni malvagie. Su questa folla Grillo si erge come un egoarca, che fa e disfa, che tiene in pugno i suoi, che determina le scelte politiche in modo univoco e indiscusso, che viene seguito e addirittura adorato come capita non alle divinità da parte dei fedeli, ma ai succedanei del divino, i divi dello spettacolo, da parte dei fans. Nella contrapposizione radicale, che nel corso del tempo Grillo ha esacerbato, immergendo sempre più il suo lessico nelle acque di una torbida volgarità, la stessa politica esaltata e praticata dai seguaci, e ovviamente indicata dal leader, è presentata deliberatamente come una politica contro, come una politica rovesciata, come una politica che se ne frega, che manda "aff", i suoi avversari, ma, ahimé, anche tutti coloro che possano apparire, al grande capo, come ostacoli sul suo cammino.
Ma dove mena quel cammino? Ricordo - se non sbaglio - che non troppo tempo fa, sollecitato da più parti, Grillo aveva escluso un suo candidarsi, in nome di una democrazia più autentica, di un rifiuto di essere come "loro". Nulla di male se ci ha ripensato, nulla di male se decide di partecipare in prima persona alla lotta politica, anche nelle istituzioni: ben venga. In fondo egli non è un comico che fa politica, bensì un politico che usa l'arma della satira, pesantissima, condita di volgarità, appunto.
Sta qui la vera differenza tra lui e i suoi competitors, che non sono in grado di far ricorso a quel genere di strumento. Di Pietro o Vendola sono lontanissimi, anche se ciascuno a suo modo sanno affabulare, sanno persuadere, sanno talora anche trascinare. Grillo sollecita il senso del comico nella sua forma più profonda e anche greve; che sa far arrivare il messaggio in modo diretto, senza mediazione alcuna: non occorre essere "di sinistra", non necessita neppure un grado di istruzione elevato, né una formazione o una qualsivoglia esperienza politica. Anzi, il "grillismo" sembra fatto per acchiappare i delusi della politica, e coloro che dalla politica si sono sempre tenuti alla larga. In tal senso, pur nell'antipolitica e nel populismo, pur nel leaderismo, pur nella spettacolarizzazione del messaggio, Grillo ha svolto una funzione positiva, che nondimeno appare tante volte ambiguamente gestita, sia dal cesarismo del capo carismatico, sia dal fideismo dei seguaci.
Non considero Grillo un avversario, né i grillini degli estranei agli obiettivi per i quali io sono disposto a battermi: anzi, li considero potenziali alleati. Ma li inviterei sommessamente a stare in guardia contro lo spettro del qualunquismo che nel comiziare clownesco, ora felice, ora greve, del "capo", affiora pericolosamente. Nel messaggio comico, così come nel messaggio pubblicitario le sfumature, le analisi, le differenze sono ridotte al minimo: tutto viene azzerato in un Armageddon tra il popolo dei fedeli - qui mi sia consentito - e la massa degli infedeli. Da una parte i "giusti", sicurissimi di essere nel vero, armati dell'arma stessa del capo, l'ingiuria, la blasfemia, l'urlo, lo sberleffo; dall'altra, coloro che non seguono quel messia, e che perciò stesso sono denunciati come servi dei padroni: vecchi o nuovi, questo poco importa.
La politica è arte di guardare lontano, ma è arte che si fonda sulla capacità di analizzare, momento per momento, le situazioni, di individuare di volta in volta le forze in campo, di distinguere contraddizioni principali e secondarie, di stabilire alleanze, sulla base di princìpi e/o di programmi; di non confondere tutto in una sola, comoda, ma fallace categoria: i cattivi, che magari, addirittura, possono essere visti nella Fiom e nella sua dirigenza.
Capisco l'esasperazione dello scontro, ma la necessità di distinguere amici e nemici ce lo ha insegnato Carl Schmitt; e pur senza giungere alla sua drammatica concezione della lotta politica, forse vale la pena tutti di riflettere meglio, con maggior attenzione, ai soggetti sociali che sono dietro certe parole d'ordine, certi movimenti, certe azioni concrete. Guardare verso di loro con il dovuto rispetto, pronti ad apprendere, ma disposti altresì a muovere critiche, con la franchezza dovuta all'interno di uno schieramento di cui, per ora, ancora, fanno pienamente parte pure Grillo e i suoi seguaci, anche se la strada che pare intrapresa non incoraggia il dialogo né il confronto.
Ma nella politica come nella vita, occorrono due virtù, che ci vengono suggerite da Giacomo Leopardi e, un secolo più tardi, da Antonio Gramsci: pazienza e ironia.
di Angelo D'Orsi
(dal sito della rivista Micromega - 27 ottobre)

EUROPA. TRASFORMARE LA CRISI IN LOTTA DI CLASSE

Se non si trasforma la crisi economica (e sociale) in lotta di classe, il risultato sarà "all'italiana". E cioè licenziamenti, più precarietà, riduzione della spesa per il welfare, innalzamento dell'età pensionabile, ecc. E tutto questo mentre gli stipendi dei dirigenti di azienda - in Gran Bretagna e non solo - diventano sempre più stratosferici. Altro che tutti sulla stessa barca!

Quante volte, negli ultimi due anni, abbiamo detto che non saremmo stati noi a pagare la crisi? Perché questo slogan si trasformi in realtà, però, tutti sappiamo come occorra necessariamente, per riprendere il titolo dell'incontro di mercoledì scorso tra il Prc e il partito comunista francese, "Fare come in Francia". O come in Grecia. O come in Spagna.
Il motivo è chiaro: se non si trasforma la crisi economica (e sociale) in lotta di classe, il risultato sarà "all'italiana". E cioè, taglio della spesa pubblica. Una "soluzione" che da noi significa distruzione dei diritti di base e dei servizi sociali che, ben presto, porterà a una vera e propria emergenza prima di tutto per i cittadini, quindi per gli enti locali che quei servizi devono (dovrebbero) erogare.
Così, mentre in Francia la destra di Sarkozy attacca sulle pensioni e la gente risponde con otto
giornate di mobilitazione generale da settembre; mentre in Grecia si pensa di uscire dalla crisi attaccando il pubblico impiego e tagliando la spesa sociale con la cittadinanza che risponde bloccando il paese; mentre in Spagna si tagliano i salari e si distrugge il contratto nazionale di lavoro e la popolazione risponde con uno storico sciopero generale; mentre a livello europeo tutti i governi parlano solo e soltanto di "Patto di stabilità", qualcuno continua ad arricchirsi. Chi, ovviamente, sono i soliti noti, coloro che sanno come speculare finanziariamente.
Così una notizia, passata quasi inosservata in Italia, sta tenendo banco su tutti i media britannici e su molti giornali europei: nell'anno in cui (anche) la Gran Bretagna stringe la cinghia e si cerca di abbattere la spesa sociale, gli stipendi dei dirigenti che siedono nei consigli di amministrazione delle aziende quotate nel Financial Times Stock Exchange (FTESE 100, indice azionario delle cento società quotate maggiormente "capitalizzate") sono aumentati del 55%. Tradotto, in media un amministratore delegato di una delle società del principale listino inglese guadagna 4,9 milioni di sterline l'anno (circa 5,6 milioni di euro). Una cifra pari a duecento volte (!) lo stipendio medio britannico.
Causa dell'aumento, i bonus legati ai risultati. Il che significa che i risultati delle maggiori società britanniche, in tempo di crisi e recessione economiche, sono state le più alte degli ultimi dieci anni.
E se da noi una simile notizia non farebbe notizia, almeno in Gran Bretagna una levata di scudi c'è stata. Brendan Barber, segretario del Trade Unions Council (Tuc), la confederazione dei sindacati britannica, ha urlato pubblicamente tutto il suo disappunto: "non sanno questi signori che la Gran Bretagna dovrebbe essere in austerity? Altro che tutti sulla stessa barca: mentre i poveri e la classe media soffrono per i tagli e le paghe congelate, i dirigenti continuano a portare a casa stipendi lunghi come numeri telefonici e si preoccupano poco per le tasse". Dichiarazioni che potrebbero sembrare simili alle nostrane, se non fosse che sabato scorso Londra ha ospitato una grandissima manifestazione con il Tuc in prima fila a protestare contro i 500mila posti di lavoro che il governo Cameron ha previsto di tagliare nel settore pubblico, contro l'innalzamento dell'età pensionabile e una riduzione della spesa per il welfare, per un totale di ottanta miliardi di sterline (circa novanta miliardi di euro) di tagli.
Ma non solo. La manifestazione di sabato è stata l'occasione per un appello alla partecipazione allo sciopero generale in programma il 26 marzo 2011, il primo dal 1926 per il Regno Unito. Speriamo, fra cinque mesi, di non dover dire "facciamo come in Gran Bretagna".

di Daniele Nalbone
da http://www.controlacrisi.org/