venerdì 26 novembre 2010

La scuola nel gioco delle tre tavolette

“Non vogliono le riforme”. Così le Tv Mediaset continuano a presentarci l’insurrezione di studenti e docenti contro il pasticciaccio brutto chiamato “riforma Gelmini”, dal nome della ministra proponente: l’inespressiva Maria Stella bresciana che mantiene rapporti conflittuali con la sintassi e l’arte dell’argomentazione (sempre a rischio di esserne stritolata, come Laocoonte coi serpenti). Che fu notata e beneficiata di improbabili incarichi solo perché qualcuno ritenne sexy variare – una volta tanto – il menù, passando dal tipo lap-dance a quello ancillare, la servetta venuta giù dalla campagna coi capelli in crocchia e il vestitino da catechismo.
Ma più che la modestia tendente all’inesistenza del personaggio, chiamato a dare la faccia su una questione prioritaria quale l’educazione, ciò che atterrisce è il mastodontico caravanserraglio di depistaggi allestito alla bisogna. Tanto che il tavolo su cui si gioca la partita risulta trasformato in quello su cui imbroglioncelli di mezza tacca sfilavano un po’ di denaro, ai malcapitati finiti sotto le loro grinfie, con il gioco truffaldino delle “tre tavolette”.
In cui quanto ci viene mostrato non è mai la verità.“È una battaglia per la meritocrazia applicata alla scuola”, ci viene detto. Intanto le borse di studio (strumento primario di valorizzazione del merito) per il 2011 vengono tagliate del 90 per cento (25 milioni di Euro, contro i 240 dell’anno precedente). Con la promessa del loro ulteriore dimezzamento l’anno successivo.
Un caso tra i mille del dilagare dell’uso politico della menzogna. Magari inventandosi schieramenti nemici inesistenti, al solo scopo di screditare quelli reali a proprio uso e consumo. Sempre per quanto riguarda le attuali rivolte universitarie, ci vorrebbero far credere che la protesta di studenti precarizzati già prima di entrare nel mondo del lavoro e ricercatori che campano con quattro soldi farebbe il gioco di quei baroni cattedratici che sono gli unici a non opporsi, perché non toccati nei loro interessi di casta.
E le tavolette continuano a girare vorticosamente… Le manipolava da par suo il ministro Maurizio Sacconi, già craxiano e laico ma ora cristiano devoto, quando pontificava che ridurre le garanzie al lavoro esistente era necessario per creare nuova occupazione. Altro imbroglio: i lavoratori sono sui tetti e sulle gru, gli aspiranti tali continuano ad andare a spasso.
Persino un impedito/infoiato come l’attuale titolare della Cultura Sandro Bondi, sorta di lunare Gollum sovrappeso, vorrebbe cimentarsi nel non nobile gioco della turlupinatura. Per cui tenta di giustificare con ragioni umanitarie le regalie a mezzo pubblico denaro fatte ai congiunti della matriarca di Novi Ligure con cui aspirerebbe a flirtare.
Le stesse ragioni umanitarie a presa per i fondelli messe in campo a proposito delle Ruby di Silvio Berlusconi o le stangone parmensi su cui si arrampicava il puffo Brunetta.
Insomma, lo fanno per il nostro bene. Un po’ come l’arraffa arraffa leghista chiamato “federalismo fiscale” o la sconfitta della malavita organizzata dello sceriffo Maroni, che tutte le volte cattura personalmente il penultimo latitante e te lo racconta allo stesso modo con cui reclamizzava i prodotti cosmetici della Avon.
Qualche volta – così, per cambiare – le tre tavolette vengono sostituite da un altro gioco: quello di far sparire qualcosa. Abrakadabra disse il premier alla spazzatura napoletana. Poi si è visto che l’incantesimo dura solo qualche giorno.
C’è da chiedersi la ragione di questo sistematico illusionismo di bassa lega. Forse perché questa classe politica ha una cultura da sagra di paese e ha modellato il proprio stile su quello dell’imbonitore di sciroppi miracolosi (il padre delle cosiddette tecniche di marketing promopubblicitario). Ma anche perché maldestramente americanizzata.
Almeno il George Bush jr. che ci ha raccontato la panzana delle armi di distruzione di massa mandando l’Occidente a ramengo in Iraq e Afghanistan, aveva dietro le teorie dello stracinico Leo Strauss, il filosofo tedesco spregiatore della democrazia, propugnatore delle sedicenti “nobili menzogne”: il popolo deve essere ingannato da governanti-filosofi custodi sacerdotali della Verità (e lo sventurato Bush jr. – un po’ “il Trota” di suo padre – gli ha dato retta pensando così di essere furbissimo).
Invece qui da noi è tutto all’insegna dello strapaese. Ma uno strapaese che sta devastando il Paese con il sistematico esproprio di verità. Con questo farci vivere in un permanente teatrino dei burattini da quattro soldi.
Quasi è meglio il vecchio malvissuto di manzoniana memoria Emilio Fede quando in un soprassalto di sincerità, scagliandosi in diretta televisiva contro gli studenti in lotta, tradisce il suo vero pensiero (e quello del suo padrone): “menateli”.
Blog di Pierfranco Pellizzetti
26 novembre 2010

giovedì 25 novembre 2010

«La Federazione è lo spazio politico per unire le lotte»

Intervista a Paolo Ferrero,
Segretario di Rifondazione Comunista
Non è che in giro si siano lette o viste molte analisi sul congresso della Federazione. Oscurati o banalizzati. Eppure il passaggio dell'Ergife ha formalizzato alcune proposte politiche importanti: innanzitutto l'urgenza di un fronte democratico per cacciare Berlusconi, «e contro il bipolarismo», puntualizza Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista: «Il fronte democratico, ovviamente che escluda Fini, serve a cacciare Berlusconi, ed è un valore in sé. Così come uscire dal bipolarismo che è il sistema con cui in Italia è stato espulso dalla politica il conflitto sociale».

L'altro corno della proposta è quello di unire le lotte e di scrivere un programma comune della sinistra. E' il problema dei rapporti con Sel.
Anche se noi non siamo interessati ad andare al governo non significa che non abbiamo un programma. Allora perché non fare una campagna unitaria sui punti indicati dalla piattaforma del 16 ottobre? Quella manifestazione reclamava la fine della precarietà, un reddito per tutti, la difesa del contratto nazionale di lavoro ma anche la ripubblicizzazione dell'acqua e il ritiro delle truppe dall'Afghanistan.
Lo hai chiesto anche a Nichi Vendola nella video lettera in cui proponevi a Sel anche una lista unitaria a Milano, dopo aver vinto assieme le primarie con Pisapia. E in cui suggerivi di trovare candidati comuni per le primarie in altre città. Hai avuto risposte?
No, o almeno, non ancora. Mi dispiace non aver ricevuto risposte a domande semplici. Non ci si può affidare solo alle primarie. Davvero, perché non fare insieme una campagna unitaria che produca contenuti per il programma del centrosinistra?
Torniamo al congresso: chi non lo ha ignorato tende a interpretare l'assise dell'Ergife come un rientro nell'alveo del centrosinistra o, all'opposto, come la reunion dei comunisti. Cos'è stato davvero?
Il punto del congresso è stata la nascita di un polo politico della sinistra. Non un nuovo partito e nemmeno un'alleanza elettorale. Un processo che non va sovrapposto alla questione dell'unità dei comunisti».
Credo che qui sia necessario puntualizzare.
Perché è un'altra cosa: è un soggetto autonomo dal centrosinistra con una forma federativa aperta, che rispetti i percorsi, che tende ad aprire uno spazio in cui non intervengano discussioni identitarie a produrre delle scissioni, che valorizzi quel 90% che ci unisce. Questo strumento deve servire a farci diventare tessitori delle varie forme in cui la sinistra di classe s'è frantumata: dentro la Cgil, nel sindacalismo di base, nei conflitti. Ed è una forma rivolta soprattutto a chi non è iscritto a nessuna forza della sinistra. L'ho detto all'Ergife: è una forma aperta perché larga parte di chi oggi fa politica di sinistra non è iscritto a nessun partito. Il tema di una proposta dei comunisti e anche dell'unità dei comunisti sarà il tema del congresso di Rifondazione. La necessità di un polo di sinistra, anticapitalista, antipatriarcale ci sarebbe anche con un solo partito comunista. La Federazione, invece, dovrà essere utile a un confronto con tutti i comunisti dentro e fuori di sé e l'unità non è un fatto organizzativo ma di analisi e di linea condivise.
Qualcuno ha detto che è stato un congresso stanco.
E' stato un parto, un luogo di passaggio che costruisce uno spazio politico e, come tutti i passaggi veri, ha prodotto discussioni ma i passaggi veri hanno un prima e un dopo. E quello che c'è dopo è quello nasce. Parte un'altra storia. Se il prima è stata la difficoltà di costruire in forme condivise una vera operazione unitaria, il dopo sono la linea politica e lo statuto che sono molto netti. Ma deve essere chiaro che il patto tra i fondatori è costitutivo della possibilità di aprire quello spazio. E dunque non poteva essere saltato. Ora il problema dev'essere come far vivere la federazione nei territori.
Eh, e come si fa?
Generalizzando le migliori pratiche.
Molti militanti avrebbero preferito che il consiglio federale avesse eletto il portavoce definitivo.
E' sacrosanto che il segretario del Pdci possa svolgere il suo turno da portavoce dopo l'infortunio che glielo aveva impedito. Fra novanta giorni, secondo lo statuto, il portavoce o i due portavoce saranno eletti da quell'assemblea.
Ha fatto discutere il nuovo simbolo senza riferimenti alla rifondazione e al comunismo.
C'è la falce e martello per tener dentro la nostra storia. I partiti comunisti non si sciolgono. Rifondazione resta. Dopo di che abbiamo deciso di chiamarla Federazione della sinistra ed è giusto che il simbolo contenga queste parole.
Quindi nessuna abiura?
Vogliamo essere un soggetto politico che non rinnega la sua storia, la nostalgia non c'entra. Il punto è che se si distrugge il Novecento, si torna all'Ottocento quando le classi subalterne non avevano coscienza di sé né capacità di organizzazione. E vogliamo smentire l'idea che cambiando il simbolo ci si riesca a sottrarre all'accusa di essere dentro quella storia. Siamo dentro un universo simbolico colonizzato dalla riscrittura della storia: se permetti all'avversario di farlo ecco che il comunismo diventa il male assoluto. E allora capita di vedere le manifestazioni del Tea Party contro il "comunista" Obama, di sentire Berlusconi che dà del comunista a Bersani. Dopo vent'anni di maccartismo è importante riuscire a parlare anche a chi non riesce a dirsi comunista.
E qui veniano al nodo dell'oscuramento mediatico.
Siamo oscurati perchè la nostra linea è in totale controtendenza sia sul piano della storia, sia su quello dell'anticapitalismo, sia sul piano della politica. Non è un caso che per Via Solferino esistano solo Veltroni e Vendola e, a volte, qualche frammento della diaspora del Prc. Ecco perché Fazio invita Marchionne e non i tre operai Fiat licenziati. Vedi, noi siamo un soggetto politico autonomo dai poteri forti di questo Paese - banche, Confindustria, Vaticano - e questa cosa vuol dire essere in scontro con chi possiede i giornali, chi possiede le televisioni e con chi detta l'agenda politica. C'è una sinistra frantumata, una che poi si accomoda e poi ci siamo noi. Nella ristrutturazione populista della politica siamo una cosa che va distrutta. Il populismo è la forma della politica che parla della distruzione dell'autonomia delle classi subalterne.

Un Paese senza università è un Paese senza futuro

Le polemiche sulla progettata (e sperabilmente abortita) «riforma» dell’università si incentrano sui quattrini. Si capisce. Gran parte del provvedimento si risolve in un taglio della spesa deciso con la finanziaria del 2008 e aggravato da quella di quest’anno. E poi di questi tempi sempre di soldi si parla, con o senza l’alibi della crisi. Ma affrontare il discorso in questa prospettiva significa deciderne le conclusioni già in partenza: i soldi scarseggiano, i tagli sono inevitabili. Fine della trasmissione. Forse però le cose non stanno così.L’università è un’istituzione fondamentale per il «pieno sviluppo della persona umana». Perciò secondo la Costituzione «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». E per questo motivo «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» garantendo la libertà d’insegnamento. Sarebbe difficile enunciare con più chiarezza il nesso tra cultura e democrazia. La conoscenza serve a comprendere la realtà; senza, è impossibile compiere scelte consapevoli e libere. Il discorso non riguarda soltanto gli individui ma anche la società, che progredisce in proporzione diretta alla diffusione della cultura. Sul piano civile e morale come sul terreno economico; nella produzione artistica come nell’innovazione tecnica.Se è così, razionalità vorrebbe che la spesa pubblica destinata al sistema formativo fosse considerata un investimento strategico. Chi non capisce che quanto più un paese è ricco di cultura, tanto più è in grado di risolvere i propri problemi, non ha imparato nulla dalla storia, a cominciare da quanto avvenne a cavallo tra il Cinque e il Seicento, allorché l’Italia imboccò la strada di un lungo declino dopo essere stata per secoli una culla della civiltà europea.Ma la cultura costa: costano i libri, le aule, i laboratori. Costano i professori, gli studenti, il personale tecnico delle università. Per questo – si dice – i governi riducono la spesa e i disegni di «riforma» dell’università prevedono tagli, aumentano le tasse d’iscrizione e svendono ai privati infrastrutture e servizi. La carenza di risorse è anche la motivazione addotta a sostegno della tesi meritocratica, cara pure alle forze di opposizione che condividono gran parte del ddl Gelmini. Anche per questo la «riforma» è considerata «un’occasione» dalla responsabile università del Pd e da Luigi Berlinguer, non rimpianto ministro dell’università e della ricerca tra il 1996 e il 2000, che ne rivendica (a buon diritto) la paternità.In apparenza il ragionamento non fa una grinza. In tempi di vacche magre la selezione è più dura ed è giusto riservare le risorse ai docenti e agli studenti più capaci. In realtà proprio il combinato disposto meritocrazia + tagli alla spesa riposa su una mistificazione e rivela una preoccupante comunanza di idee tra il centrodestra oggi in crisi e il centrosinistra che ambisce a succedergli alla guida del paese.Pretendere che i migliori siano premiati è giusto purché non si perda di vista il diritto alla conoscenza che la Costituzione riconosce comunque a ciascuno (diritto, non dovere di pagare indebitandosi con i cosiddetti «prestiti d’onore»); purché a tutti siano assicurate adeguate condizioni di base e di crescita; purché, infine, si disponga di criteri di giudizio oggettivi (il che, per ciò che riguarda la ricerca scientifica, è notoriamente complicato). Chi ha a cuore il merito dovrebbe quindi in primo luogo sforzarsi di rimuovere gli enormi ostacoli che in una società ingiusta limitano l’uguaglianza delle persone. Ma legare la tesi meritocratica alla politica dei tagli comporta fatalmente conseguenze inique e controproducenti. Nessuno può sapere in partenza quanti siano i meritevoli. Partire da numeri chiusi e quote prestabilite significa disporsi ad escludere anche chi meriterebbe di andare avanti, con un enorme spreco di risorse umane per la collettività e uno sconsiderato dispendio di sofferenza per gli individui. Non solo: come ogni strozzatura, il sistema delle quote trasforma la meritocrazia in un meccanismo di tutela delle oligarchie. Pur di salvarsi, si attiveranno lobbies e clientele, e poco importa se ad essere sommersi saranno molti meritevoli. C’è una soluzione? Certo che sì, e anche molto semplice. Riducendo la spesa militare e le regalìe fiscali agli evasori, ci sarebbero risorse più che sufficienti non solo per mettere in sicurezza l’intero sistema formativo del paese, ma anche per consentirgli di adempiere il compito fondamentale di generalizzazione della conoscenza che la Costituzione gli affida. Ciò significa che l’ordine del discorso andrebbe rovesciato, e che di soldi si parla come del problema-chiave dell’università italiana perché non si vuole che la scuola e l’università funzionino come dovrebbero, perché si sa che la mobilità sociale che ne deriverebbe produrrebbe terremoti e perché si progetta per le giovani generazioni di questo paese un futuro gramo, fatto di lavoro dequalificato, precario e sottopagato (con tanti saluti alla competitività delle imprese, che tanti giurano di avere a cuore). Che anche l’opposizione ragioni su questa materia in termini di pura ragioneria è solo un motivo in più di preoccupazione.
Alberto Burgio

mercoledì 24 novembre 2010

Paolo FERRERO : "Il 27 NOVEMBRE in piazza con la CGIL per lo SCIOPERO GENERALE"

La politica delle balle


Le montagne di immondizia per le strade di Napoli avevano chiuso l'epoca Prodi e riaperto con prepotenza la stagione del Cavaliere. Mai nessun commissario aveva avuto poteri come quelli che B. ha affidato in questi anni a Bertolaso. La ricetta era semplice: dotare la regione degli inceneritori sufficienti, delle discariche necessarie fino alla costruzione degli impianti, di un piano di raccolta che aumentasse la percentuale di differenziata. Fu chiamato persino l'esercito per garantire la sicurezza dei siti. Due anni dopo, Berlusconi ha bruciato tra i rifiuti campani risorse pari almeno alla metà di quel che era stato speso dal 1994 al 2008 e che aveva fatto gridare allo scandalo. Nulla, se avesse consentito la risoluzione del problema. Ma l'emergenza è ancora lì, uguale se non peggiore del 2008. E per il premier la questione non è più né economica né pratica. Ma di sopravvivenza politica. Gli amministratori del territorio si contendono la gestione dei finanziamenti in una faida che rischia di far implodere il Pdl, sugli inceneritori si allunga l'ombra della criminalità organizzata. E i sacchetti di spazzatura che hanno sepolto Prodi innalzando il centrodestra sono ancora lì, pronti a seppellire anche il premier

.....................

Invece di dare risposte sensate, la consorteria che controlla il Pdl campano - e non solo campano - si sta scannando per accaparrarsi i milioni che Berlusconi ha promesso, con un decreto che il presidente Napolitano dovrebbe promulgare senza averlo ancora nemmeno visto. E comunque dobbiamo sapere che la soluzione non verrà certo da lì. A sette mesi dalla visita della delegazione del parlamento europeo, che aveva constatato il disastro provocato da 14 anni di gestione commissariale dei rifiuti campani e dai due di gestione Bertolaso, è ora la volta di una delegazione della Commissione europea, il cui responso è molto più gravido di conseguenze; perché non potrà che confermare il blocco dei finanziamenti Ue determinato da una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Il capodelegazione ha già dichiarato che rispetto a due anni fa niente è cambiato (il che non è esatto, perché la situazione si è ulteriormente aggravata) e presto la Commissione europea dovrà prendere atto di quello che si è finora rifiutata di ammettere: e cioè che le numerose denunce dei molti comitati che si sono rivolte a lei e al parlamento europeo sono pienamente fondate; e che le smentite del governo e di Bertolaso, secondo cui tutto era in via di riordino e l'emergenza era stata superata, erano sonore balle.Il disastro è infatti completo, ma le strade per porvi rimedio sono ormai chiuse. Le province di Salerno, Benevento e Avellino stanno meglio; la raccolta differenziata ha fatto dei passi avanti; ma sono senza impianti di compostaggio e le loro discariche, riempite dai rifiuti della provincia di Napoli, sono quasi piene. La provincia di Benevento ha deciso di costruire a Casalduni una struttura che ricalca il centro riciclo di Vedelago, il che permetterà di riciclare tutto quanto residua dalla raccolta differenziata: un passo importante verso l'obiettivo "rifiuti zero". Ma le province di Napoli e Caserta sono al tracollo: i rifiuti si accumulano per strada; Asìa, l'azienda di igiene urbana di Napoli, ma come lei molti altri comuni, non hanno né i mezzi né il denaro per raccoglierli, per pagare i lavoratori, per mettere in campo raccolte differenziate di emergenza (Bertolaso ha lasciato le casse vuote e una montagna di debiti). Aspettavano i "termovalorizzatori", perché l'idea è sempre quella di buttare negli inceneritori il rifiuto tal quale, come si è fatto fino ad ora nelle discariche. Berlusconi è stato costretto a cancellare le discariche su cui Bertolaso contava per continuare a nascondere il disastro che ha imbastito, e ora non c'è più impianto in grado di accogliere più rifiuti di quanti già non ne ingoi; i depositi "temporanei", aperti nei luoghi più contaminati dai sedici anni della passata gestione commissariale, rigurgitano e nessuno lascia più passare i camion della "munnezza". Ma non la vogliono nemmeno le altre regioni (con l'eccezione della santa Toscana): è la terza volta che dalla Campania si invoca l'altrui solidarietà «per l'ultima volta». Gli Stir, già Cdr, i sette impianti di trattamento meccanico biologico che, se fossero stati fatti funzionare, avrebbero potuto evitare il disastro (hanno una capacità superiore a tutta la produzione di rifiuti urbani della regione) sono fermi: intasati dai rifiuti accumulati al loro interno: prima (gestione Impregilo) per produrre più ecoballe possibile, per lucrare gli incentivi CIP6 quando fossero stati pronti gli inceneritori; poi, a partire dalla prima gestione Bertolaso (2006), per incuria e per far credere che tutto fosse risolto. L'inceneritore di Acerra funziona male e a singhiozzo. Ma fino a quando saranno pronti i tre (o quattro) inceneritori che Bertolaso non è nemmeno riuscito a far progettare in due anni e mezzo di potere assoluto e incontrastato, dove andranno mai i rifiuti campani? All'estero? Mancano i soldi per pagare queste spedizioni, già costate all'erario di tutto il paese 500 milioni di euro (dei due miliardi sperperati dai 12 commissari in forza dal 1994).Sarebbe ora di dare voce e poteri ai tanti comitati che si sono battuti e si battono contro questa gestione dissennata. La riconversione ambientale può partire da qui.
Guido Viale,
Il Manifesto

mercoledì 17 novembre 2010

Paolo FERRERO: VIDEOLETTERA A NICHI VENDOLA

Zombieland

La solitudine di Berlusconi, cantata con assorta pietas da uno dei topi in fuga dalla nave che affonda, un topone con barba e baffi (Galli Della Loggia), ex guardia bianca del Cav (come lo definì Corrado Stajano, 2003, nella lettera di dimissioni dal Corsera per solidarietà allo scacciato De Bortoli), quella solitudine non ci fa pena e, detto fra noi, neppure ci convince. Il pagliaccio impera ancora nella Zombieland italica, traffica, ricatta, rastrella e trasferisce ricchezza in vista di un possibile esilio, piazza fantocci a destra e a sinistra. Al massimo sta passando serate poco divertenti con Bossi, Verdini, Letta –questa sì, ammettiamolo, è una quasi tragedia anche se somiglia abbastanza poco all’assedio di Macbeth evocato dall’erudito professore-editorialista: manca una lady Macbeth all’altezza, chi potrebbe esserlo? Ruby Rubacuori? L’igienista dentale Minetti? Non reggono il confronto con la divina Callas! La vera tragedia (dato e non concesso che Berlusconi passi la mano senza resistere) è quello che viene dopo. Passata la sbornia priapica, rimangono la nausea e il mal di testa dei sacrifici, del patto sociale, dei tavoli concertativi. Si chiama hangover, bellezza, e la Fiom sarà la prima a sperimentarlo.
Facciamo qualche ipotesi. Le sbragate sulla guerra civile e le manovre di compravendita dei voti o scaglionamento delle mozioni di fiducia e sfiducia finiscono in nulla, Berlusconi si dimette e contratta da un paese senza estradizione i destini di Mediaset, nasce un governo di transizione e responsabilità nazionale. Nel frattempo è passata la legge di stabilità, precondizione di quanto precede e garanzia di austerità verso l’Europa. Di fatto, nell’immediato e in prospettiva (secondo come e quando si va alle urne), viene a formarsi un governo di centro-destra sotto le vesti di grande centro, con due conseguenze simmetriche. A destra restano fuori i berlusconiani irrecuperabili e quanti sono schizzati troppo tardi dalla nave (ma nuotando a grandi bracciate prima o poi arriveranno a riva), a sinistra sono emarginati i gruppi radicali mentre in qualche modo Pd e IdV sono ammessi al sostegno del governo “tecnico” e alla coalizione in caso di ricorso alle urne (dipende se c’è o no premio di maggioranza e con quale quorum).
Ma quale Pd? Probabilmente al prezzo di un deflusso di deputati verso il centro (la corrente Fioroni, pronta a confluire nell’area Bonanni dell’Udc) e quindi di un peso elettorale e parlamentare ridotto; beninteso anche la linea politica dovrà essere ancor più piegata a destra e soprattutto dovrà favorire una normalizzazione del sindacato e l’isolamento della Fiom e di ogni iniziativa conflittuale. Europa calls! Anche l’IdV dovrà essere urbanizzata, previa una riduzione di peso –cui sta già provvedendo Vendola e la SeL, che pescano a man bassa nell’attonito popolo viola. A bocce ferme, se cioè le uniche forze operanti sono quelle dei poteri forti e i movimenti sociali restano in uno stato di protesta endemica ma sotto la soglia della rivolta, la sinistra è messa fuori gioco per anni. Quanto è fallito a Berlusconi, si realizzerà dopo la caduta del tiranno. La Lega, a questo punto, mimerà tanto il separatismo territoriale quanto un certo grado di protesta sociale. La nuova ondata di crisi sommergerà Zombieland senza reazioni significative. Alla stagnazione economica corrisponderà quella politica e le macerie di Pompei saranno più che una metafora. Parliamo sempre di medio periodo.
Se invece, nello stato di crisi e confusione aperto dal ribaltone centrista e della disperata resistenza di Berlusconi, riusciranno a inserirsi movimenti di lotta e istanze democratiche fievolmente presenti nel popolo di sinistra (che, ahimé, è popolo e non moltitudine, governabile e non costituente), allora lo smottamento del piano politico potrebbe portare a esiti più significativi, almeno in un futuro prossimo. Intendiamoci, così come stanno le cose un governo Fini-Casini-Rutelli (ci vogliamo aggiungere Bersani? tanto non conta e non costa nulla) sarebbe una boccata d’ossigeno, ci libererebbe dal falso problema del berlusconismo e dal paralizzante anti-berlusconismo. Sembra un film di Sam Raimi, ma tant’è, siamo realisti. Il problema è come ci si arriva, come ci si posiziona per il dopo. Se ci si arriva con una stagione di lotte, allora la ferita resta aperta, la banchisa di ghiaccio non si chiude intorno al mare libero. E le prime scadenze sono l’interdizione del passaggio parlamentare della riforma Gelmini, cui mira la mobilitazione del 17 novembre e dei giorni successivi, l’agitazione per rilanciare lo sciopero generale, sabotato dalla nuova direzione Camusso della Cgil, la diffusione e generalizzazione della protesta dei migranti contro cui Maroni (inflessibile contro chi sale sulle gru, tollerante con le esfiltrazioni di minorenni sbandate) sta facendo la faccia feroce, a sostegno elettorale del governo in carica o magari anche dei suoi successori.

Augusto Illuminati


http://www.globalproject.info/it