lunedì 7 marzo 2011

Inceneritori, le verità nascoste

Aveva 46 anni Antoine Lavoisier quando, nel 1789, pubblicò il suo Traité Élémentaire de Chimie (Trattato elementare di chimica) . Un trattato che aprì le porte della chimica moderna e che racchiudeva una delle leggi più importanti su cui si è basata la ricerca: la legge della conservazione della massa. Forse alcuni di voi la ricordano dagli studi del liceo, forse altri ne avranno sentito parlare in qualche trasmissione scientifica; a Palazzo Chigi di Lavoisier non sembrano averne mai avuto notizia.
Da tempo i nostri politici parlano di “termovalorizzatori”, termine inesistente sia nel gergo tecnico sia nella stessa lingua italiana, che lo ha dovuto adottare per forza di cose, non essendoci in Italia un confronto pubblico tra i diversi pareri in gioco. Anche in questi giorni, mentre a fatica si tenta di riportare la situazione napoletana alla normalità, la bufala viene riproposta come soluzione.
Gli inceneritori - chiamiamoli con il loro vero nome – seguono le stesse leggi della chimica di tutti gli altri processi in natura, riducendo per combustione il volume dei rifiuti immessi, modificandone la composizione chimica, ma non la massa. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
All’inaugurazione dell’inceneritore di Acerra, Berlusconi lo aveva definito “un dono di Dio”, una tecnologia innovativa da adottare in giro per l’Italia, che “inquina quanto due auto di media cilindrata poste a 110 metri di altezza”. La verità, come spesso accade rispetto alle dichiarazioni dei nostri politici, è ben altra. L’impianto di Acerra è ben lontano dall’essere un prodigio della tecnica: dell’energia prodotta, solo un quarto viene impiegata per produrre elettricità. Il calore in eccesso, che potrebbe essere recuperato per il teleriscaldamento, viene smaltito in aria e in acqua, contribuendo ulteriormente all’abbassamento dell’efficienza di produzione, differentemente da quanto dichiarato da alcuni esponenti politici. La pochissima energia elettrica prodotta, in parte riassorbita dall’impianto per il suo funzionamento, viene incentivata oltremisura con i fondi del Cip6, destinati sulla carta alle fonti rinnovabili, il cui 92% – oltre 2.5 miliardi di euro all’anno – è invece finito ad arricchire le imprese che avevano costruito gli inceneritori.
A una scarsa efficienza energetica si aggiunge l’estrema pericolosità dei prodotti di scarto. Nel solo impianto di Acerra dovrebbero essere processate 81.21 tonnellate di rifiuti solidi urbani ogni ora, dai quali è stata eliminata (a meno di non smaltire le ecoballe che la stessa Fibe, azienda costruttrice dell’impianto, ha prodotto per anni illegalmente) la cosiddetta “frazione umida”. In sostanza, il potere calorifico che permette il parziale recupero dell’energia si basa principalmente su materiali come plastica, legno e carta, ampiamente riciclabili e dalle quali si potrebbe risparmiare fino a 7 volte l’energia impiegata per produrne di nuove e allo stesso tempo dare un serio apporto all’occupazione, visto l’indotto che si crea intorno alla filiera del riciclaggio.
Tuttavia, non si tratta unicamente di un problema energetico. In uscita dall’impianto, tra scorie provenienti dalla camera di combustione e dalle ceneri ottenute dal trattamento dei fumi, escono circa 21 tonnellate di rifiuti speciali, il cui smaltimento resta un compito difficile, generalmente affidato ad impianti di stoccaggio dedicati.
Il problema di eliminare le discariche, quindi, è solo ridotto al costo di un aumento della tossicità del rifiuto da stoccare.Le centinaia di materiali diversi che vengono combusti nell’impianto comprendono anche metalli pesanti e cloro – per citarne alcuni – che inevitabilmente fuoriescono dai camini, spesso legandosi chimicamente lontano dalle centraline di rilevamento per creare composti tossici di cui l’uomo è bioaccumulatore (es. diossine) o ridotte a dimensioni così piccole da illudere i sensori previsti dalla legge (nanopolveri), ma sufficientemente per superare la nostra barriera ematocerebrale e causare un aumento dell’incidenza di patologie oncogene.
Si tratta di circa 65 tonnellate ogni ora a cui vanno aggiunti i reagenti immessi nel trattamento, arrivando a circa 80 tonnellate ogni ora di composti di varia natura immessi in atmosfera, che vanno a precipitare sul terreno di un’area valutabile in qualche centinaio di chilometri quadrati.
Nonostante le certezze della scienza, la strategia per affrontare la questione dei rifiuti in Italia è sempre la stessa: assegnare agli inceneritori il ruolo cardine della soluzione, aprire qualche nuova discarica con la scusante dell’emergenza e sbandierare dichiarazioni a vuoto sull’importanza della raccolta differenziata all’interno del ciclo.
Peccato che sia le leggi italiane – in particolare il Dlgs 152/06 e la Legge 296/06 – sia le direttive europee sostengano il contrario, obbligando a quote di riciclaggio del 60% entro quest’anno. Ad oggi, invece, solo 25 province riescono a superare la quota del 40%. Campania e Lazio sono i fanalini di coda tra le Regioni, con poco più del 10% e la Sicilia non gode di posizioni migliori: Palermo e Messina non raggiungono il 5%, saturando discariche che dovrebbero essere destinate ad accoglierne solo una piccola percentuale.
San Francisco, la cui popolazione raccoglie quella di Napoli e Roma messe insieme, ha superato da poco il 75% della raccolta differenziata, raddoppiando in pochi mesi la quota attraverso la raccolta porta a porta.
Ma il riciclaggio è nemico degli inceneritori, perché li priva della loro materia prima, impoverendo le qualità caloriche del rifiuto urbano e rendendo poco conveniente il recupero energetico, persino in presenza dei fondi del Cip6. Le dichiarazioni dei politici inneggianti a un tragitto obbligato che impieghi entrambe le soluzioni, cominciando dalla costruzione di impianti di incenerimento, mostra l’evidente ignoranza rispetto a semplici principi di fisica e di chimica, o peggio, la malafede nella pianificazione della gestione dei rifiuti.
L’Italia persiste nell’adottare tecnologie obsolete e non sostenibili, che in fondo riflettono perfettamente i caratteri della sua classe dirigente. Assenza di pianificazione a lungo termine, ignoranza diffusa e corruzione: forse i veri rifiuti da smaltire siedono in Parlamento.
BLOG di Ascanio Vitale

Il 12 marzo io ci sarò perchè

Ogni cittadino deve difendere la Costituzione”, queste le parole pronunciate da Ugo De Siervo, il presidente della Corte costituzionale, uomo mite e rigoroso e perciò non amato dai don Rodrigo di questa triste stagione.
Noi invece lo prendiamo sul serio, e infatti ci ritroveremo il prossimo 12 marzo tutte e tutti a Roma, e in tante altre piazze d’Italia e del mondo, per esprimere il nostro amore per la legalità repubblicana e per i valori che ispirano la carta costituzionale.

Perché esserci?
Perché siamo stufi di essere molestati nei nostri diritti fondamentali.
Perché non vogliamo baciare l’anello ai Ghedaffi di turno.
Perché in tutti i carnevale del mondo si sta ridendo dell’Italia.
Perché vogliono distruggere la scuola pubblica.
Perché ci hanno levato persino il diritto a vedere gli spot dei film che non piacciono al loro capo.
Perché vorrebbero chiudere le trasmissioni sgradite e imbavagliare la pubblica opinione affinchè nulla veda e nulla sappia.
Perché siamo stanchi di sentire minacciare tutto e tutti: il Quirinale, la Corte costituzionale, la Corte dei conti, i giudici, i giornalisti, la cultura, il cinema, la ricerca, gli studenti…
Perché ormai persino due carabinieri sorpresi ad abusare di una donna in caserma osano rispondere: “Era maggiorenne ed era anche consenziente…”, chissà dove lo avranno sentito?
Perché la dignità delle donne non ha prezzo, in tutti i sensi.
Perché il fango che rovesceranno sull’Italia travolgerà tutto e tutti.
Perché per realizzare definitivamente la repubblica presidenziale, autoritaria e a reti unificate, hanno bisogno di fare a pezzi la Costituzione, costi quel che costi.
Perché per amare la democrazia e la Costituzione non occorre sempre aspettare di averle già perse.
Perché almeno per una volta, possiamo ritrovarci solo e soltanto sotto il tricolore, lasciando a casa ogni spirito di parte o di partito.

Per questo rispondiamo si all’appello del presidente Di Siervo e siamo sicuri che tanti altri cittadini lo faranno e prenderanno in mano la Costituzione per proteggerla e per difenderla, per riprendere il logo del bellissimo manifesto curato dalla associazione Valigia blu.

Se ne avete voglia, diteci anche voi perchè il 12 marzo sarete in piazza e spedite i vostri commenti qui o al sito www.adifesadellacostituzione.it.

domenica 6 marzo 2011

Napoli, le condizioni di un “nuovo inizio”

Due fatti delle ultime ore che aiutano a capire quello che sta succedendo a Napoli. Venerdì pomeriggio, passata la paura dell’arrivo del Commissario prefettizio, Rosa Russo Jervolino, sindaco di Napoli da 10 anni, è tornata a Palazzo San Giacomo ed ha tenuto una riunione di Giunta che ha approvato importanti delibere. Ordinaria amministrazione? No, purtroppo. Ma una variante al Piano urbanistico attuativo di Bagnoli su cui si misura il fallimento, dopo 18 anni, del governo della città di Napoli. Una variante grave perché sostanzialmente consente la costruzione di 600 case in più in sostituzione di attività del terziario avanzato. Bagnoli, luogo simbolo del presidio operaio della Italsider, che aspettava bonifiche, recupero della linea di costa attraverso la rimozione della colmata a mare e rilancio produttivo con attività a basso impatto ambientale, si trova oggi a veder stravolto quello che era stato il Piano regolatore voluto da Vezio de Lucia a fine anni 90. Su Bagnoli si tradisce lo spirito della scelta iniziale di una grande opera di trasformazione urbana e industriale, sull’esempio delle migliori esperienze europee. Con il cambio di destinazione urbanistica si stravolge quello spirito e si cede alla lobby dei costruttori.
Sabato mattina, nel centro storico di Napoli, in un teatro stracolmo con centinaia di persone rimaste fuori, è partita la campagna elettorale di Luigi De Magistris, candidato a Sindaco di Napoli. C’erano le associazioni, i comitati di cittadini contro le discariche e gli inceneritori, c’erano gli operatori del terzo settore che denunciano la pessima gestione delle politiche sociali del Comune e del mancato finanziamento da parte della Regione, c’erano gli operai della Fiom, il mondo dei saperi dall’Università alle professioni, c’erano gli artisti, ma c’era soprattutto il popolo della sinistra che è stanco delle modalità di governo di questi anni.
C’era la Napoli che non si rassegna all’idea che per liberarsi dalle gestioni clientelari del centrosinistra e del bassolinismo debba consegnare anche la città di Napoli alla destra collusa con la camorra dei Cosentino e dei Cesaro. C’era il Prc e la FdS, ma le assenze che si notavano di più erano soprattutto quelle del Pd e di Sel.
Non si capisce perché Sel continui a nicchiare e a mantenere una sorta di subalternità al Pd campano che, dopo il disastro delle primarie, piuttosto che fare autocritica e lasciare la mano a chi meglio potrebbe incarnare la voglia di riscatto di una città e del suo popolo, vuole imporre un suo nome come quello del prefetto Morcone, sconosciuto nella città. Sembra quasi che il Pd preferisca perdere le elezioni a Napoli piuttosto che cambiare radicalmente il modo di concepire il governo, come è già avvenuto alle Provinciali del 2009 e alle regionali del 2010.
Se non si fanno i conti con quello che è avvenuto in questi 18 anni di governo delle Istituzioni locali, non si uscirà dal tunnel. Se non si fa un’autocritica profonda e vera rispetto alle aspettative deluse dei cittadini, difficilmente si può riprendere un cammino comune. Bisogna tornare indietro nel tempo, al 1993, quando Bassolino fu eletto per la prima volta Sindaco di Napoli con l’appoggio del Pds, del Prc e della Rete, con il Partito popolare all’opposizione. Un’alleanza frontista, come si diceva un tempo. Una Giunta di altissimo valore che creò, nei primi anni, uno straordinario entusiasmo e una partecipazione della città con tutte le sue voci. Si parlò forse con troppa enfasi di un nuovo Rinascimento napoletano, ma sicuramente c’era una città viva, con grandi opere come la metropolitana che prendevano avvio e, soprattutto, con un grande fermento culturale.
Ma con il passare degli anni qualcosa comincia a cambiare. Nel 1998 Bassolino diventa Ministro del Lavoro nel Governo D’Alema. Un’esperienza che dura poco e con risultati che offuscano un pò l’immagine che aveva costruito come Sindaco. Da lì inizia un lento declino del personaggio. Nel 2000 si candida alle Regionali, e diventa Presidente. Ma non c’è più la società civile protagonista e partecipe come nel 93. C’è il sistema delle consulenze e delle prebende che assume la centralità nell’azione di Governo. La crisi dei rifiuti, il buco nella sanità, la gestione fallimentare della formazione professionale e dei finanziamenti comunitari alle imprese sono il tratto distintivo degli ultimi anni. E c’è soprattutto l’abbraccio mortale con De Mita, Mastella e i poteri forti a caratterizzare quegli anni.
Si crea “il sistema “. Il consenso elettorale non lo si forma più con la condivisione di un progetto e la partecipazione, ma con il metodo clientelare. Bassolino, che aveva combattuto il sistema di corruzione nella ricostruzione post terremoto in Irpinia, si trova a utilizzare pratiche e metodi tipici di quel periodo. Le vicende di queste ultime ore, con le dimissioni farlocche di 31 consiglieri comunali, rappresentano plasticamente il segno del decadimento delle Istituzioni a Napoli e in Campania.
La fine di un’epoca. Sarebbe auspicabile un sussulto di dignità della Jervolino con le dimissioni volontarie e la parola fine a una storia che si chiude mestamente. Con Luigi De Magistris oggi ci sono le condizioni per un nuovo inizio a Napoli, nel meridione e con uno sguardo attento a quanto ci arriva dall’altra sponda del mediterraneo.
Tommaso Sodano, Liberazione

L'eclissi del partito e altre catastrofi

Una riflessione a partire dal numero di "Democrazia e diritto" rilanciata da "Liberazione"

«La politica è entrata in crisi quando si è destrutturata, con una operazione consapevole da destra e inconsapevole da sinistra, la sua forma organizzata. Storicamente, questa forma era il partito». Per cui «l'alternativa non è: partito sì o partito no, l'alternativa è: politica organizzata o antipolitica». Bastano queste poche parole di Mario Tronti - che introducono il numero di Democrazia e diritto su "Il partito politico oggi", che Liberazione ha rilanciato alla nostra attenzione con l'inserto di domenica scorsa - a riflettere il senso di un problema fondamentale, qui e ora, per le comuniste e per i comunisti, per la sinistra, per la stessa democrazia italiana.
L'individualismo e il mito della società civile, che hanno vinto nella società italiana a partire dagli anni '90, hanno contribuito in modo decisivo, per Tronti, a questa eclissi della forma-partito. E' chiaro che parliamo qui in primo luogo del partito delle classi subalterne. Un'esperienza decisiva, questa, nel Vecchio Continente, tanto che - aggiunge Tronti - la stessa «occupazione politica dell'Europa da parte degli Stati Uniti d'America, si è dovuta sempre fermare davanti alla frontiera invalicabile della forma-partito». Ora però sembra aver vinto proprio quel "modello americano" del fare politica in cui l'egemonia sembra nascere - potremmo dire aggiornando Gramsci - direttamente dalla fabbrica dei sogni, innanzitutto dalla televisione. Bisogna riconoscere a Democrazia e diritto il merito di aver preso il toro per le corna, di aver sollevato un problema che è scomodo (ma vitale) in primo luogo per la sinistra. Il problema sollevato in poche parole è il seguente: la liquidazione della forma-partito che era propria della tradizione socialista e comunista - punto centrale del "caso italiano" degli ultimi lustri (in Europa occidentale non vi è nulla di simile, come la rivista documenta con alcuni articoli di grande interesse) - è la breccia principale attraverso cui è passato il forte ridimensionamento della sinistra nel nostro paese. L'atto di accusa ha volti e nomi che la rivista non nasconde: Occhetto-Veltroni da una parte, Bertinotti-Vendola dall'altra.
In occasione della recente ricorrenza dei novant'anni dalla nascita del Pci ho avuto modo di affermare che anche per quel che concerne la forma-partito c'è da chiedersi se non vi sia da imparare dalla storia del Partito comunista italiano. Mi riferivo in particolare alla necessità di tornare a forme di direzione collettiva in controtendenza rispetto al leaderismo scriteriato della cosiddetta "seconda repubblica", dove non vi sono più leader di partiti ma partiti del leader; all'opportunità che i partiti abbiano sezioni e non solo comitati elettorali, e che non trasformino immediatamente i propri quadri migliori, a ogni livello, in eletti e amministratori (per cui "la politica" diviene un "lavoro" che vede nel momento elettivo-istituzionale l'unica remunerazione adeguata, in termini economici e di prestigio); al bisogno di rilanciare la partecipazione reale, che ha nella discussione collettiva di base un momento insopprimibile di elaborazione e crescita delle soggettività, contro il mito delle primarie - meccanismo che rafforza i processi di delega e passivizzazione, limitando la mobilitazione a un breve momento di scelta-identificazione con un "capo" e una leadership.
Mi sembra che il fascicolo di Democrazia e diritto porti molti argomenti a questa impostazione, anche grazie agli articoli ben documentati e stimolanti di studiosi come Michele Prospero, Alfio Mastropaolo, Oreste Massari, Domenico Fruncillo, Onofrio Romano e altri. Non mi nascondo, tuttavia, l'obiezione che potrebbe essere avanzata a queste tesi da tante compagne e tanti compagni, in particolare da chi milita in Sel, con cui tanta storia e tanta parte di concezione del mondo pure mi accomuna e con cui ritengo necessario mantenere aperto il confronto.
Ciò che essi potrebbero dirmi o dirci è questo: avete nostalgia di una forma della politica sicuramente per molti versi positiva e da rimpiangere, ma ormai improponibile, per il mutamento della società, il ruolo che vi hanno i media, quella "americanizzazione" stessa della vita politica che è il mare in cui, volenti o nolenti, dobbiamo imparare a nuotare. Non è una obiezione insensata. Credo che la stessa "scommessa" iniziale di Vendola fosse giocata a partire da questa convinzione. Vorrei però invitare a ponderare come, al di là del tempo corto su cui spesso i politici valutano il loro operare, questo accettare il tavolo dell'avversario contenga un vero e proprio assorbimento di un modo di intendere la politica che in sé ci allontana radicalmente dai nostri ideali, dalla nostra identità, dai nostri obiettivi di fondo. Se devo dirlo in due parole: dall'obiettivo dell'autogoverno, della costruzione faticosa ma fondamentale di una democrazia reale, in cui la delega a una élite o l'affidarsi a un capo più o meno carismatico siano gradatamente ridotti, non alimentati. E' un progetto di lungo periodo, certo. Ma andare in direzione contraria (sia pure con la riserva che ciò avviene solo "momentaneamente") non ci aiuta, come ormai abbiamo imparato dalla storia.
La personalità carismatica (prendiamo questa accezione in senso lato e involgarito rispetto al modello weberiano), inevitabilmente accompagnata da tentazioni populistiche in senso deteriore, sembra oggi essere l'unico modo tramite il quale sia possibile fare politica efficacemente. Non è però vero. Non è un destino ineluttabile. Altre strade sono possibili, come ci dicono alcuni esempi in Europa e persino il caso della Lega in Italia. Certo, la partecipazione politica e il partito come lo abbiamo conosciuto nel '900 non possono essere riproposti tali e quali, vanno rinnovati e aggiornati. Da questo punto di vista anche la rete, se usata non solo per lanciare parole d'ordine e messaggi dall'alto, può essere una opportunità da cogliere proficuamente. Ma soprattutto i partiti devono riprendere a essere ben riconoscibili, avere canali decisionali non sovrapponibili con l'azione dei "vecchi media", prevedere differenzazioni funzionali tra iscritti e votanti, celebrare congressi veri e non kermesse che servano più che altro come passerella per il leader maximo. Insomma, essere molto meno liquidi per essere davvero più democratici. Perché la politica riprenda a marciare in direzione diversa rispetto alla deriva odierna è però necessario un segnale forte, che sia anche l'inizio di una "battaglia culturale" su cui concentrare le forze. L'introduzione del maggioritario, il bipolarismo e l'aberrazione del premierato di fatto sono tutti elementi che hanno potentemente concorso alla distruzione del partito politico, alla catastrofe di cui ha fatto le spese la politica organizzata e di massa. Mi sembra che oggi solo un ripensamento della legge elettorale, una larga alleanza politica e una campagna di sensibilizzazione di massa su questo tema possano aprire un processo nuovo.
Guido Liguori, Liberazione

sabato 5 marzo 2011

Sciopero Cgil, bisogna fare sul serio


E’ inutile nascondersi dietro le parole. Lo sciopero generale proclamato dalla segreteria della Cgil si presenta come uno sciopero a metà.Da un lato, è evidente, esso raccoglie una domanda di mobilitazione che è partita dalla piazza del 16 ottobre scorso dove si sono incontrati Fiom e movimenti.Dall’altro, però, non solo per le sue dimensioni, le quattro ore, ma anche per gli obiettivi, si presenta come uno sciopero in assoluta continuità con le iniziative del passato. Il 26 giugno dell’anno scorso la Cgil proclamò uno sciopero generale di quattro ore contro la politica del governo Berlusconi. Un anno dopo, fa la stessa identica cosa, nello stesso identico modo. In mezzo a queste due date è cambiato il mondo. L’attacco di Marchionne, quello della Gelmini, il propagarsi dal pubblico al privato, dai metalmeccanici agli insegnanti agli addetti al terziario, della devastazione contrattuale, ha messo in discussione tutto. Cisl e Uil sono state complici convinte di tutte le scelte del governo, della Confindustria, della Fiat. E’ avanzato un processo di distruzione dello stato sociale che in Italia viene presentato come Federalismo. Tutto questo si è accompagnato all’aggravarsi della crisi della democrazia, all’abolizione delle libere elezioni nella Fiat come nel lavoro pubblico, all’attacco alla Magistratura, all’aggressione alla Costituzione, all’impunità di Berlusconi rivendicata e proclamata come sistema di governo. Eppure dopo tutto questo, lo sciopero generale proclamato dalla segreteria della Cgil è lo stesso di un anno fa. E’ evidente che questo errore di sensibilità e scelta politica nasce da un vizio di fondo che persiste nella linea della confederazione.
Si continua a negare la realtà. Si continua a credere che oltre Marchionne, oltre Berlusconi e Sacconi, oltre gli accordi separati, ci sia ancora un mondo ove si possa ricostruire una politica unitaria con Cisl e Uil e un patto sociale con la Confindustria. Questo mondo in realtà non esiste più. C’è oramai un blocco di potere, una vera e propria concertazione che fa sì che tutte le principali decisioni di politica economica e sociale siano prese di comune accordo fra la Lega, Tremonti, Berlusconi, la Confindustria, Cisl e Uil.
C’è un blocco di potere concertativo
che governa l’Italia ed esclude la Cgil. Questo blocco di potere fa sì che Berlusconi continui, nonostante i suoi misfatti, a restare in sella, mentre appare inconcludente e inefficace l’opposizione politica. Il gruppo dirigente della Cgil continua a illudersi che prima o poi la signora Marcegaglia, la Cisl, la Uil, facciano un’altra politica.
E’ la stessa illusione che coltiva Bersani quando chiede alla Lega di dissociarsi da Berlusconi. Ma negare la realtà può essere più facile che cambiare linea e comportamento. Per cui, specularmente, ad un’opposizione politica che ogni cinque minuti chiede la caduta di Berlusconi, ma non fa nulla di vero e serio perché ciò avvenga, così la Cgil chiede un cambiamento profondo nelle politiche economiche e sociali, ma poi non fa uno sciopero generale in grado di bloccare davvero il Paese. E’ questa contraddizione che è stata immediatamente colta in tutti i luoghi di lavoro ove, dopo la prima cauta soddisfazione per la proclamazione dello sciopero generale, è emersa la rabbia per la data e soprattutto per le quattro ore. Sbaglia chi, come fa il nostro caro amico Loris Campetti su il manifesto, sottovaluta questo aspetto e si fa trascinare nella vecchia logica del bicchiere mezzo pieno.
Questo sciopero generale così com’è non va, bisogna cambiarlo. Innanzitutto si deve mettere nella piattaforma che esso va proclamato non solo contro il governo, ma anche contro la Confindustria e contro il sistema delle imprese. Pensiamo alla Confcommercio, che sta estendendo ovunque, assieme al governo, il modello Marchionne. Bisogna smettere di illudersi che ci sia un altro padronato buono che è pronto a dissociarsi dall’amministratore delegato della Fiat. In secondo luogo bisogna fare uno sciopero generale di otto ore. Già diverse categorie: la scuola, la funzione pubblica, il commercio, i metalmeccanici, hanno deciso o paiono intenzionati a decidere, l’estensione dello sciopero. Bisogna provare a bloccare il Paese e non a fare uno sciopero di circostanza.
Nelle prossime settimane, ogni luogo di lavoro, ogni rappresentanza sindacale, ogni struttura, dovrà essere portata a discutere e a decidere sugli obiettivi e sull’estensione dello sciopero. Lo sciopero dovrà essere un appuntamento di tutto il Paese che lotta per i diritti e la democrazia. Per questo si dovranno incontrare i movimenti sociali e gli studenti. Essi devono essere soggetti attivi e partecipi dello sciopero e non semplicemente spettatori tollerati.
Infine questo sciopero va costruito politicamente anche rispetto a Cisl e Uil. Il primo maggio unitario, che precede lo sciopero è una pura ipocrisia e rischia persino di danneggiare la giornata di lotta se quel giorno, nelle piazze, si dovrà diplomaticamente tacere di essa. Si faccia un primo maggio che prepari lo sciopero, che ne spieghi le motivazioni e gli obiettivi e si vada in piazza anche per questo. Pazienza se Cisl e Uil a questo punto ne saranno travolte o saranno costrette a non partecipare.
Bisogna fare sul serio. Ogni giorno le lavoratrici e i lavoratori, i giovani, i disoccupati e i precari sono di fronte a drammi che si abbattono sulla loro vita. Per questo mobilitazioni rituali non servono più a nessuno e possono persino diventare controproducenti. Abbiamo a questo punto due mesi per arrivare a uno sciopero generale vero. Facciamo sì che ogni appuntamento - lo sciopero dell’11 marzo dei sindacati di base, le altre lotte e mobilitazioni, le assemblee degli studenti e dei movimenti sociali, le manifestazioni della società civile, da quella del 12 marzo a quella sull’acqua - pur conservando naturalmente la propria autonomia, servano anche a far sì che lo sciopero del 6 maggio sia un appuntamento di tutti. Impadroniamoci di quella data e facciamo dello sciopero generale proclamato senza convinzione dalla segreteria della Cgil una data che segni la vita sociale e politica Paese. Con la consapevolezza che oggi più che mai è necessaria la critica a quei gruppi dirigenti che non vogliono cogliere la dimensione dura e drammatica del conflitto in atto. La trasformazione dello sciopero del 6
maggio. In uno sciopero generale vero, è la strada sulla quale dobbiamo
muoverci.
Giorgio Cremaschi, Liberazione

Perugia/ Nasce il Comitato "A difesa della Costituzione e della scuola pubblica"

Si è costituito, in occasione di un partecipato incontro cui hanno preso parte rappresentanti di associazioni, sindacati e partiti, il Comitato cittadino “A DIFESA DELLA COSTITUZIONE E DELLA SCUOLA PUBBLICA di PERUGIA” , che organizzerà anche a Perugia una mobilitazione di piazza per testimoniare la volontà di difendere i diritti sanciti dalla Costituzione e l’istruzione pubblica, svilita e offesa dalle parole del premier. L’iniziativa si inserisce nell’ambito della mobilitazione nazionale che si svolgerà per sabato 12 marzo. Il Comitato perugino è, dunque, impegnato nell’organizzazione di un evento pubblico in piazza della Repubblica nel pomeriggio del 12 marzo alle ore 16.00, cui sono invitati a partecipare le donne e gli uomini che credono che l’Italia possa essere un posto migliore per tutti.
L’adesione al Comitato è aperta a tutte le persone e i gruppi che vorranno aderire e sostenere la mobilitazione. Per farlo è sufficiente inviare una mail all’indirizzo: adifesadellacostituzionepg@gmail.com.

Il Comitato è anche su Facebook: http://www.facebook.com/event.php?eid=192652527431756
Hanno aderito al Comitato e parteciperanno alla Manifestazione le seguenti associazioni, partiti e movimenti di Perugia:

Articolo 21, AUSER, CGIL, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti - CIDI, Coordinamento dei Docenti della Scuola Pubblica, Comitato SE NON ORA QUANDO?, Federazione dei Giovani Comunisti Italiani. Giovani Comunisti, Giovani Democratici, IDV Giovani, Italia dei Valori, Libera, Libertà e Giustizia, Partito dei Comunisti Italiani, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Democratico, Partito Socialista Italiano, Rete degli Studenti Medi, Rete Viola Perugia, Sinistra Ecologia e Libertà, Unione degli Universitari – UDU, Valigia Blu


mercoledì 2 marzo 2011

FERRERO: IL FEDERALISMO FISCALE E' UNA PORCATA DI REGIME

Finisterrae

Poveri liberisti! Non fanno in tempo a pubblicare un articolo – ogni testo più lungo sarebbe a rischio ridicolo – per annunciare che «il peggio è alle nostre spalle» che la crisi torna a ruggire da un lato inatteso.
Un anno fa si temeva la deflazione (prezzi fermi o in calo a causa del consumi congelati dal blocco salariale nei paesi sviluppati), oggi torna lo spettro dell'inflazione sotto la spinta del rapido aumento del prezzo del petrolio. Un'inversione di scenario talmente rapida da costringere a dubitare (diciamo così) degli strumenti usati dagli analisti più conosciuti.
Proviamo a capire con gli strumenti nostri.
Il prezzo del petrolio – stimolato dalle rivolte arabe – è schizzato a 114 dollari al barile per il tipo Brent (il Wti statunitense è ormai un «prodotto locale», che non viene più esportato e quindi non è più «il prezzo di riferimento»). Tra i paesi interessati solo Libia e Algeria hanno una quota percettibile della produzione globale di greggio: il 2% a testa. E solo il paese di Gheddafi ha seri problemi di estrazione a causa degli scontri. E' dunque evidente che il prezzo alto in questo momento incorpora un «premio di rischio» che sconta le incertezze tipiche di un mercato anelastico (l'estrazione non può variare ad libitum da un giorno all'altro; e solo l'Arabia Saudita possiede una «capacità estrattiva di riserva» ampia quanto la produzione libica attualmente mancante). Si è soliti chiamare speculazione questo «premio»; ma va ricordato sempre che si specula sulle merci rare, non su quelle abbondanti.
A ben guardare i dati, però, si scopre che il petrolio non è affatto solo:
in un anno il mais è più che raddoppiato, il grano è salito del 64%, il cotone del 194%, il rame del 45%. Le 32 materie prime principali si sono apprezzate nello stesso periodo di un 30% medio. Ma l'energia – insieme alla forza-lavoro umana – è l'unica merce il cui prezzo entra sicuramente nella formazione del prezzo di tutte le altre. Quindi ogni sua impennata si traduce immediatamente in maggiore inflazione e perciò in rallentamento dei consumi; in ultima analisi anche della «crescita». Le stime correnti più usate riferiscono di un rallentamento pari allo 0,2% per ogni +20% nel prezzo del greggio. Sembra poco, ma se la crescita era già anemica le conseguenze possono essere abbastanza serie (visto che l'aumento del greggio in un anno è stato superiore al 30% e non si vedono limiti se la rivolta araba dovesse contagiare anche i sauditi).
La deflazione è stata combattuta da tutte le banche centrali con gigantesche
«iniezioni di liquidità» e portando i tassi di interesse vicinissimi allo zero. In pratica hanno «stampato moneta», magari per riacquistare titoli di stato in difficoltà o finanziare istituti bancari sull'orlo della bancarotta. Tanta generosità si è tradotta in un anno e mezzo di rialzi borsistici, mentre l'economia reale ha continuato ad arrancare. Di fatto, la «liquidità» in eccesso è servita a ricostruire il circo speculativo che la crisi del 2008 aveva messo in ginocchio. Ma un eccesso di liquidità deve necessariamente trasformarsi – prima o poi – in inflazione più alta.
E' quello che sta avvenendo, ma le banche centrali – a partire dalla Federal Reserve – si dicono ancora «tranquille». L'indice inflattivo che loro tengono d'occhio è infatti quello «core», depurato dalle «componenti volatili» come l'energia o i prezzi alimentari. In pratica, si preoccupano di un solo dato: che l'inflazione più alta non provochi la richiesta generalizzata di aumenti salariali.
Com'è noto, in un mercato del lavoro globalizzato – dove un'azienda a caso può dire ai suoi lavoratori «o accettate le mie condizioni, oppure sposto la produzione altrove» - i salari crescono soltanto nei paesi «emergenti», ovvero là dove erano a livelli infinitesimi e la crescita è più impetuosa. Ma nei paesi «maturi» il potere d'acquisto dei salari è stato congelato da vent'anni proprio grazie alla diffusione di merci a basso costo prodotte da aziende occidentali impiantate nei paesi in emersione. Un corto circuito che è stato capitalisticamente «virtuoso» fino all'inizio di questa crisi sistemica, ormai avviata a celebrare il suo quarto anno di vita.
Ora il meccanismo produce un'inversione di rotta: i consumi bloccati nei «paesi ricchi» si traducono in stagnazione, mentre l'aumento delle materie prime (provocato dalla crescente domanda globale) stimola l'inflazione. Si chiama stagflazione, e non è la prima volta che si presenta. Negli anni '70 fu combattuta e vinta – dal capitale – sconfiggendo il movimento operaio in Occidente, con la politica degli alti tassi di interesse, la corsa agli armamenti hi-tech e – di conseguenza – con la bancarotta del cosiddetto «socialismo reale». In definitiva, con la globalizzazione di questo modo di produzione.
Ma ora? Quali sconvolgimenti epocali si possono avviare al solo scopo di mantenere questo andazzo demente?


Redazione di Contropiano

Dal Wisconsin al Nordafrica, passando per l'Europa: rivolta globale contro il neoliberismo

Sono state largamente ignorate, in Italia, le proteste esplose nel Wisconsin e in Ohio, dopo la decisione di due governatori reazionari di falcidiare i pubblici impiegati (dagli insegnanti agli infermieri) e di limitare i loro diritti sindacali.
Nel Wisconsin, a fronte di provvedimenti che avrebbero condotto al licenziamento di migliaia di lavoratori, e lasciato il singolo senza uno straccio di contratto collettivo solo e inerme davanti al padrone, una folla ha occupato il Campidoglio di Madison, capitale dello Stato, defenestrando di fatto le autorità elette. Uno dei leader storici della sinistra americana, il reverendo Jesse Jackson, ha infiammato con i suoi discorsi decine di migliaia di persone. In Ohio i sindacati hanno radunato folle equivalenti (per tenersi informati, leggere The Nation o Mother Jones, organi storici della sinistra Usa).
Qui si era distratti da ciò che sta accadendo nell’area mediterranea, con le rivolte ancora inconcluse di Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Algeria, Yemen, Oman ecc. C’è chi le legge come insurrezioni generazionali, chi le lega a Twitter e a Facebook, chi le vede come pure insorgenze democratiche. Dall’ “altra parte”, quella ostile ai moti, a destra c’è chi le interpreta alla luce dell’islamismo radicale; a “sinistra” chi vi scorge tracce di rivoluzioni “arancioni” manovrate dalla CIA, da Obama, da occulti centri di potere (si citano Castro e Chávez, senza considerare che i loro paesi assediati cercano alleati dovunque possono).
Con rarissime eccezioni, nessuno riesce a formulare un’analisi di classe. L’unica che potrebbe tenere insieme, in un medesimo quadro interpretativo, le rivolte del Missouri e dell’Ohio con quelle dell’Africa del Nord; e inoltre unirvi la protesta di massa greca, la ribellione – studentesca ma non solo – in Francia, Italia, Gran Bretagna. E mille altri episodi. Siamo in presenza di un nuovo 1967-68. Una ribellione mondiale contro le imposizioni capitalistiche. Il rischio è che, questa volta, nessuno ci faccia caso. Si sono estinte, o godono di minore fortuna, le grandi analisi. Si ripiega dunque su quelle sempliciste: dal puro democraticismo liberale (la rivolta è contro regimi oppressivi) ai deliri detti “geopolitici” cari sia alla sinistra perbene di Limes che ai rossobruni (strano mix politico tra fascisti e comunisti ultra ortodossi).
Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti. Si è affermata, a furia di vittorie non solo teoriche, ma anche militari, una dottrina economica universale, il monetarismo. Colloca in posizione centrale il debito statale, che Keynes giudicava secondario rispetto alla produzione concreta e all’effettiva occupazione. Per rimediare al debito, e alla massa di interessi che genera costantemente, servono risparmi eternamente crescenti. Tagliare qui, tagliare là. Soprattutto nel welfare, che genera inflazione e il debito lo fa aumentare.
Prime vittime: i soggetti più deboli, i giovani e le donne (e i dipendenti pubblici, di norma docili ma troppo compatti). Il terzo soggetto debole, i vecchi: li si trattiene al lavoro per compensare la manodopera espulsa o esclusa. Tutto ciò comporterebbe un rischio nel caso che la forza-lavoro reale o potenziale sia organizzata. Per “fortuna” il potere ha il coltello dalla parte del manico. Sceglie gli interlocutori collettivi a seconda della docilità, esclude gli altri. Cancella, forte del suo dominio anche politico, ogni tipo di contrattazione generale. Vuole avere di fronte un lavoratore capace appena di vergare la sua firma sotto un contratto di arruolamento. Pieno di clausole tutte punitive, ma solo per il firmatario.
Il tutto in nome dell’adesione universale a una teoria economica che è anzitutto ideologica. Definire bisogni e ripartizioni di risorse attiene all’economia, designare beneficiari è compito della politica. Il monetarismo fece la sua scelta, trasformò l’economia politica (scienza in sé approssimativa) in ideologia. In economia al servizio della politica. E’ dall’alto che si sceglie chi castigare e chi premiare. Vittime sono le classi subalterne, da scompaginare e ricomporre. Sulla base di una teoria niente affatto scientifica, bensì ispirata a una visione gerarchica della società che farebbe rimpiangere l’antica aristocrazia.
Mettiamo dunque le mani su ogni diritto acquisito. L’istruzione, la cultura, il lavoro assicurato, l’ipotesi di una società grosso modo egualitaria, una qualche pensione facilmente calcolabile. Che non ne resti traccia. Questo accade nel Wisconsin e accade in Italia. Ma che c’entra l’Africa del Nord? Chiaramente le forme dell’insubordinazione assumono aspetti aderenti alle caratteristiche locali, e tuttavia la matrice unificante è ben visibile, per chi la cerchi con un minimo di perspicacia.
Nel Nord Africa regimi tirannici hanno resistito finché non si sono piegati al liberismo, investiti dal vento occidentale. Da quel momento hanno spalancato le porte al capitale straniero, lasciato la forza lavoro in balia di se stessa (nell’immaginario alimentato ad arte appaiono ancora società semi-rurali, mentre il tasso di industrializzazione è altissimo), favorito processi di privatizzazione e di compartimentazione sociale.
Prendiamo il caso della Libia, tanto caro, per ragioni apparentemente opposte, sia alla democrazia borghese (anti Gheddafi) che alla sinistra che ha smarrito la bussola (pro Gheddafi). Se proprio vogliamo personalizzare, Gheddafi è colui che, per fare uscire la Libia dalla scomoda condizione di “Stato canaglia”, passò all’Inghilterra l’elenco dei militanti dell’IRA che si erano addestrati nel suo territorio; che lasciò, dopo il 2001 e soprattutto dal 2003, libero accesso alle risorse del suo paese a multinazionali e a consorzi di rapina bancaria; che si accordò con l’Italia per fare crepare nel deserto, o tenere provvisoriamente in vita, in sudice galere, i migranti dell’Africa continentale che provavano a raggiungere le coste europee. Valentino Parlato dice ora che il Libretto verde di Gheddafi “va letto”. Giusta esortazione: lo legga lui per primo. Poi dica cosa pensa di ciò che Gheddafi afferma delle donne – in pratica puri contenitori di figli futuri – o del cinema, strumento di corruzione in quanto fa vedere cose non vere (meglio il circo, dice il rais, pur con riserva). Parlato è uno dei tanti esempi di chi blatera di ciò che non conosce.
Ma personalizzare è la via peggiore. La Libia non differisce dalla Tunisia, dall’Egitto ecc. perché è la classe più colpita e penalizzata che si leva in piedi. Non islamisti oltranzisti, non nostalgici di regimi precedenti, non esponenti di minoranze tribali (queste componenti ci sono, ma non riflettono l’intero movimento). Si tratta invece di proletari, in maggioranza giovani o giovanissimi, che non riescono a scorgere un futuro possibile, nell’ambito del quadro economico neoliberista dominante. Il fatto che il regime elargisca elemosine, sotto forma di beni di sussistenza a prezzo politico, non li fa uscire dal binario morto in cui sono parcheggiati.
Vale ad Atene, a Parigi, a Roma, a Lisbona, a Tunisi o nel Wisconsin. Fare caso alle bandiere che agitano non serve a nulla: cercano il primo straccio che capita in mano, purché differente dal vessillo ufficiale. Arrivati a metà del guado, attendono una parola coerente per compiere il passo successivo. Non a caso, Stati Uniti, Unione Europea e Israele sono prodighi di consigli interessati. Arrivano a ventilare, almeno per la Libia, l’ennesimo “intervento umanitario”, per impadronirsi delle risorse altrui. Mandano spie e navi da guerra. Tentano un colpo di mano coloniale al minor prezzo possibile.
E’ difficile capire, al momento, come finirà questa lotta. Nascono forme transitorie di governo, oggetto di altre insurrezioni. Il pagliaccio che si è impadronito dello Stato italiano, dopo avere offerto a Gheddafi 500 fotomodelle per una lezione di Corano, ora chiede che si faccia da parte. Teme la ripetizione di ciò che si è visto.
Centinaia di migliaia di persone, in piazza e nelle strade, sono capaci di fare cadere un regime. Funziona, gente, funziona.
CGIL, ti decidi o no a proclamare lo sciopero generale?


di Valerio Evangelisti, Carmillaonline

'Berlusconi ha ragione: finalmente l'informazione a targhe alterne'

Finalmente. A dimostrazione che in questo sito non siamo pregiudizialmente contrari al governo bisogna dare un plauso alle decisioni che si vanno prendendo in merito ai programmi di approfondimento del servizio pubblico radiotelevisivo. “Bisogna che si alternino trasmissioni di destra a trasmissioni di sinistra”.
Quanto basta a far scattare il panico fra conduttori televisivi, crisi di identità, l’incertezza sul proprio futuro che comincia a far tremare le stanze e gli studi di Saxa Rubra. Si narra di una riunione notturna, tenutasi in un locale in della capitale: tra i partecipanti, si fanno i nomi di Vespa, Floris, Santoro, Paragone e con loro l’intero parterre che rompe la placida quiete delle repliche che in Rai vanno per la maggiore. Voci incontrollate ma ben qualificate affermano che l’incontro è terminato senza un nulla di fatto. I volti sfatti, i colletti della camicia madidi di sudore freddo, i partecipanti sono stati visti uscire a testa bassa, entrare di soppiatto in automobili dai vetri oscurati e filare via con le prime luci dell’alba.
Nessuno di loro ha saputo rispondere all’imperioso ordine che giunge dalla presidenza del Consiglio. «Fare una trasmissione di “destra” è facile – afferma uno dei partecipanti che ha voluto mantenere l’anonimato – Basta invitare Bonanni, un esponente di Confindustria, Casini, uno di Fli, (prima che cambi casacca), uno della Lega, un esponente del Pdl (a scelta fra la belloccia e il pappagallo), qualche timoroso del Pd e la trasmissione è fatta». Del resto anche sui temi il problema non si pone: basta parlare di “bunga bunga”, intervistare l’ennesima velina, scovare il solito appartamento dall’inquilino potente, miscelare con una legge ad personam, attaccare il premier o attaccarsi al premier, miscelare garantismo e giustizialismo, aggiungere una spruzzata di “federalismo” (enunciato e mai spiegato) ed ecco anche i contenuti. Ah, giusto! Non tralasciare qualche bel fattaccio di cronaca nera con plastici annessi, criminologi incorporati, psicologi e tuttologi pronti all’uso. Gli elementi di emotività necessari per fare una bella trasmissione di destra ci sono tutti. Il format contiene anche variazioni sul tema: il razzista soft e quello che ringhia, il liberista tutto di un pezzo, dimentico di vivere nella terra dei monopoli (non il gioco da tavolo), l’esperto di politica internazionale, pronto a smentirsi ad ogni stormir di foglie, coriandoli gossippari che vagano nell’etere in cerca di un minuto di trasmissione. Insomma un lavoro già pronto, programmi eterni da riciclare ogni settimana, sempre con le stesse ospitate che stanno alla realtà quanto Marchionne agli stipendi e ai contratti dei dipendenti Fiat.
Il problema che assilla tutti, conduttori col vento in poppa e anchorman da tempo parcheggiati in magazzino, è soltanto uno: come si fa un programma di sinistra? Qualcuno ha insinuato il dubbio – scatenando il panico – che per fare un programma di sinistra occorra parlare di questioni sociali, dando voce a chi sta pagando sulla propria pelle la crisi economica e sociale. Scandalo! Portare in tv operai e cassaintegrati, giovani antagonisti poco glamour, immigrati, ricercatori, uomini e donne a cui sia dato il tempo di parlare non per il minuto di circostanza ma divenendo l’ossatura della trasmissione. Persone che possano entrare in contraddittorio paritario con gli inquilini del Palazzo. Come si fa a pensare ad una trasmissione in cui il tema portante sia una busta paga e non solo una delle tante bustarelle, e come si può parlare di criminalità che controlla mezzo paese senza ricorrere alle tirate consolatorie che vanno di moda in questo periodo?
Impossibile si dice- a parte il buon Riccardo Iacona e il suo “Presa Diretta” nessuno ha il coraggio di spingersi in trasmissioni così apertamente hard se non eversive. Si corre il rischio di dover invitare forze politiche e sindacali bandite dal palinsesto, definire il contesto nazionale e internazionale in cui nasce e prospera la crisi, fare nomi e cognomi di chi su questa sta lucrando. Significa parlare di redistribuzione delle risorse, di lotta alla povertà e non ai poveri, di critica al modello di sviluppo. Significa dire che il neoliberismo è entrato in un tunnel senza uscita, che le ricette social democratiche non hanno futuro perché non ci sono margini di ripresa se non si inverte radicalmente la rotta. Significa dire che si è entrati in un sistema in cui gli spazi di democrazia formale e sostanziale si restringono quotidianamente perché per il mercato la partecipazione è incompatibile con il profitto, che è possibile ridefinire le priorità nell’utilizzo delle risorse partendo da una idea di bene comune e non di crescita dei privilegi. Come si fa? Chi è in grado di fare giornalismo di questo tipo? Il rischio del licenziamento in tronco per manifesta incapacità aleggia fra le grandi firme, c’è poco tempo per correre ai ripari. Cercare competenze, cercare competenze, cercare competenze.
Auff, anche stavolta è fatta! Berlusconi è stato travisato, resteranno trasmissioni confindustriali che si affiancheranno a trasmissioni confindustriali.
di Stefano Galieni, www.controlacrisi.org