mercoledì 15 giugno 2011

Note sul debito pubblico italiano

In questi mesi il dibattito sui debiti sovrani è stato orientato prevalentemente alle discussioni in merito al rischio di default della Grecia, ai problemi relativi agli aiuti da dare al Portogallo e alla situazione irlandese. In Europa si parla dei Pigs e del loro ruolo destabilizzatore, dei rischi per l’economia europea e per il futuro dell’Euro.
L’Italia, pur non essendo inserita all’interno dei Pigs, e pur non avendo subito l’attacco speculativo a cui è stata sottoposta la Grecia, non può essere considerata esente da problemi riguardanti sia il debito pubblico, sia il deficit di bilancio. Come sappiamo questi due elementi sono strettamente legati e connessi tra di loro, anche se non bisognerebbe fare l’errore tipico degli analisti liberisti di vedere una relazione diretta causa-effetto tra spesa sociale – deficit di bilancio – debito pubblico.
Sin dagli albori dello Stato moderno il debito pubblico infatti era legato principalmente al finanziamento di attività militari o coloniali, determinanti per l’espansione commerciale, necessaria alla nascente economia mercantilista. Da questo punto di vista gli esempi possono essere molteplici, basti pensare che sino alla Rivoluzione Industriale la Banca d’Inghilterra compie la maggior parte delle operazioni di credito con il governo reale.

Gli Stati (e dunque, in forma indiretta, l’intera collettività tramite imposte o tagli alla spesa sociale) sono stati quindi tra i principali finanziatori dello sviluppo di tutto il mercato finanziario internazionale, attraverso i loro debiti infatti hanno garantito delle rendite pressoché costanti ai propri debitori (inizialmente le banche nazionali, in seguito le banche private, le compagnie di assicurazioni, i fondi di investimento, etc).
Questo piccolo excursus storico ci permette di comprendere come anche la logica che ha causato lo sviluppo e la crescita smisurata del debito pubblico italiano è legata principalmente agli interessi messi in campo dal capitale finanziario, più che da una “eccessiva” crescita della spesa sociale.
Da questo punto di vista risulta utile analizzare brevemente la storia e le origini del debito pubblico italiano, per comprendere al meglio sia la situazione attuale, sia le relazioni e le affinità con la natura intrinseca di questo problema.
Come si può vedere dal grafico il debito pubblico italiano ha avuto una evoluzione abbastanza costante fino al 1979, in seguito ha subito una crescita notevole, aumentando considerevolmente la sua percentuale rispetto al PIL. Questo trend si inserisce in un contesto internazionale che vede una situazione abbastanza simile in quasi tutti i Paesi a capitalismo avanzato, basti pensare che ad oggi il rapporto debito pubblico/PIL degli USA è quasi raddoppiato rispetto al 34% del 1980.
Gli anni 80 dunque sono visti da molti analisti come il momento decisivo per la crescita del debito pubblico italiano, effettivamente se si guardano i dati che ci fornisce la banca d’Italia questa tendenza è di fatto confermata: il rapporto debito pubblico/PIL è infatti del 60% nel 1980, mentre raggiungerà il 121,5% nel 1994. In questo stesso periodo il deficit italiano raggiungerà una media del 10,7% ( consideriamo che la media europea era del 4%), mentre la spesa pubblica passò dal 36% del Pil nel 1970 al 50% del Pil nel 1985.
Questi dati dunque sembrerebbero confermare la tesi secondo cui a causare l’incremento del debito pubblico, sia stata proprio la crescita della spesa pubblica e in particolare della spesa sociale. Un’impostazione di questo tipo è ormai accolta dalla maggior parte degli schieramenti politici che giustificano qualsiasi taglio alla spesa sociale in nome dell’enorme debito pubblico italiano.
Questo tipo di analisi però risulta alquanto ideologica, infatti se si analizza più in profondità la struttura della spesa pubblica italiana di quel periodo possiamo vedere come la spesa primaria (ovvero la spesa effettuata al netto degli interessi sul debito pubblico), è stata quasi sempre inferiore alla media dei Paesi europei tra il 1980 e il 1993. A dircelo è la stessa Banca d’Italia, la quale afferma che, più che un aumento sconsiderato della spesa pubblica italiana, c’è stato un progressivo allineamento verso gli standard europei, basti pensare infatti che in Italia la previdenza sociale è stata istituita solo nel 1970 e il sistema sanitario nazionale nel 1978.
La spesa sociale dunque non fu affatto “gonfiata”, né può essere definita eccessiva, ciò che ha causato direttamente l’aumento del disavanzo degli anni 80 è stata la mancanza di entrate adeguate ad una spesa sociale dignitosa.
Il principale fattore della mancanza di entrate adeguate è stato certamente l’evasione fiscale, questo elemento è caratteristico del sistema economico italiano ma, al contrario di quanto si possa pensare, non si riferisce solamente all’evasione prodotta dalle singole persone. A pesare più di tutto sulla mancanza di entrate fiscali adeguate è stato, ed è tuttora, l’evasione procurata dai redditi imprenditoriali e da capitale che già nel 1980 si aggirava intorno al 60 %.
L’aumento del disavanzo dunque si legava sempre di più con l’aumento del debito pubblico, che veniva utilizzato per colmare i vuoti causati dalla mancanza di entrate adeguate (basti pensare che nel 1985 la pressione fiscale in Italia era del 34,5% del Pil mentre la media europea era del 41% e la Francia era al 46%). L’aumento del debito pubblico, che come abbiamo detto stava di fatto sostituendo in parte la necessità di una lotta contro l’evasione dei redditi da capitale, veniva usato come pretesto per scatenare la battaglia ideologica neoliberista contro il ruolo redistributore dello stato e contro l’aumento dei servizi sociali.
Ma le scarse entrate fiscali non sono l’unica spiegazione dell’aumento del debito pubblico negli anni 80 e nei primi anni 90. Prima della crisi degli anni 70 il debito pubblico era finanziato con l’emissione di moneta da parte della banca centrale. Dal 1975 la Banca d’Italia era obbligata a comprare i titoli di stato rimasti invenduti, di conseguenza il debito era finanziato da un’istituzione pubblica, all’inizio degli anni 80 però si consumò la separazione tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia e si concluse il periodo del finanziamento obbligatorio del debito. A sostituirsi al creditore pubblico furono dei creditori privati, in particolare banche e compagnie di assicurazione. I governi di allora avevano quindi scelto di affidare il debito pubblico a dei soggetti privati, interessati ovviamente a massimizzare i propri profitti finanziari.
L’obiettivo degli investitori privati che decidevano di acquistare i titoli di stato italiani era infatti palese, basti pensare che già nel 1985 oltre il 40% era posseduto da banche e istituti di credito. Un altro elemento su cui riflettere è il fatto che, in poco tempo, l’acquisto dei bot people diventò un meccanismo di elusione “legale” del fisco da parte delle grandi imprese. Aziende come la Fiat o l’Olivetti infatti nel 1984 ottenevano rispettivamente il 57% e il 64% dei loro utili dagli interessi sui titoli di stato, il meccanismo che veniva messo in campo era abbastanza complesso ma efficace: le imprese infatti ottenevano dalla banche dei prestiti per acquistare bot e cct, alla fine dell’anno avrebbero dunque inserito nei bilanci degli interessi passivi (dovuti al fatto che erano prestiti bancari), l’inserimento di questa voce riduceva l’utile imponibile, mentre quelli che venivano segnalati come interessi attivi erano principalmente i titoli di stato, che però erano totalmente esenti da qualsiasi tipo di imposta. Un modo efficace per evadere il fisco e ridurre ulteriormente le entrate della collettività.
Il momento in cui il debito italiano subì un’impennata decisiva fu però il 1992 quando, con il trattato di Maastricht, venne liberalizzata la circolazione dei capitali all’interno dell’Unione Europea. In quel periodo infatti iniziò una forte speculazione sulla lira, quest’ultima, unita alla scadenza media molto breve dei titoli di stato italiani (più o meno 2,96 anni), faceva scendere ulteriormente il tasso di cambio della lira. Il ministero del Tesoro dunque, a causa dei fattori esposti precedentemente, scelse di aumentare ulteriormente la remunerazione dei titoli di stato, così dal 1992 al 1994 il debito pubblico passò dal 98% al 121% del Pil. Questa improvvisa impennata era dovuta effettivamente all’aumento del disavanzo ma, a differenza di quanto sostenevano gli economisti liberisti, quest’ultimo era stato causato proprio dalla crescita degli interessi che l’Italia doveva pagare agli investitori privati che avevano finanziato il debito pubblico.
Attualmente il debito pubblico italiano è pari al 120% del Pil, secondo un rapporto CIA riportato dal New York Times l’Italia è l’ottavo Paese più indebitato al mondo. Dal 1995 al 2005 si era verificato un rallentamento della crescita del debito, che però ha subito una nuova impennata a partire dal 2008, anno di esplosione della crisi economica. Chiaramente questa data non è affatto casuale, anche se in Italia non si sono verificati casi del livello di Leheman Brothers o della crisi greca, il principio di aumento del debito rimane legato a due elementi, diversi ma connessi tra di loro: da un lato il debito privato è stato trasferito verso il pubblico e da un altro la necessità di mantenere alti i tassi d’interesse sui titoli di stato, indispensabili per garantire la rendita finanziaria.
Quest’ultimo punto in particolare è emblematico del circolo vizioso creato ad arte per garantire delle rendite quasi certe agli investitori privati; lo Stato infatti per coprire il fabbisogno necessario per ripagare i prestiti ottenuti colloca sul mercato i titoli di stato a tassi appetibili e competitivi. Gli investitori privati, banche, assicurazioni, grandi imprese, acquistano questi titoli certi del fatto che lo Stato garantisce più di chiunque altro il pagamento degli interessi sui prestiti ottenuti. Tutto ciò fa aumentare ulteriormente la spesa pubblica destinata al rimborso degli interessi e, conseguentemente, riduce quella destinata alla spesa sociale, tramite l’attuazione delle politiche di austerity che si stanno sviluppando in tutta Europa.
Quanto detto finora ci permette di arrivare a due conclusioni, che risultano vere e realistiche anche per quanto riguarda un Paese a capitalismo avanzato come l’Italia: la prima ci dice che il debito finora contratto è illegittimo in quanto creato appositamente per garantire adeguate rendite finanziarie a imprese e banche, la seconda invece rende evidente come l’evasione fiscale dei redditi da capitale sia stata costantemente accettata da tutti i governi, che evidentemente hanno preferito aumentare il debito e tagliare la spesa sociale, piuttosto che attaccare i profitti e i privilegi di banche e grandi imprese.


Dario Di Nepi, www.sinistrainrete.info

martedì 14 giugno 2011

Con la vittoria dei SI non sarà più tutto completamente come prima

Certamente una vittoria, gli italiani si sono espressi inequivocabilmente. Si sono espressi ben oltre le previsioni, ha votato il 57% degli elettori, che sono tantissimi sopratutto se si pensa che in questi ultimi sedici anni la percentuale di voti ai referendum si era sempre attestata ben al di sotto del quorum.
Si è espressa con circa il 95% dei SI a tutti e quattro i referendum, che significa la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto, quindi anche se avesse votato il 100% (cosa mai successa in Italia), i SI avrebbero avuto comunque la maggioranza.
Come avevamo già detto nei giorni scorsi, quando con un pizzico di azzardo immaginavamo un risultato positivo, è una vittoria dei comitati, dei movimenti sociali, del sindacalismo di base che fin da subito si è impegnato in questi referendum, delle persone tutte che hanno votato SI.
Allora la smettano i partiti parlamentari di centro-sinistra, e tutti quelli che parlamentari non sono ma che gli fanno la corte (o da corte), nel tentare di cavalcare la tigre.
E' una vittoria contro il Governo certo
, perché è un Governo che voleva privatizzare l'acqua e farne fare profitti (Decreto Ronchi del 2009), che voleva reintrodurre il nucleare (Legge 99 del 2009 e sue successive integrazioni e modifiche), che ha fatto delle leggi uno strumento per risolvere le questioni giudiziarie personali del Premier e dei suoi Ministri, che ha fatto di tutto per mettere i bastoni fra le ruote al buon esito dei referendum. La vittoria dei SI è una sciabolata al cuore di questo Governo, accelerando la crisi del blocco berlusconiano. Ma è anche una spina nel fianco, e forse ancor più di una spina, per coloro che si candidano a sostituirlo e che già governano molti Enti locali, da Milano a Torino, dall'Emilia Romagna alla Puglia, solo per citarne alcuni, e che nel passato hanno fatto delle privatizzazioni e dello sviluppismo l’essenza del proprio agire politico ed amministrativo. La vittoria dei SI, e di tutti coloro che si sono così espressi, è un fatto dal quale non si potrà tornare indietro, da oggi tutti ne dovranno tener conto e ci dovranno fare i conti.
Ora godiamoci questa vittoria, ma subito dopo, soffocando con non poca difficoltà l'euforia, cominciamo anche a farne una occasione di analisi per comprenderne il suo significato. Analisi che avrà bisogno di una intelligenza collettiva e che ci vedrà impegnati nei prossimi giorni, ma alcune immediate possiamo provare a farne.
Intanto ha restituito uno strumento di democrazia ai cittadini, ed ha espresso la difesa e il rilancio della democrazia diretta e partecipativa. Le classi dominanti, sopratutto in questi ultimi venti anni, hanno brutalizzato la vita democratica nel nostro paese, oltre a quella politica, economica e sociale. Una brutalizzazione che trova responsabilità non solo nella destra, ma anche nei governi di centro-sinistra sia nazionali che locali, che hanno condiviso il disegno della cosiddetta modernizzazione del paese in senso capitalista. La vittoria a questo referendum ha affermato la voglia di partecipazione, che va oltre la mera espressione del voto elettorale alle consultazioni politiche e amministrative, ma anche oltre alla stessa espressione del voto referendario pur difendendolo.
Ha affermato un concetto di sostenibilità ambientale dello sviluppo che lega quest'ultimo a quello di compatibilità sociale, e ha posto il problema del controllo e della redistribuzione delle ricchezze naturali. Ha messo in evidenza la necessità di un’inversione di tendenza, una tendenza che ha visto in questi ultimi due decenni la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali e nazionali e dei settori produttivi strategici, con la ridefinizione degli scopi della produzione. Una situazione che ha determinato centinaia di migliaia di licenziamenti e perdita di posti di lavoro, la chiusura di numerosi impianti produttivi, la nascita di trust e di politiche "protezioniste" e di monopolio che, anziché far aumentare l'efficienza e diminuire i prezzi come sostenevano i fautori delle privatizzazioni, hanno fatto aumentare in modo sfrenato le tariffe e la quantità dei servizi e dei prodotti, che ha annullato l’interesse collettivo che obbligatoriamente uno Stato civile deve perseguire. La ridefinizione degli scopi della produzione determinata dalle privatizzazioni, oltre ad avere avuto forti ripercussioni sull'occupazione, sul welfare e sul rapporto qualità-prezzi, ha provocato anche forti cambiamenti nelle politiche economiche, ambientali e internazionali, prime fra tutte quelle energetiche.
E proprio anche sulle politiche energetiche si sono espressi gli italiani, dicendo un netto SI per fermare il rilancio dell'energia nucleare in Italia. E non per una irrazionale spinta emotiva causata dal disastro di Fukushima come qualcuno sostiene. Questo disastro, che per gli effetti devastanti che ha provocato purtroppo è avvenuto, è servito alla presa di coscienza dell'irrazionalità dello sviluppo delle forze produttive che non tiene conto degli interessi collettivi, primi fra tutti la salute pubblica, la difesa dei territori e della qualità ambientale, che non tiene conto dei limiti della natura. Bloccare il nucleare ha significato ribadire che dalla crisi energetica non si può cercare di uscirne continuando a sostenere la produzione capitalista che sussume la natura e che crea effetti devastanti sulle condizioni sociali. Come ha posto l'accento sulla necessità di nuovi paradigmi di sviluppo, che non necessariamente significano il "ritorno alla candela", ma che pongano l'accento sulla qualità della vita e non necessariamente sulla quantità.

di Mimmo Vasapollo, Rete dei Comunisti

Il vento del cambiamento investe tutto, anche noi

La vittoria dei referendum è un grande passo in avanti, un segnale inequivocabile e, al contempo, un’accelerazione nello spostamento a sinistra del Paese. Dopo le amministrative, il governo è stato di nuovo sconfitto: deve andarsene, e ora ci vuole un salto di qualità nella mobilitazione popolare per chiederne le dimissioni.
Indubbiamente Berlusconi è stato colpito al cuore: la cancellazione del legittimo impedimento è un segnale nettissimo e senza appello contro l’utilizzo del governo e del potere istituzionale da parte del premier per sottrarsi ai processi e per questa via continuare a fare i propri affari.
Il secondo pronunciamento popolare contro il nucleare, dopo il referendum del 1987, mostra un’opinione pubblica attenta e “permeabile”. Fino a pochi mesi fa tutti i sondaggi davano, infatti, gli italiani favorevoli al ritorno del nucleare nel nostro Paese. Il disastro giapponese ha aperto una falla, ha sollevato domande inquietanti, ha riattivato la voglia di informarsi e la mobilitazione.
Ma certamente il risultato più importante e clamoroso, dal punto di vista politico, riguarda i referendum sull’acqua pubblica. Già a partire dalla raccolta delle firme si è mossa ed è cresciuta una “coalizione dal basso”, formata da singoli, comitati, associazioni, forze sociali e politiche. Ha sfidato i poteri e le diverse sponde politiche che dalle privatizzazioni hanno tutto da guadagnarci. Ed ha incontrato tante e tanti interessate/i ad ascoltare e a firmare perchè indisponibili alla mercificazione di un bene comune come l’acqua.
Il nodo dell’acqua pubblica scava in profondità e va oltre il semplice antiberlusconismo esattamente perchè, in questi anni, destra e centrosinistra sono andate a braccetto nel declinare le privatizzazioni. Ora, quelle politiche escono clamorosamente sconfitte e smentite dal voto referendario.
Anche il Partito Democratico si è mobilitato in queste settimane e, a sua volta, ha dato un contributo decisivo al raggiungimento del quorum, con l’obiettivo di dare la spallata finale a Berlusconi. Su questo la “coalizione dal basso” deve continuare a farsi sentire: non ha perso solo Berlusconi, cosa molto importante, ma hanno perso le politiche basate sulla mercificazione dei beni comuni, dei territori e della salute. E deve andare avanti oltre la scadenza referendaria, chiedendo una discontinuità reale sulle politiche. Va cioè evitato il tentativo – che ci sarà – di “capitalizzare” i risultati referendari nello schema bipolare, secondo cui perde uno schieramento e vince l’altro, sul terreno però di una continuità politica di fondo.
Questa vittoria referendaria, inoltre, è un contributo alla ricostruzione della politica come luogo collettivo e partecipato, dentro cui si articolano i conflitti. Non è infatti legata a nessuna elezione diretta, a nessun volto da votare e a nessun leader da applaudire. E’ soprattutto il frutto di una costruzione reticolare, plurale e collettiva e dello spostamento progressivo dell’opinione pubblica.
Anche per questo Rifondazione Comunista e la Fds devono investire fortemente in quella direzione. Anche interrogandosi
: sulle forme, sulle modalità, sui linguaggi e sul coinvolgimento della mobilitazione. Come è possibile contribuire e lavorare perchè quella “coalizione dal basso” sia sempre più, pur nella pluralità e in un’articolazione anche conflittuale, una soggettività politica in grado di mettere in discussione le politiche neo-liberiste. Come è possibile, per quanto riguarda noi, andare al di là di una generosa e indispensabile partecipazione, di un apporto organizzativo che spesso e volentieri, nei territori, c’è stato?
Ed infine è chiaro che la battaglia sui beni comuni ci dà segnali preziosi per ripensare il comunismo del terzo millennio. Perchè è vero che questa mobilitazione e questa vittoria cambiano la situazione politica e il Paese. Ma devono cambiare anche noi. Chiamano in causa, per l’appunto, le nostre priorità, le nostre pratiche e i nostri linguaggi.
Non è in discussione il “se” essere comunisti, ma il “come” essere comunisti.
Il vento sta cambiando e noi non dobbiamo, non possiamo restare fermi. Costruiamo la sinistra di alternativa e comunista, anche e soprattutto a partire da qui.
di Nando Mainardi, www.piovonopietre.it

Flamini/Prc Perugia: “Grande vittoria ai referendum. Ora unità sui beni comuni"

Intendiamo esprimere grande soddisfazione per il raggiungimento del quorum e per il risultato finale della tornata referendaria. Anche il dato umbro è molto importante. I referendum sono nati infatti da una forte consapevolezza dei comitati dell'associazionismo e anche grazie all'impegno dei partiti sono diventati una grande mobilitazione di popolo. Il raggiungimento del quorum e la vittoria ai referendum hanno dunque un grande valore politico. Non solo perché Berlusconi e la destra di matrice leghista subiscono un altro duro colpo dopo i risultati delle ultime amministrative, ma soprattutto perché il popolo ha respinto con forza venti anni di liberismo e di uso personalistico del parlamento. Una vittoria della democrazia e dei diritti. La vittoria nei referendum risulta decisiva proprio perché rimette al centro dell'agenda politica i beni comuni, la lotta alle privatizzazioni e il fatto che la legge è uguale per tutti.
Il tessuto di comitati, associazioni, sindacati, uomini e donne che hanno sostenuto i referendum pongono l’obiettivo di sconfiggere il governo e le politiche liberiste, rappresentano le vere forze da cui ripartire per dare al paese un'alternativa. Un risultato che parla soprattutto di un futuro possibile, quello di cambiare. In questo senso la vittoria referendaria può essere il punto di riferimento da cui ripartire per un primo sbocco politico alternativo alle politiche neoliberiste, uno sbocco politico unitario che si dispiega anche nei nostri territori su azioni politiche concrete rispetto ai beni comuni. Questa è la nostra proposta, questo è il nostro impegno.
Enrico Flamini
Segretario Provinciale Prc-FdS Perugia

venerdì 10 giugno 2011

La parabola di SEL

L’intervista rilasciata alcuni giorni fa da Vendola al Corriere della Sera non costituisce l’ennesimo ballon d’essai, ma il punto di arrivo di un percorso politico che va considerato per quello che effettivamente è e cioè una proposta "organicamente moderata" che, peraltro, rimette in discussione la stessa collocazione politica di SEL.
Vendola, infatti, indica una prospettiva che si incardina su tre obiettivi: la costruzione di una nuova forza politica con il PD, l’apertura alle forze di centro (segnatamente l’UDC) e infine, la vera novità, una revisione programmatica, all’insegna del superamento della concezione tradizionale del welfare, dietro la quale non è difficile scorgere l’idea della estesa commistione fra pubblico e privato. Che si sia fatta finalmente un po’ di chiarezza è positivo e non solo per quanti nel paese hanno guardato al fenomeno Vendola con grande simpatia, ma anche per quanti, nella stessa SEL, avevano manifestato più di una perplessità sulle posizioni del governatore pugliese, ma ritenevano che si trattasse di pure astuzie tattiche, scelte contingenti e quindi modificabili.
Come interpretare queste posizioni? In primo luogo è evidente che il progetto politico di Vendola e quindi di SEL (perché è difficile pensare che SEL possa esistere senza Vendola) presuppone l’impossibilità della costruzione di una sinistra autonoma e, a maggior ragione, di una sinistra dal profilo radicale. Quello a cui si punta è l’assemblaggio di un’opinione pubblica democratica in cui coesistano orientamenti diversi. In ciò l’analogia con il pensiero veltroniano è del tutto evidente. L’unificazione con il PD è da questo punto di vista lo sbocco naturale. In questo disegno le primarie hanno un senso perché diventano lo strumento di selezione della leadership di un soggetto politico o di un soggetto politico in formazione. Non credo, però, che tutto si spieghi con l’esigenza di rimuovere le resistenze del Pd alla partecipazione di Vendola alle primarie, In realtà vale l’opposto: le primarie sono sempre state concepite in funzione di un aggregato politico ampio che oltrepassasse i confini della sinistra e che rispondesse ad una logica bipolare
L’apertura esplicita all’UDC, ma ancora di più le dichiarazioni sul welfare, indicano con chiarezza che la costruzione di questo aggregato democratico, molto americano nella sua configurazione, richiede una notevole flessibilità e disinvoltura. Gli stessi contenuti possono essere plasmati con molta spregiudicatezza, per accaparrarsi il sostegno del moderatismo cattolico o per intercettare il consenso di settori compiacenti dei poteri forti. In questo contesto, le incursioni sui beni comuni o contro il politicismo del PD (molto più contenute quelle contro la guerra e non a caso) non fanno venir meno la sostanza di una linea che più ci si avvicinerà alle elezioni politiche, e a maggior ragione nel caso in cui si creassero le condizioni per un nuovo governo, evidenzierà la sua reale natura.
Mi pare altresì evidente che questa impostazione rompe a sinistra. Ne abbiamo già avuto alcuni esempi nelle elezioni amministrative, ma mi pare che ora la tendenza sia sempre più chiara. Non si tratta solo del tentativo di eliminare concorrenti politici, ma anche della necessità, ai fini della costruzione di un progetto moderato, di liberarsi degli impacci che possono derivare da un rapporto a sinistra. Non credo, tuttavia, che questa linea premierà Vendola e tantomeno SEL. Vedo in SEL molto disagio. Fino a prova contraria chi abbandonò i DS perché insoddisfatto del loro moderatismo e in polemica diretta con la costruzione del PD ha più di un problema nel tornare in un PD un po’ più grande. Né credo che, anche alla luce dei risultati elettorali delle amministrative, vi sia un grande consenso per una sinistra che si fa centro, seppure cavalcando le spinte al plebiscitarismo.
Benché credo che anche con chi sceglie percorsi diversi dai nostri sia giusto mantenere un dialogo e riproporre, anche ostinatamente, le ragioni che giustificano l’unità a sinistra, non mi illudo però che Vendola cambi facilmente strada. Ciò può avvenire solo se il percorso che ha scelto incontrerà seri ostacoli, tali da determinare una sconfitta di quell’ ipotesi politica. Questa previsione nasce da una considerazione. Nella parabola del vendolismo vedo molte analogie con quanto avvenne con la fine del PCI. Gli stessi argomenti: il nuovismo e la retorica dell’innovazione, l’enfasi sulla "sinistra di governo". Le stesse pratiche: le inclinazioni plebiscitarie e maggioritarie, la spregiudicatezza della manovra politica. In entrambi i casi all’origine vi è una rottura con la propria storia che alla fine si traduce in una chiara propensione all’omologazione. Per questo la dinamica di tali processi tende ad assumere caratteri di "irreversibilità".
Una riflessione al margine su di noi: il PRC e la FdS. Di fronte all’evoluzione delle posizioni di SEL il miglior modo per rispondere è quello di affrontare di petto la questione, sempre più strategica, della costruzione di una sinistra di alternativa. In fin dei conti Vendola afferma che una sinistra con una sua visione della società e con una sua alterità non ha senso. La risposta che gli va data non può essere né ideologica né di principio, ma partendo dalla concretezza dei bisogni, dalla natura della domanda sociale e dalle forme di rappresentanza della stessa. Ciò che si è verificato nel paese in questi mesi, e penso alle importanti mobilitazioni sociali, ai risultati delle recenti elezioni amministrative, a quello che si produrrà in occasione dei referendum, insieme con le aggregazioni di forze che nei territori si sono formate, costituisce la premessa per la costruzione di una sinistra di alternativa dal basso, fortemente collegata ad una pratica sociale, portatrice di una proposta alternativa di uscita dalla crisi. Questa deve essere la nostra scommessa.


Gianluigi Pegolo

Cosa succede in SEL?

Dopo l’intervista di Nichi Vendola al Corriere della Sera, sul sito di SEL è apparso un intervento molto netto (seppur come al solito educato) di Claudio Fava (http://www.sinistraecologialiberta.it/ articoli/mettiamoci-in-gioco-ma-oltre-i-vecchi-soggetti-politici ) che deve aver preso un coccolone nel leggere l'intervista a Nichi Vendola sul Corriere della Sera. Il povero Fava non aveva aderito al PD per fare una nuova sinistra e si ritrova nel PD senza che nessuno glielo avesse comunicato. Certo è strano che si lamenti il leaderismo quando si è fondato un partito che porta il nome del leader sul simbolo.
La maggior parte dei commenti sono simpatetici ed esterrefatti quanto Fava. Probabilmente quando tempo fa Giordano aveva dichiarato le stesse cose sul Manifesto non era stato preso sul serio. Ora è chiaro che la strategia del gruppo ex-rifondarolo non è quella di fare una Linke italiana ma quella di provare a scalare il Pd o comunque di accomodarcisi dentro (o ai lati). Stupisce che Fava non si sia mai interrogato sulle ragioni del sostegno enorme dato a Vendola dalle corazzate informative di De Benedetti, da La7 e dai settori veltroniani della RAI 3. In contemporanea sul sito www.paneacqua.eu è apparsa un’analisi sul risultato elettorale di Alfonso Gianni (http://www.paneacqua.eu/notizia.php?id=17952 ) che dice cose molto diverse da quelle di Vendola in particolare sul rapporto con il PD. E allora ci domandiamo: “Cosa sta succedendo in SEL?”
Di seguito l’intervista di Vendola.

Intervista a Vendola: noi e il Pd in un nuovo soggetto
«Basta etichette stantie: anch'io voglio allargare all'Udc e so che il vecchio welfare non regge»
di Maria Teresa Meli (il Corriere della Sera del 8 giugno 2011)





Vendola, che insegnamento dovrebbe trarre il centrosinistra dal voto?
«Alle Amministrative ha vinto una spinta anti-oligarchica, che si era già affacciata nello straordinario processo democratico delle primarie e ha restituito vitalità e anima alla proposta politica del centrosinistra. E ha perso il politicismo che domina soprattutto nei palazzi».
A che cosa si riferisce?
«A quei ragionamenti astratti sulle formule magiche della vittoria: si vince al centro, il moderatismo è la chiave di volta, ecc. Ciascuno di noi dovrebbe cimentarsi con il futuro invece che con il passato. Lo dico con affetto ai leader del Pd: c'è qualcosa di stantio, c'è puzza di naftalina nell'uso disinvolto delle etichette ideologiche con cui reciprocamente ci chiamiamo... Radicale, riformista, moderato... Rompiamo con il retaggio delle nostre biografie e mettiamoci tutti quanti in mare aperto, a guardare la scena nuova della politica perché c'è una scena nuova della società».
Vendola, pare di capire che lei stia prefigurando la nascita di nuova sinistra tutta unita.
«Io non ho ricette già pronte, però dico con umiltà ai miei compagni, a quelli del Pd, e a tutti gli alleati: prendiamo il coraggio di affrontare l'inadeguatezza della forma partito, andiamo in campo aperto. E questo vale per tutti, a cominciare dal mio movimento, Sel: al congresso fondativo abbiamo detto che il nostro obiettivo non era tanto far nascere un partito quanto riaprire una partita. Noi non dobbiamo recuperare lo spazio residuo che fu della sinistra radicale. Sarebbe come scrivere vecchi copioni: il nostro compito invece è quello di rimescolare le carte insieme a tanti altri e altre».
Ma crede veramente che Bersani e il Pd accetteranno la sua proposta?
«Nel Pd si è aperta una discussione molto interessante. Bettini propone la creazione di un nuovo soggetto unitario. Latorre invita noi e il Pd a essere i cofondatori di un nuovo partito. Il presidente della Toscana Rossi ipotizza una lista unitaria di Sel, Idv e Pd. Sono tutti ragionamenti incoraggianti. Finalmente c'è un'altra idea della politica. Nel cantiere dell'alternativa non distribuiamo le magliette con i colori delle squadre, ma apriamo piuttosto le porte anche a tanti altri che non vengono dai partiti e che portano, competenze, esperienze di vita, ricchezza di cultura. E in quel cantiere, insieme agli altri, proviamo a farci le domande giuste e a darci le risposte giuste: non è forse questo il programma dell'alternativa?».
Insomma, secondo lei il Pd, Sel, i partiti del centrosinistra sono pronti sul serio a compiere questo passo.
«Perché no? È accaduto che parte rilevante della cultura riformista italiana e del Pd, che aveva militato nella trincea dell'energia nucleare, abbia rapidamente ripiegato le proprie bandiere, è accaduta la stessa cosa sul tema dell'acqua di cui molti propugnavano la privatizzazione. E non voglio fare un discorso provocatorio: anche la sinistra radicale deve accorgersi, per esempio, che non si può tenere in piedi il vecchio welfare. Oggi siamo tutti quanti chiamati a metterci in gioco».
Intanto nei palazzi c'è chi prepara una riforma elettorale che possa piacere anche al terzo polo...
«Non ho difficoltà a discutere le regole del gioco con tutti, però evitiamo di incartarci».
E le primarie? Bisogna accelerare, secondo lei?
«Dovremmo concepirle come il catalizzatore di una formidabile mobilitazione delle idee, sapendo che chi le vince ha come compito primario (se posso usare questo bisticcio di parole) quello dell'allargamento della coalizione».
Ma potrebbe mai svolgere questo compito lei, il leader di Sel?
«Io nella mia modesta esperienza ho governato facendo dell'ascolto della proposta dei centristi un mio dover essere quotidiano e oggi ho un rapporto molto buono con l'Udc nel Consiglio regionale della Puglia. Faccio un altro esempio: Pisapia che chiede a Tabacci di entrare in giunta. Mi pare emblematico del fatto che se si libera il campo da argomenti speciosi e pregiudiziali possiamo tutti impegnarci per lo stesso obiettivo».
Vendola, per caso vuole rubare il mestiere a D'Alema e allargare lei all'Udc?
«Non mi permetto di rubare il mestiere. Dico solo che mi sento in gioco e spero che tutti quanti si sentano in gioco... alla pari».

venerdì 3 giugno 2011

La "politica del fare" del duo Berlusconi-Tremonti

Una profonda discesa, inesorabile, per arrivare a zero. Questo è l’andamento dei fondi statali destinati al sociale. Fondi che negli ultimi tre anni sono diminuiti paurosamente di una percentuale pari all’ottocento per cento, passando da 2 miliardi e 526 milioni di euro nel 2008 ai 349 milioni nel 2011 con un trend sempre in diminuzione, infatti secondo il bilancio di previsione, scenderanno a 271,6 milioni nel 2013.
Il fondo per le politiche della famiglia è passato da 346,5 milioni a 52,5 milioni, il fondo pari opportunità da 64,4 a 2,2, il fondo politiche giovanili da 137,4 a 32,9, il fondo infanzia e adolescenza da 43,9 a 40, il fondo politiche sociali da 929,3 a 75,3, il fondo affitto da 205,6 a 33,5, il fondo servizio civile da 299,6 a 113.
Per non parlare dei tre fondi che sono stati addirittura azzerati, quello per la non-autosufficienza, quello dell’inclusione degli immigrati e quello dei servizi all’infanzia.
Cifre allucinanti, un Paese sostanzialmente immobile, dove la ricchezza è detenuta da poche persone e dove la crisi viene come al solito “socializzata” o meglio “scaricata” addosso al bisogno di unità abitative, al bisogno di una maggior integrazione, al bisogno di sostegno economico alle tante persone in difficoltà.
Una politica che va in controtendenza ai molti disagi che vive l’Italia, vecchi e nuovi. Sì, perchè ai vecchi problemi mai risolti se ne sono aggiunti altri, ancora più difficili da gestire, quasi insormontabili senza un sostegno determinabile da politiche sociali che abbiano una effettiva incidenza nella società.
Formulare una nuova capacità di visione è quanto mai urgente, in accordo anche con i risultati elettorali delle recenti elezioni amministrative.
Il cambiamento deve essere imminente, l’alfabeto di una alternativa al mondo di infelici che il capitalismo ha creato e continua a creare servendosi anche dell’aggressione finanziaria è una risposta positiva alle tante vertenze aperte, rinnovamento che deve partire a livello locale, con le nuove amministrazioni, più attente alla società civile e a quello che esprime in forma di disagio.

Inadeguatezza del Governo

Nel mese di maggio sono stati prodotti una serie di documenti, analisi e rapporti che da un lato hanno evidenziato la pesantezza della crisi economica che il nostro paese sta ancora attraversando e dall'altro hanno certificato l'assoluta inadeguatezza dell'azione di governo.

Dapprima è stata l'Istat a sottolineare la bassa capacità di crescita dell'economia italiana e le sue ripercussioni sul mercato del lavoro, con 532.000 occupati in meno tra il 2009 ed il 2010, 2 milioni di potenziali lavoratori che si sono ritirati dal mercato del lavoro e quasi un'intera generazione, altri 2 milioni, che non lavora, non studia non fa formazione (i cosiddetti NEET, no employment, no education, no training).
Poi c'è stato il rapporto della Corte dei Conti che senza tanti giri di parole ha ricordato che “per tenere fede ai vincoli europei occorrerà un aggiustamento dei conti pubblici paragonabile a quello degli anni Novanta per l'ingresso dell'Italia nella moneta unica” e che per rispettare l'obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2014 è necessario mantenere “un saldo primario (rapporto tra entrate e spese al netto della spesa per interessi) elevato, il che comporta continui aggiustamenti della finanza pubblica ed un futuro fatto di continue manovre di aggiustamento”. Tradotto alla manovra di 43 miliardi che si prevede venga varata entro fine giugno, ne dovranno seguire altre di stessa ampiezza nei prossimi anni fino al 2014, ovvero tre manovre di entità pari a quella famosa “lacrime e sangue” del governo Amato.. Resta aperto il problema della crescita, perché, avverte la Corte dei Conti, “una politica di restrizione della spesa pubblica porterà effetti depressivi sull'economia”.
A ruota è intervenuta l'agenzia di rating Standard and Poor's che ha abbassato da stabile a negativo il suo parere sulle prospettive future di buon pagatore dello stato italiano perché giudica, e qui sta la novità, “deboli le attuali prospettive di crescita ed incerto l'impegno politico nelle riforme e per migliorare la produttività”.


Da ultimo le Considerazioni finali del governatore di Banca d'Italia così sintetizzabili: bassa crescita (la crescita italiana negli ultimi 10 anni è stata la più deludente tra tutte le grandi economie dell'Unione Europea, 0,2% l'anno a fronte dell'1,3% della media europea), bassi salari, fermi ormai da 10 anni, una produttività stagnante, bassi investimenti, bassi consumi, tasse alte ed una tenuta dei conti pubblici affidata a tagli lineari delle spese che ha finito per deprimere ulteriormente la crescita.
Pesantezza della crisi ed inadeguatezza dell'azione di governo sono elementi progressivamente assimilati da una parte importante di società italiana che fino ad ieri si fidava delle capacità imprenditoriali di Berlusconi e ciò ha contribuito in modo determinante alla vittoria del centro sinistra in quest'ultima tornata di elezioni amministrative. Partendo da Milano, a fare la differenza non è stato un improvviso cambio di posizione dei fans del Grande fratello o l'Isola dei Famosi, ma lo schierarsi a favore di Pisapia di buona parte della “borghesia” imprenditoriale milanese, il gruppo dei 51 formatosi attorno a Piero Bassetti, banchieri del calibro di Alessandro Profumo e Piero Schlesinger, solo per fare alcuni nomi. E questo fenomeno a livelli diversi si è ripetuto sistematicamente in tutto il Nord, da Torino a Novara a Trieste, ai tanti piccoli comuni dell'hinterland (Gallarate, Rho, Limbiate, San Giuliano Milanese, Desio, Arcore, ecc.). Insomma quell'Italia delle piccole e medie imprese affascinata dalle roboanti promesse di benessere e felicità del cavaliere di Arcore come i grandi centri del capitalismo italiano che guardano con preoccupazione al futuro internazionale dell'Italia, inizia a stancarsi di questo centro destra e si rivolge altrove.
E questo è il primo problema per il centro sinistra, uscire dal generico e dire con chiarezza come e cosa intende fare per la crescita del paese, per la tenuta dei conti pubblici, per il rilancio dell'occupazione, per la salvaguardia delle fasce più deboli. Il centro sinistra da mesi continua a dire che invece di occuparsi dei guai giudiziari del Presidente del Consiglio vorrebbe parlare dei problemi reali del paese, dell'occupazione che non c'è, della crescita che stenta e così via. Bene chi lo impedisce, è ora che il centro sinistra inizi un tour del paese per spiegare le sue proposte. Ma questo centro sinistra è in grado di compiere questa operazione, questo salto di qualità che, al di là di ogni ragionevole dubbio, lo presenti al paese come reale forza di alternativa al fallimentare governo delle destre? Passata l'euforia per la vittoria, per alcuni inaspettata e forse per questo anche un po' immeritata, non sarà il caso di riflettere su come consolidare questi risultati, magari facendo anche una riflessione critica sul disastro meridionale, in alcuni caso esito finale di pulsioni suicide (vedi Calabria)? E l'unico modo per consolidare il risultato è far vedere che esiste un centro sinistra, non un'informe accozzaglia di ceti politici, ha un suo programma, una sua ricetta per l'Italia, un suo gruppo dirigente.
Franco Calistri, www.umbrialeft.it

giovedì 2 giugno 2011

"Io vado a votare: passaparola" scarica, stampa, incolla e condividi

Un logo per dire no all'astensione e convincere gli italiani ad andare a votare per i referendum del 12 e 13 giugno.

Noi lo mettiamo a vostra disposizione da stampare, incollare, diffondere e condividere attraverso siti, blog e social network come Facebook e Twitter.

Ecco come fare.

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VOTIAMO TUTTI SÌ - Merighi - Troja