sabato 9 luglio 2011

Apriamo all'UDC, Riformiamo il Welfare. Fondiamo un nuovo partito con Ichino, Fassino e Renzi. ......E poi?

L'INTERVISTA

Vendola: noi e il Pd in un nuovo soggetto

«Basta etichette stantie: anch'io voglio allargare all'Udc e so che il vecchio welfare non regge»

L'INTERVISTA

Vendola: noi e il Pd in un nuovo soggetto

«Basta etichette stantie: anch'io voglio allargare all'Udc e so che il vecchio welfare non regge»

Niki Vendola

ROMA - Vendola, che insegnamento dovrebbe trarre il centrosinistra dal voto?
«Alle Amministrative ha vinto una spinta anti-oligarchica, che si era già affacciata nello straordinario processo democratico delle primarie e ha restituito vitalità e anima alla proposta politica del centrosinistra. E ha perso il politicismo che domina soprattutto nei palazzi».

A che cosa si riferisce?

«A quei ragionamenti astratti sulle formule magiche della vittoria: si vince al centro, il moderatismo è la chiave di volta, ecc. Ciascuno di noi dovrebbe cimentarsi con il futuro invece che con il passato. Lo dico con affetto ai leader del Pd: c'è qualcosa di stantio, c'è puzza di naftalina nell'uso disinvolto delle etichette ideologiche con cui reciprocamente ci chiamiamo... Radicale, riformista, moderato... Rompiamo con il retaggio delle nostre biografie e mettiamoci tutti quanti in mare aperto, a guardare la scena nuova della politica perché c'è una scena nuova della società».

Vendola, pare di capire che lei stia prefigurando la nascita di nuova sinistra tutta unita.

«Io non ho ricette già pronte, però dico con umiltà ai miei compagni, a quelli del Pd, e a tutti gli alleati: prendiamo il coraggio di affrontare l'inadeguatezza della forma partito, andiamo in campo aperto. E questo vale per tutti, a cominciare dal mio movimento, Sel: al congresso fondativo abbiamo detto che il nostro obiettivo non era tanto far nascere un partito quanto riaprire una partita. Noi non dobbiamo recuperare lo spazio residuo che fu della sinistra radicale. Sarebbe come scrivere vecchi copioni: il nostro compito invece è quello di rimescolare le carte insieme a tanti altri e altre».

Ma crede veramente che Bersani e il Pd accetteranno la sua proposta?

«Nel Pd si è aperta una discussione molto interessante. Bettini propone la creazione di un nuovo soggetto unitario. Latorre invita noi e il Pd a essere i cofondatori di un nuovo partito. Il presidente della Toscana Rossi ipotizza una lista unitaria di Sel, Idv e Pd. Sono tutti ragionamenti incoraggianti. Finalmente c'è un'altra idea della politica. Nel cantiere dell'alternativa non distribuiamo le magliette con i colori delle squadre, ma apriamo piuttosto le porte anche a tanti altri che non vengono dai partiti e che portano, competenze, esperienze di vita, ricchezza di cultura. E in quel cantiere, insieme agli altri, proviamo a farci le domande giuste e a darci le risposte giuste: non è forse questo il programma dell'alternativa?».

Insomma, secondo lei il Pd, Sel, i partiti del centrosinistra sono pronti sul serio a compiere questo passo.

«Perché no? È accaduto che parte rilevante della cultura riformista italiana e del Pd, che aveva militato nella trincea dell'energia nucleare, abbia rapidamente ripiegato le proprie bandiere, è accaduta la stessa cosa sul tema dell'acqua di cui molti propugnavano la privatizzazione. E non voglio fare un discorso provocatorio: anche la sinistra radicale deve accorgersi, per esempio, che non si può tenere in piedi il vecchio welfare. Oggi siamo tutti quanti chiamati a metterci in gioco».

Intanto nei palazzi c'è chi prepara una riforma elettorale che possa piacere anche al terzo polo...

«Non ho difficoltà a discutere le regole del gioco con tutti, però evitiamo di incartarci».

E le primarie? Bisogna accelerare, secondo lei?
«Dovremmo concepirle come il catalizzatore di una formidabile mobilitazione delle idee, sapendo che chi le vince ha come compito primario (se posso usare questo bisticcio di parole) quello dell'allargamento della coalizione».

Ma potrebbe mai svolgere questo compito lei, il leader di Sel?

«Io nella mia modesta esperienza ho governato facendo dell'ascolto della proposta dei centristi un mio dover essere quotidiano e oggi ho un rapporto molto buono con l'Udc nel Consiglio regionale della Puglia. Faccio un altro esempio: Pisapia che chiede a Tabacci di entrare in giunta. Mi pare emblematico del fatto che se si libera il campo da argomenti speciosi e pregiudiziali possiamo tutti impegnarci per lo stesso obiettivo».


Vendola, per caso vuole rubare il mestiere a D'Alema e allargare lei all'Udc?

«Non mi permetto di rubare il mestiere. Dico solo che mi sento in gioco e spero che tutti quanti si sentano in gioco... alla pari».

Maria Teresa Meli

www.corriere.it


08 giugno 2011

Ikea - Comitato S. Martino in Campo contro la cementificazione di aree agricole

Ikea - Comitato S. Martino in Campo contro la cementificazione di aree agricole

PERUGIA - Guardiamo con approvazione la mobilitazione popolare dei cittadini di Resina contro l’apertura di una nuova cava. Cosa che, purtroppo, non registriamo per l’area di S. Martino in Campo dove sono previste ben più gravi alterazioni ambientali. Il progetto è la completa cementificazione di un patrimonio agricolo di pregia.

Senza che la popolazione protesti anche perché abbagliata dal miraggio occupazionale dell’IKEA, che rappresenta la madre di tutte le cementificazioni. Il fatto, poi, che si continui a non coinvolgere minimamente la popolazione sulle scelte rende la situazione ancora più grave.

Per questo riteniamo di dover rivolgere un appello a tutte le forze progressiste della politica perugina perché si facciano carico di impedire uno scempio irrecuperabile. E’ nostra convinzione, infatti, che permettere il consumo di suolo pregiato per l’agricoltura per fare cassa e arginare le ricadute dei tagli governativi sia semplicemente immorale.

Lauro Ciurnelli
Comitato di Salvaguardia Ambientale
S. Martino in Campo

venerdì 8 luglio 2011

REFERENDUM SULLA LEGGE ELETTORALE

Al Comitato promotore dei referendum elettorali Prof. Stefano Passigli

L’ Associazione per la Democrazia Costituzionale aderisce con convinzione ai referendum sulla legge elettorale promossi da Stefano Passigli, Gianni Ferrara, Massimo Villone ed altri illustri esponenti della società civile.

Questo referendum, come quelli che si sono celebrati nel giugno di quest'anno, ha per oggetto il recupero di un bene comune: la democrazia rappresentativa, oggi massimamente umiliata da un sistema elettorale che sancisce il distacco dei cittadini dalle istituzioni.

Dopo un ventennio di attacchi alla rappresentanza, fondati sui falsi miti che hanno portato all'introduzione del maggioritario, sull'onda del referendum Segni del 1993, per finire alla legge Calderoli del 2005, che ne ha sviluppato fino alle estreme conseguenze gli aspetti più deleteri, finalmente emerge una proposta politica che sconfessa questa tendenza devastatrice della democrazia costituzionale e la rovescia nel suo contrario.

I quesiti referendari mirano a restituire al popolo sovrano il diritto di eleggere i suoi rappresentanti, senza sovvertimenti maggioritari, senza reprimere il pluralismo politico in coalizioni forzate, e senza la abusiva investitura presidenzialistica di un capo che possa trasformare il mandato ricevuto in un diritto divino a governare in nome di una legittimazione populistica non più revocabile, come è avvenuto con Berlusconi.

L'abolizione del premio di maggioranza, pone rimedio alla contraddizione più assurda della legge Calderoli, che ha sovvertito le regole della democrazia, trasformando per legge una minoranza in maggioranza. Il referendum ristabilisce il principio costituzionale dell'eguaglianza del voto, cancellando lo scempio di un quoziente elettorale di maggioranza (dove i voti valgono di più) e di un quoziente elettorale di minoranza (dove i voti valgono di meno).

Nello stesso tempo l'abolizione del premio di maggioranza pone fine al bipolarismo forzato che ha umiliato il pluralismo politico e mortificato la rappresentanza costringendo gli elettori ad orientare il loro voto verso un polo o l'altro e privandoli della possibilità di scegliere liberamente da quali soggetti politici farsi rappresentare.

L'abolizione delle liste bloccate pone fine allo scandalo di parlamentari che non sono più scelti dagli elettori (con il concorso dei partiti) ma sono nominati direttamente dal Capo politico, con la conseguenza che, più che rappresentanti del popolo, sono diventati, anche in senso formale, dei delegati del capo politico che li ha nominati, in aperta contraddizione al principio costituzionale, secondo cui: “ogni parlamentare rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
L'abolizione della designazione del Capo politico del partito o della coalizione, che nel linguaggio corrente viene indicato come il candidato Premier, pone rimedio ad una perversione di questo sistema elettorale che tende surrettiziamente a trasformare la Costituzione, introducendo una sorta di legittimazione diretta a governare del Capo politico, in contraddizione con il ruolo delle istituzioni rappresentative e con le prerogative del Capo dello Stato.

Infine la stabilizzazione della soglia di accesso al 4%, pur trattandosi di un livello elevato (criticabile in termini di opportunità), ha il vantaggio di abbattere quell'inaudito sbarramento all'8% che ha schiacciato il pluralismo politico, escludendo milioni di cittadini dalla possibilità di avere una rappresentanza politica al Senato.

Rimane l'esigenza di proseguire la lotta per garantire a tutti i cittadini l'effettività del pluralismo della rappresentanza. In questa prospettiva è vitale l'esigenza di assicurare il successo del referendum.

Mimmo Gallo, Pietro Adami, Franco Russo
per l’ Associazione Per la Democrazia costituzionale

"Sanità come bene comune"

PERUGIA - "Non la sciamo spazio alla scure dei tagli stabiliti dalla manovra economica". Da qui parte la nuova sfida del Prc di Perugia, che oggi ha fatto il punto della situazione su due settori fondamentali del cosiddetto "stato sociale": sanità e ambiente.

Di fronte all'ennesima mannaia che verrà impartita dal governo nazionale, il gruppo di Rifondazione torna a parlare dell'importanza e della necessità di difendere uno dei capisaldi dell'economia e del vivere sociale dell'Umbria. "Con la salute non si scherza -ha spiegato oggi dalla sala Falcone e Borsellino della Provincia di Perugia il segretario Enrico Flamini- e per questo esprimiamo solidarietà alla Presidente Marini per il giudizio netto contro una manovra che di fatto 'taglia alla faccia del principio del federalismo'".

Bene anche il periodo ad interim dell'assessorato regionale, che dopo le dimissioni dell'ex Vincenzo Riommi, ha visto assumere le deleghe alla sanità prroprio nelle stesse mani della Presidente. "E' stata una mossa corretta e gestita nel milgiore dei modi -aggiunge Flamini- anche se ormai riteniamo maturi i tempi per la nomina di un nuovo assessore". Che sia competente e del settore, ma anche politicamente convergente con la linea del governo regionale e con gli altri gruppi di maggioranza.

"E' necessario fare affidamento ad una figura esperta e proveniente dallo stesso ramo -sottolinea Carlo Fabbri, consigliere comunale e responsabile provinciale per le politiche della sanità- altrimenti ci ritroveremo di fronte ad un altro periodo di stallo che, in tempi di vacche magre, bene non può fare al nostro sistema sanitario". Ma non solo. Nell'articolato mosaico della sanità umbra rimane, secondo il Prc, un nervo scoperto: il completamento della rete ospedaliera provinciale. "La questione del Trasimeno va risolta -sempre Fabbri- e credo che l'unica soluzione sia quella di potenziare l'ospedale di Castiglione del Lago quale punto di riferimento per tutto il comprensorio".

Poi è stata la volta del rapporto tra Università e Azienda ospedaliera (e della mnacanza di incentivi per il personale medico rispetto a quello accademico) e il tema della trasparenza, diventato quasi "come l'ostia che si prende in chiesa. Il punto cruciale non è rappresentato da una sostituzione sistematica dei direttori generali ogni 3 o 5 anni -prosegue Fabbri- ma dai risultati ottenuti e dal rispetto degli obiettivi". Elementi sui quali, sempre secondo Rifondazione, si deve fondare il giudizio dell'operato di un manager sanitario. Che può essere tranquillamente sostituito dopo 3 mesi, così come dopo 30 anni.

Tutte questioni che comunque hanno il dovere di scorrere in parallelo con la tutela dell'ambiente, il trattamento dei rifiuti e la salute dei cittadini. "Tra questi due settori -mette in chiaro il capogruppo provinciale Luca Baldelli- c'è e ci deve essere sempre una stretta sinergia, altrimenti si perde il senso di una tematica di importanza sociale come la salute. Per questo -aggiunge- in qualità di Prc abbiamo sempre proposto strategie alternative di raccolta e chiusura del ciclo dei rifiuti per continuare a difendere il concetto di 'Umbria cuore verde d'Italia'". Che in parole povere si inquadra come un "no" secco all'ipotesi degli inceneritori e un'apertura a trecentosessanta gradi verso le politiche della green economy.

Sanità e ambiente da tutelare, dunque, e da considerare come beni comuni. "Così come è stato per l'acqua alle ultime tornate referendarie -conclude Flamini- anche la sanità, intesa come diritto alla salute e rispetto per l'ambiente di tutti i cittadini, vogliamo considerarla come bene comune da difendere contro i tagli di un governo nazionale che punta solo a destrutturare le conquiste espresse oggi dal nostro stato sociale".

di Antonio Torelli, www.umbrialeft.it

Nessuna notizia dall'Islanda?

Di fronte alla grave crisi economia il popolo islandese ha fatto dimettere un governo, sono state nazionalizzate le principali banche, i cittadini hanno votato per l’insolvenza del debito ed è stata creata un’assemblea popolare per riscrivere Costituzione. Perchè nessun media ne parla?

Qualcuno crede ancora che non vi sia censura al giorno d’oggi? Allora perchè, se da un lato siamo stati informati su tutto quello che sta succedendo in Egitto, dall’altro i mass-media non hanno sprecato una sola parola su ciò che sta accadendo in Islanda?

Il popolo islandese è riuscito a far dimettere un governo al completo;sono state nazionalizzate le principali banche commerciali; i cittadini hanno deciso all’unanimità di dichiarare l’insolvenza del debito che le stesse banche avevano sottoscritto con la Gran Bretagna e con l’Olanda, forti dell’inadeguatezza della loro politica finanziaria; infine, è stata creata un’assemblea popolare per riscrivere l’intera Costituzione. Il tutto in maniera pacifica. Una vera e propria Rivoluzione contro il potere che aveva condotto l’Islanda verso il recente collasso economico.

Sicuramente vi starete chiedendo perchè questi eventi non siano stati resi pubblici durante gli ultimi due anni. La risposta ci conduce verso un’altra domanda, ancora più mortificante: cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei prendessero esempio dai “concittadini” islandesi?

Ecco brevemente la cronologia dei fatti:

2008 – A Settembre viene nazionalizzata la più importante banca dell’Islanda, la Glitnir Bank. La moneta crolla e la Borsa sospende tutte le attività: il paese viene dichiarato in bancarotta.

2009 – A Gennaio le proteste dei cittadini di fronte al Parlamento provocano le dimissioni del Primo Ministro Geir Haarde e di tutto il Governo – la Alleanza Social-Democratica (Samfylkingin) – costringendo il Paese alle elezioni anticipate. La situazione economica resta precaria. Il Parlamento propone una legge che prevede il risanamento del debito nei confronti di Gran Bretagna e Olanda, attraverso il pagamento di 3,5 MILIARDI di Euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per la durata di 15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%
2010 – I cittadini ritornano a occupare le piazze e chiedono a gran voce di sottoporre a Referendum il provvedimento sopracitato.
2011 – A Febbraio il Presidente Olafur Grimsson pone il veto alla ratifica della legge e annuncia il Referendum consultivo popolare. Le votazioni si tengono a Marzo ed i NO al pagamento del debito stravincono con il 93% dei voti. Nel frattempo, il Governo ha disposto le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi. Vengono emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell’esecutivo. L’Interpol si incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati abbandonano l’Islanda. In questo contesto di crisi, viene eletta un’Assemblea per redigere una Nuova Costituzione che possa incorporare le lezioni apprese durante la crisi e che sostituisca l’attuale Costituzione (basata sul modello di quella Danese). Per lo scopo, ci si rivolge direttamente al Popolo Sovrano: vengono eletti legalmente 25 cittadini, liberi da affiliazione politica, tra i 522 che si sono presentati alle votazioni. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori. La nuova Assemblea Costituzionale inizia il suo lavoro in Febbraio e presenta un progetto chiamato Magna Carta nel quale confluiscono la maggiorparte delle “linee guida” prodotte in modo consensuale nel corso delle diverse assemblee popolari che hanno avuto luogo in tutto il Paese. La Magna Carta dovrà essere sottoposta all’approvazione del Parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni legislative che si terranno.
Questa è stata, in sintesi, la breve storia della Ri-evoluzione democratica islandese.

Abbiamo forse sentito parlare di tutto ciò nei mezzi di comunicazione europei?

Abbiamo ricevuto un qualsiasi commento su questi avvenimenti nei noiosissimi salotti politici televisivi o nelle tribune elettorali radiofoniche?
Abbiamo visto nella nostra beneamata Televisione anche un solo fotogramma che raccontasse qualcuno di questi momenti?

SINCERAMENTE NO.

I cittadini islandesi sono riusciti a dare una lezione di Democrazia Diretta e di Sovranità Popolare e Monetaria a tutta l’Europa, opponendosi pacificamente al Sistema ed esaltando il potere della cittadinanza di fronte agli occhi indifferenti del mondo.

Siamo davvero sicuri che non ci sia “censura” o manipolazione nei mass-media?

Il minimo che possiamo fare è prendere coscienza di questa romantica storia di piazza e farla diventare leggenda, divulgandola tra i nostri contatti. Per farlo possiamo usare i mezzi che più ci aggradano: i “nostalgici” potranno usare il telefono, gli “appassionati” potranno parlarne davanti a una birra al Bar dello Sport o subito dopo un caffè al Corso.
I più “tecnologicamente avanzati” potranno fare un copia/incolla e spammare questo racconto via e-mail oppure, con un semplice click sui pulsanti di condivisione dei Social Network in fondo all’articolo, lanciare una salvifica catena di Sant’Antonio su Facebook, Twitter, Digg o GoogleBuzz. I “guru del web” si sentiranno il dovere di riportare, a modo loro, questa fantastica lezione di civiltà, montando un video su YouTube, postando un articolo ad effetto sui loro blog personali o iniziando un nuovo thread nei loro forum preferiti.
L’importante è che, finalmente, abbiamo la possibilità di bypassare la manipolazione mediatica dell’informazione ed abbattere così il castello di carte di questa politica bipartitica, sempre più servile agli interessi economici delle banche d’affari e delle corporazioni multinazionali e sempre più lontana dal nostro Bene Comune.

In fede,

il cittadino sovrano Marco Pala
(alias “marcpoling”)

http://www.vocidallastrada.com/2011/07/nessuna-notizia-dallislanda.html

L'accordo è una prigione, ma la partita resta aperta

di Fausto Bertinotti

Si potrebbe dire che l'intera vicenda delle relazioni sindacali, e dei rapporti sociali tra lavoratori e impresa capitalista, sia leggibile attraverso la sorte toccata ad una sola parola: esigibilità.

L'esigibilità dei contratti di lavoro è stata rivendicata per un intero periodo storico dai lavoratori e dalle loro organizzazioni nei confronti dell'impresa. La ragione è evidente. Il contratto di lavoro prescriveva un miglioramento delle condizioni di lavoro, di salario e di orario a cui il padronato spesso resisteva alla sua pratica attuazione, sicché l'esigibilità è stata comprensibilmente un'istanza del mondo del lavoro. Questa istanza è stata sempre promossa attraverso un esercizio democratico e partecipato, spesso con la mobilitazione e l'azione sindacale.

Nel nuovo ciclo economico e sociale, in specie nell'era Marchionne, si è consumato il rovesciamento. L'esigibilità è diventata una richiesta padronale. La ragione è altrettanto evidente: nei casi che pretendono di fare scuola e di indicare la tendenza, il nuovo contratto è un contratto in "peius" che peggiora la condizione lavorativa. Perciò è l'impresa a pretenderne l'attuazione incondizionata ed è essa a temere una prevedibile resistenza. Ma cambiando i soggetti protagonisti, cambiano anche i metodi di azione. Se ieri l'esigibilità era rivendicata dai lavoratori con una prassi democratica, oggi l'esigibilità è pretesa dai padroni con una pratica neoautoritaria e con la sospensione della democrazia. La prima e fondamentale ragione per opporsi all'accordo tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil consiste proprio nel constatare come alla sua origine ci sia questo rovesciamento dei rapporti sociali che vorrebbe liberare l'impresa e imprigionare i lavoratori.

La filosofia di Marchionne è diventata la base dell'accordo confederale, quella che dovrebbe guidare le relazioni sindacali d'ora in avanti. Per il sindacato confederale il danno e la beffa. Infatti, non potendo essere retroattivo, l'accordo non risolve alla Fiat il contenzioso di legittimità degli accordi capestro di Pomigliano e Mirafiori. La Confindustria si "accontenta", invece, del presente e del futuro. Qualcuno, anche assai autorevole, ha mosso un'obiezione a questo giudizio, sostenendo che l'accordo non sarebbe la svolta negativa denunciata, bensì la registrazione di ciò che stava già avvenendo. Non capisco come non ci si avveda di dare così un giudizio liquidatorio e definitivo sul sindacalismo confederale.
Un osservatore attento, non certo un militante della Fiom, come Massimo Mucchetti ha individuato come tendenza in atto "il costante scivolare delle ragioni di scambio contrattuale dai lavoratori agli azionisti e al management nell'economia globalizzata (…). In queste condizioni, bene che vada, la difesa del lavoro si risolve in una ritirata strategica. E se l'impresa non è in grado di produrre in loco per mercati avanzati la ritirata rischia di diventare una rotta mentre la Borsa trova altrove ragioni per festeggiare". Ecco, l'accordo è, per il sindacato, l'accettazione di questa tendenza devastante e una gabbia eretta al fine di stabilizzarla, anche, eventualmente, contro la volontà dei lavoratori e, persino, imponendo una tregua al possibile maturare della contestazione e del conflitto.
E' l'eutanasia del sindacalismo confederale, cooptato in assetto neocorporativo dominato dall'impresa e dal mercato.
C'è allora una ragione di classe e una ragione democratica per rifiutare l'accordo. Il vulnus democratico è profondissimo. Richiederebbe l'indignazione di tutti i democratici. O, se il diritto al voto viene negato ai lavoratori in quanto tali, il vulnus è perciò meno grave? Per loro il principio di una testa un voto non vale, essi, come lavoratori, sono condannati ad essere esclusi dalla cittadinanza? Il voto di stato, qui il voto per organizzazione, prende il posto dell'esercizio individuale del voto. Questo accade nella definizione del contratto nazionale di lavoro che pure riguarda, anche individualmente, la lavoratrice e il lavoratore e questo viene sancito da un accordo tra le parti sociali. Non è una ragione sufficiente per indignarsi?
Carla Maggio è un'iscritta a un sindacato confederale. Con la sua attività in azienda e fuori da essa nella società, ha fatto crescere il suo sindacato, lo ha alimentato, lo ha difeso, anche quando pure più di una critica la convinceva. Carla ha fatto le assemblee per il contratto, ha organizzato scioperi e picchetti (la sua è una categoria combattiva), ha organizzato pullman e manifestazioni, ha discusso, e discusso ancora, la piattaforma e i suoi possibili punti di caduta. Li ha sostenuti, per senso di appartenenza e per realismo politico, anche quando non ne era del tutto convinta. Ma ora, alla stretta conclusiva, su un punto decisivo è passata la tesi confindustriale, il sindacato si è diviso, la maggioranza dei sindacati (per iscritti e voti di RSU), tra cui il suo, ci sta; l'accordo viene firmato. Carla Maggio è contraria, ma come iscritta viene calcolata come se fosse consenziente (è falso: ognuno sa che si possono avere buone ragioni per aderire ad un sindacato e altrettante per non essere d'accordo con una sua scelta contrattuale). Carla Maggio è contraria ma come lavoratrice, seppure sindacalizzata, non può votare.
Giovanni Autunno è un suo compagno di lavoro, non è più iscritto al sindacato per una storia di cui non vuol più parlare. Lui sta persino peggio, rispetto alla democrazia, della sua amica Carla. Lui non è neppure considerato. I sindacati a cui non è iscritto firmano il contratto che viene a lui esteso, come un erga omnes, senza che neppure gli si chieda un parere. Pensate che con il sindacato dei consigli, Giovanni non solo votava e il suo voto contava per uno come conta quello dell'iscritto, ma poteva essere eletto delegato ed essere lui, Giovanni, a rappresentare tutti i lavoratori del gruppo, sia che fossero iscritti al sindacato sia che non lo fossero. Quel sindacato aveva l'ambizione di rappresentare tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, senza eccezioni. Questo sindacato, invece, nel timore di non saper dar forza alle ragioni dei lavoratori, accetta di essere legittimato non dai lavoratori, ma dal suo poter fare comunque e sempre l'accordo, tra le parti sociali anche quello richiesto dalle pure ragioni d'impresa. Il sindacato confederale ha deciso di farlo con questo accordo confederale, anche a costo di rinunciare, di fatto, al carattere unificante del contratto nazionale e anche se, per garantire questa scelta, ha dovuto accettare la soppressione della verifica del mandato dei lavoratori a stipulare gli accordi. A completare il quadro c'è l'impegno a non organizzare lo sciopero contro l'accordo, quand'anche un sindacato lo contesti.

Un vecchio riformista ci insegnò, parecchio tempo fa, che alle ingiustizie bisogna ribellarsi. E' un insegnamento ripreso in tante piazze e strade e urne in questa Europa dove sono tornati a spirare venti di democrazia partecipata e di rivolta. La risposta dell'accordo confederale è stata quella della paura di questi venti, è stata quella dell'arroccamento contro la possibilità che essi possano contagiare anche quei luoghi di lavoro, nei quali già si sono viste scelte coraggiose ed efficaci di lavoratori, come a Mirafiori o Pomigliano, e di organizzazioni, come la Fiom. Perciò l'accordo è una prigione, ma la partita resta aperta e comincia dalla democrazia.

Fausto Bertinotti

giovedì 7 luglio 2011

Feltri attacca le pensioni, ma dimentica la sua: 180 mila euro

IL GIORNALISTA IN PENSIONE DA 14 ANNI

Feltri attacca le pensioni, ma dimentica la sua: 180 mila euro
Vittorio Feltri, in questi ultimi giorni, ha spesso proposto, come metodo per risparmiare denaro e mantenere i conti pubblici in equilibrio, di tardare l'andata in pensione a 67 anni per tutti, senza eccezioni. Una proposta che si può fare tranquillamente: nonostante sia stato co-direttore di LIbero e sia editorialista per il Giornale, pochi sanno che Feltri è un pensionato. E non da adesso, lo è dal 1997, da quando aveva solo 53 anni. Ed essendo giornalista, ha potuto godere del fatto che l'Inpgi (la cassa previdenziale dei giornalisti) è più onerosa delle altre casse previdenziali ma sforna anche pensioni pià alte. La sua, nel 1997, era di poco sotto i 350 milioni di lire all'anno; tradotta in euro fanno circa 180 mila.
Se a questo aggiungiamo i maxi ingaggi che prende da direttore (l'ultimo suo passaggio a LIbero pare che gli abbia procurato 3 milioni di euro all'anno di stipendio), non si può certo dire che soffra la fame.
di Antonio Rispoli,
http://www.julienews.it

Il Pd e la morale perduta

Trent’anni fa, nel luglio del 1981, il segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, lanciava la “questione morale” come decisiva questione politica e ne faceva l’architrave della “diversità” rispetto alla partitocrazia imperante. Il Pci non lo seguì, tre anni dopo Berlinguer morì drammaticamente e nel 2002, allo scoppio di Mani Pulite, l’ormai ex Pci si mosse in direzione opposta a quella indicata dal suo ultimo vero leader: anziché dare profondità politica alla “rivoluzione della legalità” che l’azione giudiziaria contro Tangentopoli scoperchiava come improcrastinabile, alcuni personaggi ai vertici del partito, tra una “gioiosa macchina da guerra” e un inciucio bicamerale, pensarono bene di inalberare il vessillo del “primato della politica”, guardando con malcelata ostilità alla doverosa azione dei magistrati, e finirono per intralciarla sempre più apertamente, votando infinite leggi bipartisan contro la giustizia, in amorosi sensi col berlusconismo.
Nessuno stupore, perciò, se la questione morale è diventata per il Pd un problema, a causa della corruzione che investe le seconde e terze file delle sue gerarchie. Una questione morale grande come una casa che la nomenklatura di partito nega, ma anche la base “rimuove”. Casa che non scompare e non diventa meno ingombrante accanto ai duecento piani del grattacielo di corruzione e grassazione messo in opera dal regime di Arcore e dai suoi Mackie Messer. Resta anch’essa un abuso grave poiché identici sono i meccanismi che distruggono gli anticorpi della moralità politica, che in democrazia è un dovere e una necessità, non un optional. E con una differenza semplicemente quantitativa rispetto ai miasmi del berlusconismo non si diventa certo alternativa credibile.
Possibile che nel Pd non possa diventare riflesso condizionato il semplicissimo “non rubare”? E automatismo il rompere ogni rapporto con chi, avendo un tenore di vita incompatibile con la dichiarazione dei redditi, non ne sa fornire spiegazione? Possibile che dirigenti navigati e sempre pronti a invocare il “realismo politico” continuino per anni a praticare promiscuità con figuri della P2 e di Tangentopoli? (Per non parlare dell’abrogazione delle province, promessa agli elettori ma contraddetta due giorni fa, perché alle greppie opulente non si vuole rinunciare). La questione morale, trent’anni dopo, è più che mai il banco di prova di una politica democratica. L’unica scelta vincente. Non capirlo è stupidità, come minimo.
BLOG di Paolo Flores d'Arcais

Respingiamo l’Accordo Cgil Cisl Uil – Confindustria e la Stangata del governo! (se credete...diffondete!)

L’accordo tra Cgil-Cisl-Uil e Confindustria costituisce un durissimo colpo ai diritti e alla democrazia nel movimento sindacale: 1) tutto il potere va alle aziende e agli apparati burocratici, niente ai lavoratori; 2) dopo il primo colpo sferrato con l’accordo separato del 2009, oggi anche la Cgil accetta di ridurre drasticamente il ruolo del contratto nazionale, consentendo deroghe aziendali peggiorative rispetto al Ccnl su: inquadramenti, orari, straordinari obbligatori, ritmi e intensità dello sfruttamento, organizzazione del lavoro (ossia deroghe su tutto!). A uguale lavoro meno salari e diritti diversi!
Basterà poi che il 50% + 1 delle Rsu firmi un accordo e questo non potrà essere contestato dai lavoratori né con scioperi né con referendum, in linea con quanto preteso da Marchionne alla Fiat e fortemente sostenuto dal governo e dai sindacati complici! Ora anche la Cgil si associa, accogliendo persino la detassazione dei premi di produttività (cioè di sfruttamento) da cui finora si era dissociata.
Sacconi e Tremonti sono felici perché ciò significa il via libera di fatto anche alla stangata da 50 miliardi di euro decisa dal governo: più tasse per chi lavora (e meno per i più ricchi, chiamata ‘rimodulazione’ dell’Irpef), blocco dei salari e del turnover nel pubblico impiego (che, sommato ai tagli agli Enti locali, produrrà il conseguente smantellamento dei servizi!), graduale aumento automatico dell’età pensionabile (incrementando così la disoccupazione giovanile già oggi al 30%), aumento dei ticket sanitari, aumento delle bollette, ecc.
Il debito pubblico
, salito alle stelle per sostenere le banche e le imprese per quella crisi che non sono certo i lavoratori ad aver creato, è tutto scaricato su di loro, perché nulla è fatto pagare alle rendite e ai padroni che si sono arricchiti anche in questi anni.

Il patto sociale di Cgil-Cisl-Uil con Confindustria è sostenuto pienamente dal Centrosinistra, che quindi non si opporrà alla sostanza della manovra del governo, perché condivide l’esigenza di abbattere il debito senza toccare i profitti.
Bisogna indignarsi. Bisogna dire –come in Spagna e in Grecia- che il ‘loro debito’ noi non lo vogliamo pagare. Bisogna dire No, come hanno fatto gli abitanti della Valsusa. Bisogna protestare come hanno fatto i lavoratori e delegati sindacali ‘incazzati’ davanti alla sede della Cgil e creare dal basso un grande movimento di opposizione sociale che in questo paese è possibile, com’è successo con il Referendum per l’acqua pubblica e contro il nucleare, perché le nostre vite valgono più dei loro profitti.
Perché pagare 25 miliardi all’anno di spese militari? Ritiriamo subito i soldati!
Perché spendere almeno 30 miliardi per opere inutili e devastanti come il Tav in Valsusa o il Ponte sullo stretto? Rafforziamo la spesa sociale e per i servizi di tutti!
Perché devono decidere sempre ‘loro’?
I giovani precari, senza lavoro e senza futuro, i movimenti ambientalisti, i lavoratori e le lavoratrici non ne possono più: i prossimi mesi possono essere i mesi che preparano una svolta vera. Dobbiamo organizzarci: partecipiamo alle iniziative di lotta già ora contro la manovra e sosteniamo l’organizzazione di un’Assemblea nazionale autoconvocata subito dopo le ferie.



pubblicata da Gigi Malabarba il giorno giovedì 7 luglio 2011 alle ore 10.39

mercoledì 6 luglio 2011

Contributo critico all'accordo Interconfederale del 28 giugno 2011

Lavoratori e Lavoratrici messi/e in secondo piano.
...
Questo accordo, magro, di due pagine e mezzo, sembra uscito direttamente dall’Ufficio Studi di Confindustria, un accordo che nel merito va letto tenendo conto degli accordi in precedenza siglati a Pomigliano e Mirafiori
Quando si afferma il principio che gli accordi vanno approvati dal sindacato, dalla maggioranza delle Rsu, e la minoranza non si può opporre, si compie un danno verso tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici, ragione in più perché lo stesso meccanismo investe anche la Contrattazione Nazionale, questo e tutto l’impianto dell’accordo, porta a mera sussidiarietà il ruolo dei lavoratori e delle lavoratrici, li lascia alla soggettività autonoma, se in grado di esercitarla, un ruolo “passivizzato”, da soli non si conta nulla!Sistema già collaudato nel Paese è non ha prodotto nulla. Negli Stati Uniti vige questo sistema i risultati sono evidenti.
Quando si esplicita “intese modificative”, si apre la strada alla piena derogabilità del Contratto Nazionale, solo una meschinità, trovare le parole a “arte” per accettare quello che è successo nelle note vicende Fiat.
Tutto questo lo possiamo collegare all’evidente collasso del sistema capitalista che, tramite il potere politico, e complicità esplicite di parte del sindacato, trascina tutto lo Stato Sociale e il mondo del lavoro, a pagare gli effetti di una crisi non voluta, che lascia quasi indenni poteri forti dell’industria, dell’economia nella sua inesorabile speculazione, senza che le classi dirigenti paghino dazio.
Quaranta miliardi pagati ancora una volta in gran parte da, redditi da lavoro dipendente, pensionati e tagli a tutto lo Stato Sociale, con l’introduzione di strumenti di gestione totalitaria, data in mano ai padroni per il governo del lavoro nelle aziende, sminuendo il ruolo della Contrattazione Nazionale, unico e solo strumento di eguaglianza per salario, diritti e condizioni di lavoro in tutto il Paese
Se qualcuno gridava che il vento è cambiato è bene si desti in fretta, non siamo di fronte ad un rigurgito padronale guidato dalla destra, le forti contraddizioni del centrosinistra nell’avanzare proposte a sostegno delle lotte, non solo operaie, le prese di posizione nei confronti delle linee di sviluppo padronale dettate sia a Pomigliano, sia a Mirafiori, lasciano quantomeno perplessi. Neppure l’azione profonda dell’esito degli ultimi referendum sembra aver cambiato quel vento tanto atteso da un popolo che si sta riducendo alla fame.
Un silenzio pericoloso sulle obiezioni mosse dalla Fiom, una tendenza all’isolamento politico e sociale, verso una categoria sindacale impegnata a riconquistare un Contratto Nazionale che coglie molte delle proposte, interessi, che non sono solo del mondo del lavoro, ma di gran parte di quel popolo che aspettava quel cambiamento, quel “nuovo” vento.
Siamo di fronte forse a una sorta di centralismo autoritario in casa Cgil?
La segretaria della Cgil, Camusso, afferma che con l’accordo si chiude un capitolo e se ne apre uno nuovo.
Quello che si interpreta, o quantomeno interpretiamo noi, è che la Cgil ha scelto; ridurre ai minimi termini una delle categorie più “virtuose”, lasciateci il termine, la Fiom, che si sta apprestando a costruire una nuova piattaforma per riconquistare il Contratto Nazionale, scippato dall’accordo separato del 2009.
Che cosa sarebbe accaduto un anno fa se ci fosse stato l’effetto di quest’accordo? La Fiom non avrebbe potuto opporsi su Pomigliano e gli altri accordi Fiat.
Esultano; Marcegaglia, Sacconi e Tremonti, questo dovrebbe far riflettere anche i più moderati, secondo noi la Cgil con la firma di questo accordo è arretrata anche verso le sue stesse posizioni, e la “modalità” con cui si è arrivati alla firma non è patrimonio della Cgil, contrasta palesemente con il proprio statuto.
Dove è avvenuta la discussione che ha portato alla firma? Camusso chiamerà i segretari di categoria a firma avvenuta, cosi come il Direttivo Nazionale, nei direttivi di categoria, in molti casi, la discussione è avvenuta solo parzialmente, è mancato completamente il passaggio tra lavoratori e lavoratrici e ora si chiameranno al voto? Siamo a luglio, molte aziende già in ferie e molte andranno presto, troppe in Cassa Integrazione, c’è un sapore nell’aria che sa di 1993.
Tutto questo quando la Fiom si appresta alla costruzione della piattaforma nazionale, alla rivendicazione del Contratto Nazionale, cresce la consapevolezza nei metalmeccanici, ora con quest’accordo si rischia di perderla, ma non sarà solo una categoria a perderla, si gioca con la pelle di gente che lavora.
Condividiamo la scelta di molti compagni e compagne di far ritirare la firma della Cgil e a questo punto le dimissioni della Camusso
Questo non è il sistema per determinare più salario e diritti, anzi, leso il primo diritto della partecipazione dal basso cosa rimane? la subalternità.

Per FuoriLinea Scalisi Marco
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