sabato 2 febbraio 2013
"Primarie finte, con Vendola che ha anteposto i suoi interessi privati". I dissidenti di Sel approdano a Rc
I comunisti e la fase attuale: voltare pagina* Andrea Catone intervista Vladimiro Giacchè
Io credo che questa crisi sia realmente un
passaggio d’epoca. È finito un modello di crescita che ha sostenuto per
oltre 30 anni i profitti (e anche il relativo benessere) dell’Occidente
capitalistico, ossia il modello di crescita basato sulla finanza e sul
debito (privato e pubblico). La fine di questo modello è stata
evidente dapprima negli Stati Uniti, dove la crisi è iniziata di fatto
nel 2005-2006 con l’arretramento e poi il crollo dei valori degli
immobili (perché la finanza non era più in grado di sopperire alle
scarse risorse di chi comprava casa, perlo più lavoratori con un reddito in calo).
Poi, anche se a seguito del crack finanziario su
scala mondiale sfiorato tra fine 2008 e 2009, e conseguente
congelamento della liquidità su scala mondiale, ha colpito pure
l’Europa.
Anche qui, come negli Stati Uniti, si è avuto un
gigantesco processo di socializzazione delle perdite. Ma è emerso
anche un fenomeno specifico: gli squilibri accumulati entro l’eurozona
tra paesi in surplus (essenzialmente la Germania) e paesi in deficit –
soprattutto deficit commerciale. È emerso, cioè, che la crescita di
questi ultimi paesi dopo la nascita dell’euro era stata comprata a
debito. Ossia che i saldi negativi venivano compensati da afflussi di
capitali, provenienti soprattutto da Germania e Francia.
Quando, nel 2008, la crisi si allarga all’Europa, questi capitali cominciano ad essere rimpatriati. Da allora ad oggi sono stati rimpatriati più di 300 miliardi di euro sia in Francia che in Germania. È essenzialmente questo il motivo per cui peggiorano le condizioni alle quali i cosiddetti “paesi periferici” dell’Eurozona riescono a procurarsi capitali. Oltre a ciò, la crisi ha tre altri effetti negativi sul debito pubblico dei paesi interessati:
Quando, nel 2008, la crisi si allarga all’Europa, questi capitali cominciano ad essere rimpatriati. Da allora ad oggi sono stati rimpatriati più di 300 miliardi di euro sia in Francia che in Germania. È essenzialmente questo il motivo per cui peggiorano le condizioni alle quali i cosiddetti “paesi periferici” dell’Eurozona riescono a procurarsi capitali. Oltre a ciò, la crisi ha tre altri effetti negativi sul debito pubblico dei paesi interessati:
1) i salvataggi di banche e società finanziarie trasferiscono parte del debito privato sul debito pubblico;
2) la crisi riduce le entrate fiscali e quindi peggiora le condizioni della finanza pubblica;
3) il calo del prodotto interno lordo automaticamente peggiora il rapporto debito/pil.
A questo punto interviene la politica europea
(alle cui decisioni – vale la pena di ricordarlo sino alla noia a chi,
anche in Italia, sta facendo il furbo – concorrono tutti i paesi
dell’Eurozona e dell’Unione Europea). Che imbocca con decisione la
strada di imporre manovre di austerity insostenibili ai paesi in
difficoltà. Si tratta di misure che si rivelano clamorosamente
controproducenti, anche dal punto di vista della sostenibilità dei conti
pubblici, perché inducono un crollo della domanda e un calo
dell’attività economica tali da far crollare anche il gettito fiscale.
Ma non si tratta di follia. La ratio
dell’operazione, per quanto riguarda i paesi dell’Eurozona, nasce dalla
convinzione che – non potendosi più attuare svalutazioni competitive,
poiché non esistono più monete nazionali – l’unico modo è attuare una
svalutazione interna, ossia una violenta deflazione salariale, che
colpisca salari diretti, indiretti (i servizi sociali) e differiti (le
pensioni). Al tempo stesso questa strategia consente
di restringere ulteriormente il ruolo del settore pubblico
nell’economia, liberando spazi di crescita per i capitali privati (e i
relativi profitti) nei settori dai quali lo stato va ritirandosi. Però
le imprese private non sono univocamente favorite da questo approccio:
infatti le imprese rivolte al mercato interno sono gravemente
danneggiate, e spesso costrette alla chiusura o comunque a un forte
ridimensionamento dell’attività, dal calo della domanda delle famiglie,
che in effetti nel 2012 è crollata in Italia nella misura maggiore
conosciuta dal dopoguerra in poi.
Il movimento operaio e le diverse forme e lotte di resistenza alla crisi e alle misure adottate dai governi Berlusconi e Monti, non sono riusciti sinora ad andare al di là di singole lotte, anche dure, ma circoscritte, settorializzate e isolate, o manifestazioni nazionali di protesta simbolica, certo importante, ma non sufficiente a cambiare lo stato di cose presente. Manca ancora, mi sembra, tenuto necessariamente conto del contesto internazionale, l’individuazione di un programma generale concreto, articolato su obiettivi determinati, capace di dare una prospettiva unificante alle opposizioni e alle resistenze sociali. Insomma, sulla base della leniniana analisi concreta della situazione concreta italiana, su quali linee ritieni si possa costruire oggi un programma di politica economica di “transizione” che non si limiti a dire dei sacrosanti NO e a chiedere il ripristino del preesistente stato sociale, ma sia propositivo-costruttivo, in grado di unire e mobilitare un vasto fronte di lotta, in modo da modificare i rapporti di forza?
Oggi stiamo assistendo agli effetti gravissimi della strategia della deflazione salariale e dell’austerity europea sulla nostra economia. E da qui dobbiamo ripartire. Siamo nel mezzo di una crisi che mette in discussione livelli di benessere, diritti sociali e anche democratici che credevamo acquisiti stabilmente.
Il movimento operaio e le diverse forme e lotte di resistenza alla crisi e alle misure adottate dai governi Berlusconi e Monti, non sono riusciti sinora ad andare al di là di singole lotte, anche dure, ma circoscritte, settorializzate e isolate, o manifestazioni nazionali di protesta simbolica, certo importante, ma non sufficiente a cambiare lo stato di cose presente. Manca ancora, mi sembra, tenuto necessariamente conto del contesto internazionale, l’individuazione di un programma generale concreto, articolato su obiettivi determinati, capace di dare una prospettiva unificante alle opposizioni e alle resistenze sociali. Insomma, sulla base della leniniana analisi concreta della situazione concreta italiana, su quali linee ritieni si possa costruire oggi un programma di politica economica di “transizione” che non si limiti a dire dei sacrosanti NO e a chiedere il ripristino del preesistente stato sociale, ma sia propositivo-costruttivo, in grado di unire e mobilitare un vasto fronte di lotta, in modo da modificare i rapporti di forza?
Oggi stiamo assistendo agli effetti gravissimi della strategia della deflazione salariale e dell’austerity europea sulla nostra economia. E da qui dobbiamo ripartire. Siamo nel mezzo di una crisi che mette in discussione livelli di benessere, diritti sociali e anche democratici che credevamo acquisiti stabilmente.
L’attacco all’art. 18 dello Statuto dei
lavoratori, insieme con l’articolo 8 della legge 148 del 2011 del
governo Berlusconi che attacca il contratto nazionale, stanno lì a
dimostrarci che nulla di quanto acquisito da decenni e dopo lotte di
decenni è ormai al sicuro. Il paese è a un bivio.
Ma questo bivio non è, come ci racconta il pensiero dominante, un’alternativa tra diritti e crescita economica, ma tra maggiore crescita ed equità da un lato, regressione economica e maggiore disuguaglianza dall’altro. Oggi, nella necessaria modernizzazione del paese, crescita ed equità sono termini inscindibili e indissolubilmente intrecciati. Da una parte, chi punta su un aumento del plusvalore assoluto, ponendo il nostro paese direttamente in competizione con i paesi di nuova industrializzazione, in una sorta di marcia del gambero del nostro Paese nella divisione internazionale del lavoro; dall’altra, chi pensa che oggi sia decisivo puntare sul plusvalore relativo, ossia sull’ammodernamento degli impianti (la cui età media in Italia è di 26 anni), sugli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico, e sull’utilizzo del vantaggio competitivo che da tutto questo deriva. Questa è anche la strada maestra per il miglioramento della produttività del lavoro, di cui tanto si parla – ma sempre nella direzione sbagliata, ossia quella di colpire i lavoratori.
Quindi, il primo aspetto su cui fare leva oggi è proprio il nesso tra modernizzazione ed equità sociale. Crescita ed equità sociale non sono in opposizione. È vero il contrario. Le strategie di recupero della competitività attuate comprimendo lavoro e diritti sono storicamente fallimentari. E non solo perché comprimono la domanda (come stiamo osservando in Italia), ma perché non incentivano le imprese a investire in ricerca e tecnologia. L’abolizione della scala mobile, e quello che ne seguì, sono emblematici in tal senso. La Lista Rivoluzione Civile, di cui i comunisti sono parte integrante, è l’unica a porre esplicitamente questo tema al centro della campagna elettorale.
Ritieni quindi giusto - e concretamente possibile - in questa fase lanciare, contro tutte le sirene ideologiche governative e i sindacati da esse ammaliati, una battaglia contro la deflazione salariale, per corposi aumenti dei salari (compreso il salario indiretto e differito)?
Lo ritengo non soltanto giusto, ma necessario. In questo modo si può non soltanto rilanciare in maniera non puramente difensiva la battaglia per i diritti del lavoro, ma anche dialogare in maniera seria con la parte più avanzata della borghesia, che sa che nel plusvalore assoluto non c’è alcuna speranza di riconquistare posizioni nel confronto europeo e mondiale. Per quanto riguarda il tema del salario indiretto e differito, però, questa battaglia deve unirsi a un altro fronte di lotta
Quale?
Quello della lotta per la legalità. Il secondo aspetto cruciale in questa fase storica per il nostro Paese è il problema – serissimo per l’Italia – della legalità e della lotta all’economia criminale e all’illegalità economica. Non si tratta di un problema giudiziario o morale, ma di un problema essenziale per l’equità sociale e per la competitività del nostro sistema. Di un tema centrale per il rilancio dell’economia. Pensiamo a come la criminalità organizzata condizioni la vita economica di alcune nostre regioni e come disincentivi gli investimenti stranieri in Italia. Ma pensiamo all’evasione fiscale, e in particolare alla grande evasione. L’evasione fiscale è al crocevia di problemi fondamentali per il nostro Paese:
Ma questo bivio non è, come ci racconta il pensiero dominante, un’alternativa tra diritti e crescita economica, ma tra maggiore crescita ed equità da un lato, regressione economica e maggiore disuguaglianza dall’altro. Oggi, nella necessaria modernizzazione del paese, crescita ed equità sono termini inscindibili e indissolubilmente intrecciati. Da una parte, chi punta su un aumento del plusvalore assoluto, ponendo il nostro paese direttamente in competizione con i paesi di nuova industrializzazione, in una sorta di marcia del gambero del nostro Paese nella divisione internazionale del lavoro; dall’altra, chi pensa che oggi sia decisivo puntare sul plusvalore relativo, ossia sull’ammodernamento degli impianti (la cui età media in Italia è di 26 anni), sugli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico, e sull’utilizzo del vantaggio competitivo che da tutto questo deriva. Questa è anche la strada maestra per il miglioramento della produttività del lavoro, di cui tanto si parla – ma sempre nella direzione sbagliata, ossia quella di colpire i lavoratori.
Quindi, il primo aspetto su cui fare leva oggi è proprio il nesso tra modernizzazione ed equità sociale. Crescita ed equità sociale non sono in opposizione. È vero il contrario. Le strategie di recupero della competitività attuate comprimendo lavoro e diritti sono storicamente fallimentari. E non solo perché comprimono la domanda (come stiamo osservando in Italia), ma perché non incentivano le imprese a investire in ricerca e tecnologia. L’abolizione della scala mobile, e quello che ne seguì, sono emblematici in tal senso. La Lista Rivoluzione Civile, di cui i comunisti sono parte integrante, è l’unica a porre esplicitamente questo tema al centro della campagna elettorale.
Ritieni quindi giusto - e concretamente possibile - in questa fase lanciare, contro tutte le sirene ideologiche governative e i sindacati da esse ammaliati, una battaglia contro la deflazione salariale, per corposi aumenti dei salari (compreso il salario indiretto e differito)?
Lo ritengo non soltanto giusto, ma necessario. In questo modo si può non soltanto rilanciare in maniera non puramente difensiva la battaglia per i diritti del lavoro, ma anche dialogare in maniera seria con la parte più avanzata della borghesia, che sa che nel plusvalore assoluto non c’è alcuna speranza di riconquistare posizioni nel confronto europeo e mondiale. Per quanto riguarda il tema del salario indiretto e differito, però, questa battaglia deve unirsi a un altro fronte di lotta
Quale?
Quello della lotta per la legalità. Il secondo aspetto cruciale in questa fase storica per il nostro Paese è il problema – serissimo per l’Italia – della legalità e della lotta all’economia criminale e all’illegalità economica. Non si tratta di un problema giudiziario o morale, ma di un problema essenziale per l’equità sociale e per la competitività del nostro sistema. Di un tema centrale per il rilancio dell’economia. Pensiamo a come la criminalità organizzata condizioni la vita economica di alcune nostre regioni e come disincentivi gli investimenti stranieri in Italia. Ma pensiamo all’evasione fiscale, e in particolare alla grande evasione. L’evasione fiscale è al crocevia di problemi fondamentali per il nostro Paese:
a) La sostenibilità
della finanza pubblica: i 120 miliardi di euro annui di mancato
gettito, pari all’8% del PIL, pesano come un macigno sulle possibilità
di un miglioramento della posizione debitoria del nostro paese.
b) L’iniquità sociale, e in particolare la regressività reale del sistema di tassazione italiano. Il fatto che il carico fiscale gravi per il 67% su lavoratori dipendenti e pensionati dice tutto sull’ingiustizia di un sistema in cui la progressività costituzionalmente prevista è stata – molto semplicemente – rovesciata. A questo si può e si deve ovviare con una patrimoniale, ma va detto che la prima patrimoniale in Italia è la lotta all’evasione.
c) Infine, la concorrenza. È evidente la distorsione della concorrenza rappresentata dal fatto che qualcuno possa indebitamente aumentare i propri profitti di quel 30-40% in più equivalente alle tasse dovute ma non pagate.
b) L’iniquità sociale, e in particolare la regressività reale del sistema di tassazione italiano. Il fatto che il carico fiscale gravi per il 67% su lavoratori dipendenti e pensionati dice tutto sull’ingiustizia di un sistema in cui la progressività costituzionalmente prevista è stata – molto semplicemente – rovesciata. A questo si può e si deve ovviare con una patrimoniale, ma va detto che la prima patrimoniale in Italia è la lotta all’evasione.
c) Infine, la concorrenza. È evidente la distorsione della concorrenza rappresentata dal fatto che qualcuno possa indebitamente aumentare i propri profitti di quel 30-40% in più equivalente alle tasse dovute ma non pagate.
L’evasione non è un destino. Se si ha
l’impressione che lo sia, questo è dovuto unicamente al fatto che essa
non è mai stata combattuta sul serio: se i governi di Berlusconi e
Tremonti l’hanno direttamente incentivata, il governo Monti è stato
efficace più dal punto di vista della comunicazione sul tema (le retate
di Cortina, ecc.) che sotto il profilo dell’effettiva attività di
accertamento e recupero (e in effetti è stato criticato per
l’inefficacia dell’azione in questo campo tanto dalla Commissione
Europea quanto dalla Corte dei Conti). Oggi gli strumenti tecnologici
per farlo ci sono. Sinora è mancata la volontà politica. E c’è stata,
pure a sinistra, una sottovalutazione dell’importanza di questo tema
anche dal punto di vista redistributivo e di sostegno ad un welfare che è sempre più chiaramente sotto attacco.
La pesantissima crisi mi sembra stia spingendo a ripensare i dogmi stessi del neoliberismo. La CGIL parla di un “piano del lavoro”. Ritieni concretamente possibile nell’attuale situazione riproporre - anche sulla base della nostra Costituzione - la questione dell’intervento pubblico in economia e della programmazione economica?
Io penso che questo tema, esorcizzato per oltre venti anni, si imponga per così dire naturalmente oggi all’attenzione di chi voglia ricostruire un percorso di progresso civile ed economico in questo paese. Si tratta di una questione molto semplice nella sua formulazione essenziale: riequilibrare il rapporto tra Stato e mercato, ossia tra intervento pubblico in economia e ruolo del settore privato.
La pesantissima crisi mi sembra stia spingendo a ripensare i dogmi stessi del neoliberismo. La CGIL parla di un “piano del lavoro”. Ritieni concretamente possibile nell’attuale situazione riproporre - anche sulla base della nostra Costituzione - la questione dell’intervento pubblico in economia e della programmazione economica?
Io penso che questo tema, esorcizzato per oltre venti anni, si imponga per così dire naturalmente oggi all’attenzione di chi voglia ricostruire un percorso di progresso civile ed economico in questo paese. Si tratta di una questione molto semplice nella sua formulazione essenziale: riequilibrare il rapporto tra Stato e mercato, ossia tra intervento pubblico in economia e ruolo del settore privato.
Quello che è successo in questi ultimi anni, però, ci allontana dalla soluzione del problema.
In Europa sono stati spesi 4.000 miliardi di euro per salvare le banche e le assicurazioni. Poi si è gridato (come se niente di questo fosse appena accaduto!) allo Stato spendaccione e scialacquatore. E si sono imposte politiche insostenibili di austerity, il taglio alle spese per la sanità, la scuola ecc. (ma ovviamente tenendo ben ferme quelle militari: si pensi al vero e proprio scandalo, condiviso da tutti i principali partiti, dell’acquisto degli F35). In questo modo lo Stato prima fa il donatore di sangue, poi vede compresso all’estremo il proprio ruolo. Va sottolineato che in questo modo si affronta la crisi attuale secondo il paradigma degli anni Novanta (post-crollo del Muro di Berlino, per intendersi).
In Europa sono stati spesi 4.000 miliardi di euro per salvare le banche e le assicurazioni. Poi si è gridato (come se niente di questo fosse appena accaduto!) allo Stato spendaccione e scialacquatore. E si sono imposte politiche insostenibili di austerity, il taglio alle spese per la sanità, la scuola ecc. (ma ovviamente tenendo ben ferme quelle militari: si pensi al vero e proprio scandalo, condiviso da tutti i principali partiti, dell’acquisto degli F35). In questo modo lo Stato prima fa il donatore di sangue, poi vede compresso all’estremo il proprio ruolo. Va sottolineato che in questo modo si affronta la crisi attuale secondo il paradigma degli anni Novanta (post-crollo del Muro di Berlino, per intendersi).
Ma di mezzo c’è stato il 2007-2009! C’è stato il “salvataggio dei mercati”, come lo definì Bernanke!
E allora anche in questo caso ci troviamo ad un
bivio. O accettiamo l’idea che l’intervento dello Stato debba
concretarsi sempre e soltanto in una socializzazione delle perdite, per
poi ricominciare come prima, col business as usual, oppure
dobbiamo voltare pagina. E capire che una forte presenza pubblica
nell’economia, a cominciare dalle banche, è un fattore di sviluppo
economico – e non un ostacolo allo sviluppo. Le crisi bancarie che
dovremo affrontare nel prossimo futuro potranno essere risolte in modo
progressivo soltanto così.
Dobbiamo ricostruire un sistema creditizio pubblico a cominciare dal credito agevolato e dal credito per investimenti. Ma è essenziale una presenza pubblica nel sistema bancario anche per quanto riguarda le banche commerciali.
Rispetto alla crisi delle grandi imprese industriali - dall’acciaio alla cantieristica, al carbone, al trasporto - quali proposte a breve-medio termine si possono avanzare?
Lo Stato deve gestire direttamente le crisi industriali, non lavarsene le mani come è successo nel caso dell’Alcoa, o procedendo a soluzioni tampone piuttosto discutibili dopo aver ignorato il problema per anni e anni come nel caso dell’Ilva. Va impedito in tutti i modi lo smantellamento di interi settori industriali in corso a causa della crisi. Lo Stato non può stare a guardare e lasciare che le “forze di mercato” facciano il loro corso. Questo, in una situazione di crisi come l’attuale, significa la legge della giungla, e, in concreto, una distruzione di capacità produttiva difficilmente recuperabile.
Va senz’altro attivato quanto previsto dalla Costituzione, ed in particolare dagli articoli 41 e 43. Li riporto qui perché spesso noi stessi dimentichiamo quali spazi la Costituzione della nostra Repubblica consenta a una soluzione socialmente progressiva dei problemi economici che dobbiamo affrontare:
Dobbiamo ricostruire un sistema creditizio pubblico a cominciare dal credito agevolato e dal credito per investimenti. Ma è essenziale una presenza pubblica nel sistema bancario anche per quanto riguarda le banche commerciali.
Rispetto alla crisi delle grandi imprese industriali - dall’acciaio alla cantieristica, al carbone, al trasporto - quali proposte a breve-medio termine si possono avanzare?
Lo Stato deve gestire direttamente le crisi industriali, non lavarsene le mani come è successo nel caso dell’Alcoa, o procedendo a soluzioni tampone piuttosto discutibili dopo aver ignorato il problema per anni e anni come nel caso dell’Ilva. Va impedito in tutti i modi lo smantellamento di interi settori industriali in corso a causa della crisi. Lo Stato non può stare a guardare e lasciare che le “forze di mercato” facciano il loro corso. Questo, in una situazione di crisi come l’attuale, significa la legge della giungla, e, in concreto, una distruzione di capacità produttiva difficilmente recuperabile.
Va senz’altro attivato quanto previsto dalla Costituzione, ed in particolare dagli articoli 41 e 43. Li riporto qui perché spesso noi stessi dimentichiamo quali spazi la Costituzione della nostra Repubblica consenta a una soluzione socialmente progressiva dei problemi economici che dobbiamo affrontare:
Art. 41.
L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto
con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla
libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i
controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata
possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Art. 43. A fini di
utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire,
mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti
pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o
categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o
a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di
preminente interesse generale.
Leggendo queste parole, non si può non riflettere
su quanto sia arretrato il nostro dibattito politico non soltanto
rispetto alla gravità dei problemi che abbiamo di fronte, ma anche
rispetto al livello teorico e di consapevolezza politica raggiunto dai
Costituenti oltre 60 anni fa.
In effetti, non soltanto in Italia, ma in Europa mi sembra che si stia andando in direzione opposta a questo modo di risolvere i problemi.
Sì e no. Per quanto riguarda l’intervento pubblico, in effetti, la crisi già nella sua prima fase ha rotto il tabù dello “Stato inerte”. Anche se ovviamente questo è servito soltanto a tamponare situazioni di crisi con denaro pubblico. Si tratta in realtà di far prevalere una visione più conseguente dell’intervento pubblico: diretto a organizzare strategicamente le forze economiche. Questo oggi è essenziale sotto ogni profilo: da quel lo sociale a quello ambientale. E faccio presente che anche l’obiezione più comune a questo genere di considerazioni è assai debole: di regola si fa infatti riferimento al fatto che la “classe politica” è inadeguata e simili. Però a nessuno verrebbe in mente di usare l’evidente incapacità di Marchionne e della Fiat dei nostri anni di costruire modelli competitivi per negare in radice la possibilità che un’impresa privata possa funzionare. Insomma, si torna sempre al punto di partenza: la forza perdurante di posizioni ideologiche che non reggono, però, al confronto con i fatti.
Il discorso principale che deve essere fatto sull’Europa – e di critica a questa Europa – è quello che riguarda il “Fiscal Compact” e più in generale l’impalcatura istituzionale con cui si è preteso di risolvere questa crisi. Deve essere riaffermato con forza che l’Europa dei mercati e della competitività basata sul dumping fiscale e sociale ha fallito, e che è necessario ed urgente un cambiamento di rotta. È qui che deve radicarsi la critica alle politiche di austerity sin qui condotte: ingiuste, classiste, economicamente controproducenti per il nostro e per molti altri paesi, e in tal modo tali da accrescere, e non ridurre, gli squilibri in Europa.
A differenza di quanto spesso viene ripetuto, le politiche di austerity non sono servite neppure a migliorare l’andamento dei nostri titoli di Stato (e dello stesso ormai famoso “spread”), che in questi mesi non sono mai stati legati a misure di austerity, bensì a interventi della Banca Centrale Europea che hanno allontanato (provvisoriamente) la prospettiva di un’implosione dell’area valutaria dell’euro.
Non stupisce, da questo punto di vista, che una parte importante dei mercati finanziari (ossia di chi opera sui mercati) abbia da subito indicato l’austerity come un grave errore. Lo hanno fatto economisti del calibro di Krugman e Stiglitz, e negli ultimi mesi – ravvedendosi – lo ha fatto persino il Fondo Monetario Internazionale. A questo si lega l’ultimo aspetto che tengo a sottolineare, perché – ancora una volta – si tratta di qualcosa su cui soltanto la Lista Rivoluzione Civile sta dicendo parole chiare ed oneste. Il “Fiscal Compact” è una sciagura per il nostro Paese e va assolutamente rinegoziato. È stato un gravissimo errore approvarlo (lo ha fatto il governo Berlusconi) ed è stato del pari grave votarne i contenuti in Parlamento come è stato fatto sotto il governo Monti da PD, UDC e PDL. Non si può pensare di uscire dalla crisi attuale, esacerbata dalle misure di austerity messe in atto da entrambi gli ultimi governi sulla base dei diktat europei (da quei governi co-determinati e condivisi), senza rinegoziare le clausole del “Fiscal Compact”, a cominciare da quella che impone la riduzione della parte di debito pubblico che eccede il 60 % del pil nella misura di un 5% annuo. Una rinegoziazione è oggi più facile di ieri, perché minore è il consenso internazionale su queste misure, perché la crisi nei paesi in cui sono state applicate si è aggravata, e anche perché la stessa Germania sta avviandosi verso una recessione causata precisamente dal calo delle esportazioni nei confronti dei paesi colpiti da quelle misure.
In ogni modo, chi oggi non si batte per questo, chi oggi non dice chiaramente agli elettori che questo deve essere un obiettivo prioritario per uscire dalla crisi, non soltanto ripropone una politica fallimentare, ma inganna i suoi elettori facendo promesse che alla prima prova dei fatti si riveleranno insostenibili.
In effetti, non soltanto in Italia, ma in Europa mi sembra che si stia andando in direzione opposta a questo modo di risolvere i problemi.
Sì e no. Per quanto riguarda l’intervento pubblico, in effetti, la crisi già nella sua prima fase ha rotto il tabù dello “Stato inerte”. Anche se ovviamente questo è servito soltanto a tamponare situazioni di crisi con denaro pubblico. Si tratta in realtà di far prevalere una visione più conseguente dell’intervento pubblico: diretto a organizzare strategicamente le forze economiche. Questo oggi è essenziale sotto ogni profilo: da quel lo sociale a quello ambientale. E faccio presente che anche l’obiezione più comune a questo genere di considerazioni è assai debole: di regola si fa infatti riferimento al fatto che la “classe politica” è inadeguata e simili. Però a nessuno verrebbe in mente di usare l’evidente incapacità di Marchionne e della Fiat dei nostri anni di costruire modelli competitivi per negare in radice la possibilità che un’impresa privata possa funzionare. Insomma, si torna sempre al punto di partenza: la forza perdurante di posizioni ideologiche che non reggono, però, al confronto con i fatti.
Il discorso principale che deve essere fatto sull’Europa – e di critica a questa Europa – è quello che riguarda il “Fiscal Compact” e più in generale l’impalcatura istituzionale con cui si è preteso di risolvere questa crisi. Deve essere riaffermato con forza che l’Europa dei mercati e della competitività basata sul dumping fiscale e sociale ha fallito, e che è necessario ed urgente un cambiamento di rotta. È qui che deve radicarsi la critica alle politiche di austerity sin qui condotte: ingiuste, classiste, economicamente controproducenti per il nostro e per molti altri paesi, e in tal modo tali da accrescere, e non ridurre, gli squilibri in Europa.
A differenza di quanto spesso viene ripetuto, le politiche di austerity non sono servite neppure a migliorare l’andamento dei nostri titoli di Stato (e dello stesso ormai famoso “spread”), che in questi mesi non sono mai stati legati a misure di austerity, bensì a interventi della Banca Centrale Europea che hanno allontanato (provvisoriamente) la prospettiva di un’implosione dell’area valutaria dell’euro.
Non stupisce, da questo punto di vista, che una parte importante dei mercati finanziari (ossia di chi opera sui mercati) abbia da subito indicato l’austerity come un grave errore. Lo hanno fatto economisti del calibro di Krugman e Stiglitz, e negli ultimi mesi – ravvedendosi – lo ha fatto persino il Fondo Monetario Internazionale. A questo si lega l’ultimo aspetto che tengo a sottolineare, perché – ancora una volta – si tratta di qualcosa su cui soltanto la Lista Rivoluzione Civile sta dicendo parole chiare ed oneste. Il “Fiscal Compact” è una sciagura per il nostro Paese e va assolutamente rinegoziato. È stato un gravissimo errore approvarlo (lo ha fatto il governo Berlusconi) ed è stato del pari grave votarne i contenuti in Parlamento come è stato fatto sotto il governo Monti da PD, UDC e PDL. Non si può pensare di uscire dalla crisi attuale, esacerbata dalle misure di austerity messe in atto da entrambi gli ultimi governi sulla base dei diktat europei (da quei governi co-determinati e condivisi), senza rinegoziare le clausole del “Fiscal Compact”, a cominciare da quella che impone la riduzione della parte di debito pubblico che eccede il 60 % del pil nella misura di un 5% annuo. Una rinegoziazione è oggi più facile di ieri, perché minore è il consenso internazionale su queste misure, perché la crisi nei paesi in cui sono state applicate si è aggravata, e anche perché la stessa Germania sta avviandosi verso una recessione causata precisamente dal calo delle esportazioni nei confronti dei paesi colpiti da quelle misure.
In ogni modo, chi oggi non si batte per questo, chi oggi non dice chiaramente agli elettori che questo deve essere un obiettivo prioritario per uscire dalla crisi, non soltanto ripropone una politica fallimentare, ma inganna i suoi elettori facendo promesse che alla prima prova dei fatti si riveleranno insostenibili.
*L'intervista è pubblicata come editoriale nel n. 1/2013 di MarxVentuno rivista comunista.
Vladimiro Giacché è autore di Titanic Europa e candidato alla Camera per Rivoluzione Civile nei collegi di Toscana, Campania 1, Lombardia 2
venerdì 1 febbraio 2013
Super Mario ha fatto Bingo! di Francesco Piobbichi
Disoccupazione all'11,9% e quasi 2,9 milioni di disoccupati nel
nostro paese. In un anno Monti Bersani e Berlusconi sono riusciti a:
1) Mandare il paese in recessione
2) Aumentare la Disoccupazione
3) Aumentare l'inflazione
4) Aumentare il debito pubblico
5) Aumentare la polarizzazioni tra ricchi e poveri
6) Aumentare la tassazione
2) Aumentare la Disoccupazione
3) Aumentare l'inflazione
4) Aumentare il debito pubblico
5) Aumentare la polarizzazioni tra ricchi e poveri
6) Aumentare la tassazione
Il tutto mentre:
1) Alle banche private sono stati concessi miliardi dalla BCE a tassi
agevolati che sono finiti per operazioni al ribasso e per la
speculazione sui titoli di stato, mentre famiglie ed imprese sono
state lasciate senza liquidità
2) Si è tagliato i servizi sociali ed i trasferimenti ai comuni
3) Si è manomesso il diritto alla pensione lasciando centinaia di migliaia di esodati in mezzo alla strada
4) Si è manomesso l'art.18 dello statuto dei lavoratori.
state lasciate senza liquidità
2) Si è tagliato i servizi sociali ed i trasferimenti ai comuni
3) Si è manomesso il diritto alla pensione lasciando centinaia di migliaia di esodati in mezzo alla strada
4) Si è manomesso l'art.18 dello statuto dei lavoratori.
Ma state tranquilli, il peggio deve ancora venire:
1) Perché la crisi finanziaria ( come dimostra la vicenda MPS) non è ancora terminata
2) Perché durante il Governo Monti si è ceduta la nostra sovranità economica con due atti che peseranno per i prossimi anni:
a) Con il pareggio di Bilancio in Costituzione che provocherà una nuova manovra lacrime e sangue nel 2013
b) Con la ratifica del Fiscal Compact che prevede 20 finanziarie da 45-50 miliardi per 20 anni
3) Perché a livello europeo nè Hollande nè la Merkel ( e nemmeno la SPD) modificheranno questi trattati
2) Perché durante il Governo Monti si è ceduta la nostra sovranità economica con due atti che peseranno per i prossimi anni:
a) Con il pareggio di Bilancio in Costituzione che provocherà una nuova manovra lacrime e sangue nel 2013
b) Con la ratifica del Fiscal Compact che prevede 20 finanziarie da 45-50 miliardi per 20 anni
3) Perché a livello europeo nè Hollande nè la Merkel ( e nemmeno la SPD) modificheranno questi trattati
Ciò vuol dire che:
1) Avremo ancora recessione
2) la disoccupazione resterà strutturale e di massa
3) che ogni anno dovremo fare ancora finanziarie più dure per rispettare i criteri che l'Europa ed i mercati ci hanno imposto.
Morale della favola di Super Mario Monti, l'operazione per mettere il paese nelle mani dei mercati è riuscita anche con il silenzio assenso dei sindacati che a differenza nel resto d'Europa non hanno organizzato nulla di serio per fermare questo macello. E' chiaro che chi ha nel programma la continuità con l'agenda Monti e il rispetto dei trattati ha in programma di camminare in questa direzione verso il baratro. E' chiaro che vanno fermati con una Rivoluzione, civile possibilmente.
2) la disoccupazione resterà strutturale e di massa
3) che ogni anno dovremo fare ancora finanziarie più dure per rispettare i criteri che l'Europa ed i mercati ci hanno imposto.
Morale della favola di Super Mario Monti, l'operazione per mettere il paese nelle mani dei mercati è riuscita anche con il silenzio assenso dei sindacati che a differenza nel resto d'Europa non hanno organizzato nulla di serio per fermare questo macello. E' chiaro che chi ha nel programma la continuità con l'agenda Monti e il rispetto dei trattati ha in programma di camminare in questa direzione verso il baratro. E' chiaro che vanno fermati con una Rivoluzione, civile possibilmente.
La rimozione della crisi di Alberto Burgio, Il Manifesto
I lettori del manifesto dovrebbero rileggere attentamente e meditare le
conclusioni dell’articolo di Felice Roberto Pizzuti apparso su queste
pagine martedì scorso. Dopo avere descritto la miscela esplosiva che sta
devastando l’economia del paese e le condizioni di vita delle classi
subalterne (attacco ai redditi da lavoro; deindustrializzazione e caduta
del Pil; crisi della fiducia; crescita della disoccupazione,
dell’inflazione e dell’ineguaglianza), Pizzuti notava come nessuna delle
cause strutturali della crisi esplosa cinque anni fa sia stata rimossa.
Al contrario, tutto va come se non fosse accaduto nulla. La finanza
insegue indisturbata rendimenti sempre più elevati degli investimenti
speculativi, gonfiando bolle destinate a provocare effetti ancora più
dirompenti di quella dei mutui americani. Le banche e gli enti locali
sono sempre più coinvolti nel business dei derivati (Mps docet, e c’è
solo da sperare che non scoppi la bomba atomica delle banche tedesche).
L’economia reale è in blocco e la politica economica è polarizzata
dall’ossessione dei bilanci pubblici, letti con le lenti del più miope e
gretto monetarismo. Fingendo di ignorare che le politiche di austerità
non possono non aggravare, insieme alle sperequazioni sociali, la
situazione debitoria dei paesi che hanno difficoltà ad attrarre
investimenti dall’estero.
È uno scenario da incubo, che la dice lunga sull’irresponsabilità delle classi dirigenti europee. O sulla loro responsabilità al cospetto di interessi e poteri diversi da quelli degli Stati democratici che dovrebbero servire. Ma c’è di peggio, come se ancora non bastasse. Pizzuti lamenta, a ragione, l’egemonia dell’agenda Monti, che «costituzionalizza» il neoliberismo. E denuncia il silenzio della campagna elettorale sulle scelte economiche dei prossimi anni. Un silenzio che di quell’egemonia è l’effetto naturale e il più preciso criterio di misura. Un silenzio che lascia facilmente presagire che dopo il 25 febbraio non cambierà nulla, se non qualche nome proprio di chi ci governerà. Conosceremo altra povertà e altra disoccupazione. Moriranno a migliaia altre piccole e medie imprese. Vivremo in una società sempre più iniqua e disuguale. E ascolteremo quotidianamente, come ormai da anni, sermoni inutili e ipocrite promesse.
Qualcuno dei nostri lettori ricorderà che alcuni mesi fa (lo scorso luglio) il manifesto denunciò con forza il «furto d’informazione» che sui temi della crisi i media commettono ogni giorno a spese della cittadinanza. Osservavamo che la crisi che sta distruggendo la nostra società è politicamente pericolosa almeno quanto quella degli anni Venti del ’900, che spinse la Germania tra le braccia di Hitler a seguito di politiche deflazionistiche analoghe a quelle dettate oggi dalla Commissione europea. E denunciavamo il fatto che tutti i giornali (tranne il manifesto) e tutte le radio-televisioni (nessuna esclusa) presentano le politiche del rigore come se non vi fossero alternative. Come se non esistesse al mondo la possibilità di praticare politiche espansive che, privilegiando occupazione e crescita, ci porterebbero fuori dalla crisi riducendo disuguaglianza e iniquità. Come se ad alimentare la crisi non fossero proprio le scelte dei governi e delle istituzioni comunitarie, che persino il Fmi e gli Stati Uniti giudicano dissennate e insostenibili.
Questo denunciavamo. Argomentando che la cattura cognitiva operata dai media a danno dei cittadini imprigiona questi ultimi nella gabbia di un pensiero unico che impedisce loro di comprendere che cosa sta accadendo e quanta violenza subiscono da parte dei governi con l’alibi della crisi e nel nome del «risanamento». Abbiamo lanciato quelle accuse per l’intollerabilità della situazione, ma anche in previsione delle elezioni politiche di questa primavera. Nella consapevolezza che, se il furto di informazione fosse continuato anche nella campagna elettorale, ne sarebbero sortiti effetti dirompenti sia sul terreno economico-sociale, sia sul piano della legittimità democratica.
Purtroppo non solo nulla è cambiato in meglio, ma le cose sono peggiorate. E oggi, a meno di un mese dal voto, la nostra denuncia non può che essere ripetuta, con voce ancor più alta. Almeno nelle settimane che precedono il voto, in un paese democratico la scena mediatica dovrebbe essere aperta a un confronto realmente plurale.
Dovrebbe dare visibilità alle diverse letture dei problemi più seri e alle diverse idee di come affrontarli. Al contrario, avviene quanto osserva Pizzuti. Parlano di fatto solo gli zelanti esegeti dell’agenda Monti, a cominciare dal suo illustre autore. Pare esistano soltanto gli alfieri del rigore, persuasi che il pareggio di bilancio e il rientro dal debito siano obiettivi scolpiti nelle Tavole della legge. Ne viene fuori un quadro indegno di una democrazia, che il vecchio Brecht non esiterebbe a porre sotto l’insegna del fascismo democratico. Di tutto si parla fuorché dell’essenziale: delle cause reali della disperazione di tanta povera gente; di chi grazie a questa crisi sta accumulando enormi profitti; e del fatto che nessuno dei tre contendenti «compatibili» (centrosinistra, centrodestra e montiani) intende cambiare strada, colpendo patrimoni e rendite, esigendo che la Bce assuma le funzioni di una vera Banca centrale e varando politiche espansive per la piena occupazione.
Di recente Reporters sans frontières – certo non imputabile di simpatie comuniste – ha pubblicato un rapporto sulla libertà d’informazione dal quale risulta che in Italia c’è meno pluralismo e libertà nella diffusione delle notizie che in Namibia, Bulgaria e Corea del Sud. Come sempre, la spiegazione è il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, ma questa ormai è una foglia di fico. Che i giornali e le televisioni del Cavaliere facciano il loro sporco lavoro è ovvio, ed è indecente che i suoi presunti avversari non abbiano fatto mai nulla per impedirlo. Ma quanto a parzialità e conflitti d’interesse la cosiddetta stampa indipendente e il sedicente servizio pubblico non sono da meno. E non hanno nulla da invidiare alla grancassa del padrone di Arcore.
È uno scenario da incubo, che la dice lunga sull’irresponsabilità delle classi dirigenti europee. O sulla loro responsabilità al cospetto di interessi e poteri diversi da quelli degli Stati democratici che dovrebbero servire. Ma c’è di peggio, come se ancora non bastasse. Pizzuti lamenta, a ragione, l’egemonia dell’agenda Monti, che «costituzionalizza» il neoliberismo. E denuncia il silenzio della campagna elettorale sulle scelte economiche dei prossimi anni. Un silenzio che di quell’egemonia è l’effetto naturale e il più preciso criterio di misura. Un silenzio che lascia facilmente presagire che dopo il 25 febbraio non cambierà nulla, se non qualche nome proprio di chi ci governerà. Conosceremo altra povertà e altra disoccupazione. Moriranno a migliaia altre piccole e medie imprese. Vivremo in una società sempre più iniqua e disuguale. E ascolteremo quotidianamente, come ormai da anni, sermoni inutili e ipocrite promesse.
Qualcuno dei nostri lettori ricorderà che alcuni mesi fa (lo scorso luglio) il manifesto denunciò con forza il «furto d’informazione» che sui temi della crisi i media commettono ogni giorno a spese della cittadinanza. Osservavamo che la crisi che sta distruggendo la nostra società è politicamente pericolosa almeno quanto quella degli anni Venti del ’900, che spinse la Germania tra le braccia di Hitler a seguito di politiche deflazionistiche analoghe a quelle dettate oggi dalla Commissione europea. E denunciavamo il fatto che tutti i giornali (tranne il manifesto) e tutte le radio-televisioni (nessuna esclusa) presentano le politiche del rigore come se non vi fossero alternative. Come se non esistesse al mondo la possibilità di praticare politiche espansive che, privilegiando occupazione e crescita, ci porterebbero fuori dalla crisi riducendo disuguaglianza e iniquità. Come se ad alimentare la crisi non fossero proprio le scelte dei governi e delle istituzioni comunitarie, che persino il Fmi e gli Stati Uniti giudicano dissennate e insostenibili.
Questo denunciavamo. Argomentando che la cattura cognitiva operata dai media a danno dei cittadini imprigiona questi ultimi nella gabbia di un pensiero unico che impedisce loro di comprendere che cosa sta accadendo e quanta violenza subiscono da parte dei governi con l’alibi della crisi e nel nome del «risanamento». Abbiamo lanciato quelle accuse per l’intollerabilità della situazione, ma anche in previsione delle elezioni politiche di questa primavera. Nella consapevolezza che, se il furto di informazione fosse continuato anche nella campagna elettorale, ne sarebbero sortiti effetti dirompenti sia sul terreno economico-sociale, sia sul piano della legittimità democratica.
Purtroppo non solo nulla è cambiato in meglio, ma le cose sono peggiorate. E oggi, a meno di un mese dal voto, la nostra denuncia non può che essere ripetuta, con voce ancor più alta. Almeno nelle settimane che precedono il voto, in un paese democratico la scena mediatica dovrebbe essere aperta a un confronto realmente plurale.
Dovrebbe dare visibilità alle diverse letture dei problemi più seri e alle diverse idee di come affrontarli. Al contrario, avviene quanto osserva Pizzuti. Parlano di fatto solo gli zelanti esegeti dell’agenda Monti, a cominciare dal suo illustre autore. Pare esistano soltanto gli alfieri del rigore, persuasi che il pareggio di bilancio e il rientro dal debito siano obiettivi scolpiti nelle Tavole della legge. Ne viene fuori un quadro indegno di una democrazia, che il vecchio Brecht non esiterebbe a porre sotto l’insegna del fascismo democratico. Di tutto si parla fuorché dell’essenziale: delle cause reali della disperazione di tanta povera gente; di chi grazie a questa crisi sta accumulando enormi profitti; e del fatto che nessuno dei tre contendenti «compatibili» (centrosinistra, centrodestra e montiani) intende cambiare strada, colpendo patrimoni e rendite, esigendo che la Bce assuma le funzioni di una vera Banca centrale e varando politiche espansive per la piena occupazione.
Di recente Reporters sans frontières – certo non imputabile di simpatie comuniste – ha pubblicato un rapporto sulla libertà d’informazione dal quale risulta che in Italia c’è meno pluralismo e libertà nella diffusione delle notizie che in Namibia, Bulgaria e Corea del Sud. Come sempre, la spiegazione è il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, ma questa ormai è una foglia di fico. Che i giornali e le televisioni del Cavaliere facciano il loro sporco lavoro è ovvio, ed è indecente che i suoi presunti avversari non abbiano fatto mai nulla per impedirlo. Ma quanto a parzialità e conflitti d’interesse la cosiddetta stampa indipendente e il sedicente servizio pubblico non sono da meno. E non hanno nulla da invidiare alla grancassa del padrone di Arcore.
Falconi e avvoltoi di Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano
Conosco
Antonio Ingroia da 15 anni e non l’ho mai sentito paragonarsi a Falcone o a
Borsellino. Semplicemente gli ho sentito ricordare due dati storici: nel 1988,
neomagistrato, fu “uditore” di Falcone; poi nell’89 andò a lavorare alla
Procura di Marsala guidata da Borsellino, di cui fu uno degli allievi
prediletti. Nemmeno l’altro giorno Ingroia s’è paragonato a Falcone.
S’è
limitato a ricordare un altro fatto storico: appena Falcone si avvicinò alla
politica (e di parecchio), andando a lavorare al ministero della Giustizia
retto da Martelli nel governo Andreotti, fu bersagliato da feroci attacchi,
anche da parte di colleghi, molto simili a quelli hanno investito l’Ingroia
politico. Dunque non si comprende (se non con l’emozione di un lutto mai
rimarginato per la scomparsa di una persona molto cara) l’uscita di Ilda
Boccassini che intima addirittura a Ingroia di “vergognarsi” perché avrebbe
“paragonato la sua piccola figura di magistrato a quella di Falcone” distante
da lui “milioni di anni luce”. Siccome Ingroia non s’è mai paragonato a
Falcone, la Boccassini dovrebbe scusarsi con lui per gl’insulti che, oltre a
interferire pesantemente nella campagna elettorale, si fondano su un dato
falso. Ciascuno è libero di ritenere un magistrato migliore o peggiore di un
altro, ma non di raccontare bugie. Specie se indossa la toga. E soprattutto se
si rivolge a uno dei tre o quattro magistrati che in questi 20 anni più si sono
battuti per scoprire chi uccise Falcone e Borsellino. Roberto Saviano tiene a
ricordare che “Falcone non fece mai politica”: ma neppure questo è vero.
Roberto è troppo giovane per sapere ciò che, in un’intervista per MicroMega,
Maria Falcone mi confermò qualche anno fa: nel '91 suo fratello decise di usare
il dissidio fra Craxi e Martelli per imprimere una svolta alla lotta alla mafia
dall’interno del governo Andreotti, pur sapendo benissimo di quale sistema
facevano o avevano fatto parte quei politici. Difficile immaginare una scelta
più politica di quella. Ora però sarebbe il caso che tutti – politici,
magistrati e giornalisti – siglassero una moratoria su Falcone e Borsellino,
per evitare di tirarli ancora in ballo in campagna elettorale. Tutti, però: non
solo qualcuno. Anche chi, l’estate scorsa, usò i due giudici morti per
contrapporli ai vivi: cioè a Ingroia e Di Matteo, rei di avere partecipato alla
festa del Fatto, mentre “Falcone e Borsellino parlavano solo con le sentenze”.
Plateale menzogna, visto che entrambi furono protagonisti di centinaia di
dibattiti pubblici, feste del Msi e dell’Unità, programmi tv, libri, articoli.
Queste assurde polemiche dividono e disorientano il fronte della legalità,
regalando munizioni a chi non chiede di meglio per sporchi interessi di
bottega. Ma vien da domandarsi perché né la Boccassini né la Falcone aprirono
bocca due anni fa, quando Alfano, ministro della Giustizia di Berlusconi, si
appropriò di Falcone per attribuirgli financo la paternità della controriforma
della giustizia. Né mai fiatarono ogni volta che politici collusi o ignavi
sfilarono in passerella a Palermo negli anniversari delle stragi, salvo poi
tradire la memoria dei due martiri trattando con la mafia, o tacendo sulle
trattative, o depistando le indagini sulle trattative. Chissà poi dov’erano le
alte e basse toghe che ora si stracciano le vesti per la candidatura di Ingroia
quando entrarono in politica Violante, Ayala, Casson, Maritati, Mantovano,
Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, Della Monica, Tenaglia,
Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a Scalfaro. E dove
spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate a
Ingroia. Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica,
di aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver
mandato alla sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato
Falcone e Borsellino, lo dicano. Così almeno è tutto più chiaro.
Intervista a Ferrero: «Il patto Pd-Monti c'è già»
C'è un nesso: da giorni Monti accusa Vendola e la Cgil di essere la sinistra che frena le riforme e spaventa i mercati.
L'accordo fra Pd e Monti c'è già, è palese. I dirigenti del Pd nel retrobottega te lo dicono anche. E non da oggi: da quando Bersani, di sponda con Berlusconi, non ha cambiato la legge elettorale. Aveva già in tasca l'accordo con i centristi. Del resto è scritto nella carta delle primarie.
La Carta d'intenti parla di un dialogo con le forze moderate, non di un governo.
Le forme dell'accordo sono variabili, ma inessenziali. Dipenderà anche dai rapporti di forza. Ma c'è un gioco delle parti: cercano di raccattare voti, Monti sul versante del Pdl e il Pd e centrosinistra sul nostro. Lo scontro molto teatralizzato fra Monti e Cgil e Vendola è funzionale alla futura maggioranza.
Quindi gli attacchi di Monti a Vendola secondo lei sono solo teatro, solo scena?
Non sto dicendo che la pensano tutti nello stesso modo. Ma che lo scontro fra questi elementi cerca di catalizzare i voti, da una parte e dell'altra.
Rivoluzione civile è disponibile a far nascere il governo Bersani, nel caso avesse bisogno dei vostri voti al Senato?
Il Pd è disponibile ad abolire la riforma Fornero? A tassare le grandi ricchezze e a introdurre il salario sociale? A smetterla con le grandi opere e con i cacciabombardieri? È disponibile il Pd a rimettere in discussione il fiscal compact?
Su cacciabombandieri e grandi opere il Pd ha detto di sì.
Poi bisogna anche farle le cose. E sulla Tav non ho visto cambi di rotta. Se non modifica le politica di Monti per me non c'è nessuna ragione per favorire la nascita del governo Bersani.
Nella lista Ingroia la pensano tutti così?
Sì, ma Rivoluzione civile è nata a gennaio. Un percorso unitariO non avviene in un giorno.
Smentisce chi dice che il 26 febbraio tornerete a dividervi?
Assolutamente sì. Faremo un gruppo unico alla camera, e lavoreremo perché sul territorio si costruiscano le assemblee di Rivoluzione civile, uno spazio pubblico aperto e di sinistra. I deputati risponderanno alla coalizione, non al proprio partito o alla propria associazione.
Salta fuori qualche candidato rosso-arancione che mette in imbarazzo Ingroia per curriculum o altro. Perché?
Colpa della fretta, un po' più di tempo ci avrebbe fatto fare le cose molto meglio. È già un miracolo che in un mese abbiamo costruito una lista e un programma chiaro. Ma il tema della partecipazione e della costruzione democratica lo abbiamo davanti, non l'abbiamo già risolto.
È la Syriza all'italiana che lei si augurava qualche mese fa?
Ogni paese ha i suoi percorsi. È un pezzo di quell'idea, non c'è ancora tutto quello che dovrebbe. Per esempio non siamo ancora riusciti ad aggregare tutto il sindacato di base.
Avete avuto qualche incomprensione con i NoTav, di cui non avete candidato un'esponente storica, Nicoletta Dosio. Avete ricucito con loro?
Teniamo fermo il no al Tav nel programma. Abbiamo candidato il sindaco di Venaus, al senato. Faremo assemblee in Valle. Ripeto, la fretta non ha aiutato. E a me dispiace moltissimo.
Non è che questa vicenda ha a che vedere con le posizioni dell'Idv contro i No Tav?
Nel nostro programma è chiarissimo il no secco al Tav. E Ingroia ha aperto un dialogo con il movimento.
Cosa pensa dello scontro Ingroia-Bocassini e della frattura fra i magistrati antimafia?
C'è un equivoco. Ingroia non si è paragonato a Falcone. Ma non è un elemento rilevante, fa solo spettacolo.
Sull'Unità Luciano Gallino, firmatario dell'appello Cambiare si può, dice che voterà Pd-Sel. Crede che altri lo faranno?
Io non ho sentito di altri. E sono stupito di Gallino, che ha sempre dichiarato contenuti molto netti, dal no al fiscal compact alla follia del pareggio di bilancio in Costituzione.
Si sta consumando un'ulteriore rottura nella sinistra «di qua e di là». Il manifesto vi ha chiesto di chiarirne le ragioni vere, astenendovi dalle scorciatoie di propaganda e insulto.
Lo scontro a questo livello lo ha iniziato Nichi, non Ingroia.
Dopo che Di Pietro gli ha dato del «venduto» e «traditore».
E allora mi fermo qua e passo ai contenuti. È vero, ci sono molte similitudini fra i programmi di Sel e Rivoluzione civile. Ma è possibile fare le cose che dice Sel avendo accettato il fiscal compact, con i centristi in maggioranza, e il Pd che non cancella le riforme di Monti? Con il voto a maggioranza nei gruppi parlamentari? Per me la risposta è no. Il nodo che oggi c'è in Italia e in tutta Europa - ed è per questo che oggi a Roma faremo un'assemblea con il leader del Front de gauche Mélenchon e con Ingroia - è costruire una sinistra autonoma dai poteri forti, banche, Confindustria, Vaticano. E il Pd non ha nessuna autonomia. Per questo la proposta di Sel è inefficace. È il cuore della divisione: non quello che diciamo nei comizi ma la strada praticabile per ottenerlo. La nostra strada è accumulare forze su posizioni alternative alle politiche neoliberiste. Vogliamo andare al governo, ma assicurandoci che una volta arrivati potremo fare le riforme. Nichi invece ripete l'errore che le sinistre hanno fatto in passato: voler governare senza preoccuparsi di avere la forza di imporre il proprio piano antiliberista. Conosciamo già la fine di questa strada.
E allora perché Ingroia aveva chiesto di dialogare con il Pd?
Intanto Ingroia lo ha chiesto al Pd e a Grillo. Ma il fatto che il Bersani non gli abbia neanche risposto è la prova che al Pd, semplicemente, di dialogare con noi non gliene fregava niente.
L'accordo fra Pd e Monti c'è già, è palese. I dirigenti del Pd nel retrobottega te lo dicono anche. E non da oggi: da quando Bersani, di sponda con Berlusconi, non ha cambiato la legge elettorale. Aveva già in tasca l'accordo con i centristi. Del resto è scritto nella carta delle primarie.
La Carta d'intenti parla di un dialogo con le forze moderate, non di un governo.
Le forme dell'accordo sono variabili, ma inessenziali. Dipenderà anche dai rapporti di forza. Ma c'è un gioco delle parti: cercano di raccattare voti, Monti sul versante del Pdl e il Pd e centrosinistra sul nostro. Lo scontro molto teatralizzato fra Monti e Cgil e Vendola è funzionale alla futura maggioranza.
Quindi gli attacchi di Monti a Vendola secondo lei sono solo teatro, solo scena?
Non sto dicendo che la pensano tutti nello stesso modo. Ma che lo scontro fra questi elementi cerca di catalizzare i voti, da una parte e dell'altra.
Rivoluzione civile è disponibile a far nascere il governo Bersani, nel caso avesse bisogno dei vostri voti al Senato?
Il Pd è disponibile ad abolire la riforma Fornero? A tassare le grandi ricchezze e a introdurre il salario sociale? A smetterla con le grandi opere e con i cacciabombardieri? È disponibile il Pd a rimettere in discussione il fiscal compact?
Su cacciabombandieri e grandi opere il Pd ha detto di sì.
Poi bisogna anche farle le cose. E sulla Tav non ho visto cambi di rotta. Se non modifica le politica di Monti per me non c'è nessuna ragione per favorire la nascita del governo Bersani.
Nella lista Ingroia la pensano tutti così?
Sì, ma Rivoluzione civile è nata a gennaio. Un percorso unitariO non avviene in un giorno.
Smentisce chi dice che il 26 febbraio tornerete a dividervi?
Assolutamente sì. Faremo un gruppo unico alla camera, e lavoreremo perché sul territorio si costruiscano le assemblee di Rivoluzione civile, uno spazio pubblico aperto e di sinistra. I deputati risponderanno alla coalizione, non al proprio partito o alla propria associazione.
Salta fuori qualche candidato rosso-arancione che mette in imbarazzo Ingroia per curriculum o altro. Perché?
Colpa della fretta, un po' più di tempo ci avrebbe fatto fare le cose molto meglio. È già un miracolo che in un mese abbiamo costruito una lista e un programma chiaro. Ma il tema della partecipazione e della costruzione democratica lo abbiamo davanti, non l'abbiamo già risolto.
È la Syriza all'italiana che lei si augurava qualche mese fa?
Ogni paese ha i suoi percorsi. È un pezzo di quell'idea, non c'è ancora tutto quello che dovrebbe. Per esempio non siamo ancora riusciti ad aggregare tutto il sindacato di base.
Avete avuto qualche incomprensione con i NoTav, di cui non avete candidato un'esponente storica, Nicoletta Dosio. Avete ricucito con loro?
Teniamo fermo il no al Tav nel programma. Abbiamo candidato il sindaco di Venaus, al senato. Faremo assemblee in Valle. Ripeto, la fretta non ha aiutato. E a me dispiace moltissimo.
Non è che questa vicenda ha a che vedere con le posizioni dell'Idv contro i No Tav?
Nel nostro programma è chiarissimo il no secco al Tav. E Ingroia ha aperto un dialogo con il movimento.
Cosa pensa dello scontro Ingroia-Bocassini e della frattura fra i magistrati antimafia?
C'è un equivoco. Ingroia non si è paragonato a Falcone. Ma non è un elemento rilevante, fa solo spettacolo.
Sull'Unità Luciano Gallino, firmatario dell'appello Cambiare si può, dice che voterà Pd-Sel. Crede che altri lo faranno?
Io non ho sentito di altri. E sono stupito di Gallino, che ha sempre dichiarato contenuti molto netti, dal no al fiscal compact alla follia del pareggio di bilancio in Costituzione.
Si sta consumando un'ulteriore rottura nella sinistra «di qua e di là». Il manifesto vi ha chiesto di chiarirne le ragioni vere, astenendovi dalle scorciatoie di propaganda e insulto.
Lo scontro a questo livello lo ha iniziato Nichi, non Ingroia.
Dopo che Di Pietro gli ha dato del «venduto» e «traditore».
E allora mi fermo qua e passo ai contenuti. È vero, ci sono molte similitudini fra i programmi di Sel e Rivoluzione civile. Ma è possibile fare le cose che dice Sel avendo accettato il fiscal compact, con i centristi in maggioranza, e il Pd che non cancella le riforme di Monti? Con il voto a maggioranza nei gruppi parlamentari? Per me la risposta è no. Il nodo che oggi c'è in Italia e in tutta Europa - ed è per questo che oggi a Roma faremo un'assemblea con il leader del Front de gauche Mélenchon e con Ingroia - è costruire una sinistra autonoma dai poteri forti, banche, Confindustria, Vaticano. E il Pd non ha nessuna autonomia. Per questo la proposta di Sel è inefficace. È il cuore della divisione: non quello che diciamo nei comizi ma la strada praticabile per ottenerlo. La nostra strada è accumulare forze su posizioni alternative alle politiche neoliberiste. Vogliamo andare al governo, ma assicurandoci che una volta arrivati potremo fare le riforme. Nichi invece ripete l'errore che le sinistre hanno fatto in passato: voler governare senza preoccuparsi di avere la forza di imporre il proprio piano antiliberista. Conosciamo già la fine di questa strada.
E allora perché Ingroia aveva chiesto di dialogare con il Pd?
Intanto Ingroia lo ha chiesto al Pd e a Grillo. Ma il fatto che il Bersani non gli abbia neanche risposto è la prova che al Pd, semplicemente, di dialogare con noi non gliene fregava niente.
di Daniela Preziosi, Il Manifesto
Tiro al bersaglio su Ingroia In evidenza di Sergio Cararo, www.contropiano.org
La polemica tra la pm Boccassini e l'ex pm Ingroia
porta a galla le inquietudini del passato e del futuro. L'eliminazione
delle dissonanze dalle esigenze della governance non fa sconti a
nessuno.
Che il personaggio fosse ingombrante per molti era prevedibile. Che la governance che l'Unione Europea pretende per l'Italia non preveda alcuna dissonanza, anche.
L'ex pm palermitano Antonio Ingroia, entrando in politica (sui mass media l'unico a cui è consentito “salire” in politica è Mario Monti) forse era consapevole, forse meno, che la sua sarebbe stata una operazione difficile. Su di lui incombono gli strascichi di quanto avvenuto nei tribunali siciliani dagli anni Novanta a oggi, ma soprattutto il non aver chinato la testa davanti a Re Napolitano quando l'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia ha lambito il Quirinale.
La lesa maestà è un fatto imperdonabile, al punto che la stessa Magistratura Democratica - espressione minoritaria della magistratura progressista che solo Berlusconi vede come maggioritaria – alcuni mesi fa mise sotto accusa Ingroia per protagonismo, invece di sostenerlo. Era sembrato, allora, un ordine di scuderia incentivato dal solito Violante, per fare terra bruciata intorno ad un giovane magistrato che stava pattinando sul ghiaccio sottile tra ragion di stato e corso della giustizia.
Gli strali della dott.ssa Boccassini contro Ingroia sono arrivati in modo imprevedibile e inopportuno ma non sorprendente. L'enfasi delle sue dichiarazioni sui mass media (dal Sole 24 Ore all'Unità) ne indica quanto siano state benvenute in tutti i competitori elettorali. Come lo erano state, in qualche modo, anche le battute di Crozza.
C'è del pregresso, evidentemente, nella visione personale e “politica” con cui i magistrati hanno affrontato le vicende politico-giudiziarie nella storia recente del paese. Qualcuno rammenterà la “guerra” che l'ex magistrato Casson (entrato in politica) fece al giudice Salvini, che aveva riaperto le indagini sulla strage di Piazza Fontana, arrivando alla conclusione che quella su “Gladio” fosse una falsa pista. I fatti hanno dato ragione a Salvini, ma la “politica” no.
La decisione di Ingroia di candidarsi come leader di una lista indipendente dal centro-sinistra, ha aggiunto un altro peso alla bilancia che intende schiacciarlo. Il problema non sono i magistrati “in politica” (il parlamento ed anche le liste di queste elezioni ne sono pieni), il problema è il “come e dove” ti collochi.
Abbiamo già scritto di quanto riteniamo deviante l'applicazione della categoria di società civile ai magistrati che entrano in politica, anzi addirittura contro la “politica”. I magistrati, in quanto uomini dell'apparato statale, sono parte integrante della classe dirigente. La società civile, semmai, si riferisce a coloro che ne vivono al di fuori: i lavoratori, le impiegate, gli studenti, le casalinghe, i pensionati, le insegnanti e le bidelle sono società civile, i magistrati no.
L'antiberlusconismo e per molti aspetti anche l'antimafia (come direbbe Sciascia) sono state anche occasioni per far carriera e per guadagnarsi visibilità. Guai però a uscire dallo spazio ben delimitato della testimonianza etica, dell'impegno civile e professionale, dalla legalità di principio. La mafia, la camorra, o'sistema, il narcotraffico, l'evasione fiscale, il conflitto di interessi sono temi che vanno agitati davanti agli occhi dell'opinione pubblica ma non vanno mai dettagliati. Uscire da questo spazio significa passare dalla retorica all'azione, colpire interessi definiti, e l'intreccio tra il malaffare e il business rispettabile, tra la ragion di stato e la mafia, è un confine sottile quanto il ghiaccio su cui sta pattinando Antonio Ingroia.
A far aprire il fuoco contro Ingroia non è stato, dunque, solo l'atteggiamento irriverente sulle connessioni nella trattativa tra Stato e mafia negli anni Novanta. E' stata la scelta di essere leader di una lista che può indebolire elettoralmente uno dei poli candidati alla governance del paese: quello della coalizione Pd/Sel che dovrà accordarsi con Monti subito dopo le elezioni. La colpa di Ingroia è stata soprattutto la scelta di farlo in una fase storica e in una campagna elettorale i cui risultati sono stati stabiliti ancora prima di cominciarla... ce lo chiede l'Europa (sic!).
Che il personaggio fosse ingombrante per molti era prevedibile. Che la governance che l'Unione Europea pretende per l'Italia non preveda alcuna dissonanza, anche.
L'ex pm palermitano Antonio Ingroia, entrando in politica (sui mass media l'unico a cui è consentito “salire” in politica è Mario Monti) forse era consapevole, forse meno, che la sua sarebbe stata una operazione difficile. Su di lui incombono gli strascichi di quanto avvenuto nei tribunali siciliani dagli anni Novanta a oggi, ma soprattutto il non aver chinato la testa davanti a Re Napolitano quando l'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia ha lambito il Quirinale.
La lesa maestà è un fatto imperdonabile, al punto che la stessa Magistratura Democratica - espressione minoritaria della magistratura progressista che solo Berlusconi vede come maggioritaria – alcuni mesi fa mise sotto accusa Ingroia per protagonismo, invece di sostenerlo. Era sembrato, allora, un ordine di scuderia incentivato dal solito Violante, per fare terra bruciata intorno ad un giovane magistrato che stava pattinando sul ghiaccio sottile tra ragion di stato e corso della giustizia.
Gli strali della dott.ssa Boccassini contro Ingroia sono arrivati in modo imprevedibile e inopportuno ma non sorprendente. L'enfasi delle sue dichiarazioni sui mass media (dal Sole 24 Ore all'Unità) ne indica quanto siano state benvenute in tutti i competitori elettorali. Come lo erano state, in qualche modo, anche le battute di Crozza.
C'è del pregresso, evidentemente, nella visione personale e “politica” con cui i magistrati hanno affrontato le vicende politico-giudiziarie nella storia recente del paese. Qualcuno rammenterà la “guerra” che l'ex magistrato Casson (entrato in politica) fece al giudice Salvini, che aveva riaperto le indagini sulla strage di Piazza Fontana, arrivando alla conclusione che quella su “Gladio” fosse una falsa pista. I fatti hanno dato ragione a Salvini, ma la “politica” no.
La decisione di Ingroia di candidarsi come leader di una lista indipendente dal centro-sinistra, ha aggiunto un altro peso alla bilancia che intende schiacciarlo. Il problema non sono i magistrati “in politica” (il parlamento ed anche le liste di queste elezioni ne sono pieni), il problema è il “come e dove” ti collochi.
Abbiamo già scritto di quanto riteniamo deviante l'applicazione della categoria di società civile ai magistrati che entrano in politica, anzi addirittura contro la “politica”. I magistrati, in quanto uomini dell'apparato statale, sono parte integrante della classe dirigente. La società civile, semmai, si riferisce a coloro che ne vivono al di fuori: i lavoratori, le impiegate, gli studenti, le casalinghe, i pensionati, le insegnanti e le bidelle sono società civile, i magistrati no.
L'antiberlusconismo e per molti aspetti anche l'antimafia (come direbbe Sciascia) sono state anche occasioni per far carriera e per guadagnarsi visibilità. Guai però a uscire dallo spazio ben delimitato della testimonianza etica, dell'impegno civile e professionale, dalla legalità di principio. La mafia, la camorra, o'sistema, il narcotraffico, l'evasione fiscale, il conflitto di interessi sono temi che vanno agitati davanti agli occhi dell'opinione pubblica ma non vanno mai dettagliati. Uscire da questo spazio significa passare dalla retorica all'azione, colpire interessi definiti, e l'intreccio tra il malaffare e il business rispettabile, tra la ragion di stato e la mafia, è un confine sottile quanto il ghiaccio su cui sta pattinando Antonio Ingroia.
A far aprire il fuoco contro Ingroia non è stato, dunque, solo l'atteggiamento irriverente sulle connessioni nella trattativa tra Stato e mafia negli anni Novanta. E' stata la scelta di essere leader di una lista che può indebolire elettoralmente uno dei poli candidati alla governance del paese: quello della coalizione Pd/Sel che dovrà accordarsi con Monti subito dopo le elezioni. La colpa di Ingroia è stata soprattutto la scelta di farlo in una fase storica e in una campagna elettorale i cui risultati sono stati stabiliti ancora prima di cominciarla... ce lo chiede l'Europa (sic!).
Monte dei Paschi, una privatizzazione disastrosa
Come spesso accade in Italia, dallo scandalo che ha investito il
Monte dei Paschi di Siena si stanno traendo le conclusioni sbagliate. Ed
è un vero peccato, perché si tratta di una vicenda emblematica, che ci
racconta un pezzo importante della storia di questo paese negli ultimi
20 anni. Proviamo quindi a mettere un po’ in fila i fatti.
Nei primi anni Novanta il Mps viene privatizzato, come l’intero sistema bancario italiano, attraverso le Fondazioni bancarie (società miste pubblico-private senza fini di lucro, secondo la Sentenza n. 300/2003 della Consulta), che ne assumono il controllo azionario. A fine decennio, non vi sarà praticamente più alcuna banca pubblica (mentre ancora all’inizio degli anni Novanta il 73% del sistema bancario italiano era in mano pubblica).
Allora si disse che quelle privatizzazioni erano necessarie non
soltanto per fare cassa e comprarsi il biglietto per l’Europa e la
moneta unica, ma anche per ammodernare il nostro sistema bancario e
renderlo più efficiente. Furono così privatizzate tutte le grandi banche
commerciali, tutte le banche a medio-lungo termine (che facevano
credito per gli investimenti delle imprese), e addirittura banche di
sviluppo come il Mediocredito Centrale (mentre nel resto d’Europa gli
Stati si guardavano bene dall’alienare le banche di sviluppo: si veda ad
esempio il KfW tedesco).
L’influenza dei partiti, sul Mps come su gran parte delle banche
privatizzate, non cessò. Quello che cambiò furono i principi guida
dell’attività bancaria: prevalse il criterio del profitto di breve
termine e della “creazione di valore per gli azionisti”, a sua volta
identificata con l’andamento in borsa del titolo. La gestione delle
banche cominciò a seguire tutte le “mode” che favorivano la crescita in
borsa del titolo relativo. Inclusi la speculazione finanziaria sempre
più spinta, l’uso di società veicolo fuori bilancio per aumentare la
leva finanziaria (ossia per fare più operazioni con sempre meno capitale
proprio) e l’utilizzo di prodotti finanziari derivati.
A metà anni 2000, la moda prevalente nel sistema bancario
internazionale fu quella della corsa alla crescita dimensionale
attraverso fusioni e acquisizioni. Anche il sistema bancario italiano si
concentrò molto. Troppo: nel senso che si creò un oligopolio di poche
grandi banche. Tra fine 2006 e fine 2007 si ebbero le ultime tre grandi
fusioni bancarie italiane: Unicredit compra Capitalia; Intesa compra il
San Paolo di Torino. E il Monte dei Paschi compra, strapagandola,
Antonveneta. L’iniziativa è del management e la Fondazione ne apprende
praticamente a cose fatte. Il prezzo pagato è di 9,3 miliardi di euro.
La crisi degli anni successivi colpisce il titolo e mette in luce
ancora più chiaramente (ma era già chiaro all’atto dell’acquisto) che la
Antonveneta era stata pagata troppo cara: oggi l’intero gruppo ha una
capitalizzazione di borsa di 2,6 miliardi (ma anche Unicredit, che
assieme a Capitalia valeva 100 miliardi, oggi quota sotto i 25). I
problemi del Montepaschi emergono con questo acquisto, che svuota le
casse dell’istituto senese. A questo punto, per migliorare i bilanci
occultando le perdite (ma al prezzo di maggiori perdite successive)
vengono effettuate le operazioni sui derivati di cui si è tornato a
parlare in questi giorni. (Che in ognuno di questi passaggi vi siano
state vere e proprie malversazioni è probabile, ma non è il punto
essenziale). Infine, la crisi del debito pubblico italiano si ripercuote
sul Monte dei Paschi, che – per avere rendimenti facili e ritenuti
esenti da rischio – aveva acquistato 25 miliardi di titoli di Stato
italiani, perlopiù a lungo termine. E quindi dall’estate 2011 viene
colpito dal crollo del prezzo di quei titoli. A fine 2011 l’Eba
(European Banking Authority) chiede a diverse banche italiane –
suscitando un vespaio – di effettuare un aumento di capitale: per Mps la
stima del capitale necessario si attesta sui 3,4 miliardi di euro, a
cui si aggiungono negli ultimi mesi altri 500 milioni (necessari proprio
per coprire anche le perdite dovute all’uso dei derivati).
Veniamo all’oggi: una settimana fa il governo Monti ha deciso di
prestare 3,9 miliardi al Montepaschi. Questo prestito sarà rimborsato
entro 5 anni. In caso negativo, e solo allora, le obbligazioni dell’Mps
acquistate dallo Stato (i Monti-bond) si trasformeranno in azioni della
società. Questo però significa che lo Stato non ha alcun modo per
verificare che i suoi soldi siano spesi bene. E infatti il 27 gennaio
Alessandro Profumo (presidente del Mps), in un’intervista al Sole 24
ore, ha affermato che è esclusa ogni ingerenza politica «perché non è
previsto alcun diritto di governance» per lo Stato.
La direzione di marcia preferita dallo stesso Profumo nell’intervista
citata è chiara: «Mi piacerebbe avere un socio finanziario di lungo
termine… La nazionalità non è un problema». L’obiettivo da conseguire?
Una banca «con molte meno agenzie ma una base di clientela importante e
ben radicata nei territori, in grado di soddisfare le esigenze delle Pmi
e delle famiglie». L’esito più probabile di tutto questo è un Mps che
taglia drasticamente i suoi sportelli (e quindi il personale), e che
presto o tardi sarà acquisito da una banca straniera. In questo modo il
territorio perderà una delle sue banche di riferimento, e un altro pezzo
del nostro sistema finanziario (dopo la Bnl, acquisita da Bnp Paribas)
se ne andrà all’estero, e sarà comprato a prezzo di saldo.
Siamo l’unico paese europeo che non è voluto entrare, neanche
nell’emergenza, nel capitale delle banche in difficoltà. Non si è mai
andati al di là di prestiti. Questo tabù va rotto.
Con la stessa cifra impegnata nel prestito al Monte dei Paschi, lo Stato potrebbe diventare di gran lunga il primo azionista della Banca. Se lo Stato salva una banca, deve poter entrare nel capitale di quella banca. E non per risanarla e rivenderla al miglior offerente, come oggi anche qualche liberista propone, con scarsa coerenza (ma come, non era lo Stato il problema e il mercato la soluzione?). Bensì con due altre finalità: tutelare il proprio investimento, e nel contempo ripristinare il principio secondo cui il credito è un “bene pubblico” di importanza strategica per il paese. Il principio secondo cui una banca non deve accontentarsi di conseguire la massima profittabilità di breve periodo, ma deve poter crescere nel tempo con il suo territorio.
Con la stessa cifra impegnata nel prestito al Monte dei Paschi, lo Stato potrebbe diventare di gran lunga il primo azionista della Banca. Se lo Stato salva una banca, deve poter entrare nel capitale di quella banca. E non per risanarla e rivenderla al miglior offerente, come oggi anche qualche liberista propone, con scarsa coerenza (ma come, non era lo Stato il problema e il mercato la soluzione?). Bensì con due altre finalità: tutelare il proprio investimento, e nel contempo ripristinare il principio secondo cui il credito è un “bene pubblico” di importanza strategica per il paese. Il principio secondo cui una banca non deve accontentarsi di conseguire la massima profittabilità di breve periodo, ma deve poter crescere nel tempo con il suo territorio.
Questo concetto, che in Italia è dimenticato quando non
ridicolizzato, è stato ripreso nei Paesi anglosassoni negli ultimi anni:
e persino l’insospettabile Regno Unito ha creato una banca pubblica per
il credito alle piccole e medie imprese. In Italia oggi abbiamo non
meno bisogno di banche pubbliche. Tanto di breve termine quanto – e
soprattutto – di credito a lungo termine.
La vicenda del Montepaschi ci insegna come una banca privatizzata
possa perseguire un orientamento al profitto di breve termine che si
rivela distruttivo, senza per questo perdere i condizionamenti politici e
le logiche clientelari che un tempo si rimproveravano alle banche
pubbliche. Il prestito a Mps non risolve questi problemi.
L’ingresso dello Stato nel capitale del Mps (direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti), non come socio finanziario interessato a un profitto immediato ma come azionista di riferimento di lungo termine, rappresenterebbe invece il salto di qualità di cui i lavoratori del Mps, i suoi clienti (imprese e risparmiatori) e il nostro sistema produttivo hanno bisogno in questo momento di forte restrizione del credito.
L’ingresso dello Stato nel capitale del Mps (direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti), non come socio finanziario interessato a un profitto immediato ma come azionista di riferimento di lungo termine, rappresenterebbe invece il salto di qualità di cui i lavoratori del Mps, i suoi clienti (imprese e risparmiatori) e il nostro sistema produttivo hanno bisogno in questo momento di forte restrizione del credito.
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