sabato 3 gennaio 2015

Il fascino discreto della crisi economica. Intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova (Parti 3 e 4)

Il fascino discreto della crisi economica. Intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova (Parti 3 e 4)
In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?
GV: La mia risposta è “nì”. Non vedo perché una cosa debba escludere l’altra. L’economista eterodosso può fare entrambe le cose: discutere nei dibattiti istituzionali con i teorici dei diversi mainstream e lavorare in altri luoghi e spazi. I problemi che vedo sono altri. Prima di tutto il teorico eterodosso ha più difficoltà a partecipare ai dibattiti istituzionali perché, come avete giustamente sottolineato, il mainstream è tornato dominante e quindi ci sono “pochi spazi”. Tuttavia, vedo un problema più importante: il dibattito tra gli economisti eterodossi. Mi preoccupa sia il livello del dibattito che le sue modalità. Mi sembra che molti economisti eterodossi, riprendendo la mia risposta precedente, tendano sia a voler diventare i consiglieri del principe che a farlo con un approccio fideistico. Seguendo i dibattiti in televisione, sulla stampa di sinistra, ma anche sui blog, o sui social network, il comportamento che registro tra gli economisti eterodossi italiani è abbastanza allarmante. Quasi tutti partono dalla convinzione che la loro è “la” risposta giusta alla crisi, permettono che si crei un fan club – i loro hooligan, e riempiono di insulti chiunque si permetta di dissentire o criticare la loro proposta. Questo non è un dibattito e, inoltre, dimostra l’assoluta incapacità di gestire un dissenso, una critica teorica che, oltretutto, viene spesso recepita come un attacco personale. Vi è una difficoltà nel distinguere il dissenso teorico e politico da un dissenso di natura personale.
Tra persone che vorrebbero trasformare questo sistema, le modalità del dibattito sono preoccupanti. Ormai è persino ritenuto offensivo fare i nomi ed i cognomi delle persone con cui si dissente. Se domani scrivessi un articolo dicendo che non sono d’accordo con le posizioni di Bagnai, o di Brancaccio, o di Halevi, o di Barnard, o di Cesaratto, etc., portando le mie argomentazioni teoriche, mi verrebbe detto che non avrei dovuto fare i nomi e tutto ciò sarebbe interpretato come un mio problema personale verso di loro. Ci si dimentica che lo stile scientifico prevede esattamente il riconoscimento dell’elaborazione teorica altrui e, dopo, l’eventuale assenso o critica. E questo riconoscimento richiede di fare i nomi e i cognomi.
Oltre alle modalità del dibattito, anche il livello qualitativo è abbastanza preoccupante. Penso che molti economisti eterodossi italiani non siano stati in grado di vedere alcune delle novità del capitalismo neoliberista. Riccardo prima citava teorie della fine del lavoro o della fine dello stato: nulla di più falso. La tradizione post-operaista parlava della morte della classe, della moltitudine come nuovo soggetto sociale, fuori da una teoria del valore lavoro. Sarà, forse sarebbe il caso di spiegarlo anche ai capitalisti. Il femminismo della differenza, molto dominante in Italia grazie alla Libreria delle Donne di Milano, è stato in grado di lodare la flessibilità perché permetterebbe alla donna di conciliare lavoro pagato e impegni familiari.
Infine, da economista donna, devo evidenziare anche come il dibattito sia molto “macho”. Gli economisti che vengono intervistati nel 99,9% sono maschi, i nomi che girano sui social network sono tutti maschi. Le donne economiste sono poco presenti sia nei dibattiti dei movimenti che in quelli istituzionali politici e sindacali. È, quindi, un dibattito molto machista, che pone dei problemi. Prima di tutto alimenta l’immaginario che l’economia sia una scienza “da uomini” perché tanto complicata che solo gli uomini riescono a capirla. In secondo luogo, cosa più preoccupante, l’esclusione delle economiste significa spesso anche l’esclusione di certe tematiche, che gli economisti non trattano. La questione di genere è una di quelle. Non è che automaticamente un uomo debba escludere tematiche di genere (perché ci sono economisti sensibili a questo), né automaticamente una donna debba occuparsi di questioni di genere (ci sono tante economiste che il genere non sanno cosa sia). Tuttavia un dibattito aperto, meno machista, con più donne e tematiche di genere risponderebbe ai problemi prima evidenziati. Per esempio, l’attacco alla riproduzione è un problema che, oggi, in modo particolare in Italia, quando è trattato, viene presentato da economisti, politici e sindacalisti maschi, in un modo che io, da femminista, contesterei.
RB: Non potrei essere più d’accordo con quello che ha detto Giovanna Vertova, e mi sento anche molto in sintonia con quello che ha risposto a questa domanda Joseph Halevi. Intervengo soltanto con alcune qualificazioni, e poi sviluppando di più l’ultima parte sulla politica economica e il riformismo.
Io non sono più così convinto che esista una teoria dominante. La mia idea in realtà è che la teoria neoclassica intesa in senso ampio, un senso che va dal monetarismo alla nuova macroeconomia classica alla teoria del ciclo economico reale, fino ad includere Krugman o Stiglitz, quindi un ampio arco di posizioni, si sia in realtà divisa in due correnti principali, due mainstream. Uno che nasce dall’equilibrio economico generale, inteso come la base logica e coerente della teoria ma anche della politica economica; l’altra che, pur mantenendo all’equilibrio economico generale la funzione di fondazione rigorosa del discorso economico, la vede come una astrazione che per essere utile deve essere integrata dalla considerazione delle imperfezioni ed asimmetrie. Abbiamo insomma un programma neo-walrasiano e un programma alternativo al primo, non-walrasiano, che definirei ‘imperfezionista’. Il programma neo-walrasiano potrebbe essere visto come una (ma non l’unica) delle fondazioni di quello che io chiamo ‘neoliberismo’ mentre il programma imperfezionista è una delle fondazioni di quello che io chiamo ‘social-liberismo’. Questa è la mia prima qualificazione.
Questo secondo versante della teoria neoclassica non si identifica dunque con il liberismo. È vero però che Stiglitz, come anche Krugman, rappresentano una deviazione sul terreno della radicalizzazione politica di alcune conclusioni di questo secondo corno del mainstream. La loro base teorica è secondo me sostanzialmente imperfezionista. Penso però che la teoria neoclassica sia la matrice comune, come mi pare anche voi diciate, delle politiche economiche, ma non bisogna dimenticare che esse si sdoppiano in filoni in competizione. Credo peraltro che le politiche economiche effettive non si basino poi così tanto, se non dal punto di vista meramente ideologico, sul lavoro degli economisti. Credo che il neoliberismo sia un insieme molto più vasto, che per esempio sia significativa l’influenza della scuola economica austriaca, che invece dal punto di vista accademico si potrebbe qualificare come una eterodossia. Per questo mi sembra molto utile il rimando al libro di Philip Mirowski, Never let a serious crisis go to waste, che vi ho già citato. In realtà questa frase è di Rahm Emanuel, che è stato “chief of staff” della Casa Bianca tra il 2007 e il 2009, e lui prosegue la frase così: and what I mean by that is that it is an opportunity to do things you think you could not do before.
Con il neoliberismo il capitalismo è stato messo in una situazione di “crisi perpetua”, permanente, il che non è affatto in contraddizione con gli aspetti dinamici di questa nuova forma del capitalismo, che hanno condotto ad una continua ristrutturazione dei rapporti sociali, che adesso deve però effettuare un salto di qualità con la crisi. Quando parliamo di new economy dobbiamo intendere la new economy che si costituisce in forma piena negli anni Novanta come qualcosa che riguarda la politica monetaria, le innovazioni nei mercati finanziari, il consumo a debito, ma anche sicuramente le innovazioni sul terreno dei trasporti, della comunicazione, della conoscenza. Tutto questo, comunque, anche l’aspetto delle innovazioni tecniche, non casca dal cielo, non viene dal libero mercato, viene da politiche statuali. Qui a Torino sono molto interessanti le cose che dice e che ha detto in passato su questo tema un serio liberalsocialista, cioè Cristiano Antonelli. E c’è il recente, importante, libro di Mariana Mazzucato.
La questione degli eterodossi: condivido integralmente quello che ci ha detto Giovanna Vertova, credo che gli eterodossi siano in fondo oggi purtroppo nella gran parte ignoranti. Credo anche che questa ignoranza sia politicamente e teoricamente pericolosa perché non riconoscono – non tutti naturalmente, ma buona parte – l’enorme cambiamento strutturale a cui ci troviamo di fronte. Da questo punto di vista, richiamarsi alla gloriosa eredità di Sraffa o di Keynes, come se fosse possibile impiegarli cosi come sono, e lo stesso vale ovviamente per Marx, beh, a me sembra insufficiente.
Che fare in questa situazione? Guerra di posizione all’interno dell’accademia, intervenire sulle modalità di gestione della crisi? La mia risposta è esattamente la stessa di Giovanna Vertova: sì e no. Credo che non si possa non intervenire all’interno del dibattito accademico, di politica economica. Però è una questione di gerarchia, come dire logica, ed anche di atteggiamento. Non si può non intervenire sul terreno della politica economica: ma bisogna sapere che per definizione la politica economica è il terreno del nemico. E per quanto riguarda il dibattito accademico, è un dibattito che si svolge con i dadi truccati. Per questo credo che sia estremamente importante, primo, la conoscenza seria della teoria neoclassica così come autenticamente si da, anche nelle sue contraddizioni interne, e questo lo ha chiarito molto bene Joseph Halevi; ma, secondo, è estremamente importante anche una battaglia seria e radicale sul terreno della didattica.
Questo è un tema che è stato sollevato a ripetizione dagli studenti, e in parte anche da docenti eterodossi. Ricordo una importante lettera al quotidiano La Repubblica, nel 1987, con i più bei nomi della economia politica italiana. Questo tema si traduce purtroppo in un appello un po’ vuoto al ‘pluralismo’. Ora, la teoria dominante il pluralismo te lo può anche concedere. Ti danno cinque stanze su mille ai grossi convegni e ci sarà una stanza per le femministe, una per gli austriaci, e ogni piccola comunità parla per se stessa a se stessa. Il problema è invece, secondo me, quello di fare una battaglia perché la teoria economica sia già nella didattica – e sia chiaro, intendo nella didattica di base – come il luogo di un conflitto tra teorie ‘plurali’, ognuna – anche questo deve essere chiaro, contro gli atteggiamenti da setta – come attraversata da problemi. Chi studia economia deve sapere che non si può discutere nessuna problematica concreta a cui ci si viene a trovare di fronte in un momento storico, senza essere costretti a tornare a discutere sul terreno delle categorie, di come i diversi approcci le affrontino, come siano o meno riuscite a venire a capo dei problemi. Non sto affatto proponendo una integrazione eclettica tra gli approcci eterodossi. Ma una sintesi, coerente, va ogni volta ricostruita – per me, anche questo è chiaro, va ricostruita a partire da Marx (il che non significa rimanere rinchiusi in Marx, evidentemente). Questa è una battaglia che secondo me, prima che nella ricerca, va imposta dal primo anno della didattica di economia, nella triennale. È invece persino possibile che economisti eterodossi adottino un manuale tipo il Blanchard e, poi a margine, svolgano i loro commenti critici. Si è perso in partenza.
Il capitalismo è riformabile o no? Non amo discuterne a un livello troppo generale e astratto. Credo che le riforme siano una grande cosa, che il capitalismo però cambi nel tempo. Di più, penso che ci sia una dimensione potenzialmente riformista che è intrinseca al capitalismo. Si realizza però solo con il conflitto sociale, non è ‘spontanea’ o ‘naturale’ al capitalismo. Sì, è possibile un aumento del salario reale; sì, è possibile una riduzione dell’orario di lavoro; sì, sono possibili condizioni migliori nei luoghi produttivi; sì, sono possibili condizioni più rispettose del genere o della salute. Sono tutte dimensioni che attengono ad una possibilità di miglioramento sul terreno del valore d’uso. Esiste, d’altra parte, una contraddizione radicale e insanabile sul terreno della produzione di valore. Il capitalismo può vivere e prosperare solo nella misura in cui estrae lavoro vivo dai lavoratori e la maggior parte, cioè una quota crescente, va alla classe capitalistica.
Da questo punto di vista seguo Rosa Luxemburg fino in fondo: esiste una tendenza alla caduta del salario relativo. Ci possono essere delle oscillazioni ma la tendenza è alla riduzione della quota del valore della forza-lavoro sul nuovo valore: ed è chiaro, per chi conosce l’abc di Marx, che puoi avere una quota che si riduce, ma un salario reale che aumenta, con una giornata lavorativa che si riduce: se riesci a conquistare tutto ciò. Ma se tu sistematicamente blocchi, o persino inverti, questa caduta del salario relativo (per i lavoratori produttivi di valore), e che è evidentemente l’altra faccia dell’estrazione di plusvalore relativo, questa, deve essere chiaro, non è più una lotta riformistica, un conflitto – la cui legittimità rivendico, eccome.
Questa lotta ha conseguenze politiche: ed è una lotta, che – lo si voglia o meno – è rivoluzionaria. Voi venite da Modena, mi pare, e nel titolo di questo dibattito vi rifate al dibattito del 1973 aperto su Rinascita. È un dibattito in cui si confrontarono le posizioni di Vianello e Ginzburg, da un lato, con quella di Napoleoni, Marina Bianchi e D’Antonio, dall’altro. Erano posizioni estremizzate. Ho rivisitato qualche anno fa quel dibattito cercando di cogliere il punto di verità degli uni e degli altri, senz’altro scontentando tutti. Ma io sono convinto davvero che Napoleoni su un punto essenziale avesse del tutto ragione. Ci sono delle crisi radicali del capitalismo, rispetto alle quali se ne esce solo con quello che lui chiamava uno ‘sbocco politico’, che non è mai già dato in anticipo, che va costruito. Esistono delle compatibilità sistemiche, delle ‘leggi’ economiche, che non sono affatto ‘naturali’ ma sono non di meno ‘oggettive’.
La negazione della presenza di ‘compatibilità’ capitalistiche – da tempo immemorabile – fa parte della cultura della sinistra italiana più radicale: basti ricordare il Sessantotto, i gruppi dei primi anni Settanta, teoricamente quello che si volle derivare da Sraffa. Si finisce così col negare la crisi, riducendola a forzatura soggettiva della classe capitalistica. La sinistra marxista che critica quest’atteggiamento scivola nell’oggettivismo più secco, come chi sostiene la caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua formulazione classica. Secondo me entrambi i corni di questo dibattito stanno al passivo. Il problema che ci pone oggi la realtà è però diverso. Penso che siamo molto lontani oggi da queste ‘incompatibilità’ per il sistema. Noi avremmo tantissimo da recuperare anche solo sul terreno strettamente distributivo prima che il capitalismo possa andare in crisi, in astratto. Il problema però si sposta: questo capitalismo, se ha i caratteri che ho descritto rifacendomi a Streeck, Mirowski, e Crouch è concretamente un capitalismo che può reggere un riformismo degno di questo nome? Francamente, non credo. Credo ahimè che questo particolare capitalismo che abbiamo di fronte, non il capitalismo in generale, sia irriformabile.
Il disegno di una alternativa di politica economica resta comunque necessario, un intervento che, come spero di avere chiarito, non può ridursi al terreno della domanda effettiva (lotta all’austerità) o della distribuzione del reddito (meno diseguaglianza). Non può essere pensato che come un intervento ben più radicale, sul terreno delle relazioni di lavoro, della politica industriale e della composizione della produzione, della banca e della finanza.
Su questo mi richiamo a Minsky, che radicalizzava la proposta keynesiana di una ‘socializzazione dell’investimento’, e ci aggiungeva una ‘socializzazione dell’occupazione’, e pure una ‘socializzazione’ sul terreno delle relazioni monetarie e creditizie. Per mio conto radicalizzerei la stessa proposta di Minsky, ma non è questo il luogo per parlarne a fondo perché prenderebbe troppo tempo. Un programma alternativo va costruito con rigore, va pensato da classe dirigente, anche se non credo affatto che sia praticabile come programma di governo. La logica deve essere quella di Gramsci tra il 1926 e il 1927 (insomma quando sono scritte le Tesi di Lione), riprendendo a suo modo l’idea di Lenin del fronte unico, e insieme l’idea di un programma minimo di classe all’interno del fronte unico in cui si costruisce. Si immagina una dialettica tra il conflitto di classe e la definizione di un programma politico, e di politica economica, alternativo. È lo strumento, nelle lotte, di un allargamento e riunificazione dei diversi momenti del mondo del lavoro: ma si deve andare oltre, ad un allargamento dei soggetti sociali al di fuori della stretta classe lavoratrice.
È la sfida che abbiamo davanti: credo che solo qualcosa del genere, sulla scala europea, possa costringere il capitale a delle riforme, o creare le condizioni di una rottura rivoluzionaria da ripensare – questi problemi non sono definibili, appunto, in anticipo e in astratto. Sto dicendo che esattamente un atteggiamento culturalmente ‘incompatibilista’, cioè che non nega le compatibilità ma le rompe, un atteggiamento che non accetti il capitalismo come orizzonte finale, sia intanto in grado di costringere il capitale a cambiare.
Il capitale cambia per la crisi, per le pressioni interne che questa determina e in dipendenza di salti politici nella ristrutturazione del capitale. Ci deve essere, dall’altro lato della barricata, una forza che sia in grado resistere al cambiamento capitalistico così come si dà immediatamente, che apra una prospettiva diversa. Non c’è una alternativa secca riforme/rivoluzione. Su quella strada non si fa che riprodurre la contrapposizione sterile tra riformisti e rivoluzionari (se si stratta di iscriversi al partito della rivoluzione sono il primo, sono disposto a metterci la firma: e intanto vedo lo sgomitare di una miriade di economisti ‘alternativi’ che disegnano sulla carta il loro progetto di politica alternativa, e che litigano come delle comari su chi sia il più bullo del reame).
Non so se ho capito il tuo discorso su questa cosa del compatibilismo e dell’incompatibilismo all’interno di questa analisi che vede un capitalismo diverso possibile con una serie di vantaggi. Ci vedo una contraddizione: se vediamo che all’interno di questo capitalismo certe rivendicazioni non possono essere accettate se non riformandolo radicalmente, l’obiettivo di quelle rivendicazioni diventa quindi il passaggio ad una ulteriore forma di capitalismo senza considerare una prospettiva effettivamente rivoluzionaria di rivoluzione del modo di produzione che non ho visto nel tuo discorso, ma che è anche possibile che non ci sia, nel senso non è obbligatorio.
RB: Non ho detto questo. Quelli come me, che fanno parte della sinistra comunista, non possono non pensare in termini di cambiamento del modo di produzione. Rovesciamento del modo di produzione. Il problema è che cosa si intende per rovesciamento del modo di produzione, e in che misura esso possa concretamente essere praticato. Noi ci troviamo all’inizio del secondo millennio, nel 2014, a doverci porre gli stessi problemi che avevamo davanti nel corso degli anni ’70. Quando una forma di capitalismo va in crisi, si pone sempre il problema dell’alternativa, di una possibile uscita da sinistra, verso una società chiamiamola socialista, chiamiamola comunista, come volete. Il problema è lo stesso di allora perché è quello di ‘cosa’, ‘quanto’ e ‘come’ produrre.
Questo oggi avviene però in condizioni di estrema debolezza. Gran parte degli eterodossi affrontano questo problema dal corno domanda-distribuzione. Io lo affronto dal corno moneta-produzione. Possono darsi fasi intermedie. Una prospettiva minskiana di socializzazione dell’investimento (della produzione), dell’occupazione e della finanza può essere una fase intermedia di questo genere. Ma non nascondiamoci dietro un dito. Minsky potrà chiamarlo anche uno dei suoi 57 capitalismi, ma tende molto verso una forma di socialismo. Ci sono scritti in cui lui stesso questa cosa la presenta come socialismo, un socialismo di carattere democratico. E io credo, a differenza dell’economista statunitense, che il capitalismo non tollererebbe questa configurazione, così come non ha tollerato la piena occupazione permanente del capitalismo. Però c’è stata, è stata ‘torta’ nella direzione del keynesismo militare e di spreco, ma è stata condizione di nuove lotte e di una grande crisi sociale. Io ragiono in questo ordine di idee in cui non c’è il bianco e nero soltanto, ci sono tutti i colori.
Ragiono contro i modi tipici della Seconda e della Terza Internazionale, in entrambe le quali – nonostante fossero contrapposte – il problema era di entrare nella ‘stanza dei bottoni’. E si scommette sullo stato in modi diversi ma nella stessa logica. Per un esempio di un’analisi di alto livello che va in questa direzione, che scherzosamente ho chiamato ‘leninista-keynesiana’, vi andate a leggere l’introduzione di Brancaccio e Cavallaro al Capitale finanziario di Hilferding. Nei miei 100 tweet sulla crisi ho citato un brano per esteso. È in fondo l’idea che dal movimento non viene quasi mai niente. Le uniche vere lotte trasformative sono quelle che avvengono all’interno dello Stato, conquistando casematte all’interno della sfera statuale. Cavallaro arriva addirittura, all’interno di un’analisi intelligente, ma che a me sembra però un po’ forzata, a ritenere i trent’anni successivi al secondo dopoguerra come la preparazione se non già l’inveramento di un ‘modo di produzione statuale’. A volte mi pare di stare a sentire – lo dico, è chiaro, scherzosamente – Berlusconi, che era convinto che nella storia d’Italia prima che arrivasse lui, a parte forse Craxi, avevano in fondo governato i comunisti.
Posso essere criticabile dai marxisti duri e puri perché non sono un vero rivoluzionario (come è un po’ nella domanda: ma ricordo che Vianello, uno dei due autori da cui prendete lo spunto per il titolo di questo dibattito, e in verità quel titolo lo inventò proprio lui a partire dal film di Buñuel, ha poi rivendicato un atteggiamento riformista, non rivoluzionario), e dai riformisti perché troppo utopico. Se ricordo bene, un compagno di Torino, Cosimo Scarinzi, nel breve periodo in cui ero iscritto a Rifondazione Comunista, in una riunione alla Camera del Lavoro, abbastanza affollata, eravamo in piedi in fondo alla sala, mi si avvicinò e mi disse: “Sai, Riccardo, tu sei un autentico socialdemocratico; per questo in realtà sei molto più a sinistra di questo partito”. Sì, sono un socialdemocratico, tendenza Rosa Luxemburg…
Dal vostro punto di vista, dove vedete in questo momento sia in Italia che in generale nel resto del mondo movimenti e/o contraddizioni più interessanti, con un potenziale di rottura? Pensiamo ad esempio al ruolo della logistica in Italia. 
GV: La domanda: “dove li vedo?” dovrebbe essere accompagnata da: “dove vorrei vederli?”. In questo momento li vedo (poco), frantumati e sparpagliati per il discorso che facevo precedentemente di una debole rappresentazione politica e sindacale della classe lavoratrice . Li vorrei vedere in tutti i luoghi di produzione e di lavoro che sta sopportando l’attacco a salari, diritti e condizioni di lavoro. Ma li vorrei anche vedere nella sfera della riproduzione sociale che subisce la distruzione del welfare. Vorrei essere molto chiara a proposito. Quando si parla di attacco al welfare, in genere da parte di economisti maschi, si parla sempre di attacco ai diritti (diritto alla salute, all’istruzione, etc.). Si esplicita molto meno il fatto che il welfare, e quindi le politiche fiscali, non rappresentano solo dei diritti per i lavoratori e le lavoratrici, ma anche un’infrastruttura sociale necessaria per permettere a quelle persone che svolgono il lavoro domestico e il lavoro di cura di poter conciliare questi lavori con il lavoro pagato. Siccome in Italia più che in altri paesi tutto questo lavoro è ancora sulle spalle delle donne, il welfare deve esser considerato anche come l'infrastruttura necessaria, anche se non sufficiente, per permettere alle donne di entrare nel mondo del lavoro. 
C’è una contraddizione nel fatto che, nel capitalismo, la strada dell’emancipazione femminile passa necessariamente attraverso l’indipendenza economica. E’ una condizione necessaria ma non sufficiente: necessaria affinché la donna possa riappropriarsi del proprio corpo, della propria vita, della propria mente. La contraddizione sta nel fatto che l’emancipazione delle lavoratrici passa attraverso la valorizzazione del capitale. Me lo sono, purtroppo, sentita dire da maschi. È strano, però, che questa contraddizione non viene mai evidenziata quando si parla di lavoratori.  
Comunque, poiché resto convinta che la liberazione delle lavoratrici passi attraverso il lavoro pagato e salariato, per entrare nel mercato del lavoro la lavoratrice ha la necessità di un welfare che funzioni (magari anche insieme alla distruzione di questo modello patriarcale tutto italiano che ritiene che il lavoro domestico e di cura spetti “naturalmente” alle donne). Il welfare non può essere sempre e solo visto come una questione di diritti ma anche come l’infrastruttura sociale necessaria per le donne. Le contraddizioni stanno quindi all’interno di questo concetto di necessità. Quello di cui ho parlato precedentemente - il neo-liberismo, il tipo di integrazione europea, l’apertura di settori del welfare alla valorizzazione capitalistica, etc. - ha fatto sì che i servizi sociali pubblici siano sempre più privatizzati e mercificati. Qui c’è una contraddizione pesante. Così pesante che, in situazioni devastanti e disastrose come quella greca, le donne stanno ricominciando a morire di parto, perché non esiste più la sanità pubblica; stanno smettendo la prevenzione e le cure. 
Anche qui vorrei vedere le contraddizioni. E le vorrei vedere non solo nella politica istituzionale, che è tutta concentrata sulla questione delle quote rosa. Non solo nei sindacati, che quando parlano di lavoro dimenticano costantemente la questione di genere, e mi riferisco a sindacati conflittuali, tipo la FIOM (come se il lavoratore e la lavoratrice alla catena di montaggio si trovino nelle stesse condizioni lavorative). E le vorrei vedere anche nei movimenti, dove sembra, invece, che il femminismo sia morto. Quindi, le lotte contro il capitalismo si dovrebbero sempre accompagnare alle lotte contro il patriarcato.  
Altre contraddizioni le vorrei vedere in tutti i luoghi di lavoro, non solo nel manifatturiero dove prevale il lavoro manuale (chissà perché appena si parla di movimento operaio si pensa a Cipputi di Altan). La carenza di analisi, sia a livello teorico che a livello politico-sindacale del mondo dei servizi, impedisce, o rende più complicato, capire il cambiamento che è avvenuto nel processo di lavoro nel settore dei servizi . L’unica tradizione italiana che si sforza di analizzare queste novità è quella post-operaista, di derivazione negriana. Ora, io non ne condivido le analisi, però le va riconosciuto il fatto che quegli studiosi si sono preoccupati di analizzare cosa sta succedendo nei luoghi di lavoro di questo nuovo modello capitalistico. 
Purtroppo, spesso, nel dibattito odierno, quando si parla di conflitto di classe, si ha in mente la produzione manifatturiera e industriale, e si parla meno del settore dei servizi. Oppure si propongono analisi, che ritengo alquanto fantasiose, secondo le quali i servizi e la terziarizzazione creano solo lavori cognitivi. Invece, come ho detto prima, i servizi contengono una grande quantità di lavori poco qualificati (penso ai lavoratori nelle catene di fast food o alle addette alle pulizie del mio Ateneo). In assenza di analisi serie sui cambiamenti nel processo di lavoro si rischia di non cogliere dove possano stare le contraddizioni. Anche da qui nascono le difficoltà a creare movimenti e lotta di classe che unifichino una classe lavoratrice oggi assolutamente frammentata e spezzettata. Cercare di mettere in campo delle contraddizioni nei servizi potrebbe, forse, essere più facile perché parte dei servizi  non è sottoposta al ricatto della delocalizzazione. La logistica, le grandi catene di distribuzione commerciale (penso ad Auchan, Esselunga, etc.)  possono essere dei luoghi privilegiati per far scoppiare le contraddizioni. 
RB: Sono molto d'accordo con quello che ha detto Giovanna Vertova. Confesso di avere difficoltà a rispondere a questa domanda, e cercherò di chiarire il perché. Addirittura, quando me l'avete mandata, vi ho chiesto se fosse incompleta, una considerazione su cui credo che Giovanna fosse d'accordo. A questa domanda si può rispondere in molti modi: ed è questa pluralità che da un lato mi crea dei problemi, ma dall'altro mi intriga. 
Si può rispondere, per esempio, ponendosi sul terreno del capitalismo globale e domandandosi quali siano le aree dove maturano le contraddizioni più significative, quelle in grado di mettere in crisi il capitalismo. Questo è stato il punto di vista di Joseph Halevi, che ha concentrato tutto il suo discorso, in maniera da me molto condivisa, sulle contraddizioni della Cina nel contesto del capitalismo asiatico. Se ci spostiamo da un'ottica del qui ed ora ad un'ottica dinamica, sarei tentato di dire che l'America Latina, che fino a poco tempo fa è stata dal punto di vista della riflessione il luogo più interessante, potrebbe tornare ad essere anche dal punto di vista delle dinamiche economiche un'area “esplosiva”.
Si sono in qualche modo attenuate le contraddizioni sull'America Latina perché, in forza della dinamica stessa della crisi, i tassi di interessi sono stati bassi, ed in forza di altre dinamiche i prezzi delle materie prime sono cresciuti. Ora, lo sviluppo dell'America Latina, che per qualche anno qualcuno ha sognato potesse divenire l’area di sbocco dell'attuale capitalismo, è molto legato all'andamento dei tassi di interesse (che io non mi aspetto rimangano permanentemente bassi) ed è molto sensibile alle variazioni dei prezzi delle materie prime. Poi bisogna considerare la stessa Europa, che non credo apparisse sulla mappa concettuale e politica degli Stati Uniti fino a poco tempo fa. Una degradazione della situazione europea può avere degli effetti significativi, quindi potremmo esplorare anche questa strada. 
Da un lato, c'è l'approccio metodologico che ci ha proposto Giovanna Vertova, nella seconda parte del suo intervento: quello di guardare ai caratteri del nuovo capitalismo. Come ho detto, sono molto d'accordo con lei. Non sono interessato alla contrapposizione tra chi dice che il capitalismo post-1980 è lo stesso capitalismo di sempre e chi dice all’opposto che sarebbe una nuova creatura del tutto diversa che, chissà, forse non sarebbe neanche più capitalismo. Mi riferisco a tutte le discussioni che vanno avanti da tempo sul cosiddetto ‘capitalismo della conoscenza’, un capitalismo che talora viene definito ‘immateriale’, e così via. In realtà il problema non è accettare l’idea che vi siano delle novità importanti nel capitalismo, è semmai capire quali sono, e dove stanno, le autentiche novità. Sul terreno del lavoro le novità ci sono e sono significative - ora non ho il tempo di ripercorrerle nei dettagli. Aggiungerò solo, anzi ripeterò in altro modo rispetto a Giovanna, questo: il capitalismo c.d. immateriale e il capitalismo c.d. cognitivo sono capitalismi in cui senz’altro pesa sempre di più la produzione di beni e servizi non ‘attaccati’ ad una merce ‘fisica’ e che nascondono un più elevato contenuto linguistico e cognitivo. Questo capitalismo immateriale è però, checché se ne dica, estremamente ‘materiale’. Sia per le condizioni che vivono i lavoratori dentro di esso, sia perché sovente a valle si traduce nella produzione di valori d'uso materiali che vanno distribuiti. E qui interviene la questione della logistica, ma più in generale la centralità delle condizioni della riproduzione della forza lavoro intellettuale. La questione della scuola e quella dell'università sono potenzialmente esplosive.
Vorrei far notare un’altra cosa. Se pensiamo al luogo della produzione materiale, per prima cosa ci viene in mente la Cina. Non è sicuramente il nostro primo pensiero se parliamo di capitalismo cognitivo. Invece, se non la prima certo la seconda potenza manifatturiera mondiale è la Germania; e la Cina sta diventando, insieme all'India, luogo primario del lavoro cognitivo e ‘immateriale’. 
Terzo punto. Quella attuale può essere definita, da molti punti di vista, una crisi della riproduzione. Innanzi tutto investe la riproduzione economica, e all'interno di essa il rapporto capitale-lavoro. Ma investe la dimensione di genere, e più in genere la riproduzione sociale. Non ripeterò su questo quanto vi ha detto Giovanna Vertova. Nella riproduzione capitalistica il capitale deve incorporare un altro da sé ‘interno’, ovvero la forza lavoro vivente, e ha bisogno anche di un altro da sé ‘esterno’, ovvero la natura. La dinamica capitalistica lasciata a se stessa distrugge gli esseri umani e la natura. Sono distante dalle visioni catastrofiste secondo le quali questi processi definiscono un tetto alla crescita capitalistica che si traduce, un po’ meccanicamente nel crollo del sistema. E’ certo comunque che qui è un altro nodo di contraddizioni sempre più gravi, potenzialmente esplosive.
Ancora un'altra contraddizione: il capitalismo si fonda oggi su catene transnazionali della produzione e sulla conseguente centralità degli investimenti diretti all'estero. Si tratta di investimenti a cui corrispondono flussi di lavoro migrante in direzione opposta: se è vero che è il capitale stesso che va a cercare lavoro nelle aree di nuova industrializzazione, la sua penetrazione in quelle aree fa in modo a sua volta che il lavoro migri nelle aree di precedente industrializzazione. Il lavoro migrante è uno dei nodi forse meno trattati nell'analisi della crisi odierna, ma è secondo me uno dei punti più significativi di una analisi della composizione di classe. Alzare le barriere all'immigrazione spesso e volentieri si traduce, paradossalmente, nel creare le condizioni di un maggior flusso di migrazioni legate al basso costo del lavoro.  La questione del lavoro migrante penetra all'interno della questione di genere, come anche all'interno della questione del welfare. E’ forte l’intreccio tra tutte queste questioni. 
Cos'è che ai miei occhi rende difficile trattare questo insieme di temi?  C'è una mitologia (e non intendo questo in senso puramente negativo) di una certa sinistra, della mia sinistra - comunista, marxiana - dei punti fermi, che non vanno del tutto rigettati integralmente, ma che penso vadano fortemente qualificati.

In primo luogo, il mito che le contraddizioni vadano trovate nel ‘punto alto’ dello sviluppo capitalistico. A questa tesi ci credo ancora, si tratta di intendersi su cosa debba intendersi per punto alto in un contesto molto interconnesso. Il punto alto potrebbe essere dove meno te lo aspetti, perché ormai non hai più un Nord, da una  parte, e un Sud, dall'altra, quasi impermeabilmente separati. Il Nord è nel Sud, e viceversa. La grandezza di Lenin, nel 1917, fu di essere stato in grado di individuare nel capitalismo di allora una centralità di certe condizioni supposte ‘arretrate’ della Russia. Certamente fece la rivoluzione in Russia, ma non la pensò come separata da un'estensione in Occidente. Il socialismo in un solo paese  non era la prospettiva di Lenin, fu la prospettiva di Stalin. L'altra idea - più tipica, forse, di una sinistra successiva; ma di cui io sono figlio, la sinistra dei ‘nuovi movimenti’ all'interno delle lotte nel lavoro nel corso degli anni '60 - è quella secondo cui la di trasformazione sociale non può che nascere da una interruzione del ciclo di valorizzazione. Secondo questo modo di vedere le cose, si deve essere in grado di individuare il punto del ciclo della valorizzazione che è più fragile, più debole. Secondo questa narrazione, c'era una volta l' ‘operaio di mestiere’, c'è stato poi l' ‘operaio massa’, e questo era il lavoratore significativo, ci sarà poi il ‘lavoratore cognitario’, per Sergio Bologna è il ‘lavoratore di seconda generazione’, magari qualcuno può pensare che siano le donne in quanto tali.  Capisco l'importanza di questa riflessione, ma credo che il cambio di sistema nasca da una crisi, e da una crisi gestita attivamente dai soggetti sociali, ma che contino altrettando le contraddizioni oggettive. 
Non vorrei scandalizzare nessuno dicendo che secondo me il ‘post-moderno’ ha una sua verità.  L'idea che non sia più valida una narrazione ‘centrata’, che non si dia più un soggetto scolpito nella materia o nel conflitto sociale primario, per come è presentata dal post-moderno è sicuramente inaccettabile. E’ innegabile però che registra una caratteristica tipica del nuovo capitalismo: quella, per così dire, di ‘sventagliare’ le figure del lavoro, le condizioni in cui vivono gli esseri umani, la riproduzione.
Cosa voglio dire? Credo che, all’epoca, fosse sensato concentrarsi sull'importanza del lavoratore di mestiere, e poi sulla centralità, non sulla esclusività, dell'operaio massa. Credo pure che il neoliberismo sia davvero una configurazione sociale che sul terreno del lavoro ha bisogno di nuove ‘qualità’ del lavoro, diverse, in alcuni momenti del ciclo produttivo.  Semplicemente, questo lavoro più qualificato, più ‘autonomo’, e così via, doveva in qualche misura essere controllato, ed era un lavoratore di un certo tipo, più collettivo, in certe realtà realmente più cognitivo e di un lavoro non più irrigidito in una mansione. Questo ci impone una integrazione del conflitto tra le forme diverse, e ormai plurali, del lavoro, che non lo inchiodino a sue figure storicamente contingenti, e che però abbia la capacità di cogliere la novità di questa fase. Quindi, come dire, vedo l’esistenza di un limite, che a un certo punto è diventato grave, nel voler ricercare un luogo specifico, e uno solo, della contraddizione. E’ un leninismo, qui in senso negativo, che si trova ovunque, persino in Negri, come una sorta di tic.
Tutto ciò ha a che vedere con un punto che sollevai in uno scritto del 1987, pubblicato l’anno seguente sui Quaderni del CRIC, che si intitolava “Il rosso, il rosa e il verde.” Il sottotitolo recitava: “Considerazioni inattuali sulla centralità operaia e i nuovi movimenti”. Avrei dovuto scrivere ‘sulla centralità del lavoro’, ma allora storicamente ancora un po’ funzionava la centralità operaia. Lì la questione che affrontavo era la critica verde, la critica femminista alla vecchia e nuova sinistra. Il vecchio marxismo, quello dell’epoca della Seconda e della Terza internazionale, ritenevano, con pochissime eccezioni, che la coscienza di classe venisse ai lavoratori dall'esterno, da una politica separata. Parte significativa del nuovo marxismo degli anni ‘60 e ‘70 vedeva l'operaio massa come il soggetto trainante che doveva essere ‘seguito’, quasi nella sequenza dei vagoni di un treno, dalle donne, dai meridionali, dai giovani, e così via, in un ordine che magari non era questo, ma questa era la logica. In quell’articolo sostenni che esiste una centralità reale del momento del lavoro nella valorizzazione capitalistica, e perciò non è pensabile una crisi del capitalismo e quindi anche una crisi sociale che non passi attraverso quella dimensione.
Affermare la centralità della produzione non è un mito, non è produttivismo o industrialismo. Perché i lavoratori combattono dentro la sfera della produzione una situazione che tende a rendere i valori e le esigenze della produzione un primato totalitario, il lavoro una dimensione assillante. Al contrario, affermare un lavoro autentico, il lavoro come ‘primo bisogno’ secondo la formulazione di Marx, la possibilità di una produzione su scala umana, comporta rompere con il produttivismo e con l’industrialismo. Su questo si concentravano le lotte concrete dei lavoratori: da Mirafiori a Mestre. Questa che rivendicavo, e cioè una centralità sociale del momento antagonista del lavoro dentro la valorizzazione – di questo lavoro che stava diventando sventagliato, articolato, non riducibile a una figura sola - questa centralità sociale non può e non deve essere tradotta in una rigida formula come quelle del passato. Lì io ci vedevo un errore del marxismo, ma in fondo dello stesso Marx, e del Marx migliore. Il movimento alternativo si deve contemporaneamente giocare - e lì citavo un grande pezzo di Marco Revelli su un numero precedente dei Quaderni del CRIC - come ‘pari dignità’ delle differenze. 
Il movimento femminista mi appariva molto interessante, nella misura in cui sottolineava la centralità del lavoro non solo pagato ma anche non pagato, della riproduzione sociale della forza lavoro. Mi pareva però interessante anche quando, al di là del lavoro domestico, insisteva sulla dimensione del lavoro di cura: due aspetti non rigidamente separabili. Una femminista statunitense, morta da pochi anni, Joan Tronto, non identifica la cura con il lavoro, ma mostra pure come dentro la dimensione della cura ci sia un lavoro, pagato e non pagato. Ciò a cui si deve resistere è far diventare le cristallizzazioni storiche un fatto di natura, e a ridurre la differenza di genere alla differenza sessuale. Come ci si deve opporre a chi mette le differenze contro l'eguaglianza. L’eguaglianza stessa non è un ideale astratto: è sempre un processo storico, immanente, che si ridefinisce nel tempo, una universalità che è un risultato fragile e mutevole, ma necessario.

L’ideologia renziana all’attacco del pubblico impiego di Carlo Gubitosa


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Matteo Renzi è stato per due anni consecutivi il sindaco più assenteista d’Italia (con il 59% di assenze in consiglio comunale nel 2013 e addirittura l’82% nel 2012), ma adesso che è diventato premier ritiene giusto che in futuro paghi col licenziamento “un impiegato pubblico che sbaglia, partendo dai furti e arrivando all’assenteismo a volte vergognoso“, e su questo principio si dichiara “pronto al confronto in parlamento“.
Ma c’è ben poco da confrontarsi: forse Renzi ignora che la legge italiana ha già introdotto da diversi anni la possibilità di licenziamento a seguito di un procedimento disciplinare per i dipendenti pubblici ladri o nullafacenti, che falsificano documenti, dichiarano il falso, riportano condanne penali definitive o hanno una insufficiente valutazione del rendimento nell’arco di un biennio. Il licenziamento non è ancora previsto, invece, per le cariche elettive ricoperte in seno alle istituzioni pubbliche, che consentono ancora di assentarsi a piacimento dal luogo di lavoro, come ha potuto fare il “sindaco d’Italia” quando era ancora sindaco di Firenze.
L’ipotesi alternativa all’ignoranza del premier sulla normativa in vigore è che queste dichiarazioni siano funzionali alla preparazione del terreno per una inconfessabile agenda politica: rendere licenziabili anche senza una giusta causa tutti i dipendenti pubblici a prescindere, in modo da poterli trasformare in esuberi a convenienza, per semplici ragioni di efficienza economica e indipendentemente dalla loro onestà e dal loro rendimento.
Del resto, i licenziamenti senza giusta causa sono appena stati legalizzati nel settore privato con il crudele sillogismo alla base del “Jobs Act”: Voglio diritti uguali per tutti. C’è qualcuno senza diritti. Allora togliamoli a tutti per affermare nobili principi di uguaglianza. In questo modo la disparità di trattamento tra precari e contrattualizzati è stata eliminata alla radice: adesso sono tutti licenziabili a piacimento, fannulloni e stakanovisti. E’ il libero mercato, bellezza, dove i problemi si possono scaricare dai piani alti fino ai livelli più bassi della piramide sociale.
Il passo successivo sarà quello di far notare che adesso i dipendenti pubblici hanno più diritti di quelli del settore privato, e in nome dell’uguaglianza bisognerà negare questi diritti con un nuovo livellamento verso il basso, che renderà tutti i lavoratori ricattabili perché nessuno sarà più tutelato da licenziamenti arbitrari, nemmeno chi lavora sodo e si trascina in ufficio anche con la febbre.
Una ipotesi che il giuslavorista Ichino aveva frettolosamente descritto come realtà già in vigore per effetto del “Jobs Act”, costringendo Renzi a smentirlo: “il Jobs act e il disegno di legge Madia sono due cose diverse - ha dichiarato il premier - per questo ho chiesto di togliere il riferimento al pubblico impiego dal Jobs act“.
Nella nuova sinistra, infatti, non bisogna essere impazienti come Ichino: i diritti vanno tolti poco per volta, una legge dopo l’altra, senza strappi bruschi e convincendo il popolo che è l’unica strada possibile verso l’”uguaglianza reale”, cominciando dai precari per poi risalire ai contrattualizzati del settore privato e culminare con la rimozione delle tutele di quelli che nel nostro immaginario collettivo sono i tutelati per antonomasia.
E dopo il regalo di Natale del Jobs Act, si intravede già che cosa ci porterà la primavera grazie al botticelliano ministro Madia e alla sua annunciata riforma del pubblico impiego: raccogliere a sinistra quello che aveva seminato Brunetta da destra, aggiungendo alla possibilità di licenziamento senza giusta causa per i dipendenti pubblici altre forme mascherate di licenziamento, come il demansionamento che altri chiamerebbero mobbing o il trasferimento forzato in un raggio di cinquanta chilometri da casa, pagando il rifiuto con la perdita del posto.
La “perla” di Renzi sui ladri e i fannulloni, dipinti come inamovibili anche se è già possibile licenziarli, non è una gemma isolata, ma va incastonata in quel teatrino della politica dove i “rottamatori dei diritti” hanno costruito sapientemente nel corso degli anni un ricco cast di personaggi: i “lavoratori flessibili” di Maroni, da flettere fino allo schiavismo, i “dipendenti pubblici fannulloni” di Brunetta su cui far convergere l’odio dei meno abbienti, gli “annoiati dal posto fisso” di Monti che rifiutano le sfide della modernità, i “disoccupati schizzinosi” della Fornero che non lavorano per colpa loro, e dulcis in fundo i “contrattualizzati privilegiati” di Renzi, spogliati delle loro misere tutele per renderli nudi tanto quanto i precari davanti ai loro datori di lavoro.
A questo si aggiunge l’artificio retorico dei futuri contratti a “tutele parziali” che vengono spacciate per “tutele crescenti”: a parità di condizione sociale dovremo decidere se le tutele che un tempo coprivano tutti vanno fatte crescere nei contratti destinati al giovane o all’anziano, al neoassunto o allo specializzato, allo sposato con prole o al divorziato, al disabile o alla vedova. Il risultato di questa compartimentazione dei diritti è la perdita di ogni umana solidarietà tra lavoratori, dove i nemici sono sempre altri lavoratori: gli autonomi evasori se sei tassato alla fonte, gli statali fannulloni se sei libero professionista, le caste delle libere professioni se sei un dipendente pubblico, i giovani rampanti se sei anziano, gli anziani baroni se sei giovane, i precari malpagati che svalutano la tua professione se sei assunto, gli assunti privilegiati se sei precario.
Il meccanismo culturale che porta le classi meno abbienti a sbranarsi politicamente e culturalmente a vicenda, sgretolando ogni brandello residuo di solidarietà tra onesti lavoratori, è stato illustrato in modo magistrale già da tempo da Alessandro Robecchi, che fa i conti con un imprescindibile “dato ideologico” (grassetti miei):
“la vera vittoria del renzismo - scrive Robecchi - [è] aver trasferito l’invidia sociale ai piani bassi della società. Quella che una volta si chiamava lotta di classe (l’operaio con la Panda contro il padrone con la Ferrari) e che la destra si affannava a chiamare “invidia sociale“, ora si è trasferita alle classi più basse (il precario con la bici contro l’avido e privilegiato statale con la Panda). Insomma, mentre le posizioni apicali non le tocca nessuno (né per gli ottanta euro, né per altre riforme economiche è stato preso qualcosa ai più ricchi), si è alimentata una feroce guerra tra poveri. Una costante corsa al ribasso che avrà effetti devastanti. Perché se oggi un precario può dire al dipendente pubblico che è privilegiato, domani uno che muore di fame potrà indicare un precario come “fortunato”, e via così, sempre scavando in fondo al barile. Si tratta esattamente, perfettamente, di un’ideologia”.
Sul palco di questo teatrino ideologico dove i pupi sono spinti a darsi randellate a vicenda, gli unici che non sono esposti ai fischi e al lancio di pomodori sono i burattinai che restano dietro le quinte a custodire l’ideologia: i finanzieri con la residenza fiscale all’estero che pontificano alla Leopolda contro il diritto di sciopero, i banchieri che tappano i loro buchi privati di bilancio grazie ai miliardi erogati con decretazione d’urgenza, le multinazionali che fanno profitti in Italia ma li fanno tassare in altri paesi grazie a quel legalissimo e convenientissimo gioco delle tre carte chiamato elusione fiscale, i vip alla Ezio Greggio che portano in dote a Montecarlo i profitti maturati nella televisione italiana, i faccendieri alla Briatore che si spacciano per grandi capitani d’industria con “sogni” e visioni innovative mentre sono semplicemente degli ex latitanti con conoscenze altolocate.
Il dibattito sul diritto di licenziare i dipendenti pubblici come ultima frontiera verso l’uguaglianza dei diritti (negandoli a tutti in egual misura) si preannuncia come intenso e appassionante. Ma prima di affrontarlo, fermiamoci un attimo a riflettere su altri dibattiti già persi in passato. Com’è finito il dibattito sul precariato? Con Maroni che approva la legge sedicente “Biagi”. Com’è finito il dibattito sulle pensioni? Con la Fornero che alza l’età pensionabile. Com’è finito il dibattito sulla macelleria sociale? Con l’aumento di Monti dell’Iva e delle accise per non toccare profitti finanziari, patrimoni e redditi milionari. Com’è finito il dibattito sull’articolo diciotto? Con Renzi che lo rottama dipingendo una tutela come privilegio.
A questo punto non ci vuole un indovino per capire come andrà a finire il dibattito sui dipendenti pubblici da licenziare a convenienza e assumere a progetto con contratti stagionali, come già avviene del resto per gli insegnanti. Da qui il dubbio: anziché accanirci sui dibattiti, non sarebbe meglio mettersi a studiare perché finiscono sempre nel modo peggiore per chi lavora, che casualmente coincide con quello auspicato da chi comanda?
Del resto, vista la scelta tra Gesù e Barabba, cosa possiamo aspettarci da un popolo imbevuto dall’ideologia del teatrino quando viene chiamato a scegliere tra il dipendente pubblico (archetipo del parassita) e l’intraprendente finanziere con residenza fiscale all’estero, archetipo del determinato e salvifico uomo di successo che porterà in italia gli investitori, ma solo a condizione che si smetta di scioperare nel settore dei trasporti?
Alla dozzina di discepoli del keynesismo, ostili al potere politico dei macellai sociali e al potere religioso del culto neoliberista, non resta che restare nelle catacombe del mondo intellettuale dove saranno perseguitati come “professoroni”, mentre cercano di predicare la buona novella del ‘900, quella a cui avevano creduto in molti: un mondo che verrà, dove la spesa pubblica è orientata al lavoro socialmente utile come “moltiplicatore keynesiano dell’economia”, e non a Ilva, Banche, Confindustria, Mercanti d’armi, mafie private camuffate da servizi pubblici, grandi opere inutili, e tutto per poi piangere miseria ogni luglio, licenziando anche gli insegnanti che si riassumeranno con certezza il settembre successivo.
Se il rischioso percorso della licenziabilità è la strada che ha deciso di intraprendere la maggioranza politica del paese, non possiamo che inchinarci alle regole del gioco democratico. Ma in ogni caso io introdurrei per gli sperimentatori di queste ricette economiche un principio di “accountability”, obbligandoli a rispondere delle loro decisioni.
I detrattori del pubblico impiego che applaudono con la bava alla bocca le ipotesi di licenziabilità senza giusta causa dei dipendenti statali dovrebbero mettere per iscritto la loro presa di posizione, per renderne conto politicamente (o almeno moralmente) nel caso in cui questa ennesima sforbiciata alla rete di tutela del lavoro dovesse innescare in Italia la spirale che dalla crisi porta verso la profonda e conclamata depressione economica, terreno fertile per la trasformazione del conflitto sociale in guerra civile.
Per quanto mi riguarda, è palese che lo Stato col pubblico impiego fa girare l’economia italiana più di quanto non faccia la grande industria, e che piegare anche il settore pubblico alla logica del profitto (per alcuni fortunati che resteranno nella macchina statale a prescindere dal loro rendimento) significa condannare il paese alla miseria (per tutti quelli che non avranno santi in paradiso e si vedranno licenziati anche lavorando sodo, perché i bilanci si faranno quadrare coi licenziamenti e i tagli orizzontali).
A conferma del ruolo centrale del pubblico impiego come motore dell’economia, ci sono i dati di realtà raccolti in una ricerca pubblicata dal Forum PA, da cui risulta che i dipendenti pubblici in Italia sono il 14,8% rispetto al totale degli occupati, e di conseguenza rappresentano una fetta consistente della popolazione lavoratrice, che con il suo reddito e le sue spese aiuta a tenere in piedi l’economia del paese, e in molti casi ne compensa anche le diseconomie, come avviene nelle famiglie in cui il reddito di un dipendente pubblico compensa l’intermittenza di reddito di un familiare precario.
Ma si sbaglia chi pensa che i dipendenti pubblici “sono troppi e vanno sforbiciati in qualche modo”, come suggerirebbe l’ideologia renziana: in Francia i dipendenti pubblici sono il 20% degli occupati, in Inghilterra il 19,2%, e sono molti meno anche in termini assoluti e in rapporto alla popolazione complessiva. In Italia abbiamo 3,4 milioni di dipendenti pubblici pari al 5,6% della popolazione, contro 5,5 milioni in Francia (dove rappresentano l’8,3% della popolazione) e 5,7 milioni in Inghilterra, che corrispondono al 10,9% della popolazione britannica.
E dopo aver scoperto che ci sono paesi dove il settore pubblico viene sostenuto senza timore, invece di essere minacciato con ipotesi di licenziamenti giustificati solo dalle esigenze della macelleria sociale, possiamo chiederci quali possono essere i rischi potenziali legati ad un crollo del pubblico impiego.
Se il settore pubblico diventa “licenziabile a prescindere” anche se non ci sono motivi di licenziamento, la conseguenza è che i dipendenti pubblici diventeranno ricattabiili e corruttibili, perdendo ogni potere di contrattazione e ogni rivendicazione di diritti di fronte alla minaccia di licenziamento. Visto che non sono dipendente della pubblica amministrazione italiana potrei anche fregarmene se la scure dei macellai cadrà su altri, ma azzerando le tutele del pubblico impiego crollerà inevitabilmente anche il reddito, con l’applicazione della collaudata formula “se non ti sta bene così ti licenzio, ti demansiono finché non ti stufi o ti trasferisco anche se hai figli a carico, tanto ne trovo a migliaia disposti a fare la fila per condizioni peggiori delle tue“. E se crolla il reddito in un settore che genera il 14,8% del lavoro in Italia c’è il rischio concreto che crolli l’intera economia del paese e che la crisi acuta si trasformi in una depressione economica esplosiva, che a quel punto colpirà tutti, dipendenti pubblici e non.
E da qui le domande cruciali di fronte al vento di tempesta che sta soffiando sul pubblico impiego: cari innovatori, rottamatori, cambiatori di verso, costruttori di futuro, twittatori, coraggiosi visionari di governo e profeti dell’ideologia renziana: vale davvero la pena di rischiare la depressione economica per battere cassa in modo miope con tagli che generano risparmi sul breve periodo ma negano lo sviluppo economico sul lungo termine? Vale davvero la pena di colpire un settore strategico del nostro sistema economico e lavorativo, legittimando questo azzardo con il risentimento atavico indirizzato verso il settore pubblico? Vale la pena di cavalcare questo risentimento per l’ennesimo attacco ai lavoratori tra i più deboli e ai redditi tra i più bassi? Ha senso negare che questo risentimento nasce anche da una classe politica che oggi pretende di colpire l’assenteismo altrui con il licenziamento, ma ieri non è stata in grado di arginare il proprio assenteismo nemmeno con delle semplici sanzioni morali, che avrebbero evitato di affidare il governo del Paese al sindaco più assenteista d’Italia?
A tutte queste domande solo il tempo potrà dare risposta. Nel frattempo si apra pure il dibattito sulle sorti del pubblico impiego, anche se postumo e con decisioni già prese altrove.

Vigili urbani a Roma: un caso creato per stroncare tutto il lavoro pubblico

Vigili urbani a Roma: un caso creato per stroncare tutto il lavoro pubblico
Prima la notizia: la notte di S. Silvestro, a Roma, l'83,5% dei vigili urbani si è dato malato o comunque si è assentato dal lavoro utilizzando altri tipi di permesso (dalla legge 104 alla donazione di sangue).
Come conseguenza, grande scandalo, governanti di ogni livello e media di regime scantenati contro i "fannulloni del pubblico impiego"  - tutti insieme, nessuno escluso, come si fa nei pogrom - e richiesta generalizzata di bastonare i reprobi (il pubblico impiego in generale). Il premier Matteo Renzi cavalca l'onda con facilità, annunciando che il 2015 sarà l'anno del "cambio di regole nel pubblico impiego" per far sì che non si ripetano mai più casi come quello della Capitale.
Il ministro del settore,  Marianna Madia, cala per una volta la maschera di madonnina e tira fuori artigli, ventilando  "azioni disciplinari" per "colpire gli irresponsabili". Il Garante per gli Scioperi - quell'autorità creata quasi venti anni fa con l'unico obiettivo di impedire o rendere comunque irrilevanti gli scioperi nei servizi pubblici (tra precettazioni, "servizi garantiti", sanzioni e "affollamenti") - ha prospettato sanzioni "fino a 50 mila euro". E subito emergono le proposte per rendere "più facile il licenziamento degli statali", il trasferimento all'Inps (invece che alle Asl) dell'incarico di eseguire i controlli medici sui periodi di malattia, "commissioni ad hoc" per la valutazione del "rendimento" dei singoli dipendenti pubblici, la riesumazione delle "norme Brunetta" e via reprimendo in via preventiva...
Il Campidoglio, sotto botta dopo lo scandalo "der cecato" & co., prova a tenere il passo incaricando il vicecomandante dei vigili di condurre un'indagine interna per capire cosa sia successo il 31 dicembre. Al termine della quale la Procura di Roma  (ieri il comandante dei vigili, Clemente, ha incontrato il procuratore aggiunto Maria Monteleone) potrebbe intraprendere "eventuali procedimenti penali".
Dal canto loro, i vigili della Capitale difendono a spada tratta le proprie ragioni e si preparano al primo sciopero della categoria nella storia di Roma, anche se la triplice Cgil-Cisl-Uil stigmatizza i disagi sottolineando di non aver "in nessun modo dato indicazioni ai lavoratori difformi da quanto previsto dalle norme, contratti e regolamenti".
"Non siamo né fannulloni, né ladri", sottolineano gli agenti, spiegando di non aver fatto lo straordinario "per protesta". E qui esce fuori una prima ragione comprensibile per una astensione dal lavoro altrimenti inspiegabile e per nulla spiegata dai giornali. di regime: l'amministrazione comunale e il comandante avevano infatti disposto uno "straordinario obbligatorio" la notte di capodanno per garantire lo svolgimento del concerto al Circo Massimo.
Una"provocazione" giunta alla fine di un anno in cui i rapporti tra il comandante e gli uomini da lui amministrati sono arrivati ai minimi termini. Ne avevamo anche noi dato in qualche modo notizia, all'interno degli articoli dedicati all'inchiesta giudiziaria su Mafia Capitale, segnalando come fosse quantomeno curioso che il comando dei vigili urbani romani stesse eseguendo le indicazioni date da un "commissario alla trasparenza" - Walter Politano -  indagato per associazione mafiosa dalla Procura di Roma insieme a Carminati, Buzzi, Mancini e compagnia cantando. Ora la situazione è apparentemente "migliorata" con la nomina nella stessa carica di Rodlfo Sabella, magistrato, su cui però i giuristi democratici hanno sollevato "perplessità" - diciamo così - di una certa rilevanza politica.
Sta di fatto che decine di assemblee dei "pizzardoni" hanno posto il problema di entrare in sciopero - cosa mai avvenuta nella storia - per rispondere in qualche modo a un'offensiva dall'alto che accomuna tutti sotto un'accusa infamante.
Il provvedimento più intolerabile, tra i tanti partoriti dalle fervide menti ai vertici, riguarda il trafserimento di sede per contrastare la corruzione. Per chi conosce Roma, non c'è minaccia maggiore possibile, qualunque sia il lavoro che fai. Si tratta inoltre di un provvedimento completamente inutile rispetto allo scopo per cui viene ufficialmente preso. Un "vigile corrotto", infatti, una volta cambiato il gruppo circoscrizionale, riprenderà in breve tempo la sua "seconda attività", perché dovrà soltanto comnciare a conoscere i suoi nuovi "clienti" giovandosi della competenza accumulata in altra zona.
Al contrario, ci spiegavano alcuni vigili (incazzatissimi per una misura che li sospettava tutti, nessuno escluso,come si fa nei pogrom, di essere "corrotti"), un trasferimento di funzione e non territoriale avrebbe tagliato le gambe molto più efficacemente alla corruzione perché i responsabili avrebbero dovuto imparare un mestiere differente (regolato da decine di codici differenti). Insomma: se prendi un vigile "esperto" nel trattare con i commercianti e lo rimetti alla viabilità, e viceversa, per qualche anno puoi star tranquillo che non ci saranno episodi gravi di corruzione.
Pur restando all'interno dello stesso territorio. Quel che ha fatto imbizzarrire una categoria decisamente poco disponibile al conflitto è infatti il trasferimento ad altra sede. Per tutti - "corrotti" e no - esiste infatti il problema del "viaggio" da casa al lavoro, che a Roma, in casi limite, può arrivare alle due ore.
Insomma, seguendo le indicazioni di un "assessore corrotto" indagato per questa ragione - vedremo come andrà poi il processo - tutti i vigili sono stati messi nello stesso calderone e obbligati a reagire.
Stiamo parlando di una categoria non simpaticissima, ben lontana dall'immagine cinematografica del "pizzardone" anni '50. Una categoria oltretutto a digiuno di conflitto sindacale e delle sue regole; da sempre percorsa dal clientelismo e spesso scossa da casi di corruzione; abituata a "difendersi" ricorrendo ai trucchetti da leguleio, consentiti da una legislazione abnorme di cui sono obbligati a conoscere ogni singola piega. E che quindi, invece di prendere in mano l'arma dello sciopero, si è fatta tentare dall'aggiramento furbesco - consentito da regole giuste come da regolette assurde (ancora una volta tutto insieme) per realizzare uno "sciopero bianco" nell'occasione di massima visibilità.
Succede che a fare i furbi ci si dimostri ingenui. E i vigili romani lo sono stati di sicuro, nel loro rifiuto del conflitto aperto - "politico" - con l'amministrazione. Non hanno infatti capito che "è cambiata l'aria" e hanno ora contro - non più soltanto "sopra" - un potere in cerca di "casi esemplari" da usare come stracci per realizzare lo stravolgimento generale dele regole del lavoro, anche nel pubblico impiego.
Ma di ragioni oggettive ne hanno molte. Come tutto il pubblico impiego. Certo, dovrebbero forse farsi indicare la strada da un sindacato abituato al conflitto, antagonista politico che prova a leggere anche le dinamiche generali, lasciandosi alle spalle definitivamente le scorciatoie "furbette" e regolamentari, così come i sindacati complici che ora li stanno lasciando completamente soli dopo averne assecondato le abitudini peggiori.

Lavorare a Capodanno? di Alessandro Gilioli

È raro che qui si citi con benevolenza il ministro Franceschini. Tuttavia quando ci vuole, ci vuole.
E a quanti nei giorni scorsi si sono stracciati le vesti per la chiusura di Pompei a Natale e a Capodanno, il suddetto Franceschini ha fatto giustamente notare che negli stessi giorni sono ugualmente chiusi il Louvre, il British, la National Gallery di Londra, il Reina Sofia, l’Ermitage, il Met, i Musei Vaticani, l’Acropoli di Atene, Versailles, il Moma, la Tate Modern, il Museo d’Orsay, il Gugghenheim etc etc.
Insomma non è scritto tra le leggi consegnate sul Sinai che noi consumatori abbiamo diritto a consumare tutto 7/24. Non è necessario che il call center dell’assicurazione risponda anche a mezzanotte: potete rinnovare la polizza il giorno dopo. Non è indispensabile acquistare un imbuto made in China il primo maggio: arrotolate un giornale e l’imbuto lo acquistate il due.
E basta con questo mito del consumatore onnipotente, a cui tutta la società si piega. La società è fatta prima da persone che da consumatori: persone con il diritto al tempo libero, agli affetti, al non lavoro.
Questo, per i lavori non continuativamente indispensabili, su cui forse occorreva e occorre mettere un punto.
Poi, invece, ci sono i lavori indispensabili a tutti, sempre: i medici in ospedale, gli autisti dei mezzi pubblici, i famosi vigili che tanto scandalo hanno creato in questi giorni (quasi sempre da parte di persone che a Capodanno non hanno mai lavorato né lavorerebbero mai: siamo tutti molto liberisti con il culo degli altri).
In questi casi, in una società decente, esistono dei sistemi decenti: incrementi di stipendio per quel giorno, maggiori ferie compensative in altri periodi, semplici rotazioni. Tutte cose normali, in paesi normali. Dove c’è un contratto sociale. Dove c’è un tessuto sociale.
Da noi, no. Da noi ormai è un tutti contro tutti, un gran fregarsi a vicenda, un gran “si salvi chi può”, con sdegni reciproci di categorie contro categorie.
Passato il flame sui vigili assenteisti (quello contro gli orchestrali era di due mesi fa, con i tassisti invece ce la prendiamo il mese prossimo, ok?) forse dovremmo occuparci soprattutto di questo: come ci siamo arrivati, come se ne può uscire.
No?

venerdì 2 gennaio 2015

L’addio ipocrita del proconsole di Draghi


napo_discorso-620x372Un esempio di manifesta ipocrisia politica. E’ un giudizio duro, posso ammetterlo tranquillamente, ma come definire altrimenti le eredità che la presidenza di Giorgio Napolitano ci lascia nella descrizione fatta, peraltro molto poco circostanziata, del suo ultrasettennato?
Dopo la caduta di Berlusconi voluta dai mercati internazionali, Giorgio Napolitano è stato il principale artefice e regista di una “gioiosa macchina da guerra” tutta italiana che fosse funzionale alle direttive della famosa lettera della Banca Centrale Europea. Il rigore dei conti, l’austerità, la ricerca di una pace sociale mai veramente attuata e incontrata nel cammino dei governi più o meno “tecnici”, sono tutto un prodotto del decisionismo del Colle.
Senza Napolitano come guida proconsolare dell’ “imperium” europeo (o meglio di Draghi e Junker), gli ultimi anni della vita sociale e politica italiana sarebbero probabilmente stati meno legati al trascinamento economico germanico, all’assecondamento delle necessità d’Oltralpe, di una mitteleuropa tutta protesa ad utilizzare i paesi più deboli e sfortunati dell’Unione (il caso greco è lì a dimostrare tutto questo) per rafforzare il parterre dei profitti e del proprio prodotto interno lordo.
La funzione, quindi, del Capo dello Stato si è rivelata decisiva in questo agone di incontri, di scontri e di pretese dei luoghi sacri del capitalismo continentale per stabilire anche in Italia un vicereame della BCE, uno Stivale tutto al servizio palese di sua maestà la Germania, di sua graziosa altezza l’Unione Europea delle banche e dei poteri forti.
La creazione del governo Monti fu il primo di una serie di atti politici che sono andati oltre le mansioni e i poteri attribuiti dalla Costituzione al Presidente della Repubblica: con il favorire le larghe intese e con l’affidare il Paese ad un uomo del Gruppo Bilderberg, Giorgio Napolitano ha dato il via libera alla costruzione della politica dell’austerità: la riforma messa in campo da Elsa Fornero in merito al mercato del lavoro è il punto di partenza di una nuova stagione di destrutturazione dei diritti dei lavoratori, completata abilmente dall’ex sindaco di Firenze asceso così velocemente nelle stanze del potere, autore con Poletti, Del Rio e con il favore di molti economisti liberisti, del tanto celeberrimo “Jobs act”.
Gli indicatori economici, intanto, dopo Monti, Letti e con Renzi, parlano senza infingimenti di una crisi economica da cui non siamo usciti nemmeno con un dito solo di un singolo piede. Siamo ancora tutti immersi in un tunnel di incertezze dove la disoccupazione giovanile è cresciuta esponenzialmente, dove al sud raggiunge livelli mai visti (praticamente un giovane su due è senza lavoro da lungo tempo) e in tutta Italia non arrivava a punte così elevate come il 12,7% dal lontano 1977.
I bei discorsi di Napolitano e di Renzi sono aria fritta davanti alla tragedia sociale del Paese. Gli 80 euro e le riforme costituzionali sono specchietti per le allodole, finzioni, maschere di cartone messe sui visi di chi preferisce credere che non vi sia altra soluzione se non affidarsi al benevolo giudizio dei mercati per avere una credibilità internazionale che non significa mai stima di altri popoli verso il nostro; diversamente, significa stima di altri capitalisti per i sacrifici imposti alle classi più umili, ai lavoratori e alle lavoratrici, nell’ambito di una ristrutturazione delle regole che normavano i diritti sociali più banali e che oggi sono stati superati.
L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quel tanto vituperato e spaventevole diritto che, ci spiegano, dovebbe essere trascurabile e che invece è molto, molto importante sia per i lavoratori sia per i padroni (che giustamente lo temono, in quanto limitazione di esercizio del loro “libero” arbitrio di licenziamento per motivi tutt’altro che fondati su una “giusta causa”), è stato per settimane al centro di un dibattito anche simbolico, ma che ci ha ben fatto vedere chi ha difeso le rosicate garanzie di tutela del lavoro e chi le ha volute cancellare in nome della flessibilità e della deregolamentazione che agevolerebbe l’accesso all’impiego in fabbrica…
E si torna all’ipocrisia iniziale, a quella che è echeggiata abbondantemente nel discorso di fine anno del Capo dello Stato. Un presidente che ha persino accettato di superare la norma costituzionale scritta del settennato.
E’ vero che la Costituzione non fa cenno al vincolo per un presidente per un solo mandato. Ma è altrettanto vero che era tradizione non scritta, ma sancita dal buon senso e dallo spirito primo di costruzione dell’articolo costituzionale scritto dai Padri della Repubblica nel 1947 – 48, affidare un periodo di tempo di soli sette anni ad un presidente.
La rielezione, a cui si è arrivati con la sciarada della finta volontà da parte del Partito democratico di eleggere Romano Prodi (ancora una volta sacrificato sull’altare delle convenienze del partito di governo, già allora ampiamente renziano… basti pensare ad un numero: 101), creata ad arte per evitare una soluzione di continuità col ruolo di primo garante dei governi tecnico – economici graditi a Bruxelles, ha in definitiva esplicitamente chiarito come le istituzioni repubblicane siano divenute una appendice sempre più dipendente non tanto dagli interessi nazionali di un capitalismo decadente e privo di concorrenzialità col resto del Vecchio Continente, quanto dagli interessi della “locomotiva” d’Europa che impone una divisione del debito non proporzionalmente alle possibilità economiche dei singoli paesi, ma in parti “uguali”. E, diceva Don Milani: “Fare parti uguali tra diseguali è la cosa più ingiusta che vi sia”. Così la Grecia sprofonda nel baratro del collasso e spera in Syriza per autonomizzarsi da Bruxelles e provare a rovesciare le carte sul tavolo di una attualità storica che non dà futuro a milioni e milioni di europei; così la Germania prosegue la sua avanzata trionfante, stabilendo patti di collaborazione fattiva con la Francia in una Unione Europea sempre più disarticolata e disunita, sempre meno popolare, sempre più monetaria.
Napolitano ci lascia in eredità tutto questo. Ci dice di essere convinto di aver lavorato per l’unità del Paese. Ha lavorato invece pervicacemente per l’unità dei mercati, per l’unità dei profitti, contro i lavoratori, contro gli indigenti, contro chiunque vede il suo potere di acquisto scemare di giorno in giorno e la crisi dei bassi salari non accennare a diminuire.
Addio, presidente. Non ci mancherà proprio per niente.
MARCO SFERINI

I soldi pubblici alla BreBemi sono un furto a danno dei cittadini

Brebemi, dal governo Renzi 300 milioni di euro all'autostrada "costruita con i soldi dei privati"

I conti dell’opera che collega Milano e Brescia stavano saltando: troppo poco traffico rispetto alle (rosee) previsioni del progetto. E Legambiente denuncia: "La Ue boccerà questo aiuto di Stato"
Brebemi, dal governo Renzi 300 milioni di euro all'autostrada "costruita con i soldi dei privati"E alla fine la Brebemi ce l’ha fatta. Dopo neanche sei mesi di vita, quella che davanti al premier Matteo Renzi era stata battezzata come “la prima autostrada costruita interamente con i soldi dei privati” riceverà un aiuto di Stato da 300 milioni di euro. I conti dell’opera che collega Milano con Brescia — autostrada praticamente parallela alla A4 — stavano saltando: troppo poco traffico rispetto alle (rosee) previsioni sulle quali era stato messo su l’intero progetto. Così il governo, attraverso la legge di stabilità 2015, ha messo sul piatto il maxi contributo pubblico che verrà stanziato “a rate”: per la società concessionaria arriveranno 20 milioni di euro all’anno dal 2017 al 2031.

L’intervento pubblico non è finito qui, perché prima di Natale la Regione Lombardia, nella sua finanziaria, aveva approvato il riequilibrio del piano economico della Brebemi-A35 attraverso un contributo da 60 milioni da versare in tre anni, dal 2015 al 2017. A detta di Dario Balotta (Legambiente) «questo sostegno economico, in tutto 360 milioni, provocherà la reazione dei commissari europei del mercato interno e della concorrenza esponendoci a una nuova sanzione comunitaria». Quando era stata pensata, l’autostrada lunga 62 chilometri doveva costare 800 milioni di euro. Il conto si è rivelato assai più salato: 2,439 miliardi di euro, interessi compresi. Trentotto milioni di euro a chilometro.
La società di progetto (composta da banche con Intesa in primis, costruttori come Gavio, camere di commercio, società autostradali, comuni e province del territorio) aveva puntato tutto su una concessione ventennale e relativi introiti del pedaggio e con un ipotetico guadagno dalla vendita alla fine del periodo. Le stime per rientrare almeno dai costi erano di 40mila transiti nei primi sei mesi, 60mila dal gennaio 2015. E invece i numeri, impietosi, hanno detto altro: meno di 20mila accessi giornalieri, e per di più limitati a una sola parte del tracciato. Non è un caso se nei mesi scorsi i bandi per aprire le due stazioni di servizio previste sono andati deserti.

L’altro mito da sfatare era la natura stessa dell’arteria: il “project financing” si è basato soprattutto sulle casse pubbliche. Degli 1,818 miliardi di euro di prestiti avuti dai privati per la costruzione, 820 erano arrivati dalla Cassa depositi e prestiti (cioè il ministero dell’Economia) e 700 dalla Banca europea investimenti (cioè gli Stati della Ue, ma era stata la Sace spa a fare da garante, che a sua volta è in mano alla Cassa depositi e prestiti, cioè sempre il ministero dell’Economia).

Sui nuovi aiuti — stavolta sotto forma di soldi cash — nei giorni scorsi avevano
litigato il governatore lombardo Roberto Maroni e il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, con quest’ultimo che di fronte alle richieste di aiuto del governatore aveva ribadito come «il punto di partenza è il project financing, il quale non doveva chiedere nulla allo Stato». Schermaglie che si sono risolte con l’emendamento “Fondo interconnessione tratte autostradali”: l’autostrada dei privati per ora è salva. Grazie ai soldi pubblici.

giovedì 1 gennaio 2015

Reati fiscali, il ‘penale’ è morto: l’hanno ucciso pezzo dopo pezzo di Bruno Tinti, Il Fatto quotidiano

Ne Il Ciclone, il protagonista Levante, professione commercialista, diceva alla sua ex fidanzata Carlina, erborista che faceva “nero” a go go, che doveva smetterla perché “c’è il penale Carlina, come te lo devo dire, c’è il penale”. Il film era del 1996 e oggi Pieraccioni quella battuta non avrebbe potuto dirla. Perché “il penale” per i reati tributari non c’è più, è morto assassinato. 
Le prime coltellate gliele hanno date 15 anni fa, con gli arresti domiciliari garantiti fino a 3 anni (pena mai data al 99,9 % degli evasori) e con la prescrizione berlusconiana, 7 anni e mezzo per un reato che, statisticamente, si scopre a distanza minima di 3/4 anni da quando è commesso; si capisce che indagini, Tribunale, Appello e Cassazione richiedono un po’ più di 3 anni e mezzo per arrivare alla fine. Però qualche pm che arrestava e intercettava c’era: niente condanna definitiva ma un paio di mesi di galera, se eri sfortunato, ti toccavano. E poi chissà cosa altro scopriva. Perché il “nero” serve per fare la corruzione, lo sanno anche i sassi. Così l’assassino (gli assassini, i nostri politici complici degli evasori che portano voti) sono passati al vilipendio di cadavere: moderni maramaldi hanno “ucciso un uomo morto” (Francesco Ferrucci a Maramaldo, appunto); o perlomeno si apprestano a farlo. 

Le soglie di punibilità sono triplicate, sotto i 150.000 euro di imposta evasa (300.000 di nero) non c’è il penale: Carlina può dormire tranquilla. Ora: il gettito fiscale proveniente dalle persone fisiche è di circa 150 miliardi di euro all’anno. Circa 140 miliardi li pagano lavoratori dipendenti e pensionati (sono circa 38.000.000) che, come è noto, vorrebbero evadere ma non possono. I restanti 10 miliardi li paga il popolo dell’Iva (9.000.000 circa), che vive di “nero”. Siccome professionisti, artigiani, commercianti, imprenditori che possono fare più di 300.000 euro di “nero” ogni anno ce ne sono pochini, è ovvio che Renzi& C hanno di fatto abolito i reati fiscali.  
Siccome, poi, c’è l’art. 2 del codice penale, secondo cui nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce più reato, la maggior parte dei processi pendenti si chiuderà con un’assoluzione, proprio come è capitato a B per il falso in bilancio. Insomma un mega condono. Ma cosa gli dice la testa a questa gente?

Niente blocco degli sfratti. Renzi manda le famiglie per strada


Niente blocco degli sfratti. Renzi manda le famiglie per strada
Il segno di un governo si vede da certi dettagli. Dopo decenni di rinnovi, motivati da ragioni umanitarie urgenti e ricorrenti, stavolta dal solito decreto "milleproroghe" è sparita l'unica proroga di grande importanza sociale: quella degli sfratti. Nel testo apparso sulla Gazzetta Ufficiale manca.
Come sappiamo tutti, anche la proroga non avrebbe risolto il problema di decine di migliaia di famiglie inseguite da uno "sfratto esecutivo" (per una lunga lista di cause, dalla morosità in su). Ma il governo ha deciso che era l'ora di "cambiare verso", aprendo le porte per buttare fuori di casa chi finora ci aveva vissuto col cuore in gola.
Potreste pensare che, magari, la mancata proroga viene accompagnata da una ripresa dell'edilizia popolare residenziale, costruendo quelle abitazioni che mancano per dare un tetto alle famiglie bisognose... Naturalmente non è vero.
Dal ministero delle infrastrutture spiegano che non è stata inserita visto che nel decreto casa sono stati incrementi i fondi affitti e morosità incolpevole. Due "fondi" che concedono spiccioli, con procedure apparentemente pensate per ridurre al minimo la platea dei beneficiari, assolutamente insufficienti a coprire - in media - la differenza tra affitti di mercato e redditi familiari.
I due fondi in tutto prevedono uno stanziamento di 446 milioni di euro, con cui sarebbe praticamente possibile costruire  almeno diecimila alloggi popolari. Invece saranno convogliati verso i proprietari di casa delle famiglie che avranno la fortuna di ricevere il sussidio. Il meccanismo è infatti semplice: i soldi che una famiglia riesce miracolosamente ad avere dallo Stato (tramite Regione e Comune) vengono seduta stante "girati" al proprietario al momento di pagare l'affitto. La situazione di bisogno viene dunque proprogata, mai risolta; ma al tempo stesso si riempiono le tasche dei proprietari con denaro pubblico. Tutto in nome della "legalità", della "difesa della proprietà" e addirittura della "solidarietà sociale". Il prossimo anno ci si ritroveà esatttamente nelle stesse condizioni, e se magari mancheranno i soldi per rimpinguare il fondo alle famiglie verrà indicata la porta d'uscita.
Il precedente Milleproroghe, per il 2014, aveva prorogato il blocco degli sfratti per fine locazione fino al 31 dicembre 2014. Nei giorni scorsi si erano fatte sentire le associazioni degli inquilini che chiedevano un altro anno di stop. Le prime stime parlano di almeno 30.000 famiglie a rischio di sfratto nei prossimi mesi.

Aumentano le autostrade dei capitalisti bollettari

Aumentano le autostrade dei capitalisti bollettari
Gli auguri di nuovo anno arrivano sempre puntuali e con la stessa formula: le tariffe autostradali aumentano dal primo gennaio. Ricordiamo - è necessario per gli smemorati - che le autostrade italiane sono state costruite con soldi pubblici (ovvero "nostri", con le tasse), ma ad un certo punto sono state date in "concessione" a società private. In nome della "concorrenza" che avrebbe dunque dovuto anche far abbassare le tariffe.
Ideologia spicciola per regalare un business facile facile a imprenditori senza voglia di richiare (capofila è naturalmente Benetton, che gestisce la tratta più lunga e importante con "Autostrade per l'Italia"). Quale concorrenza è mai possibile tra tratte autostradali? Avete forse mai visto un "privato" costru.uire un'autostrada alternativa a quella esistente? Mica sono matti: costi altissimi, lievitazione delle perdite assicurata, tempi di ammortamento infiniti...
Bene. Questo carico negatio è lasciato ancora adesso allo Stato - con i nostri soldi - mentre ai "privati" è lasciato il privilegio di riscuotere al casello, senza aver investito una lira.
Siccome "c'è la concorrenza", ma le autostrade sono anche un servizio di interesse pubblico, ogni anno i concessionari chiedono l'aumento delle tariffe. E l'ottengono.
La maggior parte delle società ha ottenuto un incremento dell'1,5%, più dell'inflazione 2014 ed anche di quella attesa nel 2015. Il ministero dei trasporti ha giustificato la decisione parlando di misura necessaria «in attuazione di quanto previsto nei vigenti atti convenzionali stipulati da Anas ora ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con le Società Concessionarie di autostrade, nonché dalla vigente normativa, maturano specifici adeguamenti dei pedaggi autostradali, da determinarsi in applicazione delle formule tariffarie previste negli atti convenzionali approvati e vigenti».
Non manca un tocco di presa per i fondelli. I. l ministero delle Infrastrutture "unitamente al ministero dell'Economia" .«hanno ritenuto obiettivo prioritario di interesse pubblico l'adozione di ogni misura idonea a consentire il superamento dell'attuale negativa congiuntura economico-finanziaria e considera la calmierizzazione degli adeguamenti tariffari per l'anno 2015, entro l'1,5%, una misura necessaria al conseguimento di tale obiettivo. Tale misura, peraltro, per non ostacolare il completamento degli investimenti previsti, deve necessariamente inserirsi nel contesto dei rapporti di concessione così come oggi sottoscritti e vincolanti per le parti».
Insomma: siate contenti, perché abbiamo limitato gli aumenti all'1,5%. Loro avevano chiesto naturalmente di più, ma noi pensiamo al vostro bene... Soprattutto a quello dei concessionari, però, che hanno promesso misteriosi "investimenti" da realizzarsi soltanto se c'era l'aumento. Tenuto conto che gli unici investimenti dei concessionari riguardano l'ordinaria manutenzione della rete autostradale, si può facilmente capire anche il margine di guadagno realizzato anno dopo anno. .
L'elenco degli aumenti: Asti-Cuneo 0,00%; ATIVA 1,50%; Autostrade per l'Italia 1,46%; Autostrada del Brennero 0,00%; Autovie Venete 1,50%; Brescia-Padova 1,50%; Consorzio Autostrade Siciliane 0,00%; CAV 1,50%; Centro Padane 0,00%; Autocamionale della Cisa 1,50%; Autostrada dei Fiori 1,50%; Milano Serravalle Milano Tangenziali 1,50%; Tangenziale di Napoli 1,50%; RAV 1,50%; SALT 1,50%; SAT 1,50%; Autostrade Meridionali (SAM) 0,00%; SATAP Tronco A4 1,50%; SATAP Tronco A21 1,50%; SAV 1,50%; SITAF 1,50%; Torino - Savona 1,50%; Strada dei Parchi 1,50%.
Buon anno dal governo Renzi! Ci sono altri 364 giorni così che ci attendono...