martedì 10 gennaio 2017

'Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima'....


di Claudio Messora.
 
Dopo la colossale figura di palta, anziché una letterina di scuse per avere esposto tutto il Movimento 5 Stelle al pubblico ludibrio, a un fallimento politico colossale e avere rovinato irrimediabilmente i rapporti nel Gruppo Politico dove M5S Europa risiede, l'Efdd, arriva questo testo sul blog di Beppe Grillo:
"L'establishment ha deciso di fermare l'ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo. Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima. Grazie a tutti coloro che ci hanno supportato e sono stati al nostro fianco. La delegazione del MoVimento 5 Stelle in Parlamento Europeo continuerà la sua attività per creare un gruppo politico autonomo per la prossima legislatura europea: il DDM (Direct Democracy Movement)".
Per una volta lasciatelo gridare a me: Gombloddoh! (e per scriverne io, ce ne vuole. eh?). I poteri forti non vi hanno permesso di vendervi ai poteri forti! Ma ve l'ha scritto Crozza?

L'establishment ha deciso? Si chiama politica. Quella che evidentemente qualcuno lì dentro ha cercato di fare e che ha fallito miseramente. Ma davvero pensavate di poter fare una trattativa con gli squali più accaniti dell'euro-fanatico ultraliberismo che sono espressione di quel mondo che ha stritolato la Grecia e che ha posseduto ogni Governo italiano, come L'esorcista, dal 2011 in poi? Siete ragazzi partiti dai banchetti, siete lì per difendere e rappresentare quelli che ai banchetti ci sono ancora, non per stringere la mano a Mario Monti sperando che gente che possiede più think-tank di quanti capelli abbia in testa non ve la sbrani.

Questa posizione vi avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del vostro programma? Ma credete che continuare a recitare una farsa insostenibile fino alla fine servirà a limitare i danni? Il vostro programma contiene 7 punti, dovreste saperli a memoria! Tra questi sette punti, per dirne due, c'è l'abolizione del fiscal compact e c'è il referendum sull'euro. Davvero pensavate che entrare nell'Alde vi avrebbe consentito, seduti nel banchetto insieme a Mario Monti, di abolire "meglio" il Fiscal Compact? Davvero pensavate che fare comunella con quelli che "l'euro è irreversibile" vi avrebbe consentito di perseguire "meglio" la storiella del referendum sull'euro? Ma c'è un limite all'idea che gli attivisti M5S siano completamente deficienti?

Avete fatto tremare il sistema come mai prima? Avete fatto ridere il sistema come mai prima! Avete fatto la figura dei cioccolatai, dei dilettanti allo sbaraglio. Siete andati da Monti in ginocchio sui ceci e vi siete fatti rispondere un "Vaffa"! E avete cercato di venderla come se 17 vergini stessero per trasferirsi al Castello di Dracula, perché così almeno avrebbero tutelato meglio il loro sangue. Avete fatto scrivere al povero Grillo, che vi è stato a sentire, un papello per convincere sprovveduti attivisti che "entrare nell'Alde" era la cosa migliore, perché "l'EFDD sarebbe morto", quando l'EFDD, il gruppo politico dove state e che è frutto del grande lavoro del 2014, è lì tranquillo tranquillo fino al 2019 e nessuno lo tocca, quindi avevate tutto il tempo.
E adesso invece sì, che l'EFDD è morto.
E voglio proprio vedere con che faccia ci ritornate, da Nigel Farage, dopo avere spernacchiato l'uomo che, al contrario di voi, ha vinto la sua battaglia politica e ha portato tutto il Regno Unito fuori dalla UE, nonostante minacce di morte e attentati cui è scampato per miracolo. Con che faccia lo saluterete, lassù, tra i corridoi del piano del gruppo, dopo che Grillo gli ha dato il ben servito questa mattina sul blog? Gli direte "Hi Nigel. of course, you know. it was a joke"?
E se non starete più nell'EFDD perché ormai sareste ridicoli a sedere negli stessi banchi, cosa farete? Andrete nei "non attached", il gruppo dei non iscritti? Allora sì che non avrete più niente, soldi.. uffici.. tempi di parola.. diritto di esprimere relatori nelle commissioni. Bravi! Complimenti! Grande successo politico.

Dovevate chiedere scusa. E per una volta, chi si è reso responsabile di questa tragicommedia che ha tutto il sapore di aspirazioni personali fatte passare per un interesse collettivo, si dimetta!
 

lunedì 9 gennaio 2017

M5s e Parlamento Europeo: ma che sta succedendo? di Aldo Giannuli



Grande è il disordine sotto il cielo dei 5 stelle, ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Dopo un negoziato tenuto rigorosamente nascosto, è stato annunciato che i deputati del M5s sarebbero passati dal gruppo antieuropeista -con l’Ukip e Afd- al gruppo ultraeuropeista dei liberali.
In quattro e quattr’otto è stata organizzata una consultazione on line (con la partecipazione non oceanica di poco meno di un terzo degli iscritti) che ha approvato con il 78% la decisione. Ma la cosa non è servita a molto, perché, neppure sei ore dopo, erano i liberali a rifiutare di ratificare l’accordo siglato il 6 gennaio dal capogruppo M5s Borrelli e dal capogruppo liberale Guy Verhofstadt e tutto è andato per aria.
Leggendo il testo del “contratto prematrimoniale” (reso pubblico da un redattore di radio radicale e consultabile sill’Hp) si capisce una cosa: che i 5 stelle, il 17 gennaio pv, avrebbero votato per Verhofstadt quale prossimo Presidente del Parlamento europeo ed in cambio sarebbero stati ammessi nel gruppo liberale, ottenendone la vice presidenza e, qualora fosse stato possibile, anche una vice presidenza dell’Assemblea di Strasburgo, oltre alla divisione dei fondi e del personale. Una volta queste cose si chiamavano “mercato delle vacche” in perfetto stile Dc.
L’operazione è saltata, ma per la decisione dei liberali, mentre i 5 stelle hanno ricavato un disastro di immagine. La cosa può sorprendere ma ha una sua logica e va inquadrata in un contesto di dichiarazioni, gesti, decisioni che dura da almeno sette mesi.
A maggio Luigi Di Maio fece un viaggio in giro per l’Europa, con l’evidente intento di tranquillizzare gli ambienti politici d’oltralpe su un’eventuale ascesa al governo del M5s e non mancarono ammiccamenti in tema d’Euro (del tipo “non mi sento più tanto antieuropeista”). La campagna per le amministrative, l’estate, i problemi della giunta Raggi, la campagna referendaria hanno gettato la sordina sul tema Euro.
Nei primi di dicembre Di Battista lanciava, un po’ estemporaneamente, la proposta di un referendum sui nostri rapporti con la Ue, ma la cosa era lasciata cadere e nessuno prendeva le difese di “Dibba” di fronte alla gragnuola di insulti dei mass media e dei partiti che lo accusavano di non conoscere la Costituzione che vieta i referendum in materia di trattati (ma “Dibba” aveva detto altro e su questo abbiamo scritto).
Poi c’è stata una raffica di decisioni di Beppe Grillo apparentemente slegate fra loro: il salvataggio in extremis della Raggi dopo i casi Muraro e Marra, la dichiarazione sul rimpatrio immediato degli immigrati irregolari (come se sapessimo quale è il loro paese d’origine!), la svolta in materia di avvisi di garanzia, il discorso di fine anno.  Intendiamoci, tutti atti perfettamente leciti (anche se qualcuno discutibile, come quello sugli immigrati irregolari al solito accomunati ai terroristi) e qualcuno perfettamente condivisibile (come quello sull’avviso di garanzia), ma il senso politico complessivo è quello di dimostrare che il M5s è una forza responsabile, persino moderata, quando occorre, che può andare tranquillamente al governo senza provocare sconquassi.
Nel M5s c’è un processo di lenta trasformazione in forza di governo, che rimuove i suoi tratti di forza “antisistema”. E il tentato passaggio all’Alde, è stato lo sbocco naturale. Accreditarsi come forza moderata (adesso capiamo il senso del “né di destra né di sinistra”: perché forza “di centro”) e rimuovere l’immagine antieuropeista.
Per la verità, il regista dell’operazione, il capogruppo Borrelli (che si è guardato bene dal darne notizia ai suoi parlamentari, esattamente come ha fatto il suo interlocutore Verhofstadt) non ha mai nascosto il suo “europeismo” e il suo giudizio ostile ad ogni abbandono dell’Euro, sino ad incassare l’apprezzamento di Mario Monti. Dunque si pone il problema di definire, una volta per tutte, quale sia la posizione del M5s sull’Euro, se c’è una revisione della posizione che era di Roberto Casaleggio (ed anche di Beppe Grillo per quel che ricordo), lo si dica apertamente, magari dopo una adeguata discussione seguita dal voto degli iscritti.
C’è poi un altro punto da chiarire: il nodo di eventuali accordi con altre forze politiche. Non sono mai stato favorevole al “noi non ci alleiamo con nessuno” ed ho sempre detto che in politica gli accordi sono necessari, però che lo si dica e si fissino i criteri con cui li si può concludere .
Questa sciagurata vicenda fissa un precedente: dopo che stavi per fare addirittura un gruppo comune con una forza politica basato solo su una spartizione (con l’Ukip, almeno, c’era il comune terreno dell’opposizione alla Ue) come potrai declinare una proposta di accordo di altra forza politica in Italia, opponendo il solito “noi non facciamo accordi con nessuno”?
Quanto poi alla questione dei soldi, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché in Italia il M5s rifiuta il finanziamento pubblico, mentre poi lo cerca affannosamente in Europa, al punto di includerlo fra le motivazioni di un accordo così singolare.
Il tutto poi con questo clima clandestino da loggia carbonara: altro che diretta streaming e trasparenza, qui si è firmato un accordo senza che ne sapessero nulla neanche i deputati del M5s e quelli liberali che avrebbero dovuto fare gruppo insieme: vi sembra normale?
C’è poi la questione di questa fregola governativa che ha preso il M5s. Personalmente non capisco perché ci sia tanta fretta di cingere la corona governativa in un biennio (tanto durerà la prossima legislatura) durante il quale non si tratterà di una corona di alloro, quanto di una corona di spine: pensateci cari amici del M5s.
Infine: il disastro di immagine di questa storia è troppo evidente perché se ne debba dire, però voglio lasciarvi con un consiglio: Borrelli è un ottimo imprenditore, indiscutibilmente bravo; dopo questo brillante esito della sua strategia credo che non si possa provare ulteriormente l’azienda del suo talentuoso capo. Non vi sembra il caso di restituirlo subito al lavoro che sa fare meglio?

Sinistra: i documenti delle assemblee di Roma e Bologna e l’appello delle Città in Comune


Sinistra: i documenti delle assemblee di Roma e Bologna e l’appello delle Città in Comune


Sinistra: i documenti delle assemblee di Roma e Bologna e l’appello delle Città in Comune

DOPO LA VITTORIA DEL NO, DALLE “CITTA’ IN COMUNE” UNA INIZIATIVA PER COSTRUIRE UNITARIAMENTE E DAL BASSO UN PROCESSO UNITARIO DELLA SINISTRA ALTERNATIVA AL PD
 Nel mese di dicembre si sono svolte due assemblee, l’11 a Roma convocata dalle “Città in comune “ sul tema “Ricominciamo dal No” ed il 18 a Bologna sul tema “Costruiamo l’ alternativa”, che  hanno evidenziato la volontà e la necessità di far dialogare e unire tutte le forze che a sinistra hanno contribuito alla straordinaria vittoria del No .
Riteniamo, perciò utile pubblicare sul sito i documenti definiti in queste assemblee e l’appello finale dei promotori delle “Città in Comune “ per il rilancio del processo unitario.
Su questi temi è importante organizzare in tutti i territori – come già siamo impegnati a fare come PRC SE e come Altra Europa con Tsipras – assemblee partecipate, perché solo il protagonismo di tutte le soggettività politiche e sociali locali, di comitati ed associazioni, può dare un contributo determinante ad un processo unitario della sinistra alternativa al PD.
E’ prevista, inoltre, dopo le assemblee territoriali,  entro la prima decade di febbraio, un assemblea nazionale sul “metodo e le forme “ di costruzione di questo spazio di “Politica in Comune “ nella convinzione che “la forma è importante quanto il contenuto, le pratiche significative quanto i programmi, i comportamenti quanto i documenti” per costruire una sinistra larga  in grado anche di misurarsi in modo innovativo con le prossime scadenze elettorali.
Il PRC SE è fortemente impegnato in questo processo in particolare con il protagonismo sui territori di tutte le compagne ed i compagni.
Nei prossimi giorni daremo notizia delle assemblee territoriali e delle iniziative nazionali in via di calendarizzazione.
 Raffaele Tecce
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ricominciamo
l’assemblea di Roma
POLITICA IN COMUNE
Assemblea “Ricominciamo dal NO(i) dell’11 dicembre 2016
Comunicato finale
Come promotori e partecipanti agli incontri di “politica in comune”, in occasione dell’assemblea nazionale dell’11 dicembre a Roma, riaffermiamo la necessità di far dialogare e unire tutte le forze che a sinistra hanno contribuito alla straordinaria vittoria del No alla revisione costituzionale proposta dal governo Renzi.
   Questa vittoria deve spingerci a far maturare nel nostro paese un profondo cambiamento politico, economico e sociale, che dia rappresentanza alle tante domande presenti nella società per la giustizia, la democrazia, il lavoro, i diritti sociali, la salvaguardia dell’ambiente, un’economica sostenibile. La Costituzione ora deve essere attuata compiutamente; e anzi il suo orientamento ideale rappresenta per noi l’indirizzo politico-programmatico di una nuova stagione della sinistra.
   Dopo anni di separazione tra paese e istituzioni, società e politica riteniamo si debba andare alle elezioni generali con una legge elettorale che non può non avere un impianto proporzionale, in grado di dare effettiva rappresentanza a tutti gli orientamenti e sensibilità presenti nella società italiana, oltreché in contrasto con lo schiacciamento maggioritario del sistema politico, di cui sono evidenti i danni prodotti. Starà poi a noi lavorare a costruire, con il metodo della “politica in comune”, un’alternativa politica a tutte le forze neo-liberiste, Partito democratico compreso.
   Serve una politica capace di valorizzare la dimensione democratico-partecipativa nelle comunità locali, attraverso il sostegno alle tante liste civiche che si sono misurate nelle diverse elezioni amministrative che si sono succedute, e il protagonismo sociale e culturale che si esprime in associazioni, movimenti, civismo, nei loro conflitti, nelle loro campagne. Il tutto con il decisivo contributo di una rinnovata e non autoreferenziale sinistra politica, capace di superare la frammentarietà organizzativa, la subalternità politica, le chiusure ideologiche.
  • Noi vogliamo dare un contributo alla costruzione di uno spazio aperto e inclusivo, plurale e cooperativo, dove ciascuno, ciascuna possano fare la propria parte per costruire una nuova stagione di cambiamento.
   E per questo c’impegniamo a lavorare per realizzare tre obiettivi:
*   La costruzione di una proposta legata al “metodo” che deve essere alla base di quello spazio politico che intendiamo offrire. La forma è importante quanto il contenuto, le pratiche significative quanto i programmi, i comportamenti quanto i documenti. Bisogna mettere al bando derive autoreferenziali e politiciste per dar vita a forme e procedure partecipative, che incidano in modo radicalmente nuovo sul come si sta insieme, su come si decide, su come si formano nuove soggettività dal basso verso l’alto, forme e procedure non schiacciate su schieramenti, posizionamenti, assetti. Ciò significa inoltre riconoscere e valorizzare la pari dignità delle diverse forme della politica presenti a sinistra, che insieme si sono impegnate, ciascuna con un proprio ruolo, nella battaglia referendaria, e che possono allo stesso modo costruire una sinistra larga e plurale, un campo della trasformazione, in grado di misurarsi in modo innovativo con le prossime scadenze elettorali. E su questi temi c’impegniamo infine a promuovere un’assemblea nazionale entro gennaio, invitando le realtà locali a organizzare iniziative in preparazione di quest’appuntamento centrale.
*   Il contributo alla vittoria nei prossimi appuntamenti politici e sociali contro le politiche neo-liberiste attuate in questi anni. Proprio perché per noi la sinistra o è sociale o non è e la politica o è cambiamento sociale o non è, si svolgano o meno nel 2017 le elezioni politiche, chiediamo che si possano celebrare i referendum sul lavoro, su cui la Cgil ha raccolto più di tre milioni di firme. Ci impegniamo altresì a contribuire alla costituzione di Comitati per il Sì per sostenere la prossima campagna referendaria.
*   Il prosieguo del nostro percorso di “politica in comune”, attraverso un rafforzamento della comunicazione e della collaborazione tra le nostre realtà e allargando l’ambito del lavoro e delle iniziative fin qui svolte, attraverso un collegamento organico con le esperienze che si ritroveranno il prossimo 18 dicembre a Bologna, con le quali condividiamo il percorso politico e culturale, i temi del confronto e la domanda di un cambiamento radicale. Rivolgiamo pertanto ai promotori dell’iniziativa bolognese l’invito a incontrarci e continuare il nostro lavoro insieme.
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bologna 18 dic
DOCUMENTO ASSEMBLEA BOLOGNA 18 DICEMBRE: COSTRUIRE L’ALTERNATIVA.
Costruire l’alternativa: ci mettiamo in cammino.
La vittoria del No il 4 dicembre ha smentito ancora una volta la favola dell’Italia addormentata, pacificata e inerte nel consenso al governo delle élite economiche. Non è vero che i cittadini del nostro paese sono rassegnati, sconfitti e addomesticati. Il dissenso nei confronti di politiche economiche e sociali sbagliate e violente cresce. Non ha rappresentanza, non ha sbocchi di alternativa reale, ma c’è.
Su tanti temi, in questo paese, noi siamo la maggioranza. La maggioranza invisibile e dimenticata: quelli che non hanno una rendita a garantire privilegi, quelli che devono lavorare per vivere, quelli che cercano lavoro e sono stufi di trovarlo solo precario e sottopagato, quelli che il lavoro se lo inventano in partita iva o in imprese artigiane, quelli che non possono permettersi la sanità a pagamento, la scuola privata, le tasse universitarie, quelli che vorrebbero sapere se e quando avranno una pensione, quelli che sono preoccupati dalla devastazione del territorio e del riscaldamento climatico.
Quando è troppo è troppo! Non siamo un Paese addormentato. L’Italia è piena di esperienze, movimenti, laboratori. Persone che possono incontrarsi, riconoscersi, e mettersi in cammino insieme.
Per questo ci siamo incontrati a Bologna in un’assemblea con centinaia di persone da Torino a Palermo, dal Salento a Trieste, da Milano, a Napoli, da Ancona a Padova, da esponenti di liste civiche, forze politiche, parlamentari ed europarlamentari ad associazioni, movimenti e singoli attivisti. È stata una grande assemblea, organizzata dal basso, cresciuta giorno dopo giorno sul web e sui territori, autofinanziata.
Ci siamo incontrati per dire che ci siamo e che serve uno spazio pubblico dell’alternativa, un fronte popolare e vivo, aperto a tutte e tutti, un luogo non di semplice unità e sommatoria, ma di convergenza tra diversi, una proposta che possa concorrere alle prossime elezioni in alternativa agli altri poli esistenti. Una proposta politica di questo tipo non può scaturire né dal tavolo dei partiti, nè dall’ennesimo appello della società civile, ma deve nascere dall’impegno sui territori e nelle lotte, dal percorso dal basso che dobbiamo costruire tutte e tutti insieme. Serve un progetto differente dalla solita politica che ci ha dato negli anni molte delusioni e poche risposte concrete, e che oltre ad essere differente sia in grado di fare la differenza.
Non esistono ricette semplici, ma ci mettiamo in cammino per Costruire l’alternativa.
La Carovana dell’alternativa
Spesso quando finiscono le assemblee tutti si chiedono “sì, ok, ma ora che si fa?”
Sappiamo che l’alternativa non si costruisce da sola, per questo parte oggi una grande carovana, un cammino per scrivere collettivamente il programma dell’alternativa, prendere in mano il nostro destino, far incontrare e conoscere le tante esperienze territoriali, le liste civiche, le esperienze politiche locali e nazionali, i movimenti, le associazioni i tanti attivisti, le tante e tanti cittadini che hanno ancora voglia di provarci.
La Carovana dell’alternativa ha l’obiettivo di mettere in rete esperienze collettive e singoli attivisti in un percorso finalizzato alla scrittura dal basso del programma dell’alternativa, cooperando e mettendo insieme competenze individuali e collettive.
Cosa facciamo concretamente? Ecco alcune piccole “istruzioni per l’uso”.
  • Contattaci e organizziamo una tappa della carovana nella tua città in cui discutere di proposte concrete e pratiche da realizzare sul territorio dandoci anche modalità di coordinamento organizzativo nazionale.
  • Moltiplichiamo le reti, i contatti, le relazioni con le realtà territoriali. Facciamo in modo che questo percorso sia un crocevia di esperienze che rompono la solitudine sui territori e si mettono in cammino assieme
  • Ogni tappa deve essere pensata per garantire una discussione ampia, aperta, con facilitatori che assumono il compito di garantire una discussione vera e non pre-costituita contribuire alla scrittura del programma nel percorso della carovana e di individuare punti di vertenza e battaglia locale coinvolgendo reti sociali, soggetti politici, liste civiche, movimenti e singoli cittadini.
  • Incontriamoci in primavera in una grande tappa nazionale.
Ma le idee da sole non bastano. La campagna referendaria ci ha mostrato la forza che abbiamo, quando siamo uniti, organizzati e mobilitati. Dobbiamo continuare a stare per strada e a dare battaglia. A dare battaglia perché il governo faccia votare i cittadini sui referendum per cancellare voucher e licenziamenti facili e si torni subito dopo al voto con una legge elettorale che faccia pesare allo stesso modo il voto di tutti i cittadini.
Dobbiamo metterci in gioco, tutti quanti, non solo nella scrittura di un programma, ma anche e soprattutto in una battaglia concreta: una campagna sociale e politica sul lavoro, la precarietà e la redistribuzione, che tolga ai pochi che hanno tanto, per dare ai tanti che hanno poco. Anche per questo costruiremo comitati di supporto ai referendum promossi dalla Cgil per l’abrogazione dei voucher, per il ripristino dell’articolo 18 e della clausola sociale negli appalti. Serve dare parola ai cittadini il prima possibile, con o senza elezioni politiche. Dobbiamo mobilitarci, scendere in piazza. Daremo battaglia per mandare a casa il governo Renzi Bis – Gentiloni e cambiare il nostro paese a partire dalla lotta contro lo sfruttamento e la precarietà, per l’uguaglianza.
La connessione tra maggioranze sociali e alternativa politica non nascerà in astratto, ma solo da un lungo cammino fatto insieme, che possa far emergere, finalmente, l’alternativa dal basso di cui abbiamo bisogno.
Mettiamoci in cammino.
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bandiere-Tsipras
DOCUMENTO CITTA’ IN COMUNE RILANCIO PERCORSO UNITARIO
(21 dicembre 2016)
Abbiamo partecipato con convinzione all’assemblea di domenica scorsa (“Costruire l’alternativa”, Bologna, 18 dicembre).  Ne abbiamo condiviso il senso, oltreché l’obiettivo, e apprezzato l’appassionata tensione che l’ha animata, nonché i contenuti programmatici emersi e l’esplicita volontà di costruzione di un polo politico autonomo e alternativo, che costituiscono una importante base comune. 
Aspetti e caratteristiche che hanno confortato la  sollecitazione a condividere lo stesso percorso unitario e l’invito a collaborare rivolto dalle 500 persone, attivisti, militanti politici , amministratori locali,  riunite l’11 dicembre scorso nell’incontro nazionale “Ricominciamo dal No(i)”.
 A noi di Politica in comune interessa soprattutto cogliere lo slancio unitario che sta finalmente attraversando e contagiando il tessuto sociale e culturale della sinistra italiana, che si è felicemente mobilitato nella battaglia referendaria. Lo stesso che è emerso dall’incontro di domenica scorsa, grazie al quale siamo sicuri potremo insieme impegnarci nel prosieguo del percorso che sia a Bologna, sia a Roma è stato unanimemente invocato.
 Confermiamo pertanto l’invito alle realtà territoriali di indire, sulla base degli appelli lanciati da Roma e da Bologna,  assemblee e riunioni aperte a ogni soggettività politica e sociale, civica e culturale, in preparazione di un nuovo appuntamento nazionale, dove individuare metodi, criteri e regole per delineare quelle nuove forme politiche unitarie di cui ha bisogno la sinistra nel nostro paese.
 Poiché, al di là delle valutazioni di ciascuno e di ciascuna, siamo in presenza di un’accelerazione politica che c’impone di consolidare i processi unitari in corso, per consentire a tutti noi di sentirsi democraticamente rappresentati e partecipi.
 Nelle due assemblee si è indiscutibilmente affermata la convinzione che l’unità non solo è necessaria, ma è anche possibile.
Dobbiamo quindi lavorare a intrecciare e valorizzare i diversi percorsi politici, le tante energie che si sono espresse a Roma e Bologna. Va da sé che risulterebbe grottesco, oltreché tombale, dividersi per realizzare l’unità.

Grillo alla corte di Bilderberg di Curzio Maltese

GRILLO
Bella mossa, Beppe. Forse a questo punto Grillo dovrebbe prendersi un periodo di vacanza, portare con sé Virginia Raggi e scegliere una località montana con molto ossigeno. In un colpo solo, da harakiri più che karate, il fondatore dei cinque stelle è riuscito a umiliare i suoi eurodeputati e a regalare una splendida figura da idealista a Guy Verhofstadt. Entrambi non lo meritavano. Se c'è uno, fra i 751 europarlamentari, che incarna al massimo livello l'establishment europeo, lo strapotere delle lobbies finanziarie e delle multinazionali, l'esaltazione quasi religiosa dell'austerità e del Ttip, il tradimento dell'idea di Unione a misura di popoli e non di banche, ebbene quello si chiama Verhofstadt. Tutto quanto gli elettori cinque stelle detestano. Ricambiati, peraltro.
"Avete un movimento populista fra i più squallidi, almeno gli altri ammettono di essere di estrema destra" sono parole che gli ho sentito pronunciare di persona. Poi sembrava averci ripensato, guarda caso alla vigilia delle elezioni per la presidenza del parlamento europeo, alla quale è candidato. Ma si vede che i suoi compagni di gruppo sono rimasti alla prima versione, bocciando senza appello la richiesta di ammissione del M5S. Sarà un sollievo per i 17 parlamentari cinque stelle a Bruxelles che avevano festeggiato quando Grillo aveva inserito Verhofstadt nella lista degli "impresentabili", per via della mezza dozzina di consigli d'amministrazione di cui fa parte nel tempo libero da parlamentare. Ma al prezzo di una figuraccia colossale.
Grillo e Casaleggio junior si erano presentati all'impresentabile, offrendo un pacchetto di voti, in cambio dell'ospitalità nel miglior salotto politico dell'europarlamento. Real politik. Grillo l'ha spiegata bene nel post in cui ordinava agli iscritti di votare secondo (la sua) coscienza: "Con la presenza del Movimento l'Alde diventerebbe il terzo gruppo parlamentare, l'ago della bilancia in molte decisioni". Ottima idea. Anche noi due deputati superstiti dell'Altra Europa, modestamente, se passassimo all'Alde, lo faremmo diventare il terzo gruppo: non ci avevo pensato. Anzi, se tutto il gruppo di sinistra Gue confluisse nelle fila socialiste diventeremmo di gran lunga il primo gruppo dell'europarlamento e allora hai voglia a influire sulle decisioni. Soltanto che non lo facciamo perché non ne condividiamo le scelte. Pensa che stronzi.
Il problema dei capi che prendono i voti dei cittadini e poi li portano a spasso dove vogliono non è soltanto dei grillini, si capisce, e come elettore lo sperimento di continuo. Ho votato Pd alle ultime elezioni politiche non immaginando certo che il mio voto sarebbe servito a Renzi per far approvare porcherie come il Job Act o la Buona Scuola o la riforma costituzionale, di cui non v'era traccia nel programma elettorale del Pd. Ma credevo fosse un problema della vecchia politica, non della rivoluzione grillina. Invece alle ultime elezioni comunali di Roma ho votato per la prima volta 5 Stelle al posto del solito Pd, per disgusto delle , e mi sono ritrovato con una giunta in mano alle bande Previti e Alemanno. E' vero che ormai non lo è più, ma soltanto perché ci ha pensato la magistratura, arrestando qualcuno e incriminando qualcun altro. Per Grillo, Casaleggio e Di Maio si poteva serenamente continuare con Marra capitale. Qualche grillino obietterà a questo punto che anch'io, come esponente della Lista Tsipras, dovrei chiedere scusa per come il mio "capo", Alexis Tsipras, ha capitolato davanti all'ennesimo diktat di macelleria sociale imposto al popolo greco. Infatti chiedo scusa.
Quando si tratta di scegliere fra la fedeltà a un capo e la fedeltà agli elettori, un eletto dal popolo ha il dovere di stare sempre dalla parte dei cittadini che l'hanno votato. Posso rispondere di ogni voto o atto a chi mi ha votato, anche quando non era in linea con l'indicazione del gruppo al quale appartengo. E così i 17 eurodeputati del M5S. Detto dalla concorrenza, in questi due anni e mezzo si sono meritati rispetto e stima. Sono persone serie e oneste, non mancano un voto o una riunione di commissione, lavorano, cercano di dare il meglio. Per queste ragioni li ho sempre votati quando erano candidati alle presidenze di commissioni o ad altre cariche, al contrario dei deputati dell'Alde , che li hanno ostracizzati come para fascisti. Al novanta per cento i 5 Stelle e chi scrive hanno votato allo stesso modo in Parlamento. Sia quando loro non erano d'accordo col loro gruppo, nell'80 per cento dei casi, sia quando non lo ero io con il mio, molto meno, ma per esempio sul taglio ai finanziamenti dei partiti. Ho invitato spesso i 5 Stelle a iniziative promosse dall'Altra Europa, l'ultima volta la consegna alla presidenza dell'europarlamento della sentenza del tribunale dei popoli in favore del movimento No Tav. Eppure i parlamentari 5 Stelle non hanno invitato alle loro iniziative me o un europarlamentare di Podemos o un verde o un socialista perché devono chiedere il permesso alla Casaleggio associati lo proibisce.
Non partecipano neppure al gruppo di discussione che abbiamo fondato con Cofferati e parlamentari di sinistra di diversi gruppi e paesi (Gue, verdi, socialisti), non perché non siano interessati, ma perché Grillo vieta che il Movimento si schieri con la sinistra (con la destra non c'è problema). Per la stessa ragione, il gruppo Gue è stato escluso a priori dalle trattative di Grillo e Casaleggio, nonostante sia in assoluto il più affine, dati alla mano. In due anni e mezzo i loro parlamentari hanno condiviso con noi il 75 per cento dei voti. Infine, come s'è visto, i deputati 5 Stelle non possono liberamente votare la scelta del gruppo, smentendo magari le indicazioni del capo, mentre i liberali sì, come s'è appena visto. Sono chiamati portavoce, ma li trattano come portaborse.
 
Perché Grillo abbia deciso questa manovra da vecchio politicante cinico, rivelatasi in ultimo un suicidio, non è dato di capire. Forse si vuole accreditare come forza moderata e non così anti sistema davanti ai poteri che contano in Europa, per esempio il gruppo Bilderberg di cui Verhofstadt è fiero esponente. I dietrologi spiegano che a questo è servito il pellegrinaggio di Di Maio presso le cancellerie europee. Di sicuro, gli elettori 5 Stelle non c'entrano nulla coi mondi dei quali Verhofstadt è gran maestro e cerimoniere, le trilaterali, i salotti buoni della finanza, le grandi lobbies. E siccome fessi non sono, è difficile fargli credere ora che la mossa è servita a far esplodere le contraddizioni dall'interno, a "spaventare l'establishment". Sarebbe come dire che i molti saltati sul carro di Renzi all'ultimo giro lo avevano fatto per provocarne la rovina (anche se, in effetti, hanno involontariamente aiutato).
Dietro il non essere di Grillo e Casaleggio s'intravvede il vecchio vizio trasformistico della politica all'italiana. E' un film già visto con Di Pietro, partito per moralizzare, che ha finito per ritirarsi a coltivare terreni e palazzi, lasciandoci in eredità i Razzi e gli Scilipoti. Al confronto questo però è un kolossal. Ma i 5 Stelle di Bruxelles non sono Razzi e Scilipoti, alla fine fra il capo e la fedeltà agli elettori sceglieranno i secondi, o almeno tocca sperarlo.

La Waterloo di Grillo.

Alde rifiuta l'ingresso di M5S. Salta la strategia del leader: parlamentari contro di lui

BEPPE GRILLO


È la Waterloo di Beppe Grillo. E in fondo il luogo dove è caduto Napoleone non è molto distante da Bruxelles, teatro invece dello schiaffo di Guy Verhofstadt al leader M5S, rimasto sconfitto e con un partito confuso e arrabbiato. La mossa strategica di lasciare Nigel Farage per aderire al gruppo Alde e conquistare terreno nell’Europarlamento, in poche ore, si è rivelata un boomerang per i grillini. L’Alleanza dei Democratici e dei liberali per l’Europa ha infatti votato contro l’ingresso dei 5Stelle nel gruppo. Il ‘no’ secco è arrivato in particolare dai francesi e dai tedeschi e il capogruppo Verhofstadt non ha potuto che prenderne atto e salutare Grillo: “Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie per portare avanti un'agenda comune per riformare l'Europa. Non c'è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde. Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave”.
Parole sorprendenti che arrivano pochi giorni dopo che il leader pentastellato, in gran segreto grazie alla mediazione di David Borrelli, ha siglato un pre accordo proprio con Guy Verhofstadt. Ma la sede dell’Europarlamento oggi è diventata un campo di battaglia e Grillo ha fatto il suo ingresso questa mattina presto con l’intento di sedare la protesta di alcuni europarlamentari che non hanno condiviso il cambio di rotta e l’adesione al gruppo più europeista che c’è in Ue, gruppo che fu di Romano Prodi e Mario Monti, per intendersi. Intanto a mezzogiorno vengono pubblicati i risultati del sondaggio, annunciato domenica a sorpresa tra lo stupore di tutti: il 78,5% degli iscritti al blog ha scelto di aderire all’Alde. Al di là del risultato quasi plebiscitario, la base, stando ai commenti, da domenica si è rivoltata contro Grillo. Le bacheche Facebook dei parlamentari sia nazionali sia europei sono state prese di mira e si sono trasformate in un delirio di commenti. Tutti presi alla sprovvista, in pochi hanno appoggiato la decisione del leader pentastellato. E c’è chi, come Nicola Morra e Carlo Sibilia, ha deciso di uscire allo scoperto. Non solo. Questa incongruenza, tra il voto della Rete e gli umori invece della Rete e dei parlamentari, ha prestato il fianco anche al sospetto che il voto web fosse stato manipolato.
Sta di fatto che a Luigi Di Maio è toccato l’ingrato compito di dover arrabattarsi e fornire giustificazioni parlando di una “mossa tecnica e non politica”. Il candidato premier in pectore garantisce inoltre che il referendum sull’euro verrà fatto comunque e che l’adesione a un gruppo europeista serve soltanto a mantenere diritti all’interno dell’Europarlamento, tra cui i 700mila euro che ogni partito ha a disposizione ed entrare poi nella partita delle presidenze delle commissioni. L’unico risultato che sortisce il post di Di Maio è una pioggia di commenti negativi e pochi “like”.
Passano poche ore ed ecco il colpo di grazia. Le stanze dell’Europarlamento sono ormai un campo di battaglia. In una, Beppe Grillo e Davide Casaleggio provano a sedare la protesta degli europarlamenti scontenti, in un’altra pochi passi più in là c’è Verhofstadt che prova a convincere i suoi, anche perché si sta giocando la sua personalissima gara per la presidenza dell’Assemblea, e strappare il 'sì' all'ingresso dei grillini. Ma dopo tanti tormenti e dichiarazioni al vetriolo, come quella della vicecapogruppo dell'Alde, la francese Marielle de Sarnez ("Farò di tutto per impedire che succeda. Sarebbe un'alleanza empia"), arriva la posizione ufficiale del gruppo: M5S è fuori.
Il danno d’immagine è enorme dopo che Grillo, in ventiquattro ore, ha mandato in tilt la base, ha mandato su tutte le furie i parlamentari nazionali ed europei, che si sono ritrovati con un accordo già firmato prima ancora che venisse ratificato dal blog, e per finire non ha ottenuto il risultato sperato. Anzi, ha subito una vera e propria cacciata. La difesa del leader pentastellato è quella solita d’ufficio: “L'establishment ha deciso di fermare l'ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo. Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi”. Recita la parte della vittima anche Alessandro Di Battista, l'altra punta M5S scesa in campo in una giornata da psicodramma: "Si sono tirati indietro - dice ospite a Otto e mezzo - perché è bene che alcune nostre idee vengano un po' ostacolate". Ma la sconfitta politica, al di là delle dichiarazioni ufficiali, rimane e adesso i grillini confluiranno nel gruppo Misto, che - secondo Grillo - significa "occupare una poltrona con le mani legate: non poter lavorare". È la resa.

mercoledì 4 gennaio 2017

L'elefante nella stanza, di Il Pedante

acqua bene comune
Dal lato della spesa, un impulso all'attività economica potrà derivare da un aumento del coinvolgimento dei capitali privati nella realizzazione di infrastrutture. (M. Monti, novembre 2011)
Gli aumenti dei costi dei servizi di base - sanità, infrastrutture, trasporti, energia ecc. - sono certamente tra i fattori di impoverimento collettivo più percepibili e onerosi, tanto più in quanto non compensati da un corrispondente calo del carico fiscale. Trattandosi di servizi tradizionalmente erogati dal settore pubblico attingendo alla fiscalità generale, l'aspettativa dei cittadini di una diminuzione della spesa pubblica - e quindi delle tasse - apparirebbe razionale. Gli aumenti all'utenza dovrebbero spostare parte dei costi dei servizi dalla collettività ai singoli fruitori. Ma così non accade.
Anzi, a parità o crescita della pressione fiscale aumentano canoni, tariffe e tickets. Oppure - il che è lo stesso - si restringe il perimetro dei servizi offerti. Perché? Le narrazioni mediatiche offrono chiavi di lettura standard ben sedimentate:
  1. sprechi e voracità del settore pubblico annullerebbero il risparmio fiscale convogliandolo in opere inutili, consulenze strapagate, assunzioni clientelari ecc. invece di scontarlo ai cittadini. Il che presupporrebbe però che gli sprechi siano in aumento e non, come si usa leggere, "ancora troppi nonostante gli encomiabili sforzi del governo, dei commissari ecc.";
  2. l'evasione fiscale sottrarrebbe risorse all'erario costringendo le amministrazioni a mantenere alta la tassazione nonostante il parziale traferimento degli oneri all'utenza. Anche in questo caso per avverare la spiegazione il gettito fiscale dovrebbe però diminuire, mentre nella realtà cresce complessivamente;
  3. la corruzione dei pubblici ufficiali renderebbe più costosi i servizi in quanto premierebbe fornitori più cari e/o scadenti (sempre presupponendo un trend crescente del fenomeno);
  4. l'aumento del debito pubblico vanificherebbe i risparmi destinandoli alla restituzione di interessi e capitale. Quest'ultima non è tuttavia una spiegazione in sé ma una riformulazione tecnica dei punti precedenti: se aumenta la spesa - posto che le succitate condizioni sussistano e si aggravino - aumentano anche i debiti per finanziarla, in misura più che proporzionale.
In linea di principio è vero che le piaghe elencate ai primi tre punti della nostra rassegna possano - con le cautele accennate - contribuire all'aumento del costo dei servizi o delle tasse. C'è però un caveat di metodo che ci impone di procedere gerarchicamente nell'analisi. Prima di denunciare le cause eventuali e minoritarie di un fenomeno ci si dovrebbe cioè porre lo scrupolo di non escludere quelle strutturali e maggioritarie. Nel dare la caccia alle zecche - che pure sono fastidiose - non bisogna lasciarsi sfuggire l'elefante nella stanza.
Nella breve analisi che segue si commenterà un'applicazione di finanziarizzazione dei servizi pubblici a rilevanza economica (che cioè producono reddito) dove il costo delle prestazioni e la pressione fiscale lievitano per effetto di norme statali che rendono obbligatorio e strutturale il ricorso al credito, trasformandolo così da strumento discrezionale a finalità ex lege dell'investimento pubblico. Per rispondere al quesito di cui al nostro incipit, se ne valuterà contestualmente anche l'impatto economico sugli utenti dei servizi.
I veicoli normativi che concorrono a questo esito sono il patto di stabilità e la finanza di progetto o project financing. Due realtà di cui le cronache lamentano di tanto in tanto gli eccessi (?) e le distorsioni (??) senza perciò coglierne la natura funzionale e complementare all'obiettivo finale della finanziarizzazione. Ripassiamone i contenuti:
  • Il patto di stabilità, ufficialmente introdotto per impedire l'indebitamento degli enti pubblici, impone loro di conseguire il pareggio o avanzo di bilancio nell'ambito di ciascun anno di esercizio. Ogni anno le uscite devono cioè essere pari o inferiori alle entrate, con la conseguenza paradossale (ma fondamentale) di bloccare gli investimenti che non siano compensati dalle entrate dell'anno corrente anche in presenza di coperture certe (ad es. ricavi tariffari) e anche se l'ente ha già in cassa i soldi per sostenerli.
  • nel project financing un operatore privato individuato dall'ente anticipa gli investimenti necessari alla realizzazione/sviluppo/gestione di un servizio e li recupera con gli interessi in un arco di tempo prestabilito incamerando i flussi di cassa generati dalla gestione del servizio. In una diversa variante riconducibile alla stessa ratio, l'operatore privato remunera l'investimento facendosi corrispondere un canone di servizio da parte dell'ente.
Il project financing è salutato come un'ancora di salvezza dagli enti pubblici che, per mancanza di denaro e perché in ogni caso bloccati dal patto di stabilità, hanno bisogno di realizzare investimenti di medio e lungo termine. Il che è però aritmeticamente disonesto e dissimula il sottostante ideologico della questione. Se infatti la redditività attesa di un servizio è tale da indurre un operatore privato a investire, perché non dovrebbe a fortiori garantire la sostenibilità per il pubblico che non ci lucra? Se in assenza di capitale iniziale le banche concedono credito all'operatore privato ritenendo l'attività finanziariamente sicura, perché non dovrebbero concederlo al pubblico per la stessa attività?
Non è vero che gli investimenti pubblici languono perché se so' magnati tutto e non ci sono più soldi: prova ne è che persino gli enti che hanno già le risorse monetarie in cassa non le possono investire. Il blocco degli investimenti non risponde infatti ad alcuna necessità naturale o contabile ma alla volontà politica di sostituire l'investimento privato alla spesa pubblica nella sottintesa e rispettabilissima convinzione che esso sia più efficiente e possa meglio soddisfare il bene pubblico. Rispettabilissima: purché la si dichiari invece di blaterare di casse vuote, cicale, parassiti e razziatori del posto fisso. Chiedendosi anche se, nella più perfetta delle ipotesi (escludendo cioè inandempienze, truffe, corruzione, clausole vessatorie, salvataggi pubblici, affidamenti diretti ecc. che pure abbondano nella finanza di progetto) questa rispettabile convinzione trovi conforto nei fatti.
Consideriamo il caso reale di un comune brianzolo alle prese con la necessità di riqualificare e gestire il cimitero cittadino. Costo della riqualificazione più manutenzione ordinaria per 20 anni: 200.000 euro. Lo stesso comune ha fondi liquidi bloccati dal patto di stabilità per circa un milione di euro. Se vigesse davvero la rivoluzione aziendalistica dello Stato di cui ciarlano i riformatori, il Comune potrebbe spendere parte dei fondi bloccati per realizzare e gestire l'opera senza altri costi per i cittadini. Non è un regalo: i 200.000 sono già stati versati. Oppure potrebbe applicare una tariffa a ristoro parziale o totale dell'investimento per ricostituire il fondo e sostenere le spese della prossima riqualificazione o di altri lavori.
Questa soluzione - la stessa adottata fino all'altro ieri per costruire acquedotti, rete autostradale, metropolitane, centrali idroelettriche, ospedali e tutto ciò su cui (ancora) si regge la nostra residua civilizzazione - non prevede né indebitamento né rischio finanziario. Ed è pertanto (!) oggi vietata da un patto di stabilità che si candiderebbe a preservare le casse pubbliche dall'indebitamento e dall'instabilità finanziaria. Logico, no? Le entrate tributarie annue del nostro Comune ammontano infatti a circa 300.000 euro con un avanzo di poche decine di migliaia di euro: troppo poco rispetto all'importo da finanziare in un'unica soluzione.
Soccorre allora la finanza di progetto, la quale invece è... un debito. Dovendo il patto difenderci dai debiti (!), il Comune affida a un privato il finanziamento e la gestione dell'opera riconoscendogli oltre alla restituzione del capitale un interesse finanziario (pudicamente ribattezzato remunerazione del capitale) proprio come farebbe indebitandosi direttamente con una banca - che però è vietato - e con la differenza che qui dovrà aggiungere all'onere anche il lucro del gestore/finanziatore. Ricapitoliamo graficamente.
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Ovvero:
  • come si è detto, il Comune include (obbligatoriamente) nella base d'asta una remunerazione del capitale, cioè un interesse passivo (qui pari al 6,5%) indebitando i propri cittadini;
  • l'appaltatore può così lucrare non solo su prestazioni e materiali ma anche sul costo del capitale: investendo capitale proprio (a costo zero) e/o ricorrendo a condizioni creditizie più vantaggiose (qui 5,5%). Il lucro finanziario è misurato dallo spread rispetto al tasso offerto in sede di gara (qui 6,5% - 5,5% = 1%).
  • ma la vera parte del leone - anzi dell'elefante - la fa il sistema bancario, che sarebbe stato perfettamente inutile se il Comune avesse potuto investire in modo diretto. Sotto patto di stabilità le banche godono invece di un duplice vantaggio: 1) la facoltà di disporre di un fondo vincolato dalla legge sine die (qui i 200.000 versati dai cittadini che il Comune è costretto a posteggiare in banca) e 2) la possibilità di lucrare su investimenti che sarebbero stati sostenibili anche senza ricorrere al credito.
  • e i cittadini? Pagano il doppio con gli interessi: prima capitalizzando le banche con le loro tasse (200.000) opportunamente congelate dal patto di stabilità, e poi rimborsando il capitale (200.000), gli interessi (330.000 - 200.000 = 130.000) e gli utili (spread: 358.000 - 330.000 = 28.000) sui loro stessi soldi. Totale: 558.000 invece di 200.000.
Per essere ancora più espliciti e pedanti, lo Stato obbliga la collettività a fornire al sistema creditizio il denaro che le verrà poi prestato a interesse per pagarsi i servizi di cui ha bisogno. Metaforicamente è come se per legge io potessi impossessarmi dell'appartamento del mio vicino e gli concedessi un mutuo per riscattarlo. Una pacchia.
Si noti che questa partita si gioca tra cittadini e sistema bancario. Qui gli imprenditori e gli enti pubblici sono semplici comprimari a cui, in cambio di un vantaggio monetario, è affidata una doppia funzione: di mediare i flussi di cassa e di fornire la necessaria sovrastruttura ideologica (privato efficiente vs. pubblico corrotto ecc.) per dissimulare il gioco e confinare il dibattito nell'irrilevanza. Ma qui la dialettica pubblico-privato non c'entra nulla, né c'entrano le casse pubbliche e la loro sostenibilità (?): è un trasferimento forzoso da privati (cittadini) ad altri privati (prestatori) sotto l'egida dello Stato, nella migliore tradizione del socialismo dei ricchi.
Lo schema precedente (la cui baroccaggine si deve alla pigrizia dell'ing. Previti) si può pertanto semplificare e astrarre così:
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Ora possiamo anche rispondere alle domande che ci eravamo posti all'inizio. Perché le tasse non scendono? Perché servono a capitalizzare il sistema bancario per la finanziarizzazione dei servizi. Perché le tariffe aumentano? Perché devono coprire il lucro dell'operatore privato ma soprattutto remunerare il capitale investito.
È quindi chiaro chi sia l'elefante nella stanza: l'investitore finanziario il cui ruolo è ciò che di più lontano si possa immaginare dal libero mercato a cui dovremmo addestrarci. Qui il ricorso ai servizi finanziari non scaturisce da una libera dialettica di domanda e offerta ma è imposto dal legislatore contro ogni logica economica e con la prepotenza delle norme, balbettando filastrocche ideologiche e invocando una stabilità chiaramente negata dagli squilibri economici che ne conseguono. Ma perché stupirsi: se un governo di stilisti obbligherebbe tutti a vestire firmato e un governo di viticoltori obbligherebbe tutti a bere vino, un governo di banchieri rende obbligatorio il credito - che ti serva o no e in ogni immaginabile settore: dalla moneta che deve essere esclusivamente emessa a debito, alla pelosa filantropia degli aiuti (cioè prestiti) internazionali, da una regolazione energetica ossessionata dal WACC fino agli indispensabili servizi quotidiani la cui accessibilità ci separa dal baratro del terzo mondo.
E la corruzione, gli sprechi, l'evasione? Oltre a ripetere che si tratterebbe di fenomeni correlabili all'aumento dei costi solo qualora si dimostrasse che siano essi stessi in aumento (mentre pare diminuiscano) va ricordato un dettaglio: che si tratta cioè di reati e condotte sanzionabili, laddove la finaziarizzazione è un programma politico e una regola a cui sottrarsi è reato. È vero, alcuni funzionari e contribuenti infedeli la fanno franca, ma è peggio un criminale (momentaneamente) in libertà o una legge che legalizza un crimine? E poi - lo abbiamo già scritto - bisognerebbe gerarchizzare i problemi stimandone l'incidenza numerica. Ad esempio, quanti sono i funzionari corrotti? Tutti? Alla risposta "Sì, tutti-a-parte-i-miei-famigliari-e-amici-che-lavorano-nel-pubblico: loro sono mosche bianche e infatti sono mobbizzati" si coglie già la dimensione immaginifica dell'approccio. E quanto pesano sugli investimenti? Dipende. Dall'entità delle mazzette (v. ad esempio il 3-4% (!) di un recente caso romano) più il danno per disservizi. Il quale può manifestarsi anche senza corruzione, oppure non manifestarsi anche se l'aggiudicazione è irregolare.
Con ciò non si intende sminuire la gravità di questi comportamenti, del resto già puniti dalla legge, ma ricordare che i crimini peggiori - l'elefante nella stanza - sono quelli a norma di legge, perché non li punisce nessuno.

martedì 3 gennaio 2017

“Grillini al potere, da Roma a Livorno le cronache di un movimento con gravi deficit di democrazia”

Il caso Raggi a Roma non è un incidente di percorso ma la rivelazione “spettacolare” dei gravi limiti strutturali dei 5 Stelle: il successo e il consenso elettorale da loro conseguiti sono soprattutto manifestazioni della malattia e del pessimo stato di salute in cui versa la rappresentanza e la democrazia del nostro paese.
Prima il caso Parma con il transfugo Pizzarotti, poi altri Comuni a guida 5 Stelle (Quarto nel napoletano, Ragusa, Civitavecchia ecc.) per arrivare a Livorno. Dalle città dove tentano di governare emergono i difetti congeniti del movimento: chi sceglie i candidati? Quanto sono determinanti gli attivisti del movimento e gli indirizzi dei meetup? E quanto è reale la capacità di coinvolgere i cittadini “comuni”, di appassionarli alla res publica e ai beni comuni?
A Livorno i consiglieri comunali — tranne poche eccezioni — hanno ottenuto qualche decina di voti, a volte è stato sufficiente un pugno di preferenze. Nogarin è stato scelto, dopo scontri interni fratricidi che hanno rischiato di far saltare il banco, da poche decine di attivisti, con il voto on line.
Dopo 900 giorni, superato metà mandato, continuiamo a vedere una giunta arroccata su se stessa, sempre più autosufficiente e autoreferenziale, che spreca occasioni e proposte innovative. L’origine dei mali risale al momento della vittoria al ballottaggio di Nogarin: chi aveva ricevuto al primo turno appena 16.000 voti su un totale di 137.000 elettori, con appena il 19% dei votanti, avrebbe dovuto costruire percorsi e pratiche ben diverse, non favorendo il clima da assediati e di precarietà permanente, fra consiglieri espulsi e cambi di assessori. Il palazzo è lontano dai cittadini e dai problemi reali della città. Trasparenza, democrazia interna, formazione della volontà politica: sembrano optional e marginali rispetto alla voce del padrone pronto a emarginare ed espellere i reprobi. Pesa, a Livorno come altrove, la mancanza di orizzonti e di modelli economici alternativi per rivitalizzare i territori che porta i vari amministratori grillini a schiacciarsi spesso su direttrici già tracciate dalla macchina amministrativa, ereditata dalle precedenti amministrazioni.
A chi rispondono i sindaci? Ai loro elettori, o ai cittadini tutti? La vicenda Raggi a Roma dissipa i dubbi: “mi dimetterò se Beppe Grillo me lo chiederà”. Si risponde a chi ci ha dato l’investitura, come nelle società feudali. Chi ha avuto il voto di centinaia di migliaia di romani agisce sulla base degli ordini di chi può revocare il marchio di fabbrica.
Il Movimento è chiuso in se stesso perché pensa se stesso come una forza salvifica che deve proteggersi dal mondo esterno, incontaminato fino alla palingenesi totale che coinciderà con la presa del potere.
Crisi di rappresentanza, crisi di democrazia, crisi dei partiti. Grillo ha costruito intorno a questo tema il suo successo: radere al suolo la vecchia politica. Una democrazia senza partiti, a presa istantanea. Per questo ha costruito un movimento di fedeli che reclama la democrazia all’esterno ma pratica all’interno la segretezza e l’obbedienza al capo. Non sarà dai “bravi ragazzi” che potrà riprendere fiato la democrazia italiana. Almeno finché le loro energie rimarranno imbrigliate in un involucro senza trasparenza e senza democrazia.
A differenza di qualche santone mediatico che invoca il napalm per distruggere l’intera classe dirigente, crediamo che costruire dal basso, senza scorciatoie e pratiche messianiche o salvifiche, sia possibile con il lavoro quotidiano e l’ottimismo della volontà, attraverso organizzazioni politiche capaci di aggregare e rendere protagoniste e attive le persone.
Stefano Romboli – Direttivo Buongiorno Livorno

Perché no al reddito di cittadinanza, di Aldo Giannuli

 
A quanto pare, dopo il M5s, Sel, il Pci (già Partito dei comunisti italiani) ora anche Berlusconi si pronuncia a favore del reddito di cittadinanza. Tanta convergenza appare un po’ sospetta, vi pare?  Magari varrebbe la pena di chiedersi se tutti intendano la stessa cosa. Tutti fanno riferimento “all’Europa” ma in Europa esistono sistemi abbastanza diversi e l’indicazione chiarisce poco. Qui non vogliamo passare in rassegna le diverse soluzioni adottate, ci limiteremo solo ad alcune osservazioni generali.
Partiamo da una premessa: se si sta pensando ad un modello una tantum per venire incontro alle situazioni di sofferenza sociale esistenti, ad esempio un assegno di 5-600 euro per 18 mesi, anche allo scopo di riattivare il mercato interno e permettere a molte aziende di ripartire ed assumere, non avremmo nulla da eccepire, salvo fare i conti per capire dove prendiamo i soldi (ovviamente distraendoli da altre destinazioni attuali). Sin qui tutto bene, ma questo non è il reddito di cittadinanza, reddito garantito o comunque lo si voglia chiamare. Con questa espressione si intende un sussidio stabilmente concesso a chi non raggiunga un certo livello ritenuto necessario alla sopravvivenza. In alcuni casi il contributo è concesso per un certo periodo di tempo (in genere uno o due anni), in altri non prevede particolari limiti di tempo, ma il beneficiario deve accettare le offerte di lavoro che gli vengono fatte (magari con la facoltà di rifiutare le prime due offerte). In alcune situazione il reddito non è compatibile con altre forme di reddito, lavoro incluso, in altre l’assegno statale è una integrazione del salario da un lavoro precario o comunque sottopagato. Come si vede le forme sono diverse, e quindi ma qui facciamo un discorso in generale su uno schema base che prevede un reddito costante per un tempo prolungato.
Il primo problema che si pone è se l’assegno sia compatibile o no con un altro reddito da lavoro ovviamente basso. Naturalmente l’assegno statale si immagina sia piuttosto contenuto, diciamo 5 o 600 euro al mese con i quali nessuno può vivere, per cui, proibire che contemporaneamente si possa svolgere altro lavoro significa solo incrementare il lavoro nero e spingere il lavoratore ad accettare lavori senza versamenti di sorta. Immaginiamo invece che si conceda di affiancare un lavoro all’assegno statale. Il risultato sarebbe solo quello di spingere i datori di lavoro a tenere bassi i salari e l’assegno avrebbe solo una funzione adattativa del lavoratore alle condizioni di sotto salario. Peggio ancora se il reddito statale fosse a tempo: nessun datore di lavoro accetterebbe di assumere il lavoratore integrandone  il salario essendo molto più facile licenziarlo e trovare un altro dipendente che goda di un periodo di reddito garantito.
In ogni caso, il risultato sarebbe una ulteriore spinta al sotto salario, magari attraverso i voucher, spostando parte dell’onere adattativo sulle casse pubbliche.
In secondo luogo, si pone il problema di chi avrebbe diritto al reddito statale; andando subito al sodo: solo cittadini italiani o anche immigrati regolari? Va da sé che se il contributo fosse dato agli immigrati, questo scatenerebbe da un lato un’ ulteriore spinta ad immigrare nel nostro paese, e dall’altro prevedibilmente rafforzerebbe le spinte xenofobe. Escludere gli immigrati significherebbe creare una stratificazione sociale per cui ad una massa di bianchi poveri ma assistiti, corrisponderebbe una sotto classe di immigrati  costretti a lavorare con un reddito ancora inferiore per reggere la concorrenza degli italiani.
C’è poi il problema della fascia di età alla quale corrispondere il reddito. In primo luogo dache età? Anche agli studenti? Mi farebbe piacere ma non facciamo prima a ripristinare il presalario abolito negli anni settanta su pressione del Pci? A tutti gli ultra diciottenni? Anche a un figlio di papà che però risulti vivere da solo?
E’ ovvio che oltre i sessanta si tratterebbe semmai di aumentare le pensioni sociali, ma che facciamo con il cinquantenne che ha perso il lavoro e stenta a trovarne un altro? Magari in questo caso di potrebbe procedere con una sorta di prepensionamento. Insomma, qui il problema è quello dei trenta-quarantenni che non lavorano ed è da capire se questa sia la strada giusta.
C’è poi un altro problema da risolvere: i contributi pensionistici  da chi sarebbero versati? Il datore di lavoro li verserebbe sulla base del salario che versa e che, abbiamo detto essere tendenzialmente basso, mentre  appare poco immaginabile che lo stato, paghi gli oneri sul reddito garantito perché si tratterebbe di una spesa aggiuntiva insostenibile e poco giustificabile: ti do un reddito in cambio di nessun lavoro, poi ti metto su anche i versamenti pensionistici, per cui, in teoria un cittadino che nascondesse altri redditi, passerebbe dalla condizione di assistito in servizio  a quella assistito in pensione.
Insomma stiamo ponendo le premesse della sostanziale abolizione del sistema pensionistico (salvo che per i pochi fortunati che riusciranno ad avere un lavoro più o meno regolare) e per una generazione per la quale si prepara una vecchiaia di stenti.
Ancora: gli assistiti che fossero richiesti di fare un lavoro pubblico dovrebbero farlo senza compenso? Infatti, alcuni propongono il reddito garantito in cambio di lavori di interesse sociale con questo pensano di aver avuto una pensata geniale. Mi spiace deluderli: esperienza fatta e fallita 40 anni fa con la legge 285/77 che fu un autentico disastro. Non è il caso di ripetere.
Non mi sembra che quella del reddito garantito sia la scelta migliore e tutto sommato, pare che si tratti di una misura antipopolare, utile solo a far digerire il sistema di diseguaglianze che si è formato. Ma questo fa parte delle considerazioni politiche che rinviamo ad un prossimo pezzo.
Questo mondo sta diventando decisamente strano: pretendiamo dai giovani lavoro senza retribuzione (fra stage, tempo di lavoro a scuola, volontariato ecc)  però pensa di dare un reddito in cambio di nessun lavoro che è comunque una forma di marginalizzazione delle nuove generazioni.
 
I giovani non devono chiedere reddito ma lavoro.

lunedì 2 gennaio 2017

Chi sono quelli che non restituiscono i prestiti al Mps? di Stefano Porcari

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Perché una banca può andare a rotoli? Perché i soldi che ha prestato non sono tornati indietro e sono diventati “sofferenze bancarie”, ossia crediti quasi inesigibili che probabilmente non rientreranno tutti o non rientreranno mai. Ma chi sono i furbetti che hanno preso i soldi in prestito dalla banca e poi non riescono o non intendono restituirli? E’ il sig. Mario che ha fatto un mutuo ma poi è stato licenziato e non riesce più a pagare le rate per la casa? Robetta!! E’ la sig.ra Maria che ha chiesto un prestito per pagare il rifacimento della facciata del palazzo e sta saltando le rate? Bazzecole!! A mettere in crisi le banche sono soggetti che somigliano molto ai banchieri e spesso ci vanno a cena insieme: i prenditori.
Una analisi dei debitori del Monte dei Paschi di Siena, porta alla luce tanti nomi della imprenditoria italiana ai quali la banca ha prestato soldi e che da tempo non sono rientrati.
Fra i clienti che non hanno rimborsato il Mps troviamo ad esempio la Sorgenia della famiglia De Benedetti che ha lasciato un buco di 600 milioni e poi Don Verzè fondatore dell’ospedale San Raffaele portato al dissesto con un buco di duecento milioni. Fino all’anno scorso, risulta poi una fidejussione di 8,3 milioni di Berlusconi a favore della ex cognata Antonella Costanza, prima moglie del fratello Paolo. La signora Costanza aveva acquistato, per nove milioni, una villa sfarzosa in Costa Azzurra e aveva dimenticato di pagarla. A Siena, però, conoscevano bene la famiglia Berlusconi e si fidavano. Erano stati i primi a credere nella capacità imprenditoriali di Silvio e non se n’erano certo pentiti.
Ma Mps opera anche attraverso altre banche come la Banca Agricola Mantovana in stretti rapporti d’affari con il gruppo Marcegaglia che ha accumulato un’esposizione verso la banca di 1,6 miliardi..
Insomma da un primo screening viene fuori che il 70% delle insolvenze è concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti superiori ai 500mila euro, dunque molto ma molto di più del sig. Mario o della sig.ra Maria. In totale si tratta di 9.300 posizioni debitorie in cui il tasso di insolvenza cresce all’aumentare del finanziamento. La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Si è scoperto poi che gran parte parte dei problemi nasce dopo l’acquisizione della bannca Antonveneta da parte del Mps. I prestiti concessi nel 2008 sono diventati sofferenza nel 2014.
Dunque la crisi del Mps, per la quale lo Stato ha trovato subito e stanziato 8 miliardi di euro, dipende soprattutto dalla stessa classe alla quale appartengono i banchieri. E’ questo il motivo per cui chi sostiene che anche questa volta ci troviamo di fronte ad una “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”, ha ragioni da vendere. Una volta che si è deciso di intervenire con fondi pubblici, sarebbe meglio una nazionalizzazione della banca stessa, e non per restituirla ai banditi di sempre dopo aver risanato i conti, ma per metterla a disposizione del paese e non dei soliti noti.