Chi con entusiasmo e chi con rabbia, tutti prendono atto del mutamento di scenario determinato dallo strappo storico di Federmeccanica. Non cambiano soltanto le relazioni sindacali in Italia, in gioco c'è, più in generale, il sistema di relazioni sociali. Il «recesso» del contratto nazionale formalizza un processo di restaurazione iniziato da tempo che coinvolge, a partire dalla politica, l'intera società. Si profila un nuovo modello sociale i cui tratti appaiono inquietanti perché puntano al ribaltamento dei valori generali. Per non restare nel generico, proviamo a fare qualche esempio, sollecitati della nuda cronaca di questi giorni.Ieri, intervenendo al comitato centrale della Fiom, uno dei tre operai licenziati da Marchionne a Melfi ha raccontato un paradosso di cui è involontario attore: «La Fiat ha deciso di pagarci lo stipendio impedendoci però di lavorare - ha detto Giovanni Barozzino - e al tempo stesso si rifiuta di acquistare un defibrillatore che consenta di salvare un lavoratore colpito da infarto». Demagogia? Solo cronaca, appena qualche settimana fa un operaio è morto a Melfi ucciso da un infarto. Forse il defibrillatore avrebbe potuto salvarlo e forse no, ma il defibrillatore non c'era perché la Fiat non vuole spendere i soldi per acquistarlo.Sulla stessa lunghezza d'onda si collocano alcuni dei punti su cui si fonda il nuovo «contratto» nella fabbrica di Pomigliano e che diventeranno regole per tutti i metalmeccanici con la cancellazione del contratto unitario e con le deroghe a quello separato non firmato dalla Fiom e non votato dai lavoratori. Un operaio vincolato alla linea di montaggio non potrà più spezzare le otto ore con 30 minuti di pausa mensa, ma sarà costretto a rinviare la pausa a fine turno, e potrà mangiare e non lavorare solo se non ci saranno richieste di straordinari da parte dell'azienda. Al tempo stesso, quell'operaio non potrà più godere di almeno 11 ore di riposo tra un turno e l'altro: se finirà il turno serale alle 22, dovrà iniziare quello del mattino alle 6. E ancora, se si ammalerà non riceverà lo stipendio per i primi tre giorni di assenza.Qual è la società, quali i rapporti che hanno in mente Marchionne e tutti i suoi fans, industriali, politici e sindacali? Lo spiegò, al tempo dell'accordo con Chrysler, lo stesso Ad della Fiat all'ex capo del sindacato americano Uaw, Ron Gettelfinger, dicendo che avrebbe dovuto accettare una «cultura della povertà» abbandonando la «cultura dei diritti acquisiti», partendo da pensioni e sanità. Gettelfinger sarà costretto ad abbassare la testa (prendere, o lasciare e perdere diritti e lavoro), non prima di aver risposto a Marchionne: «Perché non viene a sedersi con me e racconta a una vedova di 75 anni che non è operabile e che lei le ha ucciso il marito?».La cultura della povertà, dice Marchionne. Ma che modello sociale è, quello che prevede un salario dell'amministratore delegato Fiat di 4-500 volte superiore allo stipendio di un suo operaio? Se lo chiede insistentemente e giustamente Gad Lerner nei suoi articoli su Repubblica, precisando che Valletta guadagnava 20 volte più dei suoi dipendenti (aggiungiamo noi che Olivetti riteneva che il divario non potesse superare il livello di 5 a 1)? E qual è l'etica a cui risponde la decisione, presa quest'anno in piena crisi, di distribuire gli utili agli azionisti e cancellare il premio di produzione a chi ha già un salario falcidiato dalla cassa?C'è un modello vincente di società a cui lavorano sia Berlusconi e i suoi ministri che Marchionne e la Confindustria. È un modello che prevede leggi ad personam (ad aziendam) e leggi con la possibilità di deroghe per impedirne l'applicazione. O si cancellano le leggi «dannose», o se ne fanno di personalizzate, o si sterilizzano quelle esistenti. Ormai dimenticata la fraternità, via anche l'eguaglianza, del trinomio della rivoluzione francese resta solo la libertà: il Partito delle libertà.venerdì 10 settembre 2010
L'etica della diseguaglianza
Chi con entusiasmo e chi con rabbia, tutti prendono atto del mutamento di scenario determinato dallo strappo storico di Federmeccanica. Non cambiano soltanto le relazioni sindacali in Italia, in gioco c'è, più in generale, il sistema di relazioni sociali. Il «recesso» del contratto nazionale formalizza un processo di restaurazione iniziato da tempo che coinvolge, a partire dalla politica, l'intera società. Si profila un nuovo modello sociale i cui tratti appaiono inquietanti perché puntano al ribaltamento dei valori generali. Per non restare nel generico, proviamo a fare qualche esempio, sollecitati della nuda cronaca di questi giorni.Ieri, intervenendo al comitato centrale della Fiom, uno dei tre operai licenziati da Marchionne a Melfi ha raccontato un paradosso di cui è involontario attore: «La Fiat ha deciso di pagarci lo stipendio impedendoci però di lavorare - ha detto Giovanni Barozzino - e al tempo stesso si rifiuta di acquistare un defibrillatore che consenta di salvare un lavoratore colpito da infarto». Demagogia? Solo cronaca, appena qualche settimana fa un operaio è morto a Melfi ucciso da un infarto. Forse il defibrillatore avrebbe potuto salvarlo e forse no, ma il defibrillatore non c'era perché la Fiat non vuole spendere i soldi per acquistarlo.Sulla stessa lunghezza d'onda si collocano alcuni dei punti su cui si fonda il nuovo «contratto» nella fabbrica di Pomigliano e che diventeranno regole per tutti i metalmeccanici con la cancellazione del contratto unitario e con le deroghe a quello separato non firmato dalla Fiom e non votato dai lavoratori. Un operaio vincolato alla linea di montaggio non potrà più spezzare le otto ore con 30 minuti di pausa mensa, ma sarà costretto a rinviare la pausa a fine turno, e potrà mangiare e non lavorare solo se non ci saranno richieste di straordinari da parte dell'azienda. Al tempo stesso, quell'operaio non potrà più godere di almeno 11 ore di riposo tra un turno e l'altro: se finirà il turno serale alle 22, dovrà iniziare quello del mattino alle 6. E ancora, se si ammalerà non riceverà lo stipendio per i primi tre giorni di assenza.Qual è la società, quali i rapporti che hanno in mente Marchionne e tutti i suoi fans, industriali, politici e sindacali? Lo spiegò, al tempo dell'accordo con Chrysler, lo stesso Ad della Fiat all'ex capo del sindacato americano Uaw, Ron Gettelfinger, dicendo che avrebbe dovuto accettare una «cultura della povertà» abbandonando la «cultura dei diritti acquisiti», partendo da pensioni e sanità. Gettelfinger sarà costretto ad abbassare la testa (prendere, o lasciare e perdere diritti e lavoro), non prima di aver risposto a Marchionne: «Perché non viene a sedersi con me e racconta a una vedova di 75 anni che non è operabile e che lei le ha ucciso il marito?».La cultura della povertà, dice Marchionne. Ma che modello sociale è, quello che prevede un salario dell'amministratore delegato Fiat di 4-500 volte superiore allo stipendio di un suo operaio? Se lo chiede insistentemente e giustamente Gad Lerner nei suoi articoli su Repubblica, precisando che Valletta guadagnava 20 volte più dei suoi dipendenti (aggiungiamo noi che Olivetti riteneva che il divario non potesse superare il livello di 5 a 1)? E qual è l'etica a cui risponde la decisione, presa quest'anno in piena crisi, di distribuire gli utili agli azionisti e cancellare il premio di produzione a chi ha già un salario falcidiato dalla cassa?C'è un modello vincente di società a cui lavorano sia Berlusconi e i suoi ministri che Marchionne e la Confindustria. È un modello che prevede leggi ad personam (ad aziendam) e leggi con la possibilità di deroghe per impedirne l'applicazione. O si cancellano le leggi «dannose», o se ne fanno di personalizzate, o si sterilizzano quelle esistenti. Ormai dimenticata la fraternità, via anche l'eguaglianza, del trinomio della rivoluzione francese resta solo la libertà: il Partito delle libertà.A sinistra del Pd: partito cercasi
A proposito dei condivisibili ragionamenti svolti questa estate da Alberto Asor Rosa su il manifesto e del dibattito che ne è seguito.Partiamo da una premessa: l'Italia è una repubblica parlamentare, non presidenziale. Lo ricordiamo sempre a Berlusconi, qualche volta fa bene ricordarlo a sé stessi. La differenza fondamentale è che nei sistemi presidenziali il capo del governo è eletto direttamente dai cittadini, in elezioni separate anche temporalmente da quelle del Parlamento. Egli dal Parlamento non deve avere la fiducia, anche se ha bisogno del consenso dell'Assemblea (come Obama sa) per far approvare le leggi che propone.Nelle democrazie parlamentari, invece, il capo del governo non è eletto direttamente, ma è scelto dopo il voto, sulla base dei risultati ottenuti nelle elezioni parlamentari delle diverse forze politiche. Anche nelle democrazie parlamentari i partiti indicano un candidato premier, se lo ritengono una coalizione, e un programma. Se in Parlamento un partito o una coalizione ha la maggioranza, si provvede come indicato preventivamente. Altrimenti, senza drammi, i partiti decidono quale governo formare. Può essere quello non indicato dagli elettori: è successo in Germania nella precedente legislatura e in Gran Bretagna in quella attuale. Il punto che voglio sottolineare è che nelle democrazie parlamentari la decisione definitiva sul governo la prendono i partiti in Parlamento.Perché tutto questo ragionamento? Per dire che le primarie non possono svolgere in un sistema parlamentare la stessa funzione che svolgono negli Stati Uniti. Tanto è vero che in Gran Bretagna non esistono, e l'unico paese europeo che vuole introdurle è la Francia, dove appunto si elegge il Presidente della Repubblica in via autonoma e separata rispetto al Parlamento.Per questa ma anche per altre ragioni le primarie non mi hanno mai persuaso, e l'ho detto e scritto dal primo momento, diversi anni or sono. Se si ritiene di farle lo stesso, deve essere ben chiaro che non si sceglie il candidato da proporre a un'elezione monocratica, ma si propone il leader di una coalizione. E' questa la ragione per la quale non ha senso contrapporre, come mi pare faccia il compagno Vendola, l'idea delle primarie a quella dell'alleanza democratica. Infatti, comunque, alle elezioni una coalizione dovrà pur presentarsi. O si propone il partito unico (e mi pare che nessuno lo stia facendo) oppure il candidato dovrà dire, fra le altre cose, da quali forze politiche ritiene debba essere composta l'alleanza che si presenterà alle elezioni. Insomma, i partiti non solo ci sono (anche se possono non piacere) ma ci saranno alle elezioni, che, ripeto, sono per il parlamento e non per il capo del governo. Spetta a chi si candida a governare l'onere di dire quale alleanza ha in mente. Insomma le primarie non sono un diritto irrevocabile del popolo ( capisco il linguaggio immaginifico, ma a volte bisogna essere concreti) ma uno strumento che, una volta scelto, non è un valore in sé, e impone l'onere di spiegare bene dove si vuole andare a parare.E qui veniamo alla sinistra. La Federazione della sinistra non è un cartello elettorale tra i due partiti comunisti. Essa si propone di unire la sinistra italiana e per questo nel documento che è alla base del prossimo congresso (chi è interessato può leggerlo nel sito www.federazionedellasinistra.com) chiede a tutti i cittadini e agli altri soggetti politici della sinistra, a partire da Sel, di concorrere a questo progetto, che richiede il più ampio concorso di forze. In questo momento le proposte politiche della Federazione della Sinistra sono due: alleanza democratica, unità a sinistra. Leggo molte polemiche sulla prima, nessuna considerazione sulla seconda. Eppure non mi pare secondario porsi il tema se serva una forza politica della sinistra che, a partire dal 6/7% dei consensi delle ultime elezioni, svolga in Italia un ruolo di progresso, di rappresentanza del mondo del lavoro, di critica al capitalismo neoliberista. Tanto più nel momento in cui sembrano avvicinarsi le elezioni anticipate, sarebbe utile che a sinistra invece di polemizzare si discutesse di come unire, nelle forme che si vedranno, le forze politiche e i cittadini di sinistra. Mi pare un problema serio, almeno quanto quello delle primarie.portavoce Federazione della Sinistra
mercoledì 8 settembre 2010
RESPINGERE L'ATTACCO DI FEDERMECCANICA
La disdetta della Federmeccanica: un atto in malafede che apre la stagione dello scontro socialeLa decisione della Federmeccanica di disdettare formalmente il contratto nazionale sottoscritto nel 2008 con tutti i sindacati è la dimostrazione della malafede e, nello stesso tempo, della volontà di scontro frontale degli industriali.
Disdettando il contratto ora, a molti mesi dalla sottoscrizione dell’accordo separato con Fim e Uilm che avrebbe dovuto rinnovare il contratto nazionale, la Federmeccanica dimostra che aveva ragione la Fiom quando sosteneva che il contratto del 2008 era ancora in vigore. Non si può disdettare una cosa che non esiste più. Nello steso tempo con questa scelta la Federmeccanica dà l’avvio all’attacco finale al contratto nazionale.Solo pochi illusi potevano pensare che con Pomigliano si affrontasse una situazione particolare. Come hanno mostrato queste settimane da Pomigliano è partito l’attacco al contratto nazionale, allo Statuto dei lavoratori, alla stessa Costituzione della Repubblica. (...)
Quella della Federmeccanica è una scelta eversiva senza precedenti a cui si dovrà rispondere sia sul piano legale, sia sul piano del più diffuso conflitto sociale. Anche se gli effetti formali di questa disdetta sono rinviati nel tempo, visto che il contratto resta comunque in vigore fino al 2012, quelli politici si dispiegano subito. Dimostrano che gli industriali italiani vogliono competere con i paesi a più basso costo del lavoro, senza investimenti, tagliando diritti e salario. Non solo la Fiom, ma tutta la Cgil, tutti gli spiriti liberi e le forze democratiche del paese, devono opporsi alla distruzione del contratto nazionale voluto da Marchionne, dal Governo, dalla Confindustria e dalla Federmeccanica. L’epoca delle parole è finita, adesso si deve passare ai fatti con il massimo del rigore e dell’intransigenza nella mobilitazione.
di Giorgio Cremaschi,
Presidente Comitato Centrale FIOM
"Federmeccanica ha violato la legge pronti alla denuncia"
di Paolo Griserisu la Repubblica del 08/09/2010
Intervista a Maurizio Landini
Al muro di Federmeccanica la Fiom risponderà «anche con la battaglia legale».Maurizio Landini, perché finire in tribunale?
«Lo stiamo valutando in queste ore. Ma certo recedere, come dice Federmeccanica, dal contratto 2008 solo a partire dal 2012 significa riconoscere che il contratto 2008, firmato da tutti i sindacati, è valido fino al dicembre del 2011, la sua scadenza naturale».
Dunque?
«Se Federmeccanica riconosce che il contratto del 2008 è ancora valido, non poteva firmare quello separato del 2009. Facendolo, potrebbe aver violato la legge».
Qual è il vostro giudizio sulla mossa di Federmeccanica?
«E' il primo passo, grave, verso la fine del contratto nazionale».Gli imprenditori pensano a un contratto per il solo settore auto.
Non vi convince?
«Il contratto auto a cui pensano è quello di estendere a tutti le regole dell'accordo di Pomigliano. Mi pare azzardato definire quello di Pomigliano un contratto».I
l suo collega della Fim, Giuseppe Farina, dice che la disdetta di Federmeccanica non è una notizia. Come risponde?
«Parlando in questo modo Farina offende innanzitutto i lavoratori metalmeccanici italiani. Chi ha dato a Fim e Uilm il mandato per modificare il contratto lo scorso anno? Segnalo che l'accordo del 2008 era stato confermato dal voto di tutti i metalmeccanici italiani».
Dice che Fim, Uilm e Fismic hanno la maggioranza degli iscritti e che dunque possono trattare a nome di tutti...
«Il fatto è che i contratti non valgono solo per gli iscritti ma per tutti i lavoratori. Se sono così sicuri di avere la maggioranza, perché l'anno scorso non hanno voluto sottoporre il loro accordo separato al referendum?».
Federmeccanica chiede nuove regole per rendere più competitive le aziende. Non siete d'accordo?
«La Fiom ha firmato migliaia di accordi nelle aziende concedendo turni di lavoro in più, non possono accusarci di essere rigidi. Non possono chiederci per di abolire il diritto di malattia e quello di sciopero. L'idea che la concorrenza si batte abolendo i contratti collettivi è sbagliata. Negli Usa l'assenza di un contratto nazionale ha consentito ai giapponesi di produrre in quel paese con le regole stabilite a Tokyo. Così la Chrysler è fallita».
Marchionne dice che i sindacati americani sono molto meglio di voi...
«Per Marchionne i sindacati della Chrysler sono il principale azionista: vorrei vedere che li trattasse male».
Che cosa cambia ora per i metalmeccanici italiani?
«Possono cambiare molte cose per le migliaia di aziende in cui la Fiom è l'unica sigla presente in fabbrica. Sarà difficile peri titolari di quelle imprese decidere che il sindacato non esiste più. Credo che molti imprenditori rischieranno di subire le conseguenze di una mossa dettata dalla Fiat».
I rapporti con Fim e Uilm sono a pezzi. Come ricostruirli?
«Con una legge sulla rappresentanza che stabilisca le regole del gioco. E che obblighi i sindacati a sottoporre contratti e accordi a referendum, come vuole la democrazia».
martedì 7 settembre 2010
Pronte politiche peggiori. Con o senza Berlusconi
Si sta lavorando in Italia per una destra senza Berlusconi. Non mi riferisco a Fini, e nemmeno a Rutelli. Segnalo alcuni fatti. Tremonti occupa le prime tre pagine di Repubblica per discettare di modello europeo, di patto sociale, di apertura all'opposizione. Il Sole 24 Ore pubblica in prima pagina una lunga intervista a Padoa Schioppa, che sostiene l'opinabile tesi che le politiche di Tremonti sono le stesse di Prodi, e il giorno dopo dedica due pagine a opinionisti e politici che con vari toni confermano in termini elogiativi questa tesi. La presidente di Confindustria a Cernobbio per la prima volta critica le politiche non abbastanza "riformiste" del governo.Di fronte all'evidente crisi politica dell'attuale maggioranza, si lavora per un nuovo governo di destra, possibilmente in questa legislatura, ancora meglio con il concorso della "opposizione responsabile": l'Udc e persino il Pd. Quale è il programma? Il modello Germania, il patto sociale… cerchiamo di capire di che si tratta. Nell'intervista di Tremonti, accanto alle consuete arguzie intellettuali, c'è un grande vuoto e un grande pieno. Il grande vuoto è l'occupazione. Dal dibattito il dramma della disoccupazione crescente scompare. Il problema è solo la produttività, la competitività, la necessità che i lavoratori se ne facciano carico. Il pieno è l'art. 41 della Costituzione. Ancora una volta, si propone di cambiare la norma costituzionale che prevede i limiti dell'utilità sociale e dei diritti della persona e dei lavoratori alla iniziativa economica privata. In altri termini, si vuole un cambiamento della Carta fondamentale che la trasformi in manifesto del liberismo.Si parla del modello Germania. Certamente le politiche del governo tedesco non sono quelle che farebbe chi vuole uscire a sinistra dalla crisi. E tuttavia sono molto diverse da quelle del governo italiano e da quelle propugnate da Tremonti e soci. In Germania i sindacati partecipano, attraverso i consigli di sorveglianza, alla vita aziendale. Bombassei, Presidente di Federmeccanica, dice che ciò sarebbe inconcepibile, perché "i sindacati non ci mettono i soldini". Il governo Merkel ha deciso di investire 10 miliardi di euro in formazione, ricerca e sviluppo: proprio laddove più pesanti sono i tagli del governo Berlusconi. I salari dei lavoratori tedeschi sono il doppio di quelli italiani. Per le crisi aziendali si interviene con la riduzione concordata dell'orario di lavoro, sussidiata dallo Stato, e senza licenziare nessuno.In Italia si propone la politica opposta: incentivare lo straordinario sino ai limiti delle condizioni lavorative descritte in "Tempi Moderni" di Charlie Chaplin, e per il resto precariato, licenziamenti, cassa integrazione a 700 euro al mese. A nessuno viene in mente in Germania di vietare gli scioperi e tanto meno di cambiare la Costituzione, che contiene clausole sociali molto simili a quella della Costituzione italiana. Insomma in Germania la destra politica ed economica non va all'assalto, come fa quella italiana, di quel che rimane dell'economia sociale di mercato.Detto questo, è anche chiaro cosa si intende per patto sociale: i sindacati (e magari anche la "opposizione responsabile") dovrebbero dirsi d'accordo con tutto questo; altrimenti peggio per loro, le industrie vadano in Serbia o in Cina (dove peraltro, come si è visto, gli scioperi non sono vietati).Il quadro che le oligarchie italiane stanno preparando è quindi quello di politiche ancora più regressive rispetto a quelle fin qui praticate dal governo. Le faccia Berlusconi, se vuole restare al potere; oppure ci penserà qualcun altro, magari lo stesso Tremonti.Sempre più chiaro è che occorre reagire, e predisporre un'alternativa a tutto questo. Per questo la Federazione della Sinistra dice: lavoriamo per dare all'Italia una forza politica della sinistra che delinei con chiarezza e operi per l'alternativa al sistema dominante; e al tempo steso collaboriamo alla costruzione all'alleanza democratica e costituzionale di cui hanno parlato Bersani e Franceschini. Infatti l'attacco alla Costituzione si delinea come un attacco alla possibilità stessa di una politica di alternativa. Oggi l'attacco è rivolto all'idea stessa di una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Difendere la Costituzione, difendere la democrazia, difendere i diritti dei lavoratori sono oggi la stessa cosa. Per questo la mobilitazione della Fiom è anche la nostra, è e deve essere quella di tutti coloro che vogliono un'Italia più giusta.portavoce Federazione della Sinistra
domenica 5 settembre 2010
Attenti al berlusconismo: moribondo quello "politico", resta sempre quello sociale
Da una cosa, Paolo Ferrero, mette in guardia anche per non ripetere gli errori del passato (leggi Unione 2006): pensare che la crisi del berlusconismo "politico" coincida con la crisi del progetto sociale della destra. «L'offensiva in atto contro i diritti dei lavoratori, di cui Marchionne è il capofila, è pienamente operante» avverte. E siccome nel Pd rimane ben radicata l'ideologia liberista, non ci sono le condizioni per governare insieme, mentre vi è l'occasione di sconfiggere Berlusconi nelle elezioni e costruire una sinistra d'alternativa attraverso «lotte e mobilitazioni nel Paese».Si dice che siamo in una condizione mai verificatasi prima: non c'è una maggioranza e non c'è un'opposizione. Sei d'accordo?
E' la crisi molto acuta del berlusconismo "politico" che determina questo fenomeno e che coinvolge il terreno istituzionale determinando la crisi del bipolarismo. Si tratta di una crisi non dentro ma del sistema politico, che sta trascinando la seconda Repubblica in una palude e sta causando l'esplosione delle destre nel momento in cui, grazie all'attuale legge elettorale, godono di una grande maggioranza parlamentare.
Questo per quanto riguarda la maggioranza. E l'opposizione?Se è sotto gli occhi di tutti la crisi del berlusconismo come dire "politico", il berlusconismo "sociale" (come quello ideologico), invece, non è per nulla in difficoltà. Anzi, marcia dritto sparato verso la demolizione dei diritti dei lavoratori, lo smontaggio del contratto nazionale, la distruzione del quadro costituzionale. Le classi dirigenti non hanno alcuna strategia per uscire dalla crisi economica, manca una qualsiasi politica industriale (non per caso il governo Berlusconi lascia per mesi il ministero dello sviluppo economico senza un titolare). L'unica idea è tagliare diritti e salari per farli diventare omogenei a quelli dei paesi emergenti, scaricando così tutta la concorrenza sui lavoratori. In questa situazione, l'ideologia liberista caratterizza buona parte del centrosinistra (basta vedere Veltroni su Pomigliano) ed è purtroppo diventata senso comune nel paese. Ci troviamo quindi di fronte ad una opposizione minoritaria incapace di prospettare una alternativa.
La vicenda Fiat, in questo senso, appare emblematica.Marchionne non fa l'imprenditore, fa il padrone. Senza idee, senza innovazione, è il volto sociale del berlusconismo. Mentre la Germania, dove gli stipendi sono il doppio dei nostri, produce cinque milioni di vetture, l'Italia appena seicentomila. Marchionne dice che ne vuole arrivare a produrre un milione e quattrocentomila: per venderle a chi se il suo unico progetto è quello di contrarre i salari? La sua non è altro che un'operazione di classe, che non porta ad un rilancio del sistema Italia: fanno pagare la crisi ai lavoratori per mantenere intatti i propri privilegi. E intanto tagliano sulla scuola e sulla cultura. Ma in questo modo sfondano il paese, con conseguenze che graveranno per gli anni a venire. Non interessa innovare, che so migliorare l'efficienza energetica puntando sul solare; no, quello che conta è fare affari con il nucleare o con il ponte sullo Stretto. Per non parlare dell'arraffa arraffa sulle privatizzazioni.
Stai dipingendo un quadro assai fosco. Come si può invertire la rotta?Intanto, si può capitalizzare la crisi del berlusconismo sul piano politico, sapendo, come ho detto, che non risolverà tutti i problemi. Bisogna lavorare per le dimissioni del governo Berlusconi, perché non è per nulla automatico che ci si arrivi. Per quanto ci riguarda, ciò significa organizzare l'opposizione nel paese con la parola d'ordine di cacciare Berlusconi, mettendo in risalto i suoi disastri sociali e il suo profilo sovversivo. Per questo proponiamo a tutte le forze di opposizione di sostenere e partecipare alla manifestazione Fiom del 16 ottobre: dovrebbe essere la mobilitazione di tutti, perché lì si tengono insieme questione democratica e questione sociale.
E in caso di dimissioni di Berlusconi?Noi siamo per elezioni subito. Per almeno due motivi. Il primo è che Dio solo sa che politica sociale ed economica farebbe un governo di transizione. Penso al governo Dini, nato dopo che Berlusconi cadde sulle pensioni nel 1994: la riforma Dini delle pensioni non è che si discostasse granché da quella della destra. Il rischio è che un simile governo faccia dei disastri tali da permettere a Berlusconi di recuperare consenso in un anno.
Il secondo motivo?E' legato alla legge elettorale. Ci sono troppe proposte in campo, compreso il doppio turno alla francese che peggiorerebbe la situazione. Quale riforma elettorale farebbe questo governo? No, un governo di transizione non è per nulla auspicabile.
Ma anche andare a votare con il porcellum...Votare subito con il porcellum e relativo premio di maggioranza dovrebbe avere, secondo noi, lo scopo di cacciare Berlusconi e di modificare la legge elettorale in senso proporzionale, oltre che, ovviamente, introdurre elementi di giustizia sociale. Nel momento in cui è matura la possibilità di sconfiggere il Cavaliere occorre cogliere questa occasione. Il nostro sì alla proposta del fronte democratico (che per altro la Federazione della sinistra avanza da circa un anno) contiene la proposta di cambiare la legge elettorale in senso proporzionale, sulla scia del modello tedesco. Questo accordo per sconfiggere Berlusconi e cambiare la legge elettorale non è un programma di governo: come ho detto, non ce ne sono assolutamente le condizioni. Insomma, dei due cerchi di Bersani (fronte democratico e nuovo Ulivo), noi siamo interessati a quello "più largo", al fronte democratico, non certo ad un Ulivo che ha grandi superfici di contatto con i poteri forti del paese. Il fronte democratico può essere il punto di incontro tra due progetti politici radicalmente distinti: l'Ulivo e la sinistra di alternativa.
In mezzo c'è il Pd: quale linea prevarrà, secondo te?Veltroni ripropone la logica del bipolarismo secco, che espunge ogni elemento di classe e di sinistra (e che regala a Berlusconi l'Italia per i prossimi 150 anni). Bersani ha invece un'idea pluralista della politica efficace per battere Berlusconi. La sua proposta è utile per uscire dal bipolarismo: un nuovo assetto istituzionale, basato su un sistema elettorale proporzionale, ridarebbe autonomia alla sinistra, non più costretta ogni volta a scegliere alleanze coatte (il successo della Linke dipende anche da questo). Ed è utile anche perché tutte le posizioni di sinistra oggi ambigue sarebbero obbligate a decidere con chi stare: con l'Ulivo o con la Sinistra? Insomma, è una proposta di dialogo, è un passo avanti. Prima la discussione era tutta su come accentuare il bipolarismo, ora si discute di proporzionale. Si è aperta una partita, in un terreno di gioco a noi più favorevole: giochiamola.
Più facile a dirsi che a farsi per una Federazione della Sinistra che non ha voti da far pesare...Noi siamo utili e vogliamo fare la nostra parte per sconfiggere Berlusconi. Dopo di che, Bersani propone un nuovo Ulivo, noi la costruzione e l'unità della sinistra d'alternativa. In primo luogo attraverso lotte e mobilitazioni nel paese a partire dalla mobilitazione del 16 di ottobre. In secondo luogo avanzando un progetto alternativo di società che parta dalla messa in discussione della globalizzazione neoliberista: ripresa dell'intervento pubblico in economia; allargamento dei beni pubblici; tassazione delle rendite; riconversione ambientale del modello produttivo. Il terreno di costruzione di questa alternativa è l'Europa e su questo lavoriamo con la Sinistra Europea. Rilanciare la sinistra e la rifondazione comunista vuol anche dire operare per capovolgere il senso comune ormai imperante, retaggio della Milano da bere: quello secondo cui se sei povero è colpa tua e i ricchi hanno sempre ragione; e secondo cui per uscire dalla condizione di proletario o devi vincere al totocalcio oppure fare la velina. Dobbiamo riuscire a ridare alle persone un senso di sé, una soggettività, una dignità che si sono smarriti nell'epoca della videocrazy, nella quale conta chi vince e "guai a chi perde". Per costruire una sinistra e battere, con Berlusconi, il presidenzialismo populista e a-democratico, occorre ricostruire un protagonismo sociale in cui gli sfruttati non attendano passivamente il santo di turno a cui chiedere il miracolo ma piuttosto ridiventino protagonisti della costruzione del loro futuro.
Romina Velchi, Liberazione
L'INIZIO DELLA FINE
È una manovra da mago Houdini e non da Sun Tzu, evidentemente nel cilindro non ha altro. Silvio Berlusconi adesso promette di nominare la settimana prossima il nuovo ministro per lo Sviluppo economico, dopo quattro mesi di inutile interim. Ma è una manovra disperata. E' come se Berlusconi difendesse il suo fortino in pianura e tutti gli sparassero dalle colline intorno. Dal Quirinale il presidente Napolitano, da Seul il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, da Cernobbio l'amministratore delegato di IntesaSanpolo Corrado Passera e il numero due di Confindustria Alberto Bombassei, dal Pdl il «fuoco amico» del senatore Giuseppe Pisanu. Le munizioni cambiano ogni giorno, tanto non mancano: l'assenza di una politica industriale, la vacanza lunga al ministero al posto del defenestrato Cladio Scajola, oggi il «modello tedesco» riproposto da Draghi. Che non è il solito modello renano, ma il modello di crescita della Germania che lascia indietro l'Italia quattro a zero per produttività. Nessuna scoperta, solo che la Germania di Angela Merkel dentro un cannone fa piuttosto rumore. E anche perché è facile sparare sul capo del governo, con la crisi che c'è e con il ministro alla Sviluppo economico che non c'è. Ma appare ancora più facile se Giulio Tremonti, l'ufficiale addetto ai rinforzi, continua a non far nulla. O a obbedir tacendo, benché sul suo nome insistano da destra e da sinistra voci di alto tradimento.E' un fatto la saldatura avvenuta fra il Quirinale e una vasta area centrista e moderata su ciò che tutti chiamano il problema del paese reale, cioè l'economia, mentre Berlusconi insiste sul processo breve, cioè sui suoi problemi personali di immunità. Il ministero senza titolare che si sarebbe dovuto occupare di politica industriale è ora diventato un portone lasciato aperto nel fortino del governo. Il nome del «nominando» a questo punto è quasi ininfluente, considerando che dopo il no pubblico di Emma Marcegaglia in corsa ci potrebbe essere ancora Paolo Romani, un fedelissimo da cui tutto si può ottenere, tranne che sia in grado di fare della politica industriale. E se il il Colle ha già storto il naso al suo nome, sulla prossimo round ieri dentro al Pdl c'era qualcuno pronto a buttarla nuovamente in rissa istituzionale con Napolitano.Draghi, parlando a Seul, ha sottolineato il concetto di competitività perduta dell'Italia rispetto alla Germania, un modo per far cucù a Tremonti (oltre che a Berlusconi). Il governatore e il ministro fanno scintille da almeno due anni, e il coperchio messo una volta dal presidente del consiglio a una sparata di Tremonti («un momento di dialettica») fa ben sperare per l'intervento che il ministro farà domenica a Cernobbio. Dove, per altro, i partecipanti sembrano avere poche idee chiare sulle prospettive dell'economia, preferendo abbracciare al volo la ciambella del modello tedesco fatto di ricerca e innovazione e di Pil in salita, per ricordare al governo che così non va. Per gli industriali e per le banche, innanzitutto, poi per il resto del paese.Un passo più in là lo ha fatto Passera, pure salvatore dell'Alitalia berlusconiana in funzione anti-francese, che da Ferragosto non smette di picchiar duro sul governo. Esaltando il modello tedesco di Draghi, il banchiere ha insistito su quel che in Italia a suo parere non c'è: «Il paese cresce quando funzionano le imprese, quando funzionano il sistema-paese, la giustizia, l'istruzione, quando c'è coesione sociale, dinamismo». E con Draghi si è schierata quasi tutta la platea di Cernobbio, con in cima Bombassei e il presidente della Telecom Galateri.Aspettando Tremonti, la risposta di Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, è stata piuttosto fiacca: ««La Germania è certamente un modello di riferimento, ma l'Italia non si è discostata da essa in alcune politiche riguardanti la ricerca del massimo possibile di coesione sociale». Peggio di lui poteva dire solo il ministro del welfare Maurizio Sacconi, che fa il verso alla nota di Palazzo Chigi con cui nel pomeriggio - dopo l'annuncio della nomina a breve del ministro per lo Sviluppo economico - si rivendicavano le cose fatte in economia, nonostante l'interim: «L'Italia ha fatto molto contro la crisi - sillaba Sacconi - ed è stato il paese più prossimo alla Germania dal punto di vista della disciplina di bilancio».«Temo che con Tremonti si navighi a vista», replica dalla stessa area governativa Pisanu. Che nel fortino è però un altro già sospettato di collusione con il nemico.Scuola, i precari indicono una manifestazione nazionale
Stop al digiuno a Roma e a Palermo mentre a Milano si decide oggi. La solidarietà della Cgil, dei Verdi e del Prc.Dalla Sicilia a Roma, da Milano a Napoli passando per Pordenone e Benevento. Tutto il Paese è scosso dalla veemente protesta dei precari della scuola - circa 200.000 - che la ministra Maria Stella Gelmini vorrebbe espellere dalle aule scolastiche come se niente fosse, ignorando il destino delle singole persone, il sicuro decadimento qualitativo della scuola pubblica e l'inevitabile ricaduta sugli studenti e sulle loro famiglie. Ieri Caterina Altamore e Giacomo Russo, i due insegnanti in sciopero della fame davanti Montecitorio, hanno smesso il digiuno, rilanciando la lotta nel corso di una conferenza stampa con la proposta di una grande iniziativa nazionale la cui data verrà presto comunicata. Per Federica D'Alessandro, del coordinamento precari romani, «tutte le affermazioni della Gelmini sono contestabili per l'assoluta mancanza di competenza che la caratterizza, a partire dal fatto che secondo lei 200.000 precari non sono assorbibili dalla scuola e che sostanzialmente non costituiscono un problema. Noi invece siamo un problema e proprio per questo abbiamo annunciato un appuntamento nazionale che prevede il coinvolgimento di tutti i movimenti e i sindacati». Questo scenario conflittuale si va configurando proprio alla vigilia dell'apertura dell'anno scolastico: «Noi ci auspichiamo un inizio caldo - dice Federica - per una maggiore presa di coscienza di chi nella scuola ci lavora e dunque non solo i docenti, sia precari che di ruolo, ma anche gli studenti e i genitori stessi che subiscono, sia pure indirettamente, le conseguenze della riforma e dei tagli che ci sono stati». Come dicevamo la mobilitazione si è estesa lungo tutto lo Stivale e se a Roma il digiuno dei due insegnanti è finito non si può dire lo stesso di Milano, dove in quattro sono in sciopero della fame da tre giorni davanti l'Ufficio scolastico regionale e decideranno oggi se continuare o meno, anche se la tendenza va verso la direzione dell'interruzione del digiuno, in consonanza con quanto successo a Roma e a Palermo. Per gli insegnanti precari del Movimento Scuola Precaria e del Presidio permanente precari di Milano «ancora una volta la ministra dimostra di ignorare la realtà della scuola pubblica italiana». I precari milanesi hanno ricordato che «10 mila assunzioni di quest'anno sono immissioni in ruolo di chi lavora da decenni nella scuola» e, soprattutto, che «a fronte di quasi 30 mila pensionamenti i posti di lavoro tagliati sono stati 43 mila». Senza dimenticare che in rapporto al Pil le spese per l'istruzione in Italia sono le più basse in Europa. Come dicevamo stop all'astensione dal cibo anche nel capoluogo siciliano dove i due protagonisti di questa scelta estrema si sono visti rifiutare dalla Gelmini un incontro con la scusa che non sarebbe il momento. Hanno invece dormito in tenda davanti la sede della direzione scolastica regionale della Campania a Napoli una quarantina tra docenti e personale amministrativo. La loro denuncia riguarda soprattutto il personale di sostegno che rischia di essere ridotto di circa 1200 unità. Sul fronte politico e sindacale le reazioni sono varie. La Flc Cgil denuncia lo stato dei precari e invita la ministra al dialogo: «Siamo di fronte al licenziamento di migliaia di precari, a 10.000 insegnanti dichiarati in soprannumero, a scuole elementari che non possono più garantire i tempi scuola richiesti dalle famiglie, a classi più affollate e più insicure, all'impossibilità di assicurare risposte adeguate d'integrazione per gli alunni disabili, a tagli di ore e di materie nelle secondarie superiori e al blocco dei salari per quattro anni per tutto i pubblici dipendenti. Ci sono scuole - stigmatizza il massimo sindacato italiano - nelle quali mancano perfino i collaboratori scolastici per aprirle e chiuderle». Verdi e Rifondazione comunista hanno espresso la solidarietà ai precari. Per Angelo Bonelli, portavoce nazionale della forza ambientalista «la scure del ministro Gelmini sui precari della scuola è un vero e proprio atto di violenza. Il ministro sa perfettamente che senza i precari il mondo della scuola pubblica avrebbe subito il collasso e la paralisi». Vito Meloni, responsabile nazionale scuola del Prc pone il problema su due piani: «Da un lato c'è un evidente disprezzo del destino di decine e decine di migliaia di persone che non sono lì a pietire un posto ma al contrario spesso lavorano nella scuola da decenni. Sono stati spremuti come limoni e ora rischiano di essere buttati via. In più - sostiene l'ex insegnante - questa operazione viene fatta per ridisegnare una scuola che non ha nulla a che vedere con quella che abbiamo sempre pensato debba essere una scuola di qualità che risponda al mandato costituzionale, accogliente e in cui bambini e bambine, ragazzi e ragazze possano trovare un modo per imparare a costruire il proprio futuro». Ma, come si sa, a questo governo e ai suoi ministri il futuro dell'Italia interessa poco, e le loro priorità, impronunciabili, sono ben altre.
Togliamo 30 miliardi ai vip
Li abbiamo visti sfilare a Cortina, a Rimini al meeting di Comunione e liberazione, e da ieri sono riuniti sul lago di Como, nel tradizionale forum di Cernobbio. Banchieri, industriali e politici - i responsabili della crisi attuale - chiederanno a tutti noi di accettare disoccupazione, tagli ai servizi e minori diritti mentre, tra loro, si scambieranno favori, commesse e affari. Con un'economia che - se va bene - ci metterà sette anni a tornare al Prodotto interno lordo di due anni fa, è incredibile ascoltare il coro di ossequi ai potenti che continua a venire da giornali e tv. Eppure il Marchionne «taglia-diritti» come il Tremonti «tagliatutto» non fanno che ripetere il ritornello che ha causato la crisi attuale: lasciar fare alle imprese e alla finanza. I risultati sono stati pesanti: più di un milione di persone ha perso il posto di lavoro dall'inizio della crisi, 150 mila precari stanno perdendo il lavoro nella pubblica amministrazione e nella scuola, si riducono i risparmi, aumenta la povertà. La politica del governo ha speso molte parole - in due anni sono stati emanati 10 provvedimenti «anti-crisi» con misure di facciata, quasi sempre con decreti-legge e ricorso alla fiducia - ma pochissimi soldi. La manovra di giugno ha aggravato la crisi, con i tagli a enti locali, istruzione, welfare e ambiente. Le Regioni valutano che in due anni i tagli colpiranno per 3,5 miliardi di euro il trasporto pubblico locale, per 1,2 miliardi di euro gli incentivi alle imprese, per 1 miliardo di euro l'edilizia residenziale pubblica, per 460 milioni di euro l'ambiente, a cui si affiancano le forti riduzioni alla spesa sanitaria. Il «federalismo» incombente, poi, minaccia di creare altri disastri nella spesa pubblica centrale e locale. I soldi pubblici il governo li ha destinati a costosissimi «giocattoli inutili» per le sue lobby più potenti - le centrali nucleari, il ponte sullo Stretto di Messina, le grandi opere, i cacciabombardieri F35, la portaerei Cavour -, sprechi inaccettabili che non servono al paese.Una politica di questo tipo ha perso ogni legittimità. La gestione delle imprese e della finanza - senza investimenti nell'economia reale, senza ricerca e innovazione, senza creazione di posti di lavoro - ha fatto dell'Italia il fanalino di coda dell'Ocse in termini di crescita e ha tolto ogni credibilità all'élite che si ritrova ora a Cernobbio.Altre sono le strade che possono assicurare un futuro al paese. Per l'ottava volta, a partire da oggi, la campagna Sbilanciamoci, con le 50 organizzazioni aderenti, ne discute alla «contro-Cernobbio», il Forum «L'impresa di un'economia diversa», con appuntamenti a Cernobbio e Como (programma e documento su www.sbilanciamoci.org). Ci saranno rappresentanti delle associazioni, sindacalisti, esperti, economisti che, ancora una volta, hanno pensato alle alternative.Per la manovra d'autunno, ci sono cinque proposte per raccogliere 30 miliardi di euro per vere politiche anticrisi: la tassazione di patrimoni e rendite, la riduzione delle spese militari, la cancellazione delle «grandi opere», la messa all'asta delle frequenze liberate dal digitale terrestre, l'uso del software open source. Altre cinque proposte indicano come spenderli: più protezione sociale (sostegno ai redditi e servizi sociali), eco-investimenti per energie pulite e mobilità sostenibile, scuola, università e ricerca, un piano di «piccole opere» di cui l'Italia ha bisogno, promozione dell'altraeconomia che punta a benessere e sostenibilità.Le proposte di maggior respiro - raccolte nel volume appena pubblicato Dopo la crisi. Proposte per un'economia sostenibile (Edizioni dell'Asino, scaricabile gratis da www.sbilanciamoci.info) - chiedono di ridimensionare la finanza, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze e portare l'economia sulla traiettoria di una crescita sostenibile. Gli autori - insieme a Sbilanciamoci e all'Istituto sindacale europeo - sono 30 economisti italiani europei e americani. È questa l'agenda per l'autunno che viene dalla società civile e che può aiutarci ad affrontare una crisi che minaccia di peggiorare ancora.sabato 4 settembre 2010
Un ministero per Napolitano
Domani fanno 4 mesi dalle dimissioni di Claudio Scajola - travolto dello scandalo Anemone - da ministro dello sviluppo economico. Da quel 4 maggio il dicastero è passato a interim sotto la guida di Berlusconi. Oddio: «guida» è una parola eccessiva, visto che il presidente del consiglio non fa nulla, anche se da fare ce ne sarebbe tanto, visto che di sviluppo non c'è ombra. E neppure di crescita: perfino l'idolatrato Pil va a rilento (la metà della media europea) e l'Italia - se va bene - tornerà ai livelli pre crisi (e pre Berlusconi) fra 3 o 4 anni. Lo specchio della mancanza di sviluppo è l'incremento della disoccupazione e la discesa dell'occupazione che colpisce soprattutto donne e giovani. Ma Berlusconi è molto impegnato diviso com'è nel cercare di rilanciare il Milan prima di cederlo; discutere con i suoi avvocati e ministri i termini economici del divorzio e i condoni per non essere processato; come far fuori definitivamente Fini, utilizzando «l'olio di ricino e manganelli» della Brambilla.«Serve un ministro? Va bene, allora passo la voce», ha risposto ieri a Mestre, con una battuta, Giorgio Napolitano alla domanda di un giornalista che chiedeva al presidente della repubblica come sia possibile rilanciare lo sviluppo economico (punto centrale dell'intervento ufficiale) senza un vero ministro. In realtà i candidati alla carica non mancano. Berlusconi ne ha uno in mente: un suo ex dipendente che sicuramente non farà torti al cavaliere «favorendo» la concorrenza con la banda larga. Fedele al capo che condottiero di una sua banda. E la concorrenza non gli piace. Ma la mancata nomina di un nuovo ministro è anche una conseguenza della crisi politica del governo; delle pressioni della Lega che, sapendosi essenziale per gli equilibri del Popolo delle libertà, vorrebbe aggiungere una ulteriore pedina alla ragnatela di potere che si sta creando come una talpa. Nasce di qui la richiesta di maggior peso nelle banche; la rivendicazione del vice sindaco (ora) e poi del sindaco di Milano. Risultato: tutto è ingessato in attesa che Berlusconi capisca da che parte soffia il vento. Ovvero, se la rottura con Fini sarà definitiva e se si andrà alle elezioni anticipate che il cavaliere (nonostante la pochezza della sinistra) non è assolutamente sicuro di vincere. Senza contare che Napolitano potrebbe fargli lo «sgambetto» rinviando al parlamento (attuale) la ricerca di una nuova maggioranza.Ieri Eurostat, l'Ufficio statistico della Ue, ha confermato per l'ennesima volta che l'Italia non sta messa meglio degli altri paesi, come Berlusconi, e non solo lui, sostiene. Insomma, Napolitano ha ragione: serve una politica industriale per rilanciare lo sviluppo. Anche se non può essere un ministro da solo a farla. Come dimostrano le storie di capitani d'industria imbarcati nei precedenti governi. La verità è che il «governo del fare» non fa e non sa cosa fare. Salvo una cosa: ripristinare gli incentivi per la rottamazione delle auto perché la famiglia e Marchionne è meglio averli non belligeranti che alleati di Montezemolo, Marcegaglia, Casini e Fini.
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