mercoledì 29 gennaio 2014

Gustavo Zagrebelsky aderisce alla “lista Tsipras” della società civile (Micromega)

Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte costituzionale, presidente onorario dell'associazione Libertà e Giustizia ed editorialista di “La Repubblica” ha aderito alla proposta lanciata da Andrea Camilleri, Paolo Flores d'Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli e Guido Viale con questa dichiarazione.

di Gustavo Zagrebelsky

L’Europa ha smarrito gli ideali originali, tradendo la volontà degli stessi Padri costituenti. Prima che muoia del tutto, è necessaria una “scossa”. Per questo aderisco all’appello per la costruzione di una lista autonoma e della società civile che sostenga Alexis Tsipras alla Presidenza della Commissione di Bruxelles.

Dietro tale candidatura non si cela il rifiuto dell’Europa o il dilagante e pericoloso euroscetticismo invocato da forze nazionaliste e xenofobe, ma il ritorno ai veri valori dell’Europa, quella dei cittadini, dei diritti, dell’ambiente. Un’idea di comunità di popoli legati ad una cultura e solidarietà, con un ruolo centrale nella politica mondiale. In contrapposizione all’Europa attuale: della finanza, della Troika, che impoverisce e strangola i Paesi in nome dell’austerity e del rigore. Siamo alla smentita più clamorosa dei principi marxisti secondo i quali da un sistema economico si genererebbe sempre una sovrastruttura politica.

Viviamo invece in un’Europa in cui il sistema finanziario è fuori da qualunque controllo politico, si autogoverna. Senza alcun freno o limite. Così, la cittadinanza europea si sta sgretolando diktat dopo diktat e, di questo passo, l’illusione e il risentimento nei confronti delle istituzioni europee è destinato ad aumentare. Inoltre, da costituzionalista, aggiungo la seguente considerazione: l’Italia ha aderito all’Unione Europea in base all’articolo 11 della nostra Carta, il quale – nella seconda parte – consente la cessione di “pezzi” della propria sovranità in favore di istituzioni sovranazionali che si pongono lo scopo di creare un’integrazione sempre più stretta tra i popoli.

Ma la cessione di sovranità è subordinata a due principi: la pace e la giustizia. In questa nostra Europa, così costruita, pare palese che tali valori stiano venendo meno. Quando parlo di “guerra” mi riferisco ovviamente non ad operazioni militari (per fortuna scongiurate nel Continente) bensì allo strapotere della finanza che per propri interessi ed equilibri sta assoggettando intere nazioni.

Nelle istituzioni europee va reintrodotta linfa culturale, l’amore per un’altra idea di Europa e quell’energia politica del progetto originario d’unità nato a Ventotene dopo la II Guerra Mondiale. Dobbiamo ritornare a poter dire con orgoglio di essere “cittadini europei”. Per questo sostengo la lista Tsipras. Prima che sia troppo tardi.

Il sopruso della minoranza



Proporzionale e democrazia. Chiamiamola “Perfectum”, è la legge della Corte Costituzionale. Dalla legge Acerbo alla legge Truffa: la storia repubblicana, i tentativi falliti (oggi riusciti) del furto democratico

Palazzo_della_Consulta_Roma_2006Nell’esperienza ita­liana, il pro­por­zio­nale è la demo­cra­zia. Lo è sem­pre stato, del resto. Quando esi­ste­vano dav­vero dei demo­cra­tici, le loro riven­di­ca­zioni fon­da­men­tali erano: suf­fra­gio uni­ver­sale e sistema pro­por­zio­nale. Non era un metodo elet­to­rale come un altro, ma una civiltà. Signi­fi­cava opporsi al sistema dei nota­bili, dei mag­gio­renti che si riu­ni­vano al Cir­colo dei Nobili, nella Log­gia mas­so­nica o nell’ufficio del Pre­fetto, e desi­gna­vano il can­di­dato per il col­le­gio, che avrebbe otte­nuto il con­senso dei pos­si­denti e il soste­gno delle auto­rità. Una mino­ranza che si tra­sfor­mava in mag­gio­ranza esclu­dendo le classi popo­lari o ridu­cendo ai minimi ter­mini la loro rappresentanza.
Era la riven­di­ca­zione natu­rale dei par­titi popo­lari con una visione nazio­nale (o anche inter­na­zio­nale) che andasse oltre la ristretta dimen­sione loca­li­stica, con­tro la pic­cola poli­tica ridotta a pura gestione di clien­tele e favori nel pro­prio col­le­gio.
Nell’unica occa­sione in cui nel Regno d’Italia si votò con il pro­por­zio­nale, impo­sto nel 1919 dalla situa­zione post­bel­lica, dall’ingresso for­zato delle masse nella vita dello Stato e voluto anche dall’unico pre­si­dente del con­si­glio che si fosse auto­de­fi­nito “demo­cra­tico”, Fran­ce­sco Save­rio Nitti, il mondo rive­lato da quelle ele­zioni sov­ver­tiva tutte le raf­fi­gu­ra­zioni uffi­ciali e usuali. Era un’Italia in cui socia­li­sti e cat­to­lici erano la mag­gio­ranza del paese, e i libe­rali una minoranza.
Con­tro quel mondo venne mossa una guerra dura e spie­tata, san­gui­nosa, e la con­qui­sta del pro­por­zio­nale venne pre­sto schiac­ciata. Ma va ricor­dato che nelle ele­zioni del 1924 con la fasci­stis­sima legge Acerbo entra­rono comun­que in par­la­mento il Psu con 5,90% e 24 depu­tati, il Psi, 5,03%, 22 depu­tati e il PCd’I, col 3,74% e 19 depu­tati. Ai rea­zio­nari seri impor­tava pren­dere a tutti i costi il pre­mio di mag­gio­ranza (con le buone e soprat­tutto con le cat­tive) ma non c’erano le soglie di sbar­ra­mento all’8% o al 12% del bipo­la­ri­smo strac­cione del nostro tempo.
Dal 1945, con la con­qui­sta della demo­cra­zia e del suf­fra­gio real­mente uni­ver­sale (maschile e fem­mi­nile) il pro­por­zio­nale divenne il natu­rale metodo di for­ma­zione del par­la­mento. Non si trova indi­cato nella Costi­tu­zione per­ché impli­cito nella Costi­tu­zione stessa e nei suoi prin­cipi ispiratori.
L’unico ten­ta­tivo di stra­vol­gere la demo­cra­zia par­la­men­tare fu l’approvazione nel 1952 della “legge truffa”, defi­nita tale per tre motivi: 1) non voleva assi­cu­rare gover­na­bi­lità, ma spa­dro­neg­gia­mento, per­ché andava a chi aveva già rag­giunto la mag­gio­ranza asso­luta; 2) era pos­si­bile da con­se­guire solo per il blocco di cen­tro, per­ché le oppo­si­zioni social­co­mu­ni­ste e fasci­ste non avreb­bero mai potuto coa­liz­zarsi; 3) e soprat­tutto dava un pre­mio spro­po­si­tato che con­sen­tiva alla mag­gio­ranza di cam­biare la costi­tu­zione a suo pia­ci­mento. Fal­lito di misura quel ten­ta­tivo, sulla civiltà del pro­por­zio­nale si è retta la Repub­blica ita­liana nell’epoca delle sue mag­giori con­qui­ste sociali, civili, culturali.
Pre­pa­rata da una lun­ghis­sima cam­pa­gna rivolta all’opinione pub­blica e da una vera e pro­pria demo­niz­za­zione della demo­cra­zia par­la­men­tare, nel 1993 la forma della Repub­blica è stata cam­biata sur­ret­ti­zia­mente attra­verso un refe­ren­dum dema­go­gico che minava alla base la strut­tura della nostra demo­cra­zia. Da allora i voti dei cit­ta­dini non val­gono tutti allo stesso modo. Il mag­gio­ri­ta­rio ha scar­di­nato il prin­ci­pio della rivo­lu­zione fran­cese “una testa, un voto”.
Il popolo è stato con­vinto di eleg­gere diret­ta­mente un governo e un pre­mier, nella “Costi­tu­zione reale” che si è sovrap­po­sta alla Costi­tu­zione scritta. E’ una con­vin­zione pro­fon­da­mente radi­cata, dopo vent’anni di mag­gio­ri­ta­rio, di ideo­lo­gia o addi­rit­tura di “reli­gione” ad esso espi­rate. Un popolo di sud­diti pensa che la demo­cra­zia con­si­sta nell’investire di un potere quasi asso­luto un cau­dillo.
Tutti hanno potuto con­sta­tare il crollo ver­ti­cale di cre­di­bi­lità e di rap­pre­sen­tanza che la poli­tica ha vis­suto negli ultimi vent’anni. Eppure per­si­stono leg­gende radi­ca­tis­sime che demo­niz­zano la “prima Repub­blica”. C’erano troppi par­titi, si dice. Erano media­mente sette: nulla a che fare con gli oltre qua­ranta rag­grup­pa­menti cen­siti all’epoca dei governi di Sil­vio Ber­lu­sconi. C’erano pic­coli par­titi, si dice. C’era qual­che pic­colo par­tito, digni­toso e pieno di sto­ria, come il par­tito repub­bli­cano di La Malfa: nulla a che fare con gli “amici di Mastella”, i “respon­sa­bili” di Sci­li­poti e via dicendo. Cam­bia­vano troppi governi, si dice, vero, ma si dimen­tica la sostan­ziale con­ti­nuità di un sistema poli­tico che ha avuto pochis­sime svolte nell’arco della sua esi­stenza. Se si fosse voluto vera­mente ovviare a que­sto pro­blema si poteva inse­rire in Costi­tu­zione il prin­ci­pio della sfi­du­cia costrut­tiva, che garan­ti­sce la sta­bi­lità della più solida demo­cra­zia euro­pea, quella tede­sca, che era – con molte dif­fe­renze — anche la più vicina al nostro ordinamento.
E a pro­po­sito di sistema tede­sco, va ricor­dato come, nel suo totale anal­fa­be­ti­smo isti­tu­zio­nale, Mat­teo Renzi abbia dichia­rato più volte che è incon­ce­pi­bile che la Mer­kel pur avendo vinto le ele­zioni sia stata costretta a fare “inciuci” con le oppo­si­zioni. Ma si chiama demo­cra­zia par­la­men­tare, non è la “Ruota della For­tuna”, per gover­nare devi avere una mag­gio­ranza in par­la­mento, e anche prima delle ultime ele­zioni la Mer­kel non aveva la mag­gio­ranza asso­luta ma gover­nava assieme ai libe­rali, ora scom­parsi dal par­la­mento. E non è vero che “in tutto il mondo” la mino­ranza che prende un voto in più delle altre si prende tutto il cucuz­zaro, come ritiene il poli­tico di Rignano sull’Arno: que­sta assur­dità esi­steva solo nel nostro sistema elet­to­rale che la Corte ha dichia­rato inco­sti­tu­zio­nale.
Oggi dalla fossa bio­lo­gica del mag­gio­ri­ta­rio si levano voci pre­oc­cu­pate di opi­nio­ni­sti che ammo­ni­scono a non tor­nare nella “palude del pro­por­zio­nale”. L’ideologia del mag­gio­ri­ta­rio, con l’invocazione di mag­giore gover­na­bi­lità a sca­pito della rap­pre­sen­tanza, ricorda ormai un alco­liz­zato all’ultimo sta­dio che invoca sem­pre più alcool di pes­sima qua­lità invece di pro­vare a disin­tos­si­carsi.
Si usa dire, anche a sini­stra, che il pro­por­zio­nale ren­de­rebbe obbli­ga­to­rie le lar­ghe intese. Non è affatto vero: per­ché un sistema elet­to­rale com­porta scelte diverse da parte degli elet­tori, come si vide nell’Italia del 1919 (e come, in nega­tivo, abbiamo visto nell’Italia del 1994), e un voto libero da assilli e ricatti di voto “utile” o coar­tato può final­mente rispec­chiare il paese reale e dar­gli rap­pre­sen­tanza.
Certo que­sto sistema richie­de­rebbe comun­que intese come è nella nor­ma­lità della demo­cra­zia par­la­men­tare, e richie­de­rebbe capa­cità di far poli­tica, di tro­vare media­zioni, di dare rap­pre­sen­tanza alla com­ples­sità della società.
Temo che qui si apri­rebbe una bat­ta­glia molto dif­fi­cile, soprat­tutto a sini­stra, dove la droga mag­gio­ri­ta­ria ha fatto per­dere com­ple­ta­mente la cogni­zione della realtà e dei rap­porti di forza. Non riguarda solo il Pd, nato con una “voca­zione mag­gio­ri­ta­ria” (che in genere è ser­vita a creare mag­gio­ranze altrui), ma anche i cespu­glietti subal­terni che non sareb­bero in grado di supe­rare il quo­rum ma con­du­cono vita paras­si­ta­ria in sim­biosi con l’organismo del par­tito maggiore.
Basare tutte le obie­zioni alla legge elet­to­rale sul tema delle pre­fe­renze (una par­ti­co­la­rità ita­liana che non esi­ste in quasi nes­sun paese euro­peo) rivela una debole ipo­cri­sia, lad­dove sono in gioco temi molto più seri e gravi: rap­pre­sen­tanza della società, plu­ra­li­smo poli­tico, la stessa soprav­vi­venza di una demo­cra­zia par­la­men­tare e costi­tu­zio­nale. Ma qui viene a galla l’equivoco che ha accom­pa­gnato tutte le mobi­li­ta­zioni dell’autoproclamata “società civile” con­tro il Por­cel­lum, che non si sono mosse con­tro lo stra­vol­gi­mento della rap­pre­sen­tanza e il mag­gio­ri­ta­rio in sé, ma in nome del ritorno al col­le­gio uni­no­mi­nale dei nota­bili e degli accordi pre­ven­tivi tra pic­coli e grandi par­titi. Ed è incre­di­bile che oggi in Ita­lia la bat­ta­glia di civiltà del pro­por­zio­nale sia affi­data al solo Beppe Grillo.
Biso­gna che qual­cuno cominci a dire che non accet­terà la legit­ti­mità di governi di mino­ranza, che i premi di mag­gio­ranza sono un furto di rap­pre­sen­tanza, che una legge elet­to­rale che tra­sforma una mino­ranza in mag­gio­ranza è comun­que una truffa, qua­lun­que nomi­gnolo latino si voglia dare a que­sto sopruso. I due par­titi che si met­tono d’accordo per spar­tirsi il par­la­mento ed esclu­dere milioni di cit­ta­dini dalla rap­pre­sen­tanza met­tono assieme sol­tanto il 45% dei voti espressi: non pos­sono pre­ten­dere di rita­gliarsi un sistema elet­to­rale su misura che escluda il resto del paese.
Andiamo verso tempi dif­fi­ci­lis­simi, forse dram­ma­tici, per tutta l’Europa e anche e soprat­tutto per il nostro paese. Abbiamo biso­gno di isti­tu­zioni che rap­pre­sen­tino tutti i cit­ta­dini, che non esclu­dano nes­suno, che riat­ti­vino un tes­suto di soli­da­rietà che è stato lace­rato negli ultimi decenni. Abbiamo biso­gno di veri par­titi e non di comi­tati elet­to­rali o for­ma­zioni per­so­nali, abbiamo biso­gno di vera poli­tica dopo vent’anni di ubria­ca­ture dell’antipolitica.
Una legge elet­to­rale l’abbiamo già, ed è quella dise­gnata dalla Corte Costi­tu­zio­nale. Chia­mia­mola Per­fec­tum se è obbli­ga­to­rio un nome latino. Si sciol­gano le Camere e si vada a votare con quella: avremo un par­la­mento che rispec­chia real­mente il paese e che sarà l’unico legit­ti­mato a cam­biare la Costi­tu­zione, nelle forme pre­vi­ste dalla Costi­tu­zione stessa.
GIANPASQUALE SANTOMASSIMO
da il manifesto

L’Electrolux è una severa maestra Di ilsimplicissimus


elec_0_0_0_1Questo Paese è irredimibile. Lo dico con molta tristezza, ma non si può uscire dalla situazione in cui siamo caduti rimuginando e rimasticando da trent’anni sempre le stesse cose e le stesse fesserie che piacciono alla pigra e diversamente etica classe dirigente, dimenticando completamente i dati di realtà. La vicenda Electrolux ha un significato globale nella lotta di classe alla rovescia che è stato illustrato da Anna Lombroso, ma sta assumendo anche tutte le stigmate della stupidità locale e della sudditanza ideologico – strumentale che non consente di vedere con chiarezza le cose.
Il diktat dell’azienda svedese che vuole ridurre della metà i salari è stata subito interpretata come la prova che occorre “fare le riforme” ossia sbaraccare diritti del lavoro e qualsiasi forma di contrattazione, ridurre al minimo le tutele sociali in modo da ridurre il cuneo fiscale e  consentire di tagliare selvaggiamente il costo del lavoro. Insomma le solite cose che si dicono dai tempi di Craxi e che si sono via via attuate con l’unico risultato di vederci scivolare nel baratro: oggi un sesto degli italiani vive con meno di 640 euro al mese.
E queste tesi non sono smentite solo dall’evoluzione delle cose, ma anche dai numeri: il costo del lavoro in Italia è ampiamente al di sotto della media dell’eurozona e va calando vistosamente. La media è di 28 euro all’ora contro i nostri 27,4  cui fanno riscontro i 34,2 della Francia, i 30,4 della Germania, i 38,1 della Danimarca, i 37,2 del Belgio, i 32,2 dell’Olanda: ad esclusione della Francia si tratta proprio e non casualmente dei cosiddetti Paesi ricchi. Per non parlare dei salari in termini assoluti che sono tra i più bassi dell’area Ocse. Tanto bassi che l’azienda svedese ha potuto investire molto meno in tecnologia di processo nei suoi quattro stabilimenti italiani che negli altri sparsi in Europa. E che adesso ovviamente pretende che si crei una situazione polacca per evitare il rinnovamento delle linee di produzione che sarebbe assai meno gravosa in lire come del resto sarebbe molto più concorrenziale concorrenziale la sua produzione.
Dunque la vicenda Electrolux ci dice che il problema non è affatto questo, ma è paradossalmente proprio il contrario, vale a dire i bassi salari e l’arrendevolezza sindacale, la confusione e perdita di senso della politica che nel corso degli anni ha via via reso meno interessanti gli investimenti per aumentare la produttività, soprattutto in rapporto ai facili investimenti finanziari: nel periodo 2001 – 2011 essa è aumentata appena dell’ 1,2 % contro l’11,4% dell’area euro, il 26,1% della Germania. E naturalmente a questo fa riscontro la miseria degli investimenti pubblici, ma soprattutto privati in innovazione e tecnologia che sono un terzo di quelli della Francia e un quarto di quelli della Germania, la metà della Gran Bretagna e via proseguendo.
Quindi anche da questo punto di vista abbiamo perso terreno mentre si auspicava la morte dell’articolo 18, dei contratti nazionali, dei contratti a tempo indeterminato e l’agonia del welfare come medicina salvifica. E tuttavia facendo una triangolazione sui dati reali ci accorgiamo che c’è un elemento che lega tutti gli altri sulla via del disastro: ovvero una produzione a bassa e media tecnologia, polverizzata in una miriade di aziende piccole e piccolissime, poco irrorata da investimenti, ma sbalzata in un mondo con salari e sistema dei prezzi in moneta forte. E non solo: con una divisa che non può essere gestita in nessun modo, che rende impossibile la competitività monetaria e che adesso grazie alla tesi parossistica che il debito pubblico sia il male assoluto così da accontentare le necessità immediate e le prospettive politiche della finanza, ha anche reso impossibile una nuova stagione di investimenti per tentare di recuperare il terreno perduto invece di raschiare ossessivamente il fondo del barile.
Chissà, forse è per questo che la scorsa settimana si è tenuto alla London School of economics un convegno proprio su come affrontare la situazione dopo l’euro e come contrattare l’uscita con gli altri partner. Ma in ogni caso è ormai troppo tardi: il sacrificio rituale sull’altare della moneta unica è già stato consumato e ci vorranno generazioni per uscire dalla geografia balcanica e sarmatica nella quale ci siamo cacciati.

Electrolux …. ed è subito Polonia


Senlis_(Oise),_zone_industrielle,_ElectroluxAnna Lombroso per il Simplicissimus
Credo che non ci sia stata casa italiana nella quale non abbia corso sui pavimenti una lucidatrice Electrolux, non ci sia stata una bottiglia di latte che non sia stata su una mensola di un frigo bianco e sfolgorante della stessa marca. L’azienda  fondata nel 1910 a Stoccolma  col nome  di  Elektromekaniska AB, per poi cambiare in un Elektrolux ancora più futurista quando si unì alla Lux nel  1919, assorbendo decine di aziende nel corso del tempo  è il primo produttore di elettrodomestici del continente con 22 impianti produttivi, e detiene con i suoi marchi il 25% del mercato mondiale.  Produce in Europa oltre 21 mila lavoratori, oltre 8 mila dei quali nei paesi dell’Est, ma anche in America Latina, con quasi 18 mila dipendenti,  in Africa con quasi 7.000 dipendenti, in Asia con 2.756 addetti.
Ha assorbito aziende e dipendenti ma ha anche delocalizzato, piantando le sue bandierine sulla mappa  della  domanda, ma soprattutto del costo del lavoro, vincendo molte battaglie della guerra condotta contro diritti, garanzie e conquiste. Così oltre ad esportare aspirapolvere e frigo, diffonde il verbo del ricatto grazie a alcuni sui casi di successo, come la Polonia dove riesce a pagare un salario medio di 7 euro l’ora, per non dire delle sedi africane o asiatiche delle cui performance di sfruttamento poco sappiamo, se non che rappresentano la vera aspirazione padronale.
Come suggerisce proprio oggi il Simplicissimus, si sono create così le condizione,  nello spirito del tempo, di dettare nuove regole ai viziatissimi e incontentabili dipendenti italiani degli impianti  di Solaro, Pordenone, Porcia, Forlì e Susegana, quei circa 5.715 lavoratori troppo assecondati nelle loro dissipate abitudini e nelle loro spropositate richieste da arrendevoli rappresentanze, coi loro salari principeschi, le feste pagate, le pause da pascià, i permessi sindacali e perfino gli scatti di anzianità.
Il neo colonialismo e l’imperialismo della cupola globale: grandi patrimoni, imprenditori e manager disinteressati a produrre, alti dirigenti del sistema finanziario, politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, tycoon dell’informazione, quella classe capitalistica transnazionale che domina il mondo  e che rappresenta decine di trilioni di dollari e di euro che per almeno l’80% sono costituiti dai nostri risparmi dei lavoratori, non vogliono più scomodarsi a cercare un Terzo Mondo lontano e ormai poco arrendevole, preferiscono ricrearlo vicino o dentro casa,  comminando pene e ricatti, impartendo lezioni di una pedagogia che dovrebbe ammaestrare ad accettare qualsiasi condizione per garantirsi l’unico diritto, quello di faticare.
Gli imperturbabili killer svedesi hanno soprannominato soavemente  il loro diktat feroce “piano per salvare le 4 fabbriche”, pensando forse alle mura dei tetri opifici, che quello è decisamente un piano per affondare certezze, diritti, conquiste, lavoro, dignità e sopravvivenza.  La proposta comporta un taglio dei salari così drastico che l’attuale media di 1400 euro al mese si dimezzerebbe o quasi, a circa 700-800 euro, cioè una cifra paragonabile all’assegno della cassa integrazione.  Avanza l’ipotesi di “raffreddare – si sa è gente del nord cha costruisce frigo –  l’effetto inflattivo del costo del lavoro, responsabile del continuo accrescere del gap competitivo con i paesi dell’est Europa, attraverso il congelamento per un triennio degli incrementi del contratto collettivo nazionale di lavoro e degli scatti di anzianità”.  Ma non basta, proporrebbe  anche  un taglio dell’80% dei 2700 euro di premio aziendali, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause e permessi sindacali (-50%) e lo stop agli scatti di anzianità. Restrizioni. Non si parla, forse per un residuo pudore, dell’obbligo di remare  nelle galee che attraversano il Mare del Nord  o di costruire piramidi, nemmeno di punizioni corporali, ipotesi riservate a altre fasi negoziali.
Solo a queste condizioni, avrebbero detto gli svedesi, gli stabilimenti di Susegana, Porcia, Solaro e Forlì sopravviverebbero, mentre se il piano fosse respinto il gruppo bloccherebbe gli investimenti in Italia.
Eh si, clima da grande Nord e stiamo freschi infatti se il ministro Zanonato chiamato in causa dai sindacati ha messo le mani avanti: «I prodotti italiani nel campo dell’elettrodomestico sono di buona qualità ma risentono dei costi produttivi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, che sono al di sopra di quelli che offrono i nostri concorrenti. E’ necessario dunque ridurre i costi di produzione, in Italia c’è un problema legato all’esigenza di ridurre il costo del lavoro».  Come a mettere le premesse per un disonorevole compromesso, nel quale a cedere alla minaccia del cappio saranno inevitabilmente i lavoratori dell’Electrolux, prima, simbolici capri espiatori, ma poi tutti gli altri una volta creato l’esemplare precedente.
Il ricatto ormai è il più efficace sistema di governo planetario. Il Italia ha avuto vari sacerdoti che hanno con successo officiato le sue liturgie a Torino, Pomigliano, Taranto, eccetera eccetera. E sono tutti, imprenditori e manager interessati solo a accontentare un azionariato sempre più avido intento a investire in giochi d’azzardo finanziari, a sfruttare i fondi pagati dai loro stessi dipendenti, a grattare via quel che si può e ancora resta dei sempre più magri aiuti pubblici, a intrecciare accordi delinquenziali con la criminalità per spartirsi appalti per opere irrealizzate e irrealizzabili, promossi, favoriti, sponsorizzati e propagandati da un ceto correo, politici, economisti (ammesso che voglia dire qualcosa), commentatori, opinionisti, sociologi, quegli stessi che hanno visto nelle vertenze di Mirafiori e Pomigliano, nell’infame referendum che ha segnato come un marchio la fine della solidarietà tra lavoratori e l’inizio della solitudine di chi vuol resistere,  come la necessaria pièce de rèsistence di un padronato interessato a “riavviare la crescita” applicando le regole dell’austerità, quindi la sregolatezza, la precarietà, l’arbitrarietà, l’inganno, il dileggio delle leggi e delle sentenze, il dispetto alla dignità e alle conquiste del lavoro, la cancellazione del lavoro stesso in favore della servitù.
Tra qualche giorno cade un altro giorno della memoria, i 220 anni del primo atto per l’abolizione della schiavitù nelle colonie, firmato dall’Assemblea Costituente. Ma giusto per l’anniversario è probabile che venga firmato un nuovo atto ufficiale per la sua reintroduzione nelle colonie dell’impero del male globale.

Fratoianni (Sel) a Perugia per il dibattito di Umbrialeft sulla lista Tsipras



Giovedì 30 gennaio alle ore 20:30 
a Perugia in via Campo di Marte 8/m 
si terrà un incontro/dibattito organizzato dall'associazione politica culturale Umbrialeft dal titolo: 
"Lista Tsipras per un'altra Europa"
INTERVENGONO
 
FABIO AMATO (Rifondazione Comunista)
NICOLA FRATOIANNI (Sinistra Ecologia e Libertà)
ROBERTO MUSACCHIO (Alba)
INTRODUCE
STEFANO VINTI

Tsipras, nella crisi l’occasione di una svolta di Loris Caruso, Il Manifesto




Quello che sta suc­ce­dendo attorno all’idea di costruire una lista Tsi­pras per le ele­zioni euro­pee è impor­tante e per certi versi ine­dito. Per la prima volta da molti anni c’è in Ita­lia un pro­getto che potrebbe aggre­gare sog­getti e orga­niz­za­zioni spesso con­flit­tuali tra loro, tra­scen­dendo la tra­di­zio­nale area di rife­ri­mento della sini­stra radi­cale di par­tito. Si va, tra pro­mo­tori e inte­res­sati, dalla sini­stra radi­cale (Rifon­da­zione e Alba) a un’area tra­di­zio­nal­mente più vicina al cen­tro­si­ni­stra (Bar­bara Spi­nelli), a orga­niz­za­zioni di movi­mento soli­ta­mente avverse ai mec­ca­ni­smi della rap­pre­sen­tanza (Negri e Mez­za­dra, Glo­bal­pro­ject), agli intel­let­tuali di cui il mani­fe­sto ha pub­bli­cato l’appello. La rile­vanza che l’iniziativa può assu­mere, vista anche la fase di tran­si­zione del sistema poli­tico ita­liano, è ulte­rior­mente testi­mo­niata dall’esito del con­gresso di Sel, che si avvi­cina all’ipotesi Tsi­pras soprat­tutto su pres­sione della pro­pria base.
La novità è quindi impor­tante. Non solo per la poten­ziale ampiezza dell’area dei pro­mo­tori (e quindi degli elet­tori), ma anche per­ché la lista Tsi­pras potrebbe essere la prima vera spe­ri­men­ta­zione di un modello di orga­niz­za­zione inno­va­tivo e all’altezza delle tra­sfor­ma­zioni della poli­tica e della società, capace di unire le carat­te­ri­sti­che migliori della tra­di­zione dei par­titi di sini­stra, dei movi­menti sociali e dell’associazionismo. Se dei difetti dei primi si parla sem­pre, i secondi non ne sono immuni: lea­de­ri­smo, car­rie­ri­smo e auto­re­fe­ren­zia­lità ci sono anche nei movi­menti e nelle asso­cia­zioni. Per que­sto non ci può più accon­ten­tare della con­trap­po­si­zione partiti/società. La lista Tsi­pras può essere uno stru­mento per andare oltre.
Pro­prio la teo­rica, ma rea­li­stica, impor­tanza del pro­getto, rende ancora più deci­sivo che non si ripro­du­cano gli errori pas­sati. Le espe­rienze che tutti richia­mano, come esempi delle cose da non fare, sono natu­ral­mente la Sini­stra Arco­ba­leno e Rivo­lu­zione civile. Ricor­darne i limiti può quindi essere utile a cer­care di non repli­carli. Que­ste due liste erano nate sul ter­reno elet­to­rale, cioè a ridosso delle ele­zioni e con lo scopo di eleg­gere una rap­pre­sen­tanza (per Gram­sci, il fatto che i par­titi nascano sul ter­reno elet­to­rale è un segnale deci­sivo di una crisi siste­mica della poli­tica). Se que­sto obiet­tivo fosse stato rag­giunto, dif­fi­cil­mente le due for­ma­zioni avreb­bero avuto un futuro, viste le for­tis­sime dif­fe­ren­zia­zioni interne. In secondo luogo, entrambi i pro­getti sono nati attorno alla per­so­na­lità di un lea­der (Ber­ti­notti e Ingroia) al quale sono stati dele­gati (o che ha potuto mono­po­liz­zare) i pro­cessi poli­tici interni.
La con­se­guenza di que­sti due ele­menti è che le due pro­po­ste erano liste elet­to­rali prive di pro­getto poli­tico e di base sociale, sia a monte (la par­te­ci­pa­zione elet­to­rale non era il frutto di un pro­cesso pre­ce­dente) che a valle (mili­tanti ed elet­tori non sape­vano quale sarebbe stata la pro­spet­tiva del nuovo sog­getto dopo le ele­zioni). Nes­sun ten­ta­tivo elet­to­rale fun­ziona se non è pre­ce­duto da un pro­cesso politico-sociale reale, e se l’elettorato non per­ce­pi­sce che que­sto pro­cesso può cre­scere ulte­rior­mente dopo le ele­zioni. Si pren­dano anche i casi di suc­cessi ful­mi­nei, come quelli di Forza Ita­lia nel 1994 e del M5S nel 2013: è chiaro che alla base di entrambi c’erano strut­ture orga­niz­za­tive già molto con­so­li­date, due imprese pri­vate e due lea­der notis­simi. La sini­stra radi­cale non può, e giu­sta­mente non deve, con­tare su que­ste risorse (denaro, infra­strut­tura orga­niz­za­tiva di tipo azien­dale, noto­rietà media­tica del lea­der). Può solo sur­ro­garle con le sue risorse tra­di­zio­nali: la forza di attori col­let­tivi orga­niz­zati, il con­flitto, la con­ver­genza di una plu­ra­lità di sog­getti e istanze, la capa­cità di con­net­tere forme diverse di azione e di mobilitazione.
Il caso di Rivo­lu­zione civile era stata poi esi­ziale la con­ti­nua “guer­ri­glia” sim­me­trica tra la com­po­nente par­ti­tica e quella intellettuale-movimentistica. Pen­sando a «Cam­biare si può», l’esperienza poi “dismessa” da Rivo­lu­zione civile: il Prc cer­cava, nelle assem­blee ter­ri­to­riali, di mas­si­miz­zare il pro­prio peso poli­tico e le can­di­da­ture di pro­pri espo­nenti; gli intel­let­tuali vicini ad Alba e gli espo­nenti dei movi­menti (spesso ugual­mente affa­sci­nati dalle can­di­da­ture) hanno deciso di non par­te­ci­pare a Rivo­lu­zione civile nono­stante un refe­ren­dum interno avesse deciso il con­tra­rio. Le respon­sa­bi­lità dei fal­li­menti vanno equa­mente distri­buite. Non basta eli­mi­nare l’interesse dei par­titi ad eleg­gere un ceto poli­tico per ren­dere demo­cra­tico e oriz­zon­tale un processo.
Le pos­si­bi­lità di suc­cesso della lista Tsi­pras pas­sano dal supe­ra­mento di que­sti limiti. Alcuni di que­sti, però, sono già pre­senti prima che essa esi­sta. La lista nasce­rebbe sul ter­reno elet­to­rale, priva di un pro­cesso poli­tico e sociale che la pre­ceda; si orga­nizza attorno a un lea­der al cui nome lega la pro­pria esi­stenza (il fatto che il lea­der sia “trans­na­zio­nale” non cam­bia la que­stione), e a cui, già in que­ste set­ti­mane, si appella di con­ti­nuo per­ché dirima le con­tro­ver­sie tra pro­mo­tori. Ci si ostina anche nella con­trap­po­si­zione partiti/società civile (da parte di espo­nenti di quest’ultima) ponendo veti e con­ven­zioni all’esclusione.
C'è ancora (poco) tempo per pro­vare a supe­rare que­sti limiti. Soprat­tutto, sarebbe impor­tante che i pro­mo­tori comu­ni­cas­sero l’idea di un pro­getto poli­tico di lunga durata, il cui futuro non è legato all’esito delle euro­pee. Non ci sono più i mar­gini per susci­tare aspet­ta­tive che si chiu­dono in poche set­ti­mane. Se la lista Tsi­pras non può, ormai, essere l’esito di un pro­cesso poli­tico già avve­nuto, può pre­fi­gu­rare il futuro, dicendo con chia­rezza che le ele­zioni euro­pee non sono solo uno scopo, ma anche un mezzo per costruire un’organizzazione poli­tica inno­va­tiva, che punti a durare nel tempo e a sosti­tuire – pro­prio come ha fatto Syriza in Gre­cia – l’egemonia del rifor­mi­smo libe­ri­sta nel campo della sini­stra. Non a bilan­ciarla, a sostituirla.

lunedì 27 gennaio 2014

ELECTROLUX: "Salari dimezzati agli operai"

Il piano Electrolux per l'Italia:
"Salari dimezzati agli operai"

Il gruppo svedese degli elettrodomestici minaccia di tagliare gli investimenti e chiudere gli stabilimenti nella Penisola. Per non farlo i salari dovrebbero scendere da 1400 a 700-800 euro, avvicinandosi agli stipendi dei dipendenti polacchi dell'azienda. I sindacati: "Proposta irricevibile". Zanonato: "In Italia il costo del lavoro è troppo alto"



MILANO - Gli stipendi italiani sono troppo alti. O si adeguano a quelli dei paesi dell'Est Europa o si tagliano i posti di lavoro. E' la minaccia non tanto velata che pende sulle sorti degli stabilimenti della Electrolux, l'azienda svedese di elettrodomestici che, nell'incontro di oggi a Mestre, avrebbe proposto un drastico taglio degli stipendi degli operai: devono scendere da 1.400 euro al mese a circa 700-800 euro. Non basta: servirebbe anche una riduzione dell'80% dei 2.700 euro di premi aziendali, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause e permessi sindacali (-50%) e lo stop agli scatti di anzianità.

Il documento presentato dall'azienda ai sindacati

A fine ottobre dello scorso anno, Electrolux aveva annunciato duemila tagli a livello globale (di cui 1.500 in Europa). Per far sopravvivere le sedi produttive di Susegana, Porcia, Solaro e Forlì, il gruppo prevede ora di ridurre di 3-5 euro gli attuali 24 euro dell'attuale costo medio orario del lavoro, in modo da ridurre il divario con i salari in Polonia, dove gli operai di Electrolux percepiscono 7 euro l'ora. Sempre secondo fonti sindacali, il gruppo ha lasciato intendere che se il piano non dovesse essere accettato verrebbero bloccati gli investimenti che il gruppo avrebbe intenzione di fare in Italia.

La situazione più
a rischio riguarda lo stabilimento di Porcia per il quale non ci sarebbe alcun piano industriale. Secondo fonti sindacali, nei conti dell'azienda la somma tra il costo di produzione delle lavatrici e il costo orario del lavoro complessivo sarebbe tale da non permettere per Porcia una progettazione.

Electrolux, nel piano presentato oggi, prevede, sempre secondo fonti sindacali, a fronte degli attuali 24 euro l'ora per lavoratore, di tagliare 3,20 euro a Solaro, 3 euro a Forlì e 5,20 euro a Susegana. Per Porcia il taglio sarebbe stimato in 7,50 euro l'ora, ma il costo del prodotto finito, la lavatrice, graverebbe di 30 euro a pezzo, mandando fuori mercato la produzione.

Le stesse fonti, parlando a margine dell'incontro con i rappresentanti del gruppo, hanno rivelato che Electrolux sarebbe costretta a tagliare, oltre Porcia, anche lo stabilimento in Polonia in quanto vittime entrambi della concorrenza asiatica di Samsung e Lg. Per gli altri siti produttivi italiani, qualora il piano fosse comunque approvato dai sindacati, si prevedono investimenti per 28 milioni di euro a Forlì, 40 milioni a Solaro e 22 a Susegana.

Per i sindacati il piano presentato è "irricevibile" e "impedisce alla parte sindacale di proseguire il confronto con l'azienda". Lo ha detto Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, secondo cui "è inutile rivolgere al gruppo dirigente della multinazionale svedese dell'elettrodomestico altre valutazioni. Da tempo denunciavamo il rischio di desertificazioni industriali e le proposte di riorganizzazione ascoltate oggi a Mestre inducono il paese a rischiare tale disastro se il governo non riesce ad avanzare un piano organico di azioni mirate per tutelare il settore manifatturiero". "Per quanto ci riguarda - ha aggiunto Palombella - questo è il tempo della lotta dura e ad oltranza. Il governo, se c'è, almeno si faccia sentire".

"Abbiamo atteso invano un confronto con il ministro dello sviluppo economico, Flavio Zanonato che non c'è mai stato - hanno detto i delegati e le Rsu - ora andiamo direttamente da Letta perché Electrolux per sbarcare in Italia ha usato soldi degli italiani ed ora per guardare ad Est utilizza fondi Ue che in parte sono sempre nostri".

"Per noi non è concepibile considerare ineluttabile, come fa Electrolux, la chiusura della fabbrica di Porcia - ha aggiunto il segretario nazionale della Fim Cisl, Anna Trovò - . Rifiutiamo questa ipotesi alla quale ci opponiamo fermamente, Electrolux deve modificare assolutamente i suoi progetti".

E il ministro Zanonato, finito sotto accusa nei giorni scorsi (la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, ne aveva chiesto le dimissioni) perché accusato di "disinteresse" sulla vertenza del gruppo, ha commentato le indiscrezioni 'comprendendo' le ragioni dell'azienda: "I prodotti italiani nel campo dell'elettrodomestico sono di buona qualità - ha detto Zanonato - ma risentono dei costi produttivi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, che sono al di sopra di quelli che offrono i nostri concorrenti. E' necessario dunque ridurre i costi di produzione, in Italia c'è un problema legato all'esigenza di ridurre il costo del lavoro".

Durissima invece la reazione del sindaco di Porcia, ex manager Electrolux: "Nelle decisioni odierne di Electrolux emerge un'odiosa pregiudiziale nei confronti dello stabilimento di Porcia e del suo territorio - dice Claudio Pedrotti - , una pregiudiziale che fa arrabbiare e che non riusciamo a spiegarci. Da questo momento è impossibile non parlare di un coinvolgimento nazionale, che deve essere immediato e deciso, per dare un segnale forte di compattezza nei confronti dell'azienda".

Anche Unindustria Pordenone ha chiesto un intervento urgente del governo: "L'Unione Industriali - afferma il presidente Michelangelo Agrusti - ribadisce che la strada per salvare lo stabilimento di Porcia è quella individuata nel piano straordinario, con un imprescindibile e sostanziale taglio del costo del lavoro. Da parte della Regione c'è stata una risposta immediata, con l'annuncio di stanziamenti molto significativi, ma per il salvataggio non solo di Electrolux, ma anche delle tante aziende dell'indotto è fondamentale un intervento immediato del governo, con risorse adeguate alla portata dell'emergenza che si sta configurando".

Legge elettorale, Ferrero a Napolitano: “Intervenga per garantire la rappresentanza proporzionale e democratica degli elettori italiani


Legge elettorale, Ferrero a Napolitano: “Intervenga per garantire la rappresentanza proporzionale e democratica degli elettori italiani


Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, ha chiesto oggi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano un incontro urgente su tre questioni inerenti le prossime elezioni e la legge elettorale in vista delle europee.
“Intendo rappresentarLe le gravi violazioni dei principi costituzionali di rappresentanza democratica proporzionale – si legge nella lettera inviata da Ferrero al Capo dello Stato – da noi ravvisati nella legge inerente le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia [...] rendendo evidentemente illegittimo lo sbarramento del 4% previsto dalle ultime modifiche della legislazione italiana.
In secondo luogo intendo segnalarLe come la volontà di escludere la rappresentanza proporzionale e democratica dei cittadini italiani a concorrere agli orientamenti del nuovo Parlamento Europeo sia accentuata da un interpretazione arbitraria – contenuta nelle istruzioni del Ministero dell’Interno, e contro la quale ricorreremo – delle liste ammesse a presentare il proprio simbolo senza la sottoscrizione delle firme.
In terzo luogo intendo farLe notare come questo grave attacco alla democrazia ed alla rappresentanza popolare sia fortemente accentuato dai contenuti del recentissimo “patto“ sulla modifica della legge elettorale siglato da Renzi e Berlusconi che – a nostro avviso e come evidenziato in un recentissimo appello di autorevoli costituzionalisti – ci consegnano una proposta totalmente incompatibile con le indicazioni della Corte Costituzionale, che ha considerato illegittimo un premio di maggioranza e che ha contestato il principio della lista bloccata del Ddl Calderoli.
Il tutto, peraltro, è reso ancor più antidemocratico dalla previsione di una soglia di sbarramento formalmente all’8%, ma di fatto, attraverso le scarse dimensioni dei collegi, assai più alta.
Sono queste le ragioni per cui Le chiedo un incontro urgente – conclude Ferrero – nella convinzione che queste gravi violazioni della democrazia possano essere affrontate ed avviate a soluzione attraverso un Suo autorevole intervento, in ossequio delle funzioni e delle prerogative a Lei spettanti, finalizzato al ripristino della vigenza dell’art.48 della Costituzione”.
Qui il testo integrale della richiesta di Ferrero al Presidente della Repubblica:
 
 Signor Presidente,
con questa lettera Le chiedo un incontro urgente, nella mia qualità di Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista e di rappresentante italiano del Partito della Sinistra Europea.
Questa richiesta di incontro è finalizzata a sollevare tre questioni inerenti le prossime elezioni e il tema delle leggi elettorali.
In primo luogo intendo rappresentarLe le gravi violazioni dei principi costituzionali di rappresentanza democratica proporzionale da noi ravvisati nella legge (24 gennaio 1979 n.18 e successive modificazioni ) inerente le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia e la evidente contraddizione - da noi già a Lei segnalata con una precedente nota a firma Gianluca Schiavon - fra queste norme e le recenti decisioni del Parlamento europeo che - attraverso il combinato disposto degli artt. 17 e 18 del Trattato istitutivo dell’UE, degli artt. 244/250 del Trattato del Funzionamento dell’UE della raccomandazione del 12 marzo 2013- hanno introdotto un nesso di inscindibilità tra le elezioni del Parlamento europeo e la nomina della Commissione europea e del suo Presidente, rendendo evidentemente illegittimo lo sbarramento del 4% previsto dalle ultime modifiche della legislazione italiana .
In secondo luogo intendo segnalarLe come la volontà di escludere la rappresentanza proporzionale e democratica dei cittadini italiani a concorrere agli orientamenti del nuovo Parlamento Europeo sia accentuata da un interpretazione arbitraria - contenuta nelle istruzioni del Ministero dell' Interno ,e contro la quale ricorreremo - delle liste ammesse a presentare il proprio simbolo senza la sottoscrizione delle firme. La legge 18/79 (e successive modificazioni ) dispone infatti che siano esentate dalla allegazione delle firme dei sottoscrittori quelle liste che “nell' ultima elezione abbiano presentato candidature col proprio contrassegno ed abbiano ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo”, non ponendo nessuna limitazione alla fruizione del diritto all' esenzione in ragione del carattere nazionale o transnazionale del partito o movimento politico richiedente. Orbene il Partito della Rifondazione Comunista -Sinistra Europee è partecipe del gruppo europeo Sinistra Europea - Gue, gruppo costituito ed operante da tre legislature, come peraltro la Federazione dei Verdi, ed una limitazione arbitraria nella presentazione delle liste che minerebbe il diritto del Parlamento Europeo ad eleggere il Presidente della Commissione Europea “tenendo conto del risultato delle elezioni europee“ sarebbe lesiva della procedura di “codecisione“ prevista dal Trattato di Lisbona, in quanto i cittadini degli Stati membri sono ora primariamente chiamati ad esprimere la propria preferenza per uno dei partiti e gruppi parlamentari europei che avanzano una candidatura unitaria alla presidenza della Commissione.
E' noto, a tal riguardo che il Partito della SINISTRA EUROPEA GUE - di cui il PRC è forza fondatrice - ha recentemente deciso la candidatura a Presidente dell' on Alexis Tsypras e che tale candidatura sarà da noi sostenuta in Italia .
In terzo luogo intendo inoltre farLe notare come questo grave attacco alla democrazia ed alla rappresentanza popolare sia fortemente accentuato dai contenuti del recentissimo “patto “ sulla modifica della legge elettorale siglato da Renzi e Berlusconi che - a nostro avviso e, come evidenziato in un recentissimo appello di autorevoli costituzionalisti - ci consegnano una proposta totalmente incompatibile con le indicazioni della Corte Costituzionale, che ha considerato illegittimo un premio di maggioranza “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa tale da comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto “ e che ha contestato il principio della lista bloccata del Ddl Calderoli in quanto produce “un eccessiva divaricazione fra la composizione dell' organo di rappresentanza politica e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto “anche perché - continua la Corte - le liste bloccate minano il principio “del sostegno personale dei cittadini agli eletti e ferisce la logica della rappresentanza consegnata dalla Costituzione “.
Il tutto ,peraltro, è reso ancor più antidemocratico dalla previsione di una soglia di sbarramento formalmente all' 8% ,ma di fatto ,attraverso le scarse dimensioni dei collegi, assai più alta.
Sono queste le ragioni per cui Le chiedo un incontro urgente nella convinzione che queste gravi violazioni della democrazia, da me segnalate in questa nota ,possano essere affrontate ed avviate a soluzione attraverso un Suo autorevole intervento, in ossequio delle funzioni e delle prerogative a Lei spettanti, finalizzato al ripristino della vigenza dell’art. 48 della Costituzione.
Cordiali saluti,
Paolo Ferrero
segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

Le ambiguità di Vendola e la linea politica di Rifondazione di Nando Mainardi, Liberazione.it


Le ambiguità di Vendola e la linea politica di Rifondazione


L’esito del congresso di Sinistra Ecologia e Libertà, a partire dalla collocazione per le imminenti elezioni europee, è stato contraddittorio. Non era un esito scontato, poiché l’intenzione di Nichi Vendola, fin dalla relazione introduttiva, era in tutta evidenza di confermare l’internità senza e senza ma del proprio partito nel centrosinistra. Non è emerso un ribaltamento della linea politica  – di questo bisogna essere consapevoli – ma una posizione confusa e un po’ nebulosa, che appunto contraddice la nettezza sin qui tenuta. Sel ha investito tutto nell’alleanza organica con il Partito Democratico: non a caso Vendola nella giornata di apertura, dopo aver dichiarato l’indisponibilità allo scioglimento nel Pd, ha aggiunto immediatamente che il Partito Democratico resta “l’alleato” per definizione. I fischi e gli sberleffi rivolti dalla platea congressuale a Bonaccini, componente della segreteria nazionale del Pd e intervenuto al posto di Renzi (che si è guardato bene dal presentarsi), hanno colpito sì in modo diretto “l’alleato”, ma in modo indiretto e forse non del tutto consapevole la stessa linea politica di Sel. Un ragionamento simile si può fare a proposito delle elezioni europee: è evidente che la scelta del sostegno a Tsipras non sta, sul piano politico, con l’adesione rinnovata al campo del socialismo europeo e la descrizione di Schultz come di un avversario delle politiche di austerità. Opzioni evidentemente antitetiche – lo stare o non lo stare con il Pd, lo stare con la sinistra di alternativa o con i socialisti europei – non sono diventate, nel dibattito interno a Sel, opzioni forti ed esplicite su cui scegliere in un senso o nell’altro in modo netto, ma sono state tenute insieme in uno zig-zag dialettico (“con Tsipras verso Schultz” eccetera), nel tentativo di toppare le “falle” evidenti della linea sin qui praticata. Zig-zag che al primo tornante rischia di mostrare di nuovo tutta la sua fragilità. Se è emersa una posizione contraddittoria e confusa, che racchiude anche una potenzialità, questo è anche perché – in questi anni – c’è chi ha lavorato, pure a costo di sconfitte elettorali, per mantenere in piedi l’opzione della sinistra di alternativa, impedendo che rimanesse in campo soltanto l’opzione dell’omologazione al centrosinistra. Se qualche anno fa Rifondazione Comunista avesse scelto la strada del sostegno a Nichi Vendola alle primarie del centrosinistra, come pure veniva sostenuto da alcuni nel nostro dibattito interno, siamo sicuri che il congresso di Sel avrebbe avuto il medesimo esito? Se Rifondazione Comunista fosse stata più cauta e meno determinata nel promuovere la candidatura di Tsipras, o addirittura se non lo avesse appoggiato per niente – anche questo ha attraversato la nostra discussione nei mesi scorsi – oggi saremmo allo stesso punto? Il tema di fondo mi pare essere questo: esistono modi diversi per provare a costruire una proposta unitaria di sinistra.  Uno consiste nel rincorrere il proprio interlocutore, nell’indebolire la propria prospettiva strategica per renderla la più compatibile possibile con quella dell’altro. Con il rischio che, quando arrivi alla realizzazione dell’unità, tu sia entrato in un progetto diverso dal tuo quasi senza accorgertene. Un altro consiste nel lavorare sulla propria opzione strategica, sapendo che più questa si rafforza più è possibile che si aprano contraddizioni, e quindi possibilità unitarie coerenti con la propria linea politica, nel campo altrui. Rifondazione Comunista, che non ha appoggiato Nichi Vendola alle primarie del centrosinistra ed è stata la prima forza politica italiana a dichiarare il proprio sostegno a Tsipras, continua il proprio lavoro per una lista anti-austerità alle prossime europee, aperta ma chiara nei contenuti e nella prospettiva.

Una speranza si aggira per l’Europa: la sinistra


Una speranza si aggira per l’Europa: la sinistraIntervista a Costas Isychos, segreteria nazionale di Syriza – di Anna Camposampiero -

La candidatura di Alexis Tsipras alla presidenza della Commissione Europea ha risvegliato molto interesse, ma vorrei che mi parlassi del programma di Syriza in Grecia, e dell’approccio che avete avuto, considerato che oggi i sondaggi vi danno come il primo partito del paese.
Stiamo vivendo una tappa di transizione nella quale il sistema politico greco è già moribondo.
I valori tradizionali borghesi, il comportamento dei cittadini non si rispecchia più nel recarsi a votare ogni 4 anni. In questa congiuntura politica e sociale, acuitasi negli ultimi 3 anni, Syriza ha presentato un programma alternativo costruito dal basso. Non lo abbiamo creato nei nostri uffici, né ci siamo chiusi tra quattro pareti, e l’ossigeno del motore ideologico e programmatico di Syriza è stato l’incontro con i gruppi sociali emarginati, i giovani, le donne, i contadini. Sicuramente Alexis ha avuto un ruolo importante perché rappresenta la generazione che è cresciuta sotto l’egemonia neoliberista. Per fortuna una parte importate di questa generazione non è stata assorbita dal neoliberalismo, non ha tagliato il “filo rosso della sinistra” – come lo chiamiamo noi – e ha conservato le pagine storiche e pure della sinistra. Nello stesso tempo Syriza ha rifiutato la marginalità, il settarismo, quello che divide la sinistra. Il peggio non è la divisione, ma la personalizzazione delle diverse opinioni della sinistra in un clima di categoria etica.
Per questo il nostro programma si è basato sulla unità delle forze sociali, della nuova partecipazione sociale nella politica e nella creazione di una nuova forza politica che combina la partecipazione, l’allegria di creare dal basso e l’impegno di una coscienza sociale che già sa che ha degli obblighi storici, non solo verso il popolo greco, ma anche con il resto dei popoli europei, e soprattutto verso i popoli fratelli del sud d’Europa. In due parole, se perdiamo la battaglia ideologica, programmatica e morale, perdiamo tutti. Se vinciamo, vinciamo tutti. Bisogna scegliere la seconda opzione.
In Italia la sinistra, nel senso più ampio del termine, ha accolto la candidatura di Tsipras con entusiasmo. Come vedi i vari appelli che sono stati inviati a Tsipras?
Per noi, e credo anche per Alexis, è un onore, non diretto personalmente a lui ma che si dirige alla lotta di tutti i militanti di sinistra, verso una ampia traiettoria con molte contraddizioni, negli ultimi dieci anni, nella quale Syriza è diventata una forza maggioritaria della sinistra. Io so che Aleixis ha risposto con una lettera, dove segnala il suo impegno con questa proposta ma con condizioni che non rappresentano “interessi” di Syriza o della sinistra greca, ma che sono nell’interesse e sono condizioni mutue per tutti. In quasi in tutti gli appelli per rafforzare e creare una sinistra radicale e alternativa, Alexis chiudeva sempre con tre parole: unità, unità, unità.
Il prossimo 25 maggio si vota per le Europee, ma in Grecia avrete anche le amministrative e le regionali. L’appoggio della Sinistra Europea e dei partiti membri come vi aiuta nella campagna nazionale?
Ci aiuta moltissimo. L’appoggio del Partito della Sinistra Europea alla candidatura di Alexis ci aiuta tantissimo. Prima di tutto ci aiuta per una questione di solidarietà e a livello morale, perché il Partito della Sinistra Europea è una realtà storica, non una parentesi. È un progetto strategico per un’Europa solidale, del lavoro e – perché no – per un’Europa socialista. Allo stesso tempo il governo greco, l’oligarchia greca, i mezzi di informazione che si sono convertiti nella nuova dottrina religiosa del capitalismo greco (e non solo) ci accusano del fatto che Tsipras è appoggiato dai comunisti, emarginati dalle loro società e nei loro paesi, da gruppi di estrema sinistra quasi vicini al terrorismo. Non intendo dire esprimere nessun commento su queste affermazioni, ma segnalo che le forze oligarchiche e troikane del paese vivono una carenza estrema di argomenti.
Mentre una gran parte del popolo greco vive in estrema povertà, alta disoccupazione, alta marginalità sociale ed economica, Syriza è la forza egemonica della speranza, della ricchezza, della sinistra e dell’ottimismo.
Syriza appoggerà in tutto il paese forze sociali che vogliono creare uno spazio di partecipazione cittadina a livello comunale e regionale. Crediamo che ci sarà una partecipazione alta nelle prossime elezioni perché la gente vuole votare per programmi alternativi, per rompere con le politiche di genocidio sociale e le forze radicali della sinistra non solo diventeranno non solo la prima forza nelle elezioni europee ma anche la prima forza nelle amministrative e regionali.
Alle ultime elezioni in Grecia, le pressioni della Troika e della Germania hanno generato paura nel popolo greco, giocando molto sul senso di “responsabilità”. Vi aspettate lo stesso “gioco sporco”?
Non ci aspettiamo lo stesso gioco sporco, ci aspettiamo un colpo di stato mediatico continuo. Le grandi aziende mediatiche private, legate al capitale finanziario e bancario, legate alla oligarchia greca porteranno avanti i loro attacchi contro Syriza entrando in una nuova epoca mediatica, tecnologicamente e scientificamente e sociologicamente molto avanzata, ma con argomenti di politica preistorica. La gente di sinistra in Grecia non è una sottospecie di razza umana differente. Non sono forze diaboliche né appartengono al mondo metafisico come vogliono far credere. Siamo di carne e ossa, e lottiamo per le utopie. Per questo in questa battaglia ideologica e programmatica delle prossime settimane e mesi, essi rappresentano il pragmatismo del nuovo ordine economico europeo, e noi rappresentiamo l’utopia del futuro della liberazione dell’essere umano dal mercato “infallibile e preciso”, ma con politiche alternative molto concrete e reali, molto semplici, in un mondo molto complicato che essi categorizzano come idee del passato. Ma se qualcosa ha aiutato l’umanità a progredire nel suo lungo cammino storico, sociale e politico, è che le utopie sono la bussola della storia.
Quello che posso dire che l’élite oligarchica finanziaria tedesca avrà un ruolo protagonista nella guerra mediatica contro Syriza. Nelle ultime settimane l’attacco mediatico contro Alexis si è basato sul fatto che lui non è un credente cristiano. Questo attacco è stato lanciato dallo stesso primo ministro e dal portavoce del governo. La cosa comica (e tragica) è che quando Syriza, e lo stesso Alexis, si incontrano con la gerarchia della chiesa ortodossa greca, nessuno chiede ad Alexis nulla sulla sua condizione religiosa. Sembra che il governo greco studi i metodi di Torquemada, ma deve sapere che le persone non si mettono più al rogo, e men che meno le idee. Il lato positivo è che una gran parte della base ecclesiastica partecipa attivamente, nei quartieri più poveri del paese, in movimenti di solidarietà, aumentando la coscienza del popolo, dandole speranza del paradiso che deve essere costruito in terra oggi, e non nella loro prossima vita. Spero che questa guerra mediatica sia contenuta dalla logica che esiste nell’apparato sistemico greco anche se da minoranze, ma bisogna comunque ricordare che il ricatto delle forze finanziarie tedesco contro Cipro non fu solo mediatico, ma iniziò una fase di guerra fredda tra le forze del capitale, i popoli e la forza lavoro.
Se loro pensano di continuare su un cammino anti democratico e inaccettabile, la risposta del popolo sarà massiccia, ordinata, pacifica, immediata e vittoriosa.
Com’è la situazione oggi in Grecia?
Siamo in una tappa molto avanzata della crisi umanitaria che sta vivendo il paese. Siamo il primo paese per suicidi nella Unione Europea, abbiamo il tasso di emigrazione più alto di gioventù in generale con buon livello di formazione, insieme a Spagna, Portogallo e Italia. I senza tetto, la gente che vive in strada nelle grandi città, soprattutto ad Atene, sono ormai più di 40.000. C’è una nuova “povertà” che si vive nei quartieri della classe media. È una povertà nascosta, in cui negli appartamenti non c’è luce, riscaldamento, cibo. Ci sono la distruzione delle famiglie e della coesione sociale. Per questo noi combiniamo il lavoro di solidarietà con il progetto della necessaria autostima di cui ha bisogno la gente in questo momento. Altrimenti il nostro lavoro solidale sarebbe solamente filantropico, cosa che non vogliamo. L’obiettivo è coinvolgere i marginalizzati dove l’angoscia di sopravvivere quotidianamente diventa l’impegno comune per cambiare la vita di tutti. Per esempio: i sindacati del settore farmaceutico organizzano fiere di medicine gratuite per gli anziani, eventi nelle piazze in cui combinano il lavoro solidale con poesie, musiche, balli. Bisogna riscoprire la vita e l’allegria di vivere di lottare, e di vincere. Per questo dentro la congiuntura di questa crisi umanitaria la risposta non è solo dare i numeri di questa tragedia, ma dare risposte grazie alle quali le stesse vittime si convertono in attori sociali. Concludo dicendo: Syriza può vincere le elezioni, ma per avere il potere – che è un’altra cosa – abbiamo bisogno movimenti che fanno parte di un mosaico sociale, multi sfaccettati, che non dividono la società ma che uniscono tutti i settori, movimenti sociali, movimento operaio, che hanno progetti e convinzioni che coincidono o che, chissà, andranno oltre il nostro progetto politico. Questa salute ideologica è necessaria per poter arrivare a una vittoria elettorale che sia l’inizio di una lunga traiettoria di trasformazione sociale, sistemica e politica nella quale non saremo soli. Per questo si teme tanto una possibile vittoria di Siryza. Perché questo convincerà altri popoli europei che un’altra Europa è possibile. Il modello di Syriza non si può esportare, è un prodotto delle contraddizioni e delle particolarità della Grecia. Ma quello che si può esportare o importare è il nuovo internazionalismo. Per questo siamo fiduciosi che la sinistra italiana non solo arriverà a una congiuntura storica e sociale dove potrà essere la forza protagonista, ma andrà oltre anche il suo passato storico, tanto importante. La sinistra italiana ha lasciato un vuoto nella Sinistra europea che né Alexis, né Syriza possono occupare. Questo vuoto lo occuperete e lo riempirete voi, con il nuovo internazionalismo della sinistra che dobbiamo costruire in Europa, in America latina, in Africa, in Asia.
Questi sono momenti storici molto interessanti. Sicuramente non ci annoieremo…