sabato 29 marzo 2014

Gino Strada: “Lista Tsipras, una speranza per cambiare la politica”



intervista a Gino Strada di Alessandro Gilioli

«Le nostre società hanno bisogno di profondi cambiamenti. In altre parole, di diventare più umane. Spero che la lista Tsipras riesca a portare quest'urgenza nelle istituzioni, a iniziare dal Parlamento europeo». Gino Strada, 66 anni, medico e fondatore di Emergency si trova in questi giorni in Sudan, a operare in uno degli ospedali della sua associazione. Segue però il dibattito politico italiano e l'inizio della campagna elettorale.

Strada, come giudica la nascita di questa lista “L'altra Europa”?
«Ci trovo valutazioni e prese di posizioni di rilievo sulle questioni politiche italiane e internazionali. A iniziare dal rifiuto della guerra, ma anche in tema di beni pubblici. Mi sembra che lo sforzo di coagulare questi valori in una lista sia positivo»

Che cosa si aspetta?
«Che questa lista porti tutti all'urgenza di riflettere su cosa vuole dire politica, oggi. Sono saltati da tempo tutti i paletti di un'idea di comunità, eppure viviamo ancora come persone associate, in società. Però in una società che è sempre più una giungla, in cui in nome dell'idolo profitto, dell'idolo denaro, si eliminano e si riducono le cose che devono essere di tutti, cioè comuni, pubbliche. Ecco: mi aspetto che questa lista rappresenti una voce diversa rispetto a questo disvalore prevalente».

Condivide l'idea di Europa di questa lista, lontana sia da quella finanziaria sia da quella nazionalista? Ritiene percorribile questa strada?
«Non lo so se è percorribile, ma so di certo che non voglio percorrere le altre. Lo scopo delle nostre vite non è certo rendere felici le banche. Quello è un film indecente, che non voglio più vedere. Per questo mi fa piacere se qualcuno inizia a cercare strade alternative»

Conosce i suoi fondatori, i garanti de L'Altra Europa con Tsipras?
«Alcuni sì, e li stimo. Come Andrea Camilleri, ad esempio, una persona di una cultura e di una rettitudine che la politica italiana neppure si sogna; Barbara Spinelli, donna di grande intelligenza e competenza; e naturalmente Marco Revelli, con cui ho avuto modo di collaborare in passato in tante iniziative. Ma, in generale, diverse persone di questa lista mi sembrano una spanna sopra rispetto alla classe politica italiana».

Rischi?
«Spero che questa volta non rientrino in gioco i vecchi camaleonti. Non voto da anni e questa volta, se a fine maggio sono in Italia, mi piacerebbe farlo».

Crisi economica: gli investimenti pubblici nei settori strategici sono la soluzione

di Monica Montella e Franco Mostacci, ricercatori Istatwww.economiaepolitica.it
I Conti nazionali annuali dell’Istat costringono a tracciare uno scenario macroeconomico e di finanza pubblica tutt’altro che ottimistico.
Alla fine del 2013, rispetto al 2008, il Pil al netto delle imposte indirette (il cosiddetto valore aggiunto ai prezzi base) è diminuito del 6,9%. La caduta ha tra le sue cause il crollo degli investimenti fissi lordi, che in cinque anni si sono ridotti di 74 miliardi e la diminuzione dei consumi delle famiglie, che si sono ridotti di quasi 60 miliardi di euro. L’effetto di tutto ciò è stato un peggioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione italiana: in cinque anni si è avuta una contrazione delle unità di lavoro del 6,6%,  mentre i redditi dei lavoratori dipendenti sono cresciuti soltanto dell’1,2% in termini nominali, riducendosi in termini reali*.
Se diamo uno sguardo ai dati di finanza pubblica il quadro è ancora più deludente. La spesa per prestazioni sociali in denaro cresce in 5 anni di 42 miliardi di euro, ma nel frattempo rinunciamo a 8 miliardi di euro di investimenti pubblici e ad altrettanti di contributi agli investimenti privati. Nel contempo le entrate sono cresciute di 19 miliardi di euro con un incremento di 10 miliardi delle imposte indirette. Tra il 2009 e il 2013 sono stati pagati 389 miliardi di euro di interessi passivi, ed il debito pubblico è aumentato di altrettanto, raggiungendo la cifra record di 2.069 miliardi di euro a fine 2013.
È chiaro che, dato questo quadro macroeconomico complessivo, se l’Italia volesse effettivamente ricondurre il rapporto debito-Pil verso valori vicini a quelli richiesti dal Fiscal Compact, potrebbe riuscire a farlo solo crescendo a tassi elevati – a differenza che negli ultimi anni. E tra gli elementi che potrebbero concorrere a ciò non potrebbe non esservi una grande ripresa degli investimenti pubblici – in particolare in settori strategici, che rappresentano il volano della crescita.
Così, tra le priorità per l’Italia (in linea con l’Agenda Digitale europea) c’è lo sviluppo dei servizi digitali, la cui realizzazione richiede investimenti sulle infrastrutture a banda larga e ultra larga. Lo sviluppo tecnologico è un aspetto prioritario che il nostro Paese non può più rimandare, per raggiungere l’obiettivo strategico di garantire la connessione veloce a internet per tutti attraverso le reti di nuova generazione (anche a quel 10% di popolazione che oggi non è raggiunta) e consentire di sviluppare una cultura informatica diffusa. Lo sviluppo della banda larga permette di accelerare sui servizi digitali (e-government) e sul piano di digitalizzazione dei processi, garantendo anche alle  imprese la riduzione del digital divide, per porle in una condizione di sana ed efficiente competizione nei processi produttivi, anche in un’ottica di una maggiore produttività. Fondamentale per l’Italia è favorire quindi la riqualificazione dei settori tradizionali attraverso l’impiego di tecnologie innovative.
Anche gli investimenti nella green economy, oltre ad avere un valore etico, potrebbero offrire un pay back superiore alle spese effettuate. Secondo lo studio Smart Energy Project di Confindustria, se  l’Italia desse avvio a politiche nazionali più incisive sull’efficienza energetica da qui al 2020 si potrebbe avere una crescita annuale della produzione industriale italiana di oltre 65 miliardi di euro (circa mezzo punto di Pil), creando 500mila posti di lavoro. 
Un’altra priorità è la tutela e valorizzazione del patrimonio naturale (ad esempio attraverso la riduzione del rischio idrogeologico e messa in sicurezza del territorio)  e culturale (una ricchezza unica al mondo mal sfruttata), con il vantaggio dell’effetto trainante del turismo sugli altri settori ad esso collegati come il commercio, i trasporti, i servizi di alloggio e ristorazione e tutto l’indotto legato alle attività artistiche, di intrattenimento e divertimento (che nel 2013 rappresentano solo il 3% del valore aggiunto).
Un contributo agli investimenti in questi settori potrebbe venire dai  fondi europei 2014-2020, il cui cofinanziamento italiano potrebbe generare quelle risorse aggiuntive che, se colte senza indugio, ed usate in modo efficiente investendo nei settori ad alto valore aggiunto, potrebbero contribuire alla ripresa dell’occupazione nel nostro Paese. Tali risorse potrebbero essere utilizzate anche per innovare la nostra rete di trasporti, il che potrebbe rappresentare un ulteriore supporto al settore del turismo.
Le politiche di austerity fin qui attuate non hanno raggiunto l’obiettivo di risanare e mettere in sicurezza i conti pubblici, e al tempo stesso hanno pesantemente eroso la competitività delle imprese italiane e depresso la domanda interna (per gli effetti negativi sui redditi delle famiglie). Le proposte sopra dette per un piano di rilancio degli investimenti, mirato allo sviluppo di infrastrutture tecnologiche e in settori strategici ad alto valore aggiunto, potrebbero modificare questo quadro ma sarebbe quanto meno necessario lo scorporo degli investimenti pubblici dalla contabilità dei disavanzi e del debito. C’è da chiedersi, però, se l’attuale classe politica sia pronta e capace a promuovere un rilancio di questo tipo.
*Per approfondimenti si rinvia alla versione completa dell’articolo apparsa su www.economiaepolitica.it

Lavoro, la favola del costo più alto in Italia di Alberto Crepaldi, Il Fatto Quotidiano

Proprio nelle ore in cui il governo Renzi accelera sul varo di contraddittorie misure sul lavoro, arriva dall’Europa l’ennesima conferma che il costo del lavoro in Italia è sotto la media europea.
Se ne facciano una ragione il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il blocco di interessi che egli rappresenta. E per il quale aumento della flessibilità e diminuzione del costo del lavoro sono stati nell’ultimo ventennio i sempreverdi grimaldelli utilizzati nelle trattative sindacali ed istituzionali per cambiare le regole in gioco.
Perché i dati incontestabili, elaborati ogni anno da Eurostat, disegnano una realtà assai diversa da quella che da anni ci viene venduta, con raffigurazioni perfino caricaturali, da chi, prescindendo dalla vera urgenza di aumentare la produttività, ha in fondo lavorato per una destrutturazione del mondo del lavoro. Mascherata, come sta avvenendo in queste settimane di dibattito vacuo sulle riforme imposte dal governo, con la necessità di aumentare le opportunità occupazionali, in particolare per le fasce giovanili. E di “offrire la risposta ritenuta più efficace alle […] esigenze del contesto occupazionale e produttivo del Paese”, come ha scritto il ministero del lavoro in una nota di chiarimento sulla proposta di revisione del contratto a termine.
Ebbene, a fronte di un costo medio per l’area euro pari a 28,4 euro, nel nostro Paese il costo orario del lavoro è stato nel 2013 pari a 28,1 euro. Contro i 34,3 della Francia, i 31,3 della Germania, i 33,2 dell’Olanda, i 38 del Belgio, i 40,1 della Svezia.
 
E poi, come abbiamo detto in un analogo post scritto esattamente un anno fa, l’incremento subito nel costo del lavoro in Italia negli ultimi cinque anni (11,4 per cento) è stato in linea con la crescita media registrata dall’Unione Europea a 17 Paesi (10,4 per cento) e addirittura minore che in Germania (12,2 per cento).
Il problema, a ben guardare, si pone, come è noto, rispetto agli oneri sociali che gravano sul costo del lavoro. E il cui peso, pari al 28,1 per cento, pone il Belpaese ben al di sopra della media dell’area euro (25,9 per cento). Un dato, quello italiano, che peraltro è superiore di 6,3 punti rispetto a quello della Germania!
In tutto ciò non solo non appaiono chiare le modalità con cui il governo intende intervenire strutturalmente e come promesso sul cosiddetto cuneo fiscale e contributivo. Più drammaticamente non si sa quale sia il modello di riferimento dell’ azione riformatrice del mercato del lavoro. Se cioè è quello dei supermercati Coop, che Poletti conosce bene e dove ormai è sempre più difficile trovare una cassiera-dipendente anche solo a tempo determinato. O quello spagnolo, dove, come ha dimostrato una ricerca ripresa da un recente pezzo di Tito Boeri, le tanto invidiate “rivoluzioni” hanno prodotto più contratti temporanei, meno giorni di lavoro all’anno e salari più bassi.
Lo capiremo, forse, vivendo, come si suol dire. E molto probabilmente, ancora una volta, sulla pelle della mia generazione e di quelle più giovani della mia.

Le sconfitte di Obama

Il secondo mandato . Guantanamo, l’impotenza nei confronti del governo di Israele, il silenzio sui paesi est europei che stanno tornando agli anni trenta. Tante parole sulla Russia e nemmeno una sull’Ungheria di Orban. Forse le delusioni in politica estera superano quelle in politica interna
obama-sad_2451605bIl pre­si­dente Obama ha fatto una pun­tata a Roma con 50 mac­chine di scorta, cibo e acqua ‘sicuri’, come se Roma fosse in Ala­bama. Nel suo paese a meno di due anni dall’uscita di scena i repub­bli­cani lo ber­sa­gliano con ogni mezzo, ogni giorno, men­tre i demo­cra­tici sus­sur­rano cri­ti­che temendo con­trac­colpi elet­to­rali. Secondo il son­dag­gio di Real Clear Poli­tics ha un gra­di­mento del 42%. I più impor­tanti e potenti opi­nio­ni­sti scri­vono che que­sto sofi­sti­cato intel­let­tuale nero non sa fare il pre­si­dente, non accetta con­si­gli, aiuti. Die­tro Nixon, Rea­gan, i due Bush vi erano uomini che face­vano fun­zio­nare il governo nella dire­zione pro­pria al paese del pri­mato dell’economia. Anche Clin­ton vi si adattò. Obama no.
Nel primo man­dato egli era stato eletto con il fon­da­men­tale soste­gno delle élite finan­zia­rie, ostili al big busi­ness del petro­lio e ai dino­sauri militari-industriali repub­bli­cani. Meglio inve­stire su un appas­sio­nato di infor­ma­tion tech­no­logy in grado di capire l’economia finan­zia­ria. A garan­tire che i suoi emo­zio­nanti discorsi “sul cam­bia­mento pos­si­bile” erano pro­messe elet­to­rali, prov­ve­deva Tim Gei­th­ner, il segre­ta­rio al Tesoro, bril­lante cul­tore del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo. Ma quando nel 2008 scop­piò la crisi di quel capi­ta­li­smo, la rea­zione della nuova Casa Bianca fu ambi­gua. Da un lato quasi impose il fal­li­mento della banca Leh­mans, dall’altro si mosse per­ché i gio­chi finan­ziari ripren­des­sero nel tempo più breve. L’ambiguità stava nel com­por­ta­mento per­so­nale del pre­si­dente. Nel fatto che intanto stava dimo­strando di tenere alle pro­messe elet­to­rali. Non solo alla riforma sani­ta­ria, ma anche agli punti della sua poli­tica pro­getto. Il pre­si­dente — eletto con i voti para­dos­sal­mente con­giunti dei finan­zieri, dei sin­da­cati, dei neri e degli ispa­nici, del 70% degli ebrei e degli stu­denti uni­ver­si­tari, dell’elettorato tra­di­zio­nal­mente demo­cra­tico – pro­met­teva: pace tra repub­bli­cani e demo­cra­tici; la chiu­sura del car­cere di Guan­ta­namo; misure per l’ammodernamento delle infra­strut­ture, treni, auto­strade, scuole pub­bli­che; l’aumento del sala­rio minimo; soste­gno ai disoc­cu­pati, vit­time della glo­ba­liz­za­zione. Dal bilan­cio quasi con­cluso risulta che Obama non è stato in grado di far fronte al suo pro­gramma. Eppure egli non viene solo dall’attivismo sociale nelle comu­nità urbane, degra­date dalla delo­ca­liz­za­zione ma anche dalla machine poli­tics di Chi­cago. E’ là che si è impo­sto sino a diven­tare sena­tore. Ed è là che poteva impa­rare da Lyn­don John­son, il pre­si­dente della Great Society, il poli­tico che usò ogni leva su Senato e Con­gresso per dare anche agli ame­ri­cani un po’ del wel­fare euro­peo. Le misure di wel­fare di Obama sono state respinte con una viru­lenza quasi impo­li­tica, quasi raz­ziale. Come se l’elettorato bianco si fosse stretto al suo esta­blish­ment bianco, nel big busi­ness e nelle sedi poli­ti­che, per dimo­strare a Obama che i suoi studi ad Har­vard e le sue espe­rienze a Chi­cago, non basta­vano a farlo rico­no­scere come il loro “coman­dante in capo”. Al quale si dovrebbe rispetto che invece i mass media, grandi e pic­coli, gli negano attri­buen­do­gli anche la per­dita di pre­sti­gio dell’America nel mondo.
L’accusa è che il mondo ha smesso di avere paura dell’America. Pro­prio quando con l’invenzione dei droni, con l’autonomia per il gas e con la grande finanza tor­nata a bril­lare, il grande paese dimo­stra la sua potenza.
Una potenza che il pre­si­dente assi­cura non sarà usata nella vec­chia maniera. E dun­que come pro­messo si deve andar via dall’Iraq e dall’Afganistan, non inter­ve­nire in Siria (a memo­ria del rovi­noso inter­vento a metà in Libia), men­tre qui e lì, nel grande Medio Oriente, l’uso dei droni eli­mina sin­goli nemici, indi­vi­duati come tali dai ser­vizi segreti. Nelle rela­zioni inter­na­zio­nali molte sono le con­trad­di­zioni da parte di colui che diven­tando pre­si­dente tante aspet­ta­tive fatto nascere. Da un lato c’è quel famoso discorso al Cairo nel 2009 “sul nuovo ini­zio” nelle rela­zioni con i paesi isla­mici, rite­nuto in gran misura all’origine delle pri­ma­vere arabe, e peral­tro appas­site come si sa. Dall’altro lato vi sono i passi indie­tro su Guan­ta­namo, l’impotenza nei con­fronti del governo di Israele, il silen­zio sui paesi est euro­pei che stanno tor­nando agli anni trenta. Tante parole sulla Rus­sia e nem­meno una sull’Ungheria di Orban. Forse le delu­sioni in poli­tica estera supe­rano quelle in poli­tica interna.
Egli è entrato alla Casa Bianca con una “sua” poli­tica pro­getto, ne uscirà con un con­tratto milio­na­rio per un libro in cui si difen­derà. La realtà è che l’intellettuale outsi­der non è stato in grado di imporsi sull’establishment del suo paese, che è il paese dei film dei fra­telli Cohen. Il paese cono­sciuto prima da ragazzo nero, e da com­mu­nity orga­ni­zer e poi da avvo­cato e poi da poli­tico di Chi­cago. Un paese sul cui cam­bia­mento aveva scom­messo di far­cela. E in tanti ave­vano cre­duto che pro­prio per le sue espe­rienze ce l’avrebbe fatta. Grande è la delusione.
RITA DI LEO
da il manifesto

L’ostinazione bellica di Tommaso di Francesco, Il Manifesto

La mini­stra della difesa Roberta Pinotti ha le idee dav­vero chiare sugli F-35. Ieri è stata cate­go­rica par­lando all’anniversario dell’Aeronautica, rivolta ai ver­tici dello stato mag­giore non ha esi­tato a ri-ripensarci: «State sereni, nes­suno passo indie­tro, il pro­blema non sono gli F35 ma gli sprechi».
Ma che rispon­de­rebbe la mini­stra della difesa Pinotti se qual­cuno facesse notare che appunto di spre­chi si tratta? Per­ché nes­suno ha ancora capito a cosa ser­vono dav­vero i cac­cia­bom­bar­dieri della Loc­kheed Mar­tin, fatti appo­sta per essere stru­mento d’offesa, da «primo attacco», vale a dire per essere uno stru­mento non di difesa ma di guerra dichiarata.
E quindi con­ti­nuiamo a fare domande sull’utilità del mici­diale sistema d’armi che tanti miliardi ci costa? Ecco la rispo­sta — da noi pun­tual­mente regi­strata — che la mini­stra Pinotti stessa ha dato nell’intervista alle Inva­sioni Bar­ba­ri­che di gio­vedì sera alla domanda di Daria Bignardi «A cosa ser­vono i cac­cia­bom­bar­dieri F35: «… di fatto i cac­cia­bom­bar­dieri ser­vono per­ché, a parte che se tu hai delle truppe, dove c’è neces­sità di avere difesa aerea, però potrebbe suc­ce­dere che qual­cuno decide di sparare…un mis­sile magari…e potrebbe deci­dere, ormai ci sono mis­sili che pos­sono arri­vare a distanze estreme, potreb­bero deci­dere di volere, con quello, distrug­gere o…ehm…ovviamente creare, oggi pur­troppo le armi sono micidiali».
Chiaro no? Final­mente, tra lo spro­lo­quio lun­gi­mi­rante di Razzi e la sicu­mera ver­bale di Tra­pat­toni, arriva la chia­rezza con­fusa della mini­stra della guerra Pinotti.

Gli F35 ora sono “buoni” e “utili”

Difesa. Pronta una nuova mozione dei deputati pacifisti
f35-2506Con un sin­cro­ni­smo per­fetto (con la visita di Obama) la mini­stra della difesa Pinotti e il capo­gruppo del Pd Spe­ranza sono ieri scesi in campo per difen­dere gli F35. La prima, di fronte ai ver­tici dell’aeronautica, ha detto che in fondo non sono aerei cat­tivi, cioè che sono buoni; e il secondo ha dichia­rato che non sono inu­tili, cioè che sono utili. Per le spese mili­tari entrambi hanno par­lato di «com­pa­ti­bi­lità eco­no­mi­che» e della neces­sità di ridurre gli spre­chi. Tra gli spre­chi evi­den­te­mente non ci sono i 14 miliardi di euro da spen­dere nei pros­simi anni per 90 cac­cia­bom­bar­dieri capaci di fare la guerra e di tra­spor­tare ordi­gni nucleari e che sono dal punto di vista eco­no­mico e tec­no­lo­gico dei veri e pro­pri bidoni. Pesano troppo, devono atter­rare al primo tem­po­rale, hanno un soft­ware che fa cilecca e il casco dei piloti è da but­tare. I loro costi aumen­tano ver­ti­gi­no­sa­mente anno dopo anno. La corte dei conti ame­ri­cana (il Govern­ment Accoun­ta­bi­lity Office) ha detto che è un pro­gramma tutto da rivedere.
Invece, solo il 25 marzo scorso — con­trav­ve­nendo alle mozioni par­la­men­tari appro­vate nel giu­gno del 2013 che chie­de­vano la sospen­sione dei nuovi acqui­sti — il mini­stero della Difesa di F35 ne ha com­prati altri due. A fine set­tem­bre ne aveva presi tre. C’era da aspet­tare la fine dei lavori di inda­gine della Com­mis­sione difesa sui sistemi d’arma prima di fare altri con­tratti, ma prima Mauro e poi Pinotti non ne hanno tenuto conto, con la scusa che le pro­ce­dure erano state già avviate. La Com­mis­sione Difesa ter­mi­nerà i suoi lavori mer­co­ledì pros­simo: c’è il docu­mento dei depu­tati Pd che almeno chiede (e con­ferma) la sospen­sione di nuovi con­tratti per gli F35, ma evi­den­te­mente il capo­gruppo alla Camera di quel par­tito ha un’altra idea, come la mini­stra della Difesa.
Vedremo cosa suc­ce­derà in un Pd in grande con­fu­sione e diviso: tra chi (e sono tanti) gli F35 non li vuole o li vuole signi­fi­ca­ti­va­mente ridurre e chi — il governo — invece pensa che siano buoni e utili. Solo poco più di un anno fa (in cam­pa­gna elet­to­rale) i lea­der del Pd dice­vano che il lavoro viene prima degli F35 (Ber­sani) e che si tratta di un pro­gramma insen­sato (Renzi): ora quel par­tito non si sa che idea abbia, anche se — in con­tra­sto con una parte signi­fi­ca­tiva del suo gruppo par­la­men­tare e con il senso comune del suo elet­to­rato — sem­bra che la bus­sola della lea­der­ship stia tor­nando nuo­va­mente ad orien­tarsi verso il sostan­ziale man­te­ni­mento del pro­gramma. Sarebbe una scelta disa­strosa che avrebbe effetti lace­ranti sulla base sociale di quel partito.
Para­dos­sal­mente ha avuto più corag­gio l’ex mini­stro della Difesa — mili­tare e ammi­ra­glio della marina — Di Paola nel ridurre con il governo Monti gli F35 da 131 a 90 che l’ex mar­cia­trice di Porto Ale­gre e l’ex mani­fe­stante con­tro la mostra navale bel­lica di Genova — ovvero l’attuale mini­stra della Difesa — che non perde occa­sione per avva­lo­rare tutte le peg­giori scelte dei sistemi d’arma delle nostre Forze Armate.
Magari il governo e la mag­gio­ranza par­la­men­tare ten­te­ranno di rin­viare la deci­sione finale per l’ennesima volta (uti­liz­zando la ste­sura di un libro bianco da fare entro la fine dell’anno), men­tre nel frat­tempo si con­ti­nuerà a pro­ce­dere a sin­ghiozzo con nuovi con­tratti che per­met­tono di andare avanti nella pro­du­zione fino al 2016. Oppure con­ce­de­ranno un con­ten­tino: qual­che aereo in meno. Si tratta di una stra­te­gia dila­to­ria e comun­que miope. Una scelta dan­nosa per l’Italia e rite­nuta sba­gliata dalla stra­grande mag­gio­ranza degli elet­tori di sini­stra e sicu­ra­mente anche dalla mag­gior parte del paese. Tra qual­che set­ti­mana ci sarà una nuova mozione dei depu­tati paci­fi­sti per lo stop agli F35: quella potrebbe essere l’occasione per cam­biare strada. Pos­siamo ancora fer­marci e desti­nare que­sti soldi al lavoro e a cause più buone e utili.

GIULIO MARCON
da il manifesto

venerdì 28 marzo 2014

LA ....CRETINA

"Qualunque politico che, con la crisi sociale che c'è in Italia, pensa di spendere miliardi per acquistare F-35 e armamenti è clinicamente cretino"
Gino Strada

 

 

Forze armate e F35, la ministra della Difesa Roberta Pinotti: "Militari, state sereni. L'Italia non tornerà indietro"

L'Huffington Post 
"Militari dovete stare sereni: quando parliamo di forze armate l'Italia non farà passi indietro". Parola di Roberta Pinotti, nuova ministra della Difesa. Inevitabile il riferimento all'acquisto degli F35 che sono al centro di un continuo dibattito per il costo esorbitante dei cacciabombardieri. Proprio durante la visita a Roma, Barack Obama ha chiesto all'Italia di non dismettere gli investimenti sulla difesa e sulle forze armate. Nessuna menzione esplicita agli F35, che però tornano al centro delle polemiche.

Così Pinotti, parlando alla cerimonia per il 91mo anniversario della fondazione dell'Aeronautica militare, spiega che il problema non sono gli aerei ipertecnologici bensì gli sprechi: "Bisogna rendere la spesa pubblica più efficiente e le forze armate hanno già intrapreso questo percorso, ma non si può venire meno agli obiettivi strategici che abbiamo". Per questo motivo, ha aggiunto la responsabile della Difesa, verrà compilato un Libro bianco per raccogliere "le minacce, i rischi e le risposte da dare".
Sui sacrifici che il comparto militare sta già sopportando è tornato anche Giorgio Napolitano nel suo messaggio all'Aeronautica militare: esercito, marina e arma dei carabinieri hanno intrapreso "un fondamentale processo di rinnovamento e razionalizzazione delle linee di volo e delle strutture, perseguendo efficacia ed efficienza in una prospettiva di crescente integrazione interforze ed europea delle capacità".


Nei giorni scorsi Pinotti aveva annunciato che sugli F35 "è pensabile una riduzione". Parole confermate anche da Matteo Renzi: "Il ministro Pinotti ha ragione a dire che risparmieremo molti soldi dalla Difesa: 3 miliardi di euro, non tutti dagli F-35, ma dal recupero delle caserme e dalla riorganizzazione delle strutture militari. Sugli F35 continuiamo con i programmi internazionali e una forte aeronautica ma quel programma sarà rivisto». Ora però Obama preme affinché l'Italia prosegua nel suo impegno militare all'interno della Nato.

Quel che non abbiamo potuto chiedere a Mr. President

Casa Bianca. Sei domande a Barack Obama. Non solo l’Ucraina, anche il costo degli F35, le atomiche italiane, la guerra delle sanzioni
28desk1-obama-protestaASignor Pre­si­dente, Lei ha ripe­tuto che la crisi ucraina non è la rie­di­zione della «guerra fredda», per trarne la con­clu­sione che allora c’erano due bloc­chi con­trap­po­sti ora invece Putin è iso­lato. Se non è più la guerra fredda, dal crollo del Muro di Ber­lino nell’89 e dalla fine dell’Urss nel dicem­bre 1991, per­ché gli Stati uniti insieme agli altri alleati atlan­tici euro­pei, hanno atti­va­mente lan­ciato la stra­te­gia dell’allargamento della Nato a Est? Inglo­bando così tutti i paesi dell’ex Patto di Var­sa­via, esclusa la Rus­sia, nell’Alleanza atlan­tica prima nemica, pro­prio men­tre il patto di Var­sa­via, anello di sicu­rezza mili­tare dell’ex Unione sovie­tica invece si scio­glieva? È cre­di­bile o no che que­sta stra­te­gia di allar­ga­mento della Nato a Est, con rela­tivi sistemi d’arma, basi mili­tari, Scudo anti­mis­sile, rivi­si­ta­zione dei bilanci sta­tali in fun­zione di una accre­sciuta e tec­no­lo­gica spesa mili­tare, sia stato inter­pre­tata da Mosca come espan­sione aggres­siva? Era dav­vero neces­sa­rio por­tare le forze della Nato a ridosso delle fron­tiere russe, anche con l’Ucraina inse­rita nel par­te­na­riato atlan­tico, tanto da sca­te­nare la rispo­sta cor­ri­spet­tiva in Cri­mea, dove sto­ri­ca­mente ha sede la Flotta russa del Mar Nero?
Signor Pre­si­dente, Lei ha insi­stito su un con­cetto che ci è caro: «Kiev non deve sce­gliere tra est e ovest». Parole sacro­sante. Ma allora come giu­dica il fatto che l’Unione euro­pea ha insi­stito prima per offrire il trat­tato di asso­cia­zione — non l’adesione, quindi poca cosa rispetto alle urgenze eco­no­mi­che ucraine — pre­ten­dendo comun­que che Kiev rom­pesse con la Comu­nità degli Stati indi­pen­denti legata a Mosca e con la rispet­tiva unione doga­nale. Non è forse que­sta una costri­zione a sce­gliere tra est e ovest? E l’aver inci­tato come ha fatto il Segre­ta­rio di Stato John Kerry in piazza Maj­dan, una rivolta, certo anche con­tro la cor­ru­zione ma dal forte carat­tere nazio­na­li­sta, anche di destra estrema, e sicu­ra­mente anti­russa:, non è stato un altra for­za­tura per­ché quel Paese sce­gliesse tra est e ovest?
Signor Pre­si­dente, l’ambasciatore degli Stati uniti in Ita­lia con gesto signi­fi­ca­tivo ha rag­giunto in que­sti giorni il com­plesso di mon­tag­gio di Cameri che mette insieme i pezzi dei cac­cia F35 che arri­vano «gene­ro­sa­mente» dalla mul­ti­na­zio­nale ame­ri­cana Loc­kheed Mar­tin. Lei ha dichia­rato: «A volte l’azione mili­tare è giu­sti­fi­cata». Ma l’F35 non è uno stru­mento di difesa, ma di first strike, cioè da primo attacco, armato anche con testate ato­mi­che: cioè stru­mento d’offesa, di guerra dichia­rata. Inol­tre il Pen­ta­gono stesso avverte sui troppi difetti del cac­cia­bom­bar­diere. Visto l’altissimo costo per lo Stato ita­liano, impe­gnato ora in una spen­ding rewieu che minac­cia occu­pa­zione e wel­fare, può spie­gare per­ché mai dovremmo acqui­starli, spen­dendo cifre colos­sali di miliardi di euro? Lei ha affer­mato che «la libertà non è gra­tis». Ma chi attenta alla libertà occi­den­tale se non esi­ste più un sistema anta­go­ni­sta come i paesi socia­li­sti orga­niz­zati in blocco, dove regnano gli stessi valori del mer­cato e della demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva, ma esi­stono sistemi eco­no­mici assai com­pe­ti­tivi con i nostri (come per la Rus­sia)? O è forse la Cina diri­gi­sta e iper-capitalista a met­ter in peri­colo la libertà di mer­cato occidentale?
Signor Pre­si­dente, il ver­tice di que­sti giorni all’Aja delle potenze ato­mi­che è tor­nato sulla «sicu­rezza nucleare» in Europa. Il Par­la­mento euro­peo nel 2004 ha votato alla quasi una­ni­mità un docu­mento che chiede agli Stati uniti di riti­rare dall’Europa le circa 200 testate ato­mi­che Usa dis­se­mi­nate nel Vec­chio con­ti­nente, 70 delle quali con­ser­vate anche in Ita­lia a Ghedi e Aviano (chissà se Renzi lo sa?!). Per la sicu­rezza ita­liana le chie­diamo: quanto tempo dovrà pas­sare per­ché riti­riate dal nostro ter­ri­to­rio nazio­nale que­ste armi mici­diali che con­tri­bui­scono tra l’altro a mili­ta­riz­zare il ter­ri­to­rio, tra­sfor­man­dolo in tar­get delle ato­mi­che «nemiche»?
Signor Pre­si­dente, non crede che l’allarme sull’Ucraina lan­ciato pro­prio dalla Casa bianca: «È vio­lato il diritto inter­na­zio­nale» venga da un pul­pito piut­to­sto squa­li­fi­cato, cioè da parte di un’Amministrazione come quella sta­tu­ni­tense in guerra e occu­pante di altri paesi (Iraq, Afgha­ni­stan, Libia, se lo ricorda l’11 set­tem­bre del 2012 a Ben­gasi?); che inol­tre ha un lager fuo­ri­legge a Guan­ta­namo (a Cuba, in un altro Paese); che con­ti­nua ogni giorno la guerra dei droni in Afgha­ni­stan e Paki­stan che uccide migliaia di civili da «effetti col­la­te­rali». E che, dopo le pro­messe del suo discorso del 2009 al Cairo, lascia la que­stione pale­sti­nese nel silen­zio e nel san­gue: una ferita al diritto inter­na­zio­nale, con ben due Riso­lu­zioni dell’Onu da più di 40 anni chie­dono a Israele di riti­rarsi dai Ter­ri­tori occu­pati, men­tre invece si espan­dono gli inse­dia­menti dei coloni ebraici? Che resta di que­sta voglia ame­ri­cana di espor­ta­zione demo­cra­zia e libertà nel mondo con la distru­zione della guerra? Anche per­ché il ruolo dell’agenzia d’intelligence Usa Nsa verso la lea­der­ship euro­pea, denun­ciato dal caso Sno­w­den, è o no un segnale di non rispetto della libertà altrui?
Signor Pre­si­dente, non crede che l’Unione euro­pea, per le neces­sità della sua eco­no­mia e per gli approv­vi­gio­na­menti di ener­gia, non­ché per la sua auto­no­mia poli­tica — visto che esi­ste solo come moneta e alleanza mili­tare Nato — non abbia asso­lu­ta­mente biso­gno della guerra di san­zioni alla Rus­sia che Washing­ton sta inne­scando, anche per suo tor­na­conto, per­ché così può rista­bi­lire un nuovo rap­porto di dipen­denza con il Vec­chio con­ti­nente a par­tire pro­prio dalla for­ni­tura di ener­gia? Quanto alla Nato, se c’è biso­gno di difesa in Unione euro­pea, non dovrebbe essere «euro­pea»? L’Alleanza atlan­tica, per sta­tuto è coman­data da un gene­rale ame­ri­cano. Un’Unione euro­pea che, den­tro la crisi che ci atta­na­glia, tagli comun­que la cre­scita della spesa mili­tare per aprire invece «gra­nai e diplo­ma­zia di pace». Renzi (accanto a Lei), che cita a ogni pie’ sospinto, il fio­ren­tino Gior­gio La Pira — che paci­fi­sta lo era dav­vero — dovrebbe essere d’accordo. O no?
Tommaso Di Francesco - il manifesto

Il Ruggito del Cazzaro di ALessandra Daniele, Carmillaonline.com


coniglio-cilindroRenzi aveva promesso di farsi valere in Europa.
Quindi ha guardato la Merkel dritto negli occhi, e gliel’ ha detto forte e chiaro:
“Obbedisco”.
Poi s’è voltato verso la telecamera, ed ha aggiunto: “ma lo faccio per me stesso, non per te”.
Alla camera dei deputati ha invece parlato ininterrottamente per sei ore. Senza dire niente. Come sempre, a braccio: se dovesse riempire un pezzo di carta con le cose che dice davvero, il risultato sarebbe un foglio bianco.
Intanto, entrava in vigore il primo decreto del suo “Jobs Act”, che aumenta ulteriormente la precarietà del lavoro, rendendo milioni di persone ancora più faciili da sfruttare e licenziare.
E Cottarelli, il suo commissario alla “Spending Review” annunciava la seconda porzione della sua rivoluzionaria e inedita ricetta economica: tagli a pensioni e sanità.
Renzi è considerato da molti italiani una speranza di cambiamento. L’ultima. I sondaggi gli danno ancora un consenso popolare superiore al 40%.
Renzi in realtà è un cazzaro. L’ennesimo. Quanto ci metteranno gli italiani ad accorgersene stavolta?
Sappiamo che alcuni non se ne accorgeranno mai.
Ci sono ancora milioni di italiani che votano Berlusconi, e che alle elezioni europee lo cercheranno sulla scheda, pronti a votare una qualsiasi delle sue figlie – se candidata – solo perché ha lo stesso cognome.
C’è ancora chi vota Alessandra Mussolini per lo stesso motivo.
E c’è chi ha eletto Di Battista del M5S, il figlio segreto della coppia Bonolis – Laurenti.
Certi elettori grillini sono un interessante caso di cecità selettiva: si sono sciroppati tutte le dietrologie snocciolate da Grillo durante l’intervista a La 7, senza vedere come se ne servisse per cambiare discorso ed eludere ogni domanda di Mentana sul vero ruolo di Casaleggio nel M5S.
La settimana scorsa molti leghisti hanno invece votato per l’indipendenza del Veneto, paragonandolo alla Crimea, benché le stonzate che spara la Lega non producano abbastanza metano per un gasdotto.
Ci sarà sempre qualcuno che crederà a Renzi.
La cosiddetta luna di miele con la maggioranza del paese però non durerà in eterno.
Ultimamente l’emivita dei cazzari s’è ridotta notevolmente. Monti s’è smontato ben prima del previsto. Letta s’è squagliato subito come una di quelle bistecche gonfiate con gli estrogeni che sulla graticola si riducevano immediatamente a uno straccetto carbonizzato.
Renzi è un imbonitore tronfio e logorroico che la sta sparando troppo grossa. Si desccrive come un “torrente impetuoso”, ma è soltanto un tombino intasato.
Quando le date del suo calendario del FantaCambio saranno passate tutte invano, le sue millantate riforme si saranno rivelate tutte per quelle cazzate reazionarie che sono, la maggioranza degli italiani s’accorgerà che la ricetta economica è sempre la stessa e sforna la solita merda, e così anche Renzi sarà bruciato. I suoi Quattro Salti in Padella finiranno nella brace.
Quale altro Coniglio Cacciaballe uscirà dal cappello del governissimo allora?
Il Toto Cazzaro è già cominciato, e non c’è praticamente nessuno nel PD di Renzi che non si stia già provando le sue scarpe. Dai presunti fedelissimi, ai nemici che hanno finto di arrendersi, agli ex amici che ha fregato.
E a Bruxelles già si ridacchia anche di lui.

Il 7 aprile Bertinotti a Perugia: "L'Europa reale"


PERUGIA - L’Associazione culturale Umbrialeft invita alla presentazione del n° 30 della rivista “Alternative per il Socialismo” L’EUROPA REALE, a Perugia, Piazza Italia, Palazzo Cesaroni, Sala della Partecipazione, Lunedì 7 aprile 2014 ore 17:00 con FAUSTO BERTINOTTI, Fabio Amato e Lucia Maddoli. INTRODUCE Stefano Vinti.
DALL’OLIGARCHIA NASCE IL CANNIBALISMO POLITICO di FAUSTO BERTINOTTI
Nello sconnesso e disastroso sistema politico italiano sembra ora doversi registrare una nuova tappa. L’atteso arrivo in essa da protagonista primario di Renzi sembra determinarsi anche prima e diversamente dal previsto con la sua assunzione della guida del governo. Se non il partito-stato, nasce il partito-governo (non più solo il partito al governo e neppure solo il partito di governo). E’ lui, il partito-governo, il nuovo principe della politica, è lui che può scomporre e comporre gli schieramenti, disfare e fare i partiti.
Anche le incredibili vicende della Cgil, possono inserirsi in questo processo che investe i soggetti politici e sociali restati sulla scena, una scena di cannibalismo politico. L’Europa reale si mangia l’Europa e costruisce un sistema oligarchico. Il sistema oligarchico si mangia i regimi costituzionali. Il governo, dopo essersi mangiato i parlamentari, si appresta a mangiarsi i partiti. Il campo della contesa è quindi l’Europa stessa. L’appello di diverse personalità, guidate da Barbara Spinelli, per una lista di cittadinanza a sostegno della candidatura di Tsipras ci offre un’opportunità che forze di diversa cultura politica dovrebbero saper cogliere, per far vivere una presenza di alternativa programmatica e politica.
Fabio Amato e Lucia Maddoli sono candidati nel Collegio Centro della lista L'Altra Europa con Tsipras
Fabio Amato - Coordinatore della campagna del Partito della Sinistra Europa per Tsipras, dell’esecutivo della SE, responsabile esteri del PRC. Protagonista della costruzione della Sinistra Europea e della candidatura di Alexis Tsipras, ha partecipato alle campagne contro i trattati neoliberisti dell’UE, per un’Europa sociale e del lavoro. Impegnato del movimento contro la guerra, nella solidarietà con i popoli palestinese, kurdo e sahrawi e con l’America latina. Fra gli organizzatori in Italia delle marce europee contro la disoccupazione e la precarietà, del Genoa social forum e nel movimento contro la globalizzazione capitalista.
Lucia Maddoli - Laureata in Scienze Politiche con una tesi sul Partenariato Euromediterraneo, consegue il Diploma di Master Europeo in Mediazione Intermediterranea all'interno del quale svolge uno stage al Parlamento Europeo. Lavora presso la Tavola della Pace alla organizzazione di varie edizioni della marcia Perugia-Assisi e dell'Onu dei Popoli. Dal 2004 al 2005 è focal point italiano della campagna ONU sugli Obiettivi del Millennio; dal 2008 al 2010 focal point in Libano nel Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite per progetti di cooperazione allo sviluppo. Da settembre 2010 rientra in Italia, dove lavora per FELCOS Umbria nella cooperazione decentrata per lo sviluppo umano sostenibile. E' stata da sempre impegnata nel mondo dell'associazionismo (Agesci, Amnesty International) e del volontariato.

Il cruccio di Obama: le armi costano, europei datevi da fare di Claudio Conti, Contropiano.org

Il cruccio di Obama: le armi costano, europei datevi da fare

La crisi economica sega anche il tronco statunitense, nonostante il “privilegio imperiale” di poter stampare dollari a volontà, senza alcun rapporto né con le riserve in oro né con lo stato realòe dell'economia. E lo sega fino all'anima: le spese militari.
La crisi Ucraina, che proprio gli Stati Uniti hanno provocato e finanziato con 5 miliardi di dollari, ha fatto trasparire in superficie la debolezza strategica della stessa Nato e spiega ad abundantiam le ragioni della visita di Obama in Europa, e soprattutto la sua insistenza sia sulla necessità di intraprendere il “sentiero della crescita” abbandonando quello della sola “austeritò”, sia sulla “tenuta” delle spese militari all'interno dell'Unione Europea.
Il quadro economico dell'impegno militare è ben riassunto in un curioso articolo del Corriere della sera di oggi, ad opera di Luigi Offeddu. I numeri sono quelli, la tendenza anche. Ma l'intenzione “imperialista” è mascherata dall'utilizzo delle percentuali al posto delle cifre assolute, in modo da far risultare che la Russia stia “spendendo più dell'America” in armamenti.
Il trucco è vecchio quanto l'aritmetica, ma funziona sempre (vista l'ignoranza titanica del grande pubblico in materia di numeri); specie quando i tamburi di guerra cominciano a rullare. Spiega Offeddu: “Oggi gli Usa, che pagano il 72% di tutti i conti Nato, spendono in armi il 4% del loro Pil, meno della Russia (4,5%)”.
Lo scostamento percentuale è minimo (lo 0,5%), ma giustamente bisogna metterlo in relazione al Pil di entrambi i paesi. E qui il trucco viene allo scoperto: nel 2012 quello russo ammontava a 2.021 miliardi di dollari (circa 1.500 miliardi euro, più o meno il livello dell'Italia); mentre quello statunitense è arrivato a 15,68 miliardi di dollari (11 miliardi di euro, più o meno).
Basta dunque farsi due conti: il 4,5% di 2.021 fa quasi 91 miliardi di dollari, il 4% di 15,68 fa invece 627,2 miliardi. Insomma: gli Usa spendono sette volte più dei russi in armamenti. Non ci dovrebbe neppure esser bisogno si ricordare che – dalla caduta del muro in poi – i russi (non più “i sovietici”) hanno fatto un uso assai limitato di questa dotazione (in Cecenia, più un “mostrare i muscoli” verso la Georgia del corrottissino Shalikashvili), mentre gli Stati Uniti nello stesso periodo hanno bombardato a più riprese, quasi ogni anno, in almento tre continenti diversi.
Anche l'ultima percentuale-simbolo del malcapitato Offeddu - “negli ultimi 10 anni, Vladimir Putin ha aumentato del 79% le spese militari” - viene travolta dalle stesse considerazioni. Il Pil russo, nel 2004, pesava appena 765 miliardi di dollari, meno della metà del 2012. Ne deriva che – in percentuale – la Russa ha diminuito la spesa militare, mentre è ovviamente cresciuta (del 79%, appunto) in cifra assoluta. Nel 2004 il Pil statunitense ammontava invece a 11.800 miliardi di dollari; per cui la diminuzione percentuale della spesa militare – meno 2% - equivale ad una riduzione anche in cifra assoluta di circa 80 miliardi (da 708 a 627). Per colpa della crisi, non di un improvviso “pacifismo” dell'ipepotenza imperiale.
Paccottiglia propagandistica da tempi di guerra, ripetiamo.
In ogni caso è vero che – a parità di crescita (o di crisi) – i paesi della Nato sono stati costretti a ridurre la quota di ricchezza nazionale destinata agli armamenti. Finché il “prossimo nemico” era un Gheddafi o un Assad, non c'era problema. Lo scarto era così mostruoso da rendere irrilevante qualche miliardo di armi in più o meno. Se invece si “sfruculia” la Russia – mettendo al tempo stesso in allarme la Cina – allora il gioco diventa non solo molto più complesso, ma anche molto più costoso. Di qui comincia il “viaggio in Europea” e la pressione per mantenere elevata la spesa per armi (incidentalmente: “comprate 'sti cavolo di F35”, deve aver detto a Napolitano).
Ora che avete le chiavi anche “aritmetiche” di lettura, potete far voi stessi “la tara” all'articolo dell'embedded Offeddu. Dopo di che, riflettete: se sono costretti a giochini così facili da scoprire, quanto è "urgente" la pressione che sentono dietro le spalle? Quanto è vicina, insomma, una guerra vera, non il solito tiro a segno contro il rais mediorientale di turno?
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Nato. Spese militari in calo di fronte a Mosca che si riarma: negli ultimi 10 anni, Vladimir Putin ha aumentato del 79% le spese militari
Luigi Offeddu, Corriere della Sera
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BRUXELLES — L’ultima volta fu due anni fa, aprile 2012: ultima esercitazione congiunta fra Russia e Nato, al computer, simulazione di una difesa antimissilistica. Ma da allora, e già prima di allora, quante cose erano e sono successe. Negli ultimi 10 anni, Vladimir Putin ha aumentato del 79% le spese militari della Russia e oggi vi dedica il 4,5% del suo prodotto interno lordo. Nello stesso periodo i 28 Paesi Nato, piccoli o grandi, tagliavano alla grande i loro bilanci, incalzati dalla recessione economica. Giù le armi, almeno nei registri contabili: i militari dell’Alleanza, da 1.940.342 che erano nel 2006, sono scesi a 1.453.028 nel 2012. Il Canada ha abbattuto le sue spese militari per una somma pari al 7,6%, del Pil, l’Ungheria per l’11,9%, la Spagna per l’11.9%, l’Italia per l’10,3% (prima del presunto cambio di rotta sugli F-35). E così via.
Oggi gli Usa, che pagano il 72% di tutti i conti Nato, spendono in armi il 4% del loro Pil, meno della Russia. Secondo i dati dell’Agenzia europea della difesa e di altre fonti ufficiali, la Germania sta all’1,3% la Francia all’1,9%, l’Italia all’1,2%, e la spesa minima prevista per essere membri a pieno titolo della Nato è (sarebbe) pari al 2% del Pil nazionale. E se Mosca azzannasse di colpo un’altra Crimea, magari il bacino ucraino del Don? Lo «spread» fra i titoli di Stato, scherza un ufficiale nella sala mensa del quartier generale Nato a Bruxelles, non basterebbe a respingere i cosacchi. La Nato e il Pentagono promettono piena copertura ai Baltici e alla Polonia. Ribatte l’acre Wall Street Journal : «I tagli ai bilanci hanno reso più difficile la possibilità di adempiere ai compiti più importanti della Nato», e oggi abbiamo sul campo «forze che non sono pronte, né addestrate, né sufficientemente armate».
È per tutte queste ragioni che Barack Obama, l’altro giorno a Bruxelles, ha detto di essere preoccupato «per le spese della difesa in calo fra alcuni nostri alleati Nato». È sempre per le stesse ragioni che Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato, si è rivolto a Obama con parole che avevano il tono di un appello: «La difesa collettiva dei nostri alleati è un obiettivo primario per la Nato e io mi unisco a lei, signor presidente, nella sua richiesta di misure aggiuntive, così da rafforzare la nostra difesa collettiva: misure che includano piani di difesa aggiornati e più avanzati, esercitazioni rafforzate e spiegamenti appropriati di forze». Libera traduzione in chiaro, dal prudentissimo codice diplomatico: stiamo, state spendendo o facendo troppo poco, alcuni governi non fanno la loro parte, così ci indeboliamo mentre i nostri avversari o potenziali avversari non si distraggono e non lesinano i fondi, grazie anche ai loro gasdotti.
Eppure è da anni, prima e durante Obama, che Washington riduce il suo apporto alla Nato, forse per indurre gli alleati ad essere più generosi: verso il 1998 volavano 800 aerei militari americani nei cieli europei, oggi sarebbero più o meno 130.Lo stesso Obama ha fatto capire di recente che le spese militari americane saranno ridotte entro un paio d’anni al livello più basso dai tempi del dopoguerra, e questo significherà il quasi-digiuno per le casse della Nato. Come in una gigantesca partita a poker, 28 giocatori stanno seduti allo stesso tavolo davanti a un piatto vuoto, guardandosi di soppiatto: e ognuno, quando tocca a lui la parola, spera di cavarsela con il classico «passo», o al massimo di buttar nel piatto un innocuo «chip», la minima delle puntate. Ma questa volta, a distribuire le carte, è l’uomo del Cremlino, e nessuno sa bene quanti «jolly» si nascondano nel mazzo. I documenti della Nato disegnano bene quanto sia pesante la situazione. Come in questo caso, testuale: «Il sistema raggiungerà la sua piena capacità operativa nella prima metà del prossimo decennio». Cioè entro il 2025. E il «sistema» di cui si parla è lo scudo contro i missili balistici progettato dalla Nato per il suoi 28 Paesi membri, cioè l’arma più completa, più indispensabile e urgente di difesa .
A febbraio, nel quadro di questo progetto, ha gettato le ancore in un porto spagnolo l’incrociatore americano lanciamissili Donald Cook ; si avvale di Aegis, un sofisticato sistema radar, e con i suoi missili intercettori può individuare, tracciare e abbattere missili balistici intercontinentali (per esempio in arrivo dalla Russia, dalla Cina, dalla Corea del Nord). Secondo i progetti, al Donald Cook si aggiungeranno altri 3 incrociatori. Pattuglieranno tutto il Mediterraneo, pronti ad intervenire a fianco della Nato. Grazie anche a batterie antimissili terrestri che proteggeranno la Romania e la Polonia: nel primo caso dal 2015, e nel secondo dal 2018. La copertura totale di tutti i Paesi membri, hanno spiegato autorevoli fonti Nato, sarà un «obiettivo a lungo termine» dell’Alleanza, che garantirà «protezione piena alla popolazioni europee». Sempre che molto prima, al Cremlino, dal mazzo non salti prima fuori un altro «jolly».