venerdì 30 gennaio 2015

ARRANGIATEVI !

Nell'inserto economico del “Fatto Quotidiano” di mercoledì 21 gennaio c'è una intervista a Franco Bernabè, ex presidente telecom, che potete trovare qui. C'è un passaggio interessante dovuto al fatto che l'intervistatore (Giorgio Meletti) ha uno sprazzo di lucidità, insolito nella categoria dei giornalisti, e riesce a chiarire il senso delle parole dell'intervistato. Il passaggio è il seguente:

F.Bernabè. L'unica cosa che si può e si deve fare è liberare le energie per la creazione di nuove iniziative. La tecnologia ha fatto sì che oggi le soglie di accesso alla creazione di un'impresa si sono molto abbassate. Le opportunità ci sono, anche in Italia, bisogna mettere i giovani in condizione di coglierle.
G.Meletti. Ma l'idea che tutti i giovani debbano farsi la start up non è un po' come dire loro: arrangiatevi? E se uno per caso non è creativo, non ha l'idea geniale, o semplicemente non vuol vivere con il coltello della competizione tra i denti, deve morire di fame?
FB. L'economista americano Tyler Cowen ha scritto recentemente un libro intitolato Average is over, che letteralmente significa “la media è finita”. Significa che non c'è più spazio per galleggiare, il mondo è diventato terribilmente competitivo per il semplice fatto che in pochi anni la cosiddetta globalizzazione ha messo 500 milioni di europei in gara con tre miliardi di cinesi e indiani. E adesso sta esplodendo l'economia africana. È così, oggi chi non è creativo e competitivo starà molto peggio di chi non lo era trent'anni fa.
GM. Una classe dirigente che dice al popolo che viene diretto “scusate, è andata male, ognuno per sé e Dio per tutti” non è un grande spettacolo.
FB. Sta accadendo così in tutti i Paesi dell'Occidente.”

Come dicevo, l'intervistatore ha colto esattamente il contenuto reale della retorica di Bernabè traducendola nel semplice invito, da parte delle classi dirigenti, ad arrangiarsi. Bernabè tergiversa, cita un economista americano, che fa sempre cool, ma alla fine, con un po' di giri di parole, conferma che la sostanza della situazione è questa.
A me sembra che si tratti di uno scambio che ci dice davvero molto, sulle nostre classi dirigenti. Ci mostra una notevole mescolanza di lucidità e follia. La lucidità sta, naturalmente, nel descrivere in maniera corretta la situazione, che è proprio quella che emerge dalle parole di Bernabè. Possiamo aggiungere che ormai davvero nessuno nasconde più nulla, tutto è chiaro. La follia sta nel pensare che una situazione del genere possa essere stabile. Si può pensare che stia in piedi uno Stato, una comunità, un gruppo umano di un qualsiasi tipo, sulla base del principio “ognuno pensa per sé”? Sulla negazione di ogni solidarietà, di ogni condivisione? È noto che “sono forse io il custode di mio fratello?” è la risposta di Caino al Signore che lo interroga sulla sorte di Abele (Genesi, 4, 9), e il racconto biblico sembra suggerirci che, sulla base dei principi di Caino e Bernabè, un gruppo umano (in questo caso, la prima famiglia) si scontra rapidamente con problemi piuttosto gravi.
I gruppi dirigenti dei paesi occidentali stanno distruggendo, direi senza rendersene troppo conto, le basi stesse della convivenza civile. Si tratta di un processo che finirà per travolgere, alla fine, anche il loro potere. Purtroppo, prima di questo, travolgerà le nostre società, le nostre famiglie, le nostre vite.
(M.B.)

giovedì 29 gennaio 2015

Il PD e la sinistra....vera!

Prosperare sul disastro. Cronache dall’emergenza sociale permanente/2 di Alexik

Prosperare sul disastro. Cronache dall’emergenza sociale permanente/2
Promuovere e organizzare il disastro abitativo su larga scala non è un’impresa per dilettanti. Nell’esperienza storica italiana ci sono voluti vari decenni di politiche mirate e una notevole determinazione per arrivare al risultato.
C’è voluto il saccheggio dei fondi Gescal, quelli detratti per decenni dalle buste paga dei dipendenti per costruire alloggi destinati ai lavoratori, e deviati dalle loro finalità per tamponare il buco del deficit pubblico o per altre voci varie ed eventuali (il disavanzo della RAI, il sostegno a San Patrignano, l’arredo urbano per il G7 di Napoli, ecc. ecc.). Una stima del ’96 valutava che su £ 200.000 miliardi di fondi Gescal, di 50.000 non si trovasse più traccia né si capisse dove fossero finiti. Un mare di soldi sottratti anno dopo anno alla costruzione di case popolari, e quelli che ancora non sono spariti risultano tuttora inutilizzati per un miliardo di euro1.
Tanta coerenza nella pratica dell’obiettivo a lungo andare ha pagato: l’Italia è riuscita a collocarsi agli ultimi posti in Europa per quantità di abitazioni sociali in % sul patrimonio abitativo,  una quantità decurtata ultimamente dalla messa a mercato di migliaia  di alloggi di proprietà degli enti previdenziali.
Edilizia-socialeRispetto alla tendenza nazionale Roma non fa eccezione, dato che la percentuale di case a canone sociale o agevolato raggiunge nella capitale il 4,3 %, contro il 26 % di Londra, il 16,8 % di Parigi e il 12,7 % di Berlino2. Un ottimo risultato per i beneficiari di rendite immobiliari, visto che l’edilizia pubblica popolare ha il pessimo difetto di esercitare sugli affitti privati un effetto calmiere.
Il beneficio però non sarebbe stato colto appieno se negli anni ‘90 non fossero intervenuti prima il governo Amato (1992) e poi quello D’Alema (1998) per distruggere definitivamente la legge sull’equo canone. Nei cinque anni successivi alla sua abrogazione gli affitti romani salirono del 85,2 %, innescando oltretutto una reazione a catena. Visto che ormai la pigione eguagliava la rata del mutuo, chi se lo poteva permettere si orientò verso l’acquisto dei quattro muri, e l’aumento della domanda delle famiglie contribuì a spingere al rialzo anche il prezzo del metro quadro.
Ma non ne fu l’unica responsabile. La distruzione dell’equo canone aveva dato infatti la stura alle speculazioni, accellerando un processo di finanziarizzazione che poneva i patrimoni immobiliari in mano a società emettitrici di titoli, la cui redditività poteva essere ottenuta solo spingendo sempre più sulla crescita dei canoni e dei prezzi delle case. Il risultato su Roma fu di un aumento del 83,9 %3, dal 1999 al 2004, del costo del mq.
Roma-sfratti-eseguitiOvviamente chi non poteva più permettersi né l’affitto né il mutuo era fuori, con un ritmo medio degli sfratti eseguiti nella capitale di oltre 2500 famiglie l’anno4. Decine di migliaia di persone che sono andate – e vanno tuttora – ad aggiungersi ad altre migliaia che al mercato degli affitti non hanno mai avuto nemmeno accesso.
Non erano per loro, infatti, le decine di milioni di metri cubi di nuove edificazioni piovute sulla città sotto le giunte Rutelli, Veltroni e Alemanno, che trasformarono Roma in un’immensa fiera dell’edilizia ad uso e consumo di quelli che, in definitiva sono i suoi veri padroni: Caltagirone, Toti, Parnasi, Scarpellini, Bonifaci, Rebecchini, Mezzaroma, Pulcini e tutti gli altri allegri colleghi dell’Acer (Associazione dei costruttori edili di Roma e provincia).
Milioni di metri cubi (70 nel PRG di Veltroni del 2008, senza contare le deroghe) che hanno assaltato l’agro romano coprendolo con nuovi quartieri dormitorio grandi come città, o “densificato” zone di Roma rendendone la vivibilità un delirio. Una devastazione del tutto legale, ovviamente … ché ai palazzinari la legalità è stata ritagliata addosso come un abito di sartoria, tramite i condoni o attraverso una serie di artifici creativi (compensazioni, accordi di programma, ambiti di riserva) tali da consentire deroghe massive ai piani regolatori.
Tralasciando le numerose lottizzazioni minori, si è trattato, ai tempi di Rutelli di due milioni e settecentomila mc a Bufalotta a favore di Toti, Caltagirone e Parnasi; un milione e 900 mila mc a Tor Marancia (sul parco dell’Appia Antica) per la gioia di Mezzaroma; un milione e centomila mc a Ponte di Nona e un altro milione e duecentomila a Tor Pagnotta, entrambi a beneficio di Caltagirone. Con Veltroni  si sbloccarono per Scarpellini un milione e centotrentamila mc alla Romanina, mentre con Alemanno arrivarono centosettantamila mc per Rebecchini a Palmarola e duecentodiecimila mc di diritti edificatori per l’Amministrazione del patrimonio della sede Apostolica5.
murales 1Milioni di metri cubi che rappresentano per gli abitanti della città un’immensa rapina di spazio, aria, verde, suolo, tempi di vita. Una nuova spinta centrifuga verso e oltre (molto oltre) il raccordo anulare, l’ultimo capitolo di un processo di espulsione ai margini della città non solo dei lavoratori e del sottoproletariato urbano ma anche di strati sempre più consistenti del ceto medio. Al centro, la Grande bellezza è un monopolio per ricchi, una cartolina per turisti, un teatro per speculazioni di lusso.
Le nuove cubature fruttano ai re del cemento centinaia di milioni di euro di guadagni netti, con volumi di affari tali da far sembrare i business di Carminati & C briciole per poveracci. Hanno una funzione “sociale” decisamente diversa rispetto alla soluzione dell’emergenza abitativa, visto che sono off limit per migliaia di persone che non se le possono permettere.
Chi vive in emergenza abitativa può tutt’al più aspirare a pochi metri quadri in un residence di un’estrema periferia, di proprietà di qualche palazzinaro, gestito da una cooperativa e pagato con cifre esorbitanti dal Comune.
campo-farniaPer chi ha già vissuto la violenza dello sfratto o dello sgombero, il residence è l’ultimo approdo, l’ultimo insulto. Dovrebbe essere un semplice luogo di transito verso la casa popolare, ma visto che non ci sono nuove case popolari la sistemazione provvisoria diventa definitiva.
Eppure la politica dei residence avrebbe dovuto concludersi già con Rutelli, dopo che la città ne aveva sperimentato per anni gli esiti fallimentari. Con la delibera n. 163/98 sembrava avviata all’estinzione, e tale indirizzo pareva confermato dalla giunta Veltroni, che nel suo “Piano Regolatore Sociale” del 2004 affermava: “I residence avrebbero dovuto garantire una permanenza di emergenza, per un massimo di tre mesi. Date le gravi carenze alloggiative, invece, più generazioni si sono trovate a vivere in quelli che sono diventati veri e propri ghetti, a causa della composizione sociale omogenea e di un assistenzialismo passivo e deresponsabilizzante”.
La giunta Veltroni riuscì a smentire se stessa l’anno dopo, con la pubblicazione di un primo bando di gara per l’apertura di 10 nuovi centri di assistenza abitativa temporanea (CAAT) e 3 strutture per richiedenti asilo . In residence, ovviamente, o in strutture riaccatastate come tali in seguito a fantasiosi cambi di destinazione d’uso (dopo essere state classificate come negozi, opifici, magazzini, discoteca, casa di cura). Il tutto, compreso di portierato, pulizia e manutenzioni, al modico prezzo (complessivo) di circa 24 milioni di euro di affitto annui. Un affarone per le proprietà degli stabili, felici di piazzare monolocali a ridosso del raccordo anulare allo stesso prezzo di un appartamento ai Parioli.
CAAT-2006Fra gli aggiudicatari di tanta manna troviamo tutta gente degna.  Alcuni sono vecchi nomi dell’edilizia romana, come gli Armellini, memorabili per l’erezione di un palazzo di nove piani completamento abusivo a Tor Marancia, oltre che per la costruzione delle traballanti “case di ricotta” di Ostia, e per aver recentemente omesso al fisco la proprietà di 1243 appartamenti6.
Ci sono poi i Pulcini, imprenditori vicini a Carminati, artefici di 283.000 metri cubi di abitazioni di lusso abusive ad Acilia, poi sanate dall’interpretazione “estensiva” del concetto di condono da parte degli uffici tecnici della giunta Veltroni7. Due Pulcini sono finiti ultimamente agli arresti a causa di una maximazzetta al deputato Pd Marco Di Stefano per l’affitto di due palazzi alla Regione Lazio8.
E c’è l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone, forte di una notevole esperienza in tema di appalti pubblici, dato che già alla fine degli anni ’90 il suo consorzio di cooperative La Cascina (attivo anche nella ristorazione) si era distinto per aver somministrato a scuole ed ospedali baresi “cibi scaduti, putrefatti o con alta carica batterica”, per essersi aggiudicato appalti con la frode9, e per l’infezione da salmonella di 182 bambini nelle mense scolastiche romane (scuole Besso e Bertolotti).10 Chissà, forse Veltroni sperava che gli risolvesse il problema dei profughi e dei senza casa sterminandoli col catering. O forse non gli era indifferente il fatto che l’Arciconfraternita fosse diretta emanazione di Ruini, all’epoca ancora presidente della CEI. (Continua)

  1. Giovanni Laccabò, Incostituzionali i fondi Gescal, L’Unità, 28 aprile 1994. Giulio Cesare Filippi,Fondi Gescal. Una variabile dipendente, La Repubblica, 19 febbraio 1996. Fondi Gescal: Cobas inquilini, non rintracciabili 50.000 mld, AdnKronos, 27 maggio 1998. Fondi ex-Gescal, tutte le risorse ancora in cassa, Regione per Regione, Il Sole 24 Ore, Edilizia e Territorio, 17 maggio 2013. 
  2. P. Bendini, D. Nalbone, Le mani sulla città, Alegre, 2011. 
  3. Fonti: Unione Inquilini e Ministero dell’Interno. Consultabili qui
  4. Per ulteriori dettagli: Paolo Mondani, I re di Roma, Report, 4 maggio 2008. Claudio Cerasa, La presa di Roma, Rizzoli, 2009. P. Bendini, D. Nalbone, Le mani sulla città, Alegre, 2011. Ylenia Sina, Chi comanda Roma? , Castelvecchi, 2013. 
  5. Paolo Mondani, I re di Roma, Report, 4 maggio 2008. 
  6. Mauro Favale, Giuseppe Scarpa, Carminati: Affari e crac del mio amico Pulcini, La Repubblica, 5 dicembre 2014 
  7. Paolo Berizzi, Cibi scaduti a bimbi malati. Arrestati dirigenti di cooperativa, La Repubblica, 9 aprile 2003. 
  8. Associazione Lucchina e Ottavia, Intossicazione nelle scuole di Ottavia. 182 bambini aspettano giustizia, 19 marzo 2012. 

Je suis Erri di Dante Barontini

Je suis Erri
«Istigazione a delinquere» è uno di quei reati da codice fascista che solo un legislatore distratto o fin troppo furbo mantiene in vigore. Indecifrabile alla verifica empirica, specie nei casi di opposizione sociale e politica; di scarsa utilità in tutti gli altri casi (se ti convinco a fare una rapina con me dividiamo il bottino, quindi siamo correi e condannabili entrambi a una pena molto superiore; è escluso che ti possa convincere a farla da solo o con altri e poi portarmi la mia parte).
È diventato un “reato foglia di fico”, da usare - in rarissimi casi, per disperazione o protervia - al posto dei reati d'opinione, che in effetti fanno un po' troppo fascismo del ventennio. Mentre ora siamo moderni e liberali, quindi si deve reprimere il libero pensiero critico senza darne l'impressione.
In ogni caso, imputare un universalmente stimato scrittore per «istigazione a delinquere» è uno di quei passi audaci che o si rivelano presto un boomerang oppure instaurano di fatto un'altra costituzione materiale. Imponendo il silenzio pubblico.
Le premesse per il boomerang ci sono tutte. La fama internazionale dell'imputato, lo sconcerto scandalizzato dei giornalisti stranieri, lo stesso scarto temporale tra fatti – la resistenza attiva in Val Susa è di molto precedente l'intervista solidale di Erri – e profferimento della parola incriminata: sabotaggio.
Le premesse per il regime change anche. L'inesistenza di anticorpi culturali, una magistratura quasi completamente incapace di affrontare cum grano salis i problemi che arrivano al suo esame, una classe politica fatta di servi nominati, un giornalismo mainstream attento solo al rinnovo del contratto individuale e disposto a tutto per accontentare la proprietà. Chi ha dato una sbirciata a La Stampa o al Corriere, su questa vicenda, può farsene un'idea per proprio conto.
Nessuno sembra sapere che la Tav è un'opera inutile, che la Francia ha rinviato ogni decisione sulla sua realizzazione al 2030, che l'unico motivo per cui “bisogna farla” sono gli appetiti di alcune imprese costruttrici, con il solito codazzo di mazzette e di subappalti per “movimentazione terra” in odor di criminalità organizzata. Le uniche cose che devono “far notizia” sono gli sporadici scontri tra popolazione della valle e le forze militari inviate in loco per reprimere la Resistenza (addirittura reparti ritirati dall'Afghanistan! vedihttp://www.tgvallesusa.it/2013/11/tav-missione-val-di-susa-la-clonazione-di-herat/), oppure le voci di intellettuali che classificano la Resistenza stessa come legittima.
In parole povere: nessuno deve opporsi, neanche parlando. Tanto meno animando strumenti di comunicazioni non subalterni. Non è un caso che anche Contropiano potrebbe essere trascinato in tribunale dal dott. Caselli per due articoli pubblicati sul giornale.
E qui cadono i tanti asini della propaganda di regime. Non è neanche passato un mese da quando tutti, anche i più forcaioli nemici della libertà di parola, alzavano i cartelli con su scritto “je suis Charlie”, teorizzando che “non ci devono essere limiti alla satira”. Ora gli stessi tutti trovano normale che invece i limiti debbano esistere. E anche molto stretti.
Ne deriva, quasi come un'equazione matematica, che il limite non esiste solo quando la parola lavora per gli interessi del potere – sfottere le credenze religiose altrui è un aiuto, anche se magari involontario, ai teorici dello “scontro di civiltà”. Quando invece la parola difende interessi opposti diventa reato. Je ne suis plus Charlie?
L'assolutismo è questa roba qui.

Attacco alla Grecia, tra minacce e paura di Claudio Conti, Contropiano.org

Attacco alla Grecia, tra minacce e paura
Crolla la borsa di Atene (-16% in tre giorni). Vola lo spread (1.000 punti sui bond trentennali). Nella stratosfera gli interessi sui titoli di stato (17%).
La fomazione del governo Tsipras - che alla sua prima riunione ha deciso l'unica cosa concreta in tutto il polverone di chiacchiere immediatamente cosparso dai media di casa nostra: stop ai processi di privatizzzione già avviati da Samaras per elettricità e porto del Pireo - è stata salutata dai mercati finanziari con una fuga massiccia da Atene. Il messaggio sembra chiaro: dovete morire.
La realtà è alquanto diversa: nessuno si può permettere, neanche "i mercati" più speculativi, l'esplosione della Grecia, la sua uscita dall'euro, la conseguente rottura della moneta unica (tutti i paesi attualmente "con problemi" diventerebbero immediatamente bersaglio della speculazione al posto di Atene), un caos non limitabile alla sola Europa.
Così come la Grecia non può rompere da sola il vincolo coercitivo creato con i trattati dell'Unione Europea, così la Ue e i mercati non possono pensare semplicemente di "estromettere" un paese, per quanto piccolo, dove la popolazione ha democraticamente deciso di volere un governo più attento alle proprie condizioni di vita che non ai diktat della Troika.
L'attacco dunque c'è, e fortissimo, quasi terroristico. Ma è più un segnale, un avvertimento, una minaccia, che non una dichiarazione di "soluzione finale".
Con lo stop alle privatizzazioni il governo Syriza ha fatto vedere di voler fare sul serio, realizzando subito un punto chiave del proprio programma elettorale. "I mercati" hanno fatto altrettanto sul serio, preparando il terreno per i ricatti che il capo dell'Eurogruppo - l'olandese Jeroen Dijsselbloem - metterà sul tavolo domani, nel suo primo incontro con i nuovi dirigenti greci. La partita a scacchi è iniziata e durerà a lungo.
La prima cosa da capire è che ci troviamo di fronte a una situazione storica mai vista prima, anche sul piano strettamente economico. Il capitalismo è in crisi conclamata da otto anni e non si vede da nessuna parte una via d'uscita. Le idee su come cercarla sono per un verso ideologia al servizio dei capitali forti (l'"austerità" in piena crisi è solo un modo di impoverire i già poveri e la "classe media" per arricchire chi già ha troppo), per l'altro soluzioni empiriche "di necessità", "riformismo obbligato", che attinge in modo ondivago a un patrimonio ideale senza però esserne condizionato o rispettarlo più di tanto. Syriza è un calderone, non l'erede unitario di una visione socialdemocratica un po' più radicale del quasi defunto Pasok. E' tenuta insieme dalla pressione di una popolazione alla fame, bisognosa di risposte immediate, non da una prospettiva di "riforma di lunga durata" del sistema capitalistico.
Ed anche il più criminale degli speculatori di un certo peso sa che non è mai interesse del creditore far morire il debitore. La partita si gioca dunque sulla lunghezza del guinzaglio che deve continuare a tenere per il collo un debitore ormai senza fiato; il quale, da parte sua, sa che solo una maggiore libertà d'azione e più tempo a disposizione possono evitare una morte altrimenti certa. Un po' come il prigioniero messo con le spalle al muro dalle botte delle guardie: primo obiettivo, farle smettere di picchiare, poi si ragiona per il passo successivo.
Non è un caso che stavolta "il contagio" tra titoli greci e titoli italiani o spagnoli non ci sia stato. "I mercati" sanno che la Bce sta per cominciare a comprare, quindi la stabilità finanziaria è per il momento - 60 miliardi di euro al mese per 18 mesi - assicurata. Sanno anche che il debito greco in mano ai privati - ovvero in mano propria - è ben poca roba. Oltre l'80% è nelle casseforti di Fmi, Bce, Unione europea e diverse banche centrali; che non hanno alcun interesse a venderli, tanto meno ai prezzi di queste ore.
C'è insomma spazio e tempo. Quel che serve per trattative complicate, complesse, dure. Quel che serve per dare un po' di respiro a un popolo usato come cavia di laboratorio da un pugno di criminali assisi nel gotha della finanza o ai vertici delle "istituzioni sovranazionali".

Crisi, euro, Italia, Europa di Dino Greco


Crisi, euro, Italia, Europa


Contributo in vista del seminario Crisi, euro, Italia, Europa che si terrà sabato 31 gennaio a Roma presso il centro congressi Cavour (via Cavour 50/a)  a partire dalle ore 10 organizzato dal Partito della Rifondazione Comunista
La Lega cerca – con preoccupante successo – di egemonizzare il movimento antieuropeista su una linea di populismo reazionario, xenofobo, di marca dichiaratamente lepenista. Assistiamo persino al tentativo di capitalizzare a destra lo stesso, straordinario successo di Syriza nelle elezioni greche oscurandone l’imprinting radicalmente anti-liberista. Anche il M5S cavalca l’onda, sebbene con un profilo più basso e confuso, esibendo come distintivo identitario la pura e semplice propagandistica, uscita dall’euro (il referendum).
 L’agognato ritorno alla moneta nazionale non è tuttavia auspicato da costoro per restaurare diritti espropriati (welfare, diritto del lavoro), o per proteggere i salari, o per ostacolare il processo di privatizzazione selvaggio, o per definire nuove regole per il commercio e controllare la circolazione dei capitali, o per pubblicizzare banche e asset nazionali. Tutto il contrario.
Si tratta di un nazionalismo autarchico e reazionario che si sdraia su un senso comune sempre più diffuso e sulla crescente disperazione di un popolo che non sa più a che santo votarsi, per lucrarne un vantaggio politico-elettorale a buon mercato.
 E noi?
Noi comunisti nel congresso abbiamo detto: “disobbediamo ai trattati!”, facciamo leva sulle contraddizioni del monetarismo Ue a trazione tedesca, sottraiamoci al ricatto del moderno “mago di Oz”, di un’Unione europea che gioca con carte truccate.
 Ma cosa vuol dire, in concreto, disobbedienza?
Come si declina questa linea, al centro ed in periferia, vale a dire nelle regioni, nei comuni, nelle politiche di bilancio e fiscali?
 Ancora: cosa vuol dire opporsi al patto di stabilità che impedisce persino ai comuni “virtuosi” di spendere risorse disponibili?
 Ebbene, noi non l’abbiamo ancora detto, col risultato che la nostra proposta rimane chiusa in quella parola, non si traduce in una politica e in una mobilitazione.
Dunque “non morde”, “non si vede”, “non seduce”. E rimane in una “terra di mezzo”, priva di realtà, vaso di coccio fra vasi di ferro.
seminario europa L’analisi da cui dovrebbe in realtà prendere le mosse ogni scelta politica razionale ed efficace non può accontentarsi di una critica rivolta al liberismo “in generale” e ad un processo di unificazione europea che non avrebbe portato a compimento il suo più ambizioso progetto politico perché rimasta a metà del guado e perché diventata, via via, preda degli spiriti animali del capitalismo. Per cui oggi si tratterebbe di costringere il manovratore a venire a più equi patti, introducendo qualche variante negli ingranaggi esistenti, qualche artifizio economicistico, qualche espediente di tecnica monetaria capace di mutarne l’indirizzo di fondo.
 Il fatto è che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario: l’architettura monetaria che esso ha posto al suo fondamento (e che trova nell’euro non già un sottoprodotto fenomenico, ma il proprio funzionale apparato strumentale) serve appunto a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa.
 La complessa impalcatura monetarista si configura cioè come la specifica risposta strategica del capitalismo continentale (a egemonia tedesca) alla caduta del saggio di profitto e la condizione, dentro un quadro politico-sociale in rapida mutazione reazionaria, per riplasmare l’economia nella conservazione di rapporti capitalistici di produzione fortemente compromessi dalla crisi.
 L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre strutturalmente i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista, con l’obiettivo di rendere strutturale l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione necessaria in una fase storica in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire ad offrire agli investimenti un adeguato rendimento.
 Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica (nell’accezione marxiana) che coinvolge la struttura economica, cioè il modello di accumulazione, i rapporti sociali e di proprietà, la sovrastruttura politica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che tiene insieme l’impasto:
 -  il modello di accumulazione: attraverso la costruzione di un paradigma che produce e riproduce il capitale finanziario, parassitario e speculativo;
- i rapporti di proprietà: attraverso la spoliazione della proprietà pubblica, la privatizzazione integrale, la messa a profitto di tutto ciò che può assumere i caratteri della merce, la reductio ad unum delle 4 forme di proprietà previste dalla Costituzione repubblicana (statale, privata, comunitaria, cooperativa);
- la superstruttura politica e giuridica: attraverso la sterilizzazione del parlamento e l’annichilimento della democrazia rappresentativa in favore della concentrazione di tutto il potere negli esecutivi; lo stravolgimento del modello elettorale in funzione maggioritaria, bipartitica e in forma tendenzialmente presidenziale;
- la superstruttura culturale e ideologica: sostenuta da un imponente apparato mediatico, che ha sradicato nella coscienza di larghe masse ogni anelito solidaristico per sostituirvi la concezione individualistica e iper-competitiva della borghesia liberale classica.
 
L’Europa odierna è dunque tutto meno che uno spazio neutro, più efficace per la lotta nello stato nazionale.
Non è vero che lo spazio statuale più grande, quello europeo, sia il modo migliore per collocare controffensiva di classe al livello del capitale; esso lo è solo quando consente alla classe dominata di esprimere la propria autonomia politica. Quando il dominio di classe assume forma nazionalistica si deve essere internazionalisti, europeisti e in qualche caso autonomisti. Quando invece, come succede in Europa, quel dominio passa proprio attraverso la distruzione dello stato nazionale, si deve elaborare un nazionalismo democratico orientato verso una nuova Europa confederale.
 L’Europa non è un soggetto politico che aiuta il multipolarismo e contiene l’espansione Usa, considerato che siamo alla vigilia della sottoscrizione del devastante trattato di libero scambio transatlantico che consegnerà alle multinazionali, ai più rapaci players economici internazionali il potere – con tanto di legittimazione giuridica e tribunali al seguito – di subordinare all’attesa di profitto ogni aspetto delle legislazioni nazionali, mettendo la mordacchia ad intere Costituzioni nazionali.
 L’Europa non è neppure un’entità sovranazionale che riequilibra le legislazioni e prepara un assetto federativo.
La costruzione forzosa di un’unica area valutaria aumenta la divaricazione fra i paesi perché impone una moneta unica ad economie del tutto diverse. E perché questa moneta “incorpora” le “virtù” del marco: deflazione, indipendenza della Bce e stabilità monetaria, i tre dogmi su cui è costruito l’euro, le tre cause, o concause, della distruzione dell’unità europea.
 L’euro serve anche a rendere stabile la gerarchia fra nord e sud, fra paesi creditori e paesi debitori.
Il comportamento del creditore nord-europeo è solo apparentemente illogico. Perché incaponirsi in politiche che riducendo la domanda dei paesi debitori, riducono il mercato per i prodotti del nord, considerato che il 70% delle esportazioni di quei paesi avvengono nell’area europea?
Per due motivi: perché diminuire il salario dei lavoratori del sud, in buona parte terzisti del nord, significa diminuire i prezzi dei prodotti del nord stesso; e perché la generale deflazione del sud abbatte il costo del patrimonio industriale ed immobiliare dei paesi colpiti. La logica che guida queste scelte è una logica semi-coloniale, che punta a costruire un sistema industriale ed un mercato del lavoro duali, concentrando la proprietà nelle mani del nord e trasformando il sud in un mare di mano d’opera a basso costo.
La logica dell’euro è la più cocente smentita di chi crede che l’Unione europea sia terreno più favorevole per la lotta di classe.
 L’Europa è oggi un meccanismo non democratizzabile perché distrugge deliberatamente, con metodo, il solo soggetto che potrebbe democratizzarla: il lavoro.
Non è forse superfluo ricordare la lettera a firma congiunta con cui alla fine del 2011 Draghi e Trichet intimavano all’Italia di mettere mano a pensioni, salari, diritti del lavoro e privatizzazioni e come Napolitano abbia investito poi Mario Monti del ruolo di esecutore testamentario di queste direttive; o il documento con cui J.P. Morgan, nel maggio del 2012, ribadiva lo stesso concetto, con un “taglio”, per così dire, più sistemico, dove ad essere messe all’indice erano le costituzioni antifasciste troppo venate di socialismo; o – per tornare a casa nostra – la determinazione con cui il compito demolitore del giuslavorismo moderno è stato mirabilmente interpretato da Matteo Renzi.
 Uno sguardo alla situazione della Grecia
Ha ragione Emiliano Brancaccio: le ricette della troika saranno ricordate come uno dei più colossali inganni nella storia della politica europea.
La Grecia le applica già da 4 anni con enormi (e crescenti) sacrifici per la popolazione.
Rispetto al 2010 la pressione fiscale è aumentata di 8 punti percentuali rispetto al pil e la spesa pubblica è diminuita di quasi 4 punti, corrispondenti ad un crollo di 30 mld;
i salari monetari sono caduti di 12 punti percentuali e il loro potere d’acquisto è precipitato in media di 14 punti, con picchi negativi di oltre 30 punti in alcuni comparti.
 La Commissione europea ha sempre sostenuto che queste politiche non avrebbero depresso l’economia. Ma le sue previsioni sull’andamento del pil greco sono state totalmente smentite: per il 2011 la Commissione previde un pil stazionario, che in realtà crollò di 7 punti; per il 2012 annunciò addirittura una crescita di un punto, e fu sconfessata da una caduta di 6 punti e mezzo; nel 2013 la previsione fu di crescita zero, e invece il pil greco precipitò di altri 4 punti.
Anche per il 2014 si registra uno scarto fra le rosee previsioni di Bruxelles e la realtà dei fatti ad Atene.
 La verità, che ormai riconoscono a denti stretti persino al Fmi, è che le ricette della Troika rappresentano la causa principale del crollo della domanda e della conseguente distruzione di produzione e occupazione avvenuta in Grecia: negli ultimi 5 anni, ben 800.000 posti di lavoro in meno.
 Né si può dire che tali ricette abbiano stabilizzato i bilanci: il crollo della produzione ha implicato un esplosione del rapporto fra debito pubblico e pil, aumentato in 5 anni di 30 punti percentuali.
 “Questi soggetti – osserva ancora Brancaccio – stanno ottenendo quello che volevano: perché dovrebbero mutare la loro posizione a seguito di una vittoria di Tsipras? Al limite offriranno un’austerità appena un po’ mitigata, un piatto avvelenato che – se accettato – condannerebbe Syriza alla stessa agonia che ha ridotto ai minimi termini il Pasok di Papandreu.”
 Il rigetto di una parte del debito accumulato sarebbe una soluzione logicamente razionale. Un problema, tuttavia, esiste: la disapplicazione unilaterale del Memorandum, il ripudio anche solo di una parte del debito indurrebbe la Bce a bloccare le erogazioni e determinerebbe una nuova crisi di liquidità.
A quel punto la Grecia e il suo nuovo governo di sinistra sarebbero costretti ad abbandonare l’euro per tornare a stampare moneta nazionale.
 Ora, il Qe varato dalla Bce è stato rappresentato come il tentativo di correggere – di fronte al generale scivolamento deflattivo – lo sciovinismo economico rigorista di marca tedesca.
La Banca centrale si è sì decisa – sia pure in una forma edulcorata, cioè scaricando la parte di gran lunga più cospicua dei rischi sulle banche centrali dei paesi membri – a stampare moneta per l’acquisto massiccio di titoli del debito nazionali. Peccato che gli acquisti di titoli di Stato non avverranno – a differenza di quanto avvenuto negli Usa e in Giappone – rastrellandoli sul mercato primario, direttamente dagli organi emittenti, cioè dai ministeri del Tesoro dei singoli stati. Gli acquisti saranno fatti sul mercato secondario, cioè dalle grandi banche della zona euro. “Si tratta, quindi – come osserva Domenico Moro – dello stesso meccanismo già deciso da Draghi nel 2011, e basato sull’offerta di liquidità a tassi ridottissimi alle banche affinché acquistassero titoli di Stato. Una mossa che non ha sortito alcun effetto positivo sull’economia e sull’occupazione, che hanno continuato a peggiorare. Infatti, la liquidità erogata dalla Bce non si tradusse in prestiti alle famiglie dei salariati, agli artigiani e alle piccole imprese, ma rimase nelle banche”.
Ad avvantaggiarsene – continua Moro – furono le banche stesse che guadagnarono sul differenziale tra i finanziamenti a tasso zero della Bce e gli interessi pagati dallo Stato. Il risultato fu che i bilanci delle banche, gravati dalle perdite della crisi del 2007-2008, migliorarono notevolmente, grazie alla crescita degli utili. Un meccanismo simile si verificherà anche questa volta. Di fatto, l’operazione è a carico delle singole nazioni. Insomma, dove sta la svolta, dov’è la solidarietà e l’azione finalmente combinata a livello europeo? Il rischio sovrano si è internalizzato ancora di più, con sollievo della Germania. In terzo luogo, gli acquisti verranno effettuati non selettivamente, in base alle difficoltà dei singoli Stati nel finanziare il proprio debito, ma in modo proporzionale alle quote di capitale detenute dai singoli stati nella Bce. Dunque, la Germania, che paga già interessi reali già negativi sul suo debito, verrà “beneficiata” da questa operazione in proporzione come la Grecia che paga alti tassi d’interesse”.
 “Dunque – conclude Moro – l’obiettivo di Draghi non è quello di rilanciare il Pil, cioè la produzione, e l’occupazione, ma di tenere alti i profitti delle banche e delle grandi imprese soprattutto multinazionali.
Il Qe ha come obiettivo il contrasto alla deflazione, perché questa riduce i profitti o ne inibisce l’aumento, in quanto il calo dei prezzi erode i margini operativi delle imprese. Una inflazione troppo forte beneficia i debitori rispetto ai creditori e questo è eresia in un ambiente capitalistico, soprattutto per le banche. Ma l’inflazione troppo bassa o peggio la deflazione erodono i profitti. Inoltre, il Qe ha già cominciato a svalutare l’euro rispetto al dollaro e altre valute, facilitando le esportazioni che sono pressoché di esclusiva pertinenza delle imprese di grandi dimensioni e multinazionali”.
 Si tratta di segni piuttosto evidenti che l’ingranaggio è in crisi, che le misure adottate non fanno che confermare il carattere organico della crisi capitalistica e, ancora, che la diga eretta per scongiurare il cedimento rischia di rivelarsi alquanto fragile poiché la manovra rimane pur sempre incardinata sull’impalcatura monetaria che ha prodotto l’austerity e non è arduo prevedere che i suoi effetti si riveleranno del tutto modesti.
 Allora, tornando al tema iniziale, attenzione a spiegare che se si mette in discussione l’euro significa essere anti-europei;
attenzione a dire che la rivendicazione della sovranità popolare (che, non dimentichiamolo, sta scritta nell’articolo 1 della Costituzione) significa, “necessariamente”, portare acqua ai nazionalismi xenofobi e fascistoidi;
attenzione a dire che chi vuole fare saltare questo ingranaggio infernale non fa che “lavorare per il re di Prussia”, altrimenti si corre il rischio che qualcuno il re di Prussia lo invochi davvero e magari che lo scontro si concluda non con una restaurazione della democrazia ma proprio con l’avvento dei populismi reazionari.
 Del resto, non ci sono evidenze empiriche – come ci spiegano Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini – che l’uscita dall’euro provocherebbe una svalutazione delle proporzioni che si paventano e, soprattutto, che lo scenario sarebbe in quel caso peggiore della drammatica deriva in corso.
Lo dico perché il “diavolo” capitalista fa le pentole, ma non sempre riesce a trovare i coperchi e fra non molto, potremmo trovarci di fronte alla caduta dell’euro per…autocombustione…, cioè per autonoma decisione del potere finanziario, una volta condotti a termine lo sventramento del welfare, il processo di privatizzazione integrale, la riduzione a simulacro della democrazia rappresentativa, l’annichilimento del potere di contrasto del soggetto lavoro.
 Il punto, allora, è cosa fare per impedire che si intraprenda questa strada, proprio per l’incapacità delle classi dominanti di perseguire una rotta diversa.
 Allora tocca a noi dire in modo chiaro che all’uscita dall’euro dovrà corrispondere una nuova politica economica e sociale:
  • proteggendo i salari attraverso un rilancio delle lotte e del ruolo contrattuale dei sindacati;
  • reintegrando i diritti del lavoro espropriati dalla crociata anti-operaia in corso;
  •  rilanciando l’indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita;
  • ricostruendo un regime previdenziale che così com’è precluderà il diritto alla pensione a due generazioni di italiani;
  •  riducendo su scala nazionale e in tutti i settori l’orario di lavoro;
  • varando nuove politiche fiscali che restituiscano progressività all’imposta sul reddito e prevedendo una tassa strutturale sui grandi patrimoni;
  • ponendo un tetto alle retribuzioni e alle pensioni;
  • nazionalizzando le banche e i principali asset industriali a partire dalla siderurgia;
  • ridefinendo le regole che disciplinano gli scambi commerciali e i movimenti di capitale.
 Si tratta insomma di costruire le premesse per un’uscita da sinistra dalla crisi e riscattare l’Europa dal giogo della finanza e dei proprietari universali che stanno succhiando il sangue dei popoli.
 Certo, per fare queste cose occorrono altri rapporti di forza, e si può a buon titolo obiettare che siamo lontani dalla capacità di mettere in campo una forza d’urto quale sarebbe necessaria, ma con questa piattaforma potremo rivolgerci sul serio ai proletari di questo paese e alle forze intellettuali non compromesse con la vulgata corrente, usando argomenti, parole, programmi, proposte che nessun altro può, sa, vuole utilizzare. Proposte che abbiano in sé la forza di rilanciare le lotte e dare il senso di una mobilitazione nazionale, ma non nazionalista, solidale, ma non corporativa, europeista, ma non prigioniera dei dogmi del monetarismo liberista.
 Ne abbiamo la forza? Nella situazione presente, no. Ma avere una linea chiara oppure non averla non è la stessa cosa.
 Del resto, una posizione attendista produrrebbe tre effetti massimamente negativi:
 a)consegnerebbe la protesta contro l’austerity alla demagogia parafascista di Matteo Salvini, consentendo alla destra più reazionaria di riscuotere la rappresentanza di ampi strati popolari e di ridurre la dialettica politica italiana ad un duello fra la “nuova” Lega in versione lepenista e il partito democratico organico al liberismo europeo;
b) genererebbe, di fronte ad una deflagrazione dell’euro, la peggiore delle condizioni, perché il ritorno alla moneta nazionale – senza adeguate contromisure – rovescerebbe sui lavoratori, sui disoccupati, sugli strati più deboli della popolazione uno tsunami sociale di proporzioni devastanti;
c) contribuirebbe all’isolamento della Grecia di Syriza, che invece di schiudere le porte di un’altra Europa si ritroverebbe sola, stritolata fra le ganasce della tenaglia dei poteri forti europei.