venerdì 7 aprile 2017

Le guerre pulite non esistono, sono tutte sporche




Parla l’inviato speciale del Sole24ore che ha vissuto in prima persona le guerre degli ultimi 35 anni: “Le guerre pulite non esistono, sono tutte sporche”. Oltre a condannare il regime di Assad inchioda l’Occidente alle sue responsabilità: “Quella che era iniziata come una guerra civile tra il regime e l’opposizione si è trasformata in una guerra per procura”. Infine, non crede che Assad possa fare la fine di Gheddafi (“dietro ha Putin e l’Iran”), più possibile uno scontro regionale armato tra Israele e gli Hezbollah libanesi.

intervista a Alberto Negri di Giacomo Russo Spena

“Non sarà certamente questo lancio di missili Tomahawk americani a sbalzare dal potere Assad e a cambiare le sorti della guerra”. Alberto Negri, inviato speciale del Sole24ore è uno dei massimi esperti di Medioriente e di Siria. Reporter di guerra, ha raccontato dal fronte i conflitti bellici nei Balcani, in Asia e in Africa. “Ho vissuto in prima persona le guerre degli ultimi 35 anni e sono arrivato ad una conclusione: le guerre pulite non esistono, sono tutte sporche”, ci dice. Nella notte il lancio di 59 missili americani contro il regime di Bashar Assad fa presagire scenari di una guerra globale, anche se Negri tende a rimanere più cauto: “Difficilmente Donald Trump butterà giù il regime senza avere alternative. O fai guerra ad Assad o all’Isis, a tutti e due contemporaneamente è impossibile farlo”. Per poi aggiungere: “Da sempre nel mondo ha regnato il double standard: i crimini dei dittatori sono considerati più efferati dei crimini commessi dall’Occidente, che sono stati tanti, troppi, in questi anni”.

Dopo l’attacco chimico del regime nella provincia di Idlib – 72 morti tra cui molti bambini – ha scritto sul Sole24ore un articolo che si focalizza proprio sulle responsabilità dell’Occidente. “È giusto indignarsi per le vittime della provincia di Idlib – si legge – ma una parte di questa indignazione riserviamola anche ai nostri leader occidentali incapaci di uscire da un ginepraio di calcoli sbagliati e interessi che dura ormai da oltre tre decenni. Ora si attende il secondo capitolo, quello della spartizione della Siria: a questo servono i morti di Idlib”.

Sei stato innumerevoli volte in Siria, ci aiuti a comprendere il quadro? Qual è la partita in gioco?

Stiamo assistendo alla più importante partita geopolitica degli ultimi anni in Medioriente e nel Mediterraneo. Quella che era iniziata come una guerra civile tra Assad e l’opposizione si è trasformata in una guerra per procura. C’è anche una data precisa per indicare tale passaggio: il 6 luglio 2011 quando l’ambasciatore americano Ford, mandato dall’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, andò a farsi riprendere dalle telecamere in mezzo ai ribelli armati di Hama. Un evidente segnale dell’amministrazione Obama: Assad era diventato un bersaglio da colpire. Un regime da destituire. L’idea della Clinton era il leading from behind, guidare da dietro i mutamenti in Medio Oriente.

Una guerra per procura che ha coinvolto poi Russia, Turchia, Israele, Francia... Riesci a farci luce sulle scelte di campo?

Questa guerra deriva da una lunga destabilizzazione del Medioriente dove si intrecciano diversi fattori, molti dei quali si trascinano dagli anni ‘80, dal conflitto tra Iran e Iraq. Dopo il 6 luglio 2011 Turchia, Arabia Saudita, Qatar e le altre monarchie del Golfo scelgono di opporsi ad Assad perché alleato storico dell’Iran sciita. Si trattava per i sunniti di una rivincita della caduta di Saddam Hussein nel 2003 e che aveva consegnato l’Iraq a maggioranza sunnita in mano alla minoranza sciita. Il caso degli alawiti è sintomatico in Siria: non appartengono né allo sciismo né al sunnismo, anche se tendevano a nasconderlo, non praticano i cinque pilastri dell’Islam, non pregano in moschea e sono considerati dei miscredenti. Gli alawiti rappresentano il 12% della popolazione siriana, eppure sono riusciti a salire al potere con Assad, strappandolo di mano ai sunniti dopo mille anni come racconto nel mio ultimo libro “Il musulmano errante” (Rosenberg & Sellier -2017). Questo è stato negli anni ‘70 il vero, primissimo, shock della Siria. Nel giugno 2011 le monarchie del Golfo chiedono al regime di rompere l’alleanza con Teheran. Assad si rifiuta.

E così entrano le potenze occidentali schierate con il fronte sunnita, visti anche gli interessi economici con le monarchie del Golfo?

In Siria nel 2011 si acuisce la crisi economica e sociale a causa di una forte siccità e per il conseguente abbandono delle campagne verso le principali città, come Damasco. Un processo che ha ulteriormente sfaldato il Paese e in quell’anno si è manifestata una legittima protesta contro il regime brutale di Assad. Ma Stati Uniti, Francia e Gb hanno sostenuto per mesi la tesi di un’opposizione moderata in Siria che in realtà era stata, ben presto, sostituita da milizie armate violente e jihadiste. Il passaggio dei combattenti islamici viene favorito dalla Turchia che permette l’ingresso in Siria di migliaia di miliziani: questa era l’autostrada della Jihad. E’ così che si forma, pian piano, il Califfato dell’Isis nato da una costola di Al Qaida in Iraq. Un giocattolo scappato di mano.

Con Assad, invece, si schiera la Russia di Putin?

Non solo. Prima si erano schierati con il regime sia i pasdaran iraniani che gli Hezbollah libanesi, forze sciite. Il 30 settembre 2015 la Russia di Putin fa pendere la bilancia dalla parte di Assad e inizia a fornire un aiuto concreto e militare contro i ribelli.

L’europarlamentare del M5S, Massimo Castaldo (e molti altri filoputiani) dubita che l’attacco chimico di Idlib sia frutto di Assad. Le sue parole sono state: “Militarmente, con questo attacco, Assad non ottiene nulla. Politicamente, solo l’odio del mondo intero. Metto un grosso punto interrogativo perché queste, spesso, sono anche guerre di propaganda. E non bisogna dare giudizi affrettati”. Siamo alla fantapolitica complottista?

Beh, i dubbi ci sono sempre. E finché non ho notizie da fonti indipendenti non mi azzardo a dare giudizi e ad asserire verità. In guerra ho imparato a credere solo a ciò che vedo coi miei occhi. Pensiamo al caso del 21 agosto 2013 a Ghouta, a est di Damasco, dove armi chimiche provocarono la morte di un numero altissimo di persone, tra cui molti bambini. In quel caso, il rapporto dell’Onu sulla strage non ha mai identificato i responsabili. Anzi si dice che probabilmente le armi chimiche siano state utilizzate da entrambi i fronti.

Però l’Osservatorio Siriano sui Diritti umani ha stilato un duro rapporto contro il regime di Assad....

Non è una fonte attendibile, come quasi tutte le fonti manovrate dagli inglesi. Tra l’altro noi potremmo avere le informazioni dal fronte: nelle basi americane, a Mosul come in Siria, ci sono centinaia di militari. Se gli americani volessero tramite droni e altri mezzi, potrebbero documentarci meglio ma scelgono di non farlo. Io, nel mio piccolo, prendo informazioni da ong come Medici Senza Frontiere o da alcuni gruppi dell’opposizione non manovrati dall’esterno.

Sì, però è plausibile l’accusa nei confronti di Assad. Non trovi che parliamo comunque di un regime sanguinario?

Assad non è Saddam Hussein quindi sarei più cauto nell’utilizzare il termine “sanguinario”. Di certo, parliamo di un regime che utilizza metodi brutali e sicuramente da condannare, non c’è dubbio. Quando è esplosa la prima rivolta ha reagito con la repressione.

E se altre fonti dimostrassero le responsabilità di Assad negli attacchi chimici?

Significherebbe che il regime sta punendo quelle popolazioni che ormai non reputa più fedeli ad Assad. Mentre ad Aleppo l’esercito governativo ha ripreso in mano la situazione, in altre zone il regime sceglie la via della punizione di massa: cosa che in Medioriente è purtroppo tratto comune degli autocrati. Pensiamo al massacro in Libano di Sabra e Chatila.

Torniamo ai futuri scenari in Siria. Quali sono? E’ ipotizzabile una guerra “umanitaria”, simile a quella avvenuta in Libia con Gheddafi?

L’Occidente non mi pare intenzionato a muovere guerra ad Assad. A differenza della Libia, dietro Assad ci sono Iran e Putin. Nessuno ha vero interesse a stabilizzare la Regione, non ce l’hanno i turchi che ora hanno il problema dei curdi siriani, non ce l’hanno le potenze sunnite con l’Arabia Saudita che ha un fronte aperto in Yemen. Nessuna delle potenze internazionali ha interesse.

Non spaventa nemmeno l’intervento armato voluto da Donald Trump questa notte?

L’idea di Washington è stata quella di colpire Assad e allo stesso tempo lanciare un avvertimento a coloro che non obbediscono alla superpotenza americana, tra l’altro l’operazione militare è avvenuta mentre Trump riceveva il presidente cinese, Paese protettore della Corea Nord. Un secondo elemento da sottolineare: i lanci dei missili hanno colpito basi aeree ma non istallazioni vitali o il palazzo presidenziale di Damasco. Infine, Trump per aprire veramente il fronte più vasto contro la Siria ha bisogno dell’approvazione del Congresso Usa.

E’ possibile che si apra uno scenario di guerra tra Israele e gli Hezbollah libanesi?

Il lancio di missili americani contro la Siria è interpretato da Israele, che dal 1967 occupa il Golan siriano, come una sorta di via libera americano alle sue incursioni aeree sulla Siria ritenuta la retrovia degli Hezbollah libanesi. Non è uno scenario improbabile quello di una guerra regionale. Forse il più plausibile.

Intanto assistiamo alla morte di migliaia di persone. I civili sono stretti da una morsa: da un lato il regime di Assad, dall’altra le responsabilità dell’Occidente?

Sul campo di battaglia c’è il Califfato, lo Stato Islamico o Isis, che ha rappresentato un forte inasprimento, in termini di violenza, del conflitto contro le popolazioni civili. Assad non ha avuto freni in questi mesi, pensiamo ai bombardamenti congiunti con la Russia. Tutti se ne sono fregati della popolazione civile che è diventata ostaggio del regime siriano e dei gruppi jihadisti. Ogni giorno assistiamo ad una strage in questo Paese. Una violenza a livelli massimi, anche per il Medioriente. Ma soprattutto non si vede come pacificare una vasta area a cavallo tra il Mediterraneo e la Mesopotamia dove sono crollati in questi 14 anni, dall’invasione Usa dell’Iraq nel 2003, interi Stati mentre la violenza, le stragi, i massacri, l’esodo di milioni di persone, hanno visto esasperare le divisioni etniche e settarie.

Chi sono e cosa vogliono gli "amici del popolo"? di Sebastiano Isaia

populismo korovin nel mondo1Sempre i demagoghi seminano
su un terreno già arato.
M. Horkheimer, T. W. Adorno.
Il povero biascica le parole per saziarsi di esse.
Egli attende dal loro spirito oggettivo il valido
nutrimento che la società gli rifiuta; e fa la voce
grossa, arrotondando la bocca che non ha nulla 
da mordere.
T. W. Adorno.
«Gli italiani hanno bisogno come il pane
dell’uomo che “si affaccia dal balcone”»
(I. Montanelli). O dal Blog.
Dietro all’uno vale uno di solito si nasconde il Super Uno.
 
1. Populismo: è la categoria politica oggi più citata – e il più delle volte abusivamente – nel dibattito politico degli ultimi dieci anni.
In realtà, già con l’avvento del berlusconismo, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, si iniziò a scomodare quella definizione; allora però più che di “popolo” si straparlava di “società civile”, una mitica entità antropologicamente orientata al bene da contrapporre alla corrotta e incivile casta politica.
E fu proprio come massimo esponente della “società civile” che scese in campo l’ex Cavaliere di Arcore, l’uomo del fare, dello spettacolo e dello sport che tanto entusiasmo suscitò in una larga fascia di elettorato popolare che gli permise di espugnare il Palazzo al primo attacco. Altro che la «gioiosa macchina da guerra» messa in piedi dal patetico Occhetto! Allora gli intellettuali sinistrorsi, che avevano pronosticato il fulmineo fallimento della «ridicola messinscena» del riccone, sostennero che mentre Berlusconi e i leghisti stuzzicavano il basso ventre della gente, ricercando un facile consenso, il polo progressista puntava invece sulla testa delle «masse popolari». Insomma, finì 2 a 0 a favore del basso ventre. La testa aspetta l’ennesima rivincita, diciamo.
In effetti, è stato solo con i “fermenti” sociali e politici generati dalla Grande Crisi iniziata negli Stati Uniti alla fine del 2007 che il “populismo” ha guadagnato le prime pagine dei giornali e si è posto stabilmente al centro del dibattito politico. Si declina il “populismo” in un’accezione positiva come, assai più spesso, in una fortemente negativa, come sinonimo di demagogia; pare poi che esista un populismo di “destra” e un populismo di “sinistra”, populismi che spesse volte finiscono per toccarsi in questioni tutt’altro che marginali, provocando la meraviglia nelle teste dei politologi più scadenti: «Ma com’è possibile? È proprio vero: le vecchie ideologie del Novecento sono morte!». Pace all’animaccia loro!
Spesso uso la metafora geometrica per spiegare la cosa: gli estremi si toccano solo se insistono sullo stesso piano. Ad esempio, “estrema destra” sovranista ed “estrema sinistra” sovranista si toccano in diversi punti dell’agenda politica mondiale (come dimostra l’attrazione fatale per Putin, e in parte per Trump) semplicemente perché entrambe condividono uno stesso orizzonte sociale: quello tracciato dai rapporti sociali capitalistici. Di solito il politologo non si occupa di questo aspetto decisivo, e si concentra sulla fenomenologia “sovrastrutturale” dei processi sociali.
Naturalmente i populisti di “sinistra” si arrabbiano non poco con chi, ed è appunto il caso di chi scrive, li assimila senz’altro ai loro colleghi di “destra”. Qui entra in gioco proprio il concetto di popolo, che generalmente si tira dietro quello di nazione, a cui io contrappongo il concetto di classe, che chiama in causa il concetto di internazionalismo. Spesso, per non dire sempre, il populista, di “destra” o di “sinistra” che sia, è anche un sovranista convinto, e ciò ha appunto a che fare con il concetto di Popolo.
 
2. La lotta non è più tra sfruttatori e sfruttati, tra classi ricche e classi povere, ma tra alto e basso, tra chi lavora (e anche gli imprenditori onesti lavorano, forse più dei loro dipendenti!) e vampiri della finanza speculativa (la banca onesta è tutt’altra cosa!), tra élites e popolo, tra casta e gente semplice: trattasi di una gigantesca menzogna che peraltro non ha nemmeno il pregio dell’originalità.
Una variante populista della lotta di classe è una contraddizione in termini. Checché ne pensino coloro che, ad esempio sulla scia del lascito teorico di Ernesto Laclau, lavorano per una «declinazione a sinistra del populismo», la variante populista della “tradizionale” lotta di classe si esaurisce, per i dominati, in un portare acqua al mulino di questa o quella fazione della classe dominante, la quale è quanto mai divisa al proprio interno (sempre per una questione di valori… di scambio!) e si compatta solo contro il nemico interno (i proletari in lotta) e contro il nemico esterno – salvo incombenze rivoluzionarie, come dimostra il classico esempio della Comune di Parigi al tempo della guerra franco-prussiana: «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti. […] I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (1). Questo anche a proposito di sovranismo/nazionalismo.
Parlare di popolo in un’accezione rivoluzionaria nell’epoca della sottomissione totale del pianeta al Capitale non è solo politicamente ultrareazionario, è anche storicamente ridicolo. Dopo la prese del potere da parte della moderna borghesia il concetto di popolo ha assunto sempre più una precisa funzione ideologica, quella di cancellare la realtà dell’antagonismo fra le classi e dentro ogni singola classe.
Supplire alla frammentazione sociale e all’impotenza politica delle classi subalterne riprendendo quel concetto, magari attualizzandolo un poco alla luce del capitalismo del XXI secolo, sarebbe, da parte degli anticapitalisti, politicamente stupido e illusorio. Di fatto chi tenta di sdoganare a “sinistra” il populismo non tradisce nulla e si limita piuttosto a rendere evidente la propria natura politicamente reazionaria, e non a caso quei tentativi arrivano soprattutto, se non esclusivamente, dalla tradizione stalinista, che in Italia ha avuto nel PCI di Togliatti (e poi anche nella galassia gruppettara che si è formata negli anni alla sua “sinistra”) la sua più significativa espressione – o variante che dir si voglia. Il carattere borghese, nell’accezione storica (e marxiana) del concetto, degli aspiranti populisti di “sinistra” è insomma, almeno per chi scrive, del tutto scontato, e da me essi non riceveranno mai l’accusa di aver tradito il “ classismo marxista”, che la soggettività politica a cui essi, più o meno apertamente e nostalgicamente, si ispirano non ha mai praticato. Il “compromesso storico” di Berlinguer arriverà buon ultimo a suggellare la natura togliattiana del PCI degli anni Settanta.
I populisti di “sinistra” polemizzano con «una sinistra che strategicamente ripropone la stessa logica della destra liberista»; il loro nemico infatti, e al netto di una fraseologia pseudo anticapitalista che può ingannare solo gli sprovveduti (e purtroppo oggi sono tanti), non è il rapporto sociale capitalistico in quanto tale, non è il Capitalismo tout court ma solo la sua variante “liberista”, o finanziario-speculativa. Ai populisti sinistrorsi piace molto il Capitalismo di Stato (che essi spesso chiamano “socialismo”, o, per essere più “trendy”, benecomunismo) e il vecchio Capitalismo “produttivo”, peraltro intimamente intrecciato con la finanza già ai tempi di Marx, per non parlare del vecchio Engels, il quale fece in tempo a osservare l’ascesa del capitale finanziario come potenza sociale dominante nelle società capitalisticamente avanzate dell’epoca. Non stupisce affatto, dunque, se anche sul terreno delle proposte di politica economica i due populismi (quello di “destra”, già ben strutturato, e quello di “sinistra”, in lenta e stentata formazione) spesso si incrociano. Da buon opportunista politico, Grillo si limita a saltare da una parte all’altra del campo “populista”, dimostrando la sostanziale identità fra cosiddetta destra e cosiddetta sinistra. Dove mi colloco io rispetto a questi due poli, a queste facce della stessa medaglia? Né più a “destra” né più a “sinistra”, ma altrove, su un diverso e opposto terreno di classe, per usare vecchie ma ancora valide categorie politiche.
«L’acquiescenza della sinistra a questo disegno, la sua rinuncia ad opporsi, e in molti casi la sua partecipazione attiva al processo di “normalizzazione” liberista, ha fatto sì che la bandiera della rivolta contro l’establishment sia stata quasi dappertutto brandita dalle destre, che hanno imposto come ossessione dominante il tema, da ogni punto di vista secondario in termini realistici, delle politiche di immigrazione, col rigurgito di xenofobia e nazionalismo risorgente. Sono populismi, si dirà con quella punta di disprezzo delle “folle” che ormai caratterizza il linguaggio delle sinistre come delle élites. Ma in realtà avremmo bisogno di un serio populismo di sinistra, capace di parlare alle masse e di opporsi alle politiche dell’establishment» (2). E dove va a parare questo «serio populismo di sinistra»? È presto detto: «È del tutto falso e propagandistico affermare che un recupero di sovranità, assolutamente necessario, porti a nazionalismi sfrenati o addirittura a guerre. Come italiani non dovremmo certo proporci di tornare a Crispi e Mussolini, ma dovremmo guardare piuttosto a Enrico Mattei». Come volevasi dimostrare. Quelli del Manifesto negli anni Settanta non volevano morire democristiani; negli anni Ottanta non volevano morire craxiani; nel decennio successivo non volevano morire berlusconiani; oggi guardano a Enrico Mattei come a un fulgido esempio di sovranismo: qualche passo politico in avanti l’hanno pur fatto, bisogna riconoscerlo… «Si tratta di verificare, e per l’ultima volta, se esistono margini di riformabilità di questa Unione Europea, blindata da trattati che sembrano escludere ripensamenti o inversioni di rotta. Se questo non sarà possibile, e la disgregazione procederà tra stagnazione e conflitti, gioverà ricordare che il mondo è molto più grande e più vario rispetto alla prospettiva che si può osservare da Strasburgo e da Bruxelles». Dalla prospettiva che si può osservare dal “Quotidiano comunista” si vede Enrico Mattei che sfida le Sette Sorelle per affermare gli interessi strategici del Capitalismo italiano: credo che Matteo Salvini e Giorgia Meloni si affaccerebbero volentieri dalla finestra del Manifesto. Prima l’Italia! Cribbio!
 
3. Scrive Gennaro Sangiuliano su Tempi: «Nel delineare le ragioni del nichilismo europeo Martin Heidegger fa ricorso a due giganti russi, in particolare riprende il discorso di Dostoevskij su Pusˇkin del 1880, laddove lo scrittore cita il poeta nell’analisi del rapporto fra élite oligarchica e popolo. Pusˇkin identifica quello che chiama ceto dell’intelligencija, che “crede di stare di gran lunga al di sopra del popolo”, responsabile di aver alimentato una “società sradicata, senza terreno”, e ne censura il comportamento “svincolato dalla terra del nostro popolo”. Leggendo quel testo Dostoevskij appare come un simpatizzante del populismo, che infatti è un movimento che si palesa per la prima volta in Russia nella seconda metà del XIX secolo». Ha senso storico e politico, aiuta a farci comprendere ciò che oggi ci piace definire, forse un po’ troppo frettolosamente e acriticamente, “populismo” chiamare in causa il populismo russo del XIX secolo? Certo, la suggestione creata dal richiamo del suolo e delle radici, che è una componente essenziale del vecchio populismo basato socialmente sui contadini poveri, mantiene una certa forza, un discreto fascino, nella società “liquida”. Su una ben diversa latitudine storico-sociale, nel suo Furore (1939) John Steinbeck faceva dire ai “suoi braccianti”: «Questa terra è nostra […]. Su questa terra siamo nati, su questa terra ci siamo fatti uccidere, su questa terra siamo anche morti. […] Ecco che cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci». Terra, radici e sudore generato dal duro ma onesto e produttivo lavoro agricolo. Ed ecco la stoccata “populista”: «Il governo invece d’appoggiarsi su noi, su noi che lavoriamo la terra per il bene di tutti, appoggia invece il margine di profitto» (dei proprietari) (3). I braccianti gettati sul lastrico dalla depressione e dalla rivoluzione tecnologica arrivata anche nei campi («Un uomo solo, sulla trattrice, ora sostituisce dodici, quattordici famiglie») si rivolgono al governo degli Stati Uniti come fosse una paterna entità contingentemente traviata dal «mostro», ossia dal potere finanziario: «Oh, ma la banca non è una creatura che respira aria, che mangia polenta. Respira dividenti, mangia interessi». E il governo lascia fare! È sufficiente leggere i discorsi pronunciati da Franklin D. Roosevelt agli inizi della sua Presidenza per farsi un’idea della retorica populista che allora si incaricò di contenere la rabbia sovversiva dei salariati dell’industria e della campagna, nonché degli strati di media e piccola borghesia precipitati nell’inferno della nullatenenza.
La mistica nazista che riprese la parola d’ordine Blut und Boden del vecchio movimento völkisch che predicava per i tedeschi una «comunità di destino», fu il prodotto di una soggettività politica che seppe tradurre in termini propagandistici ciò che un “popolo” impoverito dalla crisi e privo dei vecchi punti di riferimento politici, istituzionali e culturali reclamava a gran voce: lavoro, sicurezza, pace sociale. Ma si trattava appunto di una mistica, di un’abborracciata ideologia che fosse in grado di captare il consenso di masse impoverite e sbandate che vivevano nel cuore del Capitalismo mondiale scosso dalla Grande Crisi. Come era accaduto nell’Italia dei primi anni Venti, si rispolverarono vecchi miti per tenere a bada la bestia rivoluzionaria che poteva distruggere la società capitalistica giunta a un livello assai alto di sviluppo. La modernità capitalistica aveva indossato vecchi costumi, ma sotto il vestito nulla era cambiato. Molti commentatori europei di orientamento democratico credettero di osservare nella Germania di Hitler un ritorno al più buio periodo medievale, ma essi si ingannavano proprio perché suggestionati dallo spettacolo mandato in scena – letteralmente – dai nazisti con grande cura per i dettagli. Il punto essenziale da cogliere era invece un altro, ossia quello che metteva in relazione l’alta razionalità tecnoscientifica conseguita dalla società occidentale (e dal Giappone) con il permanere e l’approfondirsi dell’irrazionalità più cieca. Lo sterminio industriale degli ebrei e lo sterminio di milioni di individui intrappolati nelle città, ricercato attraverso l’uso dei più sofisticati mezzi bellici, rappresentarono l’eccezione che illuminava in modo accecante la sostanza della regola – della cosiddetta “normalità”. Ma allora solo pochissimi riuscirono a mantenere gli occhi bene aperti sull’orrore. Ed eccoci ancora qui a riflettere, mutatis mutandis, sul dilagare dell’irrazionalità nella società economicamente, tecnologicamente e scientificamente più avanzata mai apparsa sulla scena storica. Sarebbe dunque il caso di interrogarsi sulla natura sociale della nostra economia, della nostra tecnologia, della nostra scienza, anziché perdere tempo prendendo in giro, ad esempio, le sciocchezze populiste e complottiste in circolazione.
 
4. Applicare acriticamente al presente categorie politico-ideologiche del passato non solo conduce il pensiero che vuole essere critico fuori pista, ma soprattutto non lo mette nelle condizioni di capire i caratteri specifici dell’odierno regime sociale. Anche per questo ho da sempre polemizzato con i professionisti dell’antifascismo, i quali “calano” sul presente vecchi schemi concettuali che peraltro si erano dimostrati analiticamente, oltre che politicamente, fallaci già al momento della loro elaborazione. E difatti, lungi dall’aver realizzato un cambiamento di “paradigma” politico-sociale, la Repubblica nata dalla Resistenza si è subito rivelata per quello che non poteva non essere, ossia la continuazione del dominio sociale capitalistico già difeso dal regime fascista. Mentre la militanza antifascista del nostro Paese si dava da fare con il “fascista” di turno (Cossiga, Craxi e Berlusconi, ad esempio) nel pregevole – faccio dell’ironia – sforzo di salvare la democrazia italiana eternamente in pericolo, il Capitalismo affermava ovunque nel mondo il suo carattere totalitario. La circostanza per cui la dittatura borghese di cui parlava Marx si dà, in primo luogo, come un fatto squisitamente sociale, prim’ancora che politico-istituzionale, è cosa che la gran parte dei “marxisti” ancora in circolazione in Italia non capiranno mai. Si badi bene, non a causa di un difetto di intelligenza, ma a motivo della loro collocazione politico-sociale: questi “marxisti”, infatti, difendono da “sinistra” il vigente dominio sociale, che essi intendono semplicemente migliorare, ad esempio con iniezioni di “egualitarismo”, affinché la distanza che separa i ricchi dai poveri non sia troppo grande, e cianfrusaglie ideologiche di simile conio, tutte puntualmente derise dal reale processo sociale, nonostante i continui esorcismi di Papa Francesco.
A proposito del “Papa comunista”, Francesco Borgonovo (La Verità) ha voluto cogliere una contraddizione nel dibattito, peraltro sempre più stucchevole e strumentale, in corso in Italia sul “populismo”: «Il populista dei tempi nostri è un cattivone che cova ambizioni autoritarie, un arruffapopoli che fa strame della democrazia sfruttando i bassi istinti, uno che finge di rappresentare il popolo ma fomenta il popolino. Eppure, in questo ragionamento ormai universalmente diffuso, c’è un inghippo. C’è qualcosa che non torna. Se i populisti sono così bestie e così perfidi, perché c’è un populista fatto e finito che viene celebrato a reti unificate? Di più: che viene incensato dai giornali e citato come un esempio dai politici di ogni ordine e grado? Mistero (ma nemmeno tanto). Il populista in questione è un signore di nome Jorge Mario Bergoglio, cioè papa Francesco. La sua recente visita a Milano e Monza si è rivelata un successo strepitoso, e tutti i media l’hanno descritta così. Eppure proprio quella visita ha fatto emergere il lato più decisamente populista di Francesco». Borgonovo spiega la naturale tendenza populista del Santissimo Padre con la sua origine geopolitica: «Bergoglio conosce molto bene il populismo, perché lo ha praticato e frequentato anche prima di diventare papa. Non per nulla viene dall’Argentina, la terra del peronismo. Nei richiami del pontefice alla “Madre Terra” violentata dal dio denaro si trovano tracce dell’attenzione peronista verso “el campo”, la campagna». Sul peronismo di Papa Francesco concorda anche Loris Zanatta, professore di storia dell’America latina all’università di Bologna e autore de La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio (Laterza, 2015): «Francesco può a tutti gli effetti essere definito un papa populista, se si usa il termine come strumento analitico e non nel senso negativo a cui siamo abituati. Il suo popolo non è però quello della tradizione illuminista, ma è il popolo della tradizione latinoamericana di cui il peronismo è stato il più tipico caso: una comunità organica, riflesso della volontà divina. Una sorta di “popolo mitico”, come lo ha definito il papa» (4). Su questa faccenda rimando a un mio vecchio post.
 
5. Lo stesso Papa, a sua volta, denuncia un crescente «populismo penale» che starebbe trascinando la politica penale, in Italia e nel mondo, verso una vera e propria deriva classista e razzista. Si tratta, come scrive Alberto Bazoli sul Foglio, della «produzione continua e inarrestabile di nuove fattispecie penali, spesso caratterizzate da pene draconiane e sproporzionate, che soddisfano la ricerca immediata del consenso politico, ma finiscono per ingolfare il sistema e assegnare alla risposta penale compiti che non le sono propri». Avendo io una concezione piuttosto “elastica”, o “dinamica” (o semplicemente realistica e non ideologica), del Diritto (borghese) tale “deriva panpenalistica” non mi scandalizza affatto, e conferma piuttosto ai miei occhi la tesi marxiana secondo la quale «anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nello Stato di diritto» (Grundrisse).
In un discorso del giugno 2014 tenuto in un convegno di giuristi, egli pronunciò le chiare parole che seguono: «Negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina. […] Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. [..]. In questo contesto, la missione dei giuristi non può essere altra che quella di limitare e contenere tali tendenze. È un compito difficile, in tempi nei quali molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli, e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società». Sulle «pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società» verrò tra un attimo.
Una limpida lezione di “populismo giudiziario” ci viene oggi offerta dal Pubblico Ministero di Trani Michele Ruggiero, protagonista nel processo a carico di importanti agenzie di rating «accusate di avere decretato e divulgato una serie di declassamenti e giudizi negativi nei confronti della “nostra” Repubblica Italiana nel secondo semestre del 2011 “manipolando il mercato”, così calpestando la dignità del nostro Stato sovrano». Cito dal Blog di Beppe Grillo: «Era per quella gente semplice e silenziosa, il Popolo Sovrano, che dovevo farmi coraggio, resistere ed andare avanti in quell’ardua battaglia giudiziaria. Se è vero – come qualcuno ha detto – che è impossibile vincere contro chi non si arrende mai, è altrettanto vero che in questo processo sapevo per certo che non avrei perso mai, come non avrebbe perso mai il mio Paese silenzioso, perché non ci saremmo arresi mai. A tutti i miei fratelli d’Italia, piccoli e grandi, dedico questo enorme sforzo, con l’amarezza di non avere raggiunto – per ora – l’obiettivo, ma con la serenità che mi deriva dall’intima consapevolezza di aver fatto il mio dovere, tutto e fino in fondo. Quando ci si impegna tenacemente per realizzare quello in cui si crede, si intraprende un cammino ed il risultato finale non conta più, diviene solo un trascurabile dettaglio. Siamo anelli di una catena, siamo parte di un Tutto». Il «Tutto» naturalmente allude al Popolo Sovrano, alla Nazione, alla Patria, al «Paese che avrebbe potuto non onorare i suoi debiti» ma che avrebbe dovuto trattare il processo di cui si parla come «una questione di dignità delle sue istituzioni e, prima ancora, del suo stesso popolo». Roba da mandare in estasi tutti i populisti e i manettari del Belpaese!
 
6. Ha senso oggi parlare di populismo come se ne poteva parlare, che ne so, un secolo fa, o mezzo secolo fa? Penso che non ne abbia molto, se non per individuare delle costanti. Ad esempio, lisciare il pelo al popolo, coccolarlo, affermare che esso ha sempre ragione (come il cliente, salvo poi mazziarlo a dovere a voto o appoggio politico incassato); che è nel Popolo che si concentrano tutte le virtù civili e morali del Paese, mentre l’odiata “casta” è simile a una sentina di vizi; che è nella “gente semplice” che risiede la sola possibilità di salvezza e di riscatto; che bisogna pensare e parlare come il popolo: queste e altre simili fandonie di stampo demagogico da sempre fanno parte del repertorio politico dei “populisti”, a iniziare da quelli attivi nell’antica Roma. Il problema non è il populista in sé, ma piuttosto la realtà sociale che produce le condizioni idonee alla sua nascita e al suo successo. Quando ascolto un “populista”, di “destra” o di “sinistra” che sia, istintivamente non mi arrabbio con lui, della cui esistenza su questo pianeta nulla mi importa, ma con la gente che lo applaude, che prende per oro colato tutte le sciocchezze e le frasi ultrareazionarie che gli escono dalla bocca. Poi, essendo un “materialista dialettico”, almeno secondo il giudizio poco obiettivo di alcuni amici, stempero quella istintiva rabbia nei confronti delle vittime del “populismo”, soprattutto se provengono dal proletariato e dai ceti sociali declassati e azzannati dal processo capitalistico di ristrutturazione, e cerco di riflettere sui meccanismi sociali che trasformano gli individui in tante pecorelle smarrite pronte a subire l’inquadramento da parte del personale politico che amministra la nostra vita. E quando parlo di personale politico intendo riferirmi a tutto lo spettro politico, e non solo ai cosiddetti “populisti”, i quali arrivano buon ultimi e cercano, del tutto legittimamente, di coprire una fetta del mercato politico-ideologico creata da una specifica domanda, esattamente come fanno i loro concorrenti di “destra” e di “sinistra” che affettano nei loro confronti una presunta – e ridicola – superiorità antropologica. La stessa miserabile “superiorità” che, come già ricordato, essi sbandierarono agli inizi degli anni Novanta nei confronti del “berlusconismo”, rubricato a sua volta come espressione di «populismo demagogico e antipolitico», come l’anticamera di un «nuovo fascismo», e sciocchezze di analogo conio.
 
7. Alla fine del XIX secolo in Germania venivano definiti populisti gli antisemiti, e nello stesso periodo in Francia l’antisemitismo era molto popolare. Scrivevo in un post del 2010 dedicato ai sanguinosi fatti di Rosarno: «Chi vive nei piani bassi dell’edificio sociale è più esposto al veleno del pregiudizio, perché lì la darwiniana lotta per la sopravvivenza si presenta tutti i giorni con i caratteri ultimativi della sopravvivenza fisica e morale. La famigerata “lotta tra i poveri”, della quale il Santo Padre si lamenta, non dispone gli animi ai buoni sentimenti, e chi vive giornalmente con l’angoscia di perdere anche le briciole coltiva una suscettibilità nei confronti dei pericoli, reali o semplicemente immaginari, tutt’affatto particolare. Non ci vuole un corso accelerato di sociologia o di psicoanalisi per comprendere questo meccanismo, e certo lo hanno ben compreso i dittatori e i populisti d’ogni tempo. Le classi dominanti hanno imparato a tenere caldo il risentimento dei dominati, per volgerlo al momento opportuno contro i suoi nemici, o contro il capro espiatorio di turno: l’ebreo, il negro, l’arabo, l’albanese, il rumeno, il cinese: chi sarà il capro espiatorio di domani? Mutatis mutandis, la storia si ripete sempre di nuovo, non a causa di tare antropologiche, di corsi e ricorsi vichiani o di altre più moderne e meno sofisticate cianfrusaglie concettuali, ma a ragione del fatto che le radici del male sono ancora intonse e sempre più profonde». Ebbene, chi intende approfondire seriamente la riflessione intorno a fenomeni che fin troppo sbrigativamente, per “economia di pensiero”, rubrichiamo come populismo, a mio avviso farebbe bene a concentrasi più sulla radicalità sociale del male, che sulle sue manifestazioni politiche, ideologiche, culturali, che a volte offrono allo sguardo una maschera di banale ottusità intellettuale.
Per riprendere e generalizzare quanto una volta ebbe a dire Indro Montanelli sugli italiani, eternamente affascinati dall’uomo forte (che oggi potrebbe avere il volto di un Putin o di un Trump), gli individui «hanno bisogno come il pane dell’uomo che “si affaccia dal balcone”». O dal Blog… Ma è un bisogno che si spiega benissimo a partire dai meccanismi e dalle relazioni che informano la moderna società capitalistica.
Come hanno dimostrato Adorno e Horkheimer, anche sulla scorta della psicoanalisi freudiana, il processo di massificazione degli individui, che espone questi ultimi al richiamo delle sirene “populiste”, è iniziato ben prima che in Occidente apparissero i movimenti di massa legati in mille modi alla Prima guerra mondiale, e cioè già in epoca democratico-liberale, quando lo sviluppo del Capitalismo, reso possibile anche dai successi mietuti dalla razionalità scientifica su tutti i campi di osservazione della natura (dal microcosmo al macrocosmo) (5), trasformò definitivamente il singolo individuo in un atomo incapace di padroneggiare la totalità del processo sociale, che davvero a quel punto appariva ai suoi occhi in guisa di mostruosa potenza estranea e ostile, come voleva la teoria marxiana. «Si sente spesso affermare che i moderni mezzi di comunicazione di massa – cinema, radio, televisione ecc. – offrono a chiunque ne disponga la sicura possibilità di pervenire al dominio delle masse mediante manipolazioni tecniche: ma non sono i mezzi di comunicazione di per sé il pericolo sociale». Così scrivevano Horkheimer e Adorno negli anni Cinquanta. In effetti, l’attenzione va posta appunto sulla riduzione degli individui a massa, «la quale è un prodotto sociale. […] Essa dà agli individui un illusorio senso di prossimità e unione ma proprio questa illusione presuppone l’atomizzazione, alienazione e impotenza degli individui» (6).
Non è che nell’epoca del dominio totalitario del capitale le cose per l’individuo sono cambiate in meglio, anzi! Ecco il Popolo (o «le masse», in una variante sinistrorsa del populismo) con cui abbiamo a che fare. Il populismo esalta il “popolo” come questo viene generato sempre di nuovo dalla vigente struttura sociale, e per questo esso conferma ed esprime in forma apologetica la cattivissima realtà che ci sta dinanzi. Lungi dall’essere adulato e idealizzato il “popolo” andrebbe piuttosto criticato, ossia ricondotto ai suoi reali termini sociali, cosa che ovviamente non può importare un fico secco a chi vuole mietere voti elettorali, mentre interessa moltissimo a chi intende favorire lo sviluppo di una coscienza critico-rivoluzionaria intorno alla vigenza del Dominio e alla possibilità della Liberazione.
A proposito di «democrazia diretta», c’è da dire che il “popolo” è diretto in primo luogo dalla prassi sociale informata fin nei dettagli dai rapporti sociali dominanti; esso respira a pieni polmoni l’escrementizia aria che promana da quei rapporti di dominio e di sfruttamento, ragion per cui fare affidamento sulla sua spontaneità significa consegnarsi senza combattere al nemico.
 
8. Ovviamente il populista non la pensa così. «Sì, penso di essere populista. Voglio fare decidere il popolo su tutti gli argomenti. […] Io non voglio essere rappresentato. Voglio essere consultato, di continuo, su ogni argomento. Auspico la democrazia diretta. La democrazia diretta significa: sono i cittadini a proporre dei progetti di legge da approvare tramite referendum. Non ci sarebbe più un Parlamento. La tesi di una presunta incompetenza dei cittadini è molto antidemocratica. Il voto del più ignorante vale quanto quello del più istruito. O siamo d’accordo su questo oppure affidiamo le decisioni agli esperti. Io preferisco la prima soluzione. Non so se dà migliori risultati, ma a quelli mi sento obbligato di aderire. Non è tanto una questione di efficacia quanto di giustizia». È questo tipo di populismo che Michel Houellebecq, «lo scrittore francese vivente più celebre nel mondo», difende in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Io continuo a pensare che la cosiddetta democrazia diretta non sia semplicemente la democrazia diretta da un capo, ma che, «diretta» o «delegata» che sia, quella che chiamiamo democrazia è soprattutto un regime politico-istituzionale conforme ai rapporti di classe vigenti in questa epoca storica. Guardata da questa prospettiva, la sola, credo, che consente al pensiero di osservare ciò che si muove oltre l’apparenza generata dall’ideologia dominante (un concetto, questo, che non ha nulla a che fare con la solita infantile distinzione “destra-sinistra”), l’alternativa tra «democrazia diretta», che farebbe gli interessi del “popolo” (della gente che sta in basso), e «democrazia tradizionale», che farebbe gli interessi della «casta» (dei «poteri forti», delle élites, di quelli che stanno in alto) non ha un solo grammo di consistenza, ed è buona solo per drenare consensi elettorali sul versante di chi non ha più fiducia nella cosiddetta democrazia rappresentativa. Per non parlare del fatto che spesso dietro all’«uno vale uno» si nasconde il Super Uno, l’Uno che è più uguale degli altri.
Secondo Franco Debenedetti, che cita un paper della Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo che considera il populismo «un rischio politico a livello mondiale», questo “partito” «ormai ha il consenso del 35% degli elettori delle nazioni sviluppate, un livello che non si vedeva dagli anni 30. Ma non tutti i populismi sono uguali», aggiunge Debenedetti forse per rincuorare i suoi elettori: «c’è quello di Hitler e Mussolini, e quello di Franklin D. Roosevelt che entrambi combatté e sconfisse» (7). «Combatté e sconfisse», mi permetto di aggiungere, non per ragioni ideologiche, non per salvare il mondo dall’abisso nazifascista, come disse e scrisse la propaganda dei vincitori, ma per interessi sintetizzabili nel concetto, tutt’altro che obsoleto, di imperialismo, realtà che ovviamente accomunava tutte le nazioni del mondo che portarono al macello decine di milioni di persone, la gran parte “civili”.
Insomma, «democrazia diretta» e «democrazia delegata» sono la stessa cosa quanto a natura sociale, e sono perfettamente interscambiabili sul piano della governabilità, come i giocatori di una stessa squadra che all’occorrenza si alternano sul terreno di gioco: il giocatore stanco o infortunato viene subito sostituito dal compagno fresco e pimpante che prima sedeva in panchina e scalpitava per entrare: «Mister, mi faccia entrare, sono pronto!». Un regime finisce e un altro lo sostituisce, garantendo la continuità del Dominio sociale: niente di più fisiologico. Lo abbiamo visto in Italia proprio dopo la caduta del Fascismo. Poi, mutatis mutandis, lo abbiamo rivisto ai tempi di Tangentopoli, quando cadde la cosiddetta Prima Repubblica, evidentemente non più adeguata ad esprimere il mondo creato dalla globalizzazione capitalistica e dalla caduta del Muro di Berlino. È arrivato il momento dei nuovi salvatori della Patria? Detto en passant, sulla robusta continuità politica, ideologica e istituzionale tra fascismo e post-fascismo da ultimi offre un buon contributo analitico il saggio di Mimmo Franzinelli Il tribunale del Duce (Mondadori, 2017) (8).
Il referendum greco del 5 luglio 2015 sul famigerato Terzo Memorandum della Troika e quello britannico del 23 giugno sulla Brexit vengono presentati da molti commentatori e da non pochi leader politici come due fulgidi esempi di «democrazia diretta»; ai miei occhi essi rappresentano piuttosto due classici esempi di quella che a proposito dei due eventi ho definito scelta dell’albero a cui impiccarsi. Infatti, in entrambi i casi per le classi subalterne di quei due Paesi non solo non sarebbe cambiato sostanzialmente niente, comunque fossero andate le cose, ma in più in caso di magagne la classe dominante avrebbe sempre potuto dire all’elettorato che esso stesso ha scelto la strada da prendere, e che, nella buona come nella cattiva sorte, «siamo tutti sulla stessa barca». Certo, siamo tutti sulla barca del Capitalismo planetario, che per quanto mi riguarda andrebbe affondata senz’altro, e non portata su mari meno tempestosi, come si illudono di fare populisti e antipopulisti.
Il populista ama appellarsi al Popolo perché sa perfettamente che esso sceglierà le sue carte prendendo sempre dal mazzo preparato dal Dominio. D’altra parte, se il gioco di prestigio democratico non dovesse riuscire, basterebbe un secondo per gettare la carota e impugnare il bastone. Beninteso, sempre in vista della felicità del Popolo, o delle masse che dir si voglia.
 
9. Alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno si celebra il centenario, Lenin disse che «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo Stato»; una frase che gli verrà rinfacciata dai suoi critici alla luce di una controrivoluzione (quella che porta il nome di Stalin) che egli non poteva certo prevedere. Comunque sia, lo Stato di cui parlava Lenin era quello partorito non dalle urne, non da una consultazione elettorale o referendaria (Volete il Capitalismo o il Socialismo?), ma da una rivoluzione sociale, era insomma, nell’esempio russo qui richiamato, lo Stato sovietico (cioè centrato sui «Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini») chiamato ad esercitare la «dittatura rivoluzionaria del proletariato», anche definita «democrazia proletaria», in vista del superamento del Capitalismo e della dimensione classista della società mondiale. Le speranze di Lenin e della sua cuoca andranno deluse per i motivi che ho provato a spiegare, in ultimo, in due post dedicati al Grande Azzardo. Qui intendo semplicemente dire che la sola «democrazia diretta» che le classi subalterne dovrebbero rivendicare sarebbe quella che ne attesterebbe l’autonomia politica e l’irriducibileantagonismo nei confronti delle classi dominanti, e quindi nei confronti dello Stato e del vasto mondo politico-ideologico che esprime e sorregge il vigente status quo sociale. Altro che sovranismo! Altro che «lotta alla casta»! Altro che “populismo”! Classismo a tutto spiano, piuttosto. Mettere oggi la metaforica cuoca, come vorrebbe il “populista”, al posto di un politico della “casta” muterebbe forse di una sola virgola l’attuale regime sociale? La domanda è puramente retorica, e non è certo rivolta al “populista”, il quale è assorbito da ben altre incombenze: «Rottamiamo la casta! Potere al Popolo!». Ecco fatto!

Note
(1) K. Marx, La guerra civile in Francia, pp. 140-141, Newton, 1973.
(2) G. Santomassimo, Il Manifesto, 28/06/2016
(3) J. Steinbeck, Furore, p. 66, Bompiani, 1980.
(4) Pagina 99.
(5) «In realtà il desiderio insaziabile dell’uomo di estendere il suo potere in due infiniti, il microcosmo e l’universo, non ha radici nella sua natura bensì nella struttura della società» (M Horkheimer, Eclisse della ragione, pp. 96-97, Einaudi, 2000). Su questo aspetto rimando al post Sul potere sociale della scienza e della tecnologia.
(6) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Massa, in Lezioni di sociologia, p. 96, Einaudi, 2001.
(7) F. Debenedetti, Il populismo di Grillo e il ruolo del Pd, Istituto Bruno Leoni.
(8) Scriveva Ugo Rescigno nel 1975 (un momento di svolta nella politica repressiva condotta dallo Stato contro i nemici della politica dei sacrifici praticata dalla “strana coppia” DC-PCI): «Si coglie la essenziale continuità di tutto l’ordinamento giuridico italiano e dell’apparato statuale dal periodo fascista a quello repubblicano, per cui la Costituzione si è sovrapposta a quell’ordinamento come un cappello nuovo su un vecchio abito» (U. Rescigno, Costituzione italiana e Stato borghese, Savelli, 1977).

mercoledì 5 aprile 2017

Scuola superiore, licei ancora ‘vietati’ ai figli degli operai. Perché? di Alex Corlazzoli, Il Fatto Quotidiano


Scuola superiore, licei ancora ‘vietati’ ai figli degli operai. Perché?
i dati raccolti da AlmaDiploma su 261 istituti per un totale di 43.171 studenti di Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Puglia, Toscana, Trentino, Sicilia, Veneto e altre sette regioni.
Solo un liceale su sei proviene da una famiglia operaia. Nel 2016 al Classico si sono diplomati solo l’8,7% di ragazzi figli di impiegati o di genitori che stanno alla catena di montaggio a fronte di un 45% di figli di professionisti, dirigenti, docenti universitari e imprenditori. Allo Scientifico sono usciti il 13,1% di ragazzi che provengono dalle classi sociali più povere. Ma non basta. Se andiamo a vedere la questione ripetenti scopriamo che il 30% di chi viene bocciato al liceo due o più volte appartiene alle famiglie operaie contro il 17% della classe elevata.
Tenterò di non scomodare per la gioia dei miei detrattori Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani ma bastano questi numeri per farsi qualche domanda: perché Angela, figlia di un disoccupato e di una mamma che si arrabatta con qualche lavoro domiciliare, che a casa non ha nemmeno la libreria ma che di fronte ad una tavolozza sa dipingere meglio di tutti gli altri, non andrà al liceo classico? Perché quel liceo è rimasto lo stesso di quando lo frequentavo io, figlio d’operai bocciato perché raccoglievo le firme contro la figlia dell’avvocato che arrivava un’ora più tardi perché andava dall’estetista? Perché è rimasto lo stesso liceo del professor Rossi, dirigente che impettito diceva “Solo da qui uscirà la classe dirigente”? Forse dobbiamo pensare che i figli dei ricchi, dei dirigenti, dei professori abbiano un dna diverso da quello di chi nasce da una commessa del supermercato o di un operaio della Piaggio? Forse per loro ci sono solo “certe” scuole e altre sono riservate ai borghesi?
Ai miei ragazzi faccio studiare l’articolo tre della Costituzione: “… E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” perché sappiano che anche se son figli di operai hanno gli stessi diritti di chi ha in casa babbo e mamma con due lauree appese alla parete a far bella mostra.
Eppure i numeri di AlmaDiploma ci raccontano un’altra storia. Ci dicono che alla fine il figlio del dottore fa il dottore così come il figlio dell’avvocato farà l’avvocato. Il 43% dei laureati in Medicina proviene da classi sociali elevate e in generale il 34% degli iscritti a corsi di laurea magistrale a ciclo unico. I figli di operai e impiegati rappresentano solo il 15% dei laureati magistrali a ciclo unico contro un 34% costituito da figli della classe sociale più elevata. Secondo l’Annuario Statistico italiano nel 1963 fra gli studenti universitari i figli di papà erano l’86,5%. I figli dei lavoratori dipendenti il 13,5%. Fra i laureati: figli di papà 91,9%, figli di lavoratori dipendenti 8,1%. Fatte le giuste proporzioni possiamo dire che è cambiato ben poco.
Una scuola che continua a dividere, a mettere i figli di papà da una parte e i figli degli operai dall’altra è una scuola che è fallita, che non ha saputo essere “aperta a tutti”, che non ha realizzato alcun miglioramento della società, che non ha puntato al progresso ma solo allo status quo. Appositamente non ho citato don Milani in questo periodo in cui tutti (persino Paola Mastrocola domenica scorsa sul Sole 24 ore) parlano di lui, anche a sproposito, ma dopo aver letto questi dati, riprendete in mano Lettera ad una professoressa.
Servirà a capire che la scuola ha davvero fallito il suo compito.

COME PUÒ LA MANO FERMARE L’ACQUA? IMPOSSIBILE! di Sebastiano Isaia

 
Sul Corriere della Sera di ieri, il segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli ha ribadito la sua nota contrarietà alla “filantropica” proposta avanzata da Bill Gates circa la necessità di introdurre una tassa sui robot. Qualche mese fa il sindacalista aveva infatti scritto sul Foglio: «È chiaro che quella di Bill Gates è una provocazione, ma in Italia rischierebbe di essere un paradosso. Aggiungerei che i Pc e i sistemi operativi hanno distrutto più posti di lavoro di quanto probabilmente non facciano i robot. Se qualcuno avesse lanciato la provocazione di Bill Gates alla nascita di Microsoft, proponendo una tassa sui Pc, probabilmente lui oggi non sarebbe l’uomo più ricco del mondo». E la cosa non può che farci piacere, diciamo. Bentivogli stigmatizzava il deprecabile vizio italico di ricorrere al «paracadute senza aver ancora imparato a volare». Di qui, il relativo gap tecnologico che il sistema-Paese nel suo complesso registra nei confronti dei suoi diretti concorrenti, Germania e Giappone in testa – almeno per quanto riguarda il settore manifatturiero.
Adesso il leader cislino aggiunge una considerazione solo apparentemente banale, la quale ha invece, a mio avviso, implicazioni politiche e financo  “filosofiche” di grande respiro; eccola: «Fermare il progresso non è di sinistra, è velleitario, è pensare di fermare l’acqua con le mani». Impossibile! La considerazione non banale ovviamente non ha nulla a che fare con la concezione del progresso rivendicata dal sindacalista, il quale si muove dentro la logica della competizione capitalista e degli interessi nazionali («Bisogna giocarsi la partita, ripensare integralmente l’idea di impresa e le sue finalità, il lavoro, gli orari, la sostenibilità intelligente»: sic!), com’è d’altra parte scontato nel panorama del sindacalismo collaborazionista, pardon: “responsabile” di questo Paese; intendevo piuttosto riferirmi a questa frase: «è pensare di fermare l’acqua con le mani». Insomma, un fenomeno sociale è qui presentato alla stregua di un fenomeno naturale: è esattamente il processo di alienazione-reificazione descritto da Karl Marx fin dal 1844 (nei suoi Manoscritti economico-filosofici). Un solo esempio: «L’oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell’economia privata come un annullamento dell’operaio, l’oggettivazione appare come perdita e asservimento dell’oggetto, l’appropriazione come estraniazione, come alienazione».
Qui è solo il caso di osservare, contro le interpretazioni volgari e stataliste del pensiero marxiano, che quando l’umanista di Treviri parla di «economia privata» non intende alludere semplicemente ai singoli proprietari privati dei mezzi di produzione/distribuzione, ma in primo luogo al rapporto sociale capitalistico in quanto tale. Il Capitalismo sorge storicamente attraverso la violenta separazione (privazione) del produttore immediato dai mezzi di produzione e dal prodotto del suo lavoro. Quella capitalistica rimane un’«economia privata» nel senso marxiano del concetto anche quando la proprietà giuridica dei mezzi della produzione e della distribuzione fosse interamente nelle mani dello Stato, e difatti soprattutto Engels, che ebbe modo di osservare una fase abbastanza avanzata del processo di monopolizzazione delle attività industriali e finanziarie, individuò nel Capitalismo di Stato la forma più matura dell’economia fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato.
«Robot e occupazione? Una partita tutta aperta se la smettiamo con i catastrofismi. Non c’è nulla da fare. La paura e l’incertezza vanno forte e si scatena la guerra dei numeri». Purtroppo è la guerra di classe che langue! O, più esattamente, è il Capitale che in questa fase storica non smette di muovere guerra ai lavoratori, “manuali” o “intellettuali” che siano. Bentivogli invita l’opinione pubblica, e soprattutto i lavoratori, a non scivolare nel catastrofismo, suggestione distruttiva che, a detta di tanti opinionisti e politologi, porterebbe molta acqua al mulino del famigerato “populismo”. In realtà catastrofica è in primo luogo la società capitalistica mondiale in quanto tale, e non tanto – o non solo – la tecnologia che il Capitale impiega per sfruttare gli uomini e la natura. D’altra parte la stessa configurazione tecno-scientifica di una società è intimamente intrecciata con i rapporti sociali che dominano la sua prassi, a cominciare dalle attività idonee e produrre sempre di nuovo le condizioni “materiali” di esistenza degli individui, e con esse gli stessi rapporti sociali, in un circolo che oggi è, più che vizioso, semplicemente disumano, catastrofico per gli uomini e per la natura.
«Un’umanità socialmente sviluppata» (Marx); «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer); «una più elevata formazione economica della società» (Marx); insomma, una Comunità autenticamente – o semplicemente – umana sarebbe in grado di controllare fin nei dettagli la totalità delle attività umane produttive, cosa che risulta impossibile in una società dominata dagli interessi che fanno capo al Moloch, al Capitale. Per dirla con Bentivogli, fermare la bronzea legge del profitto è velleitario, «è pensare di fermare l’acqua con le mani». Impossibile! Ma noi non abbiamo a che fare con l’acqua…

Il problema non è Renzi, ma la natura del Pd di Giovanni Paglia, Sinistra Italiana

Francesco Fotia / AGF Francesco Fotia / AGF
 
Il Pd è dalla sua nascita un partito di centro, con forti aspetti di conservatorismo, orientato a rappresentare la parte più integrata della società italiana. Lo volle così Veltroni, con la benedizione di D'Alema, Bersani e di tutti gli altri.
Quello che è cambiato con Renzi non è l'ispirazione del partito, ma l'attitudine della leadership, più solitaria e meno orientata alla mediazione interna. Ciò e non altro ha provocato l'abbandono da parte di molti dirigenti, che non hanno sopportato la fine dei caminetti e il passaggio dall'oligarchia alla monarchia assoluta. 
Non è poco, ma è difficile possa essere qualcosa che interessi gli iscritti e tanto meno gli elettori, troppo abituati a considerare la dialettica interna ai partiti come lotta di potere anziché come elemento di democrazia.  
Quindi veramente non è chiaro cosa esattamente si imputi al Pd in questi giorni, compulsandone partecipazione al congresso e risultati. Molti iscritti sono evaporati, senza che si sappia quanto incida il dato demografico, e fra i rimasti l'affluenza è stata piuttosto alta. Ha stravinto Renzi, perché meglio degli altri incarna quel partito di centro conservatore di cui si diceva. 
Il Pd non è ostaggio di Renzi, compresi i tanti elettori che nella loro vita hanno fatto in tempo a votare Pci. Il punto è un altro.
Il punto è che negli anni della crisi la geografia sociale del Paese è cambiata in profondità, e chi voglia rappresentarne i segmenti più garantiti è necessariamente portato a spostarsi a destra. Si tratta infatti di assorbire una parte del mondo che fece la fortuna elettorale di Berlusconi e di abbandonare una parte del vecchio blocco sociale della sinistra, che la crisi ha spinto ai margini. Il popolo della cittadella si è mischiato, mentre molti che erano cittadini sono stati espulsi e si sono uniti ai barbari.
Renzi è stato una risposta mal riuscita a questo tema, dopo che Italia Bene Comune aveva dimostrato di non sapere coagulare granché di significativo nella società italiana. Nel 2013 infatti Bersani riuscì solo a rappresentare una frazione dei garantiti, senza intercettare nulla dei marginalizzati o attrarre qualcosa da una destra in crisi, per la banale ragione che non si era stati in grado di interpretare la trasformazione sociale in atto.
Dunque il Pd con Renzi non cambia natura e vocazione, bensì semplicemente adatta l'impostazione originaria a un'Italia in mutazione.
Questo lo rende un partito con cui oggi è impraticabile qualsiasi relazione per la sinistra, perché la sinistra non può che porsi il tema della rappresentanza dei milioni di soggetti messi all'angolo, i cui interessi sono difficilmente compatibili con quelli degli integrati o pretesi tali, almeno fino a quando non si sarà data loro sostanza politica.
Tale elemento costringe però la sinistra ad abbandonare anche qualsiasi nostalgia reale e retorica per il prefisso centro-, a cui invece dalle parti di Mdp paiono molto legati, perché il punto è abbandonare la logica del tradimento renziano, che non c'è stato, per passare a quella della piena autonomia progettuale e di insediamento sociale.
Bisogna rassegnarsi: una parte consistente di quello che fu il blocco sociale Pci-Pds-Ds-Pd oggi è naturalmente portato ad approdare verso destra. Lo ha fatto con Monti, Letta, Renzi e non ha alcun rimpianto. Un'altra parte se n'è andata nell'astensione e nel M5S, perché ha visto nelle politiche di quei governi un tradimento, cominciando poi a interrogarsi anche sui presunti risultati dei tempi dell'Ulivo.
Se non si ammette questo, limitandosi a Renzi, ci si può illudere del 5% di qualche sondaggio, ma si è destinati a sbattere contro il muro della realtà.
Sinistra Italiana lo ha compreso e mi auguro presto lo comprendano tutti, per quanto doloroso possa essere per alcune biografie.

Breve florilegio razzista, di Militant

 


Cos’è il razzismo? Secondo il vocabolario Treccani, è un «complesso di manifestazioni o atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizî sociali ed espressi attraverso forme di disprezzo ed emarginazione nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, spesso ritenute inferiori». Questo complesso di pregiudizi si è storicamente manifestato sempre in forma politicamente trasversale. Una breve rassegna massmediatica sulla vicenda dell’uccisione del commerciante di Budrio ce ne offre la più limpida delle dimostrazioni. Senza alcun riscontro o conferma da parte degli inquirenti, tutti i media stanno lasciando intuire che “forse” l’assassino è “straniero”. In base a cosa? A niente, visto che, nonostante la pressione interessata, nessun elemento tende ad indicare la provenienza “straniera” del rapinatore. Eppure in tutti i giornali il dubbio è stato insinuato ad arte: senza prove né testimonianze (anzi: tutte le testimonianze tenderebbero ad escluderlo), l’elemento straniero è inserito negli articoli senza confermarlo né smentirlo.
 
 [Repubblica]
 
[Corriere della Sera] 
 
 [La Stampa]
 
[La Nazione]

Certo, potrebbe essere anche uno straniero, e questo cosa cambierebbe? Nulla riguardo alla casistica, molto rispetto agli interessi politici di chi cerca in tutti i modi di soffiare sul fuoco della legalità e dell’avversione strisciante verso i migranti (l’avversione è sempre strisciante, mai manifesta, perché il razzismo della grande borghesia non mira ad “espellere” i migranti ma a sottrargli diritti sociali). Negli articoli non si dice: “potrebbe essere un italiano”, ma “non è possibile stabilire se sia straniero”, invertendo l’onere della prova: una contorsione discorsiva capace di fomentare l’insofferenza verso i migranti senza però dire esplicitamente che l’omicida sia davvero un migrante. Questa operazione è trasversale, riguarda i principali media di area centrosinistra o centrodestra, perché questo genere di razzismo (che è appunto quello strisciante, non quello muscolare e impresentabile à la Salvini) è socialmente e politicamente unificante (e alla fine fa il gioco proprio del razzismo più diretto e meno imbellettato).
Neanche l’accortezza di evitare la figura di merda commessa a reti unificate la scorsa settimana sull’omicidio di Alatri, dove Emanuele – il ragazzo barbaramente ucciso da italianissimi personaggi del luogo – veniva raccontato come solita vittima dello “straniero” (albanese, in questo caso):
 
[Huffington Post]

[Il Tempo]
 
Questo il razzismo trasversale alle presunte differenze politiche presenti in Parlamento. Senza contare l’appartenenza politica degli assassini di Emanuele: l’immagine della mazza a corredo dell’articolo non lascia molti dubbi. Ma nessuno da nessuna parte dell’universo massmediatico ha voluto notare la relazione diretta e necessaria tra il razzismo dei picchiatori e la loro ideologia fascista. Sarebbe stato, davvero, chiedere troppo.

martedì 4 aprile 2017

Documento conclusivo X Congresso Nazionale di Rifondazione Comunista


rifondazione congresso 2017
Il X Congresso Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, riunitosi a Spoleto dal 31 marzo al 2 aprile, preso atto dei risultati del voto delle iscritte e degli iscritti nei congressi di circolo che hanno visto una larga maggioranza esprimersi a favore della proposta politica avanzata nel documento “Socialismo XXI, per un nuovo umanesimo”, approvate la relazione e le conclusioni del segretario uscente Paolo Ferrero e sentito il dibattito, impegna tutto il partito nell’attuazione degli indirizzi e degli obiettivi democraticamente assunti.
La democrazia all’interno del partito è un valore a cui non intendiamo rinunciare e di cui andiamo orgogliosi in un’epoca in cui il leaderismo sostituisce la partecipazione nella gran parte delle formazioni politiche. Abbiamo attraversato un lungo periodo di difficoltà e dobbiamo a noi stessi – a tutte le compagne e i compagni che hanno resistito – un rinnovata tensione nel coniugare il pluralismo e il confronto di posizioni con il comune impegno per il rafforzamento del partito e nel lavoro politico per concretizzare gli obiettivi che democraticamente ci siamo dati: la creazione di un polo politico e di un soggetto unitario della sinistra antiliberista, lo sviluppo di un vasto movimento per l’attuazione della Costituzione nel nostro paese e per un’altra Europa su scala continentale.

Siamo andati in direzione ostinata e contraria, non abbiamo ricercato riparo in comode quanto ingiustificabili alleanze: non era scontato che il nostro partito avrebbe resistito a lunghi anni di esclusione dal parlamento e oscuramento mediatico, a tante scissioni, alla mancanza di risorse e di una struttura funzionariale. Non ci nascondiamo i problemi, a partire dal calo progressivo degli iscritti, ma per affrontarli dobbiamo partire dalla consapevolezza che in questi anni abbiamo fatto scelte indispensabili per ricostruire la credibilità del nostro profilo politico.
Ci diciamo comunisti e comuniste e riteniamo che il progetto della rifondazione comunista sia più attuale oggi che 26 anni fa non solo per rispetto della storia e della memoria, ma sulla base dell’analisi della crisi sistemica del capitalismo e delle contraddizioni del mondo in cui viviamo. Il nostro partito, il nostro punto di vista di classe e internazionalista, il nostro orizzonte comunista li mettiamo a disposizione della lotta per costruire un’alternativa in Italia e in Europa.

La battaglia delle idee, l’analisi e l’inchiesta, l’internità nei movimenti e nelle lotte, l’impegno per lo sviluppo e la ricomposizione dei conflitti sociali sui luoghi di lavoro e sul territorio, le pratiche del partito sociale, il mutualismo e la solidarietà sono gli assi di lavoro principale su cui imperniare la ridefinizione del ruolo ed il rafforzamento culturale, politico ed organizzativo di un partito che supera una visione incentrata sulla presentazione del proprio simbolo alle elezioni. Per costruire un blocco sociale alternativo è necessario che la lotta ideologica, politica e sociale si accompagni alla risposta concreta ai bisogni materiali dei proletari qui ed ora. Occorre quindi sviluppare il partito sociale e operare per costruire “comuni solidali” che sul territorio diventino punto di ricomposizione sociale e di ostacolo concreto alle guerre tra i poveri.
La gravità della crisi sociale, le conseguenze delle politiche neoliberiste e dell’austerità, la stessa degenerazione del sistema politico ci impongono di continuare a lavorare per superare l’attuale frammentazione della sinistra sociale e politica.
La vittoria nel referendum in difesa della Costituzione ci indica il dovere di non disperdere un risultato storico. La disponibilità di energie, intelligenze e passione civile e il malcontento nei confronti delle politiche liberiste del governo Renzi che si sono manifestati nella campagna e nel voto popolare rischiano di non incrociare una proposta politica credibile della sinistra.

Rilanciamo con forza la nostra proposta di costruzione di un soggetto unitario della  sinistra antiliberista che raccolga il complesso delle forze sociali, culturali e politiche che si pongono sul terreno dell’alternativa alle politiche liberiste, dunque alternativo al PD ed ai socialisti europei. Insistiamo sulla necessità di andare oltre le forme delle aggregazioni unitarie elettorali perché una proposta per essere credibile deve avere le caratteristiche di processo democratico e partecipato che coinvolga da protagonista la stragrande maggioranza delle persone di sinistra e attive nei movimenti sociali che oggi non militano in nessun partito. La definizione di un programma dell’alternativa e un profilo di netta rottura sul piano della collocazione politica quanto dei comportamenti e della questione morale rispetto a una classe dirigente sempre più delegittimata sono altresì fondamentali.
Continuiamo a lavorare in questa direzione valorizzando tutti i percorsi unitari sin qui costruiti, a partire dalle esperienze già sperimentate nei territori e dall’iniziativa della rete delle “città in comune” con l’obiettivo di dar vita ad un processo di aggregazione.
Invitiamo le altre formazioni della sinistra di alternativa a intraprendere con determinazione un percorso che vada oltre l’ottica della mera lista unitaria e a condividere un progetto che vada oltre il perimetro degli attuali partiti senza chiedere a nessuno di sciogliersi.

Unire le lotte e unire le formazioni politiche esistenti sono due obiettivi fondamentali in questa fase se non vogliamo che la crisi sociale continui a tradursi nella crescita di spinte razziste, xenofobe e pericolose per la democrazia, se vogliamo contrastare efficacemente le politiche di privatizzazione, precarizzazione del lavoro, smantellamento del welfare e saccheggio dei beni comuni.
Noi lavoriamo a livello sociale e politico per unire la sinistra antiliberista e la diversità di posizioni su alcuni temi – vedi questione euro – non deve essere motivo che determina divisioni e contrapposizioni come d’altronde non accade nelle altre formazioni della sinistra radicale a livello europeo.
Di fronte alle politiche messe in campo dal governo Gentiloni non possiamo che denunciare la continuità col renzismo e un ulteriore spostamento a destra anche sul piano dei diritti e delle libertà con i decreti Minniti-Orlando.
Il nostro impegno per l’attuazione della Costituzione passa oggi per l’opposizione a queste misure con cui il Partito Democratico si omologa alle proposte della destra leghista e nel rilancio della mobilitazione per una legge elettorale proporzionale e l’abolizione dei capilista bloccati con il sostegno alla campagna lanciata dal Comitato per il NO.
L’attuazione della Costituzione implica la critica dell’Europa neoliberista: rilanciamo la campagna per l’abrogazione dell’articolo 81, contro l’inserimento del Fiscal compact nei trattati europei e per la sua cancellazione.
L’attuazione della Costituzione vive nella lotta sul terreno sociale.
L’annunciata abrogazione delle norme sui voucher segnala che dopo la sconfitta referendaria il governo teme uno scontro aperto sul tema della precarizzazione sempre più spinta del lavoro.
Rifondazione comunista sostiene la campagna referendaria della Cgil, a prescindere dagli esiti dell’iter parlamentare, ampliando il raggio di azione contro il Jobs act e puntando al ripristino dell’articolo 18. Il jobs act introduce nuovi meccanismi nell’ambito degli ammortizzatori sociali che penalizzano fortemente i lavoratori, lasciando libertà alle aziende di licenziare. La battaglia va estesa a tutti gli aspetti della controriforma del lavoro.
Di fronte a una realtà segnata da alta disoccupazione, super-sfruttamento, lavori sottopagati assume sempre più centralità la nostra storica battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro e la riaffermazione del ruolo pubblico nel creare occupazione come risposta all’automazione e alla caduta degli investimenti.

Va rilanciato il Piano per il lavoro e l’economia ecologica e solidale traducendolo in un programma minimo di intervento sulla struttura economica e sociale: dalla cancellazione della vergognosa legge Fornero sulle pensioni alla proposta dell’intervento pubblico alla riduzione  dell’orario di lavoro, all’istituzione del salario minimo per i disoccupati, alla proposta di una radicale riforma fiscale per colpire i grandi patrimoni, ripristinare la progressività del prelievo e contrastare la grande evasione e elusione.
Battersi per l’attuazione della Costituzione significa per noi lottare per la difesa della scuola pubblica, della sanità, dei servizi, dell’ambiente e dei beni comuni.
Soprattutto battersi per una radicale modifica delle politiche migratorie e per un nuovo antifascismo che coniughi la difesa della memoria storica e della democrazia con il rifiuto della logica dell’immigrato come capro espiatorio.
Salutiamo la nuova ondata di mobilitazione delle donne e il suo caratterizzarsi sempre più per un femminismo del 99% con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista – come definita nell’appello per la giornata internazionale di sciopero dell’8 marzo.
La prospettiva del socialismo del XXI secolo è per noi l’alternativa alla barbarie di cui manifestazione più violenta è l’esplosione di razzismi e xenofobia, la strage di migranti che si continua a consumare nel Mediterraneo, il dilagare dei  conflitti e delle aggressioni armate. E’ nostro compito lavorare per il rilancio dei movimenti contro la guerra e per la pace, per il disarmo e l’uscita dalla Nato, la solidarietà internazionalista. Nostra patria è il mondo intero. Senza giustizia, nessuna pace.
Spoleto, 2 aprile 2017