sabato 20 maggio 2017

Globalisti contro sovranisti. Un conflitto tutto interno alle classi dominanti

Paolo di Lella intervista Stefano G. Azzarà

Ancora sul fenomeno cosiddetto "populista". Dopo le interviste, pubblicate sui numeri di dicembre e gennaio, a Fulvio Scaglione, Carlo Formenti, Marcello Foa e Giulietto Chiesa, questo mese, in esclusiva per i nostri lettori, affrontiamo lo stesso tema con Stefano Azzarà, docente di Filosofia moderna presso l’Università di Urbino e autore del volume "Democrazia cercasi"
 
trump america firstVisto che lei è un marxista, inizierei dalla critica. Uno dei paradigmi interpretativi che si sta affermando nettamente, non solo tra i rappresentanti dell'establishment (lo ha dichiarato qualche settimana fa in un'intervista sul Corriere della Sera, il direttore del Wall Street Journal, Gerard Baker) ma anche tra molti compagni, riguardo alla reazione che sta montando in occidente contro chi ha governato la globalizzazione negli ultimi 20 anni, è quello secondo cui lo scontro fondamentale non è più fra destra e sinistra ma tra populisti e globalisti. Ecco, rispetto a questo, qual è la sua analisi?
Ritengo profondamente sbagliata, per non dire foriera di grandi pericoli, questa impostazione, che appare nuova ma che in realtà si è presentata più volte sulla scena politica e culturale non solo nel XX ma già nel XIX secolo. La vera differenza rispetto al passato è semmai che mentre prima queste tesi erano smentite nella pratica, oltre che nella teoria, oggi l'impotenza pressoché totale acquisita dalla sinistra lascia un campo totalmente aperto alle destre per un'operazione egemonica in grande stile. Un’operazione che sta già cambiando il modo di pensare delle generazioni più giovani e ha aperto una breccia anche a sinistra.
Come lei stesso fa notare, oltretutto, il fantomatico potenziale “antagonistico’* di questa impostazione, che individua la contraddizione fondamentale non più in quella capitale-lavoro ma nella coppia antagonistica universale/particolare (globale/nazionale; astratto/concreto; artificiale/storico), e per questo invita a superare categorie considerate obsolete, è immediatamente smentito dal fatto che la versione più influente di questa tesi - che io chiamo Mito Transpolitico e che ha molte sfaccettature e varianti - è appunto e in primo luogo la versione tecnocratica, ovvero quella neoliberale. Su questo terreno, si può dire, de Benoist e Dugin la pensano esattamente come Matteo Renzi e Mario Draghi, perché in effetti si tratta di due facce diverse di un'egemonia che è però tutta di destra. Siamo purtroppo in una situazione nella quale le idee delle classi dominanti occupano senza trovare resistenza tutto lo spettro ideologico e soddisfano perciò tutti i bisogni simbolici sociali. Tutto si riduce insomma a un confronto interno alle destre. La sinistra è letteralmente assente, come diceva un recente libro di Domenico Losurdo.
In realtà, destra e sinistra sono ancora categorie politiche irrinunciabili, senza le quali non è possibile comprendere il nostro tempo e il nostro mondo. Esse vengono ridefinite dalla storia, come ogni cosa umana, ma non è possibile prescinderne per l’interpretazione della realtà. L'equivoco di fondo, che è presente in primo luogo in un autore al quale sono stato assai legato sul piano culturale come Costanzo Preve - un autore che però non si è mantenuto fino in fondo all'altezza di quanto aveva prodotto negli anni Novanta e ha finito per generare anche una “destra previana", oltre che una “sinistra previana" - è tutto di natura nominalistica. Si tende cioè a identificare la sinistra con ciò che si autodefinisce tale o che tale viene definito dal sistema dei media. E di conseguenza si denuncia la presenza di un'egemonia culturale della sinistra che farebbe da accompagnamento universalistico, dirittumanista e libertario all’avanzata di un capitalismo finanziario globale e disgregante.
In realtà, proprio per criticare la sinistra ufficiale - nelle sue varianti idealtipiche della sinistra imperiale e di quella postmoderna - e per mostrarne le gravi responsabilità, noi siamo costretti sistematicamente a fare riferimento a queste categorie presunte obsolete e a dire che essa ha fatto proprio il programma della destra. A denunciare anzi come essa si sia fatta destra pur mantenendo il nome di sinistra e conservando questa collocazione convenzionale nella rappresentazione dei sistemi politici. Bisogna ancora spiegare le profonde e complicate ragioni storiche per cui questo è avvenuto, ovviamente. E però non si capisce nulla di quanto è accaduto negli ultimi decenni se non si coglie il gigantesco slittamento a destra che ha traslato l’intero quadro politico: questo slittamento è infatti l'esito di una gigantesca sconfitta delle classi subalterne nell'ambito del conflitto politico-sociale all’interno delle nazioni come su scala globale. Affermare che destra e sinistra non esistono più significa esattamente rimuovere sia la sconfitta, sia - ancor prima - l'esistenza stessa del conflitto. Giudicare il conflitto di classe insussistente mi sembra un modo veramente super partes per dimostrare l’obsolescenza di destra e sinistra...
Va allora ribadito che rimangono pienamente operative la destra come la sinistra ma che queste categorie vanno profondamente ridefinite. Come dicevo prima, infatti, la destra occupa oggi nelle sue diverse forme pressoché tutto lo spettro politico mentre la sinistra vera e propria, quella che è tale non solo nella nomenclatura ma anche sul piano programmatico e storico, si è ridotta ai minimi termini, oltre ad essere assai confusa.
Per come la penso io, dalla fase giacobina della Rivoluzione francese in avanti la sinistra dovrebbe essere il partito dell’emancipazione e del progresso integrali, che guarda a un universalismo pieno e compiuto, capace di riconoscere le differenze. In questo senso, la sinistra è anzitutto il partito della mediazione e della totalità (linea Hegel-Marx). La destra nelle sue diverse forme - e questo ne spiega anche il facile successo popolare - è invece il partito dell'immediatezza e della parzialità, ovvero il partito del particolarismo. La contrapposizione tra populismo e globalismo, se affrontata da questo punto di vista, è del tutto formale e incapace di spiegare la realtà. Bisognerebbe entrare nel merito e qui manca lo spazio E però già ad un approccio superficiale è del tutto evidente che vengono oggi rivendicati sia un “populismo" di sinistra (kirchnerismo, Podemos, Syriza ) che uno di destra (Trump, Le Pen); così come vengono rivendicati sia un “globalismo” di sinistra (sinistra liberale) che uno di destra (tecnocrazia) Ma in questo modo non abbiamo fatto un solo passo avanti, perché si tratta appunto di andare oltre il formalismo per guardare la sostanza delle cose.
Personalmente, allora, distinguo tra un processo di “mondializzazione" che accompagna tutta l'età moderna e lo sviluppo del modo di produzione capitalistico e che, attraverso innumerevoli contraddizioni, si è intrecciato al processo di costruzione del genere umano, da un processo di ‘globalizzazione" che costituisce invece la versione distorta del primo processo, conseguenza dell'affermazione dell'imperialismo statunitense. La globalizzazione di marca americana, che rimonta al progetto wilsoniano e poi a Bretton Woods, era in realtà non un fenomeno naturale o endogeno allo sviluppo tecnologico ma nient’altro che il progetto di costruzione dell'egemonia statunitense nel XXI secolo. Questo processo ha inevitabilmente generato spinte e controspinte, perché mai nella storia chi ha scatenato energie immani ha poi potuto controllare tutta la catena di cause e concause. La crisi economica è ad esempio un inciampo imprevisto di questo progetto. Ma lo è anche il risveglio di alcune aree geopolitiche, penso anzitutto alla Cina, che hanno saputo cavalcare le contraddizioni della globalizzazione americana per installarvi un proprio autonomo piano di modernizzazione.
L'emergere dell'ex Terzo Mondo colonizzato inevitabilmente ha ridotto la “torta" a disposizione per l'Occidente Ma questa torta non si è ridotta in maniera proporzionale per tutti. Gli USA ne ricevono comunque una porzione maggiore e anche in Europa, come è noto, ci sono forti squilibri tra gli Stati. AH'intemo di ciascuna nazione, poi, è chiaro che le classi dominanti scaricano il più possibile su quelle subalterne la necessità di fare posto a tavola anche ad altri Paesi che prima erano esclusivamente dominati.
Chi respinge tout court la “globalizzazione" con una negazione indeterminata, allora, respinge non solo i suoi effetti negativi come la concorrenza crescente e l'impauperimento di massa ma anche quelli positivi, anche la “mondializzazione", anche la costruzione del genere. Rimuovendo tra l’altro il ruolo delle classi dominanti all'Interno degli Stati nazionali: in nome di una comunità compatta e organica che non esiste da nessuna parte, respinge in realtà un grandioso processo rivoluzionario che riguarda il mondo ex coloniale. In maniera reciproca, chi esalta la "globalizzazione" in maniera acritica, senza fare distinzioni, fiancheggia di fatto l’imperialismo statunitense e i vari sub-imperialismi regionali. Si tratta perciò, come in ogni processo, di sviluppare un'analisi concreta della situazione concreta. E di capire, come ha spiegato assai bene di recente Xi Jinping a Davos, che il processo di mondializzazione non è univoco ma è un campo di forze. Un campo nel quale, semmai, dobbiamo aiutare a prevalere le forze favorevoli allo sviluppo di una forma di democrazia internazionale e di un commercio più equo. L'arresto della globalizzazione non eliminerà lo sfruttamento di classe. Al contrario, l’affermazione di ideologie organicistiche, che nascondono dietro l’idea di popolo quella che è una guerra ferocissima interna alle classi dominanti, in parte favorite e in parte svantaggiate dalla globalizzazione - come negli anni Venti e Trenta del Novecento l’industria leggera era favorevole al libero scambio e quella pesante al protezionismo - ne renderà ancora più difficile la critica.
 
Dunque, la vittoria di Trump negli USA non è affatto uno schiaffo alle élite dominanti, semmai dimostra - come direbbe Christian Lavai - la capacità di queste ultime di recuperare l'opposizione... Si tratta, in definitiva di uno scontro interno al fronte neo-liberale, giusto?
Non ho alcun dubbio su questo punto. Il fascino che Trump esercita a sinistra è il sintomo della compensazione di un'insormontabile impotenza, oltre che il sintomo di una confusione a causa della quale abbiamo dimenticato anche l'ABC della politica. La crisi economica impoverisce i ceti medi, i quali ad un certo punto hanno revocato il mandato che dopo la Seconda guerra mondiale avevano conferito alla grande borghesia a patto che questa tutelasse in parte anche loro. Ecco che le élites dominanti sul terreno economico, politico ma anche culturale e ideologico (banche, corporations, “caste" politiche, grandi giornali e tv, cordate universitarie), si sono trovate improvvisamente delegittimate dallo scioglimento di un intero blocco sociale. La piccola borghesia pretenderebbe ora di fare da sé, di salvarsi da sé, e genera movimenti populistici. Ma ovviamente non ne è capace, perché è per definizione priva di autonomia, di forza di direzione e di un ceto intellettuale. Essa diventa perciò preda di una contesa furibonda dentro le classi dominanti. Nelle quali le vecchie cordate “stabilite" che avevano approfittato della globalizzazione americana devono subire l’assalto di nuove cordate “outsider", che non sono state capaci di cavalcarla fino in fondo. E che si ergono adesso a improbabili rappresentanti della piccola borghesia offesa e degli strati più poveri (essi stessi totalmente privi di autonomia e consapevolezza). E ne sfruttano perciò le energie di mobilitazione. Si tratta di un normalissimo fenomeno di circolazione delle élites interno alle classi dominanti, con gli ovvi corollari della cooptazione di élites emergenti provenienti da altri strati sociali.
Il fatto che Trump sia - a parole - più attento ai bisogni sociali e ai ceti disagiati non è affatto una novità, sotto questo aspetto, ma rientra nella tradizione del liberal-conservatorismo compassionevole. Anche l’atteggiamento della nuova amministrazione statunitense verso lo Stato - visto che molti a sinistra si eccitano solo a sentire questa parola tanto quanto altri, di tendenza anarcoide, se ne adontano - non è chissà quale grande sconvolgimento. Il liberalismo sa modulare pragmaticamente l’intervento statale secondo le esigenze di fase dei propri stakeholders. Non è affatto vero che liberalismo è sempre stato sinonimo di laissez-faire e di non intervento statale. Intanto, anche il non intervento è un intervento al contrario, se messo in relazione alle forze del mercato. In secondo luogo, infinite volte i liberali hanno sviluppato politiche interveniste. L'intervento statale è certamente importante ma anche questa categoria è formalistica: si tratta di vedere che tipo di intervento e in quale direzione si muove.
Anche sul piano della politica estera, mi pare che molti a sinistra stiano prendendo lucciole per lanterne. “America First“, lo slogan principale del discorso di insediamento di Trump, è una diversa formula per ribadire il primato e l’eccezionalismo americano, il Manifest Destiny. Il quale può essere perseguito tramite una strategia egemonica e il soft power, associato a un’ideologia pseudo-universalistica che sfrutta la retorica della democrazia sovranazionale, dei diritti umani, ecc. ecc. Ma che può essere perseguito anche tramite strategie diverse, nelle quali la rinuncia alla retorica universalistica in nome di un esplicito approccio particolaristico non comporta minori pericoli per la pace nel mondo e per la giustizia internazionale.
Leggo ad esempio che molti sono impressionati dalle “confessioni" di Trump e vi leggono l’avvio di un processo di revisione della storia degli Stati Uniti, i quali ammetterebbero finalmente le loro colpe imperialiste per voltare pagina. Mi spiace per chi crede alle favole ma non è affatto così. Nell’ideologia dominante, il crimine colonialista viene di solito imbellettato con fiumi di retorica al fine di apparire sempre e comunque buoni (universalismo, Wilson, Fukuyama); ma in determinate fasi storiche lo stesso crimine può essere rivendicato in maniera cinica e sprezzante (particolarismo, Spengler, Huntington) Noi siamo esattamente in una di queste fasi.
Certamente molti a sinistra sono rimasti impressionati dalla simpatia di Trump verso la Russia di Putin, come se la Russia di Putin fosse l’URSS. Abbiamo qui una dimostrazione di quanta confusione e frustrazione ci siano in giro: la politica è ridotta a tifo e, privi di un progetto autonomo e sensato, non siamo più in grado di guardare dialetticamente la realtà senza identificarci con questo o con quel campione, senza distinguere ciò che è positivo da ciò che è negativo. Personalmente ritengo che la Russia svolga un positivo ruolo geopolitico e che sia un pilastro imprescindibile di un futuribile ordine multipolare e della pace nel mondo. Tuttavia, pur essendomi trovato il più delle volte dalla parte di Putin, non ci penso minimamente a identificarmi con lui e lo sostengo solo nella misura in cui le sue scelte vanno nella direzione di un programma oggettivamente progressista.
La cosa più importante è però questa. Trump non mette in discussione la globalizzazione nella misura in cui coincide con il progetto imperialista americano per il XXI secolo. Prende semplicemente atto delle sue defaillances, dei contraccolpi indesiderati, e la ridefinisce su basi bilaterali al fine di rafforzarla in chiave americana. In particolare, intende porre rimedio ad alcune spiacevoli conseguenze della diffusione degli accordi commerciali e cioè, come si diceva prima, all'ascesa della Cina e di alcuni altri paesi. Consapevole del rischio di overstretching del proprio Impero (Paul Kennedy), Trump vuole fare la pace a Est per fare la guerra a Ovest, o viceversa a seconda del punto di vista geografico. Vuole cioè congelare i conflitti con la Russia per aprire il vero fronte, quello contro la Cina, il vero avversario strategico del XXI secolo.
Voglio vederli, i populisti italiani “oltre destra e sinistra" che sono convinti di controllare ora il Cremlino come la Casa Bianca, cosa faranno quando le frizioni con la Cina diventeranno più calde. È facile auspicare un asse eurasiatico o pan-populista con i russi, che sono bianchi. Voglio proprio vederli mantenere lo stesso equilibrio e la stessa voglia di multipolarismo quando i nemici dell'Occidente diventeranno i musi gialli, ovvero i sottouomini asiatici già massacrati al tempo del colonialismo europeo in Cina, i quali oltretutto si schierano oggi per il libero commercio. Per fortuna, come attesta la telefonata a Xi a proposito del principio "Una sola Cina", Trump sembra aver trovato consiglieri più saggi e realisti di quanto lui stesso non sia.
In sintesi, non ci vuole molto a capire che Trump si sta semplicemente sbarazzando di ogni artificio morale e che critica la Nato perchè vuole mano ancor più libera e pretende che gli alleati ci mettano più soldi. Cosi come non ci vuole molto per capire che Marine Le Pen attacca la UE per ragioni molto diverse da quelle che sono sempre state e dovrebbero ancora essere le preoccupazioni della sinistra. Il problema non è allora, come si sente dire, che una cosa rimane valida anche se a dirla è uno di destra: il problema è che si possono volere cose apparentemente simili per ragioni molto diverse e che le ragioni per cui si vuole una cosa non sono secondarie. Non è che per andare contro “sinistra" neoliberale o postmoderna uno è costretto a diventare di destra: è sufficiente ragionare in maniera dialettica e non binaria e rimanere coerentemente di sinistra.
Do per scontato che in queste condizioni ogni ipotesi di "Fronte Ampio", praticabile in teoria durante le fasi di ascesa e quando il movimento cresce, significhi consegnarsi mani e piedi a queste destre, che sono largamente egemoni. E vada respinta perché è un suicidio deliberato. Lo dico pensando a chi lancia campagne per l'uscita dall'UE o dalla Nato pensando di fare propaganda all'assemblea nazionale della Lega Nord, o pescando nel bacino dei sovranisti.
 
La critica della globalizzazione capitalista è stata sempre una prerogativa della sinistra, per lo meno fino a quando si è conclusa l'esperienza del Social Forum. Oggi siamo al punto che personalità autorevoli della sinistra storica iniziano a tifare per Trump e a invocare la discesa in campo di un "uomo forte"...
Non sono d'accordo su questa premessa. Non c'è bisogno di tornare a Marx ed Engels e al Manifesto, con la sua elegia della globalizzazione (che si contrapponeva all’atteggiamento di molti socialisti piccolo-borghesi o nostalgici del feudalesimo). In realtà la critica della globalizzazione è stata sin dalla prima metà del XX secolo un argomento della destra europea, la quale nella tendenza alla globalizzazione descritta come spinta verso lo Stato Mondiale o l’Impero ha individuato una messa in discussione del primato europeo e della storicità differenziata e stratificata dell'Europa, culla della civiltà in contrapposizione alla barbarie dei sottouomini delle colonie in rivolta ma anche all’"artificiale" rappresentato dagli Stati Uniti o dalla Russia bolscevica. Penso a Heidegger e Schmitt in primo luogo. Dopo la Seconda guerra mondiale e ancora negli anni Ottanta e Novanta, la critica dell'estrema destra di ispirazione neonazista al “mondialismo" è esplicita. È in quell’ambiente che vanno rintracciati i prodromi dell’attuale rivolta “populistica" di ispirazione eurasiatista, ad esempio.
Nei Social Forum io all’epoca ho visto un'altra cosa, invece. Non ho mai visto nessun “No Global'. Ho visto invece da un lato tantissimi 'Sì Global', ovvero tantissimi fautori di una globalizzazione ancora più spinta. Che pretendevano una totale liberalizzazione dei movimenti delle persone e della circolazione delle idee, criticando le restrizioni dovute alla direzione capitalistica della globalizzazione stessa da parte delle Corporations. Era una posizione nella quale c’era qualcosa di buono, perché si teneva ferma l'esigenza della costruzione del genere e si sviluppava una critica della sua amministrazione capitalistica. Tuttavia era anche una posizione ingenua, perché la globalizzazione del genere deve comunque avere a che fare con il commercio internazionale e la liberalizzazione degli scambi. Mentre invece - e qui entra in gioco la seconda componente, quella luddista - i Social Forum pretendevano di coniugarla con la negazione dello sviluppo delle forze produttive, con la decrescita, con la piccola produzione locale e artigianale. E con la negazione del ruolo dello Stato nazionale come degli organismi sovranazionali e regionali, immaginando una rete di produttori indipendenti in armoniosa cooperazione, secondo un sogno anarco-proudhoniano di esodo. In questo modo, per questa ingenuità, è stata completamente mancata la questione di una reale democratizzazione degli organismi sovranazionali, che a sua volta si sarebbe potuta porre però solo a partire da un riconoscimento del ruolo ancora persistente degli Stati nazione. Tutto ciò ha lasciato un vuoto spaventoso, che la critica della globalizzazione da destra ha provveduto a riempire. È qualcosa di simile a quanto è accaduto nella Germania di Weimar. Quando la sinistra ha sottovalutato clamorosamente la questione nazionale, rispetto alla quale era la più titolata a intervenire, lasciando campo aperto alle destre.
All’epoca, Karl Radek fu uno dei pochi comunisti che negli anni Venti compresero la lezione leninista sul nesso tra questione nazionale e questione sociale. Proprio la scarsa ricezione della sua linea, in un contesto politico e ideologico ancora fortemente influenzato dal luxemburghismo, spalancò le porte all'egemonia dell’estrema destra sulla piccola borghesia tedesca. La situazione oggi è completamente diversa, ovviamente, perché anche se avessimo le migliori posizioni soggettive manco esistiamo. Però le sue parole possono essere ancora di utile orientamento. Ma quando Radek parla dei tedeschi come di un «popolo che fa parte della famiglia dei popoli che lottano per la propria liberazione» e esalta la «libertà di tutti coloro che lavorano e soffrono in Germania», troviamo formule decisive per distinguere l'internazionalismo universalista e il mondialismo anti-imperialistico del leninismo dal mero sovranismo piccolo-borghese come dal cosmopolitismo astratto.
Sono parole pronunciate da Radek tre anni dopo aver stroncato la frazione cosiddetta "na-zional-bolscevica" di Amburgo (esecrata da Lenin nell’Estremismo), gli equivalenti di quei rozzo-bruni che oggi vorrebbero fare il “fronte comune anticapitalista oltre destra e sinistra". Ieri come oggi, nella contestazione dei processi di globalizzazione le destre fanno certamente leva sulle contraddizioni e i disagi sociali che essi provocano, ma lo fanno con l’obietttivo chiarissimo di una contestazione della costruzione del genere umano e della riaffermazione del primato bianco e euro-occidentale. In queste aree politiche comincia già adesso a farsi strada una rivendicazione aperta del diritto dell’Europa alla ricolonizzazione del mondo, a partire dall’Africa. Per il momento c'è ancora qualche remora ad affrontare questo tabu. Ma se il linguaggio razziale non è praticabile, esso viene metaforizzato nel senso delle differenze culturali.
Di fronte a questa ripresa delle destre, la sinistra è impotente perché assente. La sinistra non ha ancora smaltito la sconfitta di sistema della fine della Guerra Fredda, sebbene in molti casi non voglia ammetterlo. Percepisce vagamente gli errori commessi in questi decenni ma ormai è troppo tardi. Ed ecco che di fronte a certi argomenti "sociali" è esposta all’egemonia delle destre. Così come negli anni passati è stata completamente egemonizzata dalla narrazione neoliberale, oggi è succube della revanche piccolo borghese. L'attrazione verso Trump, o Putin, l'esigenza di un uomo forte che magicamente risolva ogni contraddizione e indichi la via giusta, è in questo senso la compensazione proiettiva di una impotenza acquisita, rispetto alla quale non sembra esserci via d’uscita. Del resto, questo atteggiamento codista è favorito da decenni di politica neobonapartista, la quale in Italia è stata sperimentata proprio a sinistra. Penso all’uso disinvolto del maggioritario, o al mito delle primarie e della leadership carismatica, tutte cose che chiamano in causa responsabilità precise dell’estrema sinistra.
 
Quali dovrebbero essere le parole d’ordine di una sinistra autonoma che si ponga l'obiettivo di recuperare il consenso popolare - il popolo della Rust Belt, per capirci - senza tuttavia cedere alle debolezze nostalgiche di un ritorno al protezionismo?
Il segreto della democrazia moderna è nell’unità conseguita dalle classi subalterne in un secolo e mezzo di storia. Ceti sociali dispersi e debolissimi nel XIX secolo, attraverso il conflitto sono riusciti ad affermare la propria dignità, tanto che il primo aspetto della lotta di classe consiste in una lotta per il riconoscimento della comune umanità. Ma i deboli possono difendersi dai forti e sconfiggerli solo se uniscono le proprie debolezze. La crisi della democrazia moderna, che è la crisi di un riequilibrio sociale avvenuto appunto nell'interesse dei più deboli (i più forti non hanno bisogno della democrazia), è di conseguenza proprio la frantumazione di quella unità. Una frantumazione che è avvenuta nel corso di due o tre decenni.
La prima cosa da fare perciò è capire dove siamo, capire che usciamo da una sconfitta storica e che alla fine degli anni Ottanta è iniziata una fase di resistenza e di ritirata strategica che durerà per decenni. Non c’è nessuna ragione di credere che il compito che abbiamo davanti - che è un compito obbligato e che consiste nel riunire ciò che è stato diviso, nel perseguire una nuova unità che, sola, può consentirci di difenderci - possa richiedere meno tempo di quanto non ne abbia già richiesto nell’epoca della costruzione del movimento operaio. In questo senso, dobbiamo ripercorrere oggi, in condizioni diverse, quanto è stato fatto dai nostri progenitori politici. E per far ciò dobbiamo prendere atto che siamo di fronte a un compito di lunga durata, il cui contenuto è la ricucitura del mondo del lavoro e di un’alleanza di ceti sociali attorno ad esso.
È un compito che richiederà 20 o 30 anni, sempre che partiamo subito, e che comporterà un massiccio lavoro culturale, sindacale e politico che sarà per un lungo tratto oscuro e misconosciuto. Ma se questa è la prospettiva che abbiamo di fronte, l’ultima cosa che dobbiamo fare è disperderci in quello che è ormai lo sport nazionale della sinistra in Italia: la preparazione delle liste elettorali. Finché la misurazione elettoralistica della nostra impotenza sarà l’ossessione pressoché unica della sinistra - e dunque finché due o tre generazioni non avranno passato la mano - non ci sarà tempo e non ci saranno energie sufficienti per occuparci di quello che è invece il compito principale ma che viene sempre rimandato.
Per il resto, si tratta di fare il mestiere della sinistra riscoprire la centralità del lavoro e riscoprire il fatto che le classi sociali esistono, che esse sono in conflitto perché alcune sono più forti e altre più deboli -altro che “popolo" indifferenziato nel quale tutte le vacche sono nere... - e sono la dimensione fondamentale dei processi in atto. Tutto il resto è importante, certamente, e anche le elezioni lo sono; ma nulla ha senso se non a partire da ciò, da questo preliminare lavoro di radicamento.
In che modo, ad esempio, mettersi tutti dietro a D'Alema dovrebbe modificare in senso progressivo i rapporti di forza nella società e dare finalmente un programma condiviso e sensato a chi sinora non è mai riuscito nemmeno a capire cosa vuole dalla vita, conciliando strategie che sono sempre state opposte nel nome del comune interesse al superamento del quorum? Lo abbiamo già fatto innumerevoli volte e ogni volta ci siamo divisi il giorno dopo: non funziona. Le camarille come quella di D'Alema e Vendola, da questo punto di vista, sono semmai proprio quegli incomprensibili marchingegni che spingono la sinistra dispersa a esprimere la propria frustrazione votando i grillini o astenendosi.
Mi chiedo: quale essere senziente, dopo aver ripetutamente verificato nel corso di 20 anni di merda che nei vigenti rapporti di forza un determinato percorso politico, magari sensato in altre epoche, non offre altro sbocco se non - di compromesso al ribasso in compromesso al ribasso -un ulteriore slittamento a destra, si ostina a ripetere il medesimo errore ad ogni nuovo baluginare delle elezioni, sbavando cupido al pensiero dello scranno e ratto rimuovendo ogni accenno di autocritica formulato dopo l'ultimo recentissimo fallimento, perché tanto “non c'è alternativa"? È anche a partire da questo contesto che va spiegato il successo del Movimento 5 Stelle.
Scorciatoie perciò non ce ne sono, con i baffi o senza. Se non facciamo i conti con la realtà e con noi stessi - Europa, migrazioni, capitale e lavoro, fisco e Welfare - nemmeno Togliatti redivivo potrebbe salvarci, altro che D'Alema. Non siamo più espressione di bisogni e interessi sociali reali. Un'epoca è finita per sempre. Finché non riusciremo ad esserlo, stiamo a casa che è meglio. La fiducia e il consenso si riguadagnano con un umile lavoro di ricucitura di lunga durata, non giocando a risiko a tavolino. Tutto ciò spiace assai, perchè dio sa quanto sarebbe necessario un processo di convergenza a sinistra. Ma un processo serio, programmatico e ancorato a dei referenti sociali reali, non questi trucchetti da ceto politico che riproduce se stesso.
Il problema a questo punto è un altro. Quasi 30 anni di maggioritario hanno devastato i partiti politici, che già non se la passavano particolarmente bene. Adesso abbiamo un accenno di proporzionale che non solo è virtuale (la spinta alle coalizioni crescerà in relazione all'altezza degli sbarramenti), ma è soprattutto privo di quelle forme fondamentali di auto-organizzazione e partecipazione delle classi sociali che sono indispensabili al suo funzionamento. Tutte le forze politiche rimangono infatti sigle in franchising e comitati elettorali in perpetua competizione interna e privi di programma e autonomia. Nessuna di esse ha una proposta condivisa e sensata su ciascuna delle questioni fondamentali, dall’Europa alle migrazioni, dal rapporto capitale-lavoro all'ambiente. Ma non sarà possibile ricostruire un programma politico che aiuti la ricomposizione del mondo del lavoro se non ricostruiremo anche le forme della nostra organizzazione, se non ricostruiremo nel XXI secolo quel tessuto politico, sindacale, associativo e cooperativo che ha segnato la fortuna e la crescita del socialismo dal XIX.
 
Analogamente, come si esce dalla contrapposizione fanatica - anche questa interna alla sinistra - tra chi sostiene la funzione progressiva a-priori della moneta unica e chi invece vede in essa l'origine di tutti i mali?
Più leggo in giro più me ne convinco: né quelli che sono assolutamente certi che sarebbe meglio uscire dall’euro, né quelli che vogliono rimanere ad ogni costo - parlo degli esperti di queste faccende, non degli sprovveduti dei social network - hanno in realtà la piu pallida idea delle conseguenze dell'una e dell’altra scelta, sul breve, medio e lungo periodo. Per lo più sviluppano un ragionamento politico e ci costruiscono sopra un discorso, forti del fatto che comunque non dipende certamente da loro e nessuno gliene chiederà mai conto. È evidente che il nocciolo della questione è squisitamente politico, come del resto in tutti i ragionamenti relativi all’economia. Proprio per questo, bisognerebbe invece affrontare queste questioni in maniera lucida e non dogmatica, senza ridurre la politica a tifo e propaganda.
Penso che la questione del rapporto con i'UE e l'Euro sia paradigmatica dello stato di impotenza delle classi subalterne e persino della ‘‘tragicità" della loro condizione. Nel senso che esse si trovano letteralmente in un vicolo cieco. Sono in difficoltà sia in un caso che nell’altro e non esiste uno scenario che si presenti come immediatamente più favorevole, perché in entrambe le circostanze ciò che conta sono i rapporti di forza reali tra le classi e questi rapporti in nessun modo sarebbero messi in discussione dalla scelta di uscire come da quella di rimanere In quest'ultima alternativa, dunque, ciò che è in gioco è in primo luogo una resa dei conti tutta interna alle classi dominanti stesse.
È ormai a tutti chiaro ciò che del resto era già chiaro sin dall’inizio, ovvero che l’architettura di Maastricht non è neutrale ma politicamente orientata. L'Euro e l’attuale UE nascono con l’obiettivo esplicito di ridurre il costo del lavoro e ri-sottomettere le classi lavoratrici, consentendo una facile accumulazione di ricchezza alle classi proprietarie. In questo, l'Euro è stato un grande successo ed è evidente che lo scenario di una persistenza degli attuali assetti sia uno scenario di destra estrema tecnocratica. Uno scenario nel quale andremo incontro a ulteriori umiliazioni del lavoro, costretto a vendersi a un costo sempre più basso.
In questo senso, poiché nel giudizio storico-politico ciò che conta per capire se un processo sia progressivo o regressivo sono appunto i rapporti di forza, è del tutto fuori luogo l’analogia che alcuni sostenitori dell'UE fanno tra il processo di convergenza europea e quello che ha condotto agli Stati nazionali, in particolare alla formazione di quello italiano e di quello tedesco Perché in quei casi il processo finiva per metter capo a una costellazione progressiva, in quanto metteva almeno in parte in discussione l'Ancien Régime, doveva fare i conti con i residui di feudalesimo presenti in quei paesi, favoriva la diffusione dei principi liberali, facilitava l'unificazione delle classi subalterne e la loro lotta per aumentare i salari. La convergenza europea ottiene invece esattamente l'effetto programmatico opposto. Mentre il superamento dell'anarchia e del particolarismo verso lo Stato nazionale era un processo progressivo, qui è avvenuto l’inverso e la UE, come ha dimostrato Vladimiro Giacché, è in contraddizione con quell'equilibrio relativo dei rapporti di forza definito dalla Costituzione italiana, la quale è a sua volta un vero e proprio monumento alla lotta delle classi subalterne in Italia. Lo Stato nazionale è stato storicamente il luogo nel quale la classi lavoratrici hanno accumulato la maggior quota di ricchezza e potere, è stato il luogo della democrazia moderna. Chi denuncia le posizioni dei difensori dello Stato nazionale come retrograde, antiprogressiste, ecc. ecc. dice solo sciocchezze perché non si pone nemmeno il problema di fare i conti con un bilancio dei rapporti di forza. Magari quella situazione potesse essere ripristinata! Le ragioni per cui le posizioni euroscettiche lasciano perplessi, perciò, non hanno niente a che fare con la paura ridicola del “nazionalismo", oltretutto in un paese che è una semicolonia e che da un sano nazionalismo - ovvero dall'internazionalismo - avrebbe tutto da guadagnare. Le ragioni sono altre. Anzitutto, infatti, già dentro la cornice nazionale i rapporti di forza “costituzionali" erano stati squilibrati in favore delle classi dominanti già molto prima dell’adesione all’Euro. È dalla metà degli anni Settanta che è iniziata la restaurazione borghese. Soprattutto, però, nelle condizioni attuali non ci sono dubbi sulla tragicità della situazione in cui ci troviamo se rimanere significa ancorarsi a destra, anche l'uscita avverrebbe a destra.
In questo senso possiamo misurare in tutta la sua portata la vera e propria catastrofe politica compiuta da Tsipras e dai suoi sostenitori, i quali sono una vera e propria iattura, un'ipoteca e una zavorra per chiunque voglia impegnarsi a ricostruire il campo progressista. Se fosse stato fatto il necessario e preliminare lavoro internazionale, ci sarebbe stata la possibilità di un’uscita da sinistra dall’Euro, che costituisse un modello e che ponesse le basi per una ridiscussione del processo di integrazione europea tramite un incastro, nel nome delle classi subalterne, tra il conflitto organizzato dal basso e una costellazione di Stati nazionali, la quale avrebbe potuto cercare le proprie sponde. Invece la sinistra, che per la sua cultura politica non è internazionalista ma è cosmopolita e succube dell'europeismo ideologico strumentale, ha avuto terrore e si è tirata indietro. È stata perduta così un’occasione storica. L'unico vero caso di uscita è stato infatti Brexit, e cioè una fuoriuscita che sin dall'inizio è stata ampiamente egemonizzata da destra.
Ecco allora che nel primo caso, Remain, abbiamo l'egemonia di una destra tecnocratica interessata a gestire nei propri interessi il libero scambio. Ma nel secondo, Exit, abbiamo l'egemonia di una destra populista protezionista a base piccolo borghese, che inevitabilmente scaricherebbe sul costo del lavoro i margini di svalutazione della eventuale Lira 2.0 nei confronti dell'Euro, in maniera analoga a quanto per ragioni diverse avviene oggi. Sia in un caso che nell'altro a rimetterci sarebbero i segmenti inferiori del mercato del lavoro.
C'è chi ritiene addirittura possibile un fronte ampio che guardi con favore a questo mondo della piccola borghesia in fibrillazione. Ma anche tra chi semplicemente ritiene che con un'Exit comunque si determinerebbero condizioni più favorevoli e la sinistra potrebbe giocarsi meglio le sue carte, a mio avviso sbaglia suonata: la sinistra sarebbe completamente fagocitata e ci vorrebbero comunque decenni per ricostruirla.
Ecco allora il punto decisivo: sia nel primo scenario che nel secondo, qualcosa impedisce alla sinistra di fare ciò che dovrebbe comunque fare per rientrare in sintonia con i propri ceti di riferimento? Sia in un caso che nell'altro, quel lavoro di ricucitura di cui parlavo prima andrebbe fatto comunque. Senza quel lavoro, infatti, sia che si rimanga sia, che si esca, prenderemo solo dolorose bastonate. Rispetto alla priorità di questo lavoro, allora, la decisione sul rimanere o uscire, che tra l'altro non spetta a noi, è del tutto secondaria. Essa, anzi, potrebbe essere presa con più facilità e con la coscienza tranquilla. Perché avremmo comunque fatto i compiti a casa e ci saremmo comunque messi nelle condizioni di resistere e combattere più efficacemente, nel primo come nel secondo scenario. Ancora una volta, invece, siamo di fronte al pensiero magico. All'idea che un coniglio dal cilindro - rimanere o uscire - possa miracolisticamente risolvere tutti i nostri problemi. E possa soprattutto evitarci la fatica di quel duro lavoro di lunga durata senza il quale è meglio andare a casa sin d'ora.

martedì 18 aprile 2017

Per la crescita occorrono investimenti pubblici, non incentivi

Intervista a Vincenzo Visco di Roberto Ciccarelli 13 aprile 2017
Il cuneo fiscale in Italia è di 10 punti superiore a quello che si registra nel resto dell’Ue: il 49% viene prelevato a titolo di contributi e di imposte. Per l’Ocse l’Italia è al quinto posto per peso delle tasse sui salari. A Vincenzo Visco, docente di scienze delle finanze alla Sapienza di Roma e già ministro dell’economia e delle finanze nei governi Prodi e D’Alema, chiediamo come si è creata questa situazione. «Il problema delle tasse sul lavoro e sui salari è oggettivo, ma non è questione rilevante per l’economia italiana in questa fase – risponde – Non c’è domanda e quindi si possono dare tutti gli incentivi che si vogliono, ma investimenti e occupazione non aumenteranno. Questo è il dato rilevante. Sui dati vorrei evitare di drammatizzare.
Non dobbiamo ragionare sulla Slovenia o sulla Lituania, ma su paesi paragonabili al nostro. I dati dicono che siamo sotto, o non molto distanti, rispetto a Francia e Germania». Se escludiamo i contributi sociali che finanziano le pensioni – che non sono tasse vere e proprie, ma una forma di risparmio forzato a beneficio di chi ha pagato – abbiamo un peso fiscale sotto il 30 per cento.
A sinistra si pensa che le tasse servano a finanziare i servizi pubblici che da tempo subiscono tagli. Dove finiscono questi soldi?
“Spendiamo fino a sette punti di Pil in sanità, cinque per l’istruzione e paghiamo più di altri gli interessi sul debito pubblico. La mancanza delle risorse è dovuta al fatto che non cresciamo da molti anni. Questo è un problema strutturale dell’economia italiana e non può essere limitato al costo del lavoro. Il problema è l’austerità. Tutti quelli che parlano della necessità di ridurre le tasse vogliono la riduzione del welfare. Questo non accade solo in Italia. Pensi ad esempio a Trump. Le sue posizioni sono chiarissime: tagliare le tasse ai ricchi e alle imprese e allo stesso tempo tagliare la spesa sanitaria e privatizzare l’istruzione. Lo scontro politico di fondo è sulle risorse che vanno a coloro che hanno meno mezzi e a coloro che ne hanno di più. Poi, certo, si devono recuperare le inefficienze della spesa, evitare gli sprechi, migliorare il settore pubblico. Fermo restando che il sistema del nostro Welfare è sviluppato, anche se inferiore ad altri paesi.”
Il governo Renzi ha distribuito a pioggia 21 miliardi di euro in bonus fiscali e sgravi. Perché non ha scelto una misura strutturale per abbassare il cuneo fiscale? 
“Perché è stata adottata una politica dell’offerta che non è adeguata alla situazione che stiamo vivendo. Aggiungo che è anche una politica che, retrospettivamente, non sembra avere prodotto molto consenso per chi l’ha proposta. Come centro studi Nens abbiamo presentato un rapporto sulla finanza pubblica dove abbiamo simulato gli effetti degli investimenti delle risorse disponibili sulle opere pubbliche ad alto moltiplicatore e non per sterilizzare le clausole di salvaguardia.”
Qual è stato il risultato?
“Avremmo avuto un tasso di crescita doppia, un disavanzo per l’anno passato di 1,6% invece dell’1,4% e una riduzione del debito di due punti e mezzo. E poi, se si affrontasse in modo serio l’evasione fiscale, avremmo le risorse per redistribuire.”
Il governo Gentiloni punta sul recupero dell’evasione fiscale e ha ricordato il record di 19 miliardi di euro raggiunto l’anno scorso…
“Sono sciocchezze. Dentro quella cifra ci sono i 4-5 miliardi della voluntary disclosure, si tratta di una normale attività di controllo dell’amministrazione. Finché non avremo ridotto l’enorme ammontare di evasione strutturale, pari ad almeno 140 miliardi, non vedremo mai una soluzione. Questi 140 miliardi sono costanti e, anzi, tendono a aumentare. Sarebbe consigliabile evitare la propaganda per convincere la gente che si stanno facendo interventi risolutivi ed efficaci.”
Nel nuovo documento di economia e finanza il governo Gentiloni ha promesso di ridurre la pressione fiscale e tagliare il cuneo fiscale. In concreto c’è una decontribuzione per i neo-assunti under 35. La ritiene sufficiente?
“Non credo che sarà utile. Il fatto che abbiano messo un limite di età significa che quando il lavoratore avrà superato l’età sarà licenziato e, al suo posto, sarà assunto un altro che porterà altri sgravi fiscali. Questo non è il modo di affrontare il problema. Non è con gli incentivi che si recuperano gli investimenti privati. Non funziona così. Le imprese investono se possono vendere. Qui invece si vuole fiscalizzare una parte del costo del lavoro a beneficio delle imprese.”
Nella «manovrina» ci sarà qualcosa di positivo a suo avviso?
“Lo split payment. Una proposta che abbiamo avanzato cinque anni fa e permette un recupero dell’evasione.”

venerdì 14 aprile 2017

22 aprile a Pontida.

Risultati immagini per no razzismo foto

Anche Rifondazione Comunista aderisce all’appello lanciato dalle realtà di movimento napoletane e invita compagne e compagni a partecipare e a promuovere la manifestazione a Pontida del 22 aprile. Le adesioni, a una settimana circa dall'evento sono alcune centinaia (qui di seguito la lista).

Intanto, con una ordinanza urgente voluta dal sindaco leghista della cittadina bergamasca Luigi Carozzi Pontida il 22 sarà una città spettrale. Il primo cittadino ha blindato la citta' in vista della 'Giornata antirazzista, migrante e meridionale' organizzata dai militanti dei collettivi partenopei: chiusura delle scuole, dei negozi, degli uffici, del traffico, un giorno di ferie obbligatorie per i dipendenti comunali e addirittura la chiusura del cimitero e dell'isola ecologica. Un coprifuoco per limitare i danni del "vandalismo" dei "possibili atti criminosi". Matteo Salvini, leader della Lega Nord, intervenuto ai microfoni dei cronisti in piazza della Scala, plaude all'iniziativa del primo cittadino, perche' "quando ci sono di mezzo i centri sociali sappiamo che non sempre l'ordine pubblico e' garantito" dice. Dunque, "visti i casini che fanno gli anarchici e i centri sociali quando vanno in giro per l'Italia e per il mondo, fa bene il sindaco di Pontida a cautelarsi- ribadisce in conclusione- mentre io personalmente quel giorno saro' da tutt'altra parte".

Pronta la risposta degli organizzatori: "È davvero curioso, quanto estremamente fastidioso, il modo in cui la giunta leghista del sindaco Carozzi interpreta la propria funzione istituzionale che dovrebbe essere ispirata se non alla civilta' e al buon senso, almeno al dettato costituzionale - aggiungono -. È curioso che un concerto in piazza per promuovere gli ideali della solidarieta' e del rifiuto del razzismo sia bollato con tanto di ordinanza sindacale come invasione quasi terroristica, che mette a repentaglio la sicurezza del territorio. Noi a Pontida stiamo organizzando una grande festa, un evento culturale che non ha precedenti e che e' completamente gratuito: in che senso, ci chiediamo, l'antirazzismo e' una minaccia per l'incolumita' di Pontida?".

"Avevo pensato che fosse uno scherzo". Cosi' Luigi de Magistris commenta l'ordinanza di Carozzi. Il sindaco di Napoli, a margine della cerimonia di deposizione di fiori alla cappella de Curtis, in occasione del 50 esimo anniversario della scomparsa del principe della risata, ha aggiunto: "Teme che arrivino i Lanzichenecchi? O forse un'invasione barbarica?". "Dalle 8.00 alle 24.00 - dice de Magistris - ha chiuso scuole ed isole ecologiche, il cimitero e gli uffici pubblici, come il centro storico. Non so se sorridere piangere. Ma visto che in questi giorni noi ricordiamo Toto', con un'espressione un po' amara, credo la risposta migliore da dare a questo sindaco sia un sorriso".

Questo è il testo dell’appello è l’elenco delle prime adesioni.
Pontida, il pratone dello storico raduno antimeridionale e razzista, il “sacro suolo” dove per anni si è tenuto quel grottesco rito di celebrazione di una strana e indefinita razza settentrionale… proprio lì stiamo andando con musica, allegria e tanta cultura terrona per liberare la cittadina padana dallo stigma razzista che da quasi trent’anni le pesa sulla testa!
Tutte e tutti a Pontida per chiarire un concetto semplice: le idee di odio razziale non hanno alcuna casa, non possono avere roccaforti o luoghi simbolici, mentre abitano ovunque le idee di inclusione, solidarietà tra popoli, emancipazione!
È per questo che proprio Pontida sarà il ritrovo, il prossimo 22 aprile, di antirazzisti ed antirazziste di tutta Italia: incontriamoci qui, cittadini di cento città, per celebrare una bellissima e festosa giornata di orgoglio migrante e terrone!
La sfida che rilanciamo con questo appello ha probabilmente una portata storica nel momento di massima recrudescenza dei fenomeni di intolleranza e di così significativa crescita delle destre xenofobe in tutta Europa.
Siamo convinti che le due anime del fenomeno leghista, la pantomima social del leader Salvini da un lato e dall’altro le reali pulsioni di odio e istigazione alla violenza palpabili nel discorso pubblico dei militanti di base del partito, vadano smascherate una volta e per sempre: dove farlo, se non in quel luogo che per anni ha ospitato, accolto e rilanciato insulti e offese nei confronti di quei “terroni parassiti” che sfruttavano le risorse del “nord produttivo”?
Per questo vogliamo andare a Pontida!
Innanzitutto per sfidare le narrazioni di chi prova a contrapporre Nord contro Sud, Italiani contro Migranti, Uomini contro Donne, Eterosessuali contro Omosessuali.
Vogliamo andare a Pontida contro tutti quelli che fomentano, nel nostro paese ed altrove, la guerra tra poveri, provando a convincere la parte più debole della popolazione che il loro nemico non è in alto, non è nei pochissimi che detengono enormi capitali finanziari, che sfruttano i nostri territori, che si godono la propria ricchezza al sicuro nei Paradisi Fiscali, ma invece in chi è ancora più in basso, in chi è ancora più debole.
Vogliamo andare a Pontida perché la libertà di espressione non è un gioco fatto per i social network: essa è invece la libertà di contestare il potere, la libertà di opporsi allo sfruttamento, la libertà di dire che il mondo di povertà e morte che stanno costruendo non è l’unico mondo possibile.
Lanciamo questo appello alle donne e agli uomini che non ci stanno a farsi etichettare come “italiani, dunque razza superiore”. A tutti quelli che tutti i giorni si battono per costruire un mondo più giusto. Alle scuole di italiano per migranti, alle associazioni di base, agli operatori culturali, ai collettivi studenteschi, ai centri sociali, ai fuorisede, alla generazione precaria costretta a lasciare la propria terra, a chi difende i diritti dei lavoratori e non crede che questa difesa passi per la distruzione di diritti di altri, ancora più precari, ancora più affamati, agli artisti.
Alle persone che non pensano che il mondo appartenga ai Salvini, ai Trump, ai Le Pen ed ai Minniti di turno, ma invece a chiunque voglia attraversarlo, viverlo, prendersene cura.
Il 22 aprile deve essere la giornata di festa di quella parte del paese fieramente antirazzista, fieramente multietnica, fieramente migrante.
Dateci una mano, facciamo circolare l’appello, organizziamo quest’evento a partire dai nostri territori e dimostriamo coi fatti che il loro futuro di odio e di barbarie non è già scritto!

Per adesioni: pontida22aprile@gmail.com

Promotori: Agire nella Crisi, Insurgencia

Primi Firmatari: AfroNapoli United, Ambasciata dei diritti (Marche), Antifa bull’s boxe (Milano), ArtLab occupato (Parma), ASC-Assemblea Sociale per la Casa (Venezia), ASD La Paz Antirazzista (Parma), Associazione Noi Genitori di Tutti (Caivano-NA), Ass. Yabasta! (Marche), Associazione Ya Basta! Êdî Bese!, Atletico no borders (Fabriano), Atletico rebelde (Fano-PU), Black Panthers (Milano), Campagna #overthefortress, Casc Lambrate (Milano), Collettivo politico-culturale Città Visibile (Orta di atella-CE), Collettivo sociale Pueblo (Casalnuovo di Napoli), Collettivo universitario L.i.S.C. (Venezia), Collettivo SPAM (Padova), Comitato di lotta per l’ospedale Ascalesi – Napoli, Coordinamento studenti medi San Dona’ di Piave (VE), Coordinamento studenti medi Vicenza, Coordinamento studenti medi Trento, Crabs – basket antirazzista (Venezia), Giovani liberi per Caivano (NA), Kascina Autogestita Popolare (Bergamo), Laboratorio Sociale Millepiani (Caserta), Leoncavallo SPA (Milano), LUME (Milano), Mercato bio mezza canaja (Senigallia-AN), Movimento studentesco Chioggia (VE), Pacì Paciana (Bergamo), Palestra popolare rivolta (Marghera-VE), Polisportiva antirazzista Ackapawa (Jesi-AN), Polisportiva antirazzista Assata Shakur (Ancona), Polisportiva Clandestina (Trento), Polisportiva Indipendente (Vicenza), Polisportiva Sans Papier (Schio-VI), Polisportiva San Precario (Padova), Portici città ribelle (NA), progetto Melting Pot Europa, Progetto Talking Hands (Treviso), Rete Commons, Rete di cittadinanza e comunità – Terra dei fuochi, Scuola di italiano No Border (Milano), Scuola di Italiano LiberaLaParola (Padova), Spazio Itaca (Portici-NA), Zona 8 Solidale (Milano)
Altre adesioni (in aggiornamento): Abareka Nandee (Milano), Alfabeti Union (Milano), Ambrosia (Milano), ANPI sez. Afragola-Casoria (Napoli), ASD RFC Lions Ska (Caserta), Assemblea Popolare Rione Libertà (Benevento), Associazione C.A.R.L (Cittadinanza Attiva Rione Libertà – Benevento), Associazione Dax16marzo2003 Milano,Black Lions (Milano), Brigata Dax F.C. (Milano), Briganti Fuorigioco (Milano), Brigata Prostata (Milano), Carovane Migranti (Torino), Casa delle Culture (Trieste), Circolo ARCI Area Carugate (Milano), Chioggia Accoglie (Venezia), Cobas Napoli, Collettivo Autonomo Studentesco Benevento (BN), Collettivo Autonomo Tenca (Milano), Collettivo Exit (Barletta), Collettivo Porco Rosso (Siena), Comitato Lombardo Antifascista, Commissione audit sul debito pubblico di Parma, Corelli Boys (Milano), Csa Magazzino 47 (Brescia), Internazionale Trash Ribelle, Hopeball No Borders League (Milano), LA Tenda (Milano), Liberacittadinanza (Parma), Link Fisciano (SA), Mamme Vulcaniche (Terzigno-NA), MACAO (Milano), Memoria Antifascista (Milano), MilanoinMovimento, MO Unione Mediterranea – Circolo “Ulisse” (Lombardia) e “Piemonte Orientale”, Movimento di Lotta per la Casa (Benevento), NAGA (Milano), Osservatorio democratico contro le nuove destre, Osservatorio novarese sulle nuove destre, Partito Rifondazione Comunista Milano, Ponte della Ghisolfa (Milano), RadioNoBorder (Milano), Refugees Welcome to Trieste, Rete Studenti Milano, Richiedenti Terra (Trento), Somali Stars (Milano), Soy Mendel (Milano), Spazio Salute Popolare (Padova), Terra Rossa (Lecce), Unione Inquilini Milano, ZAM (Milano)

Adesioni singole: Marco Armiero (Direttore dell’Environmental Humanities Laboratory, KTH Royal Institute of Technology, Svezia), Stefania Barca (ecologia politica, Centre for Social Studies, University of Coimbra), Roberto Cantoni (Sciences Po Paris), Giacomo D’Alisa (Università Autonoma Barcellona), Angelo Genovese (Università degli Studi di Napoli Federico II), Gaia Giuliani (Centre for Social Studies – University of Coimbra), Ilenia Iengo (KTH Royal Institute of Technology – Sweden), Serenella Iovino (Università di Torino), Emanuele Leonardi (Centre for Social Studies – University of Coimbra), Antonello Petrillo (Università degli Studi Suor Orsola Benincasa – Napoli), Ethmecan Turhan (KTH Royal Institute of Technology – Sweden), Daniele Valisena (KTH Royal Institute of Technology – Sweden), Massimo De Angelis (University of East London), Marco Salvatore Engel-Di Mauro (State University of New York at New Paltz, US), Giovanni Bettini (University of Lancaster), Salvatore Paolo De Rosa (Lund University, Sweden)

L’Unione Europea della finanza e dei mercati è fallita: Costruire il terzo polo antiliberista di Paolo Ferrero


L’Unione Europea della finanza e dei mercati è fallita: Costruire il terzo polo antiliberista


di Paolo Ferrero – Confronti -
La questione dell’Unione Europea è il punto fondamentale di discussione sul nostro presente e sul nostro futuro. Per poterla impostare correttamente a mio parere occorre in primo luogo evitare di scambiare la rappresentazione mediatica con la realtà stessa. Questo su più versanti.
Per non fare che alcuni esempi, fino a qualche anno fa il teatro della politica appariva diviso tra popolari da un lato e socialdemocratici dall’altra. Oggi larga parte del discorso pubblico è determinato dalla destre populiste, che dettano l’agenda del discorso politico, come se avessero una forza propria, come se interpretassero lo spirito del tempo. Uscendo dal terreno politico e andando su quello economico ci dicono che non ci sono i soldi e l’Europa viene dipinta come un vaso di coccio tra i vasi di ferro della Cina e degli USA, come se l’Europa dovesse adeguarsi alle regole dettate dagli altri e fare di necessità virtù.
Io penso che queste letture sono fuorvianti e vorrei demistificare brevemente alcuni luoghi comuni.
In primo luogo la contrapposizione tra socialdemocratici e popolari negli anni è stata fittizia. Questa Europa è stata costruita insieme da socialisti, popolari e liberali che hanno varato congiuntamente tutti i trattati, da maastricht a lisbona fino al fiscal compact. Per non fare che un esempio, quando è stato fatto il trattato di Maastricht che costituzionalizza il neoliberismo, la maggioranza dei governi europei era a guida socialista. Socialisti, liberali e popolari non sono partiti portatori di ipotesi politiche diverse ma rappresentano sensibilità diverse dello stesso disegno politico, sociale ed ideologico. L’economia sociale di mercato è l’ideologia condivisa da tutte queste famiglie politiche. L’economia sociale di mercato è la formula propagandista con cui viene coperta la politica ordoliberista che è il vero collante del centrismo a geometria variabile che caratterizza il governo di quasi tutti i paesi europei in tutti questi decenni. La prima finzione è quindi la contrapposizione tra centro destra e centro sinistra: lo schema della grande coalizione – da noi del governo Monti – non è un incidente di percorso ma una soluzione fisiologica.
Questo schieramento politico a geometria variabile che ha costruito questa Europa è il responsabile delle politiche liberiste che stanno producendo un netto peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro nel continente. In particolar stanno producendo una aumento esponenziale della paura nel futuro a causa dell’attacco congiunto sul lavoro e sul welfare. In questi anni infatti, per la prima volta nella storia degli ultimi due secoli, stanno distruggendo contemporaneamente i diritti del lavoro e i diritti sociali. Si badi, per aver chiaro cosa intendo dire, che il fascismo distrusse i sindacati, ridusse i salari aumentando gli orari di lavoro, abolì le libertà politiche ma nel contempo costruì elementi di tutela sociale del lavoro sul piano statale e paternalista. Lo stesso fece Bismark nella seconda metà dell’800: mentre metteva fuori legge le organizzazioni operaie e socialiste, introduceva il sistema pensionistico. Oggi invece l’attacco avviene su tutti i livelli trasformando la vita di milioni di persone in una lotteria e questo attacco avviene in nome di una emergenza: “non ci sono i soldi!”
Non ci sono i soldi per la sanità, per l’istruzione, per pagare i lavoratori: tutto deve essere tagliato in nome della competitività tra imprese e tra sistemi.
Dentro questa lotteria, dentro questo “vivere pericolosamente” crescono le destre populiste con una ragionamento molto semplice: “se non ci sono i soldi, prima utilizziamoli per i “nostri” e poi per gli altri.” Questo semplice ragionamento individuai i nostri sulla base della comune appartenenza ad un territorio o ad una nazione, al comune colore della pelle, al comune riferimento religioso. Prima i nostri diventa così prima i padani e poi prima gli italiani. Il nazionalismo e il razzismo che ne deriva sono quindi giustificati non in nome di una gloriosa tradizione ma in nome della “difesa dei nostri poveri”. Non è il nazionalismo borghese o aristocratico quello che sta risorgendo in Europa, è il nazionalismo fascista in cui si aggrediscono gli altri perché siamo minacciati, per difenderci. Ci stanno invadendo e prima i nostri sono le parole d’ordine di queste destre razziste.
E’ del tutto evidente che queste destre razziste non hanno forza propria ma sono il sottoprodotto barbarico della paura prodotto dalle politiche neoliberiste. E’ il neoliberismo cosmopolita che produce il nazionalismo razzista. E’ la politica di Matteo Renzi che produce consenso alla politica di Matteo Salvini. 
Il punto fondamentale è che l’assunto originale e fondativo da tutti accettato – da Renzi come da Salvini – che non ci sono i soldi, è falso. I soldi ci sono e sono tanti, così tanti che sono utilizzati in larga parte nella speculazione finanziaria, cioè in una specie di lotteria per soli ricchi. I soldi ci sono e sono mal distribuiti se è vero che 8 persone nel mondo possiedono una ricchezza pari a quella di 3,5 miliardi di poveri. I soldi ci sono perchè la BCE è in grado di finanziare a gratis le banche private con il Quantitative Easing – decine di miliardi al mese da anni – mentre non ci sono i soldi per la sanità.
Abbiamo quindi un centro destra e un centro sinistra che sono apparentemente contrapposte ma in realtà condividono le stesse politiche economiche e sociali. Adesso abbiamo una contrapposizione tra democratici e razzisti ma è del tutto evidente che i fascisti crescono a partire dai disastri delle politiche liberiste volute dai democratici e che tutti condividono l’idea che i soldi non ci sono e che quindi occorra fare la guerra tra i poveri: dalla concorrenza economica priva di limiti al razzismo il passo è breve…
Mi fermo qui perché a me pare che da queste brevi note emerge con chiarezza quale è la strada da percorrere: “se le politiche neoliberiste producono le paure delle quali si nutrono le destre razziste, per sconfiggere le destre razziste occorre sconfiggere, da sinistra, le forze centriste che praticano il liberismo.”
Il nodo che abbiamo dinnanzi è quindi quello di costruire un terzo polo politico che si ponga l’obiettivo di sconfiggere il neoliberismo e quindi di redistribuire reddito e lavoro, sviluppare il welfare e praticare una riconversione ambientale dell’economia. Per evitare la guerra tra i poveri occorre redistribuire la ricchezza dall’alto in basso e obbligare la BCE a usare il denaro non per il sistema finanziario ma per i popoli, per finanziare il welfare, la riduzione dell’orario di lavoro, la riconversione ambientale dell’economia, il reddito minimo per i disoccupati. In altri termini il problema politico è quello di non farsi abbagliare dallo scontro tra liberisti cosmopoliti e nazionalisti razzisti, tra Merkel e Le Pen, perché solo sconfiggendo da sinistra le Merkel è possibile togliere l’acqua in cui nuota la Le Pen.
Costruire quindi un fronte antiliberista egualitario, che metta al centro il diritto al lavoro e i diritti del lavoro, che coniughi diritti sociali e civili è il nostro compito.
Questo terzo polo occorre costruirlo a livello nazionale ed a livello europeo, perché solo a livello europeo è possibile avere la forza per esercitare sul capitale la sovranità necessaria a piegarlo alla volontà dei popoli. La sovranità popolare può e deve essere ricostruita, non tornando ai sacri confini ma costruendo l’altra Europa.

Alberto Garzón: «Il PCE della transizione si è illuso e ha illuso i militanti»


Alberto Garzón: «Il PCE della transizione si è illuso e ha illuso i militanti»


Pubblichiamo un’intervista uscita nei giorni scorsi al compagno Alberto Garzon, Coordinatore Federale di Izquierda Unida e deputato di Unidos Podemos.


È diventato marxista studiando il capitalismo, ma è entrato in collisione con la cultura politica del ‘partito verticale’ del vecchio PCE. Il giovane leader di Izquierda Unida crede che siano passati gli anni in cui definirsi comunista rappresentava un limite per intervenire in politica.
Nell’ufficio di Alberto Garzón al Congreso non ci sono bandiere rosse né simboli d’ispirazione comunista. Solo una bandiera della Repubblica richiama l’attenzione sulla sua scrivania. Quelli che lo accusano di avere liquidato la memoria del PCE per allearsi con Podemos troveranno coerenti le sue riserve rispetto alla liturgia del vecchio partito, con il passato del quale è molto critico. Ma senza dubbio si sorprenderanno ad ascoltarlo: ecco un comunista di 31 anni che vuole riportare nelle piazze la lotta del marxismo.
Perché è diventato comunista?
Il mio caso è stato tardivo e raro. La maggior parte della gente della mia età ha aderito seguendo le orme dei genitori. I miei votavano Izquierda Unida, ma non militavano nel partito. Durante l’adolescenza ho cominciato a muovermi nello spazio della sinistra progressista e a 17 anni mi sono iscritto a IU. Da quel momento ho fatto un percorso contrario a quello normale e sono passato dal repubblicanesimo democratico al comunismo più radicale. A 20 anni sono entrato nelle Juventudes Comunistas dopo avere letto una biografia di Julio Anguita.
Cosa aveva scoperto?
In Anguita avevo visto un impegno  politico con il quale mi identificavo. Capii che queste idee che anch’io condividevo potevano diventare pratica se la gente si impegnava. Curiosamente, questo mi è successo mentre studiavo Economia all’Università di Malaga. Lì insegnano il funzionamento del capitalismo per ottimizzarlo, ma io scoprii che queste teorie erano fantasie che non corrispondevano alla realtà, che la vita la spiegavano meglio i testi di Marx. Sono diventato comunista studiando il capitalismo. Ma non ho voluto limitarmi ad analizzare il marxismo, ho puntato a lavorare per realizzare queste idee. Per questo mi sono iscritto.
Cosa trovò nel partito?
Una marea di famiglie che interpretavano il comunismo ognuna a modo suo. Avevamo discussioni lunghissime sulla rivoluzione del 1917, la primavera di Praga, la caduta del muro di Berlino, il carrillismo… Io venivo dal movimento libertario e dalla democrazia radicale, così ho contestato il modello verticale e centralista che imperava nel partito. La mia analisi era molto critica perché trovavo discutibili molti momenti della storia del PCE.
Per esempio?
Il suo ruolo nella Transizione. Il PCE ha commesso l’errore di razionalizzare la sua sconfitta. Sapeva di non avere ottenuto quello per cui lottava, ma si illuse e illuse i militanti dicendogli che la Costituzione del ’78 era il cammino per il socialismo. Da quel momento il partito adottò una strategia conservatrice con un accento fortemente istituzionalista e moderò il suo discorso per competere alle elezioni. Rinunciò al leninismo, accettò la bandiera monarchica e firmò i Patti della Moncloa, che furono le prime misure neoliberali assunte nella Spagna democratica.
Carrillo non avrebbe dovuto firmare quei Patti?
Non concordo con quanti dicono che Carrillo fu un traditore del comunismo, ma credo che abbia sbagliato a puntare sulla moderazione. I rapporti di forza erano quelli che erano, c’era un clima di violenza insopportabile e si fece ciò che si poteva, però se chiedi dieci non puoi accontentarti di cinque. Carrillo pensò che se si mostrava responsabile avrebbe potuto cancellare l’immagine che il franchismo aveva creato del comunismo, ma fu una trappola. I militanti non si identificarono in questo discorso e nel giro di due anni passammo da 200.000 iscritti alla metà.
È arrivato a parlare di tutto questo con Carrillo?
Ci siamo ritrovati un paio di volte e l’ho sempre trattato con grande rispetto. Mi sembra ingiusto che la memoria di questo paese l’abbia equiparato a Fraga, mettendo un combattente contro la dittatura sullo stesso piano di qualcuno che giustificava la repressione, ma questa è un’altra conseguenza della cultura della Transizione, che si è basata sull’oblio. Nel giro di poco tutti eravamo fratelli e nessuno parlava di quello che era successo. Non si poteva dire che Suarez era stato un leader falangista né che Fraga era stato il ministro che aveva giustificato la fucilazione di Grimau. La Transizione impose questo silenzio, e Carrillo fu uno dei promotori di questa cultura.
Anguita, il suo punto di riferimento, vedeva i sondaggi e diceva «non amatemi così tanto, piuttosto votatemi di più». Perché il comunismo non ha legato con l’elettorato di questo paese?
Per il potere economico il comunismo è sempre stato un incubo. C’è chi ritiene che con questa paura abbiamo svolto la nostra missione, perché così i capitalisti sono più sensibili alle richieste dei lavoratori. Il potere economico ha promosso una propaganda anticomunista che ci dipinge come diavoli con corna e coda piombati sulla società. Proprio oggi, in una commissione del Congreso (meglio dire parlamento altrimenti qualche italiano pensa che è stato nel congresso del partito), mi hanno chiamato per tre volte “comunista” pensando di offendermi.
Però nemmeno il comunismo è stato in grado di contrastare questa strategia. L’unica forma che c’è per lottare contro la propaganda anticomunista è costruendo un tessuto sociale attraverso la pratica politica. I comunisti italiani l’hanno fatto per anni. Hanno creato associazioni di quartiere, di ateneo (ateneo è qualcosa di analogo alla casa del popolo, soprattutto nella tradizione anarchica, ndt), circoli sportivi e perfino bar comunisti che dimostravano che la società poteva organizzarsi in un altro modo. Anche il PCE l’ha fatto durante la dittatura, ma all’arrivo della democrazia ha rinunciato a questa strategia e ha dedicato tutti i suoi sforzi alla competizione elettorale. Come risultato, il partito e le piazze si sono allontanate, e le classi popolari hanno smesso di votare per i partiti che dicono di rappresentarle.
Non è paradossale?
Sì. Secondo tutti gli studi l’elettore maggioritario di IU, PSOE e Podemos viene dal ceto medio illuminato. Dove stanno quelli a cui è stato tolto tutto? La sfida per la sinistra di questo paese è risolvere questo dilemma se non vogliamo trovarci come in Francia, dove i figli dei lavoratori comunisti degli anni ’70 che hanno sofferto la deindustrializzazione liberista degli anni ’80 e ’90 si vedono senza industrie in cui lavorare e abbracciano il discorso fascista di Le Pen. Essere comunista oggi non consiste nel votare per un partito che chiede di nazionalizzare le grandi imprese, consiste nel costruire una rete sociale, vuol dire attivismo.
Cosa ne pensa del fatto che la vecchia guardia del PCE la accusa di avere seppellito il comunismo per allearsi con Podemos?
Curiosamente i più anziani capiscono il concetto di Unidad Popular meglio di quelli cresciuti durante la Transizione. Il vecchio movimento operaio pensava alla classe sociale, non al partito. Quelli che si sono formati nella cultura della Transizione hanno avuto l’ossessione dello strumento, si chiamasse esso PCE o IU, e hanno cominciato a vederlo con un’ottica imprenditoriale. Il loro unico obiettivo era massimizzare i risultati elettorali. Precisamente questi sono i più critici verso Unidos Podemos.
Per realizzare il suo obiettivo politico crede che sia un vantaggio o uno svantaggio presentarsi come comunista? Abbiamo sostenuto per lungo tempo che dire di essere comunisti fosse uno svantaggio. Ai tempi di Carrillo la si pensava così, per questo provavano a non sembrarlo e hanno perso la battaglia culturale. Essere comunista equivaleva ad essere difensore della democrazia e nulla di più. Ho la sensazione che questa idea stia cambiando. Poco tempo fa ad una  conferenza sul marxismo all’Universidad Complutense sono venuti 1300 giovani ad ascoltarmi. I vecchi dicevano di non avere mai visto niente di simile dall’inizio della democrazia. Questo recupero si sta dimostrando possibile perché oggi rivendichiamo il fatto di essere comunisti, perché non ci nascondiamo più.
Celebreremo il cinquantesimo anniversario della legalizzazione del PCE o nel giro di dieci anni parleremo di altre sigle?
Il comunismo continuerà ad avere significato finché non supereremo il capitalismo. L’ultimo dei problemi è lo strumento per raggiungerlo, si chiami esso PCE, IU, Podemos o Unidad Popular. Il Partito Comunista, per come lo concepisco io, dovrebbe incaricarsi di costruire questa nuova società, ma deve farlo dal basso, cominciando dalla strada. Parlo di un progetto a lungo termine. E di una battaglia politica, perché dentro il partito non tutti la pensano in questo modo.
traduzione di Mauro Azzolini – brigata traduttori