Umberto Galimberti afferma che con le categorie dell'umanesimo il nostro tempo non lo capiamo [2] e che tra Uomo e Tecnica è quest'ultima a vincere in quanto la Tecnica – e specialmente la tecnica dell'economia e della finanza -, che un tempo era al servizio dell'Uomo, adesso lo ha asservito e ne ha fatto un proprio funzionario. L'Uomo non è più il Soggetto della Storia; la Tecnica lo ha sostituito. Ed allora, secondo Galimberti, anche la lotta di classe è finita dal momento che l’Uomo è ormai sottomesso alla Tecnica e la Tecnica è neutra [3] dal momento che si limita a selezionare ciò che è funzionale alla sua pura logica di riproduzione.
Ma quello che Galimberti chiama il “nostro tempo” non è in realtà un “tempo”, bensì un modo di produzione: è il modo di produzione capitalistico ovvero il modo di produzione in cui vigono le leggi del capitale. La Tecnica di cui parla Galimberti diventa allora la “tecnica del capitale”, il sistema di leggi su cui è basato il funzionamento del modo di produzione capitalistico. E dunque la Tecnica non solo non è neutra (come non lo è la scienza) ma è, al contrario, “situata”, “collocata”, “di classe”... è tecnica (della riproduzione) del capitale [4], tecnica della realizzazione del massimo profitto attraverso lo sfruttamento più vantaggioso del lavoro salariato e pseudo-autonomo.Ed allora è proprio questa Tecnica, questo modo di funzionare della società capitalistica, questo modo di produrre e riprodurre la vita stessa che, favorendo la redistribuzione di ricchezza dal lavoro verso il capitale, ci offre la chiave di comprensione del presente. Perché una cosa, almeno, non si può negare: non è cieca, la Tecnica.
Collocarsi oggi, in concreto, contro la supremazia della Tecnica deve dunque significare collocarsi contro la supremazia del capitale. Ed allora la lotta di classe non finisce - come infatti ci ricorda Warren Buffet [5] - anche se oggi una classe agisce mentre le altre classi subiscono, imbambolate dalla retorica sulla fine delle “ideologie” che ha permesso la sopravvivenza di un'unica ideologia: l'ideologia del profitto e del denaro.Il fatto è che l'ideologia dominante - ovvero la narrazione della classe dominante - tende a rappresentare il mondo che esiste come la naturale, inevitabile e insuperabile evoluzione del mondo pregresso. In verità, tutte le classi dominanti hanno sempre proclamato la società che dirigevano come l'“ultima” società della Storia ed hanno preteso di affermare le leggi di questa società come le più consone alla “vera natura” dell'Uomo.
Non stupisce, dunque, che nasca proprio agli albori del capitalismo moderno, nel 1600, l'antropologia di Thomas Hobbes secondo il quale la condizione naturale degli uomini sarebbe quella della guerra di tutti contro tutti (“bellum omnium contra omnes” [6]). Ma questa visione metafisica, che suggerisce una “vera natura dell'uomo” de-contestualizzata storicamente e socialmente, non è affatto una condizione naturale degli uomini; è, al contrario, la condizione innaturale a cui molti di essi vengono spinti per poterli meglio soggiogare: divide et impera. Da questa condizione innaturale possiamo e vogliamo uscire, sapendo che il processo della liberazione culturale è inscindibile dal processo della liberazione sociale e che non riusciremo a levarci di dosso i sedimenti del mondo in cui viviamo senza riuscire a schiudere la strada verso il mondo in cui vogliamo vivere.Le leggi dell'economia capitalistica sono un vincolo dal quale è impossibile prescindere fintanto che viviamo in una società capitalistica; sono un vincolo che si applica tanto al lavoratore che le subisce quanto al capitalista che ne usufruisce. Ma è appunto la diversa ricaduta di tali leggi che dimostra la loro non neutralità. Come può, infatti, essere “neutrale” una legge che permette ad alcuni di curarsi, istruirsi, divertirsi mentre costringe miliardi di altri a morire letteralmente di fame, guerre, malattie?
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