martedì 25 maggio 2010

Lotta agli evasori? Non succede

"L'evasione fiscale sale a 120 miliardi", titolava ieri in prima pagine Il Sole-24 ore. Che aggiungeva: si tratta di un calcolo prudenziale. Una cifra enorme, pari a quasi 5 volte l'importo della manovra correttiva che il governo varerà stasera. Non è ancora dato sapere se nel decreto legge sarà contenuto un condono fiscale o una sanatoria per i due milioni di case fantasma: dire e poi smentire è una tattica sempre adottata da questo governo, per portare alla nausea i cittadini che poi finiscono per accettare ogni decisione con la convinzione che altro non si poteva fare.Il governo promette: non metteremo le mani nella tasche degli italiani. Sarebbe bello, però, che il governo mettesse le mani nelle tasche degli evasori e facesse scivolare un po' di soldi nelle tasche vuote di chi non evade. A cominciare dai lavoratori dipendenti agli ultimi posti in Europa per salari netti. Il fisco in Italia è «matrigno»: alle aliquote molto alte non corrisponde un adeguato livello dei servizi forniti. Per chi può, pagare le tasse è un optional. Ma il corrispettivo del fisco è un buon livello di welfare e quindi il cane si morde la coda. Il dramma è che l'evasore viene giudicato un «dritto», anche se costringe altri a pagare per lui. Per combattere l'evasione ogni mezzo è buono: se desideriamo un paese «normale» occorre accettare anche i fastidi di violazione della privacy che la lotta agli evasori impone. E senza più condoni, eticamente inaccettabili e che, oltretutto, inducono gli evasori a seguitare a evadere nella convinzione che, in futuro, ci sarà sempre un condono. Lottare contro gli evasori fiscali non è cosa semplice, ma - forse qualcuno si potrebbe scandalizzare - saremmo disposti ad appoggiare questo governo se dichiarasse «la manovra correttiva da 24 o 28 miliardi la faremo solo recuperando l'evasione e chiediamo aiuto a tutti i cittadini onesti». Sarebbe bello, ma non succederà: al massimo si promettono un po' di soldi ai comuni che aiuteranno la lotta all'evasione. Attenzione: questo provvedimento sembra disegnato apposta per tagliare i trasferimenti agli enti locali con l'alibi della lotta agli sprechi. Come effetto immediato, porterà un taglio delle prestazioni sociali. Con l'unica alternativa di aumentare il costo di servizi offerti: dalla scuola, all'assistenza agli anziani ai minori, ai diversamente abili. Berlusconi assicura: «non faremo macelleria sociale». Certo: il welfare non sarà cancellato di colpo, ma fortemente ridotto, reso più caro per favorire l'attività privata che si butta a capofitto dove lo stato è carente. Ovviamente per fare profitti. «La manovra correttiva dobbiamo farla: è un impegno con la Ue che impone il rispetto degli impegni sui conti pubblici», ripetono tutti gli esponenti del governo. Non è la prima volta che ci si nasconde dietro gli impegni europei che vengono visti come fattore decisivo per imporre comportamenti virtuosi. L'Italia è al primo posto nella Ue per evasione fiscale: c'è qualcosa di più virtuoso che vincolare l'Italia a rientrare nei parametri europei?Ma c'è anche un altro «particolare» che preoccupa: l'Italia non è sola nel varare manovre correttive. Perfino la Germania ne varerà una quinquennale da 50 miliardi. Mentre non si riesce a mettere a punto una exit strategy per l'Afghanistan, è già stata varata (o lo sarà nei prossimi giorni) una exit strategy per l'economia. Con una avvertenza importante: l'aumento della spesa è stato quasi per intero assorbito per tappare i buchi del sistema finanziario. Nulla o quasi, invece, per il sostegno all'economia reale. Al massimo qualche euro per gli ammortizzatori sociali. Il risultato è una economia che stenta nella crescita, in particolare nelle creazione di posti di lavoro. Il comportamento univoco di molti governi nell'accelerare l'exit strategy rischia di ricreare quello che accadde alla vigilia della nascita dell'euro: tutti gli stati vararono manovre per rientrare nei parametri e l'economia europea ristagnò per alcuni anni. Oggi la situazione è ancora più drammatica: non usciamo da una fase espansiva, ma da una recessiva. E questo dovrebbe scoraggiare - come ha sostenuto Stiglitz - dall'adottare politiche restrittive. La correzione dei conti può essere ottenuta modificando la distribuzione del reddito, penalizzando la speculazione e con la lotta all'evasione.



di Galapagos
su il manifesto del 25/05/2010

L'acqua e il diritto a decidere

La crisi economica sta mostrando la sua profondità. Nata dal centro del sistema, la finanza statunitense, si è propagata e ha fatto emergere la fragilità dell' "economia reale" sulla quale si era costruita la bolla speculativa. Una economia la cui "realtà" coincide con l'astrattezza della massimizzazione del profitto. L'illusione finanziaria che il denaro crei magicamente altro denaro è solo il passo conseguente. Questa ricerca di sempre maggiori profitti, e la sovrapproduzione che ne deriva, hanno portato non solo alla crisi, ma anche all'esaurimento delle risorse e l'enorme incremento delle emissioni nell'ambiente. Se non vengono intraprese misure immediate, le conseguenze dell'effetto serra saranno tragiche. Ma le azioni dei governi che vengono (o vorrebbero essere) intraprese si scontrano con un limite difficile da superare nei profitti delle lobby energetiche e nei profitti che si possono ricavare dalla "green economy".La necessità di rispondere in tempi rapidi alle richieste dell'economia basata sul profitto privato, di contenere il conflitto sociale, ha reso i già inadeguati strumenti della democrazia rappresentativa un intralcio. Oggi infatti è l'idea stessa di rappresentanza ad essere in crisi. In Italia ne sono segnali i tentativi di rafforzamento dell'esecutivo così come l'enorme scollamento che c'è sulla questione della privatizzazione dell'acqua, tra un parlamento favorevole nella sua totalità ed una opinione pubblica in maggioranza contraria.In Italia la privatizzazione di tutto ciò che era a gestione pubblica ha trasformato gli amministratori in ‘sceriffi'. Il razzismo e le politiche securitarie sono insieme uno strumento di divisione del conflitto e riduzione della democrazia.Una delle risposte a questa crisi è quella della ricostruzione di una sfera pubblica gestita collettivamente, come garante dell'interesse generale. Lottare alla costruzione di questo spazio per garantire a tutte e tutti, migranti e nativi, i diritti inviolabili non è diverso da lottare contro questa crisi. Anzi, contribuisce a dare un orizzonte comune ai soggetti che subiscono la crisi, a costruire quei legami sociali rotti dalla solitudine competitiva.La crisi ambientale, inoltre, rende non più rinviabile una radicale trasformazione del modello produttivo ed energetico, attraverso una nuova pianificazione, democratica e partecipativa. Occorre passare dal consumo critico alla critica della produzione. Ogni singola vertenza, comprese quelle per la difesa del posto di lavoro, va affrontata nell'ottica di una critica della produzione che tenga insieme l'elemento della giustizia economica, l'ambiente e la questione di chi decide cosa e come produrre.Da questo punto di vista la battaglia per l'acqua può essere la traccia di una riappropriazione che tenga insieme l'idea del rovesciamento del sistema economico con la salvaguardia del pianeta e l'apertura di spazi democratici più ampi di quelli della rappresentanza parlamentare. In un mondo in cui noi non decidiamo nulla ripartiamo dal riappropriarci di ciò che ci appartiene. Compreso il diritto a decidere.



di Fabrizio Valli e Fabio Ruggiero, Attac Italia

Flamini (Prc): "Contro l’attacco al sistema d’istruzione pubblico è necessaria una grande mobilitazione regionale"

Nel contesto generale di misure antipopolari e sbagliate che caratterizzano l’azione del governo per la presunta fuoriuscita dalla crisi s’inserisce un attacco senza precedenti al sistema pubblico d’istruzione, formazione e ricerca. Lo abbiamo già detto: grazie a Gelmini e Tremonti sono state tagliate e si taglieranno risorse ingenti a scuola, università e ricerca. Non solo. Nei fatti si disconosce il ruolo e la funzione delle lavoratrici e dei lavoratori del comparto e si torna ad un’idea di scuola che escluderà dal diritto all’apprendimento migliaia di ragazze e ragazzi. Catastrofismo? Tutti i provvedimenti previsti concorrono soltanto a peggiorare la qualità complessiva del sistema d’istruzione pubblico e di stato, con grande gioia di tutti quei soggetti privati che stanno attendendo la svendita totale della conoscenza al mercato. Nella scuola ci saranno 25.600 insegnanti e oltre 15.000 Ata che perderanno il posto di lavoro; nella nostra regione, oltre alla chiusura di plessi, si prevede la perdita di circa 600 posti di lavoro. In questo modo nella scuola primaria non potranno essere soddisfatte pienamente né la domanda di tempo pieno, né la richiesta delle 30 ore. Nella secondaria i tagli assumono dimensioni epocali. È inoltre in discussione in Parlamento un disegno di legge sull’Università che da una parte determina maggiore precarietà per i ricercatori, dall’altra porta gli atenei al collasso finanziario. Insomma, mentre il Paese avrebbe bisogno di puntare strategicamente sulla conoscenza pubblica, il governo risponde con un progetto di tagli ragionieristici per ridurre il sapere a merce.Nella nostra regione possiamo e dobbiamo opporci a questa situazione. Intanto impegnando le Amministrazioni comunali a sollecitare l’azione dei Dirigenti Scolastici volta a richiedere gli organici necessari alla formazione delle classi nel rispetto delle specificità territoriali di comuni montani e ad intervenire presso gli Uffici Scolastici Provinciali e Regionali affinchè venga rispettata la normativa in questione, in modo da evitare ulteriori chiusure di plessi e perdite di posti di lavoro. Inoltre il Consiglio Regionale dell’Umbria potrebbe anche chiedere il rinvio dell’attuazione dei regolamenti.Rifondazione comunista è impegnata in questo senso e ha già coinvolto le proprie strutture e rappresentanze istituzionali presenti su tutto il territorio provinciale, ma siamo consapevoli che occorre un’unità d’azione più ampia, aperta a movimenti, forze sociali e politiche per costruire tutti insieme una alternativa a queste scellerate politiche del governo. Ribadiamo di essere disponibili a sostenere tutte quelle forme di lotta che entro la fine dell’anno scolastico possano determinare il ritiro di questi provvedimenti, dallo sciopero generale, allo sciopero degli scrutini. Per l’istruzione pubblica e di stato.

Enrico Flamini, Segretario Provinciale Prc Perugia

domenica 23 maggio 2010

La rapina del condono edilizio

Nella manovra finanziaria anti-crisi si rilancia l’abusivismo edilizio: l’ulteriore degrado dello stato e del territorio.



Il governo starebbe per inserire nella manovra finanziaria un provvedimento di condono per gli edifici abusivi emersi dalle verifiche del catasto. Insomma, per compensare gli autori delle speculazioni finanziarie e “risolvere” in tal modo la crisi dell’euro, oltre togliere soldi dalle nostre tasche tagliando salari e pensioni e aumentando tariffe, tolgono speranza al nostro futuro dissipando un po’ di più due beni comuni cui affidato il nostro destino: l’autorità dello stato e la salute del territorio. Lo Stato - anzi, la Repubblica - non è di “lorsignori”. Lo abbiamo conquistato con la Resistenza, e con la Costituzione gli abbiamo affidato la cura degli interessi collettivi, fondandolo sul lavoro e sulla tensione verso l’equità. La certezza della legge è la garanzia soprattutto per quelli che hanno meno potere degli altri. Condonare gli abusi di chi ha infranto la legge dello stato significa minare l’autorità pubblica, confermando la convinzione che chi non viola la legge (a spese degli altri) è un fesso. Il territorio non è suolo edificabile ad libitum di chi ne possiede un pezzo. É un bene scarso, intriso di bellezza e di storia e minacciato da fragilità estese e spesso nascoste; è un patrimonio collettivo che deve essere utilizzato oggi e domani, nelle sue potenzialità e nei suoi valori. In tutti i paesi civili la sua utilizzazione da parte dei possessori è assoggettato al rispetto di norme d’interesse collettivo, che si chiamano “piani territoriali e urbanistici”. Legittimare l’abusivismo significa premiare chi ha anteposto i propri interessi immediati a quelli di tutti, incoraggiare quelli che possono a seguire questa strada.
Come Berdini ricordava, il berlusconismo non è nuovo a queste imprese. Dopo il condono di Craxi nel 1985 i governi di destra ne hanno approvati un secondo (1996) e un terzo (2003). L’anno scorso, plagiando i presidenti regionali Berlusconi, col suo “piano casa” ha promosso quello che si è definito “condono preventivo”. E meno di un mese fa, con un decreto legge che è passato sotto silenzio (solo eddyburg.it ha proposto una denuncia e un appello), il Consiglio dei ministri ha approvato un provvedimento che condona gli abusi “per fronteggiare la grave situazione abitativa della Campania”. Una grande campagna d’opinione per difendere i beni comuni dell’autorità collettiva e del territorio bene comune dovrebbe intrecciarsi con quelle in corso per la difesa del’acqua pubblica e per la libertà dell’informazione. Solo quando queste battaglie, insieme a quelle per la scuola e per il lavoro, troveranno un denominatore e una voce comune si potrà sperare in un coronamento politico dell’azione che si svolge nelle piazze: queste sono il primo luogo della democrazia, non possono essere l’unico. Il denominatore comune emerge dalla violenza dei fatti: è la difesa dei beni comuni. La voce ancora non si è levata.

Il gioco si fa duro: è in palio lo Stato sociale

Il gioco si fa duro. Da giorni la «grande» stampa batte sulla vera novità imposta dalla crisi: il tempo dello Stato sociale è scaduto. Fine dell’elemosina. Ha cominciato il Sole con Alberto Orioli: il welfare è un «insostenibile, costoso, inefficiente» retaggio del passato. Come il posto fisso. Ha proseguito il Corriere con Piero Ostellino (lo Stato sociale «divorerà i cittadini» che sinora ha compassionevolmente assistito) e Angelo Panebianco (che, sotto una veste retorica meno grezza, ha sostenuto la stessa tesi: tutto il potere al Libero Mercato).
Una volta tanto dicono la verità, rendendo inevitabili imbarazzate smentite. Maurizio Ferrera, sempre sul Corriere, ha dovuto sbracciarsi a dire che «standard sociali e diritti di cittadinanza» non saranno travolti. Ma Tremonti taglierà stipendi e pensioni pubbliche, praticherà nuove riduzioni alla spesa sociale, aumenterà la pressione fiscale sul lavoro dipendente: siccome questo non accade dopo decenni di politiche espansive e redistributive ma dopo trent’anni di macelleria sociale, all’ordine del giorno è proprio l’eutanasia dello Stato sociale (a cominciare dal Mezzogiorno). Non è affatto questione di «esagerazioni».
Viene così in chiaro il senso del processo storico svoltosi in questi tre decenni. Si è trattato della feroce vendetta del capitale privato contro il lavoro salariato per la sua inaudita pretesa di giocare da protagonista la partita della riproduzione. Si tratta ancora oggi di punire le scandalose lotte operaie degli anni Sessanta. La nuova fase che si apre con la liquidazione del welfare corona una storia cominciata negli anni Settanta (con la fine di Bretton Woods) ed entrata nel vivo con lo scontro di Reagan con i controllori di volo, della Thatcher con i minatori e di Agnelli e Romiti nei 35 giorni di Mirafiori.
Trent’anni di guerra senza quartiere contro il lavoro dipendente che aveva osato ribellarsi al sovrano, di questo si è trattato. La delocalizzazione, la libera circolazione dei capitali e la guerra infinita per il gas e il petrolio sono stati i cardini dell’offensiva, ma anche Maastricht è stata una pietra miliare, poiché ha imposto lo sfondamento su costi e diritti del lavoro e la distruzione dei contratti collettivi. Panebianco parla oggi di «fallimento del socialismo della spesa». Propaganda a parte, il solo socialismo che abbiamo conosciuto se lo è goduto il capitale privato, al quale gli Stati (prima dei miliardi pubblici gettati nei bilanci disastrati di banche e finanziarie) hanno procurato un mercato del lavoro modellato sulle sue esigenze e concesso di evadere il fisco, di speculare senza vincoli e di accumulare profitti con le privatizzazioni. L’esplosione del debito pubblico (che sarebbe più serio chiamare credito privato) è figlia della ferma volontà di tradurre in profitto la produzione sociale della ricchezza.
È la prima volta che il capitale si vendica brutalmente per la rivolta del lavoro? Naturalmente no. È la storia del Termidoro e della Restaurazione (dopo il Terrore giacobino); del colpo di Stato di Luigi Bonaparte, dell’imperialismo e della Prima guerra mondiale (dopo il 1848, la Comune di Parigi e i primi scioperi generali); del fascismo, del nazismo e della Seconda guerra mondiale (dopo il 1917, Weimar e il biennio rosso). È un classico, quindi si sarebbe potuto intuire da tempo dove si andava a parare. Tanto più che qualcuno (Gramsci, Polanyi, Keynes, lo stesso Marx) aveva chiarito come funziona il meccanismo. Ma dov’è stata e dov’è la controparte in questa vicenda?
La Terza via di Tony Blair (rimpianto dal Corriere) è stata la sciagurata illusione che ha dato il la a tutta la sinistra «responsabile» in Europa. Ma forse adesso si reagisce all’altezza del pericolo? Qualcuno lancia l’allarme? Non pare. Alla «gente» si trasmette l’illusione che la «democrazia» sia una conquista irreversibile e un valore in sé, nonostante lo svuotamento dei diritti. Il governo può dire che taglierà, ridurrà, rimanderà senza che alcuno accenni a una reazione: è difficile in tale situazione prevedere che si andrà a un massacro? Sì, ce n’est qu’un début. Ma in senso opposto a quanto sperammo quarant’anni fa.

Ticket, pensioni, TFR….: cosa cambia

Statali, pensioni, invalidità, ticket, nuovi pedaggi per gli automobilisti: ecco cosa cambia per le tasche degli italiani.

Ticket e sanità.

Dal primo luglio ticket sulle prestazioni sanitarie di assistenza. 7,5 euro per la ricetta, per i cittadini esenti il ticket sarà di tre euro e scenderà a 2 il prossimo anno.

In pensione più tardi.

Le finestre per le pensioni di vecchiaia passano da 4 a 2. Dal 2011 i dipendenti che maturano il requisito nel corso del primo semestre andranno in pensione il primo gennaio successivo.

Tfr ritardato

Il Trattamento di fine rapporto per i dipendenti pubblici sarebbe spalmato in tre anni, anziché erogato entro tre (o sei) mesi dal pensionamento.

Pedaggio G.R.A.

Il Grande raccordo anulare, l’anello di asfalto che circonda Roma per oltre sessanta chilometri, potrebbe non essere più gratis. La finanziaria prevede un pedaggio.

Pensioni di invalidità

A partire da gennaio le domande per gli assegni di accompagnamento non saranno accolte se il reddito personale supera i 25mila euro e 38mila nel caso di reddito cumulato.

Tagli a enti pubblici

Le Regioni contribuiranno alla manovra con un miliardo nel 2011 e 1,6 miliardi nel 2012. Tagli ai trasferimenti per 418 milioni e 1,1 miliardi dal 2011.

Soppressione enti (Isae)

Chiude l’Isae, Istituto di studi e analisi economica e le sue funzioni e i suoi dipendenti a tempo indeterminato passano al ministero dell’Economia. Soppresso anche l’Isfol.

Tagli ai ministeri

Tagli a tutti i ministeri. Le spese saranno ridotte dell’8% per il triennio 2011-2013. Esclusi il fondo ordinario delle università, le risorse per la ricerca.

... e ai parlamentari

Il trattamento economico di ministri e sottosegretari membri del Parlamento viene tagliato del 10% a partire dal 2010. Stessa sorte per i collaboratori diretti del ministero.

Blocco turn over

Per gli statali il blocco del turn over prorogato fino al 2013. Le amministrazioni possono avvalersi di personale a tempo determinato nel limite del 50% della spesa sostenuta.

Tagli alla Difesa

Passo indietro sulla Difesa Spa. Niente rinnovo contrattuale per il 2008 - 2009. Una misura che riguarda militari e Polizia. Risparmi dai 200 ai 700 milioni di euro.

Evasione fiscale

Nuovo redditometro sintetici a tappeto. Nel disegno di legge ci saranno nuove norme per rafforzare la lotta all’evasione fiscale. Torna anche la tracciabilità.

Condono edilizio

I 2,5 milioni di case fantasma presenti nel territorio potrebbero essere regolarizzate con il pagamento delle imposte relative agli ultimi anni. Atteso un gettito di 6 mld.

Blocco dei contratti

Non si rinnovano i contratti del pubblico impiego per il triennio 2010-2013. I statali riceveranno solo l’indennità di vacanza contrattuale.

Grandi eventi

Colpo alla Protezione Civile spa. Tutti i fondi destinati ai grandi eventi devono avere il benestare del Tesoro. Il ruolo di Bertolaso si riduce molto. La norma avrebbe fatto infuriare Letta.

Il governo risparmia sugli invalidi

Berlusconi ha annunciato ieri che la manovra finanziaria non toccherà la sanità. Ma il ministro dell’Economia è di tutt’altro avviso, e per ora i conti non tornano. Le anticipazioni sulla manovra che Giulio Tremonti sta mettendo a punto, parlano infatti di ticket sui medici specialisti e di un giro di vite sulle pensioni di accompagnamento per gli invalidi. Quest’ultimi, “non deambulanti” e “non autosufficienti”, se cumuleranno 25 mila euro lordi tra reddito (o pensione) e indennità, non potranno più avere i soldi per l’accompagnamento. Lo stesso se raggiungeranno quota 38 mila euro insieme al coniuge.
“Le notizie sono ancora fumose, ma se si verificheranno sarà una catastrofe”, spiega Mauro Pichezzi, presidente dell’associazione “Viva la Vita Onlus”, che si occupa dei malati di sclerosi laterale amiotrofica. “Le famiglie dei malati di Sla finiranno sul lastrico, perché la situazione è già disperata. Non escludiamo un atto forte come un nuovo sciopero della fame dei nostri malati e una manifestazione di piazza per far sentire la voce di chi davvero vive in condizioni di indigenza”.
Secondo uno studio commissionato dall’associazione, infatti, le famiglie sopportano un carico di circa 2 mila euro al mese a malato, principalmente per una badante e per i mancati guadagni di familiari impiegati nell’assistenza, con punte di 5 mila euro al mese a causa della carenza delle strutture pubbliche sanitarie e sociali. La situazione dei disabili è critica anche senza il ricorso a provvedimenti restrittivi.
Luca Faccio è affetto da tetraparesi spastica, vive in Veneto , è invalido al 100 per cento e percepisce come pensione d’invalidità 256,97 euro. A queste somma 480,47 euro di accompagnamento, per l’assistenza e le cure. “In queste condizioni è impossibile vivere – spiega Faccio – io sono laureato in Scienze dell’educazione, risiedo nella culla dell’industrializzazione, ma non trovo lavoro. Hanno anche sospeso gli incentivi per l’assunzione dei disabili. L’unica cosa che mi hanno proposto è un tirocinio a due euro l’ora per quattro ore al giorno. Mi costa di più farmi accompagnare e riportare dal luogo di lavoro rispetto a quello che guadagno. E quando ho provato a chiedere a cosa mi serviva quel tipo di lavoro mi è stato risposto: a socializzare. Io sono sposato, ho amicizie, il lavoro mi serve per vivere, non per socializzare. Pensate che in questo momento anche mia moglie è disoccupata. Come si fa a sopravvivere con 737,44 euro, comprese le cure?”. Una domanda che Luca Faccio ha posto al ministero dell’Economia e alla presidenza della Repubblica, anche tramite il suo blog http://antefatto.ilcannocchiale.it/www.lucafaccio.it. “Aspettiamo ancora la firma dei livelli essenziali di assistenza, in cui si elevano gli standard minimi – spiega ancora Pichezzi – altro che tagli. Abbiamo bisogno di maggiori risorse per i disabili, specialmente in questo periodo di crisi, per evitare catastrofi”.

Meno tasse? Contrordine: servono 28 miliardi di nuove entrate per riportare sotto controllo i conti pubblici.

Siamo alla resa dei conti: il Pdl che ci aveva promesso un’Italia con meno tasse e senza tagli si trova oggi a tentare di arginare il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti che ha bisogno di 28 miliardi di veri risparmi o di nuove entrate per riportare sotto controllo i conti pubblici. La prima bozza della manovra, fatta filtrare ieri al Corriere della Sera, ha alcuni tratti di populismo, misure di dubbia costituzionalità e, pur essendo priva di cifre, sembra ancora lontana dagli obiettivi di riduzione della spesa che si è dato Tremonti.
TAGLI AI DIRIGENTI. Il populismo si osserva nelle riduzioni degli stipendi degli alti dirigenti della Pubblica amministrazione dei manager pubblici. C’è anche un dato politico che non dispiacerà all’opposizione: la Protezione civile viene di fatto commissariata. I grandi eventi tornano ad essere soltanto le catastrofi e quelli non prevedibili, a comandare sulla gestione sarà adesso il Tesoro e non più Palazzo Chigi, cioè Tremonti invece di Berlusconi e Gianni Letta. Sparisce anche la Difesa spa (che doveva snellire i rapporti del ministero in appalti e uso delle risorse), si rinuncia a rifinanziare le regioni commissariate per la spesa sanitaria e si tagliano i trasferimenti agli enti locali che sforeranno il Patto di stabilità nel 2010 (saranno moltissimi). Ricompare una misura ad alto rischio di incostituzionalità: si rendono nulli i decreti ingiuntivi e i pignoramenti verso le Asl delle regioni commissariate reintroducendo una norma che lo stesso governo, nella persona del ministro della Giustizia Angelino Alfano, aveva bocciato nel 2007 alla Regione Campania che aveva provveduto con propria legge regionale. E questo sarà un problema per le imprese che non riescono a farsi pagare dalla sanità regionale. Si finisce con un taglio lineare (cioè non mirato a una riduzione delle risorse complessive) dell’8 per cento di alcune spese dei ministeri.
I CONTI. Più che una manovra all’altezza delle aspettative della Commissione europea e dei mercati finanziari sembra lo specchio della disperazione di una classe dirigente che non vuole ancora prendere del tutto atto della realtà e dei sacrifici necessari, quindi della necessità di un nuovo patto sociale. Per la prima volta nella storia delle manovre finanziarie non si conoscono i risparmi associati ad ogni misura, probabilmente perché il conto finale non è ancora stato fatto davvero e, sommando quello che già si conosce, si arriverà a stento a 20 miliardi di euro. Ne mancano quindi ancora almeno altri otto per arrivare vicino a quella che sarebbe la vera necessità per il solo 2011. Mentre infatti il governo continua a mantenere le sue previsioni di crescita per il 2011 all’1,4 per cento, le maggiori banche e istituzioni internazionali hanno abbassato le stime all’1,1 per cento per il prossimo biennio, riportando la lancetta dell’ammanco a 40 miliardi per due anni.
NUOVI CONDONI. Si capisce quindi perché in questi giorni si moltiplicano le voci di nuove misure straordinarie per aumentare il gettito che nel 2009 aveva retto solo grazie allo scudo fiscale. Le idee sono le solite: condoni edilizi, condoni fiscali per le imprese e via dicendo. Nessuna misura strutturale, nessun intervento per ridurre in modo permanente le spese nei prossimi anni. Si brancola nel buio con le mani in avanti sperando di non essere investiti da una crisi finanziaria che si avvicina a tutta forza. Chi sembra più consapevole del pericolo è proprio Tremonti che con i suoi scarni comunicati e le ripetute minacce di dimissioni, sapientemente fatte filtrare ai giornali, sembra oramai l’unico in grado di cambiare la rotta politica della manovra e del governo. Dopo le anticipazioni della manovra, Berlusconi ha subito smentito non il documento, ma i suoi effetti: “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, ma cercheremo con ogni mezzo di combattere le spese eccessive e naturalmente l’evasione fiscale”. Ma il ministro del Tesoro è consapevole che i mercati concederanno una tregua di sei-dieci mesi ai titoli del debito pubblico italiano per poi verificare l’efficacia della manovra e la consistenza della ripresa economica. Tremonti sa anche che entrambi questi dati rischiano di essere negativi e che a quel punto sarà in evitabile una resa dei conti nel governo e nel paese. Il calcolo di sostenibilità ci dice che servono 60 miliardi in tre anni di minori spese (strutturali) o di maggiori entrate (anche queste strutturali), che il nostro tenore di vita dovrà abbassarsi del 20 per cento ed assomigliare, anche in termini di prezzi al consumo e degli immobili a quello della Germania. La manovra estiva è solo l’inizio.

sabato 22 maggio 2010

Uniti si. Ambigui e confusi no

La crisi capitalistica, oltre ad approfondirsi, costringe chi non si propone di metterne in discussione la natura strutturale a fare proprie le politiche monetariste e liberiste dell’Unione Europea e della Banca Centrale. E’ così che in Italia governo e centrosinistra si accapigliano su tutto tranne che sul punto più importante: i sacrifici. Possono litigare sui tempi e sui modi, su questo o quel dettaglio, ma non sulla necessità di enormi tagli per salvare il sistema economico e per soddisfare gli appetiti del capitale speculativo. Tutto questo è destinato a produrre una macelleria sociale. Con un’opposizione parlamentare incapace di contestare le scelte di fondo capitalistiche, che invece vengono addirittura assunte come base per criticare il governo e per richiamarlo ad una maggiore coerenza con esse, i tagli draconiani sono destinati a produrre malcontento e sofferenze di ogni tipo, ma non una resistenza capace di accumulare forze e di preparare una alternativa. In questo contesto i sentimenti di egoismo sociale, le guerre fra poveri e la distanza dalla politica, comunque declinata nel bipolarismo, sono cose destinate a crescere. Mai come oggi sarebbe necessaria una sinistra politica unita che «torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana» (come recita il titolo di un recente appello di alcuni esponenti del Prc, del Pdci, di Sel e di alcune personalità della sinistra). Ma, a nostro parere, senza chiarezza politica e programmatica su due questioni fondamentali l’unità è destinata ad infrangersi, producendo nuove divisioni. E il “ruolo importante” è destinato ad essere un ruolo comprimario nel centrosinistra. La prima è che la radicalità della critica al sistema capitalistico finanziarizzato, che è la causa della crisi, non può essere un dettaglio sacrificabile sull’altare di una alleanza contro Berlusconi. La seconda è che senza una battaglia durissima contro il bipolarismo la politica ufficiale (tutta, senza distinzioni) è destinata a separarsi definitivamente dalla società. Mentre per altre forze questo è perfino utile, giacché il “governo dell’esistente” nel tempo del capitalismo contemporaneo ha bisogno di essere indifferente alle conseguenze sociali delle proprie scelte, per la sinistra è esiziale. A meno che non si voglia essere sinistra liberale. O che si voglia confondere l’interesse di un ceto politico a ricavarsi uno spazio istituzionale nel centrosinistra con gli interessi delle lotte e delle classi subalterne.
Per questo noi insistiamo nel dire, come è scritto nel documento fondativo, che la Federazione della Sinistra deve essere costruita come l’unità della sinistra politica e sociale anticapitalista e che deve essere indipendente dal centrosinistra. Per questo ribadiamo, come ha votato a larghissima maggioranza il Cpn del Prc, che col centrosinistra si deve fare un accordo in difesa della Costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non un accordo di governo. Per questo diciamo, sommessamente ma con fermezza, che parlare della Federazione come se questa avesse già unito il possibile (mentre molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti) proponendo poi l’unità con Sel e glissando sull’internità o meno al centrosinistra, è un grave errore.
Non di manovre trasversali delle correnti dei diversi partiti e non di suggestioni unitarie senza chiarezza abbiamo bisogno. Serve una prospettiva unitaria chiara su progetto e contenuti, a partire dalle cose che già abbiamo insieme deciso. Il corpo militante che in questi anni ha resistito e combattuto contro tutti e tutto per mantenere in vita Rifondazione, e che sarà presto chiamato a decidere nei congressi della Federazione e del partito, merita che il gruppo dirigente sia chiaro e non dilaniato da incomprensibili lotte correntizie.


Ramon Mantovani,
Giovanni Russo Spena
Direzione Nazionale PRC

Vietato parlare con la stampa Bavaglio a presidi e professori.

Non bastavano i tagli al personale e alle risorse. Ora per la scuola italiana sono previste censure e bavagli.
Bavaglio agli insegnanti che parlano con la stampa o dissentono dalle linee del governo. Se non si “ubbidisce” via alle sanzioni disciplinari. È quello che accade in questi giorni in Emilia-Romagna, dove il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale Marcello Limina invia ai presidi una circolare «riservata» in cui manifesta la volontà di porre uno stop a «dichiarazioni rese da personale della scuola con le quali si esprimono posizioni critiche con toni talvolta esasperati e denigratori dell’immagine dell’amministrazione di cui lo stesso personale fa parte». Toni che - prosegue la nota - vengono inviati sotto forma di documenti ad autorità politiche, fatti circolare a scuola o distribuiti alle famiglie. Nella circolare Limina “invita” quindi ad «astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possano ledere l’immagine dell’Amministrazione pubblica».
Si scatena il putiferio quando il coordinamento degli insegnanti modenesi Politeia viene a conoscenza dell’esistenza di questa circolare, non ancora resa pubblica da nessun preside, ma datata 27 aprile. La Cgil insorge: «Ritiro immediato della nota e dimissioni del direttore dell’USR», la richiesta del segretario generale Flc-Cgil Mimmo Pantaleo. Immediata la difesa del ministro Mariastella Gelmini: «Condivido e sostengo pienamente l’operato del direttore Limina che ha invitato tutto il personale della scuola a osservare un comportamento istituzionale - afferma il ministro - È lecito avere qualsiasi opinione ed esprimerla nei luoghi deputati al confronto e al dibattito. Quello che non è consentito è usare il mondo dell’istruzione per fini di propaganda politica: chi desidera fare politica si candidi alle elezioni e non strumentalizzi le istituzioni».
Tutto parte da Modena, dove alcuni insegnanti vengono a conoscenza dell’esistenza della circolare. «Qualche dirigente troppo zelante l’ha messa tra quelle visibili a tutti», riferisce un insegnante. Presa la palla al balzo di una manifestazione contro i tagli della riforma Gelmini che si è svolta a Modena giovedì, i docenti hanno reso pubblica la notizia e firmato una mozione per denunciare il «carattere intimidatorio e lo spirito antidemocratico della circolare che cerca di reprimere le legittime proteste del mondo della scuola». Fatto altrettanto grave, per i “prof” modenesi, quello di «far passare l’idea che i dirigenti, destinatari del documento, siano soggetti superiori di grado, quando in realtà, nel collegio docente, sono figure inter pares. Poi, vuoi per l’avidità di qualcuno, vuoi per il clima autoritario generale, passa l’idea di un ruolo diverso». La scuola, insomma, non è quella che dipingono Limina e il governo anche per Bruno Moretto della cellula bolognese del comitato Scuola e Costituzione: «Gli insegnanti sono autonomi: lo spirito dell’articolo 33 della Costituzione è quello di creare nella scuola un clima di confronto di posizioni». Meglio per il comitato che «Limina si occupi di ciò che gli compete e risponda ad esempio ai 600 bambini che a Bologna e provincia non avranno posto alla scuola materna l’anno prossimo».