lunedì 6 dicembre 2010

Rutelli è risorto

Ma che sarà davvero questo nuovo polo di centro? La premessa appare fragile: tre politici in fuga. Che, solo stando insieme, possono tornare a contare qualcosa. E nel triangolo, decisamente inedito, c’è un personaggio che deve alla crisi un’ insperata botta di vita: si chiama Francesco Rutelli.Su di lui si è sempre infierito con generosità. Appellato coi nomignoli di Ciccio Bello o Er Piacione, massacrato mediaticamente dall’imitazione – insuperabile – di Corrado Guzzanti (“Ah Berluscò, ricordati degli amici!”), bersaglio fisso delle vignette di Vauro con l’accusa di apatia erotica permanente, tutti si sono divertiti a sottolineare la morbidezza di un politico italiano supersoft.Un eterno solista della scena parlamentare: troppo gentile per fare a lungo il Radicale, inventore di un Arcobaleno da aggiungere ai Verdi, ispirato creatore di una Margherita presto sfiorita nelle lotte interne al Pd, volato via pure da lì con una nuova creatura vagamente naturalista, l’Api.Ora, chiudendo gli occhi e pensando, sono tre le scene che mi vengono in mente su Francesco Rutelli: l’invito a visitare l’Italia scandito in inglese latinizzato, la Roma che governò a lungo raccontandola come terra promessa di gioia e meraviglie, e soprattutto la predetta imitazione di Guzzanti. A dir la verità ricordo anche una condanna inflittagli dalla Corte dei Conti per l’eccesso di spese al Comune di Roma. Sotto accusa consulenze e contrattini vari, l’inizio di un deficit clamoroso poi magnificato con impegno dal successore Walter Veltroni.Rutelli non se lo filava più nessuno da un bel po’. Nel Pd non c’era spazio, e l’ennesimo partitucolo contava zero nel mosaico di palazzo (per non parlare della politica vera sul territorio).Poi la fortuna ha girato. Fini molla Berlusconi ma deve stare attento al suo nuovo partito, diviso già all’atto di nascita in mille anime confliggenti. Casini fa ormai di mestiere l’ago della bilancia, e capisce bene che andare a sinistra col Pd significa scomparire (ammesso lo vogliano), mentre girando a destra si apre la vasta prateria del post-berlusconismo, non priva di insidie e tribù nemiche. Serve dunque un terzo caballero per creare il gruppo, e Francesco è proprio l’uomo giusto: carino, educato, un curriculum istituzionale di alto livello (ex ministri e vicepremier non crescono sugli alberi), posizioni moderate e sorridenti che sanno tranquillizzare anche il più nevrotico degli elettori.Così la magia è fatta. Uno di destra, uno di centro e uno di sinistra: ecco l’Italia finalmente unita. E un demansionato della politica che ritrova l’allure da prima serata. Vi sembra poco, di questi tempi?
Blog di Chiara Paolin

domenica 5 dicembre 2010

PIU’ “GIAVAZZI” PER TUTTI

Con la Camera chiusa per evitare incidenti, il “Terzo polo” dei compagni Fini, Casini e Montezemolo in gestazione, la fuga dei peones dal fortino berlusconiano, pare quasi assodato che il 14 dicembre sarà una specie di giorno della liberazione, lo scrivo incrociando le dita e vi assicuro che è piuttosto scomodo.
Nel naufragio del governo Berlusconi dovrebbe affondare anche la riforma Gelmini dell’Università. Che la riforma avesse buone probabilità di morire malamente ci è stato comunicato l’altro giorno dal Corriere della Sera, che ha affidato a Francesco Giavazzi un editoriale in suo favore.
Tranquilli. Se Giavazzi dice che tutto va bene, potete giurarci, sarà il disastro, come minimo. Se Giavazzi dice che c’è il sole, uscite con l’ombrello. Se Giavazzi dice che piove, portate la crema abbronzante. Francesco Giavazzi, è il Signore che ce lo manda, basta fare il contrario di quello che dice lui e tutto si risolverà per il meglio.
Il grande economista che cercò di convincerci che il liberismo è di sinistra, date retta, è una garanzia. Scrisse nel 2007, sempre sul Corriere: “La crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata”. Davvero un veggente. Nel 2008 durante il fallimento della Lehman Brothers, Giavazzi esultò come un ultrà e scrisse: “E’ un bel giorno per il capitalismo, perché non si possono salvare i banchieri sempre e comunque”. Passati due anni, il “bel giorno del capitalismo” si è rivelato una sfiga planetaria, Giavazzi ha fatto marcia indietro e oggi teorizza ogni salvataggio possibile dalla Grecia all’Irlanda, con tanti saluti alla mano magica del mercato.
Per questo, letto che Giavazzi tifava per la riforma Gelmini, ho tirato un sospiro di sollievo: abbiamo bisogno come il pane di questi economisti liberisti, di questi luminari del libero mercato. Più Giavazzi per tutti.

Alessandro Robecchi,


Il Manifesto

ZAPATERO: quando il nuovo sa di vecchio

Povero Zapatero e povera Spagna. L'uno e l'altra passati nel giro di un paio d'anni dagli altari alla polvere. La crisi finanziaria, poi economica, poi sociale (4.5 di disoccupati, più del 20% della forza lavoro, il doppio della media europea) hanno asfaltato entrambi. Che ora annaspano in una spirale senza fine.La militarizzazione dei controllori di volo per riprendere il controllo degli aeroporti pone vecchi e irrisolti problemi sulle liceità e modalità di certi scioperi («2400 persone non possono sequestrare un paese»). Forse non c'erano alternative. Ma è stato uno spettacolo brutto e penoso, mai visto prima nei 32 anni in cui è stata in vigore la costituzione del '78 che liberò la Spagna dagli orrori del franchismo. E il ministro José Blanco che si presenta a minacciare fuoco e fulmini sui riottosi e «stressati» controllori di volo («la pazienza del governo è finita»), rimanda inevitabilmente al Ronald Reagan del 1980, quando appena entrato alla Casa bianca spezzò le reni ai controllori di volo americani. Alla fine vinse lui e licenziò tutti gli 11345 controllori di volo. Ma quello - insieme alla vittoria per ko della signora Thatcher sui minatori inglesi - fu il viatico di una «rivoluzione conservatrice» da cui in realtà non ci siamo mai più ripresi. E che con la crisi economica del 2008 sta tornando e spazzando via welfare e diritti acquisiti in anni di lotte in tutto l'occidente.Chissà che Zapatero non voglia la testa dell'Usca, il sindacato autonomo dei controllori di volo, come trent'anni fa Reagan volle quella della Patco, l'organismo sindacale dei loro omologhi americani. Forse no, o forse sì perché Zapatero sembra aver perso ogni bussola, che non sia quella del «mercato». Una bussola che, oltretutto, evidentemente, non lo sta portando da nessuna parte. E ancor meno verso l'uscita del tunnell in cui si è infilato lui e la Spagna.In prima battuta le ultime misure annunciate questa settimana e approvate per decreto venerdì scorso - la privatizzazione parziale degli aeroporti e della loro gestione, gli sgravi fiscali per le industrie medio-piccole, l'osceno taglio dei 400 euro e qualcosa per i disoccupati di lungo corso senza altre risorse - non c'entrano granché con la protesta dei controllori di volo. Come pure non c'entra la nuova «riforma» a cui Zapatero, spinto da Bruxelles e dal «mercato», sta mettendo mano - quella delle pensioni con l'aumento dell'età pensionabile da 65 a 67 anni - dopo quella del mercato del lavoro - contro cui i due maggiori sindacati, di cui uno socialista, e non l'Usca, gli hanno organizzato il primo sciopero generale, in settembre. Ma la privatizzazione degli aeroporti e dell'Aena, l'ente pubblico che li gestisce, se non la causa, è stata probabilmente una miccia.Più Zapatero offre e dà, più gli viene chiesto dal «mercato» e dall'opposizione di destra interna, il Partido popular, che si appresta a vincere in carrozza le elezioni del 2012, così come il centro-destra liberal-liberista catalano ha vinto le elezioni di domenica scorsa in Catalogna, storico bastione della sinistra e in particolare dei socialisti.Lo spettro dei «soccorsi» offerti/imposti da Ue e Fmi incombe su Zapatero e sulla Spagna. Sarebbe un disastro per un leader e un paese che appena qualche anno fa esibivano orgogliosamente (anche troppo) le loro virtù in campo economico, politico e sociale. Ora di quelle virtù non è rimasto nulla. E lo smarrito Zapatero, che prima amava andare controcorrente (ritiro unilaterale dall'Iraq, tanto per dirne una), ora non trova di meglio che lanciarsi nella corrente generale e micidiale, e incapace di risolvere la e le crisi. Fino ad affogare.
di Maurizio Matteuzzi
su il manifesto del 05/12/2010

sabato 4 dicembre 2010

La lotta di classe la fa il capitale

Intervista a Luciano Gallino
«Io credo che la lotta di classe non sia finita: al contrario, oggi è più attuale che mai. Solo che una parte è perdente perché non ha gli strumenti politici e culturali per produrla ». Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino, risponde così all’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne, al ministro del Welfare Sacconi, alla Confindustria e perfino ad alcuni sindacati che vorrebbero inaugurare un’era del «Dopo Cristo », dove i conflitti tra capitale e lavoro sparirebbero, lasciando spazio alla «collaborazione», o meglio ancora alla «complicità». «Siamo davanti a una grande sconfitta che è maturata da una trentina di anni - riprende Gallino - Dal 1980 la pressione sui sindacati, sullo stato sociale, sui salari, sulle condizioni di lavoro è stata crescente, in Italia come all’estero, ma la capacità di contrastarla è stata limitata. Dunque la lotta di classe c’è, ma chi la conduce sono i vincitori».
Gli interessi di lavoratori e imprese cioè sono sempre distinti? E lo rimarranno sempre?
Ma figuriamoci, ovvio che restano distinti. Sono interessi diversi, per certi versi opposti. Nei 30 anni del secondo dopoguerra il cosiddetto «compromesso fordista» ha fatto sì che gli interessi delle due parti, seppure in conflitto, trovassero un punto di composizione piuttosto alto. È stata la stagione dei contratti, del prolungamento delle ferie, della riduzione di orario, degli aumenti salariali, del diritto del lavoro. Tutte cose che oggi si cerca di reprimere, di riportare indietro.
Ma allora perché questo tema non è più al centro della politica?
Una ragione è che non esistono più i partiti di sinistra. Spettava a loro parlare di classi e di conflitto, di modi per ottenere che la parte più debole acquisisse una certa forza. Ma o sono scomparsi o sono stati ridotti ai minimi termini, come in Italia. Manca la facoltà espressiva, una forza che porti nei parlamenti le istanze che vengono dal basso.
Il sindacato questo non riesce a farlo?
Il sindacato è sotto attacco da 30 anni: dai tempi della Tatcher contro i minatori, a quelli di Reagan che se la prese con i controllori di volo, è stato un susseguirsi di sconfitte. Dovute anche, probabilmente, alla ristrutturazione della produzione in catene sempre più lunghe e frammentate, che rendono difficilissimo fare sindacato.
Cisl e Uil dicono che si deve essere «collaborativi». La Cgil sta nel guado. La Fiom è più conflittuale. Quale modello è più adatto alle sfide di oggi?
Un sindacato che, partendo dagli interessi in conflitto, sia pronto a condurre vertenze dure, forti, usando i mezzi di cui dispone, per affermare quegli interessi. Pensi alla questione della distribuzione dei redditi, che ha gravemente danneggiato i dipendenti negli ultimi 25-30 anni. Sono stati persi molti punti di Pil a favore dei redditi da capitale: 25 anni fa il lavoro dipendente otteneva circa il 65% del Pil, oggi è al 55%. Si tratta di oltre 10 punti: questa perdita è l’espressione più netta e categorica dell’esistenza del conflitto di classe. Il sindacato, soprattutto attraverso i contratti nazionali, dovrebbe battersi per modificare questa distribuzione dei redditi. Naturalmente il contratto nazionale non può essere l’unico mezzo: servirebbe anche una politica fiscale che invece di essere favorevole ai redditi più alti, lo sia per quelli più bassi o medio-bassi.
Il contratto nazionale non è dunque un residuato del passato? Secondo le imprese in Italia è troppo rigido, e per questo motivo dicono di preferire la delocalizzazione all’estero. L’ultimo che vorrebbe lasciare il nostro Paese è Sergio Marchionne...
Va sempre ricordato che i salari netti dei lavoratori italiani sono tra i più bassi dell’Eurozona. In Francia e Germania sono almeno il 10, ma io direi anche il 20-25% più alti come netto. E allora come mai i capitali non fuggono dalla Francia e dalla Germania? Non è per il costo del lavoro e il contratto nazionale, ma vanno altrove per le infrastrutture, per l’esistenza di altre aziende complementari, i trasporti, una migliore formazione professionale, meno lavoro nero, meno evasione fiscale e meno corruzione. Per questo le imprese lasciano l’Italia.
Anche la Fiat fugge per questi motivi?
Il problema della Fiat è che ha deciso di insistere sulla produzione di piccole vetture, e il Nel mondo politico, e per certi versi anche sindacale italiano, io non lo vedo, se non in una piccolissima minoranza. È un carattere più italiano questa «incoscienza », magari dovuto a 30 anni di cultura e televisione berlusconiana, o vede questo stesso smarrimento anche nel resto d’Europa? Vi sono differenze, ma l’appartenenza sindacale è scesa comunque in tutta Europa. Il calo di iscrizioni al sindacato è un segno di sconfitta e anche di debolezza. Questo è un fenomeno che l’Italia condivide con altri paesi, in particolare con Francia, Regno Unito e in qualche modo con la Spagna. Un po’ meno con la Germania, perché per quanti difetti possa avere la partecipazione alla gestione delle aziende, comunque il sindacato è più informato e più presente, anche se non ha poi quel grande potere. Però sta dentro il centro di comando, sa immediatamente cosa succede. Si pensi all’accordo firmato di recente alla Siemens. Ma di intese di questo genere ce ne sono state parecchie negli ultimi 4-5 anni. Nascono dai consigli di sorveglianza dove per legge sono presenti i sindacati: nelle aziende di una certa dimensione il Cds deve essere formato per il 50% da rappresentanti dei sindacati. L’Italia, insomma, non è sola in questo arretramento dei diritti, perché negli ultimi 8-10 anni oltre alla pressione delle grandi aziende multinazionali, c’è stata anche quella dei governi di centro-destra in quasi tutti i paesi. E non dimentichiamo la Commissione europea: è un organo che si può collocare piuttosto a destra che a sinistra, ha un peso molto importante e continua a scrivere rapporti sull’importanza del lavoro flessibile, sul limitare le pensioni e sulla moderazione salariale. piccolo, per bene che vada, dà poco guadagno: devono andare a costruire perciò nei paesi a basso salario, come fanno Volkswagen e Renault con i modelli della stessa gamma. In Brasile, Argentina, Turchia, Polonia, e non in Italia. Marchionne ha detto in sostanza: io posso produrre vetturette anche in Italia, ma a condizioni di lavoro polacche, argentine, brasiliane. Al contrario, dovrebbe puntare su altri modelli industriali, non solo sulle auto piccole, seppure di buona qualità, come la Panda.
Un altro grosso problema che affligge gli italiani è il precariato. È stato spinto più dal mercato o da leggi come il Pacchetto Treu o la legge 30?
Il Pacchetto Treu è stato un notevole passo in direzione della precarizzazione, perché ha inventato il lavoro in affitto; ha affermato il principio che per un’economia sana, flessibile, in crescita, servono i lavori atipici, le collaborazioni. In seguito la legge 30 e il decreto applicativo 376, hanno portato a oltre 40 le forme di contratto esistenti, e ovviamente le imprese ne hanno approfittato. Oggi l’affitto si chiama pudicamente «in somministrazione ». Ma non possiamo neanche ignorare che da decenni abbiamo un altro immenso bacino di lavoro flessibile, che è il lavoro irregolare o in nero: in termini di unità lavorative, sono 3 milioni di lavoratori a tempo pieno, di cui 1 milione sono persone fisiche, e altri 2 milioni sono «statistici», cioè fatti da circa 5 milioni di persone fisiche che fluttuano da un impiego a un altro. Questo vuol dire contributi evasi, non solo le tasse. Va aggiunto infine che spesso molti dipendenti svolgono un secondo o terzo lavoro in nero, ma in epoca di crisi e bassi salari credo sia difficile rifiutarlo quando te lo offrono. Da noi il lavoro nero è tra il doppio e il triplo di qualsiasi altra economia sviluppata.
Come vede il Collegato lavoro che ha introdotto l’arbitrato?
È solo l’ultimo attacco ai diritti in ordine di tempo. Il punto più critico di quella legge è che essa interviene nel momento di massima debolezza: ti chiede di firmare una clausola compromissoria secondo la quale devi rinunciare al giudice del lavoro, e non puoi più tornare indietro. È un ricatto: la minaccia sottintesa è che non verrai assunto se non firmi. L’arbitro non deciderà più secondo le leggi, ma «per equità», cioè alla fine di testa sua.
Lei è sicuramente in contatto con molti giovani, visto che è docente universitario. I ventenni di oggi hanno una coscienza di classe? E le questioni del lavoro, la solidarietà con gli altri, hanno spazio?
Io vedo questa coscienza in misura piuttosto ridotta, perché, con la crisi, i giovani ragionano così: «O il lavoro va a me, o va a un altro e io resto senza». La disoccupazione mette in conflitto i lavoratori tra loro. I nazionali contro gli immigrati, ad esempio, e le persone sono insicure, perché non sanno se tra 2 mesi o 2 anni avranno ancora un salario. E poi soprattutto non hanno punti di riferimento: chi oggi, tra i partiti, fa un discorso articolato, comprensibile, però fondato su un’analisi reale delle cose?
Nel mondo politico, e per certi versi anche sindacale italiano, io non lo vedo, se non in una piccolissima minoranza. È un carattere più italiano questa «incoscienza », magari dovuto a 30 anni di cultura e televisione berlusconiana, o vede questo stesso smarrimento anche nel resto d’Europa?
Vi sono differenze, ma l’appartenenza sindacale è scesa comunque in tutta Europa. Il calo di iscrizioni al sindacato è un segno di sconfitta e anche di debolezza. Questo è un fenomeno che l’Italia condivide con altri paesi, in particolare con Francia, Regno Unito e in qualche modo con la Spagna. Un po’ meno con la Germania, perché per quanti difetti possa avere la partecipazione alla gestione delle aziende, comunque il sindacato è più informato e più presente, anche se non ha poi quel grande potere. Però sta dentro il centro di comando, sa immediatamente cosa succede. Si pensi all’accordo firmato di recente alla Siemens. Ma di intese di questo genere ce ne sono state parecchie negli ultimi 4-5 anni. Nascono dai consigli di sorveglianza dove per legge sono presenti i sindacati: nelle aziende di una certa dimensione il Cds deve essere formato per il 50% da rappresentanti dei sindacati. L’Italia, insomma, non è sola in questo arretramento dei diritti, perché negli ultimi 8-10 anni oltre alla pressione delle grandi aziende multinazionali, c’è stata anche quella dei governi di centro-destra in quasi tutti i paesi. E non dimentichiamo la Commissione europea: è un organo che si può collocare piuttosto a destra che a sinistra, ha un peso molto importante e continua a scrivere rapporti sull’importanza del lavoro flessibile, sul limitare le pensioni e sulla moderazione salariale.

di Antonio Sciotto, Il Manifesto

Università: se la Gelmini piace anche al PD

Riforma Gelmini, frutto bipartisan di una politica senza idee

Proviamo a fare un primo bilancio della battaglia sull'università, all'indomani del voto della camera sulla cosiddetta riforma Gelmini. Che si tratti di una legge pessima non vale la pena di ripeterlo. Dovesse andare in vigore (se il governo sopravvivrà e avrà tempo e forza per varare i decreti attuativi), ci troveremmo un'università ancor più autoritaria (tutto il potere ai rettori e agli amministratori, tutti i concorsi in mano agli ordinari), ancora più classista (per l'ulteriore aumento delle tasse di iscrizione), ancora più privatizzata (per l'ingresso delle imprese nei consigli di amministrazione e nelle fondazioni), ancora più ostile nei confronti dei giovani (tutti precarizzati) e ancora più sbilanciata a favore della ricerca applicata (a detrimento dei saperi «inutili» distanti dal mercato). Questo lo sappiamo, e del resto parlano da sé lo scomposto attivismo della Crui e le pressioni della Confindustria coi suoi organi di stampa (in questo caso il Corriere della sera ancor più del Sole-24 Ore). Agli industriali dell'università non è mai interessato altro che poter sfruttare gratuitamente laboratori e saperi per i propri affari. Questa «riforma» glielo promette, il resto è retorica. Ciò che nonostante tutto sorprende è lo spreco di menzogne sparse a piene mani lungo tutto l'iter della legge (circa due anni). Bugie sui fondi disponibili, bugie sulla lotta ai baroni, bugie sulla sorte dei ricercatori. L'unico sussulto di sincerità - a tutti càpita a volte di sbagliare - la sedicente ministra l'ha avuto qualche giorno fa quando, sicura ormai del voto favorevole, ha detto che la sua «riforma» l'avrebbe finalmente fatta finita con «l'egualitarismo del '68». Se pensiamo alla divisione della ricchezza in questo Paese, non si sa se ridere o infuriarsi. Questo revanscismo di una oligarchia di mediocri e di ignoranti barricati nel privilegio e orgogliosi della propria arroganza è l'aspetto più vergognoso di questa vicenda indecente. Anche se lo stenografico del senato non ne reca traccia (chissà poi perché), la gaffe della ministra che sbaglia accento su egida (pronunciò «egìda», tra il divertito sconcerto dell'aula) resta un paradigma. E un monumento alla meritocrazia di cui costei ama riempirsi la bocca.
Già, la meritocrazia. Tutti zelanti custodi del merito in Italia. Nessuno o quasi sembra accorgersi che premiare i meriti è giusto se non comporta la violazione di diritti (e studiare e formarsi è un diritto che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini), se a tutti è data la possibilità di dare il meglio di sé e se si dispone di seri criteri di valutazione. Dove queste condizioni non sono assicurate, la meritocrazia è solo la foglia di fico del darwinismo sociale. Come disse l'amicone di Putin al fedele Vespa, occorreva por fine allo sconcio di un Paese in cui anche i figli degli operai sognavano di diventare dottori.
In verità quel sogno era sfumato già da molto tempo, ma certo una legge ad hoc è una bella soddisfazione. E una garanzia.
Il punto, oggi, è capire come si sia arrivati a questo risultato. Non nel lungo periodo, questo lo sappiamo: la Gelmini compie l'opera di distruzione avviata dai suoi predecessori, Berlinguer, Zecchino e Moratti in primis.
No: la questione è come mai il ddl ha superato lo scoglio delle commissioni ed è arrivato indenne al voto della camera, mentre il governo, paralizzato, sprofonda tra discariche e festini selvaggi. Fino al crack del Popolo della libertà la domanda non si sarebbe nemmeno posta. Ma il giocattolo si è rotto e da mesi il governo traballa su ogni provvedimento, tant'è che la camera ha dovuto chiudere i battenti sino al 14 dicembre. Anche sull'università il governo è andato sotto su qualche emendamento, al punto di riaccendere le speranze degli studenti e di quella parte del corpo docente che, una volta tanto, è uscita dal suo tradizionale - e complice - torpore. Però il disegno di legge ce l'ha fatta. Come mai? Che cosa l'ha protetto in tutti questi mesi nel disastro generale della maggioranza e ancora in questi giorni, mentre la rivolta infuriava? Quale forza gli ha permesso di arrivare in fondo, in un parlamento blindato come un bunker?
L'unica risposta onesta - almeno evitiamo ipocrisie - è che questa è una «riforma» bipartisan. E che a sponsorizzarla c'è anche il presidente della Repubblica. Il segretario del Partito democratico è salito fin sul tetto di Architettura. Ha lamentato la carenza di fondi per l'università. Ha detto che il governo ha sbagliato a incaponirsi e, finalmente, ha votato contro martedì alla camera. Ma questo dissenso, vero o simulato, non sposta di una virgola il fatto che nel merito la «riforma» realizza un progetto in gran parte concepito dagli "esperti" del Pd. Che vede di buon occhio l'ingresso dei privati e la precarizzazione dei ricercatori. Che cavalca la retorica «modernizzatrice» della meritocrazia. E che considera un inservibile vecchiume l'idea costituzionale di una università pubblica al servizio del «progresso intellettuale di massa», come dimostra la brillante formula della «concorrenza tra gli atenei», quasi si trattasse di supermercati o di compagnie di assicurazione.
Ciò che la Gelmini dice sull'egualitarismo del '68 sono in tanti a pensarlo anche tra i suoi sedicenti oppositori. Che costoro non abbiano nemmeno il coraggio di ammetterlo pubblicamente ha molto a che fare col disastro di questo Paese.
di Alberto Burgio, il manifesto 04/12/2010

LADRI!

«Cos'è rapinare una
banca a paragone del
fondare una banca?»
Berthold Brecht




Bruxelles, 1 dicembre 2010: Dispaccio ANSA
CRISI:BANCHE UE,ECCO GLI AIUTI RICEVUTI DAL 2008
""Dall'ottobre 2008 all'ottobre 2010 la Commissione Ue ha approvato 4.588 miliardi di euro di aiuti alle banche europee, in base alle regole del regime speciale che oggi è stato prorogato per tutto il 2011.
Di questa cifra, 957 miliardi sono stati utilizati nel 2008 e poco più di 1.000 miliadi nel 2009. Il 75% delle misure di sostegno consiste in prestiti o garanzie statali, il 12% in ricapitalizzazioni e il 12% in salvataggio di asset deteriorati.
Dall'inizio della crisi a beneficiare maggiormente degli aiuti sono state le banche britanniche (850 miliardi), seguite da quelle irlandesi (723 miliardi), danesi (599 milairdi), tedesche (592 miliardi), francesi (351 miliardi) e spagnole (334 miliardi). Le banche italiane hanno beneficiato di 20 miliardi. ».




SOCIALISMO O BARBARIE: il 3° Congresso della Sinistra Europea

E’ in corso a Parigi il Terzo Congresso del Partito della Sinistra Europea. In tempi normali si tratterebbe di un appuntamento importante. Oggi è un evento decisivo. E’ infatti evidente che le classi dirigenti europee stanno utilizzando la crisi per scardinare strutturalmente il sistema di diritti e garanzie sociali conquistate dal movimento operaio europeo dopo la seconda guerra mondiale. Facendo leva sulla costituzionalizzazione del neoliberismo all’interno del trattato di Maastricht, padroni e banchieri puntano a distruggere il welfare, impoverire le classi lavoratrici europee e frantumarle, gerarchizzandole al loro interno per linee etniche e nazionali. Di fronte a questo attacco, che procede, utilizzando la scusa della speculazione internazionale, un paese dopo l’altro, vi è una decisa ripresa di lotte sociali. Per le ragioni sopra esposte queste lotte si trovano però in una situazione di assenza completa di margini riformisti. Le lotte sociali, se restano sul livello sindacale, sono destinate ad essere sconfitte perché la configurazione concreta dei rapporti di produzione in Europa non prevede la possibilità di aumentare il mercato interno e quindi di dare una risposta positiva alle lotte sociali. Inoltre, la piena corresponsabilità della socialdemocrazia europea nella costruzione delle politiche neoliberiste e della loro costituzionalizzazione, rende impraticabili, nei singoli paesi, politiche economiche radicalmente alternative. In questo quadro si evidenzia l’importanza cruciale del terzo congresso del Partito della Sinistra Europea. Da questo congresso deve uscire una forza politica che si adoperi per la generalizzazione e l’unificazione dei conflitti su scala europea. Fondamentale è quindi il rapporto con i movimenti sindacali. Una forza politica che - a partire dalla piena autonomia dai partiti socialdemocratici - sia in grado di proporre un progetto alternativo per l’Europa. Una forza politica cioè che sia in grado di operare positivamente nei movimenti per una loro politicizzazione, nel senso dell’individuazione di una piattaforma attraverso cui uscire da questa situazione di imbarbarimento. Non si tratta solo di lottare di più, ma di lottare meglio, con le idee più chiare, costruendo un movimento di massa anticapitalista a livello europeo. Per fare questo è necessario individuare gli avversari principali, in un linguaggio che non mi piace, i nemici. Innanzitutto il capitale finanziario. Occorre porre la lotta per la nazionalizzazione delle grandi banche alla base della nostra proposta e la messa in discussione della libera circolazione dei capitali. Non si capisce perché in questa globalizzazione le persone non possano circolare mentre i capitali siano liberi di andare a cercare il maggior profitto dove più gli aggrada. Occorre legare a questa battaglia contro il sistema finanziario la lotta per l’abolizione dei trattati di Maastricht con la parola d’ordine della Costituente europea. Questa Europa non può essere cambiata. Questa Europa deve essere rifatta perché produce semplicemente impoverimento e guerra tra i poveri. In secondo luogo occorre avanzare una proposta alternativa che è basata sulla costruzione di un piano per il lavoro europeo e sulla riconversione ambientale e sociale dell’economia europea. L’Europa deve uscire dalla globalizzazione neoliberista e mettere al centro del suo progetto l’eguaglianza al suo interno e la pari dignità nelle relazioni internazionali, fuori dalla Nato e contro questo Wto neoliberista. Quando diciamo che la gente ha paura del futuro, stiamo dicendo che l’Europa è dentro una vera e propria crisi di civiltà. O la sinistra è in grado di indicare una via di uscita o la indicherà la destra, come è già successo il secolo scorso. Socialismo o barbarie è la posta in gioco.
Paolo Ferrero,
segretario nazionale PRC

La borghesia cambia spalla al suo fucile

Così, siamo prossimi al finale di partita. Si tratta di sapere “come”, non “se”, perché è ormai chiaro che la borghesia nazionale, il gotha industriale e finanziario, ha già archiviato la lunga stagione del caudillo e - per rievocare un’espressione antica, ma quanto mai appropriata - si sta apprestando a «cambiare spalla al suo fucile». Basta leggere giornali come il Corriere della Sera o come La Stampa per capire che il dado è tratto, il de profundis già recitato, e che anche Berlusconi sta andando incontro al suo 25 luglio. Con la differenza che, con tutta evidenza, non siamo ai prodromi del riscatto resistenziale, ma si sta piuttosto preparando una nuova forma di dominio delle classi dominanti, forse meno feudale e parafascista, ma certo non menoed anzi per certi versi ancora più acuta di oppressione classista. Questo non significa - lo dico a scanso di equivoci - oscurare l’importanza dell’imminente tramonto politico di Berlusconi, purché si abbia ben chiaro lo scenario nel quale si sta giocando la partita del futuro del Paese, cosa vieppiù necessaria perché la sinistra possa svolgere, nella crisi imminente, un ruolo autonomo e non inconsapevolmente gregario o subalterno a progetti altrui.Il primo dato da tenere ben saldo è che sta per abbattersi sull’Italia il colpo di maglio imposto dall’Unione europea, mallevadori l’onnipotente Fondo monetario internazionale e la Banca centrale. In pratica, questo significa una manovra finanziaria correttiva di svariate decine di miliardi che verrà precipitata su un Paese sfibrato, da tempo orfano di una politica economica, con gli asset strategici dell’industria fuori competizione e con una condizione sociale regredita a livello di povertà o di semipovertà, di cui è arduo rintracciare precedenti nella storia repubblicana, se non nell’immediato periodo post-bellico. In una simile situazione, qualunque governo che inscriva le proprie scelte dentro le coordinate offerte, quelle di un monetarismo spinto, di una Maastricht riveduta e corretta in peggio, non potrà che riversare un possente volume di fuoco sui salari e su ciò che rimane del nostro derelitto welfare, con l’obiettivo di ottenere un forzato rientro dal debito. E poiché tali misure sono pesantemente impopolari, vedrete che si dispiegherà il tentativo di cooptare in un esecutivo emergenziale, o di “solidarietà nazionale” (come si usa ipocritamente dire) quante più forze siano disponibili a farsi carico dell’ingrato fardello: seduzione che suscita non poche tentazioni in un’area politica “riformista” priva di una sola idea propria, e da tempo usa a navigare in un’area culturale liberista, del tutto interna ai dogmi monetaristi, come Padoa Schioppa ci fece largamente capire nelle due finanziarie che portarono il suo nome, quando diresse il ministero delle Finanze nell’ultimo governo Prodi. Imparammo presto e a nostre spese «di che lagrime gronda e di che sangue» una strategia che salva la culla e ammazza il bambino che c’è dentro. Di più: fummo resi esperti del fatto che se abbatti il debito e contemporaneamente seghi investimenti, redditi e consumi sociali, è pacifico che il rapporto dedito/pil non solo non diminuisce, ma aumenta. Dunque, la crisi e la speculazione che qualche predicatore aveva dato per addomesticate ripresenta ora il conto e c’è da scommettere che le medicine somministrate saranno tutte della stessa cucina: Grecia e Irlanda insegnano.Ora, in un quadro siffatto accadono due cose, non proprio beneauguranti.La prima è che la Fiat, come un rullo compressore, estende, persino peggiorandolo, il modello Pomigliano a Mirafiori, previo l’ennesimo, scontato consenso sul merito di Fim, Uilm e Fismic. La rottura (del tutto momentanea) del negoziato imposta da Marchionne è unicamente dovuta al diniego dell’Ad della Fiat di fare qualsiasi pur larvato riferimento al contratto nazionale separato sottoscritto dai sindacati “collaborativi”, i quali mendicavano una concessione puramente formale, per poter nascondere l’ignobile cedimento sotto una foglia di fico. Ma Marchionne ora non si accontenta più di niente, batte il pugno di ferro e maltratta, come in un consumato copione, anche i propri servizievoli interlocutori.L’abolizione del contratto collettivo di lavoro e la sostituzione di esso con contratti individuali sottoscritti da ciascuno degli interessati fanno tabula rasa non soltanto di un sistema di relazioni industriali, ma dell’intera storia sindacale italiana. Ecco allora che il nuovo paradigma consegnato all’imitazione di tutto il padronato spiana la strada all’annichilimento di ogni capacità di reazione dei lavoratori, da rendere docili o, piuttosto, impotenti e rassegnati di fronte alla scure che calerà inesorabilmente su di essi.La seconda è che la neo-segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, ha corrisposto all’imponente manifestazione di sabato scorso e a quella del 16 ottobre, chiedendo e ottenendo dal Comitato direttivo della sua organizzazione il mandato a chiudere entro dicembre l’accordo con Confindustria in materia di produttività. Dove, come è noto, la sola piattaforma esistente è quella dei padroni, i quali chiedono - per l’appunto - deroghe al contratto nazionale e ancora maggiore flessibilità del lavoro, in un contesto già drammaticamente caratterizzato dalla dispersione produttiva, dallo spettacolare frastagliamento del mercato del lavoro e dalla precarietà. Davvero impegnativo credere che da quel tavolo possa sortire qualcosa di diverso da soluzioni gravemente compromissorie, questa volta legittimate col sigillo della Confederazione generale del lavoro.Serve altro, come vanno spiegando urbi et orbi Maurizio Landini, la Fiom e il sindacalismo di base, che alla reiterata richiesta di promuovere lo sciopero generale, reclamato in ogni piazza, si sono nuovamente sentiti rispondere in modo totalmente elusivo. Con queste premesse l’esito di quel confronto è già scritto.Tutta la storia del conflitto tra capitale e lavoro è lì a ricordare che i padroni non hanno mai ceduto un palmo del loro potere se non quando vi sono stati costretti dalla forza e dalle lotte del movimento operaio.
Dino Greco, Liberazione

venerdì 3 dicembre 2010

TUTTI A ROMA IL 14 DICEMBRE - Appello da "Uniti contro la crisi"


“Uniticontrolacrisi” lancia una mobilitazione generale a Roma davanti a Montecitorio per il 14 dicembre, giorno nel quale sarà votata la fiducia al Governo Berlusconi.

Rivolgiamo un appello a tutte le realtà sociali che si stanno mobilitando contro la gravissima situazione provocata dalle politiche governative che con la scusa della crisi stanno distruggendo diritti e territorio. Il 14 dicembre deve essere un giorno in cui la parola passi alle migliaia e migliaia di lavoratori e lavoratrici cassaintegrati e licenziati, agli studenti, ricercatori ed insegnanti che subiscono i tagli della Gelmini, alle popolazioni della Campania sommerse dai rifiuti e agli alluvionati del nord sommersi dalle cementificazioni che provocano i disastri.
A parlare devono essere i cittadini aquilani, che sulla loro pelle stanno pagando le scelte di potere che speculano perfino sulle tragedie, i migranti truffati dalle finte sanatorie e ridotti a schiavi pronti da essere sfruttati, gli operai Fiat di Melfi e Pomigliano che si vedono imporre contratti capestro che distruggono qualsiasi diritto, anche quello ad una vita dignitosa. Devono avere voce in quel giorno, sotto i Palazzi di una politica sempre più distante dalla vita reale, le tante forme della precarietà, che attraverso il collegato lavoro e le manovre del ministro Sacconi, dovrebbe essere l'unico triste orizzonte di milioni di persone.
A Montecitorio deve sentirsi chiara la voce di quella parte del paese che non ha diritto alle liquidazioni milionarie dei banchieri, che subisce i tagli del ministro Tremonti, perfetto esecutore delle decisioni di un'Europa che vuole far pagare la crisi a chi lavora e premiare chi vive di rendita e speculazione. In questo paese è tempo di dire basta all'impunità dei potenti, che con le loro cricche di affaristi hanno un'unico obiettivo: arricchirsi. Il 14 dicembre deve diventare il giorno della democrazia vera, quella costruita e difesa dai cittadini e non il simulacro con il quale il governo copre e giustifica l'ingiustizia.
Il 14 dicembre facciamo appello anche a tutto il mondo della cultura, della musica, del cinema, del teatro, dell'arte, colpito dai tagli di Bondi che oltre a tesori inestimabili rischiano di far crollare la vita di centinaia di migliaia di persone che vi lavorano.
Invitiamo sotto a Montecitorio coloro che lavorano nel mondo dell'informazione, costantemente minacciati dall'arroganza di Berlusconi, invitiamo coloro che lottano per il diritto alla casa, costretti a vivere per strada mentre chi governa ha perso il conto delle sue proprietà. E' il tempo dunque che questa italia si faccia sentire, tutta insieme, unita, per dire che il governo Berlusconi non ha nessuna fiducia e deve dimettersi! La caduta dell'esecutivo deve significare anche la caduta di tutte le leggi ingiuste, che privatizzano i beni comuni come l'acqua o che tagliano le risorse da destinare alla società per dirottarle sulle spese di guerra o per grandi opere inutili e dannose.
Il 14 dicembre piazza di Montecitorio toglierà la fiducia, nei fatti e al di là di qualsiasi possibile accordo di palazzo, alle politiche dell'austerity, perchè la crisi devono pagarla coloro che l'hanno provocata, e questo ad esempio tassando le loro rendite finanziarie miliardarie, a favore delle politiche sociali e in difesa di chi lavora e produce ricchezza.
Mobilitiamoci tutti, uniti contro la crisi che vogliono farci pagare, uniti perchè in crisi vada il governo e le sue politiche!
Il 14 dicembre tutti a Montecitorio!