venerdì 10 dicembre 2010

Mercato dei maiali

Sì, maiali, tutti rigorosamente maschi, di donne per fortuna non se ne sono aggiunte.
Sì, maiali, a cominciare ovviamente da chi li compra. E così è assai probabile che B otterrà la fiducia anche alla Camera.
E poi? Avanti così, tanto l’acquirente di soldi ne ha, avanti fino al peggio, ce n’è sempre un altro po’, non finisce mai.
Così chi si limita a fare dell’antiberlusconismo senza preoccuparsi del dopo, cioè di costruire un’alternativa credibile e condivisa, è servito D’altra parte non era difficile pensare che affidare a Fini il compito di salvare il Paese era decisamente ottimistico e illusorio.
Un esempio classico della assoluta insufficienza dell’antiberlusconismo come unico strumento di lotta politica lo offre l’Italia dei valori: Di Pietro grida, fa la voce grossa, ma dovrebbe prima preoccuparsi di chi elegge mettendolo in lista: un po’ di maiali escono di lì, e non sono i primi, ricordiamoci di Sergio De Gregorio, il primo a mettere in difficoltà il governo Prodi passando a B. Poi ci sono, anche in presenza della legge elettorale “porcellum” quelli che pensano a liste civiche, tanto per sottrarre un po’ di voti a sinistra e favorire di fatto il peggio.
E non trascuriamo le stravaganze del PD che hanno portato a scelte del tipo Calearo: i padroni delle ferriere non si smentiscono mai, chissà se Veltroni prima o poi lo capisce.
Non mancano neppure i rottamatori che si incamminano con le braghe in mano sulla via di Arcore: meno male che Renzi non è ancora in parlamento, ci pensino i fiorentini a valutare bene le persone.
Intanto B non perde tempo, la cosa che assolutamente sa fare è il comodo suo. E allora, che c’è di meglio di un incontro con un gruppetto di cardinali e con il numero due del Vaticano per ingraziarsi nuovi consensi (ci sarà mica alle porte un aumento dell’8 per mille con i soldi sottratti al volontariato?!).
Meno male che ci sono gli studenti e anche un bel po’ di operai. Non mollano, stiamogli al fianco. Ma soprattutto riparliamo di politica, riparliamo di sinistra, ricostruiamo le condizioni per cacciare davvero B e per rimettere questo nostro Paese sulla strada della rinascita.
Occorre resistere, basta dirlo anche una volta sola se è detto con convinzione.
Giuliano Giuliani
http://unitasinistra-giuliano.blogspot.com

C’è un Paese che si è rimesso in moto

E’ proprio un gran darsi da fare.
La signora Marcegaglia vola a New York per scongiurare l’amministratore delegato della Fiat di non abbandonare la Confindustria.
Raffaele Bonanni, quello stesso segretario della Cisl che accusa la Fiom di fare politica quando fa sindacato, incontra Silvio Berlusconi e ne esalta la capacità di tenuta e la voglia di combattere.
Eccoli qui i due principali rappresentanti delle parti sociali nel regime aziendalistico e padronale che si è costruito in Italia. Eccoli qui a darsi da fare nella perfetta imitazione degli uomini di palazzo, come due Gianni Letta qualunque. Marchionne ha ottenuto tantissimo dalla Cisl e dalla Confindustria. Usando un linguaggio che è quello del Marchese del Grillo del compianto Monicelli: «Io sono io e voi non siete un c...» ha costretto i sindacati complici e la Confindustria a un percorso di guerra nell’asservimento.
Prima ha imposto a Cisl e Uil un testo vergognoso per Pomigliano. Poi ha chiesto alla Confindustria di farlo diventare la base del nuovo contratto nazionale e, conseguentemente, ha costretto Fim Uilm e Federmeccanica a estendere l’accordo di Pomigliano a tutti i metalmeccanici.
Non contento di questo ha deciso che bisogna comunque fare una nuova società, la Newco, che serve solo a cancellare il contratto nazionale e a sottoporre i lavoratori che ne faranno parte ad un regime produttivo da terzo mondo. E per ottenere questo risultato ha preteso l’extraterritorialità delle sue imprese industriali in Italia, esigendo di non applicare in esse neppure quel contratto che aveva appena imposto.
A sua volta Berlusconi, nonostante tutti i consigli sotterranei a trattare, pretende la fedeltà assoluta e la resa da parte di chi l’ha contestato. Anche se Fini, sul collegato lavoro assieme a Casini, ha finora votato tutte le sue leggi più importanti e nefaste. Così, come Marchionne fa con Cisl e Confindustria, anche Berlusconi con il Terzo polo non si accontenta che siano d’accordo con le sue scelte di fondo. Vuole il diritto all’arbitrio e vuole che tutti costoro glielo riconoscano.
Il percorso parallelo e convergente di Berlusconi e Marchionne, che mascherano con l’autoritarismo e la prepotenza la crisi economica e l’assenza di scelte valide per affrontarla, sta anche rivelando il vuoto del cosiddetto “centro riformista”.
Sia che si presenti nella veste dei leaders politici, sia che si manifesti come rappresentanti delle parti sociali, il polo della responsabilità e del patto sociale si rivela un concentrato di vecchia aria fritta della quale sia Marchionne che Berlusconi possono assolutamente farsi beffe.
In questi giorni le piazze d’Italia sono piene di studenti, di lavoratori, di migranti. C’è un paese che si è rimesso in moto e che vuole contrastare non l’immagine, ma la politica reale di Berlusconi, Marchionne, Tremonti.
Questo Paese è perfino offeso dalla gestione ridicola della crisi che sta avvenendo nelle istituzioni della politica ed è per questo che il 14 si farà sentire con tutta la sua forza e tutta la sua indignazione. La sinistra, se vuole davvero farsi capire da chi lotta, dovrà scegliere di essere totalmente alternativa, sia al regime padronale di Berlusconi e Marchionne, sia ai penosi tentativi centristi di conservare quel regime senza i suoi attuali titolari.
Giorgio Cremaschi, Liberazione

Il tramonto di un partito personale

Mai come in questi luminosi giorni di fine impero viene alla luce il parallelismo che lega Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro. La loro crisi morale e politica è un gioco di specchi.La spia della «malattia mortale» che mina il dipietrismo è il riaffiorare periodico del «degregorismo», affezione ormai endemica dell'Idv. Dopo il recente passaggio alla corte del cavaliere di Americo Porfidia, i mal di pancia di altri due deputati, Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, che si avviano a non votare la sfiducia al governo Berlusconi, sono i sintomi evidenti che il caso del senatore napoletano Sergio De Gregorio, che nel 2008 dopo una settimana a palazzo Madama si alleò con il centrodestra, non fu un evento accidentale ma è la cifra del dna del partito di Di Pietro. E questo nonostante sia Razzi che Scilipoti siano portatori sani di quel «morbo». A non esserne portatore sano è piuttosto il leader dell'Idv.Di Pietro è infatti l'araldo di quel trasversalismo nient'affatto «post-ideologico» che è stata la cigolante scialuppa con la quale i ceti medi opportunisti e trasformisti hanno affrontato le mareggiate della globalizzazione liberista, difendendosene attraverso un'emancipazione personale e familiare. È il volto centrista e «mastelliano» dell'Idv.In quella bolgia umorale e riottosa, Di Pietro si muove perfettamente a suo agio. È il suo «humus» naturale. È in quei «bassi» che seleziona la sua classe politica. Per questo appaiono singolari le accuse di tradimento che lancia ai deputati ribelli. L'infedeltà è l'architrave stessa del dipietrismo, come lo era del mastellismo. Dietro il loro capriccioso nomadismo politico, dietro gli agguati agli alleati e i patti stracciati c'è la degenerazione di una politica fatta solo di convenienze e niente convinzioni. Quella politica di cui Di Pietro voleva essere una cura e di cui è solo uno dei tanti sintomi.Ma ora siamo alla resa dei conti. I vizi di Tonino sono scoperti, il bunga-bunga dei suoi colonnelli con le candidature di amanti-mogli-segretarie è stato denudato, il suo paternalistico ghe pensi mi di fronte alle contraddizioni del partito non regge più. Gli iscritti dell'Idv sono la metà di quelli dichiarati, i sondaggi sono in flessione, i giovani contestano, ogni giorno militanti abbandonano schifati il partito. Luigi De Magistris - il Fini (potenziale) di Di Pietro - sta muovendo le sue truppe. Nichi Vendola e Beppe Grillo gli erodono consensi a sinistra, Fli e l'Udc «decuffarizzato» al centro. Il gorgo berlusconiano sta risucchiando nel suo vortice finale anche il vecchio eroe di Mani pulite.
di Alberico Giostra, Il Manifesto

La fame di Pannella e i ‘magnifici sei’

Diavolo d’un Pannella. Ringalluzzito dal lungo sciopero dei capelli, il vecchio leader ha smesso di tormentare i Radicali per dedicarsi al Paese. Si è astutamente infilato nella compravendita dei voti per il 14 dicembre. Avendo in dote sei parlamentari da spendere, ha incontrato Bersani e Berlusconi. Con il primo ha parlato della fame nel mondo. Con il secondo della fame dei Radicali.Ha detto che lui si muove a destra, al centro, a sinistra. Segue solo i valori. Se ne frega delle macerie de L’Aquila, dei roghi di Terzigno, dei disoccupati sui tetti, degli studenti sulle strade e del sangue che cola dal nuovo plastico di Vespa, dove vorrebbe abitare almeno qualche volta.Respinge l’ipotesi dei governi tecnici con Draghi, oppure Monti, oppure Montezemolo, ma se è libero anche Alonzo. Non lo persuade l’ultima proposta dei finiani che offrono a Berlusconi dimissioni, ma con reincarico in 72 ore, purché su un piede solo, più un contratto con Gazprom e dodici nuove nipoti di Mubarak in sei comode rate. Pensando alle rate ha avuto l’illuminazione. La sintesi. Il Papa straniero che sta bene a tutti. Candidare David Mills a Palazzo Chigi che è libertario, liberista e off-shore.
di Pino Corrias,
Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2010

14 dicembre, tanti conflitti una sola grande lotta

Tutto è pronto per il 14 dicembre. E’ il “giorno della fiducia”. Per quella data, a vigilare su quanto avverrà in Parlamento, è in programma un presidio sulla piazza di Montecitorio al quale parteciperanno tutti. Ma proprio tutti. Partiti della sinistra “extraparlamentare”, sindacati di base, movimenti di lotta, comitati, studenti. Tra la folla, ci sarà anche Action, uno dei movimenti storici della capitale. Nato come realtà di lotta per il diritto alla casa, oggi Roma in Action guida l’opposizione in comune al sindaco Alemanno con il consigliere Andrea Alzetta, per tutti “Tarzan”. In occasione della conferenza stampa di presentazione della mobilitazione del 14 dicembre indetta dalla rete Uniti contro la crisi, che racchiude i movimenti del nord-est, quelli di Chiaiano, la Fiom, l’area “La Cgil che vogliamo” e realtà studentesche, giovedì abbiamo intervistato Per Liberazione Bartolo Mancuso, uno dei portavoce di Action-Diritti.
La prima domanda è d’obbligo: perché, come Action, prendere parola “Per Liberazione”?
Perché siamo in un momento in cui tutti gli spazi di movimento e di informazione che tentano di costruire un’alternativa a questo governo e a questa società vanno tutelati. E perché noi, in particolare, abbiamo sempre trovato in Liberazione uno spazio importante, un presidio di queste casematte che sono i movimenti. A tutto questo va aggiunto il fatto che la sinistra, per risorgere, e con essa i movimenti devono necessariamente cogliere le sfide di una “nuova” comunicazione per rispondere alla deriva di analfabetismo socio-culturale che sta subendo il nostro paese. In questa situazione è fondamentale che si sviluppino dei luoghi di approfondimento che riflettano sulle tematiche che non sono, diciamo così, all’ordine del giorno.In questo scenario, si inserisce la necessità, sempre più sentita dai territori, di dar voce a quei “conflitti locali” che stanno caratterizzando il nostro paese.Per questo il percorso da compiere è quello di comprendere quale agibilità, anche politica, possono avere oggi i conflitti verticali in un momento in cui gli unici conflitti palesati sono invece quelli orizzontali. Terzigno, L’Aquila, il Veneto, la Val di Susa, Brescia sono la dimostrazione che esiste uno spazio, di conflitto, fortunatamente insito nella natura dell’uomo. L’elemento su cui lavorare, quindi, non è l’insorgere o meno di conflitti ma dar continuità a questi. Capire come queste opposizioni possano “fare discorso”. Oggi è il momento di riscoprire la materialità delle situazioni. Dare sfogo allo sdegno della gente. E, in questo sdegno, scoprire o riscoprire le nostre differenze. Ripartire da qui.
E’ da qui che, dopo il 16 ottobre, sta partendo Uniti contro la crisi? Ma soprattutto, cos’è Uniti contro la crisi?
Rispondo prima alla seconda domanda: uniti contro la crisi, spazio di confronto e azione comune nato in piazza il 16 ottobre con la Fiom e consolidatosi il giorno successivo nella grande assemblea a La Sapienza, è un’intuizione di un gruppo di uomini, donne, giovani, anziani, operai, immigrati, studenti. E’ “semplicemente” un luogo in cui unire le differenze e, al tempo stesso, lanciare la sfida di andare oltre la semplice evocazione dei conflitti. Lo dimostra Brescia e la gru. Lo confermano Londra, Parigi, la Grecia. Da “una” protesta ne possono nascere decine. Centinaia. E, al tempo stesso, tutti questi conflitti possono essere ricondotti a una sola lotta. Oggi abbiamo tanti insegnamenti: l’importante è, oltre all’evocazione, contrapporre all’immaginario berlusconiano la “nostra” materialità. Ecco: per rispondere alla prima parte della domanda, è da qui che parte Uniti contro la crisi.
E ora che Uniti contro la crisi è realtà, come dimostra la conferenza stampa di giovedì, qual è l’obiettivo?
Oggi credo che l’importante non sia costruire un movimento dalle cornici definite, ma dare spazio di espressione a tutte queste realtà che hanno una sintonia. Qui c’è riunito lo sdegno che si è mostrato, negli anni, in più parti d’Italia. Queste realtà mostrano, oggi, che questo sdegno può essere unito. E, come luogo, ha scelto lo slogan “Uniti contro la crisi” che trova la sua definizione nel suo contrario: sembra banale, ma la forza di “Uniti contro la crisi” è il suo essere contrario di “Divisi contro la crisi”. Ora, come chiedi, dobbiamo capire quali sono le esigenze di questo paese e come inquadrarle in un “unico sdegno”.
Il 16 ottobre è stato lo spartiacque di questa stagione. La Fiom ha rotto qualcosa nello scenario politico nazionale. Ora?
Ora, non la Fiom, ma “il 16 ottobre” è chiamato non solo a tenere il punto ma a rilanciare. Quella giornata non deve limitarsi a ruolo di testimonianza di un disagio nazionale ma spostare i rapporti di forza, creare occasioni per i tanti e le tante che non ce la fanno più. Il 16 ottobre ha aperto uno spazio di agibilità per tutti coloro che vogliono uscire a sinistra dalla crisi. I migranti saliti sulla gru a Brescia, contestualmente, ci hanno consentito di riparlare, dopo mesi, di immigrazione. Momenti come questo ci consentono, tanto a noi “movimenti” che a luoghi di confronto come Liberazione, di buttare la palla nuovamente in mezzo, di non fermarci alle discussioni stanche tra di noi.
Tutto questo, però, come si tradurrà? In un ritorno nelle piazze per urlare in maniera ancora più forte questo sdegno o in altre assemblee come quella del 17 ottobre, in un ritorno nella aule per un confronto “interno” tra vari soggetti?
Ovviamente la data del 14 dicembre è alle porte. Ma, a parte questo appuntamento, se “a parte” si può dire di una data centrale per il futuro del Paese come quella, la sfida vera è far si che un operaio della Fiom, un migrante, uno studente, un occupante parlino tra di loro. Riuscire in questa “impresa”, nell’attuale società, sarebbe un vero salto di paradigma. La sfida è aperta. La sensazione è che gli italiani, oggi, siano stanchi di litigare tra di loro: la casta politica subordinata ai poteri forti e quella sindacale quando pensa ai giochi interni e non a dar spazio allo sdegno del Paese, la casta di Confidustria, la casta della rendita hanno creato una cappa sulle nostre vite. Ci hanno resi precari nella quotidianità. E’ tempo di ripartire. Ma per farlo, oltre al crollo di questo governo, serve l’apertura di un confronto vero tra le tante facce di questo Paese.
E in questo scenario, quale ruolo dovranno occupare i movimenti e quali gli organi di informazione?
La sfida dei movimenti è quella di diventare maggioritari. Parlare a tanti e non dividersi nel tatticismo. Il rischio, altrimenti, è quello di distinguersi a prescindere per esistere. Oggi, però, lo scopo dei movimenti non è capire con chi stare e contro chi stare ma delineare un’altra idea di società. Influenzare anche le grandi organizzazioni attorno alla lettura di ciò che sta avvenendo nel paese. Oggi quello che serve all’Italia è uno sciopero generale vero, inteso come blocco totale della nazione. Noi come Action, insieme alla Fiom e dentro Uniti contro la crisi, stiamo chiedendo questo alla Cgil. E’ arrivato il momento di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Ma per far questo, è necessaria una relazione con la politica, cosa che come Action stiamo facendo da anni. Il nostro obiettivo è quello di entrare in questo scenario di crisi della rappresentanza cercando di sperimentarne nuove forme. In fondo, Andrea “Tarzan” in consiglio comunale a Roma è questo: non solo esercitare rappresentanza ma provare a costruire un’opposizione sociale dentro al Consiglio comunale tentando di influenzare il Pd, portandolo su posizioni più ragionevoli in tema di casa, acqua, cultura… Ecco: ci piacerebbe ragionare con le opposizioni cittadine, parlando del caso romano, per capire come questo possa diventare una costruzione di alternativa al governo di Alemanno. Ma per costruire un’idea di città alternativa, abbiamo bisogno di luoghi come Liberazione: solo qui, infatti, è possibile il confronto tra movimenti, partiti, associazioni. Solo così è possibile riavvicinare la politica alla gente. Per questo esperienze come Liberazione sono da tutelare. E noi saremo sempre dalla vostra parte.
Daniele Nalbone, Liberazione

giovedì 9 dicembre 2010

La lezione della Liguria

Cari naviganti di questo blog, immagino che molti di voi avranno letto l’inchiesta di ieri su Il Fatto quotidiano del mio amico Ferruccio Sansa sulla legge cementificatrice all’ennesima potenza varata dalla Regione Liguria presieduta da Claudio Burlando; spero che qualcuno ancora ricordi – nonostante sia trascorso un mesetto (secoli, per i mass-media) – lo scandalo dell’Asl genovese che nell’ultima campagna regionale avrebbe speso circa 700mila euro a sostegno della riconferma del solito Burlando. Il quale, dalle ricorrenti frequentazioni con il ministro Scajola, aveva tratto la strategia argomentativa per rispondere alle critiche: tutto a mia insaputa! Compresi muri e mezzi pubblici tappezzati di slogan elettoralistici a suo vantaggio.Sono certo che nessuno ormai ricorda che nel febbraio scorso avevo pubblicato su Il Fatto Quotidiano cartaceo “Nove domande a Burlando”, la cui prima riguardava la praticaccia non proprio encomiabile di farsi pagare la campagna elettorale dai propri enti (perché – sia chiaro – lo scandalo Asl è solo la punta dell’iceberg).Perché dico questo? Lo faccio per venire al punto su una questione che mi pongono molti dei cortesi interlocutori (lo so, alcuni non lo sono, ma per principio non rispondo agli insulti gratuiti perché aborro l’effetto “rissa tra pescivendole” e non intendo giustificarmi se accusato di colpe deliranti. Per inciso, nessuno ancora si è premurato di affibbiarmi, senza la benché minima incertezza, l’etichetta di massone o narcotrafficante): le mie analisi sul panorama politico e relativa fauna sono distruttive e non indico mai soluzioni alternative.Potrei rispondere, parafrasando Max Weber, che “se volete il lieto fine andatevene al cinema” (a gustarvi una pellicola western anni ’50). Preferisco osservare che un cultore del pensiero critico, uno che per principio “non se la beve”, lascia ad altri le ricette abrakadabra. Quelle prodotte dal tocco di bacchetta magica.La mia personale convinzione è che il tasso di inquinamento raggiunto dal sistema politico nazionale (ma piazziamoci dentro anche la fantomatica “società civile”, che non è un corpo separato) rende irrealistico attendersi la salvezza dall’uomo del destino. Anche se so bene che per molti, in speranzosa attesa, il bisogno di credere nella manna dal cielo diventa un’esigenza quasi vitale.Comprendo e non giudico. Dico solo che dal mio angolo visuale, sulla base di quanto so per certo, è impossibile riprodurre meccanicamente lo schema “buoni contro cattivi”. Come ci insegna l’ineffabile lezione di Claudio Burlando, uomo di sinistra che fa tranquillamente una politica che neppure si può definire di destra, semmai all’insegna del più smaccato affarismo. E con la tranquilla quanto fattiva collaborazione dei dipietristi suoi alleati. Gente che si sveglia e proclama valori mobilitanti tre mesi prima delle elezioni e poi se ne ritorna in sonno. O meglio, in sonno politico; eppure sveglissimi in tutt’altre faccende.E allora? Allora il messaggio è questo: non aspettatevi la palingenesi da magistrati, comici o giornalisti, che fanno brillantemente il loro mestiere. Che è un’altra cosa dal compito/missione di salvare la politica. La politica, di cui si è ormai persa traccia nel carrierismo opportunistico dei professionals ad essa dedicati e nella tracotanza di una plutocrazia dalla dubbia origine, non più tenuta a bada dall’interesse generale, la politica si salva ritornando a farla in maniera seria. Un lavoro difficile e lunghissimo che non prevede né consente scorciatoie. In cui le scorciatoie sono delle deviazioni a “u” che ci riportano al punto di partenza.La politica si salva innanzi tutto riprendendo a ragionare criticamente su di essa e non bevendosi le rappresentazioni ingannevoli che ci proprina il set da star-system in cui è stato taroccato il discorso pubblico. Tornando a produrre movimenti sociali che facciano le doverose pressioni su istituzioni chiuse in se stesse, mettendo sotto minaccia corporazioni autoreferenziali del potere, suscitando una bufera che spalanchi finestre sbarrate. Magari non lasciando soli ragazzi e ragazze che stanno riscoprendo la protesta ma rischiano di fare la brutta fine delle generazioni che li hanno preceduti: la dissipazione di un capitale generazionale.Se non ci sarà una rivoluzione civile, culturale, le ciconvoluzioni e i riposizionamenti nelle stanze del Potere non produrranno altro che riciclaggi. I Burlando come i Casini, i Fini come i Bersani (che a Vieni via con me potevano scambiarsi tranquillamente i testi che illustravano i rispettivi valori contrapposti) continueranno nell’eterno minuetto.Oggi io temo profondamente la berlusconizzazione del dopo Berlusconi. Questo per dire che la risposta alla politica malata è la ripresa dell’impegno politico sano. Ognuno ritornando a partecipare, non a fare il tifo per la propria star da figurine Panini. Ossia la riscoperta della saggia sentenza da tradursi in comportamenti che “la politica è un lento trapanare tavole dure”.Blog di Pierfranco Pellizzetti

Nelle mani di Bocchino

Voglio essere onesto. A me Bocchino sta simpatico. L’altra sera, a Ballarò l’ho visto all’opera accanto a Enrico Letta. Beh, non c’è stata partita. Il capogruppo di Futuro e Libertà, in quanto ad attacchi a Berlusconi, non ha rivali. Risuonano ancora le parole ad Annozero di qualche settimana fa, quando ricordava che «Berlusconi Palazzo Chigi lo vuole conservare integro per Marina o Piersilvio», cioè tramandarlo ai figli. Insomma, se si tratta di attaccare la persona Berlusconi, beh chi meglio di uno che il premier lo conosce da vicino, che magari a qualche serata ha partecipato, che ha la memoria per ricordare che al congresso del Pdl le «prime cinque file erano riservate a delle belle ragazze che dovevano cantare “meno male che Silvio c’è”»? Se è questa l’opposizione, allora va bene delegarla ai finiani, a coloro che, in effetti, possono fare più danni al presidente del Consiglio, al suo governo e al suo partito.Ma quel Bocchino, così divertente, è lo stesso che subito dopo è andato a trattare con lo stesso Berlusconi la tregua: dimissioni e reincarico in 72 ore per un nuovo governo del Cavaliere allargato all’Udc e con un posto di rilievo per Fli. E’ chiaro, quindi, che c’è qualcosa che non va. La conclusione di questa crisi potrebbe infatti assomigliare molto a quella democristiane quando con un giro di walzer e di poltrone si sistemavano tante magagne e tante preoccupazioni. Con uno smacco per il Pd e anche per l’Idv, sprofondata nel “caso Scilipoti”.E allora, la domanda: ma davvero si può pensare di risolvere il problema affidandosi a Fini e Casini? Per il Pd si rischia l’ennesima disfatta.Certo, Bersani potrà dire che ci ha provato ma in quel caso non porterà a casa nulla se non rancori e divisioni. Il fatto è che, ancora una volta, il centrosinistra manca della capacità di cogliere le occasioni, di capire che la politica è anche, se non soprattutto, questione di tempi. E aver concesso a Berlusconi un mese per gestire la crisi, con il voto fissato al 14 dicembre, è stato l’errore più grave. Il presidente Napolitano ha una precisa responsabilità in ciò ma anche il Pd con la sua chiamata alla “responsabilità” sulla Legge di Stabilità, ha avuto un ruolo diretto. In questo mese Berlusconi ha potuto contare su quell’indecisione e oscillazione delle opposizioni che permise – in altro contesto, ci rendiamo conto, ma la logica politica è la stessa – a Mussolini di riprendersi dallo scandalo Matteotti, di superare l’Aventino e chiudere la prima vera crisi del regime fascista. Anche allora, mentre il Pci di Gramsci proponeva lo sciopero generale e una mobilitazione generale della società italiana, le «opposizioni costituzionali» rincorrevano le ali più moderate in una corsa all’immobilismo che fu loro fatale. Il rischio si ripete anche oggi, allo stesso modo.E si presenterà intatto anche se Berlusconi dovesse cadere perché il “terzo polo” sta comunque trattando per il “dopo” per formare un nuovo governo di centrodestra senza l’appoggio del Pd. Tanto che i movimenti dei vari parlamentari si spiegano non solo con la compravendita relativa al 14, che pure c’è ed è scandalosa, ma anche con i posizionamenti in vista di un nuovo governo e di un nuovo equilibrio politico. Anche Pannella punta a questo (oltre alla piena visibilità per i Radicali). Ancora una volta senza il Pd o con una pressione tale da poterlo spaccare.Il Pd non tocca palla da più di un mese per la semplice ragione che il suo campo naturale di gioco, in quanto intestatario dell’opposizione di sinistra, non è quello disegnato da Casini ma dovrebbe essere quello della mobilitazione del Paese, dello sciopero generale in campo sindacale, dell’intransigenza al proprio interno – capito Renzi? – dell’insospettabilità rispetto a scandali e “conflitti di interese” – capito Finocchiaro? -, della capacità di delineare proposte, progetti, idee per uscire dalla crisi (quale idee ha presentato finora?). E invece tutto questo manca, non riesce a emergere, non ha linfa vitale. Berlusconi ha segnato quasi un ventennio in virtù della sua capacità di rappresentare una società divenuta “mucillagine”, spappolata dal Caf e chiusa in sé stessa. Ma gran parte di questa sua virtù è dipesa, e dipende ancora, dall’opposizione più fallimentare che esista su scala mondiale.
Blog di Salvatore Cannavò

Romanzo di un giovane vecchio

Il libro d’oro dei pellegrini in processione alla villa di Arcore si arricchisce di un nuovo, bizzarro visitatore: Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze che voleva rottamare la vecchia dirigenza del Pd. Giovane si fa per dire: per esserlo, non basta essere nati da poco. In un sol giorno, nel viaggio da casello a casello Firenze-Arcore-Firenze (680 km), è riuscito a invecchiare di 50 anni. E, quando ha cominciato a esternare sul perché e il percome della visita, ne ha presi altri 50. Ora è ultracentenario. “Solo in un paese malato – dice – si può pensare che ci sia qualcosa sotto”.Già. In un paese sano un sindaco del Pd va a baciare la pantofola al nemico pubblico numero uno del suo partito (o almeno dei suoi elettori). Per giunta a pranzo. Per giunta nella sua residenza privata. Per giunta mentre si scopre che quel luogo – oltre a Mangano, Previti, Dell’Utri, Mora, Fede – ha ospitato anche decine di signorine addette al bunga-bunga. Per giunta di nascosto (la notizia è trapelata dall’entourage di B. e solo un furbo molto ingenuo poteva pensare che la notizia restasse top secret, visto il proverbiale riserbo del padrone di casa). Non è dato sapere se ci sia stato il tempo per una fugace visita al mausoleo di Arcore, ma presto il settimanale Chi di Alfonso Signorini pubblicherà il book dell’incontro (ha presente, Renzi, quel vaso di petunie sul comò del Cavaliere? Ecco, era Signorini in uno dei suoi più riusciti travestimenti).Beccato col sorcio, anzi col nano in bocca, il giovane vecchio fa il ganassa e dice che lo rifarebbe “per il bene di Firenze”. Perché – spiega – “mi interessa portare a casa una legge speciale per Firenze da 15 milioni. B. me l’aveva promessa”. L’altro giorno a tavola gliel’ha ripromessa. Ora firmerà pure un Contratto con i Fiorentini, alla presenza di Vespa con tanto di scrivania in ciliegio. Poi dirà che, per colpa di Bin Laden e dell’11 settembre, non se ne fa nulla. Su Facebook, i poveri elettori del Pd che – disperati – speravano in Renzi, lo prendono a male parole. Lui assicura che “mi sto divertendo come un matto a leggere i commenti”. Non lo insospettisce neppure il vedersi difendere dal Giornale, da Libero e financo da Daniele Capezzone, uno che quando ti difende sporgi querela a prescindere perché vuol dire che hai torto marcio (il famoso Capezzone fumante).Un barlume di dubbio, in verità, lo sfiora: “Mi colpiscono certe reazioni avvelenate della gente comune: danno il senso del clima che si respira nel Paese”. Ma è un attimo. Anziché domandarsi il perché di quelle reazioni e di quel clima (magari lo sdegno per un premier che da 16 anni distrugge l’Italia facendosi gli affari suoi e per un’opposizione che non si oppone), il Renzi si risponde: “Viviamo da tre lustri in un derby continuo, ci vorranno anni per ripulire le menti”. E chissà quanto ci vorrà per ripulire la sua da quello che Gaber chiamava “il Berlusconi in me” giudicandolo peggiore del “Berlusconi in sé”: cioè dall’insensibilità ai conflitti d’interessi, al galateo istituzionale, a valori antichi e ormai desueti come la dignità, la sobrietà, la reputazione, il senso dell’opportunità e del limite.Persino il rottamato Bersani, dopo aver detto sciaguratamente “andrei ad Arcore anche a piedi pur di avere una riforma del mercato del lavoro”, fa notare in un lampo di lucidità che un sindaco incontra il premier a Palazzo Chigi, non a villa Bungabunga. Renzi gli risponde con una toppa che è peggio del buco: “Se B. mi invita ad Arcore che devo dirgli: ci vediamo allo svincolo autostradale di Monza?”. Poi peggiora ulteriormente la situazione: “Bastonano me perché parlo con B. e vogliono fare un governo o un’alleanza con Fini”. Dal che si deduce che il presunto avversario delle “ideologie” preferisce la destraccia affaristica del Cainano a quella più presentabile (o meno impresentabile) di Fini. Così chi voleva rottamare il politburo piddino ha regalato ai vecchi marpioni del partito un’arma formidabile per rottamare lui. Il giovane vecchio è anche un furbo fesso.
Marco Travaglio, Il Fatto quotidiano

Crisi di governo: come andrà a finire?

Molti si aspettano che il 14 dicembre sia una specie di giorno del giudizio. Sbagliato! E' solo un passaggio tattico di quella che potremmo chiamare "crisi di direzione politica", e di egemonia, nel campo delle classi dominanti. Anche ove Berlusconi riuscisse ad ottenere la "fiducia", essa sarebbe talmente risicata che la "caduta"sarebbe solo rimandata di un po'. Nel marasma politico tre cose sono chiare: che il periodo dell'egemonia berlusconiana è oramai giunto al termine; che un'alternativa a Berlusconi deve ancora vedere la luce; che affinché quest'alternativa si affermi essa deve passare per la prova del nove elettorale. Fino alla prossima tornata elettorale, i giochi sono dunque aperti. Si capisce dunque il busillis: il vasto fronte antiberlusconiano non è ancora pronto per la prova del nove, ha bisogno di tempo, per questo vorrebbe evitare le elezioni anticipate. Di converso i berluscones, consapevoli di questo fatto, e del loro relativo vantaggio, le vorrebbero prima possibile, evitando di essere cotti a fuoco lento e, soprattutto, vorrebbero che si andasse alle urne tenendo salda in pugno la loro la postazione di Palazzo Chigi, ovvero del governo. E questo è dunque esattamente ciò che terzopolisti e Pd vorrebbero evitare come la peste. Non si sa mai cosa potrebbe inventarsi un Berlusconi alle corde pur di mantenere e guadagnare il consenso della plebaglia (si ricordi il coupe de theatre dell'abolizione dell'ICI, che tanti consensi portò al Cavaliere visto che quello italiano è, più d'ogni altra cosa, un popolo di possessori di prima casa).Le uscite da questo marasma politico del 14 dicembre (i cui contorni sfiorano il ridicolo) non sono quindi due soltanto (elezioni o tenuta di Berlusconi), bensì tre, ove la terza è un reincarico proprio al Cavaliere, per poi disarcionarlo strada facendo, al momento propizio, che non tarderà comunque a venire. Di occasioni, nei prossimi mesi, se ne presenteranno diverse, non parliamo solo delle "leggi ad personam". La crisi finanziaria mondiale, per essere più precisi il rischio che l'Italia sia contagiata dalla crisi dei debiti sovrani dei PIGS, incombe. Ove accadesse che le prossime aste di titoli pubblici non andassero a buon fine; ove cioè capitasse che la speculazione e la rendita finanziarie internazionali picchiassero duro facendo impennare i rendimenti dei titoli italiani, avremmo una situazione drammatica e, quel che conta nella contesa di Palazzo, un clamoroso fallimento del governo Berlusconi. Una delegittimazione clamorosa che farebbe impallidire l'eventuale sfiducia il 14 dicembre. E in questo caso anche Tremonti, in quanto Ministro dell'Economia, ci lascerebbe le penne e dovrebbe sparire dalla scena pubblica.Affinché il crack del debito non avvenga, o quanto meno sia allontanato nel tempo, occorre che il governo, da chiunque sia presieduto, prenda misure forti per "tranquillizzare i mercati", leggi la speculazione finanziaria. Che le prenda non quindi a babbo morto, ma preventivamente, ovvero subito. Tremonti nega, ma negli ambienti economici si sa che una "manovra economica" supplementare, se si vuole almeno evitare il contagio in corso, è inderogabile. Chiunque governi nei prossimi mesi dovrà dunque chiedere alle masse popolari, nuovi, consistenti sacrifici, e chi governa può decidere come essi debbano essere ripartiti, chi pagherà di più, chi meno e chi niente.Si capisce, da questo punto di vista, perché la proposta di un "governo di responsabilità nazionale", che vada dal Pdl al Pd, sia esso guidato da Tremonti o da Draghi è, dal punto di vista delle classi dominanti, la più "razionale". Chi lo perora fa un ragionamento alquanto semplice: si devono prendere nuove e più serie misure antipopolari, occorre il fronte più ampio affinché se ne possa assumere la piena responsabilità, altrimenti il rischio è il caos, l'ingovernabilità, un ben più temibile conflitto sociale. Fosse vero quanto affermava Hegel, che «tutto ciò che è reale è razionale» e viceversa, non staremmo qui a scervellarci su cosa accadrà il 14 e subito dopo. Il fatto è che, dentro il marasma politico italiano, proprio ciò che è razionale è difficile da realizzarsi. Questa difficoltà, ha cause complesse e radici lontane, ma è riassumibile, io ritengo in tre titoli: Berlusconi, bipolarismo e populismo. Il tipo non sente ragioni, è affetto da megalomania e non vuole, per il "bene della nazione", togliersi di mezzo. Gode ancora di grande consenso tra i suoi sudditi, se lo gioca astutamente e si abbarbica con tutta la forza che ha a disposizione al potere. Farlo fuori non è per niente facile.Ma non è per niente facile venir fuori dalla gabbia del bipolarismo, e quindi trovare spazio al "terzo polo", come gradirebbero importanti settori delle classi dominanti. Di certo, affinché il "terzo polo" prenda il largo, occorre una nuova legge elettorale, che con quella in vigore sarebbe impossibile.V'è infine il terzo problema, quello del populismo. Tornato utile per venir fuori dal pantano della prima Repubblica, ora esso si rivela un ostacolo deleterio per governare una crisi economica e sociale gravissima. Non c'è più spazio per raccontare frottole e panzane pur di ottenere il voto e il consenso dei cittadini. Tutti, ovvero anzitutto le classi subalterne, debbono fare sacrifici senza precedenti se si vuole tenere in piedi la baracca del capitalismo italiota, e la modalità populista si rivela non solo inefficace ma controproducente. Questo lo si vede, prima ancora che in Italia, a scala europea.Il Pd è stata l'ipotesi su cui ha puntato una certa borghesia italiana, l'architrave su cui sorreggere la cosiddetta "seconda Repubblica". Malgrado tutti gli sforzi quest'ipotesi è visibilmente fallita, con l'appendice comica che il bertinottismo, nella forma iperbolica del vendolismo, è rinato dalla sue ceneri e ambisce addirittura a raccoglierne le spoglie (del Pd). Di qui le speranze tutte risposte nel "terzo polo", e dunque in Fini e Casini. Come se la borghesia tornasse sui suoi passi, girasse la testa all'indietro, agli schemi da "prima repubblica, e tentasse di ricostruire, sotto mentite spoglie, una nuova Dc.Nulla nella storia è irreversibile. Ci pare tuttavia che questa resurrezione sia impossibile, che farà fiasco, ciò che lascia uno spazio enorme ad avventure populiste, ben più pericolose di quella berlusconiana.
di Piemme, http://sollevazione.blogspot.com/

martedì 7 dicembre 2010

La speculazione internazionale e i rischi per l’Italia

La tempesta finanziaria che ha colpito prima la Grecia e poi l’Irlanda rischia concretamente di allargarsi presto: le prossime candidate in lista sono il Portogallo e la Spagna, ma sui mercati e tra gli esperti di economia internazionale ci si comincia già ad interrogare sulla posizione dell’Italia. Anzi, un possibile attacco speculativo viene paventato sia dal PD che dal “Terzo Polo” ed usato come giustificazione per evitare il ritorno alle urne in caso di caduta del governo la prossima settimana. Ma cosa rischia il nostro paese? La risposta non è così immediata come nei casi di Atene e Dublino. Le politiche di austerità, in quei due casi, furono imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dalla UE in cambio di aiuti finanziari. Nel caso dell’Italia il discorso sarebbe assai più complesso, in quanto la nostra economia è assai più grande di quelle greche ed irlandesi e non ci sono risorse sufficienti per il salvataggio. Un attacco all’Italia potrebbe sfociare nella fine dell’Euro e del sistema europeo come noi oggi lo conosciamo. Sarebbe un risultato non sorprendente e che testimonierebbe semplicemente l’impossibilità di una unione monetaria senza una vera unione politica. L’idea che i mercati siano istituzioni semplicemente economiche senza un vero aggancio alla società politica si sta, infatti, rivelando una chimera: non esiste luogo più politico del mercato e la crisi attuale lo dimostra con assoluta chiarezza. Quali sarebbero però per l’Italia le conseguenze di una crisi della moneta unica? Un ritorno alla Lira (ed una inevitabile ristrutturazione del debito pubblico) rilancerebbe l’economia puntando sulla svalutazione che permetterebbe alle merci italiane di guadagnare competitività senza per forza dover ridurre i salari – la deflazione interna che si è imposta negli ultimi mesi in Irlanda ed in Grecia. Al contempo, però, il paese ne uscirebbe con pochissima credibilità internazionale, ancora più esposto ad attacchi finanziari e davvero troppo piccolo per competere internazionalmente con i giganti emergenti dell’economia mondiale. Soprattutto i problemi ci sarebbero al Nord, esasperando la tensione regionale che già caratterizza il nostro paese da quasi due decenni. Il Nord Italia è una regione ad alto potenziale di crescita, molto integrata con l’Europa centrale, in prospettiva più simile alla Baviera che al meridione. La perdita dei vantaggi economici legati all’integrazione europea potrebbe avere effetti devastanti su quel tipo di economia. La crescita della Lega Nord in questi anni non è un fenomeno che possiamo sottovalutare ed una crisi economica, magari in contemporanea con la fine del ventennio berlusconiano potrebbe mettere in moto eventi potenzialmente catastrofici.L’idea di nazione si basa sulla volontà di vivere insieme, oltreché su una comune identità storica, culturale e linguistica. Una crisi economica che svantaggi in maniera sproporzionata una parte geografica rischia di avere, dunque, effetti assai pericolosi anche sul sistema politico e sociale del paese.Dunque è indispensabile fermare la speculazione prima che arrivi in Italia, ed è su questo sentiero che si muovono diverse forze parlamentari in vista di una possibile sfiducia al governo Berlusconi. Un governo di responsabilità nazionale (!) che faccia tagli draconiani sul modello di Irlanda e Grecia per rassicurare i mercati. Sarebbe una follia. Tale governo avrebbe pochissima legittimità democratica, soprattutto per imporre sanguinose riforme a favore del grande capitale e contro i lavoratori. Si tratterebbe di un suicidio politico per il Pd che potrebbe pure favorire nel breve periodo una riscossa a sinistra ma finirebbe inevitabilmente per fare il gioco della destra populista che potrebbe sfruttare elettoralmente la sua posizione di rendita per mantenere in vita il ciclo politico leghista e berlusconiano. Sarebbe soprattutto un disastro per il paese che non avrebbe le forze per riprendere la crescita economica nel futuro. I tagli alla greca in Italia vorrebbero dire morte certa per l’istruzione pubblica e quindi per il futuro del paese, riduzione di uno stato sociale già ai minimi termini ed ulteriore impoverimento per operai e dipendenti pubblici. Oltre ad una spaccatura geografica ed economica del paese ne avremmo un’altra sociale dagli esiti catastrofici.Esiste però un’alternativa. Si può rilanciare la crescita e rassicurare i mercati internazionali coniugando una politica economica seria ed equa. Tutti quelli che ci parlano di deficit e di peso insostenibile del debito dimenticano sempre di dire che la dinamica del debito ed il deficit fiscale possono essere messi in ordine dalla crescita economica. Quello che è successo in Europa negli ultimi anni ed in Italia negli ultimi due decenni è stato un ricorso al deficit improduttivo – per salvare le banche, per aiutare la rendita, per tollerare l’evasione fiscale, nel nostro caso. Rilanciare il potere di acquisto dei lavoratori invece di ridurlo, è la strada maestra. Un’economia in crescita produce più entrate fiscali, diminuendo in tal maniera il debito. L’introduzione di una tassa patrimoniale, che Rifondazione chiedeva già nel 1994, permetterebbe di trovare risorse aggiuntive. Infatti, una più giusta distribuzione del reddito alimenta i consumi e di conseguenza gli investimenti, fa calare il ricorso al debito privato ed in prospettiva quello pubblico. Insomma, il rilancio della crescita – e soprattutto di una crescita sostenibile, puntando soprattutto sull’istruzione per generare valore aggiunto per il futuro – è la strada maestra per aprire un ciclo virtuoso. Un programma di questo genere è squisitamente politico e solo la sinistra può avviarlo, altro che governi tecnici. Le alternative, lo abbiamo visto, sono toppe peggiori del buco.
Nicola Melloni, Liberazione