venerdì 3 agosto 2012

«Bisognerebbe ripartire dal basso, non da Pd e Udc» Intervista a Paolo Ferrero

di Giorgio Salvetti, Il Manifesto

Paolo Ferrero, adesso che il matrimonio tra Bersani e Vendola è ufficiale, e Casini prima o poi sembra destinato a convolare a nozze con il centrosinistra, non rischiate l'isolamento?
Il governo Monti per noi non è una parentesi ma un governo costituente. E' il tentativo di uscita a destra dalla crisi della seconda repubblica, basta guardare allo smantellamento dello stato sociale, all'accettazione oggettiva delle politiche neoliberiste, al rapporto con l'Europa e i poteri forti, e al lavoro. Alcuni di questi provvedimenti sono binari per il futuro, costringono i prossimi governi a seguire la stessa linea: il fiscal compact obbliga l'Italia a tagliare 45 miliardi all'anno per venti anni. L'idea del Pd secondo cui adesso si dice sempre di sì a Monti ma finita la legislatura si riaprirà il gioco democratico è vuota di contenuti se non si chiarisce fin da ora che certi provvedimenti verrano totalmente rivisti: il fiscal compact, la riforma delle pensioni, l'attacco all'articolo 18. Altrimenti il fatto che al governo ci saranno le destre o il centrosinistra costituirà solo una variante ad un quadro prefissato. Per questo Nichi fa un grave errore ad aderire alla proposta del Pd.
Vendola però sostiene che non c'è un accordo con l'Udc.
La proposta del Pd è chiara e di questo gli va dato atto. Bersani vuole costruire un alleanza tra moderati e progressisti. Se poi questo avvenga prima delle elezioni o dopo le elezioni in base all'attuale legge elettorale o a una nuova questo cambia poco. Si tratta di tattiche inessenziali. La sostanza è che la proposta del Pd non pone alcuna discontinuità con Monti e penso che molti dei sostenitori di Sel si aspettavano un altra cosa.
E voi adesso che fate?
Intanto Sel poteva fare un altra scelta e quindi continueremo a chiederle di cambiare idea. Abbiamo chiaro cosa fare. Si tratta di costruire una coalizione alternativa sia alle destre che al centrosinistra. Ci rivolgiamo all'Idv e a tutte le forze che hanno fatto opposizione a questo governo. Parlo dei comitati come quello per l'acqua pubblica, della sinistra sindacale, di Alba e anche dei compagni di Sel che vogliono seguirci.
Ma l'Idv potrebbe starci?
Non c'è due senza tre, a Napoli e Palermo abbiamo vinto insieme senza Sel. Dò atto all'Idv di non essere una forza di sinistra ma ha fatto opposizione a questo governo da sinistra.
In Italia siamo lontani dall'emerge di un fronte de gauche, perché?
Viviamo come in sospensione chimica e il composto non è ancora precipitato, ma la crisi è destinata a cambiare i rapporti di forza anche tra le formazioni politiche. La sinistra italiana sconta il disastro del governo Prodi e della sinistra arcobaleno. Dobbiamo costruire il contrario di quell'esperienza. Non quattro persone in una stanza che decidono, ma un percorso aperto, dal basso, dentro alla quale il Prc e la sinistra siano parte di un movimento ampio. A settembre apriremo questa fase e metteremo in campo un manifestazione contro le politiche di Monti propedeutica alla costruzione di un fronte unitario e in grado di rafforzare l'opposizone sociale lasciata solo dal sindacato.

Per un Polo di Sinistra di Simone Cumbo, Umbrialeft

Desta non poche perplessità la recente evoluzione politica di SEL o per meglio dire di Nichi Vendola.   Fino a poche settimane fa l'intesa con l'IDV sembrava inossidabile, con una seppur cauta apertura ad una prospettiva di «intesa comune a sinistra». Ora questa ipotesi appare definitivamente tramontata...
Chi scrive è stato candidato per SEL alla carica di Sindaco a Città di Castello nelle elezioni amministrative del 2011. Ho apprezzato i giovani della fabbrica di Nichi, un laboratorio interessante di discussione e proposta politica,  donne e uomini avvezzi alla politica ma interessati ad una Sinistra diversa e «radicalmente innovativa".  Tutto questo naufragato, nei mesi successivi, nella politica della «realpolitik» e di pratiche politiche che poco hanno a vedere con metodi innovativi tanto sbandierati a parole...fino ad arrivare alla notizia di questi giorni di un accordo forte con il Pd ed un apertura verso l' UDC.
Si proprio l'UDC (Unione Dei Condannati la chiamò Marco Travaglio...) quella della Binetti  e dell'integralismo cattolico che nulla a che a vedere con Don Gallo e quel cattolicesimo progressista al quale SEL ha sempre guardato con interesse.   Forse i tanti, troppi dirigenti di SEL provenienti dalla Sinistra DS e che per anni hanno cavalcato il panorama politico (dal PCI in poi seguendo chi i DS chi entrando in Rifondazione),  che in questi mesi hanno tessuto legami forti con il PD, hanno ottenuto l'obiettivo prefissato; sganciare SEL da IDV, PRC e movimenti radicali.  Tutto questo provocando enormi mal di pancia nei molti giovani e donne che popolano l'anima di SEL  che poco apprezzano questo teatrino di alleanze partitiche che riguardano altre epoche politiche. Per non parlare dell'apertura all'UDC questa davvero indigesta al popolo della Sinistra!!!
Si dirà parole equivocate, ma i fatti e le prime pagine di tutti i quotidiani italiani parlano chiaro ed in maniera inequivocabile, a meno che non si voglia gridare al complotto della stampa italiana contro SEL! 
Si ritorna quindi nella famiglia del «centrosinistra classico» dove le ali cosidette estreme restano fuori e con una riforma elettorale fatta a uso e consumo di questo «nuovo» progetto politico...
Rimane la tristezza e lo sconforto per questa deriva «moderata» che provoca rabbia in tante persone che si sono avvicinate a SEL per la sua diversità nell'ambito della Sinistra e che si sta rivelando invece solo una sommatoria di apparati dirigenti con qualche bella faccia nuova.  Ma si sa l'eccezione conferma la regola...
Non rimane a sinistra che provare e riprovare con più forza ancora a rilanciare un Polo di Sinistra, libero, aperto, non dogmatico che metta assieme ambientalisti, alteromondialisti, comitati, cittadini, giovani e donne.  Programmi chiari e radicalmente innovativi nei modi e nei contenuti.  Un «fronte gauche" per dirla alla francese o alla greca con la parola «Syriza».   Una colazione vera dove la diversità diventa un punto di forza.
Non ripetendo gli errori passati quando dietro al progetto della lista Sinistra arcobaleno si sono accordati solo gruppi dirigenti senza un vero progetto comune.
A partire da una lotta seria verso la Finanza del governo  Monti che tutto decide e tutto taglia, alla faccia del PD, dell'UDC e di Nichi Vendola...

«Prima i contenuti e poi le alleanze». Intervista a Giorgio Airaudo

di Riccardo Chiari, Il Manifesto

«Se si chiedono i voti degli italiani, si deve dire quali politiche si vogliono fare. Perché c'è il rischio che dopo le elezioni ci sia una sostanziale continuità con quello che abbiamo visto in questi anni, e che è stato pagato soprattutto dai lavoratori. Un tempo si diceva: non vogliamo morire democristiani. Oggi io non vorrei morire lettiano». Per Giorgio Airaudo il riferimento al vicesegretario del Pd non è una battuta. Piuttosto riflette la richiesta, che non arriva solo dalla Fiom ma da gran parte della base Cgil, di dire chiaramente quali saranno i punti fondanti del programma elettorale delle forze politiche. «Perché le prossime elezioni - sottolinea il responsabile nazionale auto della Fiom - saranno costituenti di nuovi schieramenti. E anche di nuove soggettività, che devono avere un loro ancoraggio sociale».

Airaudo, che idea si è fatto dell' alleanza Pd-Sel, in vista di un patto di governo con l'Udc?
 
Sono dell'idea che le alchimie delle alleanze debbano arrivare solo dopo risposte chiare. Quando chiediamo di rimettere in discussione la riforma delle pensioni, la riforma del lavoro, quella dell'articolo 18, e di avere finalmente una vera legge sulla rappresentanza sindacale, facciamo altrettante domande a chi intende governare.
 
Da queste risposte, che non sono ancora arrivate, si capirà quali sono le opzioni in campo.
 
Sì. Ma c'è il rischio che invece si definisca un campo emergenziale. Di voto utile. Di ultima spiaggia. Questo porterebbe dopo il voto ad avere politiche di sostanziale continuità con quelle di Monti, che ha fatto cassa per cercare di abbassare lo spread. Senza riuscirci.
 
Come uscire da questa prospettiva tutt'altro che peregrina ma anzi molto probabile?
 
Sarebbe necessario che il campo del centrosinistra fosse definito in base alle proposte che si avanzano sui temi del lavoro. Perché corriamo il rischio di vedere le forze di sinistra utilizzate in un disegno che non determina un cambiamento. E la nostra gente, quella che in questi anni si è battuta in fabbrica, il cambiamento lo chiede a gran voce.
 
Anche se le alchimie della politica vengono dopo i contenuti, può darci un'idea di quello che sta accadendo?
 
Ripeto, questo annuncio di un accordo a prescindere fra Pd e Sel, se accordo è, non mi sembra tenga conto del merito. Io vorrei invece una sinistra che si unisce, diventando uno schieramento competitivo in grado di rappresentare il lavoro. Con Vendola, il movimento dei sindaci, le altre forze di sinistra. Se invece Vendola viene usato per dividere, si fa confusione. E si fanno danni.
 
All'assemblea fondativa di Alba è stato molto applaudito quando ha detto che serve qualcosa di grande per rappresentare il lavoro e fare battaglie non per testimonianza ma per vincerle. E che chiunque voglia affrontare le elezioni del 2013 in modo credibile, non può non dire come si correggono i disastri delle «riforme» di Monti.
 
Certo. Non si può pensare che la rappresentanza del lavoro sia ancora una volta annichilita «dall'emergenza». Occorre invece definire politiche chiare, poi chi ci sta ci sta. In Francia, se votavi per socialisti e fronte della sinistra, sapevi che in caso di vittoria Hollande avrebbe abbassato l'età pensionabile, e così è stato. Non sono possibili scorciatoie di fronte a temi come la riforma delle pensioni e l'articolo 8 sulla rappresentanza sindacale. Sono scelte di campo. E se si pensa di rinviare a dopo la discussione, anche la storia recente ci insegna, si diventa ininfluenti.
 
Anche la Fiom ha proposto una raccolta di firme per un referendum abrogativo delle leggi varate dal governo Monti, dalle pensioni all'articolo 18. Di Pietro lo ha appena fatto.
 
Non penso che sia stata una mossa inutile, come da più parti è stato detto. Quel tema è sul tavolo. Anche se il referendum è solo uno degli strumenti che si possono utilizzare.

il manifesto 3 agosto 2012

Caro Nichi, non ti capisco. La lettera di De Magistris a Vendola

Caro Nichi, francamente non ti capisco. Lo dico con grande sincerità. Ieri mattina nasceva il ‘polo della speranza’ con annessa apertura all’Udc e critica all’IdV, ieri pomeriggio hai scritto su twitter che non è pensabile un centrosinistra senza l’amico Di Pietro. Qualche settimana fa partecipavi, seduto accanto ad Antonio, ad una conferenza stampa, dove erano stati invitati anche alcuni sindaci fra i quali me, volta a scuotere il Pd affinchè decidesse da che parte stare. Non per ‘rompere le uova nel paniere’, come si dice in gergo, ma perchè nel centrosinistra il Pd rappresenta un partito fondamentale con cui si deve e si può dialogare, soprattutto se aspiriamo a scrivere la futura pagina di svolta politica nel paese. Tralasciando questo atteggiamento ondivago, vorrei soltanto chiederti, veramente in modo sincero visto il nostro rapporto:
come è pensabile una corsa in tandem con chi non reputa essenziale il riconoscimento delle coppie di fatto oppure la difesa del lavoro? Come è pensabile correre con chi per tanti, troppi anni è stato la stampella dello scempio del berlusconismo? Come è pensabile governare sospendendo la coerenza, costretti ad un innaturale compromesso che vedrebbe il sacrificio di principi ideologici e la negazione di storie e vissuti? Un’apertura all’Udc sarebbe solo una alchimia di palazzo, un prodotto artificiale creato in un laboratorio di vecchia politica, proprio quando c’è bisogno di nuova e chiara azione politica come chiede la società civile, la quale deve essere protagonista dell’alternativa. Ovviamente insieme a quei partiti del centrosinistra che la vogliono realmente e che sanno che l’alternativa si costruisce sui contenuti e sui programmi, contenuti e programmi che devono essere indicati dai movimenti, dalle associazioni, dalle rappresentanze del lavoro, dai territori in lotta e dai loro amministratori, dalla rete. Si deve allora costruire un programma chiaro, inequivocabile: contrastiamo la precarietà del lavoro e difendiamo l’articolo 18 oppure no? L’acqua la consideriamo un bene comune da difendere da ogni aggressione privatistica oppure no? Il ruolo del privato lo dobbiamo favorire sempre garantendo il principio della trasparenza e soprattutto la tutela della pubblicità di alcuni servizi legati ai diritti essenziali oppure no? Il welfare lo consideriamo una conquista antica e giusta oppure no, riducendolo a fardello di stato? Le unioni civili e i matrimoni gay rappresentano una crescita per una società pienamente democratica oppure no?

Un nuovo modello economico alternativo al neoliberismo in crisi e al socialismo reale, incentrato sulla giustizia sociale e sui beni comuni, è possibile oppure no? Credo che le alleanze, quelle vere e naturali, quelle che i cittadini apprezzeranno, saranno scritte con i si e con i no che ciascuno di noi pronuncerà rispetto a questi temi, in modo netto e senza ambiguità.

demagistris.it

E Vendola decise di suicidarsi! di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena, Micromega

Un autogol pazzesco, tanto da mettere in subbuglio la base del partito – costretta a difendersi l’indifendibile – e a soqquadro gli esistenti equilibri politici nel centrosinistra. Da Napoli, Luigi De Magistris non si capacita di tale svolta e lo invita a ritornare sui suoi passi, intanto ad Antonio Di Pietro non pare vero e in una conferenza stampa organizzata d’urgenza si candida a premier di una sinistra alternativa alle destre, a Monti, al liberismo. A cui molto probabilmente coinfluiranno Federazione della Sinistra, Verdi, il soggetto Alba, la Fiom, la lista dei “sindaci” e soprattutto pezzi di società civile. A questo punto c’è una sola domanda da farsi: Nichi Vendola farà autocritica o il legame a filodoppio col Pd – e l’idea di governare – è più forte di qualsiasi cosa?
La storia si ripete, e stavolta su larga scala: se l’epilogo sarà lo stesso di Napoli e Palermo, allora Vendola ha appena compiuto il proprio atto suicida.
Il “tradimento” della foto di Vasto compiuto dal governatore pugliese, lasciando al proprio destino l’Italia dei Valori e la costruzione di un centrosinistra più largo e realmente alternativo rispetto alle politiche dell’ultimo ventennio - comprese quelle uliviste - ricorda quanto avvenuto un anno fa e pochi mesi fa a livello locale. A Napoli il Pd impone la candidatura di Mario Morcone: un moderato con un appeal degno di un barattolo di pomodori pelati cinesi. In piena continuità con la stagione più triste e fallimentare del bassolin-iervolinismo.Si candida anche Luigi De Magistris con un programma sintetizzabile nel grossolano “scassiamo tutto”. Che però perlomeno rende bene l’idea, senza bisogno di troppe narrazioni. Lo sostengono Idv e Fds. E Sel? Vendola sta in mezzo, vorrei ma non posso e infatti sceglie Morcone. Risultato: un disastro per il Pd, un disastro per Sel, un trionfo per la sinistra scassa tutto. Capitolo due, un anno dopo. Palermo. Primarie farsa, ma il Pd appoggia lo stesso Fabrizio Ferrandelli. L’uomo vicino al Pd che sostiene Raffaele Lombardo, colui che ieri si è dimesso lasciando la Regione sull’orlo del crac, agonizzante ma quantomai arzilla se si parla di clientele dell’ultima ora.L’Idv candida Leoluca Orlando, anche lui sotto il segno dell’alternativa, sia al Pdl che al Pd che scimmiotta Lombardo. Lo sostiene da subito la solita la Federazione più i Verdi. E Sel, Sel cosa fa? Vendola cala il diktat dall’alto e sostiene Ferrandelli, con mezza base in rivolta. Risultato: disastro Pd, disastro Sel, trionfo per Orlando e compagnia.Eppure la foto di Vasto, appena sacrificata sull’altare dell’Udc, aveva bene o male funzionato: Milano, Cagliari, per ultima Genova. Asse salda Pd-Idv-Sel, appoggio di altre forze di sinistra, candidatura di rottura rispetto al passato. Lezioni che erano apparse lampanti, anche perché altrove lo schema centrosinistra più Udc aveva dimostrato di non funzionare, lo sanno bene in Piemonte (Bresso) e pure in Molise.L’epifania montiana ha cambiato le carte in tavola, certo. Ma il nodo a sinistra rimane lo stesso di sempre: governare è il fine oppure il mezzo? A certe condizioni, costretti a subire i desiderata di Casini in Caltagirone, appare un fine. Fa specie il repentino giravolta del governatore pugliese, che fino a ieri lanciava accorati appelli a Bersani assieme a Di Pietro. Fa specie sentirlo ripetere il mantra dell’ex pm “populista e demogogico”. Già, intanto ieri Di Pietro - mentre Vendola confabulava tatticismi assieme a Bersani - andava a depositare quattro quesiti referendari in Cassazione, compreso uno per il ripristino dell’articolo 18.Così come appare assai furbo ma assai mistificatorio affibbiare patenti (come quella di “attaccare” il Colle) senza mai entrare nel merito delle questioni, senza dire - per esempio - se un pm come Antonio Ingroia merita pieno sostegno oppure bacchettate sulle nocche. Forse stavolta non si ripeterà né Napoli né Palermo, forse stavolta il centrosinistra-Centro vincerà. Però basta dirlo subito, che l’obiettivo finale non è “governare per”, ma governare. Si cresce sognando Che Guevara, si finisce amministrando il condominio.
O forse - si spera - che Vendola torni indietro su suoi passi. Anche perché il nuovo centrosinistra progettato ieri - dove si ipotizzerebbe, in caso di voto col Porcellum, un’alleanza Pd, Sel e cosiddetta lista civica Saviano con poi un appoggio esterno in Parlamento dell’Udc - potrebbe svuotare di consensi la stessa Sinistra Ecologia e Libertà la cui base chiede politiche “riformiste” e non certo tatticismi di Palazzo. E soprattutto il “polo della speranza” lascerebbe a sinistra uno spazio per la creazione di un soggetto nuovo e alternativo. Ma, in fondo, è fantapolitica perché Vendola ieri ha solo scherzato. Non è vero Nichi?

giovedì 2 agosto 2012

Strage di Bologna: tra silenzi e depistaggi di Roberto Scardova, L'Unità

Sul finire degli anni 70 tutto era pronto. La P2 aveva posto sotto controllo buona parte dell’Arma dei Carabinieri ed i servizi di sicurezza dello Stato.
Con l’appoggio di Michele Sindona e dei massoni americani (la «banda dei texani») Licio Gelli aveva esteso la propria influenza sulle logge siciliane reclutando i principali boss mafiosi. I movimenti neofascisti, Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo, avevano stabilito un comune piano d’azione accordandosi anche con militari e criminalità. Nelle Forze armate si era avviata la ricostituzione clandestina dei «Nuclei di difesa dello Stato», cellule armate ed addestrate costituite da militari e neofascisti, appartenenti in particolare ad Ordine Nuovo.
Tutto era pronto. La strage a Bologna avrebbe innescato una reazione tale da determinare una svolta autoritaria al governo del Paese. Anche la data era stata individuata: fine luglio, primi di agosto. Morti e feriti avrebbero insanguinato l'Italia delle vacanze, spazzato via gli ultimi brandelli della «solidarietà democratica» su cui avevano lavorato Enrico Berlinguer e Aldo Moro. I nostri servizi segreti sapevano tutto. Avevano avuto da più fonti precise informazioni sul fatto che la strage era in preparazione, su chi la progettava, chi avrebbe fornito l'esplosivo. Ma tacquero. Obbligarono al silenzio anche il ministro Antonio Bisaglia, che era stato informato dell'imminente attentato per le confidenze raccolte dal fratello, sacerdote a Rovigo.
I servizi piduisti predisposero invece il depistaggio che avrebbe dovuto far attribuire alla sinistra la bomba alla stazione: cosa che avrebbe moltiplicato il disorientamento della gente. Il neofascista Marco Affatigato già in marzo era stato «prestato» dal Sisde alla Cia perché fosse infiltrato tra i terroristi mediorientali, e gli era stato suggerito di rilasciare interviste circa presunte complicità con le Brigate Rosse, di scrivere documenti in cui si annunciasse un futuro governo militar-popolare. Subito dopo la strage, Affatigato fu arrestato in Francia come autore dell'eccidio. Una trappola. Dalla quale i giudici bolognesi riuscirono a districarsi soltanto per aver potuto disporre del lavoro di un giudice, Mario Amato, assassinato a Roma dai Nar di Valerio Fioravanti poco più di un mese prima. Amato aveva indagato su Fioravanti e sugli altri fascisti romani, sui loro padrini e sulle loro alleanze, ed aveva capito ciò che si stava preparando: «Siamo sull'orlo di una guerra civile» aveva dichiarato al Csm. Quell'allarme gli costò la vita. La trappola Affatigato, così, non scattò. I veri autori delle strage furono catturati, e condannati. Con loro, i depistatori: Licio Gelli (l'inventore della teoria dell'esplosione causata da un mozzicone di sigaretta), e poi Francesco Pazienza con gli ufficiali del servizio segreto militare, Musumeci e Belmonte. Di questi ultimi oggi conosciamo l’appartenenza ad un organismo clandestino supersegreto, definito l’Anello: creato nell’immediato dopoguerra dai superstiti dei servizi di spionaggio di Mussolini, e la cui esistenza era stata taciuta per decenni. Lo si è scoperto grazie alle indagini condotte nell’ambito dell’ultimo processo per la strage di Brescia: ed alcuni di coloro che ne hanno fatto parte hanno sostenuto di aver agito, per anni, sotto la silente protezione di Giulio Andreotti.
L’Anello avrebbe costituito lo strumento operativo per le operazioni sporche: ad esempio la fuga del criminale nazista Herbert Kappler, la trattativa sulle carte di Aldo Moro prigioniero delle Br, il rapimento del figlio del leader socialista Francesco De Martino. Ed anche, ora sappiamo, i depistaggi per nascondere la verità sulla strage di Bologna, ed impedire che si potesse giungere ad individuarne autori e mandanti, ed il progetto eversivo che l'aveva determinata.
Sono questi alcuni degli elementi di novità che la Associazione tra i familiari delle vittime della strage del Due Agosto ha sottoposto alla attenzione della Procura di Bologna. Essi scaturiscono dalle inchieste condotte dai magistrati di Brescia, Milano, Venezia, Firenze e Palermo: atti, deposizioni e consulenze sono stati in gran parte digitalizzati grazie all'opera dell'Archivio della Memoria. Ciò consente di collegare ogni singolo episodio o personaggio al contesto complessivo, e valutare di ogni indizio rilevanze che possono risultare rivelatrici. Gli investigatori, sino ad oggi costretti ad inchieste limitate e parcellizzate, hanno la possibilità di allargare il proprio orizzonte all'intera storia delle stragi e della strategia delle tensione, ed ai suoi protagonisti da Portella della Ginestra ad oggi. La verità è a portata di mano: purché alla giustizia si consenta di lavorare.

Caro Nichi, ripensaci di Aldo Giannuli



Caro Nichi,
leggo del tuo incontro con Bersani e del conseguente annuncio di una coalizione Pd-Udc-Sel. So che sei un politico accorto e poco incline ai colpi di testa, immagino che abbia fatto i tuoi calcoli politici e ti stia orientando in questo senso sulla base di essi. Come sempre rispetto le tue scelte, pur nel dissenso e non mi sogno di gridare al tradimento o di dare giudizi sprezzanti. Tuttavia, non credo che i giochi siano fatti e che tu abbia fatto scelte irreversibili. Vorrei dunque farti presente, con molta pacatezza, alcune considerazioni che mi sembrano utili anche nel caso tu volessi proseguire su questa strada.
Il programma: tu stesso ci dici che l’alleanza che vai a stipulare con il Pd deve basarsi su una intesa programmatica, che possibilmente -aggiungo io- sia un po’ meno vaga di quell’informe pasticcio su cui si fece il blocco nel 2006 e si disfece tutto (haimè anche la sinistra radicale) nel 2008.

Allora, senza starci a girare tanto attorno, mi pare che su questa strada ci sia un macigno che si chiama “Agenda Monti”. Sin qui, anche se fuori dal Parlamento, Sel si è sempre schierata contro le politiche recessive di Monti di cui ha sempre denunciato il carattere classista, iniquo ed anche fallimentare e tu sei sempre stato il portavoce di questi orientamenti. Ebbene, ora che il tentativo di Monti registra il suo pieno insuccesso, come fai ad allearti con chi dice di voler continuare in quella politica e di far sua l‘“agenda Monti”? Magari nel programma concordato quella espressione non ci sarà (anche se ho idea che soprattutto l’Udc punterà i piedi a terra perché ci sia esplicitamente), ma cosa cambierebbe? Gli orientamenti sono quelli del taglio indiscriminato della spesa sociale, della pressione fiscale fuori misura e di zero risorse alla crescita. Ovviamente Bersani e Casini si sbracceranno a dire che “occorre coniugare i tagli con la crescita, spolvereranno quella sciocchezza senza pari che è “l’austerità espansiva” (che non significa nulla), ma la sostanza è molto semplice: con tagli alla spesa pubblica e con più tasse la crescita non si fa. Non si è mai fatta.

Ti conosco da oltre 30 anni e so che (anche se la politica economica e finanziaria non è esattamente il tuo tema preferito) non sei di cultura neo liberista, non lo sei mai stato e non credo lo sarai mai a meno di una capriola da doppio salto mortale (e mi sa che non abbiamo più l’età per queste acrobazie, anche se tu sei più giovane di me e porti meglio gli anni). Allora, ci spieghi che ci fai in una coalizione che del neo-liberismo non mette in dubbio neanche il trattino?

Dici di volerti candidare alle primarie, probabilmente per far pesare un tuo successo e sulla base di questo forzare a sinistra il programma della coalizione. Certamente nelle primarie ci sarà il “valore aggiunto” del tuo prestigio personale, senz’altro più vasto dei consensi di Sel, ma sei sicuro che le primarie ci saranno e saranno di coalizione? Già, perché noi non sappiamo con quale sistema elettorale andremo a votare e, se dovesse passare il premio al singolo partito di maggioranza relativa, le coalizioni non ci sarebbero come dato formalizzato, ma solo come intesa politica. A quel punto, però, non si capisce perché tu non ti tenga le mani libere andando alle elezioni da solo, decidendo di scegliere dopo, quando si faranno le alleanze parlamentari. Poi c’è un altro problema: ma sei sicuro che l’Udc (che, peraltro, non so se anche tu definiresti “progressista” ed, in caso affermativo mi farebbe piacere che mi spiegassi in che lo è) non ponga come condizione di NON fare le primarie o, al massimo di farle di partito e non di coalizione? E non credi che anche la destra Pd chiederebbe una consultazione di partito? Ma ammettiamo che le primarie ci siano e non di partito: in che condizioni affronteresti questa consultazione? Sei sicuro che gli elettori e gli iscritti di Sel ti seguirebbero compatti? Sei sicuro di non perderti un sostanzioso pezzo per strada? Come sai non sono di Sel, ma ho troppa stima dei compagni di Sel per pensare che si facciano portare in giro così docilmente. Mi pare che i tempi del “Contrordine compagni!” siano definitivamente passati. E con la Fiom come la mettiamo, dopo che il Pd ha fatto passare le “riforme” della Fornero?

Peraltro tu affronteresti quella competizione in condizioni di assoluta marginalità politica, perché il sottinteso sarebbe che tu non possa vincere in nessun caso. Già, perché è ovvio che, se l’Udc può anche acconciarsi ad accettare Sel come alleata, sarebbe un po’ troppo farglielo fare con te come candidato Premier (riconosciamolo!). Dunque, programmaticamente tu andresti a fare il cespuglietto e la copertura a sinistra di una coalizione che di sinistra non avrebbe proprio niente.

Ti ricordo che la stessa mossa la fece Bertinotti nel 2006 e non andò mica tanto bene. A proposito di Fausto: leggo qua e là che stia incoraggiandoti a scegliere l’alleanza con il Pd. Non so quanto sia vero, spero di no. Ho ancora nelle orecchie la sua voce nel salone della Camera del Lavoro di Milano, a novembre scorso, quando sbertucciava il povero Gennaro Migliore che proponeva l’alleanza con il Pd, dicendogli che lui voleva “entrare nel recinto”, quando invece bisognava spezzare la staccionata. Fausto: benedetto uomo! Se si decidesse a stare fermo otto mesi di seguito e farci capire cosa vuole dalla vita, noi saremmo tanto più contenti!

Ma torniamo a noi ed arriviamo alla campagna elettorale: mi sai dire come gestirai i temi di rottura con la Chiesa (fecondazione assistita, unioni civili, finanziamento alle scuole confessionali ecc.) con alleati come Casini, Renzi e Fioroni? Per non dire dei temi di politica economica, della partecipazione alle missioni internazionali, la Tav… ogni passo una caduta!

Siccome, però, siamo scatenatamente ottimisti, diciamo che tutto questo non conta e che alla fine la coalizione Pd-Sel-Udc vincerà clamorosamente le elezioni e per governare. Il primo problema sarà l’elezione del Presidente della Repubblica. Ammettiamo che spunti una candidatura Monti, tu che fai, lo voti? E se il Pd lo vota e tu no, bell’inizio di coalizione di governo! Poi si fa il governo, e lì non stiamo nemmeno a dire di quale via crucis si aprirebbe. Sei sicuro di non preparare un bis del 2008? Nichi, in che pasticcio ti stai andando a cacciare? Pensaci bene. Con l’amicizia di sempre, tuo Aldo Giannuli

aldogiannuli.it

mercoledì 1 agosto 2012

Il manifesto di Bersani: alternativi alle destre, ma non a Monti.di Romina Velchi

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Con la presentazione della Carta d’intenti, è iniziata ufficialmente la corsa al Centro del Pd di Bersani. Una corsa teorizzata e auspicata, nero su bianco, nel manifesto in dieci punti che il leader democratico ha scritto di suo pugno, laddove si apre ad «un patto di legislatura con forze liberali, moderate e di centro, d’ispirazione costituzionale ed europeista, sulla base di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni». Perché la prossima sarà una «legislatura costituente», anche in Europa, e questa è la «ragione che ci spinge a cercare un accordo di legislatura con le forze del centro moderato» per essere alternativi «non a Monti», sottolinea Bersani, ma alle destre che in dieci anni «hanno sfibrato le energie del paese» e alle «regressioni nazionaliste, populiste e antieuropee».
La strada dunque è segnata.
Bersani, nella splendida cornice del Tempio di Adriano degna delle grandi occasioni, ripete che non si tratta di un programma; che questo verrà dopo (e sarà il candidato premier scelto con le primarie a presentarlo); che i dieci punti sono una base per aprire il confronto «nella vasta area dei democratici, dei progressisti, ma anche con i soggetti sociali, del civismo, autorità morali e intellettuali»; che «per chi ci incontra sarà un’occasione per interloquire con questo documento» e «poi vedremo con i nostri interlocutori come fare la sintesi»; perché «noi siamo pronti ad ogni evenienza, ma teniamo il nostro passo». Quindi massima apertura, si direbbe, perché alle elezioni non ci si può mostrare «settari, chiusi». Sì, ma fino ad un certo punto: il segretario Pd mette infatti dei paletti; paletti non negoziabili.
Bersani non lascia spazio ad equivoci: a chi vorrà condividere con il Pd la volontà di «governare in tempi difficili» si richiedono «disciplina», «impegni espliciti e vincolanti» a «sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie (che si terranno entro l’anno, ndr) e la «disponibilità a cedere sovranità sulle decisioni controverse» (la cui soluzione sarà demandata ai gruppi parlamentari che decideranno a maggioranza qualificata). Ma, soprattutto, il “patto“ prevede che chi vi aderisce assicuri «il pieno sostegno, fino alla loro eventuale rinegoziazione, degli impegni internazionali già assunti dal nostro paese o che dovranno esserlo in un prossimo futuro». Di più: dovrà «appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona».
Insomma, la preoccupazione di Bersani sembra quella di dimostrare di voler garantire la continuità delle politiche montiane. E per questo il segretario del Pd rivendica tutte le scelte compiute fin qui: «Come si può pensare che sottovalutiamo il rigore? - esclama - Noi non siamo forse quelli dell’euro, del governo Prodi, Amato, D’Alema, che tennero fede ai patti internazionali difficilissimi? Noi siamo quelli della riduzione del debito, dei conti a posto, di Ciampi e Padoa Schioppa». E già. Non per nulla Marco Follini, senatore Pd, definisce la ricetta di Bersani come «una miscela di montismo e hollandismo».
Una carta d’intenti che sembra fatta su misura per Casini e che taglia fuori inesorabilmente Di Pietro, col quale non è in programma alcun incontro (pronta la replica del leader Idv: «Il Bersani uno e trino, quello che si dice alternativo alla destra e quello che sostiene questo governo insieme alla destra, pensi a guardarsi allo specchio, a ritrovare se stesso, che ai suoi elettori parleremo noi»), mentre non è chiaro come Vendola potrebbe sottoscrivere simili impegni (ma presto si saprà: già oggi è fissato il faccia a faccia con il leader di Sel).
Impegni che, a ben vedere, cozzano con la dichiarazione iniziale del leader democrat, il quale aprendo la conferenza stampa ha esordito dicendo che nel programma di governo del Pd «la questione economica» e quella «democratica» saranno strettamente connesse e che «contestiamo il liberismo finanziario che ci ha portato a questa crisi, denunciamo come quel liberismo abbia disarmato sovranità e democrazia dei paesi. Non c’entra il mercato - si premura di sottolineare Bersani - Qui siamo ad una sua micidiale distorsione, al dominio di soggetti incontrollati, che ha provocato la più grave crisi dal dopoguerra ad oggi». Facile l’obiezione del segretario del Prc Ferrero: «Bersani dice che vuole uscire dalla politiche liberiste. Ma perché‚ allora, Bersani ha votato l'abolizione dell'articolo 18, la manomissione delle pensioni e approvato il Fiscal Compact, sostenendo Monti che delle politiche liberiste ha fatto il centro della sua azione di governo? E’ disponibile a ripristinare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e a cancellare la Legge 30 e l'articolo 8 della finanziaria Berlusconi? Disponibile a cancellare la scandalosa riforma delle pensioni della Fornero? Disponibile a rigettare il Fiscal Compact che strozzerà l'Italia e la terrà in recessione per i prossimi vent'anni? - chiede Ferrero - Senza queste risposte le parole di Bersani sono solo chiacchiere in libertà».
Poi certo, il segretario del Pd deve concedere qualcosa anche alla sinistra dello schieramento. Perciò annuncia che il primo atto di governo sarà il riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia e che si darà «sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone riconoscimento giuridico». E non dimentica il diritto del lavoratore «ad essere rappresentato in fabbrica anche se il suo sindacato non firma il contratto». E ancora: il conflitto d’interessi, la giustizia civile e penale, il tetto agli stipendi dei manager pubblici («che fanno scandalo non solo ai poveri ma anche al ceto medio»), la patrimoniale (per «caricare su rendite e grandi patrimoni» il peso fiscale e ridurlo su lavoro e imprese). Rivendica «un’altra idea» per democrazia e modello economico e sociale; chiede riforme della democrazia e della politica «su base costituzionale»; ribadisce che solo con l’austerità non si va lontano, che in Europa serve la solidarietà e serve ridare slancio al «grande sogno degli Stati Uniti d’Europa»; che l’Italia deve poter «fare l’Italia», che trovi il suo posto nel mondo perché «il mondo vuole l’Italia». Sempre che non sia stata spazzata via dal Fiscal Compact e dallo spread dei «soggetti incontrollati».

L'avvilente dibattito sulla legge elettorale di Gianluigi Pegolo

120801leggeelettoraleNon per indulgere in pulsioni antipolitiche, né tantomeno per agitare proteste qualunquiste, ma per un principio elementare di decenza, non si può che esprimere il proprio disgusto di fronte al dibattito sulla legge elettorale in corso fra le forze dell’attuale maggioranza di governo. Il disgusto, si badi bene, non nasce dalla generica sfiducia nei confronti del sistema istituzionale e, quindi, dallo scetticismo sulle regole che presiedono alla formazione della rappresentanza. Nasce invece dallo sconcerto nel costatare la distorsione delle regole democratiche a fini di parte, l’assenza dal dibattito di qualsiasi serio ripensamento sulla crisi delle istituzioni prodottasi in questi anni, la spregiudicatezza con la quale si utilizzano argomenti contraddittori a giustificazione di scelte mutevoli.
In questa condizione il cittadino elettore, già vessato sul piano sociale – in particolare quello meno tutelato – non riesce più a capire di cosa si stia realmente discutendo, le sue opinioni sono manipolate con argomenti demagogici che vengono gettati nel dibattito, le tradizionali discriminanti politiche – per intenderci l’essere di destra o di sinistra – scemano di fronte a proposte che sono dettate, in ultima istanza, dalla pura volontà di preservazione dei ceti politici.
Per questo chi a sinistra vuole distinguersi ridando valore alle istituzioni e al loro fondamento democratico deve avere il coraggio di fare chiarezza e fornire alcuni elementi di comprensione.
Non ho qui lo spazio per analizzare la vicenda nella sua complessità – come sarebbe necessario – e mi limiterò, pertanto, ad alcuni sintetici richiami. Ogni ragionamento sulle leggi elettorali dovrebbe partire da un bilancio sull’esperienza fin qui condotta. Ora, non vi è nessuno in questo paese, né tantomeno il PdL, il Pd e l’UDC (che ne sono le forze di governo) che sostengano la validità dell’attuale legge elettorale: il vituperato “porcellum”.Gli argomenti sono noti. Trattandosi di un sistema a liste bloccate i cittadini non hanno alcuna possibilità di determinare chi sarà eletto, inoltre trattandosi di un sistema di coalizione con premio di maggioranza, alla coalizione che prevale anche di pochi voti viene attribuito un abnorme premio in seggi per garantirle la maggioranza assoluta.
A questo punto il buon senso vorrebbe che le proposte di modifica s’indirizzassero in due direzioni: restituire ai singoli cittadini il diritto di scegliere i candidati ed eliminare quell’assurdo premio di maggioranza che distorce totalmente il peso che nella società hanno le varie opzioni politiche. La soluzione più ovvia dovrebbe essere un sistema di tipo proporzionale con indicazione dei candidati, dopodiché le soluzioni tecniche possono essere diverse. Si va dal ripristino sostanziale del precedente sistema proporzionale (magari con una soglia, però assai contenuta, di sbarramento) e la reintroduzione della preferenza, a sistemi simili a quello “tedesco”, a varianti di altri sistemi sempre di tipo proporzionale. Quello cui stiamo assistendo, è invece un “tira e molla” finalizzato non a superare il “porcellum” nella direzione di un sistema più democratico, ma di soluzioni truffaldine tese esplicitamente ad avvantaggiare i partiti maggiori.
La cosa più scandalosa è la vicenda del premio di maggioranza. Dopo aver polemizzato con il premio di maggioranza attribuito alla coalizione più forte previsto nel “porcellum”, il PD sostanzialmente lo ripropone. Il PdL che, a differenza del PD, non dispone sulla carta di una coalizione vincente si attesta sul premio al partito più forte. Le giustificazioni addotte sono tanto deboli quanto strumentali. Per quale motivo vi dovrebbe essere un premio al partito maggiore? Il PdL sostiene che ciò favorirebbe la formazione di una maggioranza intorno a quel partito, ma nessuno è in grado di giustificare il motivo per il quale il partito maggiore in un sistema parlamentare dovrebbe essere favorito nella formazione di un’alleanza di governo, non garantendo peraltro l’automaticità del risultato. E, infatti, il PD polemizza con il PdL che - a suo dire - in realtà punterebbe in questo modo a impedire la formazione di una maggioranza per riproporre il governo di unità nazionale. Peccato che il PD nel difendere il premio di maggioranza di coalizione per garantire maggioranze alternative pensi a un’alleanza ibrida con l’UDC (all’insegna di una sostanziale continuità con le politiche dell’attuale governo), col ché anche l’argomento dell’omogeneità dello schieramento, e a maggior ragione la sua alternatività, viene meno.
Sulla questione della scelta dei candidati siamo di fronte ad altre mistificazioni. Tutti apparentemente (PD, PdL e UDC) erano a suo tempo per restituire all’elettore il diritto di decidere. Ora, il PdL propone che comunque un terzo dei seggi alla Camera sia scelto con liste bloccate e i restanti due terzi con il sistema della preferenza. Il PD non ci sta perché vorrebbe che i candidati venissero eletti in collegi uninominali. Il che significa che l’elettore che vuole votare per un partito ha a disposizione un solo candidato riportato sulla scheda, con buona pace del suo diritto di scegliere chi dovrà essere eletto. Anche qui gli argomenti sono largamente pretestuosi. Il Pd, in particolare, contrasta la preferenza perché la considera fonte di corruzione, dimenticandosi del voto di scambio che si realizza puntualmente in molte realtà nei collegi uninominali. In realtà, il PD sostiene il meccanismo dei collegi uninominali per la semplice ragione che, data la sua maggiora forza nelle candidature locali, è favorito da questo sistema, che essendo inoltre iper-maggioritario gli può consentire grandi vantaggi in termini di seggi.
Non sappiamo se alla fine troveranno un accordo, ma non è impossibile che ciò accada. E non solo per le pressioni di Napolitano, o per le critiche ormai generali sul modello elettorale vigente, ma anche per una ragione fondamentale e cioè che il PdL non può permettersi di andare a votare con l’attuale sistema elettorale (che lo penalizzerebbe) e quindi a una qualche mediazione è comunque interessato a giungere. Vi sarà uno scambio del premio di maggioranza al partito che ha ottenuto più voti (al posto del premio di coalizione) con i collegi uninominali (al posto delle preferenze)? Potrebbe succedere, anche se è difficile fare previsioni. Quello che è certo è che un’ispirazione accomuna i soggetti politici principali ed è quella di ricostruire un sistema politico incardinato su alcuni (pochi) partiti maggiori, divisi fra loro da deboli discriminanti politiche e anzi in sostanziale continuità con le politiche fin qui condivise con il governo Monti. Se si dovesse usare una metafora desunta dal pensiero economico, quello che sembra profilarsi è il passaggio dal “duopolio” illusorio e fallimentare della seconda repubblica, all’”oligopolio” della terza, massacrando definitivamente la “libera concorrenza”. Perché questa è l’unica vera certezza. I partiti minori fuori dal coro devono essere liquidati (si veda l’accordo dei partiti di governo su un’alta soglia di sbarramento), oppure posti nella condizione di non nuocere (attraverso premi di maggioranza costruiti ad arte).
Tutto ciò cosa ha a che fare con la democrazia? Nulla. Ne è l’esatto opposto perché punta a restringere, anziché ad ampliare la partecipazione e perché promuove l’omologazione politica, anziché favorire un’ampia e salutare dialettica. Si tratta di un gioco assai rischioso perché collocandosi in una fase di crisi sociale così acuta e creando – per via istituzionale - le condizioni per una duratura egemonia liberista dalle nefaste conseguenze sociali, crea anche le condizioni per una rottura ancora più radicale fra cittadini, istituzioni e governo del paese. Uno scenario che alimenta naturalmente l’antipolitica, a meno che la sfida per una svolta non sia raccolta da uno schieramento autenticamente democratico, di sinistra e antiliberista.

“vorrei vivere in un mondo in cui buongiorno significhi realmente buongiorno”



L'incontro tenutosi stamattina tra Bersani e Vendola ha partorito un'intesa tra i due sulle future alleanze: Ok all'alleanza con l'Udc e chiusura a Di Pietro. "L'Idv non sta mostrando interesse" per la costruzione di un'alleanza di centrosinistra, ha dichiarato il leader di Sel al termine dell'incontro. "Il propagandismo esasperato di Di Pietro lo sta portando alla deriva" ha continuato.
E chi si aspettava un 'no' o un 'forse' all'allargamento dell'alleanza con l'Udc resta deluso perché Vendola non pone nessun veto a Pierferdinando Casini. "Il centrosinistra - ha spiegato Vendola - è il soggetto fondante dell'alternativa e non deve aver paura di portare con sè chi intende arricchire il suo orizzonte se l'agenda ha al centro i diritti sociali e civili. Io non pongo veti a nessuno".
Allargamento che potrebbe coinvolgere anche Futuro e libertà di Fini. Possibilità che non è giudicata impossibile dal leader di Sel, ma solo difficile. "Fini vuole ricostruire il centrodestra, il mio progetto è il centrosinistra. E' difficile che le strade possano coincidere".
L'obiettivo per Vendola è quello di costruire un "polo della speranza" che costituisca "il punto di svolta per l'Italia vampirizzata da Berlusconi". Vendola ha infine annunciato che nel pomeriggio lancerà un proprio documento che possa "interloquire" con la carta d'intenti del Pd, presentata ieri da Bersani, in cui si ribadiva lealtà a Monti. Non si capisce come si possa "interloquire" o addirittura stringere alleanze di governo con chi finora ha sostenuto, e continua a farlo, le politiche di austerità e le riforme, come quella delle pensioni e del mercato del lavoro, del governo Monti. Un mistero che il caro Nichi riuscirà a svelare con il suo sogno sognato? 
 
Come allontanare le persone dalla politica.
di Stefano Galieni

Mentre lo spread va su e giù come le montagne russe, mentre salgono disoccupazione e tagli ai servizi sociali essenziali, mentre interi pezzi del territorio del Paese si trovano ad affrontare concretamente una delle più orrende crisi non solo economiche mai realizzatesi nel pianeta, nel mondo della politica predomina quella che a Napoli si chiama con raffinatezza a’mmuina. Insomma Bersani incontra Vendola e dall’incontro trapela l’ostilità del leader di Sel al populismo dipietrista e la disponibilità ad accordi centristi anche con esponenti apparentati con la famiglia Caltagirone. Casini nei casini insomma. 
Il grande narratore  ovviamente smentisce se stesso riaffermando di far parte della congrega dei “Fra – intesi”, organizza una conferenza stampa in quattro e quattr’otto enunciando elementi di contenuto (no alla guerra e lotta alla precarietà ad esempio) che stanno all’Udc come il diavolo all’acqua santa e poi, con abile salto mortale degno delle olimpiadi in corso riesuma la logica del non porre veti a nessuno. 
Eh no caro narratore, stavolta si sono incazzati giustamente anche molti degli affabulati da te. Un po’ di chiarezza non guasterebbe dopo le batoste di Napoli  e Palermo, (elettorali intendiamo), un po’ di chiarezza con quello che sta accadendo nella bella Taranto come alla mitica Regione Lombardia, un po’ di chiarezza per chi si è francamente stufato di politicismo di basso livello di cui è protagonista quasi tutta la classe politica italiana. 
Stavolta i trucchi rischiano di sciogliersi al sole ( e con questo caldo…) il re è nudo e nella sua nudità o si rimette in campo per costruire alternativa o ripete formule fallimentari e a cui non crede ormai più nessuno. La politica, e questo vale per tanti “Nichi” sparsi per il Paese, per riacquistare un minimo di credibilità ha bisogno di dare risposte nette e definitive alla crisi, di schierarsi radicalmente per il superamento del sistema neoliberista, di riprendere in mano battaglie quotidiane per il lavoro, l’ambiente, i diritti, l’eguaglianza. Risposte che si traducono anche in dei fragorosi NO, non solo all’Udc ma all’idea che il mondo vada privatizzato, tutto, tranne le anime e i corpi di cui può disporre unicamente il Vaticano. Per questo le capriole vendoliane lasciano interdetti e non convincono, per questo c’è solo da sperare che nel suo partito nasca e cresca ancora di più una sacrosanta ribellione di coscienze sanamente di sinistra e di alternativa che diranno No ai patti scellerati.
 

"Caro Nichi, con Casini non ci andiamo"
In rete scatta la reazione dei militanti di Sel

La possibile apertura all'Udc gela i sostenitori di Sinistra Ecologia e Libertà. E nonostante le precisazioni e le smentite del governatore della Puglia, le polemiche non si fermano: "Evidentemente essere di sinistra in questo Paese è sempre una sofferenza"  

di CARMINE SAVIANO, La Repubblica

ROMA - Non basta la marcia indietro. Non servono le precisazioni, anche se istantanee. I militanti di Sinistra Ecologia e Libertà chiedono chiarezza. Al di là dei veti, al di là degli ultimatum. Il caso Vendola 1 arriva sul web. Alimentato dallo scoramento di chi non condivide le parole del governatore della Puglia. La possibilità di costruire un'alleanza, sia essa programmatica o di legislatura con l'Udc di Pierferdinando Casini trova porte sbarrate, accuse di scarsa lungimiranza e assenza di prospettiva politica. E in tanti criticano la chiusura all'Idv di Antonio Di Pietro. "Siamo alle solite", "Servono parole più chiare", "Nichi da te non me lo aspettavo". I commenti sulle pagine di Vendola sono centinaia.

La versione di Nichi arriva subito, lapidaria: "Nessuna apertura all'Udc". Poi: "Non vogliamo subire veti, non poniamo veti nè ultimatum a nessuno. Ma occorre essere chiari: se si è d'accordo nel superare le politiche liberiste delle destre, se si vogliono difendere i diritti sociali e l'equità sociale a partire dall'art.18, se si vogliono difendere i diritti civili a partire dai diritti delle coppie di fatto e gay, tutti sono benevenuti". Ma le domande si diffondono, la preoccupazione è tanta: "Vendola, ma lei vuole superare il liberismo e difendere i diritti civili con Casini?". E la polemica continua, coinvolge identità politiche e aspirazioni civili. C'è chi scrive: "Evidentemente ad essere di sinistra in questo Paese, si è condannati alla sofferenza in eterno". Ancora: "Non è possibile che anche in un momento tendenzialmente favorevole si facciano questi errori". Poi i suggerimenti: "Vogliamo gente che abbia idee e faccia cose di sinistra. Ma come può passare anche solo per la testa di un'alleanza tra Vendola e l'unione dei condannati, conservatori e democristiani della peggior specie?". 

E c'è chi arriva a criticare il tono stesso del linguaggio vendoliano. "Nichi, ti nascondi, usando paroloni e sproloqui inutili, esagerati e spesso incomprensibili". Le accuse sono dure: "C'è un'incapacità di formulare proposte concrete portate avanti da una solida coalizione che possa essere coerente e unita". In tanti chiedono al leader di Sel di affermare con chiarezza che "non andremo mai con Casini, che non stringeremo accordi con l'Udc". E, soprattutto, di non fare il gioco di Bersani. "Nichi, la nostra strada è a sinistra. Se il Pd vuole bene, altrimenti andiamo da soli". C'è chi annuncia "nemesi elettorali": "Concordo con le critiche. Con il Pd e l'Udc non si va da nessuna parte. A questo punto non mi rimangono che due opzioni di voto: Grillo o Di Pietro". Ancora: "Stai realizzando il sogno del Pd: l'ammucchiata con Casini".

Al centro del dibattito anche l'art. 18 e i temi del lavoro: "Nichi attenzione. Il Pd e l'Udc fanno parte della maggioranza parlamentare che ha smantellato i diritti dei lavoratori. Non scherziamo, dobbiamo stare attenti". Ancora: "Se Vendola apre all'Udc io chiudo a Vendola. Ho 55 anni e non voglio morire democristiano". Ancora: "Con il passo di oggi hai fatto l'ennesimo errore, ed io che pensavo che tu avessi la percezione dei reali bisogni dei cittadini". Non manca chi chiede calma. "Nichi parlerà nel pomeriggio. Aspettiamo. E speriamo dica parole chiare e definitive".
 
ALCUNI COMMENTI DELLA BASE DI SEL 
 
Alfonso Gianni 31 luglio 2012 – 23:26
Vorrei una sinistra. Lo ripeto dalla conferenza d’organizzazione del Prc di Carrara. Venni accusato di volere sciogliere il partito! Una sinistra senza aggettivi. Che sia grande o (grandissima, perche’ no, già’ che ci siamo…) o meno grande dipende da quello che sapremo fare. Il problema e’ che se si accetta il decalogo del Pd non si fa nessuna sinistra. Un documento modesto e generico. Anche le parti migliori (lavoro) tacciono sui disastri compiuti sull, art. 18 e con l’art.8. Ma soprattutto c’e un punto inaccettabile, visto il documento che abbiamo votato nell’ultima assemblea nazionale: quello che chiede il rispetto dei patti internazionali, ovvero il fiscal compact, fino a eventuale rinegoziazione(che pero’ non viene richiesta). Il che vuole dire lavorare da subito per tagli di 45/ 50 miliardi all’anno. L’esatto contrario della piu’ timida politica keynesiana

Luca1 agosto 2012 - 13:14
Sono letteralmente indignato dall’apertura all’UDC da parte di Vendola. Se la politica che vuole proporre il vostro leader ,se il “racconto” è quello di allargare “l’agenda” a chi fino ad un mese fa si è alleato con futuro è libertà e che vede le unioni civili come un’anatema, se tutto questo è Sinistra allora sono fiero di non aver mai aderito a SEL.
Mi sembra di scorgere la vecchia “prima repubblica” che tuttavia aveva in se più coerenza…
Ma vi state rendendo conto di cosa sta facendo Vendola??? Aprite gli occhi prima che sia troppo tardi. Come si può essere all’opposizione di questo governo e fare alleanze con chi fa parte integrante di questa maggioranza?

Sabina1 agosto 2012 - 13:09
Si certo “una grande sinistra” e per fare questo ci alleiamo con l’UDC. Ma chi le pensa queste cose? Comunque , per quanto mi riguarda: Ciao ciao Sel
 
Militante1 agosto 2012 - 12:58
Mirko, in un partito del leader decide il leader non il congresso.
Ed il leader te lo fa sapere tramite intervista non tramite un documento ufficiale del partito.
E’ il bello (o il brutto, fai tu) di essere un partito (o un non partito) costruito intorno al leader….
Non ti illudere che ci sarà un congresso. Ci saranno alcuni pezzi di gruppo dirigente che si accoderanno diligenti (ed interessati) ed alcuni altri che si staccheranno schifati.
La base farà più o meno la stessa cosa. Idem per gli elettori…

Marco Barbieri1 agosto 2012 - 14:09
al netto delle strumentalizzazioni Pd-mediatiche, a giudicare dalla reazioni di compagne e compagni, le parole dette non sono affatto chiare, purtroppo. e si che basterebbe poco: dire per esempio che il primo punto di una coalizione che ci veda partecipi sarà l’abrogazione per decreto legge dello stravolgimento Fornero dell’art. 18: ma questo aprirebbe immediatamente un problema con il Pd, e allora non lo si fa. Così si sta logorando gravemente la credibilità di Sel. Mi sembrava qualcuno se ne fosse accorto, ma evidentemente sbagliavo

Marco Vitali1 agosto 2012 - 14:00
Non mi pare che l’incontro con Bersani possa definirsi un passo avanti! E l’apertura all’UDC mi pare proprio una stupidata! Sia chiaro che il sottoscritto, se ci sarà un’alleanza con l’Udc, non solo non la voterà ma la mia tessera a Sel verrà restituita immediatamente!
Io pensavo che Sel fosse nata per cambiare questo Paese, ma con il Pd e l’Udc cosa ci aspettiamo che cambi? Sull’art.18, sul mercato del lavoro, sui beni pubblici, sulla parità di bilancio in Costituzione,cose per altro votate sia da Bersani che da Casini, cosa faremo?
Mi pare che questa cosa che stà nascendo, non sia altro che l’ennesimo ammasso di partiti che serve solo ad avere poltrone sicure in Parlamento e non a cambiare questo schifo di società arrogante e liberista!

Sabina1 agosto 2012 - 14:00
se sel avesse un po’ di coraggio spariglierebbe i giochi chiudendo al PD e aprendo a FdS e all’IDV
ora e subito. Pensate alla faccia di Bersani e C. !
Una bella proposta limpida e chiara che non richiami a “narrazioni” e tatticismi esasperanti
che poi è inutile fare i poeti se poi la sostanza è la proposta di morir democristiani già con il PD , detto proprio terra-terra eh?
Certo non sarebbe facile questa alleanza a sinistra viste le oggettive differenze di vedute che pero’ per quanto distanti
non saranno mai poste alle distanzi siderali di PD e UDC in materia economica, sociale ecc..ecc…
Coraggio compagni, coraggio e chiarezza su programmi e alleanze: ora e subito.
Alle 15 nessuna conferenza fumosa e vaga ma poche parole chiare , roba che possano capire tutte e tutti.