martedì 2 aprile 2013

Profumo di "modernità" di Vito Melloni, Liberazione.it




La beffa (e il danno) del ministro che vuole imporre libri di testo in formato digitale.
Nelle ultime settimane, ancor prima che si affacciasse l'ipotesi di prorogatio di Monti, il Ministro Profumo sta producendo una tale raffica di provvedimenti da far dubitare che il governo, e con esso il suo ineffabile ministro dell'istruzione, sia effettivamente giunto al capolinea. Ultimo, in ordine di tempo, il decreto che impone, sia pure con una applicazione graduale, che dall'anno scolastico 2014/2015 i Collegi dei Docenti siano obbligati ad adottare i libri di testo esclusivamente in formato digitale o misto. Si tratta dell'applicazione di una norma risalente alla Gelmini ma sulla quale Profumo ci ha messo di suo l'incrollabile fede nelle virtù taumaturgiche delle nuove tecnologie. Basta leggere, per convincersene, il comunicato stampa del Ministero, ripreso acriticamente quando non con entusiastica condivisione, dai principali mezzi d'informazione. Del resto, il buon Profumo ci ha abituati ad esternazioni di questo tipo. Ricordate quando, appena insediato, di fronte alle proteste di insegnanti, studenti e genitori per le classi sovraffollate, ebbe a dire, con incredibile impudenza, che 36 alunni in una classe sono anche pochi se si fa ricorso alle moderne tecnologie? O anche quando prometteva allegramente un tablet per ogni studente? Nel frattempo trovava anche il modo di smentire se stesso tagliando, per mancanza di fondi, la connessione internet a 1.300 istituti...
In questo caso, però, non siamo di fronte ad una delle tante bubbole buttate lì per rimediare qualche titolo di giornale ma ad un atto concreto che inciderà, e non poco, sull'organizzazione didattica delle scuole e sulla condizione dei suoi studenti. E le contraddizioni, per non dire peggio, non mancano. La più evidente riguarda la possibilità concreta per milioni di studenti di accedere ai nuovi formati digitali dei libri. Secondo l'ultimo rapporto Censis, l'Italia soffre ancora di un divario digitale che la colloca agli ultimi posti nelle classifiche europee, seguita solo da Bulgaria, Romania, Grecia e Portogallo. Il 44,5% dei cittadini, in pratica uno su due, è “estraneo all'uso del computer e di internet”. Quasi la stessa percentuale (40%) non dispone di una connessione internet e la stessa diffusione della banda larga, indispensabile per operazioni come quelle prefigurate dal decreto, presenta forti squilibri territoriali, con carenze concentrate nelle regioni del Sud ma diffuse praticamente su tutto il Paese.
C'è da essere sicuri, dunque, che per moltissimi studenti, specie se provenienti dalle fasce sociali più disagiate, le difficoltà rischiano di essere insormontabili. Sostiene Profumo che in questo modo, grazie alla riduzione del prezzi di copertina, le famiglie (mai nessuno che parli di genitori!) risparmierebbero un centinaio di euro l'anno. Aggiungendo, udite udite, che "I risparmi ottenuti potranno essere utilizzati dalle scuole per dotare gli studenti dei supporti tecnologici necessari (tablet, pc/portatili) ad utilizzare al meglio i contenuti digitali per la didattica e l'apprendimento". Come possano le scuole utilizzare i risparmi dei privati cittadini resta un mistero.
A meno che non pensi che possano andare a rimpolpare i cosiddetti contributi volontari con i quali già i genitori finanziano le scuole in misura superiore a quanto versato dal ministero, spingendo così il sistema scolastico verso un servizio a domanda individuale, di fatto una vera e propria privatizzazione.
Quello che Profumo non dice, inoltre, è che sono in tanti, e sempre più numerosi, a non potersi permettere l'acquisto di questi apparati e, in ogni caso, i costi sono tali da superare abbondantemente i presunti risparmi.
Ma c'è un altro aspetto sul quale Profumo dimostra tutta la sua superficialità. Personalmente resto affezionato all'idea che un libro non sia un contenitore di parole scritte da consumare, ma un oggetto da amare, curare, conservare, riprendere in mano anche a distanza di anni e anche solo per sfogliarlo. Dubito che la riproduzione su uno schermo possa dare le stesse sensazioni e indurre nella stessa misura la passione per la lettura. Ma fin qui siamo nell'ambito delle preferenze, tutte legittime, che ciascuno di noi può avere.
Il fatto è che il testo scolastico non è come qualunque altro libro, non basta leggerlo, è uno strumento per mezzo del quale e sul quale studiare. Lo studio, ad esempio, non è necessariamente – anzi, quasi mai - una lettura sequenziale, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo. Impossessarsi degli argomenti richiede un costante lavoro di feed back, fatto di sottolineature, note a margine, rilettura contestuale di parti già lette. Tutte cose che con i testi digitali, forniti in formato non editabile e con licenze d'uso restrittive, non sarà possibile fare. L'unico modo per aggirare l'ostacolo è stampare le pagine. In pratica, toccherà tornare alla carta, con gli inevitabili costi aggiuntivi, ma in forma più povera ed effimera.
Da tempo tra gli intellettuali e tra gli insegnanti più attenti si è aperta una riflessione sull'impatto delle nuove tecnologie sulla capacità di concentrazione degli studenti e sulla possibilità che esse siano un aiuto o un ostacolo nell'acquisizione di un metodo di studio. La risposta dipenderà da una costante osservazione dei fenomeni sul campo, dalla verifica degli esiti di processi analoghi già vissuti nel recente passato, dal rigore scientifico dell'analisi, al riparo dall'influenza delle lobbies, siano esse quelle dei colossi dell'informatica o quella degli editori.
E le soluzioni dovranno essere calibrate avendo in mente le opportunità di crescita degli studenti.
Sono sicuro che Profumo, prima di firmare il decreto, questi problemi non se li sia neanche posti, l'importante era dimostrare di essere “moderni”. Vito Meloni Liberazione 28 marzo 2013

NOI E LUI (Beppe Grillo, che fare?) di Paolo Coceancig, http://www.globalproject.info

Noi lavoratori del sociale intendo. Ho cercato di capire in tutti i modi quale fosse il progetto di welfare che il M5S ha in mente per il futuro del paese, ma non sono riuscito a trovare nulla che andasse un po’ più in là di alcune generiche e ovviamente condivisibili affermazioni di principio.

Dunque, Grillo e il grillismo. Bisognerà pur che ci si faccia i conti, tutti, anche noi lavoratori del sociale. Non c’è dubbio che antropologicamente il fenomeno sia in perfetta continuità con l’involuzione del sistema politico cui il berlusconismo (che nasce ben prima del Berlusconi governante) negli anni ottanta  diede un’accelerazione spaventosa. Da un punto di vista dell’organizzazione politico-istituzionale siamo ancora dalle parti dell’ultraevoluzionista Herbert Spencer: in sostanza un gruppo sopravvive solamente grazie all’idea della minaccia esterna costante (per Berlusconi i magistrati e i comunisti, per Grillo il resto del mondo). E’ questo l’assioma che spinge il M5S, a maggior ragione in quanto strutturato solamente nello spazio virtuale e parziale di un blog, a dotarsi di una guida autoritaria e decisamente centralizzata.  La conseguenza è il rifiuto a priori di ogni confronto, non solo con gli organismi politico-sociali tradizionali (partiti e sindacati), ma anche con qualsiasi altra realtà culturale e di lotta con cui, a partire dai contenuti, potrebbe trovare tranquillamente delle convergenze. Ma, tralasciando il fatto che contrapporre una società civile onesta pulita a una classe politica corrotta e priva di valori (che in realtà altro non è che la sua perfetta rappresentazione) prima ancora che superficiale, è semplicemente ridicolo, da dove arriva tutta questa idiosincrasia per tutto ciò che si muove (si muove) al di fuori del verbo grillino? Questa chiusura totale per ogni ipotesi di contaminazione, questa ininterrotta esibizione di manicheismo? Mi verrebbe da pensare, estremizzando la riflessione manifestata dai Wu Ming in alcune recenti e condivisibili incursioni sui media nazionali e internazionali, che il Grillo politico sia nato a Genova in quel maledetto Luglio del 2001, negli stessi giorni in cui moriva il Movimento dei movimenti. Attenzione, moriva lasciando in vita tutte, ma proprio tutte, le ragioni per cui era sbocciato. E Grillo, anticipando tutti i tentativi di riorganizzazione dall’interno di quelle esperienze, con abilità le ha fatte sue raccogliendole ad una ad una, attraversando con le sue urla e i suoi vaffa il primo decennio del nuovo millennio. I Wu Ming vanno oltre, sostenendo che il grillismo, dopo essere nato sulla scia della fine di quei movimenti, oggi ne sia esso stesso concausaper via della sistematica “cattura” delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più “fotogeniche”. Difficile non essere d’accordo. Soprattutto di fronte ad un movimento che alla prova del successo (lo sfondamento elettorale) e dunque del passaggio dalla protesta alla proposta, comincia a denunciare tutti i suoi limiti in termini di incisività sociale.  Anche a Parma pare che non se la passino benissimo. Ora, mettiamo pure da parte la biografia ultraliberista del santone Casaleggio, la provocazione qualunquista di chi è pronto ad accettare membri di Casa Pound all’interno del movimento, l’imbarazzante e soporifero dilettantismo dei due portavoce parlamentari e alcuni insulsi richiami sul web stile Aldo Forbice (quello che proponeva nel suo programma radio appelli del tipo “siete contro la violenza sui bambini?”, firmerebbero senza alcuna difficoltà  anche Storace e Jack lo squartatore), ma qui si avverte pochezza di idee o peggio, superficialità d’approccio. Tante invocazioni estemporanee e poca progettualità.
I contenuti però ci sarebbero, eccome. Con onestà intellettuale dobbiamo riconoscere che è stato il loro successo elettorale a riportare certi temi a noi così cari (fine delle grandi opere inutili, abbattimento delle spese militari, sussidio di disoccupazione, scuola e sanità pubbliche) al centro del dibattito politico. In un certo senso Grillo ce li ha scippati e noi, per rispondere alla solita, cara, antica domanda, che fare?, dobbiamo ora sudare le proverbiali sette camicie per riprenderceli, ma non abbiamo scelta: per evitare pericolose derive autoritarie del popolo dei mouse, dobbiamo farlo.Dobbiamo riportarli a casa quei contenuti, dentro i loro spazi naturali, che sono quelli della sinistra tout court, senza se e senza ma. Anche Nichi Vendola, che pure l’occasione di porsi alla guida di tutta l’opposizione sociale che è esplosa nel paese ai tempi dell’insediamento del governo Monti l’aveva avuta e la cosa avrebbe probabilmente arginato non di poco il dilagare del M5S, perso quel treno oggi si trova in una terra di mezzo nella quale gli riesce difficile un agire politico libero da condizionamenti istituzionali. Consola il fatto che non dovrebbe essere impossibile aprire delle crepe dentro l’apparente monolitismo del M5S quando si arriverà al dunque, alle decisioni da prendere, alle scelte irreversibili di campo.  Grillo sa bene  che affrontare alcuni temi sensibili per la base eterogenea del suo movimento (l’impressione è che in quel calderone ci sia un po’di tutto: dalla rustica e volgare grossolanità dei leghisti della prima ora a certo antagonismo movimentista dell’ultimo decennio)  potrebbe essere fatale. Non vorrei peccare in eccesso di ottimismo, ma ho la convinzione che alla fine i tanti amici e compagni che hanno scelto di militare nel M5S con l’intento nobile di “far saltare il vecchio sistema”, si stancheranno di accontentarsi della ripetuta messa in scena in diretta streaming della caricatura della democrazia diffusa, di rimanere ostaggi dell’assemblearismo persistente di facciata. Noi intanto dobbiamo rimanere dentro ogni spazio, e se ne stanno aprendo parecchi, di conflitto e di proposta agita sul territorio. E’ lì che troveremo i nostri nuovi compagni di strada, è lì che ritroveremo chi al momento ha scelto (legittimamente, s’intende) la scorciatoia della lagnanza scombinata del provetto guastatore da superblog.
E infine, veniamo a noi. Noi lavoratori del sociale intendo. Ho cercato di capire in tutti i modi quale fosse il progetto di welfare che il M5S ha in mente per il futuro del paese, ma non sono riuscito a trovare nulla che andasse un po’ più in là di alcune generiche e ovviamente condivisibili affermazioni di principio. Il collega padovano Giovanni Endrizzi, neosenatore (a proposito, salutiamo con favore un educatore professionale a Palazzo Madama), fa sapere che il programma per il welfare, come per tutto il resto, nascerà dal confronto con i cittadini tramite il web come fatto finora. Non mi basta, non ci basta. Sinceramente ci stanno un po’ annoiando le rivoluzioni fatte con il mouse.

*degli “Educatori contri i Tagli”.

Le lontane radici della disuguaglianza italiana di Pier Giorgio Ardeni, da Sbilanciamoci.inf


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Il viaggio nelle idee sbagliate che infestano l’economia – quelle che Paul Krugman chiama “idee scarafaggio” – ci porta alla disuguaglianza. Un fenomeno che dura da vent’anni.
 
Molti commentatori sostengono che la diseguaglianza è un effetto della crisi: in realtà la diseguaglianza in Italia viene da lontano. Guardiamo l’andamento dell’indice di Gini – che misura la disuguaglianza complessiva tra i redditi delle persone – tra il 1977 e il 2010, ripreso da Inequality Watch (con dati Istat):

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Se dopo la crisi degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80 (quelli della spesa pubblica generosa, si dice) ci furono disparità ridotte, dal 1991 in avanti l’aumento della diseguaglianza è stato costante. Vero che dal 2004 la tendenza si era invertita, ma con la crisi il peggioramento è ricominciato. Pochi giorni fa la stessa Banca d’Italia denunciava che nel 2011 la diseguaglianza è ulteriormente aumentata, in un processo di deterioramento cominciato nel 1992. La diseguaglianza crescente non è, quindi, un effetto della crisi odierna ma viene da lontano.
Secondo quanto riferisce l’Ocse nel suo ultimo rapporto sulla distribuzione del reddito percepito, l’indice di Gini per l’Italia nel 2010, pari a 0.46, era secondo solo a quello degli Stati Uniti (vicino allo 0.53) e simile a quello del Portogallo. Questi sono numeri da Paesi in via di sviluppo. Il reddito disponibile (cioè al netto di tasse e sussidi) presenta un quadro migliore, con un indice attorno a 0.33 e l’Italia dietro a Cile, Israele, Stati Uniti, Portogallo e Gran Bretagna, tra i Paesi Ocse. In ogni caso, però, la disuguaglianza dei redditi in Italia è notevolmente superiore alla media dei Paesi Ocse.[1] Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49,300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4,877 euro) con un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni ’80. Non solo, ma in Italia esiste una notevole disparità tra Nord e Sud in termini di reddito e la diseguaglianza nella sua distribuzione è più pronunciata al sud, il che significa che chi ha un reddito basso e vive al sud ce l’ha molto più basso di chi è ricco ma anche di chi ha un reddito basso al nord. Le cose non cambiano se consideriamo la ricchezza. “Il reddito non basta per due famiglie su tre”, La Repubblica titolava qualche giorno fa, “Bankitalia: in vent’anni povertà triplicata tra i giovani e raddoppiata tra gli affittuari”. Non è dunque solo la “crisi” che ha portato a questo, ma il risultato di un processo cominciato già da tempo e che è venuto consolidandosi nel corso dell’ultimo ventennio. Mario Pianta ha descritto efficacemente questa situazione nel suo recente Nove su dieci (Laterza, 2012) e ne ha anche parlato nel suo ultimo contributo del 19 marzo 2013 su Sbilanciamoci. Maurizio Franzini, in un libro del 2010, ha parlato invece di diseguaglianze inaccettabili: “il coefficiente di Gini era al 29 per cento nel 1991 ed è saltato al 34 per cento nel 1993. Successivamente, si sono avute limitate oscillazioni e una situazione di stazionarietà della disuguaglianza che si è protratta per circa un quindicennio, fino alla crisi del 2008″. Dopo di che, la situazione ha ricominciato a peggiorare. Non un fatto episodico, dunque. Abbiamo visto con le ultime elezioni a quali risultati questo malessere può portare: il paese sopravvive dentro al tunnel dove l’unica luce che vede in fondo è quella delle Cinque Stelle. Sono anni che chi guarda al mondo sa che questa è una tendenza, che l’Italia non è un caso a sé: ma non era forse “we are the 99%” lo slogan di Occupy Wall Street? Ora anche Stiglitz parla de “l’1% che detta legge”, e meno male: il problema è che la malattia ha radici lontane.
Alla diseguaglianza si aggiungono povertà, indigenza, esclusione sociale. Stiamo parlando di Europa, non di Africa. Secondo gli ultimi dati disponibili del nostro Istituto di Statistica, “più di una famiglia su dieci vive in condizioni di povertà relativa e una su venti in condizioni di povertà assoluta”: si tratta di 8.2 milioni di individui, che vivono in maggioranza al sud e nelle isole. I dati sulla povertà calcolati sulla spesa per consumi sono confermati da quelli sul reddito: secondo l’Istat, nel 2010, la metà delle famiglie italiane ha un reddito inferiore a 24.444 euro (2.037 euro mensili lordi). Ma, dice il trito adagio, la povertà diminuirà grazie alla crescita (parola ormai quasi magica): fateci lavorare, dateci credito, gridano le grandi e piccole imprese, e ricominceremo ad assumere. Eppure, la delocalizzazione non solo è una “moda” ma una necessità, la de-industrializzazione una realtà ormai consolidata e si continua ostinatamente ad affermare che il problema in Italia è il costo del lavoro. L’inutile querelle sull’articolo 18 e la “riforma” Fornero non hanno spostato di un millimetro la questione, sul campo. Come diceva una battuta che ha circolato per qualche tempo, “con la riforma Fornero diventerà così facile licenziare lavoratori che li assumeranno per questo”.
Il fatto è che dopo anni di jobless growth è cominciata la fase della jobless stagnation. L’offerta di lavoro ha continuato a crescere senza incontrare la sua domanda, generando così disoccupazione crescente, mai così alta in Italia e in Europa come negli ultimi tempi. A gennaio 2013, secondo i dati Istat, la percentuale dei “senza lavoro” è salita all’11,7%. Un anno fa, il tasso di disoccupazione era al 9,6%. Anche questo è un trend che viene da lontano. Una disoccupazione che era scesa attorno al 4% nei primi anni ’60 e che era salita fino a più del 15% dopo il ’95, si era lentamente abbassata fino all’8% nei primi anni del nuovo secolo: oggi coinvolge 3 milioni di persone, con un tasso del 38.7% tra i giovani (15-24 anni). Il reddito nazionale ha smesso di aumentare, l’occupazione cala, la disoccupazione aumenta, e “i ricchi sono sempre più ricchi”.
Sul versante dell’istruzione le cose non sono meno allarmanti. L’Istat ci dice che: “In Italia l’incidenza della spesa in istruzione e formazione sul PIL nel 2010 è pari al 4,5%, valore inferiore a quello della media UE a 27 (5,5%). Nel 2011 il 44% circa della popolazione in età compresa tra i 25 e i 64 anni ha come più elevato “titolo di studio conseguito” la licenza di scuola media inferiore come titolo di studio più; tale valore risulta molto maggiore della media UE a 27, pari al 26,6%. La quota dei più giovani (18-24 anni) che ha abbandonato gli studi prima di conseguire il titolo di scuola media superiore è pari al 18,2% contro il 13,5% dei Paesi UE. Infine, “il 20,3% dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio universitario (o equivalente). Nonostante l’incremento che si osserva nel periodo 2004-2011 (+4,7 punti percentuali), la quota è ancora molto contenuta rispetto all’obiettivo del 40,0 per cento fissato da “Europa 2020”.”
La crisi dunque ha colpito le classi popolari e subalterne, la parte bassa della distribuzione, non quella alta che, anzi, in fondo non sta poi così male. Studi mostrano che il reddito dell’1% più ricco della popolazione è aumentato un po’ ovunque in questi anni. Il mercato dei beni di lusso non conosce crisi e se c’è un settore che in questi ultimi tempi non ha sofferto troppo in Italia è quello dell’alta moda, delle auto sportive e del design di lusso. Insomma, siamo un Paese che arranca, che non investe nell’istruire i suoi giovani, che sono disoccupati e sempre più poveri. Certo non siamo soli, non siamo gli unici, i paesi del sud Europa non se la passano bene, lo sappiamo, perché pagano anni di generosa spesa pubblica. Anche questa storia, è poi vera? Oppure è un’altra “idea-scarafaggio” da cui liberarsi? E’ proprio vero che abbiamo avuto anni di spesa pubblica alta e generosa? Ed è proprio vero che sia questa all’origine del nostro debito?

Spesa pubblica e spesa sociale

La spesa pubblica italiana non è particolarmente più alta che negli altri paesi europei (si veda il grafico di fonte Eurostat): in percentuale sul Pil (dati 2010), era in linea con la media ed era più bassa che in molti altri paesi, inclusa la Francia, il Belgio e i rigorosi paesi nordici (Danimarca, Finlandia e Svezia).

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Mediamente, in Europa (Ue a 27), più di metà di quella spesa (54.7%) è “sociale” – comunemente chiamata welfare –, ovvero copre spese per la protezione sociale e la sanità. L’Italia, nel contesto europeo non fa “peggio” degli altri e non è nemmeno particolarmente generosa. La tabella qui sotto, dalla stessa fonte Eurostat, è illustrativa. Tra il 2002 e il 2010, la spesa per protezione sociale in Italia è passata dal 17.6 al 20.4 per cento, in linea con la media dell’Eurozona e inferiore a Danimarca, Francia, Finlandia, Svezia, Austria e persino Germania. Questa voce include sussidi alla disoccupazione e alla famiglia, sussidi di povertà ed altri benefici, oltre alla spesa per pensioni. La spesa sanitaria, nello stesso periodo, è cresciuta di poco più di un punto percentuale, passando dal 6.3 al 7.6 per cento del PIL, in linea con la media e inferiore a quella di molti Paesi.
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La spesa per sussidi alle imprese, infrastrutture e altre voci economiche tra il 2002 e il 2010 è invece scesa, in Italia, dal 4.1 al 3.8 per cento del Pil, mentre la media Ue è aumentata dal 4.2 al 4.9. Lo stesso dicasi per la spesa per istruzione e cultura, che nello stesso periodo è passata dal 5.6 al 5.3 per cento del Pil, contro una media europea in aumento dal 6.3 al 6.8 per cento del Pil.

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Per contro, la spesa italiana in altre voci (servizi generali, difesa, etc.), pari all’11.6 per cento del Pil nel 2010, è più alta della media europea (attorno al 10 per cento). La spesa pensionistica, nel Paese che ha la popolazione più longeva di tutta la Ue, è certo alta (è pari al 60 per cento della spesa sociale totale, come la Polonia), più alta della media europea (45 per cento), ma è passata solo dal 14.5 al 16.0 per cento del Pil tra il 2002 e il 2012.[2] La Germania, ad esempio, che ha una spesa sociale più alta dell’Italia, la destina per il 40 per cento alle pensioni e per un altro 40 per cento alla sanità. Lo stesso vale per Francia, Spagna, Svezia, Danimarca e Finlandia. La spesa sociale nel suo complesso non è quindi più alta in Italia che non in Europa. È forse questa la ragione del debito pubblico?

[1] Come aggiunge il rapporto Ocse, “La disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni duemila.
[2] Davanti ad Austria (15%), Francia (14.4%) e Portogallo (14.2%). Da notare però che l’Italia è tra i Paesi che spende meno soldi pubblici per anziani e disabili (0.14% del Pil), meglio solo di Bulgaria, Romania, Grecia, Estonia e Belgio.

A tre metri di distanza di Daniele Basciu, http://memmt.info


Alla vigilia di Pasqua, in un incontro “Economicidio” in cui raccontiamo il colpo di Stato finanziario e la ME-MMT come strumento di salvezza, puoi incontrare nella stessa sala un signore qualsiasi, lo chiameremo “signor Giuseppe” e un milionario, seduti nel pubblico a tre metri di distanza l’uno dall’altro.
A fine incontro come sempre rispondiamo alle domande e signor Giuseppe, un uomo sulla sessantina, interviene tra i primi. Quando prende la parola si alza in piedi e tiene in mano una piccola scatola di cartone blu. Non sembra, non è, una persona particolarmente colta, ma ha capito. Ha capito, e lo dice, che la tecnocrazia gli ha rubato i diritti scritti nella Costituzione. Racconta di aver sempre lavorato fino a circa due anni fa, quando è rimasto disoccupato. Da poco ha chiamato un suo amico ristoratore in Germania chiedendogli un posto di lavoro come lavapiatti, ma il suo amico gli ha detto no, perché in un anno ha ridotto da 300 a 50 coperti a causa della crisi. Basterebbe questo, ma a quel punto signor Giuseppe apre la scatoletta che tiene in mano: c’è dentro un nido, un nido vero, un piccolo nido di passero; dice “loro vogliono togliermi il mio diritto di potermi costruire il nido”, e si siede. Io non ho tanto da aggiungere, rispondo: “Sì, è vero. Noi vi abbiamo spiegato come fanno”.
Il milionario non è solo uno dei più importanti imprenditori d’Italia, è anche uno dei principali dirigenti del PD; è stato Governatore della Sardegna, è l’editore dell’Unità, il giornale che era nato per difendere i “signor Giuseppe” nel 1924. Lui parla tra gli ultimi, chiede la parola e si alza in piedi presentandosi con nome e cognome. Un vezzo, forse: non c’è bisogno che lo faccia in Sardegna e ancora di meno a Sanluri, che è casa sua, lo conoscerebbero per nome anche i sassi. “Non credo a una parola di quello che avete detto”, e poi snocciola una rassegna dei fantasmi che dovrebbero convincere i tanti signor Giuseppe che è giusto che un sessantenne elemosini un posto come lavapiatti a duemila chilometri da casa. Perchè “se si stampano molti soldi poi bisogna fare la spesa con la carriola come a Weimar”, perchè “bisogna stare attenti con l’inflazione perché danneggia i più poveri”, “noi dobbiamo comprare anche i prodotti esteri, e senza l’euro come facciamo?”. E poi l’Europa, che è “il sogno di Spinelli”, e Tommaso Padoa Schioppa, di cui noi “ci siamo permessi di parlare”, e che è stato “un brav’uomo, un uomo onesto”. E infine, “ma voi, chi siete”?
Non c’è niente a cui “credere”, gli rispondo, la realtà “funziona” esattamente come la descrive la ME-MMT, che lui “lo creda o meno”, e la realtà dissolve i fantasmi: i prodotti esteri sono sempre entrati in Italia, anche quando c’erano le lire, compreso il petrolio che è stato raffinato per 50 anni nella più grande raffineria del Mediterraneo, in Sardegna. La realtà è che Weimar non fu “stampa di moneta” ma un caso di iper inflazione che ha precise cause, che gli illustro; la realtà è che le politiche di austerity non mettono al riparo dall’inflazione, ma creano la stagflazione in cui si trova l’Europa. La realtà è che Padoa Schioppa, “il brav’uomo”, non è stato descritto da noi ma si è descritto da solo con le parole orrende scritte da lui sul Corriere della Sera nel 2003 (e da noi citate nel corso dell’incontro), con cui invocava “riforme strutturali che riportino le persone a contatto con la durezza del vivere”, esattamente come a Sparta si scagliavano nelle scarpate i bambini disabili inadatti “alla durezza del vivere”. La realtà è un uomo di 60 anni, seduto lì a tre metri, che cerca un posto da lavapiatti in Germania ed è il segno del buon successo di queste riforme che il “brav’uomo” Padoa Schioppa invocava. E la risposta a “chi siamo”, è che siamo quelli che fanno quello che dovrebbe fare il suo partito: spieghiamo alle persone come funzionano le cose, e chiamiamo “crimini contro l’umanità” le politiche di austerity che in nome dei fantasmi dell’inflazione causano 18 milioni di disoccupati in Europa e 3 in Italia, politiche votate in parlamento anche dai deputati del suo partito.
Non so se da domani tutti i presenti che erano lì e che hanno applaudito a queste parole faranno qualcosa per fermare il mostro che divorerà il loro futuro, e che abbiamo svelato in un incontro di tre ore. So che alla fine della discussione e delle domande signor Giuseppe è rimasto un altro po’ a parlare con noi.
Il dirigente del PD Renato Soru invece era già andato via, da solo.
Ecco perché probabilmente non sentirete mai la parola “ME-MMT” pronunciata dall’editore dell’Unità ma potreste sentirla, da domani, in bocca ai tanti signor Giuseppe che incontriamo in tutta l’Italia.

COS'ALTRO DEVE FARE, IL PRESIDENTE NAPOLITANO PER ESSERE MESSO IN STATO D'ACCUSA di Franco Ragusa (da riforme.net)


 
Allora, cominciamo con il chiamare con il loro vero nome le cose: “l’operatività del Governo tuttora in carica, benché dimissionario e peraltro non sfiduciato dal Parlamento”, nonché l’ istituzione di “due gruppi ristretti di personalità tra loro diverse per collocazione e per competenze” a cui chiedere di “formulare - su essenziali temi di carattere istituzionale e di carattere economico-sociale ed europeo - precise proposte programmatiche”, rappresentano un grave atto eversivo di commissariamento del Parlamento di cui ieri si è macchiato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


Riguardo ai due comitati di saggi, è sin troppo evidente il forte valore simbolico che gli si è voluto attribuire.
Il Presidente ha infatti comunicato al Paese che ritiene inutile rivolgersi al Parlamento, ma che è anzi necessario fare affidamento alla capacità di uomini (in tutti i sensi, vista la mancata presenza di una donna) che lui, poco importa cosa hanno deciso gli elettori, avrà cura di selezionare. Un atto gravissimo, di svilimento delle prerogative del Parlamento, compiuto non alla fine di una legislatura difficile, bensì al suo nascere.

Vi è poi da fare chiarezza sull’ampiezza del senso da attribuire all’inciso, riferito al Governo Monti, che “benché dimissionario non è sfiduciato dal Parlamento”.
A quale Parlamento si riferisce, di grazia, il Presidente Napolitano?
Non di certo l’attuale, quello appena eletto, visto che non ha ancora avuto la possibilità di accordare o revocare la fiducia così come previsto dall’art. 94 della Costituzione.
Anzi, è proprio a causa dell’omissione compiuta dal Presidente Napolitano, con la mancata nomina di un Presidente del Consiglio, che oggi non vi è la possibilità, per il Parlamento, di far valere il rapporto fiduciario che lega le sorti del Governo ai voleri del Parlamento.

Si dirà che il Presidente non aveva altre possibilità visti i difficili equilibri presenti al Senato.
Ma può bastare un unico tentativo per arrivare ad una conclusione che, vista peraltro l’impossibilità di sciogliere le Camere in pieno semestre bianco, automaticamente comporta il nulla? O meglio, che automaticamente comporta il “mantenimento dell’operatività” di un Governo al quale il nuovo Parlamento non ha mai accordato la fiducia?

Proviamo soltanto ad immaginare cosa potrebbe succedere nel caso che anche il prossimo Presidente possa ritenere di omettere, a proprio piacimento, la ricerca di una soluzione di Governo così come la Costituzione impone. E che, per motivi di opportunità, decida pure di omettere di sciogliere le Camere.
Che si fa, ci si tiene il Governo Monti prorogato in eterno? E si continuerà con un Parlamento al quale con facilità si può impedire di esercitare una delle sue funzioni principali, cioè esprimere, attraverso il rapporto fiduciario, un Governo?

Certo, al momento si tratta soltanto un’ipotesi di scuola. Ma se tanto ci dà tanto, laddove si accettasse senza battere ciglio l’omissione eversiva compiuta ieri dal Presidente Napolitano, ciò che oggi potrebbe sembrare un’ipotesi scarsamente realizzabile, domani potrebbe divenire una drammatica realtà.
Rimanere pertanto immobili e limitarsi a guardare, potrebbe farci ritrovare, a breve, in una crisi istituzionale ben più grave e dagli strascichi imprevedibili.
Ma è proprio per questo che la Costituzione italiana, per frenare le eccessive pulsioni presidenzialiste, ha in sé gli anticorpi necessari per impedire il dilagare di comportamenti lesivi del Parlamento.

Il Presidente Napolitano non è la prima volta che utilizza in maniera impropria le prerogative costituzionali per imporre un “suo” Governo.
Lo ha già fatto nel novembre del 2011, con esiti peraltro disastrosi per la tenuta politico-economica del Paese. Così come anche fece durante il Governo Prodi, imponendo continui e sfiancanti passaggi parlamentari sulle questioni di politica estera, in ossequio al principio non costituzionale dell’autosufficienza della maggioranza parlamentare uscita vincitrice dalle elezioni, sino a determinarne, in buona misura, la fine prematura.

Ce n’è quindi abbastanza per decidere di attivare gli anticorpi previsti dall’art. 90 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.”

Si tratterebbe, a fine mandato, di un gesto più che altro simbolico, se riferito allo specifico della persona; ma fortemente significativo per i Presidenti a venire.

Lettera aperta alle compagne e ai compagni di Rifondazione comunista. Frank Ferlisi

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze: Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può più mentire.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è ora falso di qiuel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?
Su chi
contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprender più nessuno e da nessuno compresi?

O dobbiamo sperare soltanto
in un colpo di fortuna?
Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.
Bertolt Brecht



Carissime e carissimi, viviamo momenti di grande delusione e sconforto: l’ennesima sconfitta elettorale ci fa sentire inutili e irrilevanti. Molti, tra di voi, pensano, con un cuore pesantissimo, di tornare a casa, tanto tutto è inutile; altri ritengono che Rifondazione debba sciogliersi per dare vita, insieme ad altri, a una nuova forza di sinistra, altri ancora si dividono sui tempi lunghi o brevi del congresso.
Provo a dire la mia. Intanto, sarà per l’età e per averne viste tante, sarà perché conosco un pochino di Storia, a me questa ennesima sconfitta elettorale non mi ha prostrato, deluso certamente sì, un po’avvilito pure, ma non mi sento sull’orlo dell’abisso. Dobbiamo convincerci che in questa fase gli avvenimenti corrono e che non dobbiamo, in alcun modo, eternizzare il presente. Nelle elezioni comunali di Palermo, nel maggio 2012, per fare un esempio, il M5S prese una percentuale di voti appena superiore al 4%, meno della lista di coalizione formata da Rifondazione comunista e Verdi più soggetti di associazioni, movimenti, etc che totalizzò il 4,75% dei voti. A distanza di pochi mesi, 28 settembre 2012, alle elezioni regionali, i grillini divennero il primo partito della città. Quattro mesi appena e succede un terremoto. Oggi gli avvenimenti incalzano e non possiamo, anzi nessuno può crogiolarsi di risultati positivi ottenuti; basta poco e tutto si sovverte. Chi ci assicura che gli elettori di destra che hanno dirottato i loro suffragi su Grillo a febbraio, non tornino a dare la loro preferenza a Berlusconi? Oggi fare previsioni che abbiano un minimo di certezze è oltremodo difficile. La crisi economica, devastante, ha messo completamente a nudo la crisi politica in quanto i partiti –tutti!- non sanno che pesci pigliare per fermare e aggredire l’impoverimento progressivo e continuo delle masse popolari e di pezzi consistenti della piccola borghesia, un pericoloso processo di desertificazione industriale che minano alla base la coesione sociale, certezze, speranze sostituite da paure e sconforto. Una crisi politica che mette a nudo l’imputridimento delle istituzioni sottoposte ad attacchi e delegittimazione da una destra che rappresenta interessi fortissimi nel paese che vanno dalla borghesia mafiosa meridionale agli imprenditori, grandi piccoli e medi, che hanno vissuto di evasione fiscale, intrallazzi negli appalti, abusi più o meno condonati e il cui rappresentante più genuino è stato, ed è, Berlusconi. A cui centrosinistra e sinistra non hanno saputo opporre una politica chiaramente alternativa restando spesso sulla difensiva. Un attacco martellante alla magistratura, a una Costituzione che non consente al primo ministro di governare, alla legislazione sul lavoro e ai diritti ivi contenuti senza che –giova ripeterlo- centrosinistra e sinistra abbiano opposto una politica chiaramente alternativa, il più delle volte, anzi, hanno balbettato se non, addirittura, si sono resi complici.
Oggi i risultati sono davanti gli occhi di tutti e il movimento del comico genovese e i suoi eclatanti risultati elettorali sono la denuncia e la manifestazione di una crisi profonda, di fiducia, di consenso che ha logorato persino i più forti legami di appartenenza.
Persino parte del nostro popolo ha tagliato i legami che ci univano. Una parte non indifferente.
La nostra debacle viene da lontano. Per oltre dodici anni abbiamo navigato a vista con il timone saldamente in mano a un bravissimo timoniere. Per quanto bravo fosse, sempre a vista si navigava. Niente, o poco, si fece per rifondare un pensiero teorico e una pratica comunista all’altezza delle contraddizioni laceranti che la globalizzazione ci squadernava davanti. Una teoria che, a partire dalle contraddizioni e delle sofferenze sociali, dalla crisi della politica, dalle classi sociali presenti nel nostro paese, provasse a elaborare un Progetto politico che ponesse, in modo non catechistico, la necessità di un processo di transizione dal capitalismo a una società-Altra, al socialismo. Un processo di transizione che, partendo dai problemi, reali e concreti, dei lavoratori, dei pensionati, dei malati cronici, degli studenti, dell’ambiente, etc. etc. di oggi, puntasse al loro superamento con nuove istituzioni, un modo Altro di fare politica, di produrre di consumare, di interagire con l’ambiente. Non l’abbiamo fatto; abbiamo navigato a vista, con più o meno fortuna e più o meno abilità privilegiando la tattica su una strategia del tutto assente. Ecco l’origine di molti nostri errori che via via ci hanno fatto perdere pezzi di partito (otto scissioni), singoli iscritti, consenso, fiducia, credibilità.
Noi siamo parte integrante della crisi del sistema politico generale.
Possiamo uscirne? Dobbiamo uscirne.
Per prima cosa dobbiamo capire le ragioni della nostra sconfitta, intendo le ragioni strutturali e non quelle episodiche. Roberto Gramiccia afferma che se al posto di Ingroia ci fosse stato Maurizio Landini a capeggiare la lista, molto probabilmente Rivoluzione civile avrebbe superato il quorum. Potrei essere d’accordo, ma questo è un accidente; meno accidentale è, sempre per Gramiccia, l’epocale cambiamento della comunicazione nella nostra società dove si è imposta, diventando egemone nel senso gramsciano, una cultura che ci monadizza, ci isola, ci scompone. E la classe operaia, anche per il venir meno dei grandi partiti operai di massa, è venuta meno anch’essa. Ognuno è solo con i suoi problemi, con i suoi drammi e non riesce a contestualizzarli nel processo di esproprio e alienazione della società capitalista. L’affievolirsi della coscienza di classe è stata conseguenza di più fattori concomitanti con la conseguenza che, secondo recenti studi, gran parte del voto operaio è andato al M5S e a Berlusconi. Quindi: a) dobbiamo tornare a parlare con i lavoratori, operai e altre figure lavoratrici, vecchie e nuove; b) dobbiamo modificare le forme della comunicazione. Landini al posto di Ingroia? Anche, ma non solo. Forse si potrebbero riprendere forme oggi desuete di comunicazione. Ma è una cosa su cui aprire una riflessione. Senza salti pindarici, perché non abbiamo televisioni, ma i computer sì.
Un’altra cosa: siamo andati anni dietro ai tombini rotti, perché ci avevano spiegato che organizzare le masse per imporre alle amministrazioni comunali la pronta riparazione del tombino le avrebbe spinto verso il comunismo. Benissimo. A oltre vent’anni dalla nostra nascita possiamo provare a fare un bilancio? Siamo strutturati territorialmente, ma raramente siamo radicati nei territori, in particolare nelle città dove i quartieri sono entità amministrative, ma non più comunità fornite di una identità particolare. E il tombino rotto non ha portato al comunismo nessuno. Non solo, ma raramente si sono costruiti nuovi quadri. Avremmo dovuto cercare, invece, di radicarci nel conflitto sociale intervenendo con continuità presso una fabbrica, un call-center, un ospedale, insomma dove decine, centinaia, migliaia di lavoratrici e lavoratori sono costretti a stare insieme per sei- otto ore e soffrono delle prepotenze del capitale. Invece no! Noi cercavamo il tombino e, magari, a trecento metri dal circolo c’era una fabbrica occupata di cui allegramente ci disinteressavamo. 
Come i circoli di tanti paesi che facevano coincidere la politica esclusivamente col consiglio comunale e magari trascuravano una campagna contro la guerra o una raccolta di firme per un referendum abrogativo. La verità è che la scomposizione della classe lavoratrice è avvenuta senza che noi comunisti provassimo seriamente a opporre elementi di controtendenza, perché, appunto, impegnati a cercare il tombino. Invece di cercare di radicarci nella lotta di classe, ci siamo radicati nel … booo?!? Lo so bene che rischio di apparire ingeneroso, ma siamo ridotti in condizioni pietose e, a questo punto, dobbiamo essere spietati con noi stessi al fine di individuare i nostri errori e i nostri limiti.
Qualche compagno, dicevo all’inizio, afferma che Rifondazione comunista è talmente screditata che conviene rapidamente sciogliere l’organizzazione e costruire un nuovo soggetto politico con altre e altri. E’ un’opinione. Credo, però, di difficile realizzazione. Sciogliamo pure la nostra organizzazione, ma perché gli altri, le tante e i tanti militanti di sinistra esterni a noi, abbiano o non abbiano in passato transitato per le nostre file, dovrebbero assieme a noi costituire un nuovo soggetto politico? Se siamo screditati, lo siamo come gruppi dirigenti e militanti e gli altri avrebbero, giustamente, qualche problema a mettersi con noi. Poi, così facendo, ricadremmo, una ennesima volta, nello stesso errore: pensiamo al contenitore e non al progetto politico. E’ il progetto che unifica e/o divide. Se ti riconosci in esso, ti aggreghi, altrimenti saluti e baci, amici lo stesso. Se non c’è un progetto –io direi il Progetto- ogni sforzo è inutile e vano. Quindi i prossimi mesi per noi sono cruciali. O si pone il tema giusto –il Progetto di Rifondazione comunista- o sarà un’ennesima occasione persa e, allora, e solo allora, restare o meno diventa un tema serio.
Un altro problema non indifferente: costruire una nuova cosa con chi? A parte Sinistra ecologia e libertà, quello che è fuori da Rifondazione è molto mal messo, forse in condizioni peggiori della nostra. A parte la galassia di gruppetti e gruppettini che, nella maggior parte dei casi, mostra preoccupanti elementi di minoritarismo ed estremismo mentre noi, con tutti i nostri limiti, ci sforziamo di fare ragionamenti politici. Aggiungo un’altra cosa, che potrebbe sembrare sentimentale, ma che, a parer mio, non è irrilevante; in fondo siamo persone, con idee e sentimenti. Siamo una comunità politica, ma anche umana, litigiosa, conflittuale, tutto quello che volete. Siamo anche una struttura organizzativa pur con tutti i limiti alcuni dei quali sopra descritti. Costruire tutto questo è costato sudore e sangue, distruggerlo, come stiamo nostro malgrado facendo dal 2006, è penoso. Scioglierlo potrebbe essere criminale. Magari qualcuno pensa sia salutare, ma io mi permetto di dubitare.
Per costruire altro, una cosa nuova, forse necessaria, è imprescindibile passare dalla salvezza di Rifondazione comunista, dal restituirle, o addirittura darle un senso. Se ce la faremo, solo allora potremo passare ad altro.
Ecco che il congresso a tempi lunghi, costellati da seminari e iniziative, deve essere affrontato con la voglia di combattere una battaglia decisiva, una battaglia per la vita e per la morte non solo per Rifondazione comunista, ma, scusate la presunzione, per il comunismo italiano. Allora dobbiamo fare lo sforzo per rendere questo congresso un momento alto di analisi e di riflessione e solo chi avrà dato i contributi più ricchi e avrà risposto in modo convincente alla eterna domanda leniniana , entrerà nei gruppi dirigenti. A prescindere dalle correnti e altro.
Le correnti. Altra questione. Ci sono sempre state, in tutta la storia del movimento operaio rintracciamo correnti e aree, nei vecchi partiti socialisti e socialdemocratici e nei partiti comunisti. Prima erano ipocritamente proibite, ed era peggio, perché agivano nell’ombra. Ora sono libere e aperte e si riuniscono sempre, o quasi, alla luce del sole. Non si può negare, però, che da Chianciano in poi abbiano “frenato lo sviluppo delle forze produttive”, cioè fuor di metafora, abbiano bloccato il partito. Rimedi? Non svolgere più congressi su documenti contrapposti, ma su tesi, alcune divaricanti su cui si chiede un voto, in ogni caso emendabili. Altro rimedio potrebbe essere un ritorno alle origini: parte dei gruppi dirigenti vengono eletti su base territoriale, cioè parte di membri dei comitati federali eletti nei congressi di circolo e parte dei membri del comitato nazionale eletti nei congressi di federazione. Più in basso si va, più facile sfuggire alle regole ferree del correntismo. Una compagna o un compagno di grande prestigio in una federazione raccoglierebbe più facilmente voti unanimi per essere inserita/o nel comitato nazionale. Ma il rimedio vero sarebbe l’elaborazione del Progetto, cioè della scelta strategica del partito. Se si arrivasse a questo, le attuali correnti potrebbero scomporsi e ricomporsi sulle scelte tattiche. Se questo avvenisse, saremmo nella normale e sopportabile dialettica interna anche quando fosse aspra. Fino a oggi –occorre ammetterlo con sincerità- spesso lo scontro era finalizzato a inserire Caio piuttosto che Tizio all’interno dei gruppi dirigenti a prescindere del contributo che poteva dare che, in ossequio alla logica della fedeltà, poteva essere prossimo allo zero.
Non avviliamoci troppo. Le situazioni sono incommensurabili, però pensate ai nostri compagni e alle nostre compagne del Partito comunista d’Italia all’indomani della marcia su Roma o dopo il terribile discorso di Mussolini alla Camera (3 gennaio 1925) quando si assunse la responsabilità del delitto Matteotti: . Come credete che si siano sentiti molti compagni e compagne? Avviliti, frustrati, scoraggiati. Eppure hanno lottato. Molti sono stati mandati al confino, altri in carcere, altri ancora condannati a morte, molti sono andati in esilio. Ma ce la fecero nonostante i sacrifici pesantissimi. Il 25 aprile 1945 Mussolini venne fucilato. Hanno cambiato il mondo.
Ecco, questa missiva, con toni critici e autocritici, la consegno ai miei Compagni e alle mie Compagne, perché abbiano più coraggio e più fiducia, prima di tutto in se stessi. Siamo in grado di fare le cose giuste, e anche più. Dobbiamo attrezzarci a farlo. Facciamo di tutto perché questa occasione non ci scivoli via.
Frank Ferlisi
Palermo, 1 aprile 2013.

Guerre rovinano il mondo, uno spettro va in giro fra i ruderi.
Non nato dalla guerra: l’hanno visto anche in pace, da tempo.
Per chi comanda è tremendo; ma è amico ai ragazzi di strada.
Sbircia nelle cucine dei poveri, scuote la testa
su dispense semivuote, numera
chi sta sfinito lungo le staccionate
di sterri e di cantieri, visita amici
nelle carceri, dove anche senza permesso sa entrare.
L’hanno visto persino negli uffici; lo hanno ascoltato
negli atenei, qualche volta è salito persino
su carri armati giganti, ha volato su aerei mortali.
In molte lingue parla: in tutte. E in molte anche tace.
Ospite nei quartieri dei poveri, spavento ai palazzi,
venuto a restare per sempre: è Comunismo il suo nome.
Bertolt Brecht

lunedì 1 aprile 2013

CRITICO GRILLO PERCHE' NON HA FATTO COME SYRIZA E COME I NO TAV IN VAL DI SUSA. di Paolo Ferrero

Sui passaggi politici di questi giorni vi è molta attenzione. Ho già detto la mia ma vorrei - senza farla troppo lunga - motivare nel merito, perché era possibile determinare un esito diverso - e migliore - alla partita che si sta chiudendo con la riconferma di quello schifo di governo Monti e con un inciucione sul presidente della repubblica benedetto dal san giorgio.
COME SIAMO ARRIVATI QUI? 1) Dopo le elezioni Bersani ha provato a fare un governo guardando ai 5 stelle. La proposta era del tutto insufficiente ma c'era. 2) Grillo ha chiuso le porte a Bersani dicendo che con i partiti non avrebbe fatto accordi. 3) Bersani si è rifiutato di fare un accordo con berlusconi e così san giorgio ha potuto prendere in mano la palla e ricostruire l'inciucione.
COSA SI POTEVA FARE DI DIVERSO?
Faccio un solo esempio di cosa si poteva fare di diverso, ma non è l'unico fattibile. 1) Grillo poteva avanzare una controproposta programmatica a Bersani. Ad esempio il taglio immediato degli stipendi dei parlamentari, dei vitalizi, delle pensioni d'oro, degli stipendi dei manager pubblici, dei cacciabombardieri, così come poteva proporre la patrimoniale, la non applicazione del fiscal compact, ecc. e poteva proporre di usare quei soldi ad esempio per cominciare a fare il reddito sociale per i disoccupati e per abbassare le tasse a lavoratori e pensionati. 2) Se Bersani avesse detto di no secco, Grillo aveva totalmente ragione e avrebbe sbertucciato con ragione bersani. Ma se per caso Bersani avesse dovuto abbozzare - perchè non aveva altre strade - avrebbe dovuto fare concessioni. 3) sulla base di impegni precisi i 5s avrebbero potuto far partire il governo (uscendo dall'aula e se usciva anche berlusca rimanendo dentro, la formula tecnica si trovava) senza entrarci e senza nemmeno necessariamente votarlo. Potevano cioè far partire il governo mantenendo il massimo di autonomia. 4) A quel punto bersani si sarebbe trovato con una rottura con la destra (e con parte del suo partito) e nelle mani di Grillo per ogni provvedimento. 5) a quel punto grillo poteva contrattare su ulteriori provvedimenti e chiedere a Bersani di definire insieme la proposta per il presidente della repubblica, proponendo nomi come ad esempio rodotà. etc. etc. etc. 6) da li in avanti si sarebbe visto. Certo non sarebbe stata una situazione stabile, bersani poteva anche saltare dopo tre mesi. Ma certo sarebbe stato tutto un altro film: sarebbe cambiato il clima nel paese perchè si sarebbe dimostrato al popolo che se si vuole si può cambiare sul serio e nel frattempo - ad esempio - si sarebbe eletto il presidente della repubblica evitando l'inciucio con berlusca, come invece vuole napolitano e mezzo pd.

Perchè Grillo non ha fatto questa cosa che avrebbe finalmente dato una risposta positiva alla disperazione degli italiani? mi pare per due ragioni. La prima perchè pur di non parlare con un partito preferisce avere un governo di merda e un presidente della repubblica garante dei poteri forti. In secondo luogo perchè punta al fatto che si produca l'inciucio per poi poter denunciare in tutte le piazze che sono tutti uguali e che fanno spazzati via. Contribuisce cioè a determinare il peggio al fine di potersene chiamare fuori e poter continuare a mandare affanculo tutto e tutti.
IO PENSO CHE QUESTO MODO DI FARE SIA TOTALMENTE SBAGLIATO E NON FACCIA GLI INTERESSI DEGLI STRATI PIU' DEBOLI DELLA POPOLAZIONE, QUELLI CHE HANNO BISOGNO CHE IL GOVERNO CAMBI POLITICA.
Ad esempio, se prendiamo Syriza - che nessuno accusa di essere di destra o opportunista - vediamo che ha fatto il contrario di Grillo. Syriza ha proposto di fare un governo con chiunque fosse disponibile a disdire il memorandum. Syriza ha cioè puntato ai contenuti la dove invece grillo è stato totalmente indifferente ai contenuti (e non ha mai posto il problema del fiscal compact, cioè il problema vero). Il punto di differenza tra noi e Grillo è proprio questo: Non è tra chi è più duro e chi più mediatore: e' la differenza tra chi punta a cambiare le cose perchè il problema è dare una risposta ai problemi dei disoccupati, della gente che non arriva alla fine del mese, etc. e chi per massimizzare la propria propaganda assume una logica da tanto peggio tanto meglio. Vorrei anche far notare che Grillo ha fatto anche l'opposto di quanto hanno fatto le liste NO TAV in Val di Susa, dove nel Consiglio della Comunità Montana vi è la stessa identica situazione che nel parlamento nazionale. Le liste NO TAV in Val di Susa non sono rimaste alla finestra e non hanno assistito passivamente all'accordo tra PD e PDL (sponsorizzato da Chiamparino e dalla segreteria nazionale del PD). Al contrario hanno avanzato al PD una proposta di accordo basata sul no alla TAV e adesso governano con il PD (sono in giunta). Hanno messo al centro il tema concreto del no alla tav e non una campagna elettorale infinita ed indifferente alla condizione concreta dei cittadini. Io penso che anche in Italia si sarebbe dovuto fare quello che le liste NO TAV hanno fatto in Val di Susa. Tutto qui. Questa è per me la politica, la buona politica: usare la forza e il consenso per cambiare le cose. Se capita, anche gli avversari.

La svolta di Confindustria e gli sviluppi della situazione politica italiana. di Leonardo Masella

Quando si sgancia quel che avviene in politica da ciò che avviene fra le classi sociali, dalla lotta fra le classi, si rischia di non capire niente di ciò che avviene in politica, di prendere fischi per fiaschi, di sbandare paurosamente fra definizioni di schieramenti (centro-destra, centro-sinistra) che non dicono più niente di ciò che avviene nella società. E’ ciò che accade da tempo soprattutto nel campo della sinistra, per la quale tutto si misura se vince Berlusconi o se perde Berlusconi, a prescindere da qualunque contenuto, da quali sono i poteri forti reali che vanno scontrandosi in Italia, in Europa e nel mondo. Questo è l’effetto di anni di devastazione culturale della sinistra, dell’abbandono del marxismo e di ogni pur minima concezione teorica e politica di sinistra e di classe. Anche per questo motivo, solo pochi a sinistra si sono accorti che la grande borghesia italiana ha cominciato a capire che se si va avanti con le ricette recessive del governo Monti si va verso la sua fine, a vantaggio di altre grandi borghesie di altri Stati più potenti. Il segno evidente di questo cambiamento, che è alla base di ciò che sta accadendo nelle alte sfere della politica italiana e che ai più a sinistra risulta incomprensibile, è la svolta di Confindustria (che è la massima espressione della grande borghesia italiana). L’ultimo Bollettino di marzo della Confindustria contiene dei dati significativi di quella che viene definita la più grave crisi economica della storia d’Italia. Dal 2007 la spesa per carburanti è calata del 17,1% e quella per le auto del 50%. Il reddito disponibile è calato del 10%. Neanche negli anni trenta c’erano questi numeri. Se nel periodo 2010-2012 bene o male l’occupazione aveva tenuto, negli ultimi 4 mesi l’occupazione è calata di 230 mila unità; la cassa integrazione diminuisce solo perché a centinaia di migliaia non viene più rinnovata. Del resto uno studio del Censis rivela che il 75% delle imprese localizzate nei distretti industriali ha ormai nessuna possibilità per sopravvivere. L’unico sbocco è l’export extra-europeo, ma questi mercati coinvolgono al massimo 80 mila aziende. Nel mercato interno in 3 anni sono scomparsi circa 47 miliardi di valore aggiunto industriale, per un totale complessivo di 250 miliardi di giro d’affari: cosa mai accaduto nell’Italia contemporanea. Confindustria si rende ora conto che la situazione è insostenibile e chiede in modo insistente investimenti pubblici e misure shock per far girare liquidità. Ad esempio chiede il superamento del Patto di Stabilità Interno voluto nel 1998 da Prodi in accordo al Trattato di Amsterdam, in conseguenza del Trattato di Maastricht.Il grande patronato italiano che chiede la sospensione dei trattati europei non era mai successo. Un La Malfa che attacca ripetutamente sul Sole 24 Ore l’Unione Europea e Monti e propone politiche della domanda, non si riesce a spiegare se non in un contesto di drammatica crisi che potrebbe portare la grande borghesia italiana ad essere spazzata via nella durissima competizione internazionale che è alla base della crisi.Inoltre, nel suddetto Bollettino, Confindustria polemizza contro qualsiasi ulteriore manovra correttiva, anzi sollecita una politica di deficit spending keynesiana. Preme per detassare i redditi medio bassi e attacca la rendita, avendo capito che le bolle azionarie e obbligazionarie hanno decimato la rendita e che senza industria l’economia muore. Come ha scritto Pasquale Cicalese in un ottimo articolo su Marx21 “si indignano per la Grecia o per Cipro e Schauble proprio non gli va giù. Non ritengono democratico che la CSU, che costituisce appena lo 0,3% dell’elettorato europeo, decida unilateralmente per 450 milioni di persone”. Dimenticandosi che negli anni ’90 Confindustria italiana osannava Franz Joseph Strauss, di cui Schauble è il delfino. E forse anche noi ci siamo dimenticati gli inchini di Romano Prodi nel 1996 a Kohl o a Tietmayer della Bundesbank e il fatto che fu Prodi a privatizzare le migliori imprese strategiche italiane e le banche pubbliche che per cinquant’anni avevano accompagnato lo sviluppo industriale italiano, vantandosi in giro per il mondo di aver fatto il record delle privatizzazioni.Ora qualcosa nel campo della grande borghesia si muove, ovviamente non per “bontà” ma, come sempre e come è ovvio, per meri interessi di classe rispetto ad altre classi più potenti di loro. E’ questa di Confindustria la vera svolta di cui nessuno parla. Per favore - lo suggerisco sommessamente ai gruppi dirigenti comunisti e di sinistra - per capire qualcosa di ciò che avviene in politica, si torni a studiare ciò che avviene fra le classi, e non solo in Italia ma a livello mondiale.

A conferma di quanto detto, ecco due editoriali di Roberto Napoletano (direttore del Sole24ore).

http://www.contropiano.org/images/capaldo.pdf 


http://www.contropiano.org/images/quadrio_curzio.pdf

"I dieci saggi impresentabili di Napolitano. Volete la guerra civile?". Intervento di Gennaro Carotenuto, www.gennarocarotenuto.it

La classe dirigente, la generazione, il sesso maschile che ha portato l’Italia al disastro dovrebbe salvarla? Questa accozzaglia di partitocrazia e grand commis, tutti maschi, anziani, ricchissimi, sarebbe il meglio che questo paese può schierare per indicare cosa è urgente fare per il paese? La classe dirigente che negli ultimi 40 anni ha distrutto il paese dovrebbe salvarlo?
Possono essere saggi i tagliagole leghisti che hanno voluto la morte di 5.000 migranti che riposano sui fondali del Mediterraneo? Sarebbero saggi quelli che hanno votato che Ruby era la nipote di Mubarak? Sarebbe saggio colui che provò a legittimare i torturatori repubblichini chiamandoli “ragazzi di Salò”. Chi rappresentano i dieci saggi di Napolitano? Le privatizzate, le banche, la Confindustria, la grande finanza che lucra sullo sfascio, i precarizzatori del lavoro, la nomenklatura partitocratica?
Niente donne, niente giovani, niente società civile, niente cultura, niente ricerca, niente diritti, niente disagio! È così evidente che questi dieci non rappresentano il paese reale ma sono chiamati a garantire, in un momento nel quale il crollo di un regime appare dietro l’angolo, quei poteri che rappresentano al di sopra e al di fuori del gioco democratico. Qual è il disegno dietro questa carta (apparentemente) della disperazione giocata dal Presidente Napolitano? È nata ieri una repubblica degli ottimati che prescinde dal voto popolare? È legittima o è un golpe la prorogatio di fatto del governo Monti? Gli italiani che il 24 e 25 febbraio si sono divisi su tutto si sono trovati d’accordo su una sola cosa: la tecnocrazia neoliberale di Mario Monti ha il comune disprezzo di un intero popolo. Continuare a imporla sulla base di una cultura emergenziale con la quale in questo paese sono state fatte passare tutte le nefandezze è un colpo di mano. Ben maggiore legittimità avrebbe un governo Bersani, pur bocciato in Senato, per condurre il paese a nuove elezioni.
Non rappresenta il paese reale il governo Monti, non rappresentano il paese reale i dieci presunti saggi. Se un disegno s’intuisce è che i D’Alema e i Berlusconi pretendono di fare melina per altri cinque anni sperando di addormentare il fenomeno grillino. Se questa operazione riesce gli italiani comuni tra cinque anni staranno peggio di prima. Magari rassicureranno la finanza, la BCE, i mercati, che potranno continuare a spolparci un po’ al giorno. Se non riesce crolleremo di colpo e lo Stato, la Nazione stessa avrà perso ogni legittimità. Altro che Europa allora, ch’è diventata una foglia di fico. Tutto il peggio sarà possibile. Ma il crollo non sarà quello dell’Argentina o della Grecia; sarà Weimar.
Intanto, di sicuro, l’invenzione di Napolitano blocca il corso democratico della legislatura. Il suo dovere, se Bersani non riesce a formare un governo, è incaricare Berlusconi (o chi per lui) e, dopo di questo, Grillo (o chi per lui). Non proseguire in questi tentativi, e non potendo sciogliere le camere, blocca il corso naturale delle cose impedendo soluzioni che, evidentemente, sono considerate da evitare ad ogni costo dai padroni del paese dei quali la lista dei saggi rappresenta un elenco di spicciafaccende ben pagati.
È sotto gli occhi di tutti che l’Italia potrebbe esprimere dieci, cento, mille saggi di ben più alto profilo di quelli indicati da Napolitano ma che si è scelto di nominare quelli perché in realtà ognuno di loro garantisce un potere. Garanti dei poteri forti, dei grandi interessi, di una generazione e di un sesso, quello maschile, che ha umiliato e stuprato il paese. Garanti della fase terminale della nostra democrazia nata nel 1945 dalla Resistenza, che è agonizzante almeno dal sequestro di Aldo Moro e in coma da quando è sceso in campo Silvio Berlusconi.
Non si capisce intanto chi lavora per chi. Lavora per il Re di Prussia Beppe Grillo, incapace di capire di star sprecando una golden share che non ritornerà per spazzar via la peggior classe dirigente d’Europa commissariando un governo Bersani e obbligandolo a realizzare parti importanti del proprio programma? Lavora per il Re di Prussia quella parte di centro-sinistra che muore dalla voglia di far fuori Bersani e inciuciare con Berlusconi a qualunque prezzo, vogliosa solamente di un altro giro di valzer, di mantenere privilegi e vitalizi e spingere sul Colle il Massimo peggiore di tutti loro a garanzia del mercimonio? O lavora per il Re di Prussia Napolitano che spinge altri milioni di italiani tra le braccia di Grillo o di qualunque altro pifferaio sorgerà a indicare che il re è nudo? Qualcuno si illude che basterà un Renzi a salvarci. Se non si sgonfierà quando si rivoterà il Movimento Cinque Stelle, o ben di peggio di questo (le Albe dorate greche dovrebbero darci brividi), sfonderanno ogni argine. La politica, questa politica ha perso ogni legittimità e il caos è dietro l’angolo.
Volete la guerra civile?

Politica, cultura, egemonia di Roberto Gramiccia

Sarebbe un errore dare dell’attuale crisi della sinistra di alternativa una lettura di tipo politicistico ed economicistico. Sappiamo bene che i momenti di più acuta crisi economica e sofferenza sociale non preludono necessariamente a prese di coscienza collettiva in termini di classe. E che anzi, al contrario, sono proprio il rischio del baratro economico e la disperazione sociale che spesso conducono al successo delle parole d’ordine dei populismi di destra. E nonostante questa consapevolezza pur tuttavia rimane aperta la questione del come sia possibile, proprio nel momento in cui il capitalismo dimostra tutta la sua intrinseca incapacità a provvedere agli interessi generali, che le forze che si definiscono anticapitaliste o anche semplicemente antiliberiste possano conoscere una sconfitta epocale, come quella subita nelle recenti elezioni politiche. Anzi – ancora peggio - come sia possibile che l’idea stessa di sinistra esca sconfitta e delegittimata dall’ultimo confronto politico.

Eppure tutto questo è accaduto. Come è accaduto che masse di sfruttati e di proletari abbiano votato Berlusconi, o non abbiano votato, o abbiano dato i loro consensi a Grillo, lasciando al palo i progetti del duo Bersani-Monti. Altro che bipolarismo quindi! Lo scenario politico appare diviso in quattro e per quasi tre quarti comprende elettori che non hanno scelto il centro sinistra. Questo è accaduto, e ormai moltissime sono le analisi che si sono zelantemente applicate a scovarne le ragioni. Rinviando ad esse per una valutazione diciamo così ortodossa e complessiva, che non è fra gli scopi di questa riflessione, mi vorrei soffermare su un aspetto che mi è sembrato del tutto sottovalutato, in particolare nel dibattito interno a Rifondazione Comunista, ma non solo.

Per farlo – potrà sembrare singolare – userò propedeuticamente le parole di Peer Steinbrück, il quale qualche tempo fa ha sostenuto che in Italia le elezioni le hanno vinte due comici, suscitando per altro la legittima e opportuna reazione di Napolitano. In realtà, al di là degli aspetti formali e diplomatici, non posso non condividere, pur con tutta l’antipatia per il personaggio, l’opinione di Steinbrück. Anzi ritengo utile far partire proprio da essa il mio ragionamento.

E allora domandiamoci perché più del 50% dell’elettorato è stato catturato o ricatturato da due figure, diciamo così, attoriali. In realtà sarebbe un errore grossolano confondere queste due personaggi fra di loro e banalizzarne le capacità. Come sarebbe ancora più grave confondere i loro due elettorati. Che sono diversi evidentemente, anche se questa diversità non esclude affatto che siano esistiti e possano esistere flussi osmotici fra l’uno e l’altro schieramento. A dirigere questo traffico osmotico nell’una e nell’altra direzione – come succede per le membrane biologiche semipermeabili – c’è un comune denominatore e cioè il carattere post-ideologico e post-democratico dei due schieramenti.

La mancanza di vincoli ideologici apparenti (di fatto l’ideologia dell’antiideologia domina il tempo della postmodernità) rende agevole qualsiasi mutazione di rotta in termini di flusso dei consensi e con una rapidità senza precedenti. Per quanto riguarda la connotazione postdemocratica, ferma restando la sua ovvietà per il Pdl, ci si potrebbe obiettare che, invece, il movimento di Grillo appare iperdemocratico, anzi che è la rappresentazione plastica della democrazia diretta e partecipata resa possibile dalla rete. Ebbene, non scherziamo. E’ vero esattamente il contrario. E’ noto, infatti, che il 90% dei pronunciamenti in rete sono condizionabili e condizionati da abili manipolatori in grado di gestire quel marketing politico virale che ritrova in Casaleggio un maestro assoluto, come è chiara a tutti la struttura verticistica del Movimento cinque stelle.

Precisati questi (relativi) distinguo fra i due movimenti, vediamo ora che cosa decisamente li accomuna, perché capirlo significa rendersi conto di cosa è accaduto. Ebbene, credo che ad accomunare il successo, assoluto, del duo Grillo-Casaleggio e quello, relativo, ma indiscutibile dell’inossidabile cavaliere sia la straordinaria capacità di catturare l’attenzione del popolo dei media. Populismo mediatico è l’espressione chiave. Laddove il sostantivo e l’aggettivo rinviano a scenari di senso oggi completamente mutati, la cui mancata decodificazione è a mio giudizio la causa principale degli insuccessi della sinistra in generale e di Rifondazione in particolare. Osserviamoli meglio questi scenari: quelli relativi al popolo e quelli relativi ai massmedia.
Cominciamo col dire che il popolo della postmodernità è profondamente diverso da quello di venti, trenta anni fa. E’ un’altra cosa. Parole come consapevolezza e coscienza di classe sono diventate reperti archeologici. I tratti che caratterizzano questo nuovo popolo sono l’individualismo più sfrenato e becero e l’odio per la casta. Non esistono più differenze di classe fra padroni e lavoratori, anzi nella percezione comune non esistono proprio più le classi. Esiste solo una moltitudine indistinta e interclassista che subisce l’oppressione della crisi, dei partiti, del fisco e, casomai, quella di Equitalia. Niente di più. La corruzione dei politici è la causa di ogni male e le contraddizioni intrinseche del capitalismo si sono disperse nel vento. Ora non c’è dubbio che gli elementi rapidamente enucleati abbiano un fondamento di verità. Non c’è dubbio che la crisi morda come non mai, che i partiti hanno fatto del tutto per sputtanarsi, che esistano la corruzione, le mafie e la casta (anzi le caste), che il ceto medio abbia subito un processo di proletarizzazione che avvicina operai e piccoli imprenditori, ecc. ecc. Ma non c’è nemmeno dubbio che la contraddizione principale rimane quella fra capitale e lavoro. Ecco, di questa verità elementare, anche nell’elettorato tradizionalmente di sinistra, non esiste più traccia.

Si tratta di un profondo cambiamento antropologico che coincide con la fine delle grandi narrazioni, accelerata e portata a (post)maturazione dalla crisi economica ma che era stata ampiamente intuita dalla Scuola di Francoforte, da Guy Debord che scrisse di “Società dello spettacolo” e da Pier Paolo Pasolini. Le previsioni di questi pensatori, che già intravedevano spaventosi processi di regressione omologante sin dagli anni Sessanta (e anche prima), sono state rese più cogenti dalla ristrutturazione capitalistica degli anni Ottanta e poi dalla scomparsa dell’Unione sovietica alla quale è seguito quello che sappiamo. Tutto questo, detto a spanne, sul popolo per come è diventato oggi.

Per quanto riguarda i media esiste una letteratura sconfinata che ne analizza e spiega l’importanza nel mondo di oggi (Mc Luhan, Baudrillard, Virilio con le sue teorie sul “cyber cult” ecc.). Basterà dire, per gli scopi che mi sono riproposto in questa riflessione, che Berlusconi incarna perfettamente da venti anni a questa parte la figura del dominus delle televisioni, per il motivo semplicissimo che le possiede e le controlla in modo magistrale (esiste anche un magistero del male). Per quanto riguarda Grillo gli va riconosciuta l’idea geniale di averle occupate permanentemente le televisioni, proprio rifiutandosi di andarci. Il cotè della comunicazione in rete lo ha curato da par suo Casaleggio. I bagni di folla e le nuotate di Grillo hanno fatto il resto. A tutto questo il centro-sinistra ha risposto con il grigiore un po’ condominiale di Bersani. E Rivoluzione civile con la figura più sbiadita che si poteva, un magistrato (per altro degnissimo) che ha sussurrato fiaccamente una lingua sconosciuta alla gente.

La cosa che va sottolineata, a questo punto, è che gli scenari sommariamente descritti non sono attivi solo nel condizionare le vicende della politica ma finiscono per condizionare tutti gli ambiti della vita civile e culturale. E’ questo che va compreso per non cadere nell’errore di considerare la politica una “una sporca cosa a sé”. Profonde modificazioni sono state introdotte dal relativismo postmoderno e dal pensiero unico neoliberista mediatizzato (che ne è il figlio trionfante), in settori fra di loro apparentemente diversi. Nell’arte per esempio, come nella musica e nella letteratura, si è assistito a processi di mercificazione spaventosi (ben studiati recentemente da Diego Fusaro nel suo “Minima mercatalia”) che hanno completamente isterilito la ricerca della qualità e il senso estetico diffuso. La medicina, una dottrina antichissima e nobilissima, è stata completamente americanizzata. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito.
Non prendere atto di tutto questo è stato un errore gravissimo. Lo è stato nel non capire che per sviluppare un movimento controegemonico all’altezza dell’offensiva capitalistica ci volevano anni e, nel frattempo, occorreva prendere atto dell’imporsi di un senso comune omologante e immiserito, derubato del “lusso” di qualsiasi attitudine all’intelligenza critica, un senso comune che decretava il trionfo di una cultura leaderistico-carismatica. Quella stessa che a volte ha prodotto persino eventi positivi cui abbiamo contribuito, come l’elezione di De Magistris a sindaco di Napoli o quella diversamente connotata ma omologa di Pisapia a sindaco di Milano. Quello che si intende dire è che, al netto della necessità di un recupero controegemonico, ciò che occorreva ed occorre adesso è non perdere definitivamente terreno. Per farlo bisogna studiare il nemico e imitarlo se occorre (nei mezzi, ovviamente non nei fini). In questo senso la riflessione sul Principe di Machiavelli suggerita da Angelo D’Orsi è preziosa. Bisogna non confondere l’”essere” con un kantiano ed astratto “dover essere”. Lo so che a noi la cultura del leader non piace (anche se poi, a complicare le cose, i Lenin, i Togliatti, i Che Guevara, i Berlinguer sono figli della storia nostra e non di quella di altri). Ma purtroppo oggi non fare i conti con essa è semplicemente suicida.

Che cosa voglio dire ve lo spiego con un esempio. Se al posto di Ingroia alla testa di Rivoluzione civile ci fosse stato Landini (con lo stesso programma di Ingroia) sono certo che il quorum sarebbe stato superato. Ecco perché bisogna cambiare stile, facce, politica, modalità di approccio alla comunicazione. La determinazione e la radicalità di Landini (ma il nome poteva essere un altro) avrebbe comunicato alla gente un messaggio comprensibile e trascinante. Questo non lo abbiamo capito. E oggi la nostra monotona e floscia coazione a ripetere rischia di ucciderci.

Finalmente quello che si poteva capire anche prima è chiaro come la luce del sole. Non ci sono più scuse. E’ chiaro che la gente preferisce Renzi a Bersani. Come è chiaro che il nuovo Papa in due giorni ha conquistato le folle con l’aiuto dei media e di una non comune abilità comunicativa. E allora, la triste verità è che uno schermo televisivo o il video di un computer sono diventati più importanti di mille assemblee che, oltretutto, non possiamo più organizzare perché siamo rimasti quattro gatti. E quindi scoraggiarci non serve a niente. Bisogna cambiare tutto. Non è più il tempo dei partiti di massa. Bisogna pensare che l’ipotesi della rivoluzione non può ripartire dalla guerra di classe ma dalla guerriglia mediatica. Con spirito giacobino e con mentalità del tutto riformata dobbiamo ricominciare ad osare. A partire dal riconoscimento della nostra colpevole inadeguatezza. Se ci prende lo sconforto, pensiamo al 26 luglio, all’attacco alla Moncada (loro erano meno di noi), non per prendere il fucile ma per riprendere il coraggio.