giovedì 1 agosto 2013

PREGIUDICATO !

Dopo 7 ore di camera di consiglio i giudici confermano la pena inflitta in appello al Cavaliere
La suprema corte rigetta l'interdizione dai pubblici uffici e rimanda a nuovo appello (video)
Il procuratore capo di Milano Bruti Liberati: "Pena principale è definitiva ed è eseguibile"
SILVIO BERLUSCONI CONDANNATO Cassazione conferma i 4 anni di carcere  Terzo grado, segui la diretta del Fatto Tv
Silvio Berlusconi è da oggi un condannato in via definitiva. I giudici della sezione feriale della Cassazione hanno accolto le richieste del pg Mura confermando la pena a 4 anni di reclusione per l'ex presidente del Consiglio. Rinviata a nuova corte d'appello, invece la decisione sull'interdizione, che nel processo di secondo grado era stata stabilita in 5 anni e il pg aveva chiesto di ridurre a tre. Per i giudici della Cassazione la pena accessoria deve essere ridefinita perché calcolata in violazione dei termini di legge

Bambini in palio


neonato-reality-pakistan-defaultAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’ultima frontiera dei reality, subito prima degli adolescenti posseduti da fantasmi di una vita precedente e dell’esecuzione in diretta, con tanto di patibolo e il condannato che frigge sulla sedia, è il lascia o raddoppia sul Corano con un neonato in premio per il vincitore.
Oggi televisioni e quotidiani intervistano massmediologi e sociologi sulla tvcattivamaestra, primato dei simulacri, decodificazione aberrante della verità, potenza dei mezzi di comunicazione.
“Il dispositivo televisivo è ossessionato dalla realtà,  chiosa Carlo Freccero,  e il reality, un “terzo livello” oltre il documentario e la fiction, traduce la realtà in gioco”, commentando  lo show pakistano  che ha offerto bambini abbandonati alle coppie concorrenti, grazie alla collaborazione di una Ong  “dedicata” all’infanzia che difende l’iniziativa.
Si grida allo scandalo.
Ma ci deve essere uno strano gioco di prospettive, che allontana e avvicina, esalta e spegne l’indignazione e la partecipazione, ad intermittenza,  come le lucette dell’albero di Natale.
Ci devono essere bambini e bambini.
 Ci sono quelli molto più lontani messi in palio e per i quali  ci si commuove più comodamente, quelli più vicini di là dallo Ionio, che svengono per la fame,  dai quali è preferibile distogliere lo sguardo perché ci parlano di un non troppo remoto e impossibile futuro a portata di fame. 
 Ci sono bambini lontani anche di due o tre anni offerti come prede sessuali, a volte dagli stessi genitori annichiliti dalla miseria, in paradisi turistici come passatempo di mariti e fidanzati molto vicini. 
 Ci sono bambini lontani, gli stessi che compaiono sui manifesti a propagandare fratellanza, che cuciono tomaie, lavorano con le colle e le respirano per stordirsi. 
 Ci sono bambini vicini che anche loro respirano veleni in città su un bel  mare, anche quello intossicato e si ammalano e muoiono prima di diventare grandi e anche prima di aver giocato e nuotato in quel mare. 
 Ci sono bambini che hanno subito oltraggio da chi doveva vigilare sulle loro anime e che li ha condannati all’eterna memoria della violenza e della perversione. 
 Ci sono quasi bambine, appena adolescenti, non molto lontano da qui, caricate sui pullman e scaricate sulla strada.   
 E altre, ragazzine, offerte in cene eleganti. 
 E altre che minacciano il suicidio perché costrette a matrimoni imposti nell’età nella quale si gioca alla casetta.  Ci sono bambini messi in palio perché nel loro paese non esistono leggi sull’adozione e ci sono bambini che crescono negli istituto e nell’ignoranza dell’amore perché invece esistono leggi trappola, capestro e trabocchetto, che ostacolano chi vorrebbe prendersene cura, per una malintesa interpretazione delle leggi di natura che legittimano genitori indegni, ma proibiscono ad altri di esserlo, magari perché sono dello stesso sesso, o persone single.
Che brutto reality è la vita se così tanti bambini sono vittime, se non hanno voce né per ridere né per gridare, se è triste il loro presente e buio il loro futuro.

Il Governo pronto ai saldi estivi


Calendario-inizio-saldi-estivi-2013Anna Lombroso per il Simplicissimus

La grande menzogna consiste nel volerci persuadere che le azioni dei governi, l’austerità, la svendita del patrimonio nazionale e l’erosione dei diritti e delle garanzie servano per contrastare la crisi. Invece è la crisi che serve a contrastare conquiste dei lavoratori, per promuovere l’economia informale e le nuove schiavitù e scoraggiare  l’accesso di molti a quello che vorrebbero fosse appannaggio di pochi, per favorire, soprattutto, l’alienazione dei beni comuni in favore della proprietà,  la cancellazione della sovranità, già ampiamente attuata, preliminare all’annientamento della scomoda democrazia.
Ha subito un’accelerazione la profezia contenuta nel Manifesto: «Tutti gli antichi e arrugginiti rapporti della vita con tutto il loro seguito di opinioni e credenze ricevute e venerate per tradizione si dissolvono, e i nuovi rapporti che subentrano passano fra le anticaglie (…) Tutto ciò che aveva carattere stabile (…) si svapora, tutto ciò che era sacro viene profanato e gli uomini si trovano a dover considerare le loro condizioni di esistenza con occhi liberi da ogni illusione». Così prendono il posto delle radiose visioni del futuro le disincantate narrazioni della teologia del profitto, e la  grande fede di una umanità in marcia verso i lidi dell’emancipazione universale è sostituita dal «concetto puramente geometrico del procedere innanzi» dall’ossessione del  primato della tecnologia, dall’egemonia della scienza come capisaldi della crescita, possibilmente illimitata e profittevole. È persuasiva quella trasformazione “privata”    del progresso al cui centro si erge  la libertà  - o meglio, le licenze – degli individui, l’eliminazione delle burocrazie, il premio al merito, il libero mercato come supremo ed equo regolatore delle relazioni sociali, tanto da esercitare   una formidabile capacità di fascinazione,  anche sui vecchi partiti della sinistra … e su giovani già vecchi. Ma quale futuro della nostra condizione possiamo intravedere dietro queste promesse? Quale pubblica felicità? Dopo trent’anni di propaganda  “progressiva”  il  risultato è che le prossime generazioni vivranno peggio delle precedenti, i figli peggio dei padri, depredati già nella culla di suoli, boschi acqua e futuro.
Il Governo continua a puntare sulle privatizzazioni per dare ossigeno ai conti pubblici, ha annunciato  il presidente del Consiglio. “ Presenteremo in autunno, appena sarà definito, il piano di privatizzazioni: ora non sono in grado di dire che cosa e quanto. Non voglio dare adito a speculazioni: ci lavoreremo fra agosto e settembre”. Perfino Quadrio Curzio ha dei dubbi: “Dismettere adesso in Italia sarebbe difficile o sbagliato per due ordini di motivi. Perchè i mercati sono deboli; perché le privatizzazioni/dismissioni devono essere precedute in alcuni settori da razionalizzazioni mentre in altri è necessaria una presenza pubblico-privato con una strategia di medio-lungo termine”.
Anche per irriducibili realisti, anche per gli ultras del pragmatismo, le svendite sono un passo irragionevole,  controproducente e autolesionista fino al suicidio.  Ma come stupirsi, hanno privatizzato partiti, parlamento, Costituzione.  E proseguono su un terreno fertile per il profitto:   l’etere, privatizzato da tante potenze economiche, l’aria che respiriamo, gli spazi urbani della nostra mobilità quotidiana, la bellezza del paesaggio, il tempo di vita.  Sono stati traditi i referendum. La recente proposta di legge della giunta campana, nel ridisegnare i confini degli ambiti territoriali ottimali in cui è suddiviso il servizio idrico in Campania e quindi l’affidamento dello stesso, è esplicitamente studiata   per provare ad seppellire  la prima esperienza di ri- pubblicizzazione definitivamente completata dopo i referendum di 2 anni fa, quella che si è costruita attorno alla nuova Azienda speciale Abc di Napoli. Ieri  il Pd, allineato come un ubbidiente soldatino ha salvato i fondi per la scuola privata, dando uno schiaffo alla consultazione popolare. In Sicilia il governo Crocetta ha deciso di mettere da parte la proposta di legge di iniziativa popolare promossa a suo tempo dal Forum siciliano per l’acqua, sostenuto da più di 135 amministrazioni locali e da 35.000 siciliani, in favore di una furba mediazione,  che, nella sostanza, lascerebbe inalterato il quadro di gestione privatistica lì esistente. A Mantova è in corso una fortissima accelerazione  per riavviare la procedura di gara per la scelta di un socio privato nella gestione del servizio idrico. Per non dire di quello sul finanziamento pubblico ai partiti, proditoriamente aggirato da appetiti insaziabili.
E d’altro canto ci sono sponsor delle liquidazioni che premono, Unione europea e  Fondo Monetario Internazionale. L’ Europa tramite 6 raccomandazioni chiede di  ” promuovere l’accesso al mercato per la prestazione dei servizi pubblici locali”; il secondo,  sollecita e raccomanda: ” l’agenda delle privatizzazioni, specialmente a livello locale,…deve essere implementata velocemente”.
I salvatori dei conti della patria sanno bene – ammesso che sappiano qualcosa – che con le privatizzazioni la qualità dei servizi   diminuisce, che quelle realizzate per far cassa nell’Europa Centrale e Orientale  si sono tradotte  in fallimenti, incrementando solo le disuguaglianze.  In Grecia, in Spagna, in Portogallo si procede per privatizzazioni express, isole, porti, aeroporti, ferrovie.
Ci liquidano,:   piazze sostituite da centri commerciali, spazi comuni trasformati in shopping mall. E presto perfino questa cittadinanza virtuale sarà circoscritta, ridotta, limitata, già oppressa da spot, inserzioni, consigli per gli acquisti.

Famiglie sfrattate: Regione stanzia 1 milione e mezzo per reperire 300 alloggi


“Con  questo provvedimento vogliamo favorire nuove soluzioni alloggiative adeguate per quei nuclei familiari che sono in possesso di sfratto esecutivo per morosità “incolpevole”, e cioè coloro che, titolari di un contratto di locazione pluriennale  regolarmente registrato e relativo ad un’unità abitativa ad uso residenziale, devono lasciare l’abitazione a seguito di provvedimento esecutivo. Abbiamo destinato un milione e mezzo di euro per agevolare l’incontro della domanda e dell’offerta sul mercato privato della locazione, mediante l’erogazione di contributi ed incentivi ai proprietari che mettono a disposizione alloggi liberi e contiamo così di poter reperire sul mercato almeno trecento alloggi a canone concordato”, così l’assessore regionale alle politiche abitative, Stefano Vinti, ha illustrato, nel corso di una conferenza stampa che si è svolta oggi, giovedì 1 agosto, nel Salone d’Onore di Palazzo Donini a Perugia, la delibera della Giunta regionale che ha previsto la concessione di un contributo per agevolare il reperimento di nuovi alloggi da destinare alle famiglie sfrattate per motivi non dipendenti ovviamente dalla loro volontà.
“E’ ormai sotto gli occhi di tutti, ha dichiarato Vinti, come queste situazioni di disagio siano sempre più frequenti, tanto da divenire una vera e propria emergenza sociale. L’aggravarsi ed il prolungarsi della crisi occupazionale, che si registra ormai da anni su tutto il territorio nazionale ed anche in Umbria, sta comportando una generalizzata e crescente condizione di impoverimento delle famiglie, che, di conseguenza, non sono più in grado di sostenere l’onere delle locazioni sul mercato privato. Una recente indagine condotta dal Ministero degli Interni e dall’Istat ci ha rivelato che la Provincia di Perugia, nel 2012, era al decimo posto in Italia con 984 esecuzioni di sfratto e nel 2013 si rischia di superare i 1300 possibili sfratti. Di questi circa il novanta percento sono sfratti ‘incolpevoli’. Preoccupante per l’Umbria, ha sottolineato Vinti, è anche l’indice della sofferenza abitativa visto che in provincia di Perugia si rileva in media 1 sentenza di sfratto ogni 56 famiglie ed in provincia di Terni addirittura una sentenza ogni 50 famiglie. Ormai l’emarginazione, ha proseguito l’assessore, non è più rappresentata dalle categorie tradizionalmente svantaggiate, quali lavoratori precari o extracomunitari, ma anche da coloro che perdono la sicurezza di un lavoro stabile e si trovano improvvisamente in estrema difficoltà nel condurre normali condizioni di vita.
“In questo contesto, ha affermato l’assessore Vinti, sarebbe necessario che il Governo nazionale procedesse ad una sospensione degli sfratti esecutivi. In assenza di questi provvedimenti, la Giunta regionale ha cercato soluzioni alternative, favorendo l’incontro tra la domanda e l’offerta di alloggi di proprietà privata attraverso l’erogazione di un sostegno economico (incentivi ai proprietari e contributi per integrare il canone di locazione) e può così consentire un più rapido superamento della condizione di emergenza abitativa”.
Gli alloggi disponibili per la locazione saranno individuati dall’ATER regionale attraverso un bando pubblico, emanato a livello regionale e rivolto ai proprietari privati di alloggi liberi. Nei 75 giorni della pubblicazione del bando, i proprietari interessati potranno offrire la disponibilità di alloggi indicando l’ubicazione, la dimensione, i dati catastali, l’anno di costruzione, il possesso delle certificazioni di legge e l’entità del canone di locazione richiesto che comunque dovrà essere “concordato”. Successivamente l’Ater predisporrà singoli elenchi degli alloggi disponibili in ciascun Comune, ordinandoli per gruppi omogenei di grandezza e dando priorità, all’interno di ogni gruppo, a quelli meno onerosi sotto il profilo del canone di locazione.
I contributi hanno la finalità di integrare il canone di locazione che deve essere corrisposto per il nuovo alloggio locato, sino all’eventuale miglioramento della capacità reddituale del nucleo familiare e comunque per un massimo di 24 mesi. Trascorsi trenta giorni dall’emanazione dei bandi per il reperimento degli alloggi, l’Ater regionale emanerà un bando pubblico livello regionale, per l’individuazione dei nuclei familiari beneficiari, in possesso cioè di provvedimento di sfratto per “morosità incolpevole”.
Il provvedimento di sfratto deve essere stato pronunciato in seguito ad una inadempienza nei pagamenti di almeno 6 mesi, dipendente esclusivamente da una significativa riduzione del reddito, intervenuta dopo la stipula del contratto di affitto, a causa di licenziamento,(escluso quello per giustificato motivo soggettivo e per dimissioni volontarie); collocazione in cassa integrazione ordinaria o straordinaria o in stato di mobilità; mancato rinnovo di contratti a termine o di lavoro atipico; cessazione di attività libero-professionali o di imprese registrate alla CCIA aperte da almeno 12 mesi; malattia grave o invalidità di uno dei componenti il nucleo familiare che abbia comportato la necessità di far fronte a documentate spese mediche e assistenziali di particolare rilevanza; decesso del componente il nucleo familiare unico percettore di reddito.
La graduatoria dei beneficiari sarà formulata dall’Ater regionale tenendo conto di alcune priorità, determinate dal grado dei diversi possibili livelli di sfratto. Si va da quei nuclei familiari che sono stati costretti a rilasciare l’alloggio condotto in locazione a seguito dell’esecuzione di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria fino ai nuclei familiari in possesso di semplice avviso di rilascio. Nell’ambito di ciascuna delle suddette categorie le domande sono collocate in graduatoria sulla base del reddito Isee dell’anno 2012 e della composizione del nucleo familiare.
Gli affittuari saranno chiamati dall’Ater regionale a scegliere gli alloggi a disposizione seguendo l’ordine di graduatoria. Gli alloggi, ricompresi negli elenchi predisposti per ciascun Comune, saranno proposti tenendo conto della grandezza idonea alla consistenza del nucleo familiare.
Il contributo, che verrà erogato al proprietario, non potrà superare i 200 euro mensili, per un periodo massimo di 24 mesi e sono previsti due ‘bonus’ di 200 euro per i proprietari che concordano un canone minimo e altri 200 euro per gli affittuari se il costo dell’affitto è superiore al quindici per cento del reddito dichiarato.

Marchionne: il ricatto, come metodo e come sostanza di Dino Greco, Liberazione.it




Alla vigilia dell’incontro con Maurizio Landini, Sergio Marchionne torna a brandire la clava del ricatto, la sua specialità. Il general manager del Lingotto, immagine speculare di Berlusconi traslata dalla politica ai rapporti di produzione, manda a dire che dopo la sentenza con la quale la Consulta dichiara incostituzionale l’articolo 39 della legge 300 e smonta la macchinazione discriminatoria posta in atto dalla Fiat nei confronti della Fiom, la casa torinese (la chiamiamo così solo per abitudine) potrebbe decidere di produrre all’estero le Alfa Romeo.
Questa volta il richiamo, perentorio e di piglio ordinativo, dell’amministatore delegato della Fiat è rivolto al governo, colpevole di non essere ancora intervenuto – con decreto? – a colmare il vuoto legislativo apertosi con la sentenza della Corte, ovviamente per ribadire ciò che invece la Consulta ha messo in mora: la pretesa dell’azienda di scegliersi sindacati di comodo pronti a sottoscrivere accordi sotto dettatura aziendale, per poi revocare agibilità e diritti sindacali alle organizzazioni che a quegli accordi si oppongono, quale che sia la loro rappresentatività.
E’ difficile immaginare cosa di buono, con queste premesse, possa uscire dall’incontro “al vertice” di venerdì. Non è difficile, invece, immaginare cosa dirà il segretario della Fiom. E cioè che per i metalmeccanici della Cgil gli accordi devono essere sì esigibili, ma purchè si metta fine alle pratiche discriminatorie nei confronti dei sindacati e alle imposizioni ricattatorie nei confronti dei lavoratori. Ma, soprattutto, che valga il principio secondo cui ogni accordo, per avere efficacia, deve essere validato attraverso il referendum fra tutti i lavoratori interessati. La Fiom ha da tempo consegnato al parlamento 100mila firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare che si muove esattamente in tal senso. Ma l’attenzione che il governo delle “larghe intese” ha sino ad ora dedicato a questo tema è pari a zero. Del resto, ognuno può constatare come le relazioni industriali, dopo la cancellazione dell’articolo 18, si siano ridotte ad atti di imperio delle controparti padronali.
La legittimazione della derogabilità dei contratti di lavoro e persino delle leggi dello Stato rendono abissale l’asimmetria dei rapporti di forza fra capitale e lavoro.
Le imprese dispongono oggi di una potenza di fuoco mai vista prima e di un’ampia legislazione antilavorista, ultimamente rafforzata dal dl-lavoro in gestazione al Senato.
C’è chi, come Cisl, Uil, Ugl, si adatta, trangugia il rancio orrendo e rosicchia qualche osso buttato generosamente dai padroni nel proprio recinto. C’è chi, come la Cgil, ogni tanto si lamenta, ma poi immancabilmente si adegua. C’è chi, come la Fiom e il sindacalismo di base, prova a reagire, ma sono repliche che scontano l’isolamento politico dei lavoratori, oggi davvero soli. Eppure le lotte, anche quelle disperatamente difensive di oggi, servono. Tengono aperta una possibilità, diversa dal rinculo servile.
In ogni tempo la resistenza ha fecondato la ripresa del movimento. Che prima o poi è venuta. I padroni sanno, per istinto di classe, che malgrado tutto è difficile nascondere sotto il tappeto la cruda realtà dello sfruttamento, “mettere le brache al mondo” e, soprattutto, vincere sempre. Per questo, quando sentono di potere affondare i colpi menano mazzate da orbi. E non fanno prigionieri.
Un vecchio presidente di Confindustria, luigi Lucchini, più volte condannato dai tribunali le cui sentenze definirono le sue fabbriche “scuole di comportamento antisindacale”, sosteneva – parafrasando il generale Custer – che “il solo sindacalista buono è il sindacalista morto”. Questo motto è diventato molto di moda, a dritta e a manca, nell’Italia contemporanea. Ma devono stare ugualmente attenti, lor signori, perché il pendolo della storia non resta a lungo da una parte sola.

Pampanelli/Prc Perugia: Il Comune investa sui “Rifiuti Zero”

ImageOggi in commissione è stato votato il nostro Ordine del Giorno che chiede al Comune di Perugia di aderire alla campagna “Rifiuti zero” e di intraprendere tutti gli sforzi affinché, in sede di aggiornamento del Piano regionale dei rifiuti, vengano inseriti gli obiettivi della progressiva riduzione di quelli prodotti, dell’aumento della differenziata, e del riutilizzo della materia anche attraverso il trattamento a freddo o meccanico-biologico dei rifiuti;
«Il nostro odg, oltre a chiedere l’adesione alla campagna nazionale “Rifiuti Zero”, impegna Sindaco e Giunta ad istituire un Osservatorio comunale, composto di istituzioni territori e cittadini, col fine di coadiuvare e coordinare tutte le iniziative possibili tese all’aumento esponenziale della differenziata e di prevedere entro il 2016 un centro di smistamento per il riuso degli oggetti che possono essere reinseriti nel mercato».
Così il Capogruppo Pampanelli che continua:
«A nostro avviso non si deve perdere l’ occasione di approvare linee guida in cui si rafforzino la raccolta differenziata fino all’obiettivo rifiuti zero, si preveda, nella chiusura del ciclo dei rifiuti, il ricorso al trattamento a freddo e si applichi la tariffazione puntuale tanto da rispettare il principio che chi più inquina più paga.
Tutto questo non confligge con nessun Piano né regionale né di Ambito e certo va preservata l’autonomia dei Comuni che, se vogliono, possono arrivare al massimo livello di differenziata possibile a prescindere, appunto, dal sistema di chiusura del ciclo che l’ATI deciderà di darsi. Non capiamo allora perché il PD (il resto della maggioranza ha votato a favore) abbia bocciato questo odg. Da anni leggi statali e disposizioni del Parlamento europeo chiedono di ricorrere per lo smaltimento dei rifiuti a tecnologie pulite che siano in grado di salvaguardare l’ambiente e la salute dei cittadini e che facciano anche diminuire i costi del servizio.
Il problema secondo noi, al di là di facili proclami o ideologie sull’argomento, è di dotare il Comune e, possibilmente, l’Umbria di un sistema sostenibile che punti ad una progressivo e totale riuso della materia. Non esistono chiusure del ciclo che non portino al conferimento in discarica (i termovalorizzatori vi conferiscono materie molto più nocive come le ceneri prodotte), ma sistemi che riducono al massimo questa opzione e trasformano in altri prodotti (ad esempio in inerti per l’edilizia) i materiali non riciclabili. Questo già accade in città di tutto il mondo (alcune con popolazioni di 800000 abitanti) e pensiamo che Perugia deve essere capofila nella regione di queste politiche. Forse manca la volontà politica poiché sia gli inceneritori che i cementifici rappresentano corposi investimenti economici che se anche un solo Comune dell’ATI 2, arrivasse a livelli sopra l’80% di differenziata manderebbe all’aria i cospicui introiti su cui contano appunto gli
 investitori”.
Capogruppo PRC Comune Perugia
Emiliano Pampanelli

Comprare casa è tre volte più difficile che nel 1980


Per i trentenni di oggi tempi triplicati per il sogno di un tetto.  E l’Italia non cresce
Quanti anni ha perso il nostro Paese? Ma soprattutto quanti ne stanno perdendo oggi quelli che ci vivono? Per misurare concretamente questa perdita abbiamo deciso di guardare alle case, al loro prezzo e al lavoro per offrire una prima, limitata ma intuitiva, misura di questa sconfitta.
La mancanza di crescita italiana è straordinaria se confrontata con le altre economie sviluppate nell’ultimo decennio. Tra tutte le economie dell’Ocse, l’Italia è il paese che ha avuto la minore crescita media del reddito reale pro capite. Se possibile in realtà il dato è perfino peggiore: l’Italia è l’unica delle economie sviluppate ad avere un tasso di crescita del reddito medio negativo nell’ultimo decennio. Mentre dal 2001 al 2011 in tutte le economie sviluppate ed emergenti, il reddito reale medio è cresciuto, magari anche di poco, in Italia è calato. Ci ritroviamo nel 2012 ad essere mediamente più poveri di ben dieci anni fa. Non siamo più poveri del 2007, ma del 2001. È un dato impressionante.

Figura 1 - Crescita media del reddito reale pro capite

Da quando l’Italia ha smesso di crescere, si è verificato un cambiamento radicale nella struttura della società italiana. E’ un cambiamento che ha a che fare con il ruolo e il riconoscimento del lavoro. Forse non è immediato per tutti comprendere cosa significa concretamente la mancanza di crescita economica. Se si perde il lavoro oppure si comincia a pagare l’IMU sulla prima casa o un ticket sanitario per cui prima si era esenti, se ne ha un primo senso. In realtà però il cambiamento dovuto alla mancanza di crescita economica è più profondo, riguarda tutti queli che lavorano ed lo si percepisce davvero solo se si guarda alle scelte fondamentali che scandiscono la vita delle persone.
Tra tutte le scelte che le persone compiono durante la propria vita, una tra le più caratterizzanti è certamente l’acquisto della propria abitazione.
Utilizzando l’indagine sui bilanci delle famiglie italiane di Banca d’Italia, ci siamo perciò chiesti quanti anni impiegherebbe un trentenne, in media, per comprare casa se potesse impiegare tutto il proprio reddito per farlo. La risposta è poco più di 10 anni. Se poi, invece della casa media, ci riferissimo ad un appartamento di 100 metri quadrati, sarebbero necessari più di 12 anni. Se 10 o 12 anni non sembrano molti – i mutui accesi dalle famiglie sono ben più lunghi, si tenga presente che questo esercizio assume che le persone spendano il proprio intero reddito annuale per comprare casa.
L’informazione veramente importante non è però quanto ci impiegherebbe un trentenne oggi, ma quanto ci impiegava lo stesso trentenne 30 anni fa, cioè nel 1980: la risposta è tra 3 anni e mezzo e 4 anni e mezzo.
Questa è la misura più sconcertante della mancanza di crescita economia: il lavoro non conta più come una volta perchè un trentenne non può più permettersi di comprare l’appartamento medio in un tempo ragionevole se vive solamente del proprio lavoro. È facile capire che tipo di paese sia quello in cui l’acquisto della casa dipende dai risparmi dei genitori: un paese senza mobilità sociale. Non abbiamo scelta se non pensare a quali politiche economiche possono farci tornare a premiare il lavoro.

Figura 2 - Numero di anni per acquistare appartamento con un reddito medio da lavoro dipendente per chi ha da 30 a 40 anni


L’Italia antikeynesiana (1981-2013)

Keynes-Verboten
Una leggenda si aggira per l’Italia: il nostro sarebbe un paese keynesiano.
1) Nel 1981 la Banca d’Italia e il Tesoro “divorziano”. Lo Stato quindi rinuncia al controllo sui tassi di interesse dei titoli e lascia crescente spazio nella loro determinazione e nel finanziamento del debito pubblico ai mercati finanziari.  Risultato: il debito pubblico incomincia ad aumentare rapidamente. Keynes riteneva che lo stato dovesse controllare i tassi di interesse.
2) Durante gli anni ’80, al contrario di quel che quasi tutti credono, la crescita della spesa primaria (cioè al netto degli interessi) si arresta. Alla fine degli anni 80 tornano a salire le tasse …
bdi
… e a partire dai primi anni 90 l’Italia produce sistematicamente avanzi primari fino ad oggi (con la sola eccezione del 2009, quindi oltre 20 anni, a prescindere dal ciclo), mentre è in deficit considerando la spesa per interessi. La conseguenza è che lo Stato toglie risorse all’economia reale e le sposta verso la rendita mentre i mercati stabiliscono i tassi di interesse. Keynes invece proponeva l’eutanasia del rentierSiamo così bravi nei “sacrifici” da fare sfigurare anche i virtuosi tedeschi.
3) Negli anni 90 vengono privatizzate tutte le banche pubbliche. Keynes invece parlava di una “socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento”. Al di là delle banche, l’entità delle privatizzazioni è seconda solo alla Gran Bretagna della Thatcher(*). Insieme ai “panettoni di stato” si privatizzano anche imprese strategiche e relative reti (Telecom).
4) Soprattutto sotto i governi Berlusconi si procede ad appiattire la curva delle aliquote fiscali,che invece Keynes riteneva dovesse essere ripida per mantenere alta la propensione al consumo.
5) Nel 1998 l’Italia aderisce all’euro, una moneta unica basata sull’idea di una banca centrale indipendente (secondo il postulato neoclassico delle “aspettative razionali”), un bilancio pubblico molto piccolo e mai in disavanzo, nessun riequilibratore automatico federale, nessun sistema che impedisca sistematici deficit/surplus delle partite correnti e criteri macroeconomici che limitano l’autonomia fiscale degli stati membri, senza alcuna compensazione “federale”. Ovvero esattamente il contrario delle prescrizioni keynesiane.
6) A partire dagli anni ’70 gli scambi commerciali e i movimenti di capitale vengono liberalizzati senza alcun meccanismo di riequilibrio. Cioè l’opposto di quanto Keynes propose a Bretton Woods. Il mercato unico europeo è l’apoteosi di questa politica.
7) Con la cosiddetta “legge Draghi” si procede alla liberalizzazione del sistema bancario abolendo la vecchia legge bancaria, mentre (come sanno anche i sassi) il keynesismo prescrive una forte regolamentazione delle banche (come con il Glass-Steagall Act) e la “repressione” dei mercati finanziari.
8) Con la crisi dei debiti sovrani l’Italia decide di applicare un’austerità ancor più dura che nei 20 anni precedenti, tagliando la spesa e aumentando le imposte nel tentativo di raggiungere il pareggio di bilancio (inserito peraltro in Costituzione). Il risultato, come prevedono i modelli keynesiani, è che il PIL si riduce più dell’aggiustamento fiscale, portando così a crescere il rapporto debito/PIL.
La sintesi è che abbiamo fatto l’esatto opposto di quanto prescrivevano Keynes e i Keynesiani. Sostenere che siamo nei guai perché siamo stati “troppo keynesiani” facendo deficit (in realtà accumulando avanzi sistematici) suona piuttosto ironico.
_______
(*) UK: 13,4% del PIL periodo 1984-1996; ITA: 12,3% periodo 1992-2003. Alberto Quadrio Curzio ha calcolato una classifica differente tenendo conto di periodi più estesi e senza rapportare al PIL: “Dal 1985 al 2012 l’Italia ha effettuato dismissioni (sia dello Stato che degli Enti locali, sia parziali che totali) con introiti per 157 miliardi di euro correnti preceduta nella Ue25 (senza Bulgaria e Romania) solo dalla Francia (174 miliardi) e seguita da Regno Unito e Germania”. Il Sole 24 Ore: http://24o.it/CR3zQ

Vinti:"Sanità pubblica umbra prima in italia per qualità e efficienza. Ottimo!"


Di Stefano Vinti
La notizia che è l’Umbria a guidare il gruppo delle cinque Regioni tra le quali saranno scelte le tre Regioni di riferimento, per la definizione dei criteri di qualità dei servizi erogati, appropriatezza ed efficienza ai fini della determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario, conferma l’importanza dell’impegno di Rifondazione Comunista nella difesa della sanità pubblica.
A redigere la classifica è stato lo stesso Ministero della Salute sulla base di una procedura ed una metodologia che ha definito degli indicatori di efficienza che hanno riguardato: lo scostamento dallo standard previsto per l'incidenza della spesa per assistenza collettiva sul totale della spesa (5%); lo scostamento dallo standard previsto per l'incidenza della spesa per assistenza distrettuale sul totale della spesa (51%); lo scostamento dallo standard previsto per l'incidenza della spesa per assistenza ospedaliera sul totale della spesa (44%); spesa procapite per assistenza sanitaria di base; spesa farmaceutica pro capite; costo medio per ricoverato acuto; spesa per prestazione per assistenza specialistica-attività clinica; spesa per prestazione per assistenza specialistica-laboratorio; spesa per prestazione per assistenza specialistica-diagnostica strumentale. Dopo aver individuato, sulla base di questi criteri, le Regioni "eligibili", si è proceduto a calcolare l'Indicatore di qualità e di efficienza (IQE) per ciascuna delle Regioni individuate e sancendo, quale modello di riferimento, il sistema sanitario regionale umbro.
Questo traguardo è un vanto per le amministrazioni regionali che si sono susseguite negli anni e di cui Rifondazione Comunista è stata parte integrante, ma non solo: che il modello sanitario umbro possa rappresentare un modello di riferimento assesta, infatti, un colpo durissimo ai fautori delle privatizzazioni senza se e senza ma. Un risultato conseguito grazie al contributo fondamentale degli operatori sanitari: medici, paramedici, tecnici, personale amministrativo, dirigenti e direttori delle aziende, che hanno profuso un grande sforzo e dispiegato un lavoro di qualità. Grazie anche all’impegno di tutti i professionisti, che nonostante gli sforzi delle varie Giunte regionali, ancora subiscono contratti di lavoro a tempo determinato o precario, sebbene in questi anni si siano effettuate molte stabilizzazioni.
La salute - e il modo in cui lo Stato organizza il sistema sanitario - è una questione politica di prima grandezza. Incidono sulla nostra salute l'ambiente fisico e quello sociale, la distribuzione del reddito e l'organizzazione del lavoro, il sistema educativo come l'ambiente urbano e quello naturale. Per questo, il sistema sanitario, l'attenzione che si presta al complesso di attività di prevenzione, cura e riabilitazione è uno dei più sensibili misuratori del livello di civiltà di un paese: un paese che assicura la salute solo a chi può pagare è un paese barbaro e senza futuro. Le politiche neoliberiste, in particolare l’apertura di un mercato delle prestazioni sanitarie e l’impulso alla sanità privata, che le destre e una parte del centro – sinistra a livello nazionale hanno perseguito in questi anni, rischiano di pregiudicare il diritto alla salute per tutti.
Rifondazione Comunista ha fatto, da sempre, una decisa scelta di parte anche in tema di salute, in Italia come in Umbria: siamo per il miglioramento e il potenziamento del sistema sanitario pubblico e universalistico improntato sulla giustizia sociale e sulla qualità per realizzare un servizio accogliente ed efficace.
In Umbria abbiamo condotto una battaglia contro l’introduzione dei ticket regionali perché convinti che avrebbero scaricato i costi sulle fasce più deboli della società. Oggi possiamo dire che avevamo ragione. Il 96% del Servizio Sanitario Regionale umbro è pubblico nonostante i tagli che negli anni si sono susseguiti, dai tagli di operati da Tremonti nel 2010 fino a quelli previsti nel 2014 che ammontano a 180 milioni di euro. l’Umbria ha saputo reagire e resistere non mettendo in discussione l’universalità del sistema sanitario e non facendo pagare i costi delle scelte sconsiderate assunte a livello nazionale a coloro che avevano meno.
Proprio in questi mesi, la sanità umbra è stata riformata nella sua architettura istituzionale, passando da sei a quattro aziende, razionalizzando o ottimizzando i servizi offerti, potenziando la medicina del territorio e quella preventiva, definendo una nuova convenzione con l’Università di Perugia, accorpando ospedali ed investendo sull’edilizia sanitaria, riformando il servizio di 118 e dotandosi di elisoccorso in cooperazione con le Marche, razionalizzando le spese per la farmaceutica, siglando un nuovo accordo con i medici di base, ecc.
È ovvio che questo non basta. I problemi esistono e vanno risolti, senza però cedere alle tentazioni di chi pensa che solo nello smantellamento della sanità pubblica a favore dei privati e del mercato possiamo trovare le soluzioni.
Se l’Umbria è oggi un modello di riferimento per qualità e costi dei servizi lo si deve anche a chi, come Rifondazione Comunista, negli anni ha tenacemente combattuto quell’idea e altrettanto convintamene ha difeso la salute come un diritto universale e non come una merce.

Marini, Tomassoni e Vinti: Grande successo sanità pubblica umbra

"È un riconoscimento molto importante per tutta l'Umbria, che dimostra come sia possibile avere un sistema sanitario pubblico in grado di garantire la massima qualità delle prestazioni, assieme all'equilibrio di bilancio". È quanto ha affermato, nel corso dell'incontro con i giornalisti, la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini che ha altresì sottolineato il fatto che "se l'Umbria è la prima delle cinque Regioni 'benchmark', ciò testimonia anche la possibilità per una piccola Regione - penalizzata dall'economia di scala dovendo comunque sostenere costi fissi a prescindere dal numero degli abitanti - di raggiungere equilibrio di bilancio, pur mantenendo alto il livello della qualità delle prestazioni".
"Se a questo risultato - ha detto - aggiungiamo i dati che emergono dal rapporto Istat relativi alla valutazione della qualità dei servizi da parte dei cittadini, allora possiamo affermare che davvero la sanità pubblica in Umbria ha un modello sostenibile economicamente e efficiente per qualità delle prestazioni".
Per la presidente Marini tale risultato, "che ci impone anche una particolare responsabilità, è frutto di un lavoro di squadra che ha visto e vede impegnati tutti i soggetti che operano nel mondo della sanità pubblica, dalle strutture regionali, alle Aziende sanitarie ed ospedaliere, alle organizzazioni professionali dei medici, dei farmacisti, di tutto il personale sanitario e degli stessi cittadini. Ciascuno - ha rilevato - ha offerto il proprio positivo contributo per il raggiungimento di un obiettivo che è essenzialmente quello di avere una sanità pubblica efficiente in grado di essere universalistica. Un risultato che è anche il frutto della capacità di programmazione in sanità che questa Regione ha espresso da molti anni".
"Voglio anche dire in questa circostanza - ha soetenuto - che questo Paese dovrebbe riflettere sulla insostenibilità di un sistema sanitario pubblico che pesa soprattutto sui cittadini che al sistema sanitario sono costretti a rivolgersi. Ritengo infatti che la sanità, per un fatto di equità, debba essere finanziata dalla fiscalità generale e non, come avviene ora, dai cittadini costretti a pagare oltre che con le tasse anche con ticket che coprono ad oggi il 25 per cento della dotazione del Fondo sanitario".
Di "bella giornata per l'Umbria" ha parlato l'assessore alla Sanità Franco Tomassoni: "Un risultato che ci gratifica per il lavoro svolto in questi anni e che assume un particolare rilievo se si considera che proprio in questi ultimi tre anni abbiamo registrato una forte riduzione delle risorse".
Per l'assessore Tomassoni, inoltre, "quella che abbiamo effettuato con la nostra riforma sanitaria e soprattutto avendo scelto il modello delle due Aziende sanitarie e ospedaliere, si rivela la scelta migliore. Certo, permangono per la sanità sia italiana che umbra delle criticità, a partire dalla inadeguatezza del Fondo sanitario nazionale che quest'anno per la prima volta ha registrato una diminuzione delle risorse. Così - ha concluso - come dobbiamo ulteriormente lavorare affinché diminuiscano ancora i tempi delle liste di attesa".
Alla conferenza-stampa è intervenuto l'assessore regionale Stefano Vinti, che ha parlato di uno straordinario risultato politico per l'Umbria.

Partiti o comitati elettorali? di Rossana Rossanda, Sbilanciamoci.info


Rossana Rossanda interviene sulla situazione dei partiti in Italia ed in particolare del PD. "Da quel momento anche i partiti che hanno continuato a dirsi di sinistra hanno cessato di esprimere un diversa idea di società"

La requisitoria contro i partiti, fatta propria da amici carissimi oltre che cittadini specchiati, come Marco Revelli, è approdata sul loro esponente più fragile, il Partito democratico, dimostrando che l’esito ne è la trasformazione del partito in semplice comitato elettorale. 
Che cos’era un partito se non un’idea e proposta di società, fatta propria da una parte di essa, come dice la stessa parola, e presentata a una popolazione composta da parti sociali diverse e anche opposte? È in questo senso che la Costituzione del ’48 indica nei partiti, aggregati per idee e interessi, gli strumenti tipici della democrazia, i “corpi intermedi che organizzano la riflessione fra la società e lo stato, e attraverso le elezioni ne esprimono la frazione maggioritaria”. Con un solo limite, il patto costituzionale, entro il quale e senza uscirne i partiti sono liberi di muoversi e modificarsi.
Questo impianto del pensiero politico moderno sta saltando dal 1989 in poi con la crisi dei partiti comunisti e di quel “compromesso keynesiano”, che era nato dopo il disastro economico del ’29, il sorgere dei fascismi e la seconda guerra mondiale. Ed era stato alla base delle costituzioni democratiche, come la nostra. Esso riconosceva che fra capitale e salariato gli interessi sono opposti e cercava di frenare sia una rivoluzione, come quella russa del 1917, sia una reazione come quella fascista e nazista, ponendo dei limiti alla classe più forte, quella del capitale. Era allora comune che il modo di produzione capitalistico dominante in occidente andasse corretto, l’ondata liberista riaperta da Thatcher e Reagan ha dichiarato l’unicità e l’eternità dell’assetto sociale capitalista con la famosa “Tina” e ha messo fine ai “partiti” come espressione di “parti sociali’, lasciando legittimità soltanto ai bilateralismi anglosassoni e a un modo in parte diverso di amministrare l’unica società possibile, quella capitalista. E questo ritorno a Von Hayek è apparso persuasivo agli eredi europei dei partiti comunisti, anzi, come ebbe a dire D’Alema, la “normalità” cui hanno auspicato che anche l’Italia arrivasse.
Da quel momento anche i partiti che hanno continuato a dirsi di sinistra hanno cessato di esprimere un diversa idea di società, con relativi valori e controvalori, avversari e obiettivi e il loro asse si è spostato dalla proposta di un’idea di società e di paese alla promozione delle persone che si candidano a dirigerlo. Non stupisce che il più travolto e sconvolto dal mutamento sia l’erede del Partito comunista, il Pd. Traversato da lotte furibonde tra autoproposti a tenere il presente e i pochi che vorrebbero mantenere una differenza sociale, essere insomma non dico ancora comunisti ma ancora keynesiani. I più, anche nella cosiddetta società civile, di conflitti non ne vogliono più sentir parlare e preferiscono lamentare la degenerazione morale di una politica che non può essere che quella. E non ne vogliono sapere, non per caso, della proposta di Fabrizio Barca, consistente nel ridare ai partiti soltanto il ruolo di propositori di idee di società, separandoli dalle istituzioni dello Stato, con relativi posti e prebende. Non è una proposta semplice ma non è stata presa neanche in considerazione dai candidati leader alla segreteria, e il Pd già non è che un comitato elettorale, il cui problema principale è decidere se la base degli elettori deve essere riservata a chi ne costituiva la base sociale composta dai senza mezzi di produzione (capitali, terre, miniere) oppure l’intera popolazione, capitalista o no. Il voto andrà esclusivamente alla persona del candidato e al suo modo di fare e apparire in una società appunto “normalizzata” come sopra. Un giovane come Renzi non esita a dire che del partito non gliene importa niente, se non come mezzo sul quale salire per arrivare al governo; perché di una società altra non gli cale affatto.
Non so se un partito del genere sarebbe in grado di risanare la crisi italiana, sezione della crisi mondiale in cui il liberismo ci ha messo. Questo non sta nei suoi intenti, come non mi è nota l’analisi delle cause che ne fa finora Barca. Più modestamente la sua proposta sarebbe in grado liberarci da quella sovrapposizione di bassi interessi e illegalità che deprecava Marco Revelli nell’auspicare la fine dei partiti? Forse sì, ma se ne uscirebbe ripulita la sfera della rappresentanza, l’intera formazione della struttura politica andrebbe ripensata. E sarebbe impossibile cancellare il conflitto sociale come oggi fa tutta la politica, destra e sinistra, rappresentati e non rappresentati.