domenica 3 agosto 2014

No allo stravolgimento della Costituzione

No allo stravolgimento della Costituzione
No allo stravolgimento della Costituzione che il Governo Renzi, insieme con Forza Italia, vuole imporre nel clima di distrazione di un Paese in cui scuole, università, fabbriche e uffici stanno chiudendo

Le bugie che ci raccontano…

1. Prima bugia: non abbiamo una legge elettorale valida

Il Parlamento eletto nel febbraio 2013 con il “Porcellum” (L. 270/2005) è costituito tramite premio di maggioranza e soglia di sbarramento seguendo il sistema maggioritario, sistema che stravolge il principio base della democrazia rappresentativa. Gli eletti devono rappresentare fedelmente la composizione sociale, culturale, politica del paese (il Parlamento come “carta geografica” che raffigura in scala il territorio) e il voto deve essere libero, uguale, segreto, secondo il principio “una testa, un voto”. Esempio eclatante di tale stravolgimento sono appunto le ultime elezioni politiche: la coalizione “Bene Comune” (PD, SEL e altri) con il 29,55% di voti ottiene 340 deputati su 630 (il 53,96%), la coalizione guidata dal Pdl, con il 29,18% ne ottiene 124 (il 19,68%), il M5S, con il 25,56% 108 (il 17,14%), mentre altre forze politiche sono escluse dal Parlamento.
La sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale delle norme del Porcellum  riguardanti il premio di maggioranza e l'impossibilità per l'elettore di fornire una preferenza (“ferisce la logica della rappresentanza”).
Risulta dai primi di Gennaio in vigore una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 4%: è dunque assolutamente falso che non ci sia una legge elettorale con cui votare.
Per migliorare tale legge e dare pieno valore al principio della rappresentanza, basta togliere la soglia di sbarramento.
2. Seconda bugia: abbiamo troppi rappresentanti che ci costano troppo
La Costituzione italiana prevede la centralità del Parlamento e la sua preminenza rispetto al Governo (Governo Parlamentare). Il sistema parlamentare italiano si caratterizza per il bicameralismo perfetto o paritario: nessuna Camera può vantare una competenza che non sia anche dell'altra.
Nella Costituzione il numero dei parlamentari è determinato in base al principio di una adeguata rappresentanza del corpo elettorale: un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000. Nel 1963, con legge costituzionale si è fissato il numero di parlamentari con 630 alla Camera e 315 al Senato.
Se si pone l’assemblea elettiva, il Parlamento, e non l’esecutivo, il Governo, al centro della vita politica del Paese – come inequivocabilmente prescrive la Costituzione – è giusto e necessario che vi sia un numero adeguato di parlamentari che lavorino a tempo pieno nelle commissioni e in seduta plenaria all’attività legislativa e di controllo sull’operato dell’esecutivo.
La riduzione del numero dei parlamentari implica non solo una riduzione di rappresentanza, ma anche uno stravolgimento della Costituzione, dando priorità e centralità al Governo a discapito del ruolo del Parlamento, ridotto a camera di signorsì per decreti e disegni di legge governativi (come sta accadendo con la riforma costituzionale di Renzi).
Dal 1995 al 2004 gli stipendi dei parlamentari hanno avuto la massima impennata. Poiché sono decisi con regolamento parlamentare possono essere immediatamente dimezzati riportandoli complessivamente a livelli ragionevoli, come in altri paesi europei.

3. Terza bugia: l’urgenza della riforma serve a risolvere la gravissima crisi economica

L’Italia attraversa la crisi mondiale, economica e sociale più grave dal dopoguerra (persi dal 2007 un milione di posti di lavoro, crollo della domanda interna, perso ¼ del prodotto industriale, Pil -9%, chiusura quotidiana di piccole e medie imprese, pesantissimi tagli allo stato sociale) senza che si intravveda un’uscita dal tunnel. Ma il Governo Renzi, sostenuto dall’intervento di Giorgio Napolitano, ormai abituato a travalicare il suo ruolo costituzionale di Presidente super partes, impegna da mesi il Parlamento in un braccio di ferro su una riforma costituzionale superflua.
In uno Stato democratico le riforme della Costituzione si fanno in un clima di meditata riflessione, ampio dibattito e consenso sostanziale di tutte le forze politiche rappresentate. In uno Stato Democratico, le riforme costituzionali nascono dal Parlamento, e non su iniziativa del Governo.
Può essere legittimato a cambiare la Costituzione un Parlamento figlio di una legge elettorale incostituzionale?
Comitato per la difesa e attuazione della Costituzione,

Come rubare la casa alle famiglie di Paolo Berdini, Il Manifesto




Per avere pre­sen­tato una pro­po­sta di legge urba­ni­stica che limi­tava il domi­nio della ren­dita immo­bi­liare, il mini­stro dei lavori pub­blici demo­cri­stiano Fio­ren­tino Sullo, fu sot­to­po­sto ad una inau­dita cam­pa­gna dif­fa­ma­to­ria orche­strata dalla grande pro­prietà fon­dia­ria e dai costrut­tori edili. Fu accu­sato di voler «togliere la casa agli ita­liani» e sulla base di que­sta men­zo­gna la legge fu accan­to­nata per sempre.
Era il 1963 e a distanza di cin­quan­tuno anni si capi­sce il motivo della vio­lenza della classe diri­gente nei suoi con­fronti: le case degli ita­liani le vole­vano ven­dere loro. Per cin­que decenni hanno domi­nato incon­tra­stati il mer­cato della casa impo­nendo prezzi senza con­trollo; costruito peri­fe­rie di brut­tezza e disor­dine inim­ma­gi­na­bili nell’Europa occi­den­tale; gua­da­gnato for­tune incal­co­la­bili. Nel momento di crisi del loro modello di governo pen­sano che sia venuto il momento di com­piere l’ultimo misfatto.
I tri­sti nipo­tini dei pro­ta­go­ni­sti della dif­fa­ma­zione di Sullo hanno infatti ideato – e il mini­stro delle infra­strut­ture Mau­ri­zio Lupi l’ha pron­ta­mente pre­sen­tata al Par­la­mento– una pro­po­sta di riforma urba­ni­stica che mette per la prima volta nella sto­ria dell’Italia con­tem­po­ra­nea a rischio le case delle fami­glie italiane.
La pro­po­sta, infatti, non dice nulla sui motivi che a par­tire dal 2007 hanno por­tato a una dimi­nu­zione dei valori immo­bi­liari che nelle aree mar­gi­nali del paese ha rag­giunto il valore del 40% e si atte­sta sul 20% nelle peri­fe­rie delle grandi città. Ci sono decine di migliaia di fami­glie di lavo­ra­tori che si sono inde­bi­tate per acqui­stare una casa e oggi il valore dei loro alloggi è infe­riore a quello di acqui­sto. Il crollo dei valori immo­bi­liari è stato cau­sato dalla crisi eco­no­mica mon­diale ma anche per­ché nel ven­ten­nio domi­nato dal neo­li­be­ri­smo si è costruito senza regole a ritmi folli e oggi tutti gli isti­tuti di ricerca di set­tore par­lano di almeno un milione di alloggi nuovi inven­duti. I valori delle abi­ta­zioni sono crol­lati per­ché c’è troppo inven­duto.
Anche una per­sona nor­male – non biso­gna essere mini­stri — com­prende che se si costrui­scono altre case, il valore degli immo­bili esi­stenti dimi­nuirà ancora e le fami­glie ita­liane subi­ranno un ulte­riore impo­ve­ri­mento dopo il taglio degli sti­pendi, delle pen­sioni e del wel­fare. La pro­po­sta cosid­detta «Lupi», ma che viene dalla potente asso­cia­zione della pro­prietà immo­bi­liare e dai costrut­tori ita­liani, è tutta pen­sata per favo­rire un’ulteriore costru­zione di nuove case senza pren­dere atto del fal­li­mento dalla poli­ti­che seguite fino ad oggi.
Al di là di vuoti richiami alla pro­spet­tiva di fer­mare il con­sumo di suolo, essa si basa infatti sullo stesso pila­stro che ha favo­rito la cemen­ti­fi­ca­zione, e cioè il diritto edi­fi­ca­to­rio rico­no­sciuto per legge in eterno e – addi­rit­tura — afferma nei prin­cipi della legge (art. 1) che «ai pro­prie­tari di immo­bili è rico­no­sciuto il diritto di ini­zia­tiva (…) anche al fine di garan­tire il valore degli immo­bili». Pen­sano alla grande pro­prietà, gli altri cit­ta­dini non contano.
Ma oltre che con un ulte­riore deprez­za­mento, vogliono rubare real­mente la casa agli ita­liani anche con il recu­pero del patri­mo­nio edi­li­zio esi­stente. Nei brevi arti­coli dedi­cati a quello che dovrebbe invece essere il pila­stro dell’edilizia del futuro, si trova infatti un mec­ca­ni­smo inam­mis­si­bile e odioso. Si dice che se ci sono pro­prie­tari con­trari ad ini­zia­tive edi­li­zie si potrà agire in loro danno spo­stan­doli in un’altra parte della città senza il diritto a rien­trare dopo le opere nella casa in cui sono vissuti.
Così gli spe­cu­la­tori «valo­riz­zano» le loro immense pro­prietà e i più poveri dovranno sot­to­stare una volta di più alle ragioni del più forte. Una vera mascal­zo­nata sociale.
La pro­po­sta di legge Lupi è la dimo­stra­zione amara delle teo­rie di Luciano Gal­lino sul trionfo di un revan­sci­smo pro­prie­ta­rio di classe che sem­bra non incon­trare limiti. Una con­ferma delle reali inten­zioni del governo Renzi che ha infatti con­fer­mato il mini­stro ex ber­lu­sco­niano di ferro.
È ora di rico­struire uno schie­ra­mento alter­na­tivo al libe­ri­smo e idee per ali­men­tarlo. A par­tire da una pro­po­sta che azzeri il domi­nio intol­le­ra­bile della ren­dita paras­si­ta­ria in Italia.

Siamo tutti palestinesi. O siamo tutti responsabili? di Giuliana Sgrena, Il Manifesto





Non solo non si è mai pensato a sanzioni, ma si continua a vendere armi e tecnologia a un governo che sta “sterminando” un popolo. L’Italia tace, ma candida Federica Mogherini a guidare la politica estera europea
L’articolo di Luciana Castel­lina (il mani­fe­sto, 30/7/2014) ci ha inter­pel­lati tutti, soprat­tutto noi che abbiamo fatto della soli­da­rietà con il popolo pale­sti­nese, soprat­tutto con Time for peace (1990), il tas­sello più impor­tante della nostra mili­tanza paci­fi­sta. La nostra impo­tenza di fronte a quello che suc­cede a Gaza è lace­rante. Anch’io non voglio par­lare di cosa suc­cede, e come potrei? Io sono a Roma men­tre loro – bam­bini, donne e uomini – muo­iono sotto le bombe israeliane.
Noi diciamo che «siamo tutti pale­sti­nesi», ma la realtà è ben diversa. Sono stati mai con­tati i morti pale­sti­nesi dal ’48 in poi? Sap­piamo esat­ta­mente il numero dei pro­fu­ghi? Abbiamo i dati sulle distru­zioni pro­vo­cate da Israele? Sap­piamo che a Gaza non c’è più acqua, elet­tri­cità, medi­cine… Non c’è più la pos­si­bi­lità di vivere. La puni­zione col­let­tiva con­tro un popolo è una vio­la­zione delle con­ven­zioni inter­na­zio­nali, ma quante riso­lu­zioni ha vio­lato Israele eppure, a dif­fe­renza di quanto avviene rispetto all’Ucraina, nes­suno ha mai pen­sato di imporre san­zioni a Israele. Non solo non si è mai pen­sato a san­zioni ma si con­ti­nua a espor­tare armi, tec­no­lo­gia e ad aiu­tare un governo che sta “ster­mi­nando” un popolo. So di usare un ter­mine pesante, ma che cos’è l’attacco alla popo­la­zione di Gaza rin­chiusa in una stri­scia di terra sovrap­po­po­lata senza via d’uscita? C’è forse un altro ter­mine per indi­care que­sta eli­mi­na­zione fisica di un popolo?
L’Europa tace, l’Italia anche, ma can­dida Fede­rica Moghe­rini a gui­dare la poli­tica estera euro­pea. Sap­piamo che l’Europa non ha bril­lato per la poli­tica estera, anzi, ma è lecito chie­dere alla can­di­data a tale inca­rico che cosa intende fare.
C’è un altro pas­sag­gio dell’articolo di Luciana Castel­lina che mi ha fatto riflet­tere, per la verità è da tempo che su que­sto punto mi inter­rogo. Non ho tra­vi­sato le sue parole, non avevo dubbi, Luciana non può con­di­vi­dere le scelte di Hamas. Quello che mi sono chie­sta è se, come lei dice, essendo vis­suta nei campi pro­fu­ghi si diventa o si può diven­tare ter­ro­ri­sti. Fino a qual­che tempo fa avrei con­di­viso la sua con­clu­sione, è pos­si­bile. Oggi non lo credo più. Per­ché il ter­ro­ri­smo isla­mico ha fatto del mar­ti­rio la pro­pria fede, è la carta che con­vince molti gio­vani ad immo­larsi non in nome della Pale­stina libera ma di dio, di allah. Il fana­ti­smo reli­gioso induce molti gio­vani a sacri­fi­carsi in azioni senza spe­ranza: a pre­va­lere è la cul­tura della morte non quella della vita che ha ispi­rato decenni di lotta dei mili­tanti pale­sti­nesi. Tanto è vero che la mag­gior parte dei kami­kaze non arriva dai campi pro­fu­ghi, non sono indotti al sacri­fi­cio dalla dispe­ra­zione ma dalla loro ideologia.
Non credo che nell’epoca in cui viviamo i con­flitti si pos­sano risol­vere mili­tar­mente, eppure il ter­ro­ri­smo è l’unica arma che può sfi­dare anche l’esercito più potente, quello israe­liano o quello ame­ri­cano. Para­dos­sal­mente Israele che ha soste­nuto la nascita di Hamas e gli Usa che hanno finan­ziato e adde­strato bin Laden sono diven­tati ostag­gio dei mostri che hanno creato.
La par­tita che si sta gio­cando in Medio­riente ormai coin­volge tutti i paesi arabi, non pro o con­tro i pale­sti­nesi che sono sem­pre stati solo una carta da gio­care in campo inter­na­zio­nale, ma per difen­dere i pro­pri inte­ressi e le pro­prie stra­te­gie. Altri­menti come si potrebbe spie­gare la chiu­sura del pas­sag­gio di Rafah da parte del pre­si­dente al Sisi? A che cosa por­terà que­sta logica che ignora i diritti dei palestinesi?
La comu­nità inter­na­zio­nale, i governi cosid­detti demo­cra­tici, i par­titi di sini­stra, i paci­fi­sti tutti sono respon­sa­bili di quanto sta avve­nendo. Se ora chiu­diamo gli occhi di fronte ai mas­sa­cri di Israele, ancora per i sensi di colpa rispetto all’Olocausto, la spi­rale della vio­lenza non si fer­merà mai. Sarà un vor­tice che con­ti­nuerà a travolgerci.
Che fare? Si deve man­dare una forza di inter­po­si­zione, se Israele non vuole si può schie­rare in ter­ri­to­rio – quel poco che è rima­sto – pale­sti­nese. Come è stato fatto in Libano. Se la comu­nità inter­na­zio­nale si assume le sue respon­sa­bi­lità è pos­si­bile. La cosa migliore sarebbe una inter­po­si­zione da parte dei corpi civili di pace, ma sic­come non sono ancora stati for­mati – spe­riamo lo siano pre­sto – va bene anche un corpo di poli­zia inter­na­zio­nale, pur­ché si metta fine a que­sto massacro.

Renzi, il nuovo «populismo» finanziario di Marco Bascetta, Il Manifesto





Ai tempi del suo indi­scusso pro­ta­go­ni­smo, sull’altalena dello spread ci si acca­lo­rava in ogni bar d’Italia tanto quanto sul cam­pio­nato di cal­cio. Eppure si trat­tava di un argo­mento non privo di risvolti meta­fi­sici e di com­pli­ca­zioni tecniche.
Le riforme isti­tu­zio­nali non sem­brano godere di altret­tanto suc­cesso di pub­blico. Non capita spesso in un auto­bus affol­lato o tra gli avven­tori di un caffè di cogliere appas­sio­nate discus­sioni sulle com­pe­tenze del senato della repub­blica o i premi di mag­gio­ranza. La spie­ga­zione più ovvia e dif­fusa è che la vita quo­ti­diana dei più impone pre­oc­cu­pa­zioni e urgenze assai diverse dal ridi­se­gno delle archi­tet­ture istituzionali.
Para­dos­sal­mente, tut­ta­via, il gene­rale fasti­dio dei cit­ta­dini per que­sti temi fini­sce con l’entrare in con­so­nanza pro­prio con quel deci­sio­ni­smo ren­ziano che ne san­ci­sce l’assoluta prio­rità. Come si spiega que­sta sin­go­lare combinazione?
In primo luogo l’insofferenza riguarda soprat­tutto il pro­trarsi di una discus­sione rite­nuta del tutto irri­le­vante per le con­di­zioni di vita impo­ste dalla crisi. Da cui con­se­gue una natu­rale pro­pen­sione per chi, pur avendo capar­bia­mente posto la que­stione, intenda tagliar corto e pas­sare oltre. Anche se di que­sto “oltre” non si per­ce­pi­sce alcun indi­zio con­so­lante. Su simili stati d’animo Renzi può senz’altro con­tare nono­stante il fatto che buona parte degli “insof­fe­renti” si ten­gono sem­pre più spesso e volen­tieri alla larga dalle urne.
All’attuale pre­mier si deve rico­no­scere il fatto di avere preso sul serio più di chiun­que altro la “crisi della rap­pre­sen­tanza” e il suo radi­ca­mento strut­tu­rale nell’economia libe­ri­sta e nelle forme sociali che ne sono per­vase. E di avere avviato una sta­gione poli­tica che si pro­pone il nean­che tanto pro­gres­sivo sman­tel­la­mento della rap­pre­sen­tanza e del suo uni­verso pro­ce­du­rale. Anche se, a onor del vero, molti si sono pro­di­gati negli ultimi trent’anni ad aprir­gli la strada e oggi trovi al suo fianco quella vec­chia destra comu­ni­sta che la demo­cra­zia l’ha sem­pre intesa come ordine e disci­plina. Si per­dono ormai nella notte dei tempi le prime allar­mate denunce dell’eccessivo ricorso ai decreti legge in nome della cra­xiana “governabilità”.
La sini­stra più tra­di­zio­nale ha sem­pre for­te­mente sot­to­va­lu­tato il pro­blema, rite­nendo che quella crisi fosse dovuta a stor­ture ed errori poli­tici che pote­vano essere cor­retti. Non si con­tano gli appelli a «ritor­nare tra i cit­ta­dini e i loro pro­blemi quo­ti­diani», non­ché le auto­cri­ti­che di maniera della cosìd­detta “casta”. Fatto sta che la sini­stra si è illusa (e ha illuso) che la rap­pre­sen­tanza potesse essere rista­bi­lita dalla “buona poli­tica” senza tener conto del fatto che la com­po­si­zione sociale su cui pog­giava la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva del dopo­guerra era ormai com­ple­ta­mente sba­ra­gliata
Pre­ten­dendo che la demo­cra­zia potesse essere sal­va­guar­data, e addi­rit­tura estesa, senza toc­care gli inte­ressi domi­nanti (di cui oggi si nega per­fino l’esistenza) e la sem­pre più evi­dente strut­tura oli­gar­chica della società, la quale non avrebbe sop­por­tato nean­che il più pal­lido riflesso della tra­di­zione social­de­mo­cra­tica.  
Per non par­lare del sistema fiscale più ini­quo del mondo che stran­gola i ceti medi e medio-bassi, allar­gando a dismi­sura la for­bice sociale. In que­ste con­di­zioni era ine­vi­ta­bile che la reto­rica della rap­pre­sen­tanza venisse vis­suta come lo stru­mento di auto­con­ser­va­zione di una classe poli­tica meri­te­vole di “rot­ta­ma­zione”. Mat­teo Renzi, forse più per istinto che per ragio­na­mento poli­tico, non solo ha preso sul serio la crisi della rap­pre­sen­tanza, ma la pra­tica e cerca di darle una forma che la porti a com­pi­mento, avendo buon gioco nell’indicare l’illusorietà di qua­lun­que ipo­tesi di ritorno al pas­sato. In que­sto è all’altezza dei tempi e in que­sto trova la sua forza.
Vi è tut­ta­via, nella sua poli­tica, un ele­mento di debo­lezza altret­tanto deci­sivo. Si imputa spesso al capo del Pd di essere un popu­li­sta. Il ter­mine viene usato fre­quen­te­mente a spro­po­sito. Ma gene­ral­mente con lo scopo di sot­to­li­neare l’enfasi posta sul rap­porto diretto tra il lea­der e gli elet­tori (il cosìd­detto “popolo sovrano”) smi­nuendo il ruolo delle isti­tu­zioni e della col­le­gia­lità par­ti­tica; per indi­care il ruolo deci­sivo del talento e delle stra­te­gie media­ti­che, non­ché la capa­cità dema­go­gica di indi­vi­duare quelle misure che con poca spesa, e ancor meno sostanza, pos­sano garan­tire il mas­simo del consenso.
Anche il popu­li­smo sto­rico e il fasci­smo (che pure non è inte­ra­mente sovrap­po­ni­bile al primo) si nutri­vano di que­sti ele­menti. Tut­ta­via si trat­tava di espres­sioni poli­ti­che stret­ta­mente legate a un con­te­sto di eco­no­mia indu­striale e di moder­niz­za­zione dell’agricoltura e delle infra­strut­ture. Alla reto­rica nazio­nal­po­po­lare e alla tra­sfor­ma­zione auto­ri­ta­ria del sistema poli­tico si accom­pa­gna­vano impo­nenti rea­liz­za­zioni di carat­tere mate­riale o sociale (boni­fi­che, colo­nie, indu­strie sta­tali, edi­li­zia, pre­vi­denza, per non dire del riarmo). Que­sta base mate­riale man­che­rebbe quasi inte­ra­mente al cosìd­detto popu­li­smo con­tem­po­ra­neo. Le pro­ie­zioni eco­no­mi­che e l’andamento di tutti gli indi­ca­tori lo esclu­dono in maniera piut­to­sto netta. Gli scarni dati su una lieve fles­sione della disoc­cu­pa­zione e le discu­ti­bili misure “svi­lup­pi­ste” pro­messe non sem­brano capaci di inci­dere in nes­sun modo sulla ten­denza alla sta­gna­zione e all’impoverimento. Cosic­ché di “popu­li­smo” non sarebbe pro­ba­bil­mente il caso di parlare.
Tut­ta­via, abban­do­nando ogni rife­ri­mento impro­prio ai pre­ce­denti sto­rici e rife­ren­dosi esclu­si­va­mente a quelle carat­te­ri­sti­che che molti riten­gono acco­mu­nare Renzi a Ber­lu­sconi ci si potrebbe doman­dare se possa darsi una forma di “popu­li­smo” nel tempo del capi­ta­li­smo finan­zia­rio e in cosa si distin­gua da quello cre­sciuto nel e col capi­ta­li­smo indu­striale. Azzar­diamo una rispo­sta prov­vi­so­ria: il “popu­li­smo”, nel senso restrit­tivo che abbiamo indi­cato, può darsi oggi nei ter­mini di una “bolla spe­cu­la­tiva”. Inten­dendo con que­sto un pac­chetto “tos­sico” di pro­messe e di pro­spet­tive, di sug­ge­stioni e di esi­bi­zioni capace di ren­dersi cre­di­bile, appe­ti­bile e facil­mente spen­di­bile sul mer­cato poli­tico, indi­pen­den­te­mente dai suoi con­te­nuti mate­riali, qua­lora ve ne siano. Il che non signi­fica affatto che si tratti di un feno­meno effi­mero che si sgon­fierà lasciando le cose come le ha tro­vate. Non è così in eco­no­mia e non è così in poli­tica, come l’esperienza del ven­ten­nio ber­lu­sco­niano ci ha dimo­strato. Ed esat­ta­mente come accade nel capi­ta­li­smo finan­zia­rio, l’esplosione di una bolla ne genera un’altra. Con carat­te­ri­sti­che diverse, ma con il mede­simo scopo: l’accumulazione di denaro o l’accumulazione di potere.
Lasciando ogni volta sul ter­reno non poche vit­time. Così quando la “bolla” ren­ziana, del tutto priva di risorse, scop­pierà sbat­tendo con­tro que­sto o quello spun­zone, non vuol dire che lascerà spa­zio alla restau­ra­zione di una rap­pre­sen­tanza che ha perso la sua base sociale. La difesa degli equi­li­bri isti­tu­zio­nali del dopo­guerra senza un pro­gramma poli­tico che incida sulle con­di­zioni di vita e i rap­porti sociali, senza atten­zione all’affermarsi di nuove sog­get­ti­vità che poco ne erano garan­tite, sconta un livello di astra­zione eguale e con­tra­rio al deci­sio­ni­smo che si accinge a rot­ta­marli sulla base di una misti­fi­ca­zione gene­ra­zio­nale, senza sfio­rare i rap­porti di forze che si sono con­so­li­dati nel corso della crisi.

La filologia vivente di Gramsci —  Guido Liguori, Il Manifesto

Antonio Gramsci. Il nuovo libro di Alberto Burgio analizza gli scritti dell’intellettuale e dirigente comunista dal periodo torinese ai «Quaderni dal carcere». Un’opera presentata però come un sistema unitario,mettendo così in secondo piano le discontinuità interne che la caratterizzano
Dopo Gram­sci sto­rico (2003) e Per Gram­sci (2012), Alberto Bur­gio torna sul mar­xi­sta e comu­ni­sta sardo con un volume cor­poso e denso, punto di arrivo di un lungo lavoro di scavo e rifles­sione. In Gram­sci. Il sistema in movi­mento (Deri­veAp­prodi, pp. 489, euro 27) ven­gono river­sati studi già noti, ma molto mate­riale è aggiunto, e il tutto è rior­di­nato al fine di rico­struire l’insieme della rifles­sione gram­sciana, dagli anni tori­nesi a quelli del car­cere. Un con­tri­buto di grande ric­chezza, che pre­senta però anche tratti pro­ble­ma­tici, che meri­tano di essere quanto meno indi­cati e, per quel che è qui pos­si­bile, discussi.
La cifra di fondo della rico­stru­zione di Bur­gio è quella dell’unitarietà e della con­ti­nuità: per ciò che con­cerne il pen­siero di Gram­sci, ma anche i legami tra que­sto e i punti di ispi­ra­zione prin­ci­pali, indi­vi­duati in Hegel e Marx, Labriola e Lenin. Un Gram­sci hegelo-marxista-leninista, per cui fon­da­men­tale fin dagli anni gio­va­nili è la «presa di coscienza» e la com­pren­sione di una «neces­sità» non fata­li­stica ope­rante nella sto­ria.
Un pen­siero non esente da svol­gi­menti, ma uni­ta­rio e orga­nico. Le idee-forza del «sistema» gram­sciano per­man­gono lungo tutto l’arco della rifles­sione di que­sto autore. Sistema, per­ché inter­na­mente coe­rente, anche se non sta­tico, per i muta­menti radi­cali che segnano gli anni con­si­de­rati. L’opera gram­sciana è per Bur­gio «uni­ta­ria, ben­ché incom­piuta, e siste­ma­tica nelle inten­zioni del suo autore, il quale con­ce­pi­sce la real­tà e la sto­ria come una tota­lità». Lo svi­luppo sto­rico è «un pro­cesso uni­ta­rio rela­ti­va­mente coe­rente e dotato di senso», «suscet­ti­bile di pre­vi­sioni e anti­ci­pa­zioni da parte del sog­getto rivo­lu­zio­na­rio»: alla teo­ria spetta «l’onere di resti­tuirne una rap­pre­sen­ta­zione organica».

Pro­blemi di metodo

Si impone su que­ste tesi una prima rifles­sione. Di con­tro a un certo uso post-moderno di un pen­sa­tore adat­tato a tutte le biso­gne, fino a dimen­ti­carne o a tra­dirne il qua­dro di rife­ri­mento com­ples­sivo (il mar­xi­smo) e le fina­lità (rivo­lu­zio­na­rie), è ben com­pren­si­bile che Bur­gio fac­cia oppo­si­zione. Ci si chiede però se que­sta inten­zione di fedeltà a Gram­sci, alla sua pro­ble­ma­tica e alle sue moti­va­zioni sia per­se­gui­bile facen­done l’autore di un sistema com­piuto. Non va così persa pro­prio la dimen­sione poli­tica e mili­tante del suo pen­siero, anco­rata alla prassi e alle sue ine­vi­ta­bili discon­ti­nuità? E non si fini­sce per tra­scu­rare – in que­sto con­ti­nui­smo teo­rico tutto interno al mar­xi­smo – «fonti» ugual­mente impor­tanti?
Non che gli autori citati non siano fon­da­men­tali per Gram­sci, tutt’altro. Biso­gne­rebbe però stare attenti a non dimen­ti­care la più vasta com­ples­sità della sua for­ma­zione, l’ampio arco di fat­tori (ad esem­pio, la cul­tura fran­cese) che, nel clima della rea­zione al posi­ti­vi­smo, con­tri­bui­rono alla sua ori­gi­na­lità e che rie­mer­gono (basti pen­sare a Sorel) negli scritti del car­cere. Spin­gere troppo sul tasto della con­ti­nuità rischia di offu­scare que­sto ele­mento cru­ciale, di lasciare in ombra come – accanto a pro­ble­ma­ti­che costanti e anche al ritorno, nei Qua­derni, di alcuni ori­gi­nali tratti gio­va­nili – sus­si­stano discon­ti­nuità dovute ad esem­pio al ruolo di dire­zione poli­tica eser­ci­tato negli anni Venti. Momenti di vera e pro­pria svolta (ad esem­pio su Bene­detto Croce, per citare un caso ecla­tante) vi sono nella rifles­sione car­ce­ra­ria: fat­tori che si rischia di sot­to­va­lu­tare con un tale impianto di metodo.

Con­tro il canone dominante

Mi rife­ri­sco anche alla pole­mica – a volte espli­cita, pur se accom­pa­gnata da qual­che pru­denza – che Bur­gio sol­leva verso il canone pre­va­lente negli ultimi lustri di studi gram­sciani in Ita­lia, quella nuova atten­zione ai testi e alla loro sto­ria, al rap­porto tra ela­bo­ra­zione a bat­ta­glia poli­tica, nata a par­tire dall’opera filo­lo­gica di Valen­tino Ger­ra­tana e poi dal lavoro di Gianni Fran­cioni. Mi sem­bra che Bur­gio nutra verso que­sto che con­si­dera un eccesso di filo­lo­gi­smo una pre­oc­cu­pa­zione in qual­che modo «poli­tica»: il fatto cioè che nella filo­lo­gia si perda la «filo­lo­gia vivente». Egli giunge ad affer­mare che il «feti­ci­smo dei testi» impe­di­sce di com­pren­dere lo spi­rito gram­sciano, da cogliere anche con­tro la let­tera dei testi.
Capi­sco la pre­oc­cu­pa­zione, ma credo non solo che la sfida filo­lo­gica vada accet­tata, ma che que­sto nuovo modo di leg­gere Gram­sci sia foriero di svi­luppi posi­tivi nella com­pren­sione della let­tera e dello spi­rito dei suoi scritti (e in caso con­tra­rio, si apre la strada a chi vede nel comu­ni­sta sardo soprat­tutto un «pro­fes­sore», non un mili­tante rivo­lu­zio­na­rio).
Bur­gio non è por­tato a leg­gere la rifles­sione gram­sciana legan­dola al suo con­te­sto per­ché vede in essa una for­tis­sima con­ti­nuità. Ciò lo con­duce, ad esem­pio, a citare di seguito, quasi si trat­tasse di un unico libro, affer­ma­zioni tratte dagli scritti del dopo­guerra come dai Qua­derni come dalle rifles­sioni del Gram­sci diri­gente di par­tito. In que­sto modo si met­tono in evi­denza indub­bie asso­nanze, ma si rischia che vada persa pro­prio la leni­niana «ana­lisi con­creta della situa­zione con­creta», che Gram­sci pone alla base di tutta la sua rifles­sione. Senza il pun­tuale rife­ri­mento alla bio­gra­fia poli­tica del comu­ni­sta sardo l’affermazione per cui «le prin­ci­pali cate­go­rie e l’assetto gene­rale del mar­xi­smo di Gram­sci ci paiono rima­nere inal­te­rati» resta indimostrata.

La rela­zione egemonica

Pur con tali per­ples­sità, il libro è di grande ric­chezza. Non potendo accen­nare a tutti i temi in esso svi­lup­pati (dalla teo­ria della crisi alla con­ce­zione dello Stato, dall’ideologia all’americanismo, dal cesa­ri­smo all’analisi del fasci­smo, alla sto­ria degli intel­let­tuali ita­liani, e altri ancora), ne ricordo solo due fon­da­men­tali. Penso alle pagine sull’egemonia, dove l’autore evi­den­zia come essa non abbia una dimen­sione solo discor­siva e cogni­tiva poi­ché anche i pro­cessi pro­dut­tivi, per Gram­sci, «fun­gono da vet­tore» del discorso ege­mo­nico. L’organizzazione di fab­brica e l’organizzazione della vita eco­no­mica sono anzi uno dei prin­ci­pali canali dell’egemonia (non a caso il con­senso che per­mette la Grande Rivo­lu­zione viene non solo dall’illuminismo, ma anche dal fatto che la bor­ghe­sia ha creato nuovi rap­porti pro­dut­tivi e pro­prie­tari).
Bur­gio indaga la com­ples­sità dell’egemonia, ne mette in rilievo l’ambiguità: il potere, ogni potere, ha biso­gno di con­senso, ma la rela­zione ege­mo­nica è asim­me­trica, uno dei due poli ingloba i rap­porti di forza esi­stenti a suo van­tag­gio. Anche per que­sto, forza e con­senso sono un insieme ine­stri­ca­bile. Ed è costante la oscil­la­zione – nella realtà come nelle pagine gram­sciane – tra il con­senso con­sa­pe­vole e quello otte­nuto gra­zie all’abilità pro­pa­gan­di­stica e orga­niz­za­tiva dei domi­nanti. Non solo. L’ambiguità dell’egemonia viene letta da Bur­gio anche in un’altra più posi­tiva dire­zione: la dina­mica ege­mo­nica apre spazi alla cre­scita della sog­get­ti­vità subal­terna, la sua stessa asim­me­tria per­mette all’egemonizzato di cre­scere, con­tiene poten­zia­lità critiche.

La rivo­lu­zione passiva

Anche le pagine sulla rivo­lu­zione pas­siva sono di grande inte­resse, soprat­tutto per l’analisi delle dif­fe­renze tra le rivo­lu­zioni pas­sive del Nove­cento e quelle pre­ce­denti. Que­ste ultime appa­iono vere rivo­lu­zioni, cam­bia­menti che segnano una tran­si­zione sto­rica. Non così le rivo­lu­zioni pas­sive del secolo scorso, fasci­smo e ame­ri­ca­ni­smo, che per­met­tono al capi­ta­li­smo solo di con­ti­nuare a durare, e al mas­simo con­ser­vano l’esistente. Per­ché allora Gram­sci usa la stessa cate­go­ria per feno­meni tanto diversi? Per­ché gli inte­ressa, risponde Bur­gio, soprat­tutto lo sta­tuto delle «forze d’opposizione», che per la loro debo­lezza per­met­tono alla con­tro­parte di dirigere-gestire le situa­zioni di crisi orga­nica. E per­ché da pro­cessi simili sor­ti­scono esiti così dif­fe­renti? Per­ché nella crisi orga­nica che pre­para l’avvento al potere della bor­ghe­sia le forze in campo erano tre (ari­sto­cra­zia, bor­ghe­sia, classi popo­lari), in quella del secolo scorso le «classi fon­da­men­tali» sono solo due. Dun­que il con­flitto è «irri­du­ci­bile» e «i com­pro­messi pos­si­bili tra capi­tale e lavoro pos­sono avere tutt’al più il carat­tere di tre­gue nel qua­dro di un con­flitto strut­tu­rale».
Molti altri punti andreb­bero messi in rilievo: in pri­mis, la cri­tica della demo­cra­zia par­la­men­tare avan­zata negli anni dell’«Ordine Nuovo» e rin­no­vata nei Qua­derni, anche per l’influenza rile­vante – con­cordo pie­na­mente con Bur­gio – che su Gram­sci ha l’elitismo, teo­ria con­ser­va­trice avver­sata ma assor­bita per molti aspetti. Il libro offre in gene­rale mol­tis­simi spunti di rifles­sione: di que­sto innan­zi­tutto va reso merito all’autore.

sabato 2 agosto 2014

Warfare vs. Welfare —  Guido Viale, Il Manifesto

Senza pace e lavoro. Una riflessione sulla democrazia economica che rende muta e impotente l'Unione Europea sul dramma dei conflitti che esplodono ai suoi confini: Libia, Siria, Ucraina, Iraq, Israele e Palestina
Il fine ultimo della gestione della crisi economico-finanziaria svi­lup­pa­tasi a par­tire dal 2008 e della gestione dell’austerità con cui, soprat­tutto in Europa, si è pre­teso di con­tra­starla (copiando dagli Usa, che però quelle poli­ti­che le pre­di­cano ma non le appli­cano) era, ed è, una ulte­riore ridu­zione delle quote di Pil desti­nate a lavoro, pen­sioni, sanità e istru­zione e, soprat­tutto, la pri­va­tiz­za­zione delle imprese e dei ser­vizi pub­blici, del ter­ri­to­rio e dell’ambiente. Il tutto a bene­fi­cio della finanza inter­na­zio­nale, a cui era stato da tempo tra­sfe­rito il diritto di creare denaro attra­verso il cosid­detto «divor­zio» tra Governi e Ban­che centrali.
In que­sto qua­dro si è svi­lup­pata fino al paros­si­smo una cul­tura di governo ragio­nie­ri­stica, attenta fino allo spa­simo (poli­tico) a cen­tel­li­nare le risorse dedi­cate al lavoro e al benes­sere delle popo­la­zioni per pro­teg­gere i grandi inte­ressi finan­ziari che hanno sca­te­nato la crisi e che con­ti­nuano a beneficiarne.
Quella cul­tura e quelle poli­ti­che da ragio­nieri, gestite dalle isti­tu­zioni dell’Unione Euro­pea di cui i Governi degli Stati mem­bri, soprat­tutto nella zona euro, sono meri ese­cu­tori, hanno aperto una vora­gine tra l’ideale dell’Europa unita e la difesa, sem­pre più debole, delle con­di­zioni di vita della mag­gio­ranza dell’elettorato. Ma ha reso anche assai meno attrat­tivo l’obiettivo di unirsi alla com­pa­gine euro­pea per quelle nazioni che ne sono ai mar­gini: vedere come l’Unione Euro­pea stra­pazza il popolo greco, ma anche quelli ita­liano, spa­gnolo, por­to­ghese, irlan­dese e ora anche fran­cese (ma sem­pre più anche quelli degli Stati più forti) non è allettante.
Sfu­mata quella della Tur­chia, le richie­ste di nuove ade­sioni, come quella del Governo ucraino, nascono più per non rima­nere schiac­ciati dai con­flitti gene­rati dall’espansionismo della Nato (cioè degli Stati Uniti, verso cui l’Unione Euro­pea mostra sem­pre più la pro­pria sud­di­tanza) che dall’attesa di qual­che bene­fi­cio. Ma quella sud­di­tanza è la con­se­guenza della cul­tura ragio­nie­ri­stica con cui viene gover­nata l’Unione, che la rende muta e impo­tente di fronte all’esplodere di con­flitti sem­pre più gravi ai suoi con­fini: Libia, Siria, Ucraina, Iraq, Israele e Palestina.
Molti di que­sti con­flitti, com­preso uno nella stessa Israele, sono nati da rivolte popo­lari con­tro le poli­ti­che libe­ri­ste dei rispet­tivi governi, e sono poi stati schiac­ciati o assor­biti dalle guerre per­ché non hanno tro­vato in Europa una sponda ade­guata. Ora, men­tre si mol­ti­pli­cano i ver­tici sui decimi di punto di sfo­ra­mento del defi­cit da con­ce­dere ai governi di paesi ormai al col­lasso per via di vin­coli ben più sostan­ziosi impo­sti da debiti e trat­tati inso­ste­ni­bili che non ven­gono messi in discus­sione (una rie­di­zione del dibat­tito sul sesso degli angeli che impe­gnava i gover­nanti di Bisan­zio men­tre i Tur­chi la sta­vano espu­gnando), i ter­ri­tori che cir­con­dano l’Europa si infiammano.
Le con­se­guenze non tar­de­ranno a farsi sen­tire. Per­ché quei paesi in fiamme hanno molto peso nell’approvvigionamento ener­ge­tico dell’Europa, e la potreb­bero por­tare al col­lasso. Per­ché tutto il con­ti­nente verrà inve­stito sem­pre più da flussi di pro­fu­ghi di dimen­sioni bibli­che: oggi si trova inso­ste­ni­bile l’arrivo di qual­che decina di migliaia di dere­litti, che pagano la loro fuga con un pesan­tis­simo tri­buto di morte, senza ren­dersi conto che i pro­fu­ghi pro­dotti dalle guerre che ormai cir­con­dano l’Europa sono milioni; che milioni, e non migliaia, ne ospi­tano i paesi limi­trofi: Tur­chia, Gior­da­nia, Iraq, come già Siria e Gior­da­nia ai tempi della guerra in Iraq; che prima o poi anche loro cer­che­ranno un rifu­gio in Europa; e che i paesi a cui si vor­rebbe affi­dare il com­pito di fer­mare quei flussi sono quelli che li ali­men­te­ranno sem­pre di più.
Per­ché una quota cre­scente della popo­la­zione euro­pea è com­po­sta da nativi di paesi scon­volti da con­flitti che non tar­de­ranno a riper­cuo­tersi anche qui, intrec­cian­dosi con con­flitti sociali sem­pre più aspri. Per­ché guerra chiama guerra e senza stru­menti per pro­muo­vere la pace (una poli­tica estera di ampio respiro e risorse con­si­stenti, umane, eco­no­mi­che e cul­tu­rali) se ne fini­sce travolti.
La dram­ma­ti­cità del momento, che si somma al col­lasso degli equi­li­bri eco­no­mici su cui avrebbe dovuto reg­gersi il pro­getto euro­peo rende evi­dente che ci tro­viamo non alla vigi­lia, ma già nel bel mezzo di una svolta epo­cale che ci impone di affron­tare, den­tro la prassi quo­ti­diana e den­tro le lotte in difesa delle pro­prie con­di­zioni di vita, una pro­fonda revi­sione dell’orizzonte entro cui ci muo­viamo: una revi­sione che riguarda innan­zi­tutto i con­cetti di demo­cra­zia e di lavoro.
Due entità con­giunte, come peral­tro pre­vede l’articolo 1 della Costi­tu­zione ita­liana, ancor­ché discusso e varato in un con­te­sto del tutto dif­fe­rente. Occorre ela­bo­rare e poi con­trap­porre al pen­siero unico, che esalta la com­pe­ti­ti­vità, l’individualismo pro­prie­ta­rio, il con­sumo come motore dello svi­luppo, il merito come san­zione di una pre­sunta supe­rio­rità di chi si è affer­mato (e il ser­vi­li­smo, che ne è la diretta con­se­guenza) una cul­tura nuova, che pro­muova la soli­da­rietà, la con­di­vi­sione, la sobrietà, la cura del pros­simo, della natura e del vivente: tutte cose che costi­tui­scono l’orizzonte di una rifon­da­zione inte­grale della democrazia.
Non è solo una bat­ta­glia cul­tu­rale da affi­dare all’elaborazione teo­rica di pochi e all’intelligenza col­let­tiva dei più; deve inve­stire anche gli affetti e il vis­suto quo­ti­diano di tutti: là dove il pen­siero unico è riu­scito spesso a far brec­cia e ad anni­darsi in cia­scuno di noi senza che nem­meno ce ne avve­des­simo. E’ un lavoro di scavo che richiede un reci­proco inter­ro­garsi e rimet­tersi in gioco, il cui esito non può che essere quella con­ver­sione eco­lo­gica di cui par­lava Alex Langer.
Un pro­cesso che inve­ste con­te­stual­mente il nostro sen­tire, le nostre con­vin­zioni, i nostri atteg­gia­menti, i nostri com­por­ta­menti sog­get­tivi e le forme della par­te­ci­pa­zione e del con­flitto sociale per tra­sfor­mare la strut­ture del con­te­sto in cui ope­riamo, a par­tire da quello eco­no­mico: che cosa pro­du­ciamo, per chi, con che cosa, come e dove. Per­ché o la demo­cra­zia rie­sce a inve­stire anche l’ambiente eco­no­mico, l’impresa, la sua orga­niz­za­zione, il suo mer­cato, il suo rap­porto con il ter­ri­to­rio e chi lo governa, o, se resta ai mar­gini o al di fuori di que­ste cose, non ha più modo di esistere.
È solo facen­dosi pro­ta­go­ni­sta di una lotta poli­tica e cul­tu­rale per que­ste forme di demo­cra­zia inte­grale che l’Europa, cioè i suoi popoli, pos­sono offrire al resto del mondo, e innan­zi­tutto a chi abita ai suoi con­fini, una pro­spet­tiva di pace e di soli­da­rietà che ne fac­cia un modello. E che pro­spetti una strada per sot­trarsi a quello stato di guerra per­ma­nente in cui si tra­duce ormai da tempo la con­vin­zione che dall’Europa così com’è, dai suoi modelli di vita e dalla fero­cia che eser­cita verso i suoi stessi cit­ta­dini non c’è niente da atten­dere e niente da riprendere.
Ma demo­cra­zia e lavoro si intrec­ciano ine­stri­ca­bil­mente. Non il lavoro nelle forme coatte in cui esso si eser­cita oggi in tutto il mondo; cioè emar­gi­nando e depri­mendo salute, vita, desi­deri, capa­cità e crea­ti­vità di chi lo svolge – così come si deva­sta la natura e il vivente per rica­varne solo la mil­le­sima parte, e la peg­giore, di quello che potreb­bero dare – ma poten­ziando al mas­simo, attra­verso con­flitti con cui recu­pe­rare gra­dual­mente per tutti una capa­cità di auto­go­verno: sia sul ter­ri­to­rio che all’interno delle imprese che sulle grandi que­stioni di indi­rizzo; in modo da ren­dere la crea­ti­vità di cia­scuno il vero motore di uno «svi­luppo» radi­cal­mente diverso.
In que­sta dimen­sione un red­dito di cit­ta­di­nanza uni­ver­sale è oggi non solo un obiet­tivo uni­fi­cante per le lotte dei pre­cari e dei disoc­cu­pati, gio­vani e anziani, come dei lavo­ra­tori non più pro­tetti dall’articolo 18, ma una con­di­zione per poter imporre scelte pro­gres­si­va­mente sem­pre più libere su come e dove lavo­rare, e per quanto tempo, e se sotto padrone o per pro­prio conto, e per fare che cosa; cioè per tra­sfor­mare il lavoro in un’attività più libera. Che è ciò che appros­sima mag­gior­mente, in un con­te­sto in cui par­te­ci­pa­zione e con­flitto si intrec­ciano senza solu­zione di con­ti­nuità, la società che vogliamo e che abbiamo il com­pito di pro­porre a tutti.

Avvoltoi e bugie sull’Argentina Di ilsimplicissimus



AvvoltoiScegli una carta dal mazzo che ti sventaglio davanti, guardala, poi rimettila dentro le altre senza che il prestigiatore la possa vedere. Ma inesorabilmente il mago, per quanto possiate mischiare tagliare e confondere le acque, la pescherà dal mucchio: il trucco è semplice e raffinato, egli vi ha guidato in qualche modo nella scelta della carta, quindi la conosce già, l’ha scelta, determinata prima ancora che vi facciate avanti per partecipare al gioco. Una volta finito lo spettacolo voi pensate di tornare al mondo della solida realtà, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, ma non vi accorgete che le stesse regole di illusionismo valgono nell’era della comunicazione. Così accade che anche chi è consapevole dei trucchi  si ritrovi in mano la carta scelta dai prestigiatori dell’informazione.
Quindi nessuno stupore se anche a sinistra si parli in modo indignato del default dell’Argentina e dell’agguato delle oligarchie finanziarie che sono riuscite nell’intento, nascondendosi nelle mutande dello Zio Sam. Tutto più che giusto, per carità, con un piccolo particolare: che l’Argentina non è in default né mai lo ha dichiarato perché non è affatto insolvente. Dunque Standard e Poor’s che tiene in mano le scritture come in un mosaico bizantino e i quattro evangelisti italiani del nulla, ovvero Corriere, Repubblica, Stampa e Sole 24ore narrano la parabola del ritorno del padrone attraverso una bugia non solo formale, ma anche sostanziale. L’Argentina è assolutamente in grado di pagare gli interessi dei i suoi titoli, anzi lo vuole fare, ma ne è impedita da un giudice americano, tale Griesa, 85enne collocato a suo tempo alla Corte federale da Nixon, il quale in complicità con alcuni fondi speculativi, ha bloccato i 539 milioni di dollari già trasferiti da Buenos Aires a New York per pagare le cedole di tutti i creditori (il 93%) che negli anni scorsi hanno accettato la ristrutturazione del debito dopo il vero default del 2001, provocato dalla scellerata adesione alle formule e consigli dell’Fmi. Solo i fondi sciacallo pretendono il pieno rimborso del valore nominali di titoli acquistati  a  prezzo stracciato. E il buon giudice ha sequestrato  i fondi in attesa che l’Argentina paghi agli avvoltoi, il cui caprobranco si chiama  Paul Singer, proprietario della Elliot Capital Management, un miliardo e trecento milioni  di dollari.
I mercati per una volta ci dicono la verità, anche senza volere, visto che non hanno affatto punito i bond del debito argentino, alcuni dei quali, direttamente interessati dall’azione giudiziaria con scadenza 2038 hanno quotazioni più alte oggi di quanto non ne avessero in febbraio. E del resto il Paese sudamericano ha un debito pubblico che è appena il 50% del Pil, cioè meno di qualsiasi Paese europeo, e dunque non preoccupa affatto gli investitori assolutamente in sicurezza. E infatti  Buenos Aires potrebbe tranquillamente pagare anche i soldi richiesti dagli avvoltoi, ma non può farlo perché questo potrebbe spingere tutti quelli che hanno aderito alla ristrutturazione a fare marcia indietro e a richiedere l’intero valore nominale, ovvero 150 miliardi di dollari. Questo sì che porterebbe al default.
Naturalmente con il fallimento dell’Argentina è chiaro che nessuno prenderebbe un fico secco se non in natura e per via traversa ossia appropriandosi del Paese e di tutte le sue attività. Ed è dunque ovvio che l’operazione Argentina è di fatto un avvertimento mafioso e trasversale della finanza globale contro le sovranità nazionali,  contro quei Paesi con un debito alto perché non siano indotti in tentazione e danneggino per sopravvivere gli interessi degli oligarchi e anche una sorta di monito contro i Brics e i loro piani di liberasi dall’abbraccio mortale della finanza occidentale. Perché dentro questa vicenda non c’è solo un giudice mezzo ottenebrato, ma soprattutto l’impatto ormai decisivo del lobbismo sia sul congresso che sulle battaglie elettorali le quali decidono anche della giurisdizione: i modi per evitare questi esiti sarebbero stati molti, se solo ci fosse stata la volontà politica di farlo.  Tutto questo avrà nel medio termine  un effetto contrario a quello sperato, ma intanto bisogna che l’avvertimento faccia un po’ di rumore in modo che la minaccia sia credibile. Così nel meraviglioso mondo dell’oligarchia del denaro e dei suoi megafoni abbiamo una dichiarazione di default che in realtà non esiste ed è solo una sorta di nauseante trappola e la negazione invece di un default che c’è come quello della Grecia: entrambe le carte che abbiamo in mano ci vengono suggerite dall’illusionista senza che noi ce ne accorgiamo. La mano del borseggiatore globale è più veloce dell’occhio.

venerdì 1 agosto 2014

E ora graziate Corona di Marco Travaglio

Ora che le telefonate di un premier alla Questura di Milano per far rilasciare una minorenne fermata per furto non sono più reato, una domanda sorge spontanea: che ci fa Fabrizio Corona nel carcere milanese di massima sicurezza di Opera per scontarvi un cumulo di condanne a 13 anni e 8 mesi, poi ridotte con la continuazione a 9 anni? È normale che un quarantenne che non ha mai torto un capello a nessuno marcisca in prigione accanto ai boss mafiosi al 41bis, per giunta col divieto di curarsi e rieducarsi, fino al 50° compleanno?
Lo domandiamo al capo dello Stato, così sensibile alle sorti di pregiudicati potenti come il colonnello americano Joseph Romano, condannato a 7 anni per un reato molto più grave di tutti quelli commessi da Corona: il sequestro di Abu Omar, deportato dalla base Nato di Aviano a quella di Ramstein e di lì tradotto al Cairo per essere a lungo torturato. Latitante negli Usa, senz’aver mai scontato né rischiato un minuto di galera, Romano fu graziato nel 2013 su richiesta di Obama da Napolitano in barba alle regole dettate dalla Consulta nel 2006. Queste: la grazia dev’essere un atto “eccezionale” ispirato a una “ratio umanitaria ed equitativa” volta ad “attenuare l’applicazione della legge penale in tutte quelle ipotesi nelle quali essa confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale”, cioè per “attuare i valori costituzionali… garantendo soprattutto il ‘senso di umanità’ cui devono ispirarsi tutte le pene” e “il profilo di ‘rieducazione’ proprio della pena”. Parole che paiono cucite addosso a Corona. Il suo spropositato cumulo di pene è frutto di una serie di condanne: bancarotta (una fattura falsa, 3 anni 8 mesi), possesso di 1500 euro di banconote false (1 anno 6 mesi), corruzione di un agente penitenziario per farsi qualche selfie in cella (1 anno 2 mesi), tentata estorsione “fotografica” al calciatore interista Adriano (1 anno 5 mesi), estorsione “fotografica” allo juventino Trezeguet (5 anni), e alcune minori.

Nessuno sostiene, per carità, che sia uno stinco di santo. Ma neppure un demonio che meriti tutti quegli anni di galera: ne ha già scontati quasi due fra custodia cautelare ed espiazione pena. Ed è bene che resti al fresco un altro po’ a meditare sui suoi errori, come ha iniziato a fare fondando un giornale per i detenuti, Liberamente, e rivedendo criticamente il suo passato nel libro Mea culpa scritto dietro le sbarre. E a curare la sua evidente patologia di superomismo: ma questo gli è impedito dalla condanna “ostativa” subìta al processo Trezeguet.
I fatti, peraltro piuttosto diffusi nel mondo dei paparazzi, sono questi: un fotografo della sua agenzia immortala il calciatore in compagnia di una ragazza che non è sua moglie; Corona gli propone di ritirare il servizio dal mercato in cambio di denaro; Trezeguet ci pensa su un paio di giorni, poi sgancia 25mila euro. Tecnicamente è un’estorsione, poiché i giudici – dopo un proscioglimento del gip annullato in Cassazione – ritengono che fotografare un uomo pubblico per strada integri una violazione della privacy (tesi controversa e ribaltata in altri processi a Corona, tipo nel caso Totti). Reato per giunta aggravato dalla presenza di un terzo: l’autista. Così, per un delitto scritto pensando al mafioso che chiede il pizzo scortato dal killer, Corona si becca 3 anni 4 mesi in tribunale, poi divenuti 5 in Appello (niente più attenuanti generiche). E scatta il reato “ostativo”: niente sconti per la liberazione anticipata (75 giorni a semestre per regolare condotta), niente percorso rieducativo e terapeutico, almeno 5 anni in cella di sicurezza. Un pesce rosso in uno stagno di squali. Proprio a questo serve, secondo la Consulta, la grazia: non a ribaltare le sentenze, ma ad “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale…garantendo il senso di umanità” e il fine “di rieducazione della pena”.
Una grazia almeno parziale, che rimuova il macigno dei 5 anni “ostativi”, sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a se stesso.

Alleanze addio, Renzi rottama Sel —  Daniela Dalerci, Il Manifesto

Democrack. Il premier archivia il centrosinistra anche nelle future regionali: «Vinceremo anche senza di loro, non stiamo con chi ci insulta». I conti del paese? «Ottimismo, non cediamo al coro dei rassegnati». Il Pd sarà autosufficiente anche nelle città, il segretario non accetta obiezioni. E per prendersela con Vendola, gli attribuisce le parole di Grillo

Il cen­tro­si­ni­stra è morto, archi­viato, rot­ta­mato. Che in que­ste ore, men­tre infu­ria la bat­ta­glia ostru­zio­ni­stica al senato, fra Pd e Sel tirasse un’ariaccia era evi­dente a tutti. Eppure i segre­tari regio­nali del par­ti­tone — dall’Emilia alla Puglia — non face­vano altro che ras­si­cu­rare gli inquieti col­le­ghi ven­do­liani: le riforme, spie­ga­vano, niente hanno a che vedere con le buche delle città o con i piani di rien­tro della sanità. E invece no. Renzi, a con­clu­sione di una dire­zione in cui pure aveva aperto a dei cam­bia­menti sulla legge elet­to­rale — tema sul quale Sel è sen­si­bile — ha impar­tito l’estrema unzione alle alleanze del cen­tro­si­ni­stra. Anche sul piano locale. Lo ha fatto pre­pa­rando un boc­con­cino avve­le­nato in coda alle con­clu­sioni della dire­zione. «Il voto dei cit­ta­dini è un voto su Comune e Regione che non può essere messo in discus­sione a meno che non vi siano que­stioni locali. Diverso è il ragio­na­mento sul futuro. Come si può strin­gere un accordo «con uno accu­sato di stu­pro alla Costi­tu­zione, di deriva auto­ri­ta­ria», di volere un modello «al limite del pre­fa­sci­smo», si chiede. «Non ce la farei. Se pen­sano di noi que­sto vadano per i fatti loro, stiano al loro posto, vin­ce­remo le ele­zioni regio­nali anche senza di loro, non stiamo con chi ci insulta».
Renzi chiude così la para­bola ini­ziata nel 2007 con il ’cor­re­remo soli’ di Wal­ter Vel­troni, che però riguardò solo le ele­zioni poli­ti­che, decli­nando la voca­zione mag­gio­ri­ta­ria a tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale. La rea­zione di Sel è incre­dula, anche per­ché in mat­ti­nata Ven­dola aveva deru­bri­cato le dichia­ra­zioni del sot­to­se­gre­ta­rio Lotti («Con Sel l’alleanza è pre­clusa») a una «pro­vo­ca­zione», più «un’intemperanza ver­bale, che una scelta poli­tica». E invece no. Renzi ha coin­su­mato la scorta di nemici — gufi, pro­fes­so­roni, fre­na­tori — e adesso ne cerca altri da spia­nare. Sel è l’ex amico per­fetto, alleato di Ber­sani e del Pd di prima. Il segre­te­rio pre­mier rot­tama tutto, il campo e tutti gio­ca­tori: il cen­tro­si­ni­stra sarà di nuovo un’espressione obso­leta, con­se­gnata a wiki­pe­dia, e ormai ridotta a sino­nimo del Pd.
Renzi è auto­suf­fi­ciente. Sul caso Cot­ta­relli, il com­mis­sa­rio che sbatte la porta e lascia Palazzo Chigi, «faremo la spen­ding review con o senza di lui». Il governo e la mag­gio­ranza al senato pro­ce­dono a «passo di lumaca»? Il governo è andato sotto al voto segreto? Renzi mini­mizza, «non è un remake dei 101», sot­tin­teso fran­chi tiratori.
L’ottimismo resta il vero brand di Renzi. Di fronte all’allarme sui conti dello stato di Ste­fano Fas­sina («Due più due non farà mai cin­que: se l’Europa non cam­bia rotta andiamo tutti a sbat­tere»), il pre­mier mini­mizza: «A me set­tem­bre non fa paura, è chiaro? Io non vivo nella paura del domani e non per­ché sono uno scri­te­riato, ma per­ché vedo i dati, vedo due mesi dove cre­scono gli occu­pati. Certo sono occu­pati che in parte cre­scono con il decreto Poletti. Non sono a tempo inde­ter­mi­nato? Se non c’era il decreto Poletti non c’erano nem­meno quelli. Il sen­ti­mento di spe­ranza forte che abbiamo non deriva da un gene­rico atteg­gia­mento di trai­ning auto­geno ’ce la fac­ciamo…’, deriva da un giu­di­zio sull’economia glo­bale dove con 800milioni di nuovi con­su­ma­tori l’Italia ha più spa­zio, non meno spa­zio. È non cedere al coro rassegnato».
Intanto Renzi ’apre’ alle modi­fi­che dell’Italicum, la legge elet­to­rale. Si potà «alzare la soglia del premi di mag­gio­ranza» e «agire con coe­renza sulle soglie di sbar­ra­mento» e «ove pos­si­bile intro­durre le pre­fe­renze, lavo­rando assieme con i con­traenti del patto». Meglio le pre­fe­renze dei col­legi, spiega, più con­sono al modello del Mat­ta­rel­lum. Nel suo par­tito però c’è già chi fa obiezione.

Cialtron Act Di ilsimplicissimus


RenziOgni giorno che passa il fil di fumo senza arrosto che abbaglia e nasconde prende le chiare forme della pochezza e dell’improvvisazione. Proprio di quella da bar che si  concretizzò nel ghe pensi mi di Berlusconi e che ora viene integrata con “ci pensa la politica” da Renzi. C’è da rimanere allibiti a sentire il guappo di Firenze, invelenito per le dichiarazioni di Cottarelli, ex Fmi e commissario alla spending review, il quale ha detto che si stanno dilapidando soldi che non ci sono: punto su un argomento davanti al quale occorre dare un minimo di corpo alla chiacchiera, Renzi si è lanciato in un gioco delle tre carte per confondere l’uditorio: prima “i numeri (della spending review ndr) sono quelli”, poi ” i numeri non sono un problema” e infatti ” non ci si deve incaponirsi sulle virgole” per concludere con l’acuta riflessione che non si deve lasciare che “gestire l’Italia siano i tecnici” che la politica deve riprendere il suo posto.
Tutto questo per liberarsi di Cottarelli e gestire la spending nel modo opaco di sempre, senza affidarla a gente estranea alle segrete cose dei partiti, dei clientes e dei clan. Purtroppo sono parole al vento perché nei tre anni scorsi, anzi per la verità sin dalla firma di Maastricht questo Paese ha ceduto la sovranità finanziaria e dunque la politica ha autonomamente deciso – senza nemmeno farlo sapere agli italiani – che è lì proprio per gestire le virgole e le imposizioni dei trattati, cui si è piegata senza fiatare, che si è ritagliata un ruolo tecnico e subalterno per incapacità di intendere e di volere qualcosa che andasse al di là del politicismo di basso livello e della propria stessa sopravvivenza.
Naturalmente la tecnica che è propria della politica è quella del consenso, nella quale spin doctor, nativo opportunismo e media sono tutto ciò che serve. Ma per tutto il resto servono tecnici veri che devono semmai essere coperti dalla politica, visto che ne sono il principale alibi. Nelle rivendicazioni di Renzi si scorge invece una cialtronaggine così istintiva e radicata che non tollera contraddizioni alle proprie bugie, anche quando queste vengono dalle sfere di potere che ormai determinano le scelte e che in ultima analisi sono proprio quelle che hanno gonfiato il pallone aerostatico del sindaco di Firenze.
Possiamo quindi valutare con lucidità il pericolo nel quale ci troviamo: stiamo sfasciando la Costituzione per nutrire il narcisismo infantile di un capo mandamento che certo non ha né Il coraggio né la visione per rifiutare le regole dell’onorata società globale, ma neanche riesce a ubbidire con puntualità agli ordini che gli vengono dalla cupola, un po’ perché pensa che un ribellismo ostentato e senza la minima molecola di verità gli porti un vantaggio d’immagine, un po’ perché non può tradire il peculiare sistema di potere locale e autoctono che richiede la sua parte. Forse pensa che in caso di naufragio qualcuno sarà pronto a lanciargli una ciambella di salvataggio pur di tenere l’Italia nel cerchio magico dei Paesi sotto sfruttamento intensivo e svendita continua. Ma può anche darsi che invece là dove si puote, ritengano che sia più funzionale un’ennesima sostituzione, una volta bruciato il personaggio: dopotutto un pasticcione arrembante non è difficile da trovare e i danni già fatti sono a carico dei cittadini, nonostante siano la parte lesa.