lunedì 4 maggio 2015

Le città fallite Valeria Nicoletti


chefare valeria nicoletti cittafallite 29 04 15 le mani sulla citta«Roma ha accumulato 22 miliardi di euro di deficit ed è una città praticamente fallita. Alessandria è stata dichiarata in default per un debito di 200 milioni. Parma ha un buco di bilancio di 850 milioni. Napoli è in stato di pre-dissesto. L’Aquila è ancora un cumulo di macerie, perché la ricostruzione non ha finanziamenti adeguati. Sono 180 i comuni italiani commissariati per fallimento economico». Basta un breve elenco per afferrare il perché del titolo dell’ultimo libro di Paolo Berdini, urbanista, ingegnere e scrittore, da tempo impegnato contro il consumo del suolo italiano, autore de Le città fallite, edito da Donzelli (2014).

«Le città, purtroppo e per fortuna, non sono equazioni matematiche, dove è sufficiente far quadrare una formula per risanare i bilanci. Le città sono, prima di tutto, luoghi ed esistenze». Così, attraverso un’accurata parabola storica, Berdini ricostruisce l'involuzione delle metropoli italiane, dall'avvento di Tangentopoli al recente Sblocca Italia fino allo scempio delle grandi opere contemporanee, raccontando come la città, vittima di una scellerata deregolamentazione, si sia trasformata gradualmente in un conto economico, o peggio, un’impresa, dove basta licenziare gli elementi disturbatori per risolvere il problema.
«Le città del neoliberismo diventano sempre più grandi e più ingiuste, perché l’economia dominante ha smesso di investire sulle città e sui territori» che, perdendo ogni connotazione sociale, si mutano in luoghi sempre più simili a campi neutrali dove far circolare flussi di denaro, «esclusivi oggetti economici dominati da flussi di investimento che prescindono dalle specificità dei luoghi e dai bisogni della popolazione». La decisione di innalzare nuovi immobili, invece di rimettere sul mercato quelli già esistenti, ha fatto dell’Italia un paese con un gigantesco cartello vendesi e quasi 7 milioni di alloggi disabitati a carico. Il costo delle abitazioni in centro ha costretto famiglie e lavoratori a spostarsi nelle aree della periferia, obbligandole a un regime di pendolarismo quotidiano, ore «sottratte alla vita di relazione e all’arricchimento culturale». In virtù di arbitrarie liberalizzazioni, «le vetrine della città si spengono, mentre si inaugurano centri commerciali sempre più grandi». Un fenomeno che esalta i non-luoghi del consumismo più svogliato e porta alla morte del tessuto commerciale urbano e locale, quello dei negozi a conduzione familiare, delle botteghe, dei piccoli rivenditori al dettaglio, nonché all’impossibilità dell’indipendenza per chi è sprovvisto di auto, come anziani o studenti fuorisede. «Ciascuno è solo e non c’è più da fare affidamento sulla rete della solidarietà urbana».
Non solo. Basta visitare il centro storico di Venezia o Firenze per ritrovarsi di fronte a scenografie inerti del turismo di massa. E la situazione peggiora, se possibile, a Roma. La capitale italiana, fallita dal mese di aprile 2014, è stata dichiarata una bad company. Affidata nelle mani di Alemanno, nella nuova forma di Roma Capitale, poi passata sotto l’egida di Marino, ha dovuto pagare il debito, con una parziale svendita dei trasporti, l’eliminazione di numerose linee di collegamento e, soprattutto, una speculazione urbanistica senza controllo.
E se le città falliscono, non se la passano meglio i centri già angustiati da vere e proprie catastrofi ambientali: Marghera, Falconara, Taranto, in ultimo, Casale Monferrato, vittima della tragedia dell’eternit i cui responsabili sono stati assolti per caduta in prescrizione dei termini lo scorso novembre, una cittadina per la quale non sono stati trovati 18 milioni per procedere alla bonifica dei territori interessati. Eppure, mancano davvero 18 milioni o sono stati dirottati altrove? In fondo, come ricorda Berdini, «i diciotto milioni indispensabili alla popolazione di Casale rappresentano forse l’incasso delle tangenti per le più modeste pedine del sistema di potere creato dall’ingegner Giovanni Mazzacurati nella costruzione del Mose di Venezia». Tutto seguendo una logica mafiosa di «privatizzazione dell’allocazione delle risorse». Pubbliche. Dal Mose alla linea C della metropolitana di Roma, alla TAV in Val di Susa alle sconsiderate colate di cemento riversate in tutta Italia. In ultimo, il grosso errore di lasciare che Milano ospitasse Expo 2015, un grande evento come le Olimpiadi invernali che hanno lasciato un buco di circa 3 miliardi di euro nelle casse torinesi, che, a dispetto del “genio italico” così brillantemente evocato, si presenta con un biglietto da visita che sarà anche “very bello” ma discutibile, con promesse di posti di lavoro finite nel solito ricatto occupazionale dell’esperienza e del volontariato coatto, con l’abituale malaffare e l’ombra della mafia.
Questi sono solo gli esempi più lampanti e illustrano perfettamente le conseguenze dell’intuizione sbagliata d’aver puntato tutto sulla cementificazione. La supremazia della cultura del fare è stata, tuttavia, accompagnata da consensi diffusi, sin dal 1994, per cause imputabili non solo al controllo dell’informazione o a una politica succube. Si spiega così l’affermazione della casta dei proprietari d’alloggi: in Italia, non si direbbe, sono l’80% della popolazione totale, contro il 55% della Germania e il 42% della Francia. Il culto della rendita e della proprietà ha favorito la cancellazione delle leggi a tutela dell’ambiente e del paesaggio e l’approvazione acritica di ogni condono edilizio. Slogan moralisti e politiche bigotte e conservatrici hanno spacciato la casa come il pilastro su cui fondare la società, facendo passare in secondo piano i tagli delle pensioni, i licenziamenti, il contenimento degli stipendi e la precarizzazione del lavoro. Per finanziare l’urbanistica liberista dell’ultimo decennio, comuni e regioni hanno dovuto subire sempre più tagli. Intere province sono state messe in ginocchio dalla finanza internazionale e costrette a indebitarsi per sostenere la speculazione edilizia, segnando la definitiva svendita del patrimonio immobiliare e la cancellazione del welfare urbano, importante conquista dello scorso secolo.
Secondo Berdini, si viaggia verso una prospettiva insostenibile. Entro il 2020 circa l’80% della popolazione degli Stati membri della Comunità Europea vivrà in un ambiente urbano: la sfida per il miglioramento delle condizioni di vita passa quindi necessariamente dalle città, ma anche dalle periferie, che in Italia sono tra le più brutte e disorganizzate d’Europa: “abbiamo il più basso livello di infrastrutture su ferro, il più alto numero di automobili per abitante, con il più elevato livello di superficie urbanizzata a parità di popolazione, e cioè un consumo di suolo senza uguali nei paesi a economia forte. Un’immensa «non città», anonima e disordinata. Una frammentazione che genera consumi energetici insostenibili, disfunzioni economiche e scarsa qualità della vita”.
Avvalendosi dei pareri illustri di Paolo Maddalena e Salvatore Settis, Berdini indica alcune linee guida per l’urbanistica del futuro: la cosiddetta “moratoria del cemento”, cioè bloccare l’espansione e dedicarsi a ripensare quanto è già stato costruito; ancora, la “costruzione intelligente”, che riesca a conciliare alloggio e mezzi di trasporto, «perché i cittadini hanno il diritto, come in ogni paese europeo, di vivere in modo civile e non essere costretti a passare molte ore al giorno in spostamenti in automobile»; l’aggiornamento dei sistemi di smaltimento dei rifiuti urbani; in ultimo, il coinvolgimento della popolazione, come avviene nelle recenti esperienze di rigenerazione urbana.
La crisi delle città ha, infatti, avuto la conseguenza positiva di risvegliare le coscienze cittadine e fomentare una certa partecipazione popolare che, rivendicando il diritto alla resistenza, si è impadronita delle tematiche urbane e ha cercato di proporre e, nella migliore delle ipotesi, attuare una soluzione. La presenza di comitati e “comitatini” cittadini, come ama definirli l’attuale premier, rappresenta una concreta via d’uscita all’urbanistica soffocante e imposta dall’alto, nonostante ci sia chi, dai piani alti, cerchi di scoraggiare anche le prese di posizione della società civile. Un esempio è il Nimby Forum, un sito istituzionale patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che si presenta come un “progetto di ricerca sul fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali”, con l’obiettivo di “analizzare la sindrome NIMBY” e demolire le argomentazioni di chi si batte contro gasdotti, termovalorizzatori e centrali a biomasse.
Come ha dichiarato Berdini in una recente intervista, «assistiamo ogni giorno ad una vera istigazione alla felicità, anche per cose futili. Dal fustino di detersivo fino ai biscotti delle nostre frettolose colazioni mattutine, non c’è prodotto merceologico che non venga veicolato senza far ricorso ad una promessa di straordinario benessere. Insomma siamo in una bolla mediatica che ci impone felicità ad ogni angolo e quando le popolazioni locali si oppongono ad un’autostrada che passa a dieci metri dalle loro finestre o un inceneritore che li riempirà di veleni, vengono bollati di egoismo. E invece no, applicano il principio di felicità o almeno di minore infelicità e questo deve essere rispettato, non demonizzato».
La consapevolezza dello spazio urbano e la sua conseguente riappropriazione, da parte della società civile, sembrano quindi essere il punto di partenza perché le città tornino a essere «i luoghi adatti a consentire l’evoluzione culturale e spirituale delle popolazioni», la scenografia ideale dove continuare a esercitare il diritto alla resistenza e tornare a guardare il futuro.

Expo, un'orgia di spreco. Parola di tedesco di Alessandro dal Lago

Expo, un'orgia di spreco. Parola di tedesco
L’EXPO MESSA A NUDO - La “Frankfurter Allgemeine Zeitung” è un quotidiano abbastanza conservatore, colto e prestigioso. Fa perciò una certa sensazione la stroncatura dell’Expo pubblicata il 1 maggio (N. Maak, “Die Expo in Mailand: hier ist keine Allegorie zu schief”). Dopo le inevitabili informazioni sulle consuete magagne di casa nostra (corruzione, impreparazione, corsa contro il tempo per ultimare l’allestimento ecc.), l’articolo si concentra sulla sostanza, e cioè un’esposizione che vorrebbe curare il mondo (“Nutrire il mondo, energia per la vita” recita modestamente il suo slogan ), ma che è soprattutto “uno spreco orgiastico di materiali di dimensioni epocali” (Materialverschwendungsorgie von epochalem Ausmaß). Un’orgia di acciaio, cemento, vetro e plastica che ridicolizza l’ideologia unanimistica che vorrebbe mettere insieme MacDonald e agricoltura bio, ogm e cucine del territorio. Infatti, i padiglioni non sono altro che vetrine in cui gli stati diversi espongono le loro mercanzie e, al massimo, stili nazionali: piante di riso chicchi di caffè, macchine agricole e così via. Nessuna proposta sostenibile o a bassa tecnologia viene da questa fiera del consumismo per happy few travestita da soluzione globale. Così, al netto della retorica nazional-renziana della “ripartenza italiana” (una “narrazione” che, giorno dopo giorno, si rivela sempre più vacua e fastidiosa), dei feroci black bloc e dei milanesi che si rimboccano le maniche, quello che resterà tra sei mesi, molto probabilmente, saranno edifici abbandonati, insegne penzolanti e montagne di cartaccia, plastica e vetri rotti.
Quattordici miliardi di Euro buttati al vento, senza aver nutrito nessuno, ovviamente. Questo era uno dei messaggi della manifestazione anti-Expo, se le imprese dei guerriglieri caserecci vestiti di nero non l’avessero cancellato. Per fortuna, c’è un quotidiano conservatore a ricordarcelo.
* da un suo post su Facebook

domenica 3 maggio 2015

Le contraddizioni in seno alle classi dominanti

E la risorsa del suo mestiere con la donnetta, col cavaliere

MOLTE cose sono accadute nella settimana che oggi si chiude. In Italia, in Europa e nel mondo intero. Non starò ad elencarle, giornali e televisioni ne sono pieni. Mi occuperò soltanto dei fatti italiani, che possono essere guardati da quattro diversi punti di vista: le manifestazioni- belle ma anche molto brutte - connesse con l'apertura dell'Expo e con il Primo maggio, festa del lavoro; l'economia italiana; il tema del Mare nostrum e gli immigrati; la legge elettorale approvata con quattro voti di fiducia ai quali seguirà il voto definitivo sull'intera legge domani e quanto sta accadendo all'interno del Pd.
Come esergo che tocca un punto assai delicato per la democrazia italiana e per il principale partito che la guida, citerò la vignetta di Altan che apre l'Espresso di questa settimana.
Si vede una giovane donna come quelle tipiche di questo grande artista, che legge il seguente comunicato: "Il popolo potrà visitare la sua sinistra ogni secondo week-end del mese". Con queste dieci parole Altan descrive perfettamente lo stato della politica italiana.
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Comincio dal tema del lavoro. Le cifre diramate dall'Istat tre giorni fa danno un aumento della disoccupazione e in particolare di quella giovanile; una diminuzione dei consumi, una modifica in peggio delle aspettative che erano invece segnalate in aumento il mese scorso. Le cifre sono anche negative per quanto riguarda il fabbisogno del bilancio, a causa della recente sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni al di sopra dei 1400 euro mensili, che dovranno essere rimborsate con il calcolo degli interessi.
Si tratta di cinque miliardi di euro per l'esercizio in corso, che saliranno a undici nell'anno prossimo. In queste condizioni, l'erogazione di 1,7 miliardi destinati ai ceti più poveri non è più fattibile ed è rinviata "sine die". La donna di Altan ha perfettamente ragione. Ma chi ha commesso l'errore? Non la Fornero, che con quel taglio definito oggi incostituzionale salvò nel 2011 l'Italia dal default, Ma il governo attuale che ha dissipato 10 miliardi l'anno e per i prossimi due anni con la regalia elettoralistica degli 80 euro mensili ai redditi superiori agli ottomila euro annui. Avrebbe dovuto destinare quella cifra al taglio del cuneo fiscale (Irap) e oggi - pur dopo la sentenza della Consulta - avrebbe ancora le risorse finanziarie per aiutare i non capienti e continuare ancora ad intervenire sull'Irap.

Queste vicende mettono anche in evidenza che il Jobs Act, come ho già scritto più volte, è un prezioso oggetto esposto in vetrina ma con nessuna incidenza sull'occupazione. Non crea nuovi posti di lavoro. Li creerà quando finalmente una vera legge sul lavoro sarà presentata dal governo e votata dal Parlamento come chiede Draghi da mesi. Ma il governo è in tutt'altre faccende affaccendato: legge elettorale, riforma del Senato, Mare nostrum, regolamento di conti con i gufi della minoranza del Pd. "Figaro qua, Figaro là, sono barbiere di qualità". Altan dovrebbe fare su quel barbiere la sua prossima vignetta.
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Speravamo tutti che il nostro Renzi ottenesse dall'Europa un aiuto sostanziale sulla questione della Libia e degli immigranti, fermo restando che quelle centinaia di migliaia di poveretti che affrontano la morte in mare dovrebbero esser portati in Europa tramite l'Italia. Lo speravamo molto perché Renzi si era pubblicamente impegnato a "metterci la faccia" e a battere decisamente il pugno sul tavolo di Bruxelles.

Non ha battuto nessun pugno ed ha ottenuto soltanto l'aumento dell'aiuto finanziario europeo da tre a nove milioni al mese come rimborso spese del "Triton". Cioè niente e abbiamo anche dovuto ringraziarli.
Le conseguenze sono di chi dovrà salvarli se prendono il mare, ma se cercheremo di non farli partire e resteranno in Libia da chi saranno soccorsi e da chi saranno protetti? Da noi naturalmente perché in quel Paese non esiste un governo ma tribù che si combattono a vicenda e terroristi del Califfato.

La conclusione è che manterremo i nostri soldati in Afghanistan per ingraziarci gli Usa e dovremo anche mandarne altri, con le relative intendenze e medici, sulla costa libica. Se sbaglio, qualcuno mi corregga e ne sarei felice, però temo di no perché non si tratta di congetture ma di fatti preannunciati. A meno che si respingano gli immigrati in Libia e lì si lascino nelle mani degli scafisti-schiavisti. Spero che non si arrivi a tanto perché se ci si arriva la Lega di Salvini avrà vinto la sua battaglia e il popolo di Altan non andrà a trovare la sua sinistra neppure una volta al mese.
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Ed ora parliamo delle leggi in corso di approvazione in Parlamento: quella elettorale e quella del Senato. Qui lascerei la parola ad alcuni autorevoli interventi di personalità della cultura politica e giuridica, quattro per l'occasione: Michele Salvati sul Corriere della Sera del 29 aprile, Valerio Onida sul Sole 2-4 Ore del 1 maggio, Michele Ainis sul "Corsera" del 30 aprile e infine, "last but not least", Alcide De Gasperi nel suo discorso alla Camera del 17 gennaio 1953. Comincerò appunto da quest'ultimo, unico esempio di un voto di fiducia su una legge elettorale che nonostante quella protezione fu battuta in Parlamento e chiamata "legge truffa", mentre non lo era affatto. A quell'epoca facevo parte del gruppo dei collaboratori del Mondo di Mario Pannunzio. Noi, laici e nient'affatto conservatori, fummo favorevoli a quella legge che avrebbe consentito ai partitini laici alleati con la Dc di prendere più voti di quanto avveniva con il sistema elettorale vigente. E infatti così sarebbe avvenuto.
Ma passiamo al discorso di De Gasperi, che ho già ricordato in un altro mio articolo.
Il presidente del Consiglio sottolineò che non avrebbe proposto mai una riforma elettorale che trasformasse una minoranza in maggioranza.
"Il premio viene concesso soltanto nel caso che un partito o un gruppo di partiti conquisti la maggioranza assoluta dei voti, 50 per cento più uno. Nel caso invece che questa ipotesi non si verifichi ci si servirà della legge elettorale vigente, basata sul sistema proporzionale puro. Considererei un tradimento della democrazia trasformare in maggioranza una minoranza, fosse pure del 49 per cento. La legge attuale rafforza solo una maggioranza esistente nel Paese ed espressa con libero voto. Per questa ragione il governo chiede la fiducia al Parlamento".

Dico subito che se l'attuale governo avesse adottato la legge del '53, immagino che il Parlamento l'avrebbe votata all'unanimità. Invece non è stato così. Il premio scatta col 40 per cento dei voti. Se sono di meno i primi due partiti (non coalizioni, che sono vietate) vanno al ballottaggio dove molto probabilmente i voti saranno in cifra assoluta molto minori del primo turno. Sarà quindi una piccola minoranza del popolo sovrano a consegnare il potere al partito vincente tenendo conto che probabilmente gli astenuti saranno il 40 per cento e anche di più.
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Michele Salvati però non la pensa così. Salvati non è persona culturalmente da poco. Avrà dunque le sue ben motivate ragioni alle quali mi sembra doveroso dare voce.

"Il dissenso della minoranza del Pd arriva a riassumere il vecchio slogan di minaccia alla democrazia già usato al tempo di Berlusconi. Ma quali tabù ha toccato Renzi per suscitare questa reazione? Si tratta del passaggio da un partito di notabili in servizio permanente effettivo ad un partito del leader il quale giudica quando il tempo delle mediazioni è finito. Il governo del leader non è una minaccia della democrazia ma il tentativo di conciliare la democrazia con la decisione nella consapevolezza che la vera minaccia per la democrazia è la sua incapacità di decidere ".

Caro Salvati, è un po' forte affermare che la democrazia è incapace di decisioni. La conseguenza logica è dunque di abolirla. È questo che tu vuoi? Allora è vero che la minaccia c'è e del resto lo si vedrà.La risposta viene da Ainis: "La riforma del Senato toglie un contrappeso e rafforza il sovrappeso dell'Esecutivo, mentre fa dimagrire l'opposizione con la soglia del 3 per cento. Così in Parlamento si fronteggeranno un polo e una poltiglia. Non basta trasformare i deputati in soldatini; la governabilità ottenuta con i numeri è una formula rozza e fallace".

Ancora più netto è Valerio Onida, presidente emerito della Consulta, che la vede in questo modo: "La mia valutazione su quella legge è decisamente negativa. C'è un allontanamento da un genuino sistema parlamentare in favore del potere personale di colui che conquista la carica di primo ministro. Pretende che un solo partito occupi la maggioranza assoluta dei seggi anche se non rappresenta la maggioranza degli elettori e dei votanti. Un vero premio di maggioranza dovrebbe spettare ad una vera maggioranza che abbia ottenuto più del 50 per cento dei voti (De Gasperi). Questa invece è una legge che trasforma in maggioranza dei seggi la minoranza più forte. Il ballottaggio a sua volta dà la vittoria ad uno dei due competitori qualunque sia il livello del suo consenso e che sia minore degli elettori al secondo turno. Il problema è dunque la creazione di una maggioranza che può non essere tale e che per di più dà luogo ad un governo monocolore".

A me pare che non ci sia altro da aggiungere. Ricorderò soltanto, per fare sfoggio d'una modesta cultura in questi argomenti, che ai primi dell'Ottocento uno dei maggiori filosofi e pensatori di quella epoca, Wilhelm von Humboldt, sostenne la diminuzione dei poteri del Cancelliere in Prussia e riaffermò che la libertà era il solo vero valore da perseguire. Lo Stato doveva aver un compito puramente negativo: impedire tutto ciò che può indebolire la libertà del singolo. Questa è la base d'ogni liberalismo che sia veramente tale.
Un'ultima osservazione credo si debba fare sulla funzione politica dei sindacati dei lavoratori. Molti sostengono che la politica del sindacato si esercita solo attraverso i contratti, ma non è così. I grandi sindacalistidi questo Paese stipulavano i contratti con la controparte ma avevano anche un'attività politica di estrema importanza. Faccio i nomi di Di Vittorio, Lama, Trentin, ma altri ancora potrei farne. Il sindacato visita la sinistra tutti i giorni del calendario. Bisognerebbe ricordarselo.

Presentata la lista “L’Umbria per un’altra Europa”: i nomi e il progetto

lista 2
Sabato 2 maggio 2015 è stata ufficialmente presentata la lista “L’Umbria per un’altra Europa” presso la Casa dell’Associazionismo a Perugia in via delle viole.
Presenti il candidato Presidente Michele Vecchietti e le candidate e i candidati della lista: 10 donne e 10 uomini, età media 45 anni.
Michele Vecchietti ha dichiarato: “Oggi parte anche in Umbria un progetto politico di cambiamento. L’Umbria per un’altra Europa si pone l’obiettivo di essere un’alternativa reale, antiliberista, democratica e di sinistra, rispetto al consociativismo del centrosinistra e del centrodestra, responsabile della crisi nella crisi della nostra regione e della subalternità alle scelte sciagurate del governo Renzi e dell’Europa delle banche. Noi ci siamo. La stessa lista, le candidate e i candidati, parlano della nostra proposta: “diritti a sinistra” per un piano del lavoro contro la disoccupazione, per il reddito di cittadinanza, per sanità ed istruzione pubbliche, per la salvaguardia dell’ambiente e del territorio. Del resto i fallimenti del Pd e di Caiuscia Marini sono evidenti, dalle scelte fatte in campo urbanistico, a quelle sui rifiuti, alla legge elettorale, alla vicenda Ast dove la Regione non ha giocato alcun ruolo. Il centro del nostro progetto politico per le prossime elezioni è dunque un programma di svolta per l’Umbria, con il quale intendiamo avanzare un diverso modello di economia e di società, alternativo alle politiche neoliberiste e centralistiche del governo Renzi”.
 
IL CANDIDATO PRESIDENTE


vecchietti 2 Michele Vecchietti, 34 anni, laureato in filosofia e con un master in cooperazione internazionale. Sposato e padre di due figli. militante politico e attivista ambientale, ha lavorato come operatore sociale e insegnante. Attualmente è lavoratore precario del pubblico impiego.34 anni, laureato in filosofia e con un master in cooperazione internazionale. Sposato e padre di due figli. militante politico e attivista ambientale, ha lavorato come operatore sociale e insegnante. Attualmente è lavoratore precario del pubblico impiego.
 
LA LISTA
10 uomini e 10 donne, media età 45 anni. 
Lista in ordine alfabetico. 
 
Antonini Sonia, Narni, commerciante, 60 anni
Baldicchi Paola, Città di Castello, artigiana, 44 anni
Baldoni Mattia, Castiglione del Lago, studente universitario, 22 anni
Balli Beatrice, Magione, studentessa universitaria e precaria, 26 anni
Cabras Sergio, Orvieto, scrittore e contadino, 52 anni
Coltorti Maura, Spoleto, artigiana, 55 anni
Falistocco Lorenzo, Corciano, studente universitario, 22 anni
Fortunati Flavia, Perugia, infermiera, 58 anni
Franceschini Luca, San Giustino, informatico precario, 37 anni
Granocchia Franco, Perugia, pensionato, 69 anni
Marini Luciano, Amelia, geometra e allenatore, 60 anni
Mezzasoma Sanni, Panicale, muratore, 45 anni
Natalizi Tania, Marsciano, insegnante scuola dell’infanzia, 36 anni
Pacini Alessandro, Foligno, cooperante internazionale, 37 anni
Perfetti Roberta, Perugia, dirigente scolastico in pensione, 69 anni
Rosignoli Alessio, Terni, lavoratore siderurgico, 43 anni
Rumualdi Milena, Todi, disoccupata, 41 anni
Tafuto Stefania, Bastia Umbra, insegnante, 44 anni
Terreni Francesca, Perugia, insegnante scuola primaria, 56 anni
Vita Massimiliano, Perugia, impiegato pubblico, 49 anni

sabato 2 maggio 2015

Scontri Expo, troppo facile condannare quel ragazzo

Il Fatto Quotidiano
Troppo facile prendersela con quel ragazzo manifestante NoExpo. Troppo comodo. E’ chiaro: sono contro ogni violenza e, soprattutto, contro questa violenza andata in scena per le strade di Milano. Ma scaraventarsi contro le parole di quell’ingenuo giovane intervistato da Tgcom24, scatenando in Facebook una banale gogna da social network è il simbolo della superficialità di questo Paese. Ieri qualche codardo ha persino aperto un profilo falso con il nome di quel ragazzo per vomitargli addosso solo rabbia.
Provate ad ascoltare con attenzione quello che dice: “Era una protesta. In una protesta si fa bordello. E’ giusto così perché dobbiamo fare sentire la nostra voce e se non lo capiscono con le buone prima o poi lo capiranno in una altro modo. Tra i politici e le persone normali c’è un divario enorme e poi loro rubano. Ho avuto un pochino paura, più che altro ero esaltato perché avrei voluto avere in mano qualcosa per spaccare. E’ stata una bellissima esperienza. La banca è l’emblema della ricchezza, se non dò fuoco alla banca sono un coglione”. E al rimprovero del giornalista di fronte alle parolacce il ragazzo replica: “Scusa forse mi esprimo male ma se ti dico le parolacce è perché ci sto davvero dentro altrimenti sarei una persona che è venuta qua così, uno che ha i soldi. Io cerco di essere dentro le emozioni. Quando c’è casino mi ritrovo in mezzo faccio casino anch’io, mi diverto”.
Lui è un ‘poveraccio’. Me la prendo con suo padre e sua madre: dove sono? Me la prendo con i suoi maestri: che cosa gli hanno insegnato? Me la prendo con la politica: perché questo ragazzo pensa così di loro?
Non sono figli di nessuno questi adolescenti o post adolescenti travestiti da grandi. Non sono arrivati da Marte. Sono i figli di una generazione che non ha fatto un nulla per loro. Sono i figli di una scuola che non ha più insegnato educazione civica, che non ha più fatto ascoltare loro quel “I have a dream” di Martin Luther Khing; che non ha più raccontato loro dei fratelli Cervi, dei partigiani.
Sono i figli di una politica dei “sempre quelli, sempre loro”. Troppo facile oggi stare tutti da una parte. Troppo comodo. Qualcuno ieri ha citato la madre di Baltimora che ha protetto il figlio durante gli scontri prendendolo a schiaffi. In Italia, non abbiamo madri di Baltimora. E non abbiamo la politica e la scuola che vorremmo. Chiedete ad un ragazzino di dieci anni cosa pensa dei nostri parlamentari vi risponderà: “Sono quelli con i soldi, quelli che rubano, quelli che si addormentano e non fanno mai nulla. Li fanno vedere a Striscia”.
Certo, questo non giustifica la violenza, il suo scatenarsi contro le banche, ma questo ragazzo è figlio del nostro tempo, non è venuto dal nulla. In quelle parole ci racconta come una parte di quella generazione vede il mondo: i politici e le persone normali; le banche e la povertà; chi è dentro e chi è fuori le emozioni, il bordello. Inutile prendersela con lui. Ripartiamo da lui, dalle sue parole se vogliamo davvero che cambi qualcosa.
Aldo Giannuli (storico)
Quanto è accaduto ieri, 1 maggio, a Milano, merita una riflessione a mente fredda, senza reazioni emotive. Il che non significa affatto giustificare neanche un po’ l’operato delle tute nere, che va condannato con nettezza e senza sconti di sorta, ma chiedersi il perché di queste forme di protesta.
Per un momento terrei separate le occasioni come quelle di ieri da episodi come la lotta alla Tav o simili: sono cose che hanno punti di contatto, ma che occorre tenere distinte.
Così come va tenuta distinta questa area “violentista” dal mondo dei centri sociali in quanto tali (che, ad esempio, ieri  in gran parte non hanno partecipato a gli scontri), anche se farebbero bene a pensare ad una dissociazione pubblica e netta rispetto a quell’altra area. E qui mi pare che Fedez abbia detto cose molto giuste.
Per cui ieri, in realtà, non c’è stata una manifestazione ma due: quella delle 500 tute nere e quella delle migliaia di partecipanti alla Mayday che sono restati perfettamente estranei agli scontri. E la stampa ha dato massimo risalto ai devastatori ignorando quasi del tutto gli altri, facendo così il gioco dei primi.
Per ora parliamo della manifestazione delle tute nere. Ormai gli incidenti, gli scontri con la polizia, le vetrine sfasciate e le auto incendiate, in coincidenza con eventi di una certa risonanza mediatica, sono un evento regolare come la pioggia in autunno ed il sole a ferragosto. Diventa necessario cercare di capire, partendo dalle motivazioni di chi mette in atto queste forme di lotta. La prima evidenza che balza agli occhi è la ricerca di visibilità: tutti eventi dove si sa di poter contare sulla presenza di telecamere e giornalisti in quantità, per cui gli incidenti occuperanno le prime pagine dei giornali e l’apertura dei telegiornali. E i titolo a tutta pagina che ingigantiscono gli scontri al di là della loro reale portata (la puntura di spillo all’ elefante del potere politico e finanziario) sono miele per le tute nere e simili, che si confermano nell’idea di un protagonismo di cui altri non sono capaci.
Queste proteste sono figlie della “società dello spettacolo” dove tutto, anche il conflitto, è “rappresentato” esattamente come a teatro. Una sorta di living theatre in piazza.
La seconda evidenza è l’inconsistenza delle motivazioni dichiarate: alzi la mano chi ha capito cosa volevano e contro chi protestavano. Ascoltate con attenzione l’intervista ad un giovanissimo manifestante data Tgcom 24: un misto di pulsioni ormonali adolescenziali ( “più che altro ero esaltato e volevo qualcosa in mano per spaccare  qualcosa.. però è stata una bella esperienza”) un malessere acuto  e, soprattutto un bisogno di autoaffermazione: “dobbiamo far sentire la nostra voce”. Peccato che, salvo un accenno genericissimo ai “politici che rubano” e alla “banca che è l’emblema della ricchezza” la “voce” non dicesse nulla. Certo l’Expo è stata la grande occasione del nostro ceto politico di ladri, ma la denuncia di queste ruberie era nell’azione del corteo my day, per le tute nere era solo un pretesto per sfasciare tutto, dando sfogo ad un nichilismo anarcoide (leggete bene: non ho scritto anarchico, ho scritto anarcoide). A loro interessa solo dire “ci siamo” ed il fine del loro movimento è puramente autoaffermativo e identitario. Il che si combina perfettamente con la ricerca di occasioni di spettacolarizzazione. Ne consegue il rifiuto di ogni proposta e della stessa dimensione politica: questo è un movimento dell’antipolitica. Ma anche antisociale: se è una protesta è giusto spaccare tutto, anche la macchina di un povero diavolo che sta ancora pagando il mutuo e non è per niente un uomo di potere, però ha il torto di “non stare con noi a protestare”. Da cui discende il carattere fondamentalista del movimento, che non cerca interlocuzioni, confronti, mediazioni ma solo l’affermazione della propria identità e la delegittimazione di ogni altra. Da questo punto di vista, questo fondamentalismo è il rovescio della medaglia di quello neo liberista, anche questo è una forma di “pensiero unico” non interessato al confronto.
Il terzo elemento è il rifiuto della modernità espresso, anche qui, nella ricerca dei simboli da colpire: non la speculazione finanziaria, ma la banca in quanto tale, non il lusso antiegualitario ma la vetrina del negozio qualsiasi perché simbolo del commercio. Ed anche l’ambientalismo professato è rifiuto di tutto quanto non sia “stato di natura”. Nei pressi della mia facoltà c’è una scritta che racchiude tutto un immaginario: “Grandi opere = Grandi Scontri”. Perché Grandi opere non possono essere che devastanti per l’ambiente, finalizzate ad una qualche tangente e dannosa per chi ci abita intorno. Che possano esserci grandi opere socialmente utili, rispettose dell’ambiente e dei diritti degli abitanti, non è cosa presa neppure in considerazione, perché è qualsiasi intervento industriale e cantieristico ad essere rifiutato.
E qui io distinguerei il caso della No Tav, che è la protesta delle popolazioni interessate contro quella determinata opera e per le modalità con cui essa è realizzata, realmente dannose per l’ambiente e per l’economia locale, e non è il rifiuto dell’opera in quanto tale.
Questa protesta assume la forma di una guerriglia cittadina di cui non deve sfuggire la raffinatezza: l’uso di una divisa (le giacche e tute nere) durante l’azione, da abbandonare subito dopo per sfuggire alla polizia, l’uso dei fumogeni per confondere la scena a facilitare la ritirata, le forme di azione coordinata dei piccoli gruppi ecc. Si direbbe che quello stesso principio di organizzazione, negato per l’azione politica e rivendicativa, sia riscoperto ed applicato nell’azione violenta e denuncia una progressione di questo tipo di movimenti in chiave militarista che non va sottovalutato. Non sono un legalitario ed un non violento ed ammetto che in determinate circostanze particolarmente gravi (cito il luglio 1960, per capirci) possa esserci un uso proporzionato della violenza, ma qui siamo di fronte ad una esaltazione della violenza in quanto tale. Essa cessa di essere mezzo per combattere qualcosa e diventa fine in sé, proprio perché non siamo in presenza del conflitto sociale, con la sua logica e le sue dinamiche, ma di fronte alla sua rappresentazione che esige il culto della violenza. Ed il culto della violenza è sempre una cosa che evoca lo squadrismo fascista, esattamente come il primitivismo politico che si coglie in questi comportamenti.
Ma da dove scaturisce questa forma di protesta così primitiva? In parte lo abbiamo già detto: la società dello spettacolo incoraggia una prassi di tipo rappresentativo, così come il fondamentalismo neo liberista produce il suo riflesso speculare che è questo. Ma c’è anche di più.
Cari amici: vi è piaciuto eliminare o ridurre ai margini i canali di trasmissione della domanda politica (partiti, sindacati ecc)? Vi è piaciuto produrre la spoliticizzazione di massa, promuovere la cultura dell’iper  individualismo? Bene: il risultato è la jacquerie urbana. Contenti?
Certo la lotta di classe è stata disarticolata, almeno da parte delle classi subalterne, perché, invece, quelle dominanti continuano a farla e pestano duro. Bene, ma la lotta di classe conteneva un principio ordinatore del conflitto, una evoluzione dalle sue forme più belluine proprio con i suoi elementi culturali ed organizzativi, in mancanza dei quali la società regredisce nello stato semi barbarico, che oggi possiamo ammirare.
Certo, comportamenti di questo tipo meritano una sanzione penale e senza sconti (dico senza sconti), ma pensare di farcela solo con la repressione è una totale stupidaggine. Significherebbe solo entrare in una fase di entropia crescente, in cui violenze come quelle di ieri diverrebero un fenomeno endemico e senza sbocco. Il problema va posto sul piano sociale e politico. Pensateci cari amici.

Il PD di RENZI #CAMBIAVERSO

Regionali Campania: Carlo Aveta, il candidato di Vincenzo De Luca che si fa le foto ricordo sulla tomba di Mussolini



Che le prossime regionali si siano trasformate in prove tecniche per il Partito della Nazione, è ormai assodato. Che in particolar modo Vincenzo De Luca sia disponibile ad imbarcare pezzi di politica e società civile fino a ieri distanti anni luce dal Partito Democratico, lo raccontano le cronache di questi giorni. Ma forse il processo di riconversione questa volta ha oltrepassato i limiti di digeribilità anche dei militanti con più pelo sullo stomaco.
Già, perché nella lista "Campania in rete con De Luca" - quella che dovrebbe rappresentare la società civile - è sceso in campo Carlo Aveta. Che è sì consigliere regionale uscente, ma che fino a qualche giorno fa ha militato nelle file de La Destra. Una scelta "frutto di una riflessione personale e di vita", ha spiegato qualche giorno fa. Una riflessione che lo ha portato anni luce lontano rispetto ai suoi precedenti convincimenti. Idee che lo hanno portato orgogliosamente a immortalare fasci littori e condeviderli con i propri sostenitori su Facebook e a fotografarsi durante un pellegrinaggio a Predappio, alle spalle un gigantesco busto di Mussolini, davanti la tomba dove riposano le spoglie mortali del Duce.
“Mi dicono che Carlo Aveta voglia candidarsi in Campania per De Luca, farsi eleggere e poi tornare con La Destra. Datemi popcorn”, aveva tweettato qualche giorno fa Francesco Storace. Aveta sarà compagno di lista di Tommaso Barbato, ex senatore dell'Udeur passato alla storia per aver sputato in faccia al collega Nuccio Cusumano, reo di aver votato a favore del governo di Romano Prodi (nella cui maggioranza entrambi erano stati eletti) nel drammatico giorno in cui il professore venne sfiduciato.
I due oggi combattono lancia in resta per De Luca, anche lui subissato dalle polemiche per essersi candidato nonostante una condanna che lo farà decadere un minuto dopo l'eventuale vittoria per via della legge Severino. Una situazione che in effetti forse merita i popcorn in preparazione a casa Storace.

venerdì 1 maggio 2015

Ferroni:"Caos TA.RI, ulteriore prova del fatto che l’amministrazione attuale non sia all’altezza del compito affidato."

 TORGIANO Il caos ne quale è stata gettata la cittadinanza di Torgiano rispetto al pagamento della TA.RI la dice lunga sulle responsabilità politiche ed organizzative dell’ Amministrazione. Intanto, risulta evidente che le difficoltà di bilancio hanno spinto l’Amministrazione ad accelerare sul pagamento TA.RI senza prendere in considerazione la possibilità di spostare la data del pagamento stesso, in modo tale da effettuare tutte le verifiche del caso. Al danno si aggiunge la beffa: sui circa 3000 avvisi di pagamento, circa 1700 risulterebbero errati rispetto al reale dovuto del 2014. Riteniamo quindi che vengano individuate tutte le responsabilità di questo forte disagio per i cittadini di Torgiano e ci aspettiamo iniziative rapide e concrete per risolvere i problemi e restituire in tempi veloci le somme dovute ai cittadini. Siamo di fronte in effetti ad un’ ulteriore prova del fatto che l’amministrazione attuale non sia all’altezza del compito affidato.
Andrea Ferroni
Capogruppo d’opposizione Torgiano Bene Comune

LA NON SFIDUCIA DELLA NON SINISTRA di Norberto Fragiacomo

La sfiducia a Renzi, ieri o oggi, avrebbe trasformato il corteo del Primo Maggio in una festa di popolo: sollievo, canti di gioia e bandiere al vento.
Invece, com’era agevole prevedere, non è successo nulla, e domani sfileremo per le vie delle nostre città con più rassegnazione che baldanza, consapevoli in fondo che non basta essere Popolo una volta all’anno (o, ben che vada, una al mese – e lo dico anzitutto a me stesso).

La notizia che Matteo Renzi ha vinto è una non-notizia: già i latini sapevano che “erat facile vincere non repugnantes” (Cicerone). Che i mini-dem calassero le brache era scontato: in cinquanta lo hanno fatto platealmente, in pubblico, altri 38 hanno avuto il buon gusto di appartarsi in bagno. Attentato alla democrazia, imposizione al Parlamento… dopo tanto abbaiare, manco un cane se l’è sentita di dare un morsettino al twittatore toscano. Votare contro? Non sia mai: al massimo ci si assenta, si scala l’Aventino di Montecitorio fino al bancone del bar. Il “pugnace” D’Attorre, intervistato domenica da Il Piccolo, era stato ambiguamente chiaro: non voterò la fiducia, per quanto riguarda il testo finale si vedrà. Si vedrà, appunto, e sarà la solita pantomina.

Eppure, se - come sostiene Bersani - porre la fiducia su una legge di stretta competenza parlamentare è evidente forzatura, un no di bandiera sarebbe stato politicamente giustificabile, e facile da difendere nell’arena dei talkshow: non occorreva il coraggio di un Matteotti per pronunciarlo. Niente da fare: con il non-voto di ieri la “sinistra dem” ci offre l’ennesima testimonianza della sua natura esclusivamente mediatica, cioè della sua inesistenza. Qual è la differenza tra il disciplinato Damiano ed Ettore Rosato, entusiasta propagandista renziano? Che il secondo – proveniente dalla Margherita e spalla politica di professione – è meno colpevole del primo, perché non è mai stato “comunista” né ha ricoperto incarichi in CGIL.

Dispiace che Stefano Fassina – che su molti temi aveva dato prova di ravvedimento operoso – si sia mestamente accodato alla minoranza assente, mentre il decimillesimo preannuncio di addio al PD da parte di Civati strappa un sorriso: quando sbatterà la porta (se mai si deciderà), la notiziola cadrà nel vuoto. “Ma come, non era già uscito?” – si chiederà qualche telespettatore, sbadigliando davanti allo schermo presidiato da Lilli Gruber.

Renzi ce lo teniamo, dunque. Ne è passato di tempo dall’ultima volta che ho scritto su di lui, ma non sento l’esigenza di aggiornare il ritratto. L’uomo è quello che era e sempre sarà: prepotente, fanfarone, grossolano e compiaciuto di sé, capace di passare in un attimo dalla blandizie alla violenza verbale (e alla sottile minaccia) come un qualunque venditore di polizze. Potrei aggiungere che ormai parla in playback: sempre le stesse frasi, le stesse esortazioni, le stesse formule, le stesse battute. Che sia di destra, di destrissima, lo asseverano i fatti: con il Jobs act ha cancellato il diritto del lavoro, con la “Buona Scuola” metterà in riga gli insegnanti (e forse manderà gli studenti ai lavori forzati estivi, come auspica Poletti); la riforma della Pubblica Amministrazione strizza l’occhio al modello americano, la privatizzazione di aziende strategiche e servizi pubblici si porta dietro, attraverso l’accorpamento degli enti, lo svuotamento della democrazia locale, la recisione dell’ultimo tenue legame tra amministratori e amministrati.

E’ un fascista? No, perché – da opportunista doc - è refrattario agli ideali, alti o ignobili che siano: neoliberista poiché gli conviene, ha concesso i propri servigi a finanzieri e lobby sovranazionali, che per ora contraccambiano le sue attenzioni.

E’ detestabile, cinico, tracotante e bugiardo – ma non è un demone insinuatosi a tradimento in un organismo sano: del PD il fiorentino incarna l’anima più autentica. C’erano una volta i comunisti, più amministratori che rivoluzionari: la tesi, durata decenni. La caduta del muro provocò una conversione in massa al neoliberismo: primum vivere, deinde philosophari. Antitesi, con trasformazione strutturale e quieta conservazione degli antichi riti. Renzi non ha fatto altro che prendersi la struttura e “rottamare” la sovrastruttura, avendo compreso che, oramai, lessico e bandiere son passati di moda.

Non c’è contrapposizione ideale con il vecchio gruppo dirigente: le frizioni nascono da collisioni fra interessi personali, al più da rivalità e antipatie. Renzi ha voluto il Jobs act, ma la “sinistra interna”, con poche eccezioni, gliel’ha votato, così come ha votato e voterà tutti i provvedimenti reazionari pretesi dalla UE. D’altra parte, il Jobs act è figlio del Pacchetto Treu, della precarizzazione imposta dal primo centrosinistra negli anni ’90; la privatizzazione dei servizi locali inizia con decreti che portano i nomi di Letta, Burlando ecc. L’elenco potrebbe continuare all’infinito, ma ve lo risparmio. Mi piacerebbe, invece, ricordare a D’Alema il suo ruolo politico nell’aggressione NATO alla Jugoslavia, a Bersani il giro delle sette chiese, a primavera 2013, per rassicurare i mercati che, in caso di successo elettorale, le riforme (neoliberiste) sarebbero proseguite e i Trattati UE non sarebbero stati messi in discussione; al PD tutto la posizione assunta sulla vicenda libica – attentato alla Costituzione addolcito da melassa sugli immancabili “diritti umani”. Al “rivoluzionario” Civati, infine, rammenterei che l’aver affidato la stesura del proprio manifesto economico a un Taddei (subito passato ad un balbettante renzismo) non è cosa di cui andar fieri: in genere, chi si somiglia si piglia.

Il Partito democratico, in fondo, è fatto della stessa sostanza di cui è fatto Matteo Renzi: è neoliberista, fiancheggiatore dei mercati, devoto alla NATO statunitense (v. da ultimo le folli sanzioni alla Russia), spacciatore di diritti civili a buon mercato, paladino di quella UE che, come uno sciame di locuste, sta spolpando la Grecia. Se consideriamo solo l’impostazione economica – dissi quattro anni fa, a Verona – i dem sono a destra di Forza Nuova. Allora Renzi era un puntolino all’orizzonte, e gli odierni oppositori stavano saldamente aggrappati ai loro scranni.

Erano il partito, ma non erano più sinistra da un pezzo. Inverosimile che lo siano diventati per ripicca; assurdo aspettarsi da loro (con l’eccezione forse di Stefano Fassina, che pare aver maturato concezioni diverse) un’opposizione che non sia motivata da grette esigenze concrete o – per prendere a prestito il linguaggio vendoliano – “politiciste”.

No, Renzi su questa fiducia non poteva naufragare – e una sua eventuale uscita di scena, per quanto auspicabilissima, non sarebbe rebus sic stantibus risolutiva. Anche cancellando la primissima fila il quadro d’insieme resterebbe una crosta: urgono un pittore, tecniche e colori nuovi.

In ogni caso, buona Festa dei Lavoratori (e dei pensionati, degli studenti, dei precari, dei concorsisti a vita)!

Perché il cavallo non beve —  Aldo Carra, Il Manifesto

Occupazione. Perché la ripresa non si vede
Gli sti­moli alla cre­scita non sono mai stati tanti. Se ne pos­sono con­tare due di marca ita­lianala legge di sta­bi­lità che ha dato un bell’incentivo alle imprese che assu­mono a tempo inde­ter­mi­nato ed il Jobs Act che con­sente, dopo aver uti­liz­zato le age­vo­la­zioni per tre anni, di licen­ziare — e tre pro­ve­nienti dall’esterno — Quan­ti­ta­tive Easing, sva­lu­ta­zione dell’euro, crollo del prezzo del petro­lio. Una manna dal cielo, una vera e pro­pria cura da cavallo per l’economia italiana.
Il governo è così con­vinto che più di que­sto non si può fare, e che il cavallo dovrà bere, da dotarsi di un suo ter­mo­me­tro, per for­nire, ogni mese i suoi dati, cin­que giorni prima che escano quelli Istat.
Ave­vamo scritto di un pos­si­bile con­flitto tra dati sull’occupazione che il mini­stero del Lavoro ha deciso di for­nire il 25 di ogni mese e dati for­niti dall’Istat da sem­pre pro­gram­mati per il 30 di ogni mese. Espri­mendo la pre­oc­cu­pa­zione che esso potesse ripe­tersi ogni volta con la con­se­guenza di gene­rare con­fu­sione e dele­git­ti­mare l’Istat.
Un altro mese è pas­sato e lo spet­ta­colo si è ripe­tuto. Il 23 aprile il mini­stero ha for­nito i suoi dati: i nuovi con­tratti di lavoro (escluso lavoro dome­stico e pub­blica ammi­ni­stra­zione) mostrano un saldo tra atti­va­zioni e ces­sa­zioni di 92.299. Nel 2014 il saldo era stato di 61.666, quindi si è detto 30.633 con­tratti in più. I titoli dei gior­nali sono stati mega­foni fedeli: «Con­tratti 92.000 in più» (La stampa); stesso titolo con l’aggiunta «Mat­ta­rella i dati sono confortanti»(Il Mes­sag­gero); 92000 con­tatti in più anche per Il Sole 24ore con «per Mat­ta­rella riforme vir­tuose»; Repub­blica ha par­lato addi­rit­tura di «Boom dei nuovi contratti».
Adesso abbiamo i dati Istat ed il mes­sag­gio è netto: il cavallo non beve. Gli occu­pati sono dimi­nuiti in un anno di 70.000 unità pari allo 0,3%. I disoc­cu­pati sono aumen­tati di ben 138.000 (+0,5%). Dati di segno oppo­sto a quelli for­niti dal mini­stero del lavoro. Natu­ral­mente que­sto non signi­fica che i dati di Poletti sono falsi. Sono sem­pli­ce­mente un’altra cosa e non misu­rano tutta l’occupazione. Sarebbe, per­ciò, il caso di for­nirli dopo quelli dell’Istat pre­ci­sando che si tratta dei soli con­tratti regi­strati, men­tre quelli Istat rap­pre­sen­tano l’universo del mondo del lavoro, dell’occupazione e della disoc­cu­pa­zione. Que­sto sul piano tecnico.
Sul piano poli­tico sarebbe invece il caso di chie­dersi per­ché il cavallo non beve. Per­ché la ripresa non si vede e l’occupazione non cresce.
E quindi di farsi qual­che domanda: ma non è per caso che ripresa eco­no­mica ed occu­pa­zione hanno biso­gno di qual­cosa di più e di diverso da auste­rità tem­pe­rata, incen­tivi mal distri­buiti, parole di fidu­cia? Non c’è biso­gno di sospen­dere l’austerità, pen­sare ad inter­venti pub­blici mirati a rilan­ciare offerta ed inno­va­zione e, quindi, la domanda? E non c’è biso­gno di impe­gnare il Par­la­mento in un dibat­tito serio ed urgente sull’economia invece che in prove di forza musco­lari su riforme che sono meno prio­ri­ta­rie del rilan­cio dell’occupazione? Chi dice que­ste cose gufa o chi non vuole vederlo è cieco?

Blocco delle pensioni? Incostituzionale e arbitrario


Blocco delle pensioni? Incostituzionale e arbitrario
Governi della Troika, governi incostituzionali. Non solo o non tanto nel meccanismo formale della loro formazione, quanto proprio nella “testa”. Ovvero nel modo di concepire l'azione di governo come finalizzata al raggiungimento di obiettivi estranei e “nemici” del patto costituzionale vigente dentro un paese.
La sentenza con cui oggi la Corte Costituzionale ha bocciato il blocco della “perequazione delle pensioni” - deciso dal governo Monti-Fornero pochi giorni dopo il proprio insediamento, a dicembre 2011, con il famoso “decreto Salva-Italia – è una plastica dimostrazione di questa estraneità.
La storia aveva suscitato opposizione sociale ma, com'è ormai regola dei governi decisi a Bruxelles e imposti da Giorgio Napolitano, se ne sono fottuti allegramente. In pratica, tutti coloro che ricevono un assegno pensionistico di un importo “tre volte superiore al minimo” (da 1.217 euro netti in su) si sono visti fermare per un periodo indefinito l'adeguamento all'inflazione. Le esigenze del bilancio pubblico, di fatto, sono state considerate in quel caso prevalenti su ogni diritti acquisito, ovvero su ogni altra legge dello Stato.
Peccato, veramente un peccato, che la Costituzione nata dalla Resistenza non contemplasse i criteri ragionieristi come prevalenti. Così l'art. 24 del decreto legge 201/2011 da oggi non esiste più. E si apre un clamoroso buco di bilancio per il governo che giurava di aver messo da parte un “tesoretto” con cui fare un po' di spot “di sinistra”. Tutti i pensionati – tranne quelli che nel frattempo sono morti - che in questi quattro anni si sono visti azzerare ogni rivalutazione dovranno infatti essere risarciti con la restituzione del maltolto. L'unica fortuna del governo è insomma nel fatto che l'inflazione nel frattempo si è praticamente azzerata, anzi in questi ultimi mesi è scesa sottozero. Quindi le cifre pro capite da pagare non saranno poi un granché. L'impatto sui conti pubblici, stimato dall'Avvocatura dello Stato al momento dell'udienza pubblica, sarebbe di circa 1,8 miliardi per il 2012 e circa 3 miliardi per il 2013. Ci vanno perciò aggiunti almeno altri tre miliardi, portando così il “buco” ad almeno otto miliardi.
In quel governo c'era il “dissidente” Stefano Fassina, in qualità addirittura di viceministro dell'economia. Che naturalmente approvò la decisone per “causa di forza maggiore”, così come tutti gli altri piddini di punta e di coda.
Addirittura oggi Elsa Fornero ha provato ad allontanare da sé la responsabilità di quella decisione oggi bocciata, sostenendo in modo penoso che “fu una sceta del governo, non mia”. Come se invece che per fare il ministro del lavoro si trovasse lì per caso...
Nella sentenza depositata oggi c'è scritto che «l'interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata». Tale diritto, «costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio».
Ricordiamo infatti ai colleghi della stampa mainstream che 1.217 euro al mese non sono un “privilegio”, ma un livello quasi minimo di sopravvivenza. Neanche paragonabile, del resto, con quello che percepiranno o percepiscono loro (si può scrivere tranquillamente anche oltre i 70 anni, cumulando pensione e collaborazioni, al contrario dei mestieri fatti da quasi tutti coloro che prendono 1.200 euro ).
La Consulta, nell'argomentare la bocciatura, bacchetta anche lo stile ragioniseristico frettoloso del governo onti (confermato poi da quelli Letta e Renzi). Quando decidono di tagliare, infatti, portano nei decreti motivazioni generiche, mentre l'esito per chi viene “tagliato” (in questo casi i pensionati) la conseguenza è pesante. «Deve rammentarsi che, per le modalità con cui opera il meccanismo della perequazione, ogni eventuale perdita del potere di acquisto del trattamento, anche se limitata a periodi brevi, è, per sua natura, definitiva. Le successive rivalutazioni saranno, infatti, calcolate non sul valore reale originario, bensì sull'ultimo importo nominale, che dal mancato adeguamento è già stato intaccato».
Peggio ancora per quanto riguarda la misura del taglio deciso. «La censura relativa al comma 25 dell'art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività».
Un decreto insomma che è stato scritto da analfabeti o da consapevoli golpisti contro i diritti costituzionali dei cittadini. «Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l'adeguatezza (art. 38).
Ci voleva la Corte Costituzionale per ricordare a tutti che le pensioni non sono un “regalo dello Stato”, ma retribuzione differita. Ossia soldi guadagnati con il lavoro e accantonati per riaverli poi, a rate e secondo un criterio di solidarietà complessiva, quando le forze per lavorare inevitabilmente finiscono.
I parametri della Costituzione confliggono con quelli di Maastricht o del Fiscal Compact. Per questo tutti i governi della Troika vogliono smontarla.