domenica 6 dicembre 2015

Lo Stato Islamico e la globalizzazione neoliberista di Alessio Aringoli


flagLo scopo di questo articolo è principalmente quello di mettere in discussione alcuni luoghi comuni concettuali, molto presenti nel dibattito sullo Stato Islamico (che, d’ora in poi, nomineremo Isis – Islamic State of Iraq and Syria, perché con questo sigla è più conosciuto, sebbene la stessa sigla inglese più corretta, da più di un anno, sarebbe semplicemente Is – Islamic State) in particolare in riferimento al rapporto tra l’Isis e l’Islam e a una corretta valutazione della natura storica e della forza geopolitica dell’Isis.

1. L’Islam non è l’Isis. Questa affermazione non si fonda solo sulla, pur rilevante, constatazione empirica che solo una minoranza degli islamici aderisce alla versione wahabita-salafita dell’Islam e una ancora più minuscola minoranza degli islamici riconosce Al Baghdadi quale legittimo Califfo. Ci sono almeno tre fondamenti rilevanti e che non possono essere ignorati:
A) La corrente wahabita-salafita è molto recente nella storia islamica. Il wahabismo-salafismo si propone quale ipotesi di “riforma” dell’Islam nel senso di una sua “purificazione”, in primo luogo dagli influssi occidentali, ma in generale da tutte le strutture ermeneutiche che pure hanno una lunga tradizione nella civiltà islamica. Il punto più rilevante della teologia wahabita-salafita è la centralità della concezione (presente anche in molte altri correnti dell’Islam) secondo cui il Corano sarebbe “increato”, ovvero non sarebbe stato creato da Allah, ma sarebbe co-originario ad Allah stesso. Assegnare a questa concezione una assoluta e radicale centralità ha condotto e conduce a condannare qualsiasi attività ermeneutico-interpretativa. Naturalmente l’operazione ha una valenza ideologica, poiché nei fatti i wahabiti-salafiti propongono una precisa interpretazione del Corano e della tradizione islamica, che tuttavia presentano come non questionabile, in virtù della suddetta non interpretabilità del Corano.
E’ evidente che questa concezione non rende conto minimamente della complessità, della ricchezza e della pluralità di concezioni e di scuole teologiche, spirituali e giuridiche che ha connotato l’Islam (anche solo quello sunnita) in tutta la sua storia, e anche nel suo presente.
B) La corrente wahabita-salafita è l’ideologia di un preciso gruppo sociale, che ha una precisa collocazione e connotazione storica e geografica. Si tratta dell’aristocrazia della penisola arabica, in particolare del Regno di Arabia Saudita, in secondo luogo dell’Emirato del Qatar, e, in misura inferiore, degli altri paesi del Golfo Persico. Si tratta, è bene tenerlo presente, di un pezzo della classe dirigente della globalizzazione neoliberista. L‘aristocrazia araba non solo gioca un ruolo cruciale nel commercio della più importante materia prima del nostro tempo, il petrolio, ma ha una grande potenza finanziaria, che ne fa un global player di primo piano in tutti i mercati di capitali del mondo. Storicamente, da lunghissimo tempo, l’aristocrazia saudita è un alleato strategico degli Stati Uniti. In particolare, l’inizio della lunga stagione che ha visto gli Usa quale unica superpotenza globale fu segnato da una guerra (la prima guerra in Iraq, 1991) fatta per difendere, con armi americane, la monarchia wahabita-salafita saudita dall’Iraq di Saddam Hussein. Il “nuovo ordine globale” fu costantemente connotato dalla duratura alleanza tra Riyad e Washington. Anche quando un settore sempre più ampio della classe dirigente saudita cominciava ad essere attratto dalla strategia jihadista, gli Usa tennero fede all’alleanza strategica. Addirittura di fronte al terribile attentato delle Twin Towers, gli Usa scelsero di colpire Saddam Hussein, abbattendo definitivamente un forte avversario del predomino wahabita-salafita tra i sunniti in Medio Oriente. Ciò non vuol dire che gli Usa non fossero consapevoli del pericolo globale del terrorismo jihadista, e neppure che fossero gli “occulti” creatori del jihadismo, come vorrebbero varie vulgate complottistiche. Più semplicemente, credettero, e in parte credono ancora, che l’alleanza coi sauditi potesse svolgere una funzione di contenimento, sottovalutando e in gran parte non comprendendo il carattere totalitario dell’ideologia wahabita-salafita. Inoltre, ed è un punto altrettanto rilevante e anche altrettanto semplice, una larga parte della classe dirigente Usa (come di tutte le classi dirigenti capitalistiche del nostro tempo) ha avuto e ha in essere in forma diretta e indiretta consistenti rapporti economici con la grande borghesia wahabita-salafita. Fondi di investimento legati al Qatar sono azionisti, primari, di un grande numero di grandi società francese, quotate alla Borsa di Parigi, e nonostante si metta in discussione la Costituzione repubblicana, dopo il 13 novembre, nessuno mette in discussione le quote nel Cac 40, l’indice delle 40 società più importanti del mercato francese. Non stiamo insomma parlando di un soggetto outsider, ma bensì pienamente insider alla globalizzazione neoliberista, ben determinato e ben distinto dalla grande maggioranza degli islamici. Possiamo dire, tranquillamente, che i wahabiti-salafiti sono gran parte dell’Uno per Cento di origine islamica, e il wahabismo-salafismo è l’ideologia di questo Uno per Cento (per citare una definizione del segmento più ricco e più potente della società, nata nel movimento Occupy Wall Street, e molto utilizzata anche oggi nel mondo anglosassone).
C) Il principale obiettivo dei wahabiti-salafiti è il dominio e l’oppressione degli altri islamici in tutto il mondo. La maggioranza delle vittime degli jihadisti sono islamiche. I nemici più immediati e rilevanti degli jihadisti sono islamici. Il progetto totalitario wahabita-salafita passa ineluttabilmente per la sconfitta di tutte le altre possibili e esistenti declinazioni dell’Islam, laiche e religiose, sciite e sunnite. Per le sue stesse implicazioni ideologiche, non può accettare né concorrenti né alleati. Anche le altre correnti islamiste sunnite sono viste come un potenziale nemico sul medio periodo. Allo scopo di costruire una “grande potenza” islamica, capace di svolgere un ruolo mondiale sempre più forte, mirando al primato globale, nel vuoto di potere successivo al fallimento del velleitario tentativo degli Usa di governare il mondo da soli, una parte rilevante dell’aristocrazia wahabita-salafita (che già governa nel più puro stile totalitario la penisola arabica), si propone di imporre un modello totalitario a tutti gli islamici. Sono consapevoli che ci vorrà molto tempo, e che troveranno forti resistenze. Ma sono anche consapevoli di essere oggi più forti di quanto lo fossero ieri, e ritengono, non solo in termini di propaganda, ma anche in termini concretamente strategici, di avere il vento della storia dalla loro parte.
2. Se è vero che l’Islam non è l’Isis, ciò non vuol dire che l’Isis vada infatti sottovalutata. Al contrario. Ci sono almeno tre motivi principali per cui l’Isis deve essere presa estremamente sul serio.
A) L’ideologia wahabita-salafita ha una capacità egemonica oggettiva sul resto dell’Islam. Ha saputo appropriarsi finora di due temi cruciali: il rapporto col Corano e il problema dell’unità dell’Islam. Sul secondo tema in particolare l’egemonia è sostanzialmente completa. Di fatto, i wahabiti-salafiti sono i soli ad avere al momento una proposta chiara per ripristinare quell’unità anche formale dell’Islam sunnita che era sempre esistita, da Maometto fino all’abolizione del Califfato, decretata da Ataturk nel 1922. L’unità della umma, la comunità dei fedeli, è un elemento estremamente importante della fede islamica. L’idea del Califfato non è la bislacca e folcloristica trovata di un gruppo di fanatici pazzi. Abolito in tempi relativamente recenti, da decenni in tutti gli ambienti islamisti si dibatteva della necessità di restaurarlo. L’Isis non compare dal nulla. E la sua proposta non si fonda sul nulla. Il Califfato era sempre esistito nell’Islam sunnita perché rispondeva (anche se spesso in termini solo simbolici) al tema dell’unità sopra evocato. Non a caso, la sua (temporanea?) abolizione è avvenuta pochi anni dopo l’accordo Sykes-Picot (1916), la celebre intesa anglo-francese che spartiva il Medio Oriente tra le due maggiori potenze coloniali del mondo, evocando ex nihilo stati che non erano mai esistiti. 1916 e 1922. Le due date che i wahabiti-salafiti vogliono cancellare, appena prima che giungano al centenario. In tal modo, i jihadisti mirano ad impossessarsi anche della vecchia bandiera dell’unità araba (tema centrale del nazionalismo laico e socialista) e ad assorbire egemonicamente i desideri legittimi di riscatto che esistono in tutto il Medio Oriente e in tutto il Mediterraneo (comprese le comunità islamiche della sponda Nord). Il Califfato diviene un simbolo, quale in effetti era storicamente, religiosamente e spiritualmente sempre stato per tutti i musulmani sunniti – il simbolo dell’unità della umma, del ritorno a un tempo di grandezza, di orgoglio e di potenza. Un tempo che viene mitizzato in maniera non dissimile da come i nazisti mitizzavano l’antico Impero Germanico, il Reich di Federico Barbarossa e le antiche origini pagane dei Germani. Ma l’operazione dei nazisti, in realtà, era molto più arbitraria. In termini storiografici, il Reich medioevale, per come veniva da loro descritto, non era semplicemente mai esistito. Viceversa, il Califfato è esistito, nella storia dell’Islam sunnita, per circa 1300 anni su 1400. La stessa radice dello scisma con gli sciiti riguarda il tema della successione al Califfato. La bandiera innalzata dai wahabiti-salafiti non è del tutto arbitraria, e anche per questo ha rilevanti carte egemoniche, che non possono essere sottovalutate. Ugualmente può dirsi riguardo al rapporto col Corano. Sebbene il letteralismo totalitario su cui si basa la dottrina giuridica wahabita-salafita non sia condiviso, come già abbiamo accennato, neppure da correnti estremamente conservatrici dell’Islam (tra cui la galassia che fa idealmente capo ai Fratelli Musulmani, di cui fanno parte tra gli altri Hamas, il governo libico di Tripoli, alcuni settori della classe dirigente della penisola arabica, e a cui è accostabile l’Akp di Erdogan), tuttavia va rilevato che tutte queste correnti, e anche correnti meno conservatrici, condividono la concezione già descritta del Corano “increato”, ivi comprese le ovvie barriere che questa concezione crea per ogni forma di dialogo tra fede e ragione, tra spiritualità e razionalità. I wahabiti-salafiti conducono alle estreme conseguenze problemi intrinseci all’idea della non interpretabilità del Corano, e dunque anche in questo caso realizzano un’operazione egemonica che non va sottovalutata, proprio perché tale idea ha un consenso assai più ampio degli attuali confini della corrente wahabita-salafita.
B) I wahabiti-salafiti stanno ricostruendo l’integrazione organica tra la logica della realpolitik statuale con quella di movimenti (più corretto sarebbe dire: partiti) internazionali, che già diverse volte è esistita nella storia, e che in una fase di avanzata globalizzazione trova la sua massima efficacia. Sia coloro che dicono che l’Isis è in Mesopotamia, sia coloro che dicono che sconfiggerlo in Mesopotamia sarebbe inutile, hanno parzialmente ragione. L’Isis o meglio l’Is, lo Stato Islamico, il Califfato, è, per sua definizione, uno Stato Globale. Una proposta di statualità nuova, che invera vecchie idealità liberali e socialiste (ma i wahabiti-salafiti, da bravi capitalisti monopolisti, odiano ferocemente sia i liberali che i socialisti e i comunisti), ma che soprattutto risponde al clamoroso fallimento della globalizzazione neoliberista nel saper costruire un qualsivoglia meccanismo di governo democratico del mondo. Quest’aspetto della strategia dei wahabiti-salafiti, che sono Stato e Partito, che operano contemporaneamente sul piano locale e su quello globale, che possono essere temporaneamente sconfitti in un luogo per comparire in un altro, che possono mobilitare e distribuire risorse umane nei diversi teatri, esattamente come il denaro dei fondi di investimento (compresi quelli di proprietà saudita) può spostarsi in pochi secondi da un capo all’altro del mondo attraverso le reti dell’economia finanziaria, ne fa uno dei soggetti politici più avanzati e più pericolosi in campo nel grande scontro in atto nel mondo, per occupare il vuoto lasciato dopo Bush dagli Usa. Se consideriamo che a questa modernità del modello politico e organizzativo (a sua volta radicata nell’antica concezione del rapporto dialettico tra unità e autonomia su cui si basava l’organizzazione tradizionale dell’Islam) si accompagnano un’ideologia totalitaria in grado di organizzare territori e di motivare fanaticamente i militanti, insieme a risorse finanziarie immense, è evidente che non prendere sul serio questa faccenda sarebbe un errore semplicemente gravissimo.
C) Infine, anche sul piano strettamente militare tutte le evidenze indicano la necessità di prendere l’Isis molto sul serio. Per quanto riguarda la situazione in Mesopotamia, l’Isis controlla un territorio estremamente ampio, a cavallo tra Siria e Iraq. Sta combattendo contemporaneamente contro gli eserciti siriano, iracheno, contro i curdi, sporadicamente contro altri gruppi anche di matrice jihadista, subisce bombardamenti (non particolarmente intensi) da parte degli Usa e (decisamente più intensi) da parte della Russia. In pratica, gli eserciti di terra di due Stati nazionali, i bombardamenti aerei delle due maggiori potenze militari del pianeta, le milizie curde, straordinariamente valorose sul piano militare: e tuttavia l’Isis è sempre lì. Ovviamente la realtà è più complessa. E’ interessante, ad esempio, e molto importante in termini analitici, rilevare che gli Stati Uniti (che erano stati sostanzialmente battuti dai jihadisti in Iraq) sono così intensamente impegnati contro l’Isis da non avere neppure una portaerei nella regione… Per la prima volta da decenni. E’ poi forse inutile rammentare che, se gli Americani si sono curiosamente dimenticati di avere la più potente flotta di portaerei del mondo, la Turchia dell’Akp di Erdogan è molto più impegnata a commerciare petrolio e opere d’arte con l’Isis e a bombardare il Pkk che a dare seguito agli impegni ufficiali anti-Isis. Del tutto ovvio, infine, che l’impegno contro l’Isis degli stati wahabiti-salafiti della penisola arabica sia una pura e semplice dissimulazione. Va poi detto che parte importante dei quadri del vecchio esercito iracheno è entrata a far parte dell’Isis, anche grazie ai clamorosi errori dell’occupazione Usa dopo la guerra, e che l’esercito siriano era stato in parte disarticolato dalla prima fase della rivolta contro Assad. E’ infine ancora presto per misurare l’effetto degli intensi bombardamenti della Russia. La guerra in Mesopotamia è in larga misura una guerra di milizie e di fanterie, i carri armati sono pochi, e al momento non giocano un ruolo rilevante in termini strategici. Anche in questo si vedono tratti fondanti della globalizzazione neoliberista: il primato della finanza e della rendita sulla produzione, che si riflette in guerre de-industrializzate, in cui a immense ricchezze liquide non corrispondono capacità produttive industriali rilevanti. Questo è del resto il principale punto debole strutturale del progetto wahabita-salafita, che non si sorregge su basi industriali adeguate (tuttavia questa carenza può anche essere la molla di una particolare aggressività). Si hanno dunque guerre contraddistinte da tempi lunghi, che si combattono spesso villaggio per villaggio, e quartiere per quartiere nelle città. Anche la Russia, pur essendo al momento lo Stato ad avere le idee più chiare e anche a fare la proposta politica più sensata sulla questione Isis, è interessata in primo luogo a garantire i suoi interessi geopolitici nazionali, le sue basi nella Siria occidentale e dunque la permanenza del controllo del suo alleato storico Assad su quell’area. Infine, gli stessi curdi (i peshmerga e il Pkk) giocano una partita fondamentalmente difensiva. In pratica, dunque, in Mesopotamia i wahabiti-salafiti hanno già creato il fatto compiuto di uno Stato sunnita da loro egemonizzato che, al di là dei proclami retorici e anche delle azioni concrete, nessuno ha veramente idea di come possa essere messo in discussione realmente. Nel frattempo, l’Isis sta costruendo una presenza rilevante in Sinai e in Libia, ovvero si sta affacciando sul Mediterraneo. Sono presenze significative, anche se ancora solo iniziali, e colpisce molto la difficoltà che l’esercito egiziano sta incontrando a mantenere il controllo del Sinai, mentre la situazione economica in Libia si sta aggravando, al punto che l’Isis potrebbe trovare spazio e terreno crescenti. In Nigeria, in compenso, la ferocissima milizia Boko Haram, seconda per ferocia solo all’Isis mesopotamica e affiliata al Califfato, ha subito serie sconfitte negli ultimi mesi. Si tratta dell’unico caso in tutto il mondo (ad eccezione di alcune vittorie dei curdi) in cui l’Isis abbia subito sconfitte militari molto rilevanti finora e, fatte ferme tutte le specificità della situazione nigeriana, andrebbe studiato con più attenzione. Nel frattempo, mentre l’Isis, con una elevatissima capacità di utilizzare tutte le moderne tecniche di comunicazione, di creazione e di posizionamento di un brand, di marketing virale diretto e indiretto, di generazione di contenuti condivisibili, di sfruttamento abile e cinico del cosiddetto punk-islam (l’islam post-religioso nichilistico e anti-sistema, che prolifera tra i giovani delle periferie delle grandi città europee) continua la sua campagna di proselitismo, di reclutamento e di concessione in franchising del suo logo, il Qatar si prepara invece tranquillamente (non molto tranquillamente per gli operai che muoiono come mosche nei cantieri) ad ospitare i Mondiali di Calcio del 2022. Viene alla memoria che, nel 1936, le Olimpiadi si fecero a Berlino. Hitler era trionfalmente presente all’inaugurazione dei Giochi, da cui, ovviamente, furono esclusi tutti gli atleti di origine ebraica. Tutti i paesi del mondo parteciparono a quei Giochi.

Pane e vergogna. (di Romina Fiore)

Ieri sono andata a fare la spesa al supermercato.
In fila alla cassa davanti a me c’era lei, così piccola che quasi passava inosservata, dentro un cappottino modesto e senza pretese.
Poteva essere una di quelle vecchiette che vedevi, anni fa, in mezzo a coetanei seduti ai giardinetti a godersi il sole o chiacchierare sulla panchine.
A camminare lenti con le mani che, se non occupate a reggersi su un bastone da passeggio, restavano intrecciate dietro la schiena.
Ora stringeva la sua busta, usata chissà quante volte, appallottolata e pressata fra quelle dita rugose. Un sacchetto che costa 20 centesimi.
Ma, si sa, 20 oggi e 20 domani alla fine arrivi a un euro che manco te ne accorgi.
Ha sistemato lentamente i suoi prodotti sul rullo.
Poca roba.
Un litro di latte, dei pomodori, un pacco di pasta e un po’ di frutta.
E, mentre il nastro scorreva, ne teneva fermi due con le mani.
A un certo punto, quando la cassiera ha passato allo scanner tutta la spesa, lei ha domandato quale fosse il totale parziale.
E in quella richiesta, sussurrata con un filo di voce, c’era una dignità sconfinata.
C’erano conteggi fatti a mente e la paura che fossero imprecisi.
C’era la speranza che i pochi soldi nel portamonete coprissero il costo dell’intera spesa.
C’era un bilancio minuzioso per stabilire quali, fra quei prodotti poggiati sul nastro, fossero indispensabili e quali invece da rimandare alla prossima pensione.
Quando la cassiera le ha detto a quanto ammontava il conto, ha risposto con riservatezza carica di vergogna:
- Allora metta anche questi.
E ha liberato i prodotti che teneva nascosti sotto la mano.
Eccoli gli anziani di oggi.
Sono quelli che il governo ci mostra come una fetta di spesa smisurata per il sistema welfare a causa delle uscite destinate alle pensioni.
Sono gli stessi a cui vengono rosicchiate quelle pensioni già scarne, in occasione di ogni manovra economica, allargando la platea degli indigenti.
Sono andata via dal supermercato con un nodo alla gola, sognando un paese civile dove i vecchietti non debbano temere lo spauracchio di un conto da non riuscire a pagare alla cassa del supermercato.
Sono andata via con un nodo alla gola e con la consapevolezza, sempre più incrollabile, che viviamo in un paese di merda.

Oltre trent'anni di distruzione del Medio Oriente


Foto: via npr.org -  Nour Kelze/Reuters via Landov

Si sta compiendo l'unico disegno che avevano Cheney, Bush e i neo-con poi ereditato da Obama: polverizzare l'intero Medio Oriente arabo. Con L'ISIS gli USA non han reagito.
 di Alberto Negri.
Lasciate stare la guerra dei Trent'anni e concentratevi su questa.
Sono stati fatti recentemente alcuni paralleli tra la guerra dei Trent'anni tra cattolici e protestanti e il conflitto tra sciiti e sunniti. Niente è più fuorviante dei paralleli con il passato per non imparare la storia del presente.
La guerra attuale ha inizio nel 1979 con la rivoluzione islamica di Khomeini e poi con l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Saddam Hussein attacca l'Iran nel settembre del 1980 con il sostegno finanziario delle monarchie del Golfo e quello militare dell'Occidente: la guerra si conclude con il cessate il fuoco del 1988 con un milione di morti. Sullo Shatt el Arab vidi la trincea di un soldato iracheno e di uno iraniano a tre metri di distanza: il confine non era cambiato di un centimetro.
L'invasione dell'Armata Rossa nel dicembre 1979 si concluse con la ritirata sovietica del 1989 e la vittoria dei mujaheddin: era la prima volta che dei gruppi islamici di ispirazione radicale ottenevano una vittoria di queste proporzioni contro una superpotenza: la base fu il Pakistan, la direzione dei servizi di Islamabad, della Cia e i soldi in gran parte dei sauditi e del mondo musulmano.
Anche qui la frontiera afghano-pakistana non mutò e venne confermata la Linea Durand disegnata dagli inglesi a fine Ottocento.
Si combatte quindi da 36 anni con due scopi: contenere l'influenza dei russi e degli iraniani. L'obiettivo degli Stati Uniti è quello di bilanciare le potenze regionali sciite e sunnite per controllare militarmente il Golfo, il Mediterraneo e i flussi energetici diretti a Oriente, in particolare verso la Cina dove si gioca la partita. Le guerre americane del 1991 e del 2003 contro l'Iraq sono state il corollario di questa politica e degli errori che ne sono derivati.
Il dato fondamentale è che finora non sono mai stati cambiati i confini degli stati ex coloniali. Unendo il campo di battaglia iracheno a quello siriano, il Califfato mette in dubbio le frontiere tracciate un secolo fa dall'accordo Sykes-Picot nel 1916 e da quelli successivi di Losanna e Sévres. Ed è questo il problema più spinoso per cui la guerra all'Isis è apparsa esitante e inconcludente: non c'è nessun progetto politico concreto per sistemare la regione se non quello del Califfato di Al Baghdadi, sostenuto in vari modi dalle potenze regionali sunnite.
Si capisce bene che in questa situazione stati come il Libano e la Giordania, per motivi diversi, rischiano grosso pure loro. Quanto alle ineffabili monarchie del Golfo dovranno occuparsi della lo stessa tenuta e di quella dell'Arabia Saudita che ha trovato in Yemen il suo Vietnam.
Si sta compiendo l'unico disegno che avevano Cheney, Bush e i neo-con, poi ereditato da Obama: polverizzare l'intero Medio Oriente arabo. Gli Stati Uniti hanno guardato nel 2014 il Califfato conquistare una città grande e strategica come Mosul senza fare una piega: Washington non ha mai voluto fare davvero la guerra all'Isis e ora se ne accorgono anche gli europei.
La Libia, che era uscita con l'ultimo Gheddafi da ogni gioco mediorientale per concentrarsi sull'Africa, è stata fatta rientrare nell'ambito del Medio Oriente dalla guerra del 2011 che l'ha lasciata senza una guida alle influenze regionali. Come previsto si è subito spaccata in due tra Tripolitania e Cirenaica e non si è più ricomposta.
Ora la presenza dei jihadisti potrebbe assestare il colpo finale a ogni simulacro della Libia e innescare anche nuovi conflitti che potrebbe coinvolgere oltre alla Tunisia anche l'Algeria ma da Washington non arriva alcun segnale di interesse. Lo Stesso Egitto lotta per la sopravvivenza: non solo si è impegnato a sostenere il governo di Tobruk, rivendicata con la Cirenaica da re Farouk a Churchill negli anni'40, ma adesso rischia di perdere il controllo del Sinai.
E Israele, la Palestina, i curdi? Il Califfato che rivendica di voler governare tutti i musulmani non dice una parola sull'occupazione israeliana del Golan perché teme di essere spazzato via dalla maggiore potenza militare della regione fino alla comparsa della Russia in Siria. Probabilmente c'è qualche accordo segreto tra Putin e Netanyahu per spartirsi le rispettive zone di influenza. Agli israeliani resta il Golan, la Palestina non si tocca mentre i russi manovrano i curdi in funzione anti-turca. All'Iran resta l'influenza su metà dell'Iraq sciita e protegge le sue frontiere, in cambio Mosca potrebbe ottenere da Teheran la "neutralizzazione" di Hezbollah in Libano nei confronti di Israele: questa sarebbe forse la mossa che potrebbe sistemare "miracolosamente" la regione.
In questo modo i principali attori, Usa, Israele, Russia e Iran - accontentato dal rientro sulla scena internazionale - ottengono soddisfazione mentre l'Europa esce ammaccata, come è logico che sia per un'espressione monetaria e geografica ma non politica che fino a ieri ha voltato la testa dall'altra parte per non discutere di quanto avveniva a Sud delle sue labili frontiere.
Quanto al terrorismo, dopo uno spettacolo di questo genere, c'è la forte possibilità che continui per altri anni perché quando si inghiottono in questa maniera i destini di interi popoli e nazioni qualcuno scontento rimane sempre. Non vi pare?


Il petrolio, bottino e arma di guerra di Claudio Conti, Contropiano

Il petrolio, bottino e arma di guerra
Può sembrare sorprendente che mentre si bombardano pozzi e collegamenti petroliferi in medio Oriente, nel cuore dell'area che custodisce i due terzi delle riserve accertate di idrocarburi, in una escalation bellica dai confini ignoti che rischia di coinvolgere pienamente tutti i maggiori produttori, il prezzo del greggio scenda. Altre volte era bastato molto meno per farlo schizzare verso le stelle.
Cos'è cambiato? In primo luogo il fatto che la crisi globale si va aggravando, con Cina e paesi emergenti che riducono i ritmi di crescita e quindi di consumo energetico. Le attese di espansione continua dei consumi petroliferi sono andate così a ramengo, spiazzando i produttori – tutti – che avevano investito molto per aprire nuovi impianti di estrazione anche su giacimenti molto meno “facili” da raggiungere, quindi con costi più alti.
È la stessa ragione che sta sconquassando il comparto dello shale oil, soprattutto neli Stati Uniti, che ha – sì – permesso agli Usa di ritrovare temporaneamente l'indipendenza energetica, ma al prezzo di investimenti enormi, finanziati a debito, calcolati su prezzi molto più alti degli attuali (il break even del petrolio di scisto varia, a seconda dei territori, dai 50 agli 80 dollari al barile, mentre il prezzo attuale della qualità migliore, il Brent, oscilla intorno ai 40).
In ultimo, la fine delle sanzioni occidentali contro l'Iran rimette sul mercato un produttore che fin qui aveva estratto poco, esportando quasi soltanto verso la Cina e pochi altri paesi.
Aggiungiamoci la politica folle dell'Arabia Saudita negli ultimi due anni, che aveva cercato di proposito il crollo del prezzo per danneggiare contemporaneamente la Russia e lo shale oil Usa, e abbiamo un quadro abbastanza delineato: l'offerta di greggio supera stabilmente la domanda, gli impianti di stoccaggio sono quasi al limite della capacità (85-90%, è stato calcolato dal ministro del petrolio venenezuelano), dunque il prezzo non può che tendere al ribasso.
Il vertice dell'Opec convocato in questi giorni poteva avere la funzione di cambiare relatvamente la tendenza, ma avrebbe dovuto partorire una decisione unanime sulla riduzione della produzione. E invece ha prodotto un comunicato surreale da cui per la prima volta sono scomparsi tutti i parametri che regolano il mercato petrolifero: quote nazionali di produzione, forchetta di prezzo desiderata, output complessivo del cartello, ecc.
In pratica, i tredici paesi dell'Opec procedono ognuno per proprio conto, riflettendo l'impossibilità politica di conciliare interessi non solo divergenti, ma ormai charamente contrapposti anche sul piano militare (sia pure attraverso “bracci armati” non immediatamente riconducibili ai paesi-madre). Dell'Opec fanno infatti parte Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Kuwait, che finanziano più o meno apertamente una folla di milizie jihadiste in guerra aperta con milizie o eserciti a maggioranza sciita (in Iraq e Siria, sostenute anche militarmente dall'Iran; in teoria ne fa ancora parte la Libia, ma non si capisce chi possa legittimamente rappresentarne gli interessi; così come anche la Nigeria sconvolta da Boko Haram e il Venezuela perennemente sotto minaccia di golpe da parte statunitense.
Difficile, se non impossibile, far convergere interessi così contrapposti in una politica commerciale in qualche misura unitaria. Il petrolio è ora sia un bottino di guerra che un'arma. Il cartello si sfalda, in attesa che dal conflitto emergano nuovi equilibri. Sempre che il conflitto non divenga distruttivo per la maggior parte dei soggetti interessati.

Renzi-Berlusconi-Alfano. "Più slot machine per tutti!"

Renzi-Berlusconi-Alfano. "Più slot machine per tutti!"
 Non sapendo, anche lor come spremere liquidità dalle tasche  dei meno fortunati, hanno deciso che bisogna premiare quei comuni che aumentano il numero di slot machine impiantate sul proprio territorio. Una misura che ha ben poco senso economico (il gettito finale per le casse dello stato sarà ben poca cosa), ma favorisce a dismisura la lobby delle macchinette mangiasoldi, già condonate per un'evasione fisale pazzesca.
Anche per le casse dei comuni "premiati" il sollievo dei conti sarà minimo (il fondo nazionale stanziato, secondo l'emendamento appena presentato) sarà di appena 100 milioni), mentre è chiarissimo "il nemico": quella fetta così povera e disperata della popolazione che arriva al punto da "investire" quel pochissimo che nella ricerca della più classica "botta di culo", visto che il reddito non le permette comunque di vivere dignitosamente.
La ricostruzione dell'iter parlamentare di questa "pensata", condivisa d'amore e d'accordo tra Pd, Forza Italia e Ncd alfaniano, da un articolo de Il Fatto.
Un premio da 100 a 600 milioni ai Comuni che mettono più slot machine. Firmato Forza Italia, Ncd-Udc e Pd. Matteo Mantero, deputato Cinque Stelle, se lo aspettava: nel mare di emendamenti alla legge di Stabilità sarebbero spuntati quelli graditi ai signori delle slot machine. “E infatti è puntualmente avvenuto, a firma dei deputati Alessandro Pagano (Area Popolare Ncd-Ucd), Federico Massa (Pd), ma soprattutto di Alberto Giorgetti (Forza Italia). È incredibile, appena venti giorni fa ci avevano provato in Senato, con un emendamento alla Stabilità presentato dal democratico Giorgio Santini”, spiega Mantero. Aggiunge: “Si chiedeva, in sostanza, di uniformare i regolamenti regionali e comunali, che danno fastidio alle concessionarie, alle norme statali”. Ma la protesta ha fatto ritirare l’emendamento: “Quello era un tentativo di usare il bastone contro comuni e regioni che osano frenare le slot. Adesso ci riprovano con la carota. Cioè finanziamenti a pioggia per i comuni con più macchinette”..
L’emendamento di Pagano parla di 100 milioni l’anno da redistribuire ai Comuni in misura “proporzionale al numero dei punti di raccolta del gioco presenti nel proprio territorio”. Insomma, più slot e più soldi. Un po’ come la logica degli oneri urbanistici: più cemento, più soldi. Con un paravento: i Comuni dovrebbero destinare le “entrate principalmente al sostegno delle politiche di prevenzione, cura e riabilitazione dei soggetti affetti dalla sindrome del gioco d’azzardo patologico”. Ma “in assenza di gravi e comprovate situazioni di rischio per la salute dei cittadini nel territorio, i Comuni possono destinare tali entrate a istruzione, cultura, sport, assistenza sociale di qualsiasi tipo, e relative strutture, nonché al decoro urbano e manutenzione delle strade”. Insomma, racconta Mantero, finanziamenti a pioggia per chi non disturba le slot.
“Emendamenti molto simili, che paiono quasi scritti con il copia incolla, come se qualcuno li avesse ispirati”, sostengono i Cinque Stelle. Varia – e non è un dettaglio – la somma che sarebbe destinata ai comuni amanti dell’azzardo. Massa nell’emendamento scrive di “maggior gettito del prelievo erariale unico” che potrebbe significare una somma enorme, fino a 600 milioni. “In mancanza di gravi e comprovate situazioni di rischio per la salute”, scrive anche il deputato Pd, i soldi possono essere spesi come si vuole. Giorgetti tenta quattro formulazioni diverse: in particolare una uguale al collega del Pd e una seconda che propone di destinare 250 milioni.
“Parliamo di quel Giorgetti già sottosegretario all’Economia (con delega proprio ai Giochi) nel governo Berlusconi e in quello Letta – ricorda ancora Mantero –. Proprio quel Giorgetti che nel 2014 aveva annunciato il suo addio alla politica per ‘tornare a lavorare’. Dove? Proprio a Lottomatica, scrisse il Corriere della Sera. Scoppiarono polemiche di fuoco. E Giorgetti abbandonò l’idea di dimettersi dalla Camera. È rimasto e scrive emendamenti sulle slot”.
Da Il Fatto Quotidiano del 4 dicembre 2015

Per favore, processate Tony Blair di Fulvio Scaglione, Famiglia Cristiana

L'ex premier inglese che, con Bush, inventò la guerra contro l'Iraq e porta la responsabilità di 500 mila morti, dispensa lezioni e conferenze sulla pace e sull'islam moderato. Senza vergogna.

Lo so che si fa la figura del fanatico, con 'ste storie, anche di sabato... Però, uno se ne sta tranquillo a casa sua aspettando la partita in Tv quando gli cade l'occhio su un  grande e stimabile quotidiano nazionale che annuncia in prima pagina la pubblicazione di un discorso tenuto alla Biblioteca del Congresso di Washington da Tony Blair. E fin qui...

Ma sapete quale tema si era scelto Blair per l'occasione? Ecco il titolo del suo discorso: The Depth Of The Challenge: Why Force Alone Will Not Defeat Islamist Extremism (ovvero: La profondità della sfida: ecco perché la forza, da sola, non sconfiggere l'estremismo islamista), liberamente tradotto dal giornale italiano in ”Aiutiamo l'islam a sconfiggere la follia jihadista”. E' un discorsetto banale, pare incredibile che a produrlo sia stato l'uomo che per dieci anni ha guidato il Regno Unito, ovvero una delle potenze europee, e che per otto anni è stato il rappresentante del Quartetto (Onu, Ue, Usa e Russia) per il Medio Oriente e le trattative di pace tra Israele e Palestinesi. Si capisce perché, della sua opera di pacificatore, si ricordano ora soprattutto le note spese, e quell'intero piano del prestigioso hotel American Colony, a Gerusalemme, riservato per anni a lui e al suo staff.

Ma questo è ancor il meno. In realtà, il titolo del giornale italiano è più corretto e azzeccato. Perché il Tony, dette due robette sul fatto che bisogna sconfiggere il Daesh (alla lettera: ”Il primo pilastro di una strategia a largo raggio è sconfiggere Daesh, non soltanto in Siria e in Iraq, ma ovunque”. E questo è quanto, per l'aspetto militare), passa al resto: che è (vedi appunto il titolo) la necessità di appoggiare l'islam moderato contro quello jihadista.

Ora, che per avere successo in politica occorra un po' di faccia tosta lo sappiamo. Ma così tanta? Tony Blair, nel caso la cosa fosse già passata nel dimenticatoio, è quel miserabile che un paio di mesi fa (due mesi, non due secoli), dopo la pubblicazione di alcune mail fino a quel momento secretate, ha dovuto ammettere che la guerra in Iraq del 2003 era stata combinata e decisa tra lui e George Bush addirittura un anno prima, nel 2012, fregandosene altamente delle ispezioni dell'Onu, dell'esistenza o meno delle armi di distruzione di massa che in effetti non esistevano, delle proteste di larga parte dell'opinione pubblica mondiale che, a differenza dei giornali, aveva capito benissimo che cosa bolliva in pentola.

I due, pochi mesi dopo l'attacco all'Afghanistan dei talebani, volevano far la guerra all'Iraq, avevano deciso che l'avrebbero fatta e la fecero, punto e basta. Una guerra che, secondo gli studi più recenti, ha provocato mezzo milione di morti, arrivati dopo un altro mezzo milione di morti (su una popolazione totale di 32,5 milioni di abitanti) causati dall'embargo durato 13 anni (1990-2003), che non scalfì di una virgola il potere di Saddam Hussein ma inflisse agli iracheni sofferenze indicibili. Va anche ricordato che nel 2003, dopo l'invasione dell'Iraq, le Nazioni Unite (buone pure quelle) affidarono a due Paesi la ricostruzione dell'Iraq. Indovinate quali? Usa e Regno Unito, perbacco!

La parte di Tony Blair, in quella porcheria, fu particolarmente penosa. Perché dalle mail l'allora premier inglese fa la figura della dama di compagnia della Casa Bianca, tanto da offrirsi a Bush come propagandista delle ragioni americane presso gli altri Paesi europei. Infine, per completare l'opera, Blair seminò di spie il suo stesso partito, per capire chi andava convinto e come.

Dopo la pubblicazione delle mail, Tony Blair ha chiesto scusa. Ma continua a rifilarci predicozzi come questo della Biblioteca del Congresso, in cui non si vergogna di dire cose come ”in quel vuoto (il Medio Oriente, n.d.r) si faranno spazio individui i cui interessi e i cui valori potrebbero essere contrari ai nostri”. Cioè, proprio ciò che è successo in Iraq con il terrorismo bombarolo prima e con l'Isis poi, grazie a quella guerra inventata da lui e Bush, che ha massacrato un popolo e ha trasformato il Paese  in una fucina di instabilità. A me è capitato di andare diverse volte in Iraq, tra il 2003 e il 2008: e ricordo benissimo il clima di terrore, le esplosioni improvvise, gli ospedali che rigurgitavano di morti e feriti, il settarismo che andava inesorabilmente crescendo.

Se vivessimo in un mondo civile, se le cosiddette ”democrazie liberali” fossero davvero tali nell'intimo, personaggi come Bush e Blair sarebbero già finiti sotto processo, in una qualche Norimberga o Aja delle nostre, accusati di crimini di guerra come Milosevic e Karadzic. e a promuovere il processo sarebbero i loro stessi Paesi, perché i soldati inglesi e americani li hanno uccisi i miliziani di Al Qaeda ma a morire ce li hanno mandati loro, Bush e Blair. Invece noi li copriamo di denaro perché possano ancora spiegarci come funziona la democrazia, il diritto internazionale, i processi di pace.

Per favore, processate Tony Blair. Se non per altro, per impedirgli di parlare e scrivere.

Due anni di renzismo (ir)realizzato di Michele Prospero, Il Manifesto

L’8 dicembre di due anni fa Renzi è diventato il segretario del Pd. Per chi della velocità aveva fatto un mito, e dall’energia creativa del corpo del capo aveva ricavato l’attestato della garanzia di successo, due anni di potere sono un tempo enorme, valido per sopportare una verifica. Una radiografia l’ha fornita il rapporto Censis con la metafora bruciante del paese in «letargo». Quando Renzi concluse la sua marcia trionfale tra i gazebo, raccolse, oltre al sostegno di ambienti esterni pronti a finanziare una scalata ostile, anche un’ansia di successo, sfumato nel 2013, e un bisogno di rinnovamento delle classi dirigenti. Un biennio di leadership incontrastata basta però per lasciar appassire i sogni di gloria e per smentire ogni attesa di ricambio effettivo nelle pratiche e nei volti del ceto politico locale.
 
Il governo della mancia per tutti non attira un voto in più al Pd. E le sue disinvolte e creative misure economiche non agganciano la ripresa, anzi aggravano il divario con il passo spedito di altri partner europei. Le esclusioni sociali crescono, l’evasione fiscale e contributiva regna incontrastata, il differenziale territoriale si acuisce, i servizi pubblici, la sanità deperiscono. Galleggia l’illegalità, solerte è la misura per il salvataggio delle banche amiche.
Le imprese, incassato l’oro delle decontribuzioni e dei tagli Irap, continuano a rigettare ogni strategia competitiva fondata sull’innovazione e la qualità. Con la libertà di licenziamento, sancita dalle nuove leggi sul mercato del lavoro varate dal governo, le aziende si sentono protette da una irresistibile corazza. E pensano di proseguire nella strada della competizione al ribasso, tramite la marginalizzazione del sindacato, la precarietà camuffata dalle tutele crescenti. Il basso costo del lavoro è loro garantito in eterno dal potere di licenziare con modico indennizzo monetario.
Presto il nero diventerà la figura dominante nei rapporti contrattuali perché, dopo 40 anni di lavoro e con una pensione che non sarà di molto superiore a quella sociale, al dipendente risulterà più conveniente chiedere di essere pagato in nero, così almeno potrà racimolare qualche spicciolo in più dal mancato versamento dei contributi. Senza una politica degli investimenti, e senza una crescita dei salari pubblici e privati (altro che mance graziosamente elargite, senza alcun progetto di società), il sistema si avvita in una spirale regressiva e catastrofica.
Questo biennio perduto lascerà ferite sociali e politiche difficili da rimarginare. La volontà del capo di governo di presentarsi come il generoso protettore di tutta la nazione, che distribuisce bonus e mance ai ragazzi, ai carabinieri, agli insegnanti, non solo disperde risorse preziose, perché scarse, senza alcun risultato tangibile nell’inclusione sociale ma non viene premiato nella sua spericolata raccolta del consenso clientelare due punto zero.
Ha un bel dire Paolo Mieli che Renzi non è un capo divisivo, ma vive nella splendida condizione di chi ha la felice fisionomia di un leader vincente che scavalca mirabilmente gli steccati e pesca fiducia ovunque. Ascoltando meglio gli umori reali, non mancherà la percezione di un vivo sentimento di inimicizia, e anche di odio politico, che cresce e impedisce allo statista di Rignano di sfondare, nonostante l’infinita presenza in video, il sostegno generale dei media, il gradimento dei poteri che influenzano, la smobilitazione della destra.
Non basta, per rimediare alla deriva, raccogliere l’invito a costruire il partito, senza il quale, in effetti, tra il capo e il territorio esiste solo un solidissimo vuoto. Il problema è che Renzi non può costruire un partito, per ragioni strutturali. Ha distrutto quel poco di organizzazione che rimaneva, costringendo alla fuga gli illusi che fingevano di ritrovare nei gazebo i residui di vecchie simbologie e nei comitati elettorali degli affaristi in carriera i detriti di memorie, e non può edificare una nuova struttura, con gli eventi fuggevoli dei mille banchetti.
A Renzi il partito serve solo come fonte di legittimità per ordinare lo «stai sereno» e per continuare ad abitare a palazzo Chigi finché vuole. Non ha una cultura moderna della leadership, ma sprigiona solo una caricaturale infatuazione per i simboli esteriori del comando da caserma. Non è vero quello che ha raccontato Eugenio Scalfari a Otto e mezzo, e cioè che Renzi comanda da solo perché in tutte le democrazie avviene così.
Ovunque esistono gruppi dirigenti rispettati e non trattati come subalterni inoffensivi con cui il capo scherza nelle direzioni in diretta streaming. Ogni capo convive con oligarchie agguerrite, con gruppi parlamentari non arrendevoli. Persino Obama ne sa qualcosa. E il nuovo leader laburista Corbyn ha avuto l’investitura del partito ma i gruppi parlamentari, espressioni di un’altra cultura politica, non si piegano, e resistono anche platealmente alle sue direttive in politica estera. Non fanno come i deputati del Pd, designati per l’ottanta per cento come seguaci di Bersani, e poi tutti inginocchiati a riverire il nuovo padrone senza mai un cenno di disobbedienza.
Se ci fosse stato un partito, Renzi non lo avrebbe mai scalato, e se avesse, dopo la conquista, ricostruito un partito, proprio i suoi dirigenti lo avrebbero già disarcionato, per una manifesta inattitudine alla leadership autorevole. Altrove a togliere di mezzo un capo che ha perso le regionali, ha liquidato il nucleo organizzativo del partito, costretto alla diserzione la membership, manifestato una palese inadeguatezza al governo e naviga in chiaro affanno nei sondaggi, sarebbe il suo stesso partito. Ma la fortuna di Renzi è di non avere un partito. E può accontentarsi di un simulacro che gli dà i gradi di comandante di giornata.
 
Due anni terribili di deconsolidamento della democrazia costituzionale e del lavoro sono trascorsi e c’è poco da festeggiare con banchetti unitari in prossimità della catastrofe. Il solo auspicio è che l’odio e la delusione che covano nella sinistra ferita si trasformino in politica, e ci siano classi dirigenti pronte a raccogliere la difficile impresa, di ricominciare con un pensiero critico dopo il forte rumore dello schianto.

Quattro banche e la fretta del governo di Rita Castellani*

Quello che sta succedendo nel panorama bancario italiano da alcuni mesi a questa parte viene propagandato come una conseguenza della nuova, più severa regolazione europea in materia bancaria. E in un certo senso è vero, ma, diciamo così, con qualche particolarità “all’italiana”. Il principio fondante della regolazione è che le conseguenze dei dissesti di una banca restino il più possibile confinate alla banca incauta, ai suoi azionisti, ai suoi amministratori, ai suoi maggiori correntisti. Eventuali “aiuti” temporanei per il risanamento possono essere forniti solo dal complesso del sistema bancario. Niente più “prestiti ponte” da parte dei Governi, a carico della collettività: quello al Monte dei Paschi di Siena è stato l’ultimo. Il MPS è una banca toscana, con una fondazione controllata da Istituzioni locali governate con continuità dal PD, e i PM milanesi sospettano che le perdite degli azionisti siano state determinate con dolo dagli amministratori attraverso la diffusione di informazioni incomplete o false. Il suo salvataggio in zona Cesarini meriterebbe qualche riflessione in più sulla natura relazionale del capitale finanziario italiano; ma è pur sempre la quarta banca italiana, e già così perderà 8000 posti di lavoro entro il 2017. Inoltre, volendo tener conto anche delle ricadute di un effetto immagine, è la banca più antica del mondo: in fondo, l’idea di banca come la conosciamo, è nata in Italia.
Il passaggio alla nuova regolazione si completerà a partire da gennaio 2016: in una fase di transizione, come questa, in cui Bankitalia ha deciso di accelerare la risoluzione di quattro piccole, da tempo disastrate, banche italiane (Dell’Etruria e del Lazio, Marche, CariChieti, CariFerrara). Il meccanismo è quello della bad bank-new bank, ma ancora con paracadute: un Fondo di risoluzione per supportare la liquidità delle new bank, anticipato dal sistema bancario che, naturalmente, dovrà essere remunerato e restituito. Garante? Ma Cassa Depositi e Prestiti, naturalmente, con il suo tesoretto costituito dai libretti di deposito postale, in larga parte in capo a pensionati: se le new bank non saranno in grado di remunerare e/o restituire le anticipazioni del Fondo di risoluzione, sarà CDP a pagare. Intanto, gli azionisti, piccoli e grandi, delle ex quattro banche si ritrovano azionisti delle bad bank a zero valore e devono augurarsi l’inflessibilità delle società di recupero crediti per sperare di recuperare qualche spicciolo. Gli obbligazionisti, invece, continuano a vantare un credito a scadenza, e possono sperare che, dovunque vadano a finire le new bank, potranno comunque legalmente opporlo ai compratori. Difficilmente, per come vanno di solito questo tipo di trattative, riusciranno a recuperare l’intero valore investito; ma peggio degli obbligazionisti, stanno gli obbligazionisti subordinati, titolari di bond generalmente senza scadenza, per i quali la decisione di liquidazione dipende solo dalla banca emittente. Titoli che, probabilmente, sono stati piazzati su base relazionale (ancora!), nella inconsapevolezza delle vittime, generalmente piccoli risparmiatori, che ora si ritrovano con zero valore. E, anche in questo caso, se non si trova una Procura volenterosa, in grado di dimostrare la truffa da parte degli amministratori, saranno questi i maggiori beneficiari dell’intera operazione, da cui usciranno senza neanche un graffio.
Valeva la pena che il Governo affrettasse la procedura di risoluzione per evitare che ricadesse pienamente nelle nuove regole in vigore tra un mese? La risposta è semplice: dipende da chi il Governo voleva davvero beneficiare. E certo valeva particolarmente per Banca dell’Etruria e del Lazio, fino a sei mesi fa ancora Banca di Credito Popolare, e trasformata a tempo di record in SpA grazie a un tempestivo decreto legge. Qualcuno, allora, si chiese quali particolari motivi di necessità e urgenza ci fossero per intervenire con decreto governativo su una materia tanto delicata come il Testo Unico Bancario.
Certo, sono stati bravi: chissà chi è che ha messo insieme questo bel pacchetto per Renzi.
Sarebbe davvero un ottimo aiuto alla verità ed un contributo alla possibile soluzione della brutta vicenda di cui sono vittime sacrificali i piccoli risparmiatori, se a questi interrogativi iniziasse a rispondere, chi di dovere, fin dall’assemblea indetta sabato 5 dicembre a Gualdo Tadino da Federconsumatori.
*Possibile

sabato 5 dicembre 2015

TASI TORGIANO: GRAZIE SINDACO !

Non ti pago...ma ti sanziono se non continui a lavorare

Non ti pago...ma ti sanziono se non continui a lavorare
Non ti pago...ma ti sanziono se non continui a lavorare :: Blog su Today
Da mesi non prendevano lo stipendio, hanno scioperato ed hanno vinto. Ma le minacce di sanzioni ora arrivano ai lavoratori, non a chi non li ha retribuiti: l’Italia è sempre più un paese dove i diritti vengono intesi alla rovescia
Succede a Roma, dove dal 1999 è stata privatizzata una parte del trasporto su gomma, con 103 linee di bus ad oggi in appalto ad un consorzio, il Roma Tpl Scarl. I numerosi problemi di questa gestione si trascinano nel tempo: lo sanno bene i cittadini delle periferie, a cui è destinato il servizio; lo sanno bene anche i lavoratori, che negli ultimi 5 anni vengono costantemente pagati con ritardo dalle aziende consorziate.
Gli autisti che parlano con i media vengono minacciati di licenziamento, come accade ai delegati sindacali USB, Ilario Ilari e Valentino Tomasone, che osano descrivere a Presa Diretta di Riccardo Iacona lo stato penoso delle vetture e del servizio.
Dopo una dura battaglia i due delegati non vengono licenziati, ma i problemi con gli stipendi vanno avanti mentre il Comune di Roma latita nello svolgere quel controllo che in quanto appaltante dovrebbe esercitare. Come se non bastasse, le aziende del Roma Tpl non solo smettono di erogare una voce dalla già non eccelsa retribuzione degli autisti (indennità Erg), ma negli ultimi mesi hanno anche detratto dalle buste paga somme già versate in passato, relative alla stessa indennità: per i lavoratori un’ulteriore perdita fra i 300 e i 500 euro pro capite.
Gli autisti, a tasche vuote, dopo ripetuti scioperi e proteste inascoltate, a fine novembre incrociano le braccia per otto giorni consecutivi. E vincono: nella tarda serata dello scorso 30 novembre, ottengono finalmente un accordo per il pagamento, vedendo così riconosciuto un diritto elementare.
Ma intanto si era già fatto sentire Roberto Alesse, presidente della Commissione di Garanzia Sciopero, a minacciare sanzioni contro gli “irresponsabiliche continuavano a scioperare nonostante le assicurazioni ricevute.
Bisogna ricordare che di promesse i lavoratori ne avevano ricevute tante. Anche dal Senatore Stefano Esposito, che da assessore alla Mobilità della Giunta Marino-bis, fra una bestemmia in aula e un “Roma merda” rivolto ai giallorossi, lo scorso settembre aveva annunciato il pagamento degli stipendi.
Ma Alesse scrive:
Se qualcuno pensa di avvelenare il clima delle corrette relazioni industriali con astensioni improvvise e illegittime, troverà la ferma risposta dell’Autorità di garanzia che, già a partire dalla seduta odierna, discuterà l’adozione dei provvedimenti sanzionatori di sua competenza.
Non sfiora minimamente il presidente Alesse che il fatto di non pagare i dipendenti contribuisca non poco ad “avvelenare il clima delle corrette relazioni industriali”? E quando nel nostro Paese si metterà in campo, con pari fermezza, un’azione nei confronti di quelle aziende che - illegittimamente e ripetutamente - si sottraggono ai propri obblighi nei confronti di lavoratori e utenti?
Alesse parla di “sciopero selvaggio”. Ma quanto è “selvaggio” chi pretende che si lavori senza venir pagati? Anche secondo il nostro codice civile (art.1460 ) - per il momento ancora in vigore - esiste il principio di autotutela, secondo cui il lavoratore può rifiutarsi di svolgere l'attività in caso di mancata corresponsione degli stipendi.
Intanto al Senato è in discussione la proposta di Pietro Ichino, il quale, tanto per non smentirsi, propone di dar la croce sulle spalle del mondo del lavoro restringendo ulteriormente il diritto di sciopero nel settore dei trasporti.
Sanzioni e restrizioni vengono invocate a nome di noi cittadini, per il nostro “diritto alla mobilità”. Da storica ed ostinata utente di bus, tram e metropolitane, vorrei evidenziare a questi nostri “paladini” che quel diritto si garantisce in primo luogo dando alle città un servizio pubblico di trasporti efficiente, dove non si aspetta in eterno alla fermata, dove le vetture non sono luride, scassate e piene da scoppiare, dove le corse non saltano per mancanza di carburante, come è accaduto per alcune linee del Roma Tpl; dove i soffitti della metro non ti cadono in testa mentre passi: in due parole, dando una reale alternativa pubblica all’uso del mezzo privato.
In una Roma che si avvia al Giubileo affogando nel traffico e facendosi il segno della croce (più per scaramanzia che per sussulti religiosi), considerando i risultati delle privatizzazioni stile Roma Tpl, si ha un bel coraggio a riproporre la solita ricetta, dimostratasi stantia e fallimentare, che il privato è bello e tutto va a risolvere. Eppure questa stessa ricetta vorrebbero farci ingoiare anche per Atac, l’azienda romana di trasporto pubblico, dopo che, fra parenti e serpenti, l’hanno spolpata in tanti.
Insomma, dato che un reale diritto alla mobilità, efficiente e sostenibile, non ce lo sanno garantire, provano a legare mani e piedi chi lavora negandoci lo strumento di lotta principale, quel diritto di sciopero che poi sarebbe anche costituzionalmente garantito.
Ma allora, domandiamoci: quali azioni dovranno adottare quei lavoratori che, tanto per fare un esempio, non vengono pagati?
da http://www.today.it/blog/cronache-marziane