sabato 2 gennaio 2016

Rai, una partita vitale di Alberto Burgio

Informazione. La pessima legge che consegna al governo il monopolio sulla tv pubblica dimostra come l’emergenza democratica italiana sia sempre più profondamente radicata nella costruzione eteronoma della coscienza collettiva
Un piccolo assaggio di quel che sarà la Rai plasmata dalla nuova legge renziana si è avuto martedì scorso. La conferenza-stampa di fine anno del presidente del Consiglio è stata somministrata in tutte le salse, sicché nessuno ha potuto risparmiarsi lo spettacolo grottesco di un premier che si erge ad antidoto contro il populismo nel momento stesso in cui punta tutto su un referendum costituzionale che già si profila come l’apoteosi del martellamento propagandistico in stile plebiscitario.
Ma attenzione. Oggi è ancora possibile avanzare e diffondere qualche pur debole obiezione, costringendo il pinocchio nazionale ad arrampicarsi sui vetri e a scoprire il fianco di una retorica sempre più frusta. Domani il governo sarà monopolista assoluto del cosiddetto servizio pubblico e non avrà ostacoli nell’intrappolare il popolo televisivo — il grosso dei sudditi — in una narrazione lontana dalla realtà.
Della nuova legge sulla Rai già non si parla più. Le regole dell’informazione non fanno sconti, l’attenzione si brucia in un paio di giorni al massimo. Ma in questo caso si deve resistere, la partita è vitale. Ricalcando il modello della «buona scuola», la nuova Rai sarà nelle mani di un amministratore delegato scelto in sostanza dal governo e dotato di poteri pressoché assoluti. Come in un’azienda privata, l’ad non solo provvederà alla gestione del personale e all’attuazione del piano industriale, ma avrà anche potere di nomina dei dirigenti (a cominciare dai direttori di rete, canale e testata) e potrà firmare in autonomia tutti i contratti di importo inferiore ai dieci milioni.
È vero che a nominarlo sarà il Cda su proposta del Tesoro. Ma il nuovo Cda sarà composto per la quasi totalità (6 membri su 7) da personale politico governativo (4 parlamentari generati in regime di Italicum e due membri designati direttamente dal Consiglio dei ministri). Insomma il gioco è fatto ed è di una semplicità disarmante. Palazzo Chigi (o Venezia) detterà, e la Rai, amplificando, trasmetterà. O forse non ci sarà nemmeno bisogno di dettare, dato lo zelo degli interpreti legittimi e dei ventriloqui.
È la Rai consegnata al governo (che, con la legge di Stabilità, si è riservato anche il controllo anno per anno dei finanziamenti del servizio pubblico). È la post-democrazia 2.0, senza troppi fronzoli. È il modello dell’uomo solo al comando che scende «per li rami», come ha involontariamente ammesso anche uno dei fautori del nuovo corso. Grazie alla legge, ha sottolineato il capogruppo Pd in Commissione Lavori pubblici del Senato, l’ad potrà «guidare l’azienda senza dovere tener conto dei desideri dei partiti». Vero: potrà fare di testa sua in quanto fiduciario e portavoce dell’esecutivo.
Ci si lamentava un tempo della cappa democristiana sulla tv di Bernabei e già oggi è peggio, come puntualmente documentano gli osservatori imparziali. Con la nuova legge si profila un controllo governativo sul servizio pubblico ancora più assorbente, totalitario. L’informazione Rai sarà l’esatto contrario di quel potere indipendente — di quel contropotere — che dovrebbe incarnare in una democrazia, stando a quel fastidioso rudere che è la Costituzione repubblicana del ’48.
Naturalmente Renzi è convinto che sarà lui a beneficiare di questa innovazione, ma non è sicuro che andrà così e che non stia invece servendo su un piatto d’argento il controllo della tv pubblica all’avversario che potrebbe vincere le prossime elezioni e sfrattarlo finalmente da palazzo Chigi. Sin dai primi anni Novanta (dall’introduzione del maggioritario) i geniali strateghi del partito dei progressisti moderati ci hanno abituato ad astute manovre rivelatesi dei boomerang. Chissà che il film non si ripeta anche stavolta nel paese di Berlusconi, ancora padrone di metà della comunicazione televisiva e quasi monopolista dell’editoria.
Comunque sia, questa partita dimostra la centralità del tema egemonico, cioè del terreno cognitivo: del controllo della comunicazione pubblica e dei cosiddetti apparati ideologici. Centralità esasperata dall’elevato grado di mistificazione delle narrazioni diffuse dal governo con la complicità di un sistema mediatico in larga misura omogeneo e connivente. E da ultimo drammatizzata dalla scommessa annunciata da Renzi sul referendum confermativo sulla controriforma costituzionale come autodafé nel quale giocarsi faccia e carriera. Il che equivale ad annunciare sin d’ora che non si baderà a mezzi pur di convincere un’opinione pubblica disinformata e di estorcerle l’autorizzazione a manomettere definitivamente in senso autocratico la forma di governo di quella che fu a suo tempo pensata come una Repubblica parlamentare.
Ha ragione Vincenzo Vita nel suo recente commento alla «legge-porcata» sulla Rai (il manifesto del 23 dicembre): tra voto amministrativo e referendum costituzionale, l’anno che incombe porta con sé un drammatico finale di partita, e dio non voglia che Renzi vinca la sua scommessa. Ma in questo quadro tutto si tiene, come in un gioco di società. Lungi dall’essere un fuor d’opera, la nuova Rai sarà uno strumento decisivo di governo in un paese in cui metà del corpo elettorale diserta le urne e un altro buon 25% è prigioniero di una messinscena che lo induce a votare inconsapevolmente contro i propri propositi e interessi. Anche questa pessima legge dimostra come l’emergenza democratica italiana sia sempre più profondamente radicata nella costruzione eteronoma della coscienza collettiva, tema concretissimo, materialissimo, che ha a che fare nientemeno che con la produzione della soggettività.
Come sappiamo sin dai tempi di Pericle, una democrazia non vive senza sfera pubblica o con una sfera pubblica ridotta a un simulacro perché ostaggio di un’oligarchia di poteri sovraordinati e coesi. Lo si veda o meno, è proprio questa la condizione verso cui stiamo rapidamente scivolando, anche per effetto di questa nuova controriforma. Dopodiché il cerchio della servitù involontaria rischia di saldarsi ed evadere da questa invisibile prigione non sarà per niente agevole.

PAROLE DELL’EZLN NEL 22 ANNIVERSARIO DELL’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO L’OBLIO

Primo Gennaio 2016
BUONA NOTTE, BUONGIORNO COMPAGNI, COMPAGNE BASI DI APPOGGIO DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE, COMPAGNI/E MILIZIANI E MILIZIANE, INSURGENTAS E INSURGENTES, RESPONSABILI LOCALI E REGIONALI, AUTORITÀ DELLE TRE ISTANZE DI GOVERNO AUTONOMO, COMPAGNI/E PROMOTORI E PROMOTRICI DELLE DIVERSE AREE DI LAVORO. COMPAGNI, COMPAGNE DELLA SEXTA NAZIONALE ED INTERNAZIONALE E TUTTI I PRESENTI.
Compagne e compagni, oggi siamo qui per celebrare il 22 anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio.
Per più di 500 anni abbiamo subito la guerra che i potenti di diverse nazioni, lingue, colori e credo ci hanno fatto per annichilirci.
Volevano ucciderci, nei corpi e nelle idee.
Ma abbiamo resistito.
Come popoli originari, come guardiani della madre terra, abbiamo resistito.
Non solo qui e non solo noi del colore della terra.
In tutti gli angoli del mondo che soffrivano ed ancora soffrono, c’è stata e c’è gente degna e ribelle che ha resistito, che resiste contro la morte che impone quello di sopra.
Il primo gennaio 1994, 22 anni fa, abbiamo reso pubblico il “BASTA!” che avevamo preparato per un decennio in degno silenzio.
Tacendo il nostro dolore preparavamo così il grido del nostro dolore.
Di fuoco fu allora la nostra parola.
Per svegliare chi dormiva.
Per sollevare chi cadeva.
Per indignare chi si accontentava e si arrendeva.
Per ribellare la storia.
Per obbligarla a dire quello che taceva.
Per svelare la storia di sfruttamenti, omicidi, depredazioni, disprezzo ed oblio che si nascondeva dietro la storia di sopra.
Quella storia di musei, statue, libri di testo, monumenti alla menzogna.
Con la morte dei nostri, col nostro sangue, abbiamo scosso il torpore di un mondo rassegnato alla sconfitta.
Non furono solo parole. Il sangue dei nostri caduti e cadute in questi 22 anni si è sommato al sangue di anni, lustri, decadi, secoli precedenti.
Allora dovemmo scegliere, ed abbiamo scelto la vita.
Per questo, allora ed ora, per vivere moriamo.
La nostra parola, allora, fu semplice come il nostro sangue che tinge le strade e i muri delle città che adesso, come allora, ci disprezzano.
E così continua ad essere:
La nostra bandiera di lotta furono le nostre 11 domande: terra, lavoro, alimentazione, salute, educazione, abitazione degna, indipendenza, democrazia, libertà, giustizia e pace.
Queste erano le domande che ci hanno fatto sollevare in armi, perché è quello che manca ai popoli originari ed alla maggioranza delle persone in questo paese e in tutto il mondo.
In questo modo, abbiamo intrapreso la nostra lotta contro lo sfruttamento, l’emarginazione, l’umiliazione, il disprezzo, l’oblio e contro tutte le ingiustizie che subiamo causate dal cattivo sistema.
Per i ricchi ed i potenti noi serviamo solo come schiavi, affinché loro diventino sempre più ricchi e noi sempre più poveri.
Dopo avere vissuto tanto tempo sotto questa dominazione e sopruso, abbiamo detto:
BASTA! ABBIAMO PERSO LA PAZIENZA!
E non ci rimase altra strada che imbracciare le armi per uccidere o morire
per una causa giusta.
Ma non eravamo soli, sole.
Non lo siamo ora.
In Messico e nel Mondo la dignità prese le strade e chiese spazio alla parola.
Allora capimmo.
A partire da quel momento, la nostra forma di lotta cambiò e siamo stati e siamo ascolto attento e parola aperta, perché fin dal principio sapevamo che la lotta giusta del popolo è per la vita e non per la morte.
Ma ci teniamo le nostre armi, non le deporremo, staranno con noi fino alla fine.
Perché abbiamo visto che dove il nostro ascolto è stato cuore aperto, il Prepotente ha opposto la sua parola ingannevole, il suo cuore di ambizione e bugia.
Abbiamo visto che la guerra di sopra è proseguita.
Il suo piano ed il suo obiettivo era ed è farci la guerra fino a sterminarci. Per questo invece di risolvere le giuste istanze, preparò e prepara, fece e fa la guerra con i suoi moderni armamenti, forma e finanzia gruppi paramilitari, offre e distribuisce briciole approfittando dell’ignoranza e della povertà di alcuni.
I prepotenti di sopra sono stupidi. Pensavano che chi era disposto ad ascoltare, fosse anche disposto a vendersi, ad arrendersi, a tentennare.
Si sbagliarono allora.
Si sbagliano adesso.
Perché noi zapatiste, zapatisti, senza ombra di dubbio non siamo mendicanti o inetti che aspettano che tutto si risolva da solo.
Siamo popoli con dignità, determinazione e coscienza per lottare per la libertà e giustizia vere per tutte, per tutti, per todoas. Non importa il colore, la razza, il genere, il credo, il calendario, la geografia.
Per questo la nostra lotta non è locale, né regionale, neanche nazionale. È universale.
Perché universali sono le ingiustizie, i crimini, i soprusi, il disprezzo, lo sfruttamento.
Ma sono anche universali la ribellione, la rabbia, la dignità, il desiderio di essere migliori.
Per questo abbiamo capito che era necessario costruire la nostra vita da noi stessi, noi stesse, in autonomia.
In mezzo alle pesanti minacce, alle persecuzioni militari e paramilitari ed alle costanti provocazioni del malgoverno, abbiamo iniziato a formare il nostro proprio sistema di governo, la nostra autonomia, con la nostra propria educazione, la nostra propria salute, la nostra propria comunicazione, il nostro modo di curare e lavorare la nostra madre terra; la nostra propria politica come popolo e la nostra propria idea di come vogliamo vivere come popoli, con un’altra cultura.
Mentre altre, altri aspettano che dall’alto si risolverà tutto qua in basso, noi, zapatiste, zapatisti, abbiamo cominciato a costruire la nostra libertà come si semina, come si costruisce, come si cresce, cioè, dal basso.
Ma il malgoverno vuole distruggere la nostra lotta e resistenza con una guerra che cambia di intensità a seconda di come cambia la sua politica ingannevole, con le sue cattive idee, con le sue bugie, usando i suoi mezzi di comunicazione per diffonderle e con la distribuzione di briciole nei villaggi indigeni dove ci sono zapatisti, così da dividere e comprare coscienze, applicando in questo modo il suo piano di contro-insurrezione.
Ma la guerra che viene da sopra, compagne, compagni, sorelle e fratelli, è sempre la stessa: porta solo distruzione e morte.
Possono cambiare le idee e le bandiere con le quali arriva, ma la guerra di sopra distrugge sempre, sempre uccide, non semina altro che terrore e disperazione.
In mezzo a questa guerra abbiamo dovuto procedere verso ciò che vogliamo.
Non potevamo sederci ad aspettare che capisse chi non capisce neppure se capisce.
Non potevamo sederci ad aspettare che il criminale rinnegasse sé stesso e la sua storia e si convertisse, pentito, in qualcuno di buono.
Non potevamo aspettare una lunga ed inutile lista di promesse che sarebbero state subito dimenticate dopo pochi minuti.
Non potevamo aspettare che l’altro, diverso ma uguale nel dolore e nella rabbia, ci guardasse e guardandoci si vedesse.
Non sapevamo come fare.
Non c’erano né ci sono libri, manuali o dottrine che ci dicessero come fare per resistere e, contemporaneamente, costruire qualcosa di nuovo e migliore.
Forse non perfetto, forse differente, ma sempre nostro, dei nostri villaggi, delle donne, uomini, bambine ed anziani che con il loro cuore collettivo coprono la bandiera nera con la stella rossa a cinque punte e le lettere che danno loro non solo nome, ma anche impegno e destino: E Z L N.
Allora abbiamo cercato nella nostra storia ancestrale, nel nostro cuore collettivo, ed a scossoni, con cadute ed errori, abbiamo costruito quello che siamo e che non solo ci mantiene in vita e in resistenza, ma ci rende anche degni e ribelli.
Durante questi 22 anni di lotta di Resistenza e Ribellione abbiamo costruito un altro stile di vita, governandoci da noi stessi come popoli collettivi, sotto i 7 principi del comandare ubbidendo, costruendo un nuovo sistema ed un altro stile di vita come popoli originari.
Dove il popolo comanda e il governo ubbidisce.
Ed il nostro cuore semplice è sano, perché nasce e cresce dal popolo stesso, cioè, è il popolo stesso che pensa, discute, riflette, analizza, propone e decide cosa è meglio a suo beneficio, seguendo l’esempio lasciato dai nostri antenati.
Come spiegheremo in seguito, vediamo che nelle comunità affiliate ai partiti regnano l’abbandono e la miseria, comanda l’ozio e il crimine, la vita comunitaria è spezzata, ferita ormai a morte.
Il vendersi al malgoverno non solo non ha risolto i loro bisogni, ma ha portato altri orrori.
Dove prima c’erano fame e povertà, oggi ancora ci sono, ma in più c’è disperazione.
Le comunità affiliate ai partiti sono diventate nuclei di mendicanti che non lavorano, aspettano solo il prossimo programma governativo di aiuti, cioè aspettano le prossime elezioni.
E questo non apparirà in nessuna relazione di governo municipale, statale o federale, ma è la verità che si può vedere nelle comunità affiliate ai partiti: contadini che non sanno più lavorare la terra, case di mattoni vuote perché il cemento e le lamiere non si possono mangiare, famiglie distrutte, comunità che si riuniscono solo per ricevere le elemosine governative.
Nelle nostre comunità forse non ci sono case di cemento, né televisori digitali né auto ultimo modello, ma la nostra gente sa lavorare la terra. Quello che si mette in tavola, gli abiti che indossano, le medicine che le curano, il sapere che si apprende, la vita che scorre è LORO, prodotto del loro lavoro e del loro sapere. Non è il regalo di nessuno.
Possiamo dirlo senza timore: le comunità zapatiste non solo stanno meglio di 22 anni fa. Il loro livello di vita è superiore a quello di chi si è venduto ai partiti di ogni colore.
Prima, per capire se qualcuno era zapatista, si guardava se portava il paliacate rosso o il passamontagna.
Ora, basta vedere se sa lavorare la terra; se cura la sua cultura; se studia per conoscere la scienza e la tecnica; se rispetta le donne; se tiene lo sguardo in alto e limpido; se sa che comanda come collettivo; se vede gli incarichi di governo autonomo ribelle zapatista come servizio e non come un affare; se quando gli domandano qualcosa che non sa, risponde “non lo so… ancora”; se quando lo scherzano dicendogli che gli zapatisti non esistono più, che sono molto pochi, risponde “non preoccuparti, saremo molti di più, magari ci vuole un po’, ma saremo molti di più”; se guarda lontano in calendari e geografie; se sa che il domani si semina oggi.
Sì, riconosciamo di avere ancora molto da fare, dobbiamo organizzarci di più e meglio.
Per questo dobbiamo impegnarci di più per prepararci a realizzare al meglio il nostro lavoro di governarci, perché sta arrivando il male dai mali: il cattivo sistema capitalista.
Dobbiamo sapere come affrontarlo. Abbiamo 32 anni di esperienza di lotta di Ribellione e Resistenza.
Siamo quello che siamo.
Siamo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Siamo benché non ci nominino.
Siamo benché con silenzi e calunnie ci dimentichino.
Siamo benché non ci guardino.
Siamo nel passo, nel cammino, nell’origine, nel destino.
Ed in quello che siamo vediamo, guardiamo, ascoltiamo dolori e sofferenze vicine e lontane per calendari e geografie.
Guardavamo prima, e guardiamo ora.
Una notte cruenta, ancor più se fosse possibile, sta calando sul mondo.
Il Prepotente non solo continua a sfruttare, reprimere, disprezzare e depredare.
È determinato a distruggere il mondo intero se questo gli dà profitti, denaro, ricchezza.
È chiaro che sta arrivando il peggio per tutte, tutti, todoas.
Perché i grandi ricchi miliardari di pochi paesi, proseguono nell’obiettivo di saccheggiare tutte le ricchezze naturali in tutto il mondo, tutto quello che ci dà vita come l’acqua, le terre, le foreste, le montagne, i fiumi, l’aria; e tutto quello che c’è nel sottosuolo: oro, petrolio, uranio, ambra, zolfo, carbone, ed altri minerali. Perché loro non considerano la terra come fonte di vita, bensì come un affare e trasformano tutto in merce, e trasformano la merce in denaro, e così ci vogliono distruggere completamente.
Il male ed il cattivo hanno nome, storia, origine, calendario, geografia: è il sistema capitalista.
Non importa come lo dipingano, non importa il nome che gli mettano, non importa la religione che professi, non importa la bandiera che innalzi.
È il sistema capitalista.
È lo sfruttamento dell’umanità e del mondo che abita.
È il disprezzo per tutto quello che è differente e che non si vende, non si arrende, non tentenna.
È quello che persegue, imprigiona, assassina.
È quello che ruba.
Di fronte a lui sorgono, nascono, si riproducono, crescono e muoiono, salvatori, leader, capi, candidati, governi, partiti che offrono la soluzione.
Come una merce, si offrono le ricette per risolvere i problemi.
Forse qualcuno crede ancora che da sopra, da dove vengono i problemi, verranno le soluzioni.
Forse c’è ancora chi crede nei salvatori locali, regionali, nazionali e mondiali.
Forse c’è ancora chi aspetta che qualcuno faccia quello che spetta a noi fare, noi stessi, noi stesse.
Certo, sarebbe bello.
Tutto facile, comodo, senza sforzo. Solo alzare la mano, tracciare un segno su una scheda, riempire un questionario, applaudire, gridare uno slogan, affiliarsi ad un partito politico, votare per favorire uno piuttosto di un altro.
Forse, diciamo, pensiamo noi zapatiste, zapatisti.
Sarebbe bello, ma non è così.
Perché quello che abbiamo imparato come zapatisti e senza che nessuno ce l’abbia insegnato, se non il nostro proprio passo, è che nessuno, assolutamente nessuno verrà a salvarci, ad aiutarci, a risolvere i nostri problemi, ad alleviare i nostri dolori, a regalarci la giustizia che necessitiamo e meritiamo.
Solo quello che faremo noi, ognuno secondo il proprio calendario e la propria geografia, secondo il proprio nome collettivo, il proprio pensiero e la propria azione, la propria origine ed il proprio destino.
Ed abbiamo imparato anche, come zapatisti, che è possibile solo con l’organizzazione.
Abbiamo imparato che se si indigna una, uno, unoa, è bene.
Se si indignano vari, varie, molte, molti, muchoas, allora, in un angolo del mondo si accende una luce e la sua luce riesce ad illuminare per alcuni istanti tutta la faccia della terra.
Ma abbiamo anche imparato che se quelle indignazioni si organizzano… Ah! allora non è una luce momentanea quella che illumina le strade terrene.
Allora è come un mormorio, come un rumore, un tremore dapprima sordo, poi più forte.
Come se questo mondo stesse partorendo un altro mondo, uno migliore, più giusto, più democratico, più libero, più umano… o umana… o humanoa.
Per questo oggi abbiamo iniziato questa parte del nostro messaggio con parole già dette prima, ma che continuano ad essere necessarie, urgenti, vitali: dobbiamo organizzarci, prepararci a lottare per cambiare questa vita, per creare un altro stile di vita, un altro modo di governarci, da noi popoli stessi.
Perché se non ci organizziamo, saremo sempre più schiavizzati.
Non c’è più niente di cui fidarsi del capitalismo. Assolutamente niente. Abbiamo già vissuto centinaia di anni in questo sistema, abbiamo già subito le 4 ruote della carrozza del capitalismo: lo sfruttamento, la repressione, la spoliazione e il disprezzo.
Ormai ci resta solo la fiducia tra di noi, in noi stessi, dove noi sappiamo come costruire una nuova società, un nuovo sistema di governo, la vita giusta e degna che vogliamo.
Perché ora nessuno si salverà dalla tormenta dall’idra capitalista che distruggerà le nostre vite.
Indigeni, contadin@, opera@, maestr@, casalinghe, intellettuali, lavoratori e lavoratrici in generale, perché ci sono molti lavoratori che lottano per sopravvivere quotidianamente, alcuni sotto padrone ed altr@ no, ma che sono sotto lo stesso artiglio del capitalismo.
Cioè, non c’è salvezza nel capitalismo.
Nessuno ci guiderà, siamo noi stess@ a guidarci, pensando a come risolvere ogni situazione.
Se pensiamo che c’è chi ci guidi, abbiamo già visto come ci hanno guidato nelle centinaia di anni nel sistema capitalista, e non è servito a noi derelitti. È servito a loro, sì, perché solo a starsene lì seduti hanno guadagnato soldi per vivere.
A tutti hanno detto “votate per me”, lotterò perché non ci sia più sfruttamento ed appena arrivati nel posto dove si guadagna denaro senza sudare, automaticamente si dimenticano di tutto quello che hanno detto, cominciano a creare altro sfruttamento, a vendere quel poco che resta della ricchezza dei nostri paesi. Questi venditori della patria sono inetti, ipocriti, parassiti buoni a nulla.
Per questo, compagni e compagne, la lotta non è finita, è appena cominciata, ci siamo solo da 32 anni, dei quali 22 sono pubblici.
Per questo dobbiamo unirci di più, organizzarci meglio per costruire la nostra barca, la nostra casa, cioè la nostra autonomia, perché è questa che ci salverà dalla tormenta che si avvicina, dobbiamo rafforzare le nostre aree di lavoro ed i nostri lavori collettivi.
Non abbiamo altra via che unirci ed organizzarci per lottare e difenderci dalla pesante minaccia del cattivo sistema capitalista, perché le malvagità del capitalismo criminale che minaccia l’umanità non rispetta nessuno, spazzerà via tutti senza distinzione di razza, di partito, né religione perché l’hanno già dimostrato nei molti anni che hanno sempre malgovernato, minacciato, perseguito, imprigionato, torturato, fatto sparire ed assassinato i nostri popoli della campagna e della città in tutto il mondo.
Per questo vi diciamo, compagni, compagne, bambini e bambine, ragazzi e ragazze, voi, nuove generazioni, siete il futuro dei nostri popoli, della nostra lotta e della nostra storia, ma dovete capire che avete un compito ed un obbligo: seguire l’esempio dei nostri primi compagni, dei nostri compagni più grandi, dei nostri padri e nonni e di tutti quelli che hanno iniziato questa lotta.
Tutti e tutte loro ci hanno segnato la strada, ora ci tocca seguire e mantenere quella strada, ma questo è possibile solo organizzandoci di generazione in generazione, capirlo ed organizzarsi per questo, e così fino ad arrivare alla fine della nostra lotta.
Perché voi giovani siete una parte importante delle nostre comunità, per questo dovete partecipare a tutti i livelli nella nostra organizzazione ed in tutte le aree di lavoro della nostra autonomia, e che siano le generazioni future a dirigere il nostro proprio destino con democrazia, libertà e giustizia così come ci stanno insegnando adesso i nostri primi compagni e compagne.
Compagne e compagni tutti e tutte, siamo sicuri che un giorno otterremo ciò che vogliamo, per tutti tutto, cioè la nostra libertà, perché adesso la nostra lotta sta avanzando poco a poco e le nostre armi di lotta sono la nostra resistenza, la nostra ribellione e la nostra sincera parola che né montagne né frontiere possono fermare, ma che arriva fino all’orecchio e nei cuori di altri fratelli e sorelle nel mondo intero.
Siamo sempre di più a capire la lotta contro la grave situazione di ingiustizia in cui viviamo causata dal cattivo sistema capitalista nel nostro paese e nel mondo.
È ovvio che durante la nostra lotta ci sono state e ci saranno minacce, repressioni, persecuzioni, sgomberi, contraddizioni e scherno da parte dei tre livelli dei malgoverni, ma è anche ovvio che se il malgoverno ci odia è perché siamo sulla buona strada; e se ci applaude vuol dire che stiamo deviando dalla nostra lotta.
Non dimentichiamo che noi siamo gli eredi di oltre 500 anni di lotta e resistenza. Nelle nostre vene scorre il sangue dei nostri antenati dai quali abbiamo ereditato l’esempio di lotta e ribellione e l’essere guardiani della nostra madre terra perché in lei siamo nati, in lei viviamo e in lei moriremo.
-*-
Compagne, compagni zapatisti:
Compagni, compagne, compañeroas della Sexta:
Sorelle e fratelli:
Questa è la nostra prima parola in questo anno che comincia.
Altre parole, altri pensieri verranno.
A poco a poco si mostrerà di nuovo il nostro sguardo, il nostro cuore.
Ora terminiamo dicendovi che per onorare e rispettare il sangue dei nostri caduti, non basta solo ricordare, rimpiangere, piangere, né pregare, ma dobbiamo seguire l’esempio e continuare il compito che ci hanno lasciato, mettere in pratica il cambiamento che vogliamo.
Per questo compagni e compagne in questo giorno così importante, è il momento di riaffermare la nostra coscienza di lotta ed impegnarci a proseguire, costi quel che costi e accada quel che accada, non permettiamo che il cattivo sistema capitalista distrugga quello che abbiamo conquistato e il poco che siamo riusciti a costruire col nostro lavoro e impegno in oltre 22 anni: la nostra libertà!
Adesso non è il momento di farci indietro, di scoraggiarci o di stancarci, dobbiamo essere più decisi nella nostra lotta, mantenere salde le parole e gli esempi che ci hanno lasciato i nostri primi compagni: non arrendersi, non vendersi e non tentennare.
DEMOCRAZIA!
LIBERTÀ!
GIUSTIZIA!
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
Subcomandante Insurgente Moisés Subcomandante Insurgente Galeano
Messico, Primo Gennaio 2016
Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo

CARO PD "PER FORTUNA CHE SILVIO C'E'" di Ciuenlai

foto di Amici di ciuenlai.La diaspora della destra ufficiale per salvare Renzi e se stessi . Le strategie del Partito della Nazione per mantenere lo status quo e vincere “facile” le prossime elezioni
Tutto questo tramestio in casa della destra originale (quella camuffata ha le sembianze di un certo Pd) viene descritto come una crisi interna con drammatiche rotture che portano il nome di Alfano, Verdini, Fitto, Tosi, Bondi, Casini e quanto fa opportunismo allo stato brado. Tramestio che si manifesta con un passaggio continuo di qua (area di Governo) e di là (Berlusconi) facendo pensare ad uno stato di confusione perenne. Ma al di là delle convenienze elettorali e personali io penso che invece siamo di fronte al perpetuarsi di una strategia che è venuta avanti dopo Tangentopoli, che ha dato i suoi frutti risultando addirittura vincente con l’ascesa “al trono” di Matteo Renzi. L’avvento dei partiti – coalizione (Pd/Pdl) sono stai il prodromo di quel Partito della Nazione, di quella formazione invisibile, ma già presente, che ha un’ unica linea politica legata al liberismo economico e sociale e che diversifica l’offerta alle elezioni presentando più liste. Ed è proprio questo che permette ai singoli o ai gruppetti di fare in tranquillità, e senza grandi rischi, queste operazioni. Dopo che i veri poteri (che non stanno in Italia) hanno decretato la fine di Berlusconi è avvenuto un fatto nuovo. Il disegno, perpetrato in tutta Europa ed iniziato con Blair e Schroeder, di far fare “il lavoro sporco” della regressione sociale, della riduzione dei diritti sul lavoro e del Welfare, ai partiti tradizionali della sinistra, è giunto anche da noi con l’avvento del Pd. Prima un po’ più blandamente, cercando di salvare almeno la forma, con Prodi, D’Alema e Bersani, poi sfacciatamente con Renzi. Il risultato è stato che lo spazio occupato dalla destra Berlusconiana è stato “asfaltato” dai democratici. Fare opposizione al proprio Dna deve essere dura, anzi è impossibile. E allora si è messo in moto quel meccanismo post tangentopoli, di cui parlavo all’inizio. Che fecero allora democristiani e socialisti per resistere allo scioglimento dei loro partiti? Applicarono la tattica della diaspora intesa come dispersione. Salvati alcuni punti di riferimento, come basi dalle qual manovrare (una sigla è sempre una sigla che ha diritto al suo spazio) sui quali convogliare e non perdere il voto dei fedelissimi (popolari nel centrosinistra, CCd nel centrodestra, Sdi per i socialisti), queste due scuole di opportunismo politico hanno iniziato a trasmigrare figure importanti dentro le principali formazioni superstiti. E allora gli ex dc Pisanu, Scaiola, Alfano e gli ex craxiani Cicchitto, Ferrara e Brunetta si accasano con Berlusconi, i Laburisti e i Cristiano Sociali con i Ds e qualcuno addirittura con gli ex fascisti. Questo ha permesso ai “defunti” di risorgere. Fatti i conti e messi insieme i posti occupati con i soggetti base con quelli conquistati dentro i partiti più grandi, la galassia dell’ex pentapartito ha avuto a disposizione una buona parte del parlamento e del potere. Un “dividi et impera” fatto in maniera originale. Adesso Berlusconi e company stanno adottando la stessa tattica. Non avendo più limiti ideologici perché il Governo fa le cose che loro non sono riusciti a fare (e per questo sono stati mandati a casa “dai mercati”), passare il fosso, anche più di una volta, non è un problema (vedi casi Di Girolamo, Quagliarello e Genovese). Se fossero rimasti tutti con l’area Pdl , molti di loro non sarebbero stati rieletti o avere incarichi di peso. E allora piano piano, Alfano, Lupi, Cicchitto, Fitto e, soprattutto il burattinaio Verdini, hanno iniziato a trasbordare un po’ di truppe in area governativa. Qualcuno approderà direttamente nel Pd e il grosso farà una formazione di appoggio a Renzi. Intanto Berlusconi tiene Forza Italia blindando i voti degli irriducibili del cavaliere e facendo da calmiere e da garante per la cosiddetta destra populista, per favorire la tenuta del “Partito della Nazione”. Lo scopo è quello o di riuscire a dare vita, alle prossime elezioni politiche, a quella specie di “primarie interne”, che sarebbe il ballottaggio tra le due liste del Partito della Nazione o, nel caso di una debacle, di garantire allo schieramento renziano quel 40% che eviterebbe il rischio di uno scontro diretto con il M5S che verrà indicato come il comune nemico . Insomma una specie di assicurazione per il mantenimento dello status quo, che salvaguarda le aziende e i fatti personali del capo, visto che il nuovo Governo, diversamente dal suo, porta in dote anche l’ appoggio della magistratura e permette, con il giochino del di qua e il di là, di avere gli stessi seggi di adesso e incarichi di peso. E così sarà possibile mantenere senza problemi la linea salva ricchi, salva finanzieri, salva amici e filibustieri continuando nell’attacco ai servizi , alle pensioni, alla democrazia e ai diritti, con l’obiettivo di privatizzare tutto (queste sono le famose riforme). Non bisogna credere alla crisi della destra (anzi del piduismo). Anzi non è stata mai forte come oggi. E, purtroppo, ce ne accorgeremo presto sulla nostra pelle.
P.S. – Più in piccolo è quello che si sta tentando di fare nella finta sinistra. Un nucleo resta nel Pd con i vecchi che non sarebbero spendibili fuori (Bersani, D’Alema, Sposetti, Epifani, Stumpo ecc.), mentre i giovanotti (Fassina e Dattorre) vengono spediti fuori a costruire un soggetto politico che possa supportare le perdite dalle mancate ricandidature interne ed avere una forza di pressione sulla dirigenza del partito in occasione delle primarie, del congresso e delle sue scelte

venerdì 1 gennaio 2016

Apple e i generosi sconti in Italia alle multinazionali che evadono le tasse


La notizia viene paradossalmente data come  positiva: la Apple pagherà le imposte dovute allo Stato italiano per gli ottimi affari realizzati nel nostro paese (vi ricordate la kermesse del 2 luglio all'Apple store di Milano?). Ma la notizia va letta tutta e in controluce: la Apple doveva pagare quasi 1 miliardo di euro di evasione fiscale ma ne pagherà solo meno di un terzo, 318 milioni per l’esattezza. Un trattamento decisamente generoso, da fare invidia ai milioni di contribuenti che fanno i conti con le implacabili contestazioni del Mef e devono pagare fino all’ultimo euro. E’ un problema di “peso” risponderanno i soliti pragmatici. “Meglio che una multinazionali paghi un terzo del dovuto piuttosto che vederla andar via dal paese” ci ripetono in continuazione perpetrando una logica del ricatto e della subalternità che andrebbe spezzata con decisione. Al di là delle mille possibili contestazioni politiche e morali a questo impianto di ragionamento, un aspetto del problema è proprio quello fiscale.
Le multinazionali infatti depositano i loro libri contabili nei paesi che offrono i sistemi fiscali più vantaggiosi, praticando a piene mani quel dumping fiscale tanto deplorato ma altrettanto praticato a tutti i livelli anche dentro l’Unione Europea.  Ad esempio l’attività economica della Apple in Italia pagava però le imposte in Irlanda dove sono tra lo 0,05 e lo 0,06% rispetto al 27,5% previsto nel nostro paese ( dove le attività industriali continuano ad avere una tassazione più alta di quelle finanziarie o immobiliari).
Alla fine la Apple ha ammesso ufficialmente l’esistenza di una sua “stabile ed occulta organizzazione in Italia” (sembra quasi di parlare dell’Isis, ndr) ed è pervenuta ad un accordo con il Ministero delle Finanze sia per sanare le imposte dovute sia per coordinare il pagamento di quelle future.  Lo sconto sui pagamenti dovuti è stato, come abbiamo visto, assai generoso. A quel punto l’ufficio contabilità della Apple ha compilato un modello F24 (come quello che molti hanno usato per pagare la Tasi) ed ha versato il malloppo. Sembra che contenziosi e accordi analoghi sia in itinere anche con Google, Amazon, Western Digital e Facebook.
Ma la generosità del Ministero delle Finanze verso le multinazionali può mettere a memoria anche un altro sconto generoso, quello fatto ad una società operante nel verminaio del gioco d’azzardo online: la PokerStars.  Aveva dichiarato dei mancati ricavi per 300 milioni di euro… ne pagherà al fisco solo 10. Una conferma che le società concessionarie o attive nel gioco d’azzardo continuano a usufruire nel nostro paese di una indulgenza fiscale estremamente sospetta.

Regione Umbria e banche. Silenzio colpevole (micropolis dicembre 2015)

Prima la Banca popolare di Spoleto. Era controllata dalla Credito e servizi di cui era patron Giovanni Antonini. Commissariata dalla Banca d’Italia, aperto un procedimento nei confronti di Antonini, l’istituto centrale impone la cessione all’altrettanto chiacchierata Banca popolare di Desio. Gli azionisti penalizzati (ma in realtà Antonini) ricorrono alla Procura della Repubblica che apre un procedimento a carico dei vertici della Banca d’Italia. Conclusione: due processi in corso di cui si attende la conclusione che non sarà rapida. Ora le quattro popolari in causa di cui due, Banca Etruria e Banca delle Marche, con una corposa presenza in Umbria soprattutto nelle aree di confine, ma non solo. Non si riesce naturalmente a sapere quanti risparmiatori siano stati truffati - molti, vedendo i partecipanti alle assemblee convocate dalle associazioni dei consumatori - né si conosce l’entità delle perdite. La congiura del silenzio messa in atto da amministratori e mezzi di comunicazione è stata interrotta solo quando il clamore del caso ha conquistato le prime pagine dei giornali nazionali. Fatto sta che le aree che hanno subito le perdite maggiori sono quelle della fascia appenninica (Sigillo, Nocera, Gualdo), già provate dalla crisi e dove il risparmio rappresentava, spesso, la valvola di sfogo alle difficoltà delle economie locali. In alcuni casi agricoltori e piccoli artigiani avevano bloccato in banca piccoli capitali in attesa di usarli come cofinanziamento per i prossimi piani rurali e delle aree interne. Insomma sono stati colpiti non solo i risparmi, ma anche potenziali mezzi d’investimento.
Di fronte a ciò la Regione tace con cura. La presidente Marini in visita a Gualdo Tadino si è ben guardata da fare accenno all’affaire, il Consiglio regionale se l’è cavata votando all’unanimità un ordine del giorno che raccomanda di trovare qualche sollievo o “ristoro” per i risparmiatori. Niente di più: non ha competenze. I sindaci non vanno alle assemblee e quando ci vanno sono naturalmente silenti. Tranne le associazioni dei consumatori nessuno organizza e mobilita i truffati. Intanto lo scandalo monta, il governo balbetta, le istituzioni di garanzia (Banca Italia e Consob) sono sotto accusa. Insomma siamo di fronte a bombe a grappolo che esplodono una dopo l’altra, tra le gambe di chi decide, anche degli amministratori umbri a cui non passa neppure per l’anticamera del cervello di mettere in moto azioni di contrasto nei confronti dei poteri bancari e delle scelte governative, a garanzia di risparmiatori e piccole imprese. La paura non confessata è dare qualche dispiacere al governo e allo statista di Rignano. Meglio tacere, sperando che passi la tempesta. Tanto “non abbiamo poteri d’intervento e responsabilità”.

NASCERÀ LA SINISTRA NEL 2016 ? di Paolo Ciofi

Il 2015 è morto e l’annunciata nascita della sinistra non c’è stata. L’anno buono sarà il 2016? È difficile dirlo, anche perché al momento non è chiaro neanche chi dovrebbero essere i promotori del nuovo soggetto politico, mentre il dibattito sulle finalità e sui contenuti del progetto resta ben al di sotto delle necessità, e divaga su aspetti tattici secondari. Non emergono i nodi strategici di una crisi di portata storica che coinvolge milioni di donne e di uomini, i quali chiedono risposte intellegibili e concrete di fronte all’incertezza della vita e al degrado dell’ambiente. Il rischio che si corre in questa condizione è che nasca un’altra formazione politica minoritaria, di fatto ininfluente sul corso reale delle cose
         Ma il senso e la funzione storico-politica della sinistra si definiscono se si è in grado di indicare una via d’uscita dalla crisi, e di organizzare su questa via un movimento di lotta politica, sociale, culturale. Di cui le elezioni sono un aspetto fondamentale, ma solo un aspetto. E il governo non è il fine da raggiungere comunque e con ogni mezzo, bensì un mezzo per realizzare determinati fini di avanzamento sociale e civile. Dunque, preliminare per costruire un’alternativa alla crisi, è definire il carattere e la portata della crisi. Se su questo punto non si fa chiarezza è difficile compiere qualche passo avanti, incidendo sui rapporti di forza (e di proprietà) che caratterizzano il nostro tempo.
         Lo ha messo bene in chiaro Luciano Gallino, la cui perdita ci rattrista e ci impoverisce, nel suo ultimo libro Il denaro, il debito e la doppia crisi (Einaudi 2015), un’analisi dalla quale non si può prescindere per intravvedere una via d’uscita e i modi di percorrerla. Analizzando il capitale finanziario globale in profondità e in ampiezza, nel suo dominio che si identifica con la sua crisi, Gallino ci conduce a tre approdi significativi, indispensabili per la costruzione di un’alternativa all’ordinamento economico-sociale in cui viviamo.
         Punto primo. Questa crisi non è una “normale” crisi ciclica, e neanche una crisi finanziaria, bancaria, del debito pubblico e dell’occupazione cui rimediare con qualche palliativo. Questa è una crisi di sistema, ovvero di un’intera civiltà, che il grande sociologo si ostina a chiamare "capitalismo", anzitutto perché - precisa - "esso rimane il termine più significante per designare la formazione economica, sociale politica che abbraccia il mondo intero, in quanto ha nel capitale il suo motore, la ragion d’essere, la sostanza che lo alimenta e tiene in vita". E poi perché intende "reagire a una frode", che consiste nel "designare la medesima formazione come ‘ sistema di mercato ’ o simili".
Come già aveva notato John Kenneth Galbraith nel suo saggio L’economia della truffa, "quando il capitalismo cessò di essere accettabile, […], il sistema fu ri-denominato. Il nuovo termine era benevolo ma privo di significato". La parola "capitalismo" evoca infatti cattivi pensieri che è bene cancellare dal senso comune, come ricchezza e povertà, classi sociali, lotta di classe. "Ma - osserva Gallino - se qualcuno vi dice che le classi non esistono più, o sono un concetto superato, lasciatelo perdere". Nel suo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe aveva infatti dimostrato che la globalizzazione capitalistica porta il segno indelebile della lotta di classe dall’alto verso il basso, dei ricchi contro i poveri, dei padroni contro i salariati, del capitale contro il lavoro.
Riemerge in tutta la sua violenza e brutalità il capitale come rapporto sociale, in cui c’è un dominante e un dominato, uno sfruttatore e uno sfruttato, un proprietario e un espropriato. Questa è la condizione del mondo e dell’Europa di oggi, con le diversità derivanti dalla storia e dalla cultura di ciascun Paese. Ma con una comune motivazione di fondo, determinata dalla ricerca del massimo profitto da parte di una minoranza di proprietari universali, che si impadroniscono dei frutti del lavoro sociale e della ricerca scientifica e tecnologica. Qui sta la radice più profonda della crisi. E poiché oggi il capitale agisce senza controlli e alternative visibili, lo sfruttamento della persona umana e la distruzione della natura sono arrivati a un punto limite. In discussione è l’esistenza stessa del pianeta terra.
Oggi, precisa Gallino, il capitalismo "sta attraversando una doppia crisi economica ed ecologica, ai cui malefici effetti sfugge - per ora - una piccola minoranza": l’uno per cento dei terrestri, grazie alla crisi, "si è ancora più arricchito e di solito non lavora e non abita in ambienti inquinati". A questo risultato si è giunti per effetto del dominio del capitale, più precisamente della sua dittatura. Ma se, come ormai appare chiaro, la crisi è connaturata con il capitalismo, per uscire dalla crisi occorre progettare la fuoriuscita dal capitalismo, verso una civiltà più avanzata. È la questione ineludibile da mettere a tema, senza ulteriori ritardi e tentennamenti. Per la sinistra questo è il vero banco di prova della sua esistenza e della sua funzione storica.
Punto secondo. L’Unione europea, chiarisce Gallino, rappresenta in modo compiuto, attraverso l’egemonia totalitaria della finanza, la dittatura del capitale sul lavoro. E la sua crisi è l’espressione eclatante della crisi di un capitalismo che per sopravvivere deve distruggere le conquiste storiche del movimento operaio, i diritti sociali e la democrazia politica. Se "l’assenza di qualsiasi riferimento nei Trattati alla necessità di avere come scopo la piena occupazione è un autentico scandalo", il Trattato di Maastricht del 1992 ha sancito definitivamente che "l’Europa dei popoli doveva venire intesa anzitutto come l’Europa della finanza". Al centro della costruzione comunitaria, la Bce di Mario Draghi, che "interviene di continuo per raccomandare con durezza interventi di tipo politico", è la vera struttura portante dell’oligarchia finanziaria che domina vecchio continente. Banchieri e finanzieri menano le danze, propongono e dispongono. In definitiva, la politica la fa il capitale.
Il sociologo torinese descrive con grande lucidità "in quali modi, con quali tecniche, utilizzando quali risorse - sono sue parole - il capitale (o la grande finanza, fate voi) è giunto nella Ue […] a sovvertire quasi totalmente il processo democratico". Consentendo a una ristretta minoranza di "accumulare astronomiche plusvalenze patrimoniali che non recano alcun vantaggio all’economia reale" e alla stragrande maggioranza della popolazione. Già Keynes, ai tempi suoi, aveva osservato che "il decadente capitalismo internazionale […], nelle cui mani siamo finiti, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso – e non fornisce nessun bene". Parole taglienti come lame.
Ma oggi non ha senso tornare al capitalismo “buono”, come Keynes sosteneva. E non solo perché non è possibile camminare in avanti con la testa rivolta all’indietro. Ma perché il cosiddetto capitalismo “buono” ha prodotto quello “cattivo” nel quale siamo immersi. Ammesso che sia possibile tornare indietro, che senso avrebbe riprodurre le cause che hanno generato effetti così perversi e distruttivi? In altre parole, nelle mutate condizioni del mondo di oggi, il ritorno al keynesismo non è proponibile: perché non basta redistribuire in qualche misura la ricchezza attraverso il bilancio dello Stato e la spesa pubblica. Per ottenere qualche risultato positivo a vantaggio della collettività occorre intervenire nel processo di accumulazione della ricchezza e redistribuire la proprietà, mettendo sotto controllo i detentori del grande capitale e della finanza. Esattamente come è indicato nella Costituzione della Repubblica italiana fondata sul lavoro.
Per le stesse ragioni non è proponibile una riedizione del riformismo socialdemocratico, che con la fornitura di qualche pezzo di ricambio alla macchina del capitale, invece di cambiare la macchina, ha ridotto la socialdemocrazia al ruolo di portaborse del capitale. Dunque, non il ritorno a un’esperienza ormai bruciata dalla storia al pari di quella del "socialismo realizzato", ma la ricerca e la progettazione di un nuovo socialismo, fondato sui principi di uguaglianza e libertà, di solidarietà e giustizia sociale. Incombe l’esigenza di aprire nuove vie alla lotta dell’umanità per la libertà e l’uguaglianza.
Secondo Gallino bisognerebbe dare vita "a un nuovo soggetto di sinistra capace di imprimere al capitalismo Ue mutamenti radicali, magari sostituendolo con un inedito genere di socialismo democratico, o social-ecologico (oppure conferendogli, perché no, un nome affatto nuovo, visto il tradimento dei loro ideali costitutivi compiuto dalle socialdemocrazie europee dopo gli anni Ottanta)". In ogni caso, il problema della sinistra non è "salvare il capitalismo", come ha sostenuto Alfredo Reichlin, ma salvare dal capitalismo gli esseri umani e il pianeta terra.
Siamo così giunti, in conclusione, al tema politicamente dirimente che Luciano Gallino ci propone: "Se la politica la fa il capitale, come si può fare politica per opporsi al capitale"? E, aggiungo io, per metterlo sotto controllo? La risposta forse è facile a dirsi, molto più difficile è praticarla: attraverso la costruzione di una coalizione politica che unisca i nuovi lavoratori del XXI secolo, e che abbracci tutti coloro che sono colpiti dalla crisi. Non è vero che le “leggi” del capitale sono immodificabili come le leggi della natura. A maggior ragione si possono cambiare i Trattati della Ue, a condizione però - osserva Gallino - "di costruire in più Stati membri una forza politica all’altezza del compito".
Ciò richiede una coerente visione alternativa al sistema oppressivo del capitale e, al tempo stesso, la massima concretezza nelle risposte da dare all’incalzare della crisi: "L’importante è che ciascun passo […] si collochi sulla strada di una reale svolta dell’economia e del pensiero economico". Riconnettere il legame tra la società e la politica, che il capitale ha pezzato materialmente e culturalmente per assicurare a se stesso il dominio sulla società e sulla politica, è l’altra grande operazione cui porre mano. Perché ormai sappiamo che il sociale opposto al politico inevitabilmente ripiega nella parzialità fino alla frantumazione corporativa. E il politico opposto al sociale inevitabilmente oscilla tra l’autoreferenzialità e il servilismo al capitale.
Le migliaia di associazioni e di movimenti che pullulano nella società dovrebbero darsi un’organizzazione, sporcarsi le mani con la politica e costruire un punto di vista libero e autonomo prendendo per base i principi costituzionali. Ma una sinistra alternativa con caratteristiche popolari e di massa, in grado di spostare i rapporti di forza nella società non può nascere solo dal basso, sebbene la spinta dal basso sia decisiva. E neanche solo dall’alto, dal semplice assemblaggio delle formazioni politiche vecchie e nuove dislocate sul versante di sinistra del Pd.
Queste formazioni possono dare tuttavia un contributo rilevante se escono dal tatticismo elettorale e dal personalismo esasperato, da vecchie idiosincrasie e nuove contrapposizioni, disponendosi a fare un salto qualitativo in due direzioni: l’elaborazione di un programma di lotte comuni; l’immersione nei conflitti sociali più acuti, dando prova con i fatti di stare dalla parte del lavoro. Se non si trova una nuova connessione tra il sociale il politico, esperienze come la coalizione sociale di Landini sono destinate al fallimento. E anche un sindacato come la Cgil, con tutti i suoi limiti, è in pericolo.
Diciamolo con franchezza: non si va lontano nella costruzione della sinistra se non si ha la forza di fare un repulisti dei ciarlatani, degli arrivisti, degli opportunisti e poltronisti ovunque collocati, nei movimenti e nei partiti. Senza sconti per nessuno. Gallino sottolinea l’esigenza di impegnarsi a fondo nella costruzione di un pensiero critico, che colloca lungo la linea Machiavelli, Marx, Gramsci, in grado di smontare la narrazione apologetica e falsificante finalizzata al dominio del capitale, in larga misura diventata ormai senso comune. Ha ragione. Aggiungerei che accanto alla forza del pensiero c’è bisogno della coerenza nei comportamenti, di uno stile politico completamente diverso, che richiede studio, competenza, soprattutto coerenza tra parole e fatti.
Insomma, abbiamo a che fare con un processo difficile, molto difficile. Realisticamente, se non si vuole vendere fumo, è poco probabile che potrà essere portato a compimento nell’anno che viene. Ma bisogna continuare a provarci. "Se un’autentica forza di opposizione non si sviluppa - ci avverte il nostro autorevole interlocutore -, o tarda ancora per decenni, quello che ci attende è un ulteriore degrado dell’economia e del tessuto sociale, seguito da rivolte popolari dagli esiti imprevedibili". Non sarebbe una bella prospettiva. Auguri a tutti.