Stato islamico nero, Stato islamico bianco. Il primo sgozza, uccide, lapida, taglia le mani, distrugge il patrimonio dell’umanità e detesta l’archeologia, le donne e gli stranieri non musulmani. Il secondo è meglio vestito e più pulito, ma non si comporta diversamente. Il gruppo Stato islamico (Is) e l’Arabia Saudita. Nella sua lotta al terrorismo, l’occidente è in guerra con l’uno ma stringe la mano all’altro.
È un meccanismo di negazione che ha un prezzo. Si vuole salvare la storica alleanza strategica con l’Arabia Saudita dimenticando che questo regno si fonda su un’altra alleanza, con una gerarchia religiosa che produce, legittima, diffonde, predica e difende il wahabismo, la versione dell’islam ultrapuritana di cui si nutre l’Is.
Il wahabismo, un movimento radicale messianico nato nel diciottesimo secolo, vuole restaurare un vagheggiato califfato intorno a un deserto, un libro sacro e due luoghi santi, la Mecca e Medina. È un puritanesimo figlio di massacri e del sangue, che si traduce oggi in un rapporto assurdo con le donne, in un divieto d’ingresso ai non musulmani nei luoghi sacri, in una legge religiosa intransigente, ma anche in un rapporto malato con le immagini, con la rappresentazione e, quindi, con l’arte, oltre che con il corpo, con la nudità e con la libertà. L’Arabia Saudita è un Is che ce l’ha fatta.
Colpisce la negazione che l’occidente opera nei confronti di questo paese: consideriamo questa teocrazia un alleato e fingiamo di non vedere che è il principale mecenate ideologico della cultura islamista. Le nuove generazioni estremiste del cosiddetto mondo “arabo” non sono nate jihadiste. Sono state nutrite dalla Fatwa valley, una sorta di Vaticano islamista dotato di una vasta industria che produce teologi, leggi religiose, libri e politiche editoriali e mediatiche aggressive.
Si potrebbe ribattere affermando che anche l’Arabia Saudita è un bersaglio potenziale dell’Is. È vero, ma insistere su questo punto significa trascurare l’importanza dei legami tra la famiglia regnante e le gerarchie religiose che ne assicurano la stabilità (ma anche, e in misura sempre maggiore, la precarietà). A trovarsi in trappola è una famiglia reale che, indebolita da regole di successione dinastica che accentuano il rinnovamento, si aggrappa dunque all’ancestrale alleanza tra re e religiosi. Il clero saudita produce l’estremismo islamico che minaccia il paese ma che assicura anche la legittimità del regime.
Bisogna vivere nel mondo musulmano per comprendere l’immenso potere esercitato dai canali televisivi religiosi sulla società attraverso i suoi anelli più deboli: le famiglie, le donne, gli ambienti rurali. La cultura islamista si è diffusa oggi in molti paesi: Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Mali, Mauritania. Vi sono qui migliaia di giornali e di canali televisivi islamisti (come Echourouk e Iqra), oltre che religiosi che impongono la loro visione unica del mondo, della tradizione e dell’abbigliamento nello spazio pubblico, così come nei testi legali e nei riti di una società che considerano corrotta.
Bisogna leggere alcuni giornali islamisti e le loro reazioni agli attentati di Parigi. In essi l’occidente è presentato come il luogo “dei paesi empi”, gli attentati sono la conseguenza degli attacchi all’islam, i musulmani e gli arabi sono diventati i nemici dei laici e degli ebrei. La questione palestinese, la distruzione dell’Iraq e il ricordo del trauma coloniale vengono usati per convincere le masse con discorsi dai toni messianici. Mentre questo discorso si impone nella società, più in alto i poteri politici presentano le loro condoglianze alla Francia e denunciano un crimine contro l’umanità. Una situazione di totale schizofrenia, parallela alla negazione operata dall’occidente nei confronti dell’Arabia Saudita.
Tutto ciò suscita qualche perplessità di fronte alle roboanti dichiarazioni delle democrazie occidentali sulla necessità di lottare contro il terrorismo. Si tratta di una “guerra” miope poiché prende di mira l’effetto e non la causa. L’Is è una cultura prima di essere una milizia: come impedire che le generazioni future scelgano il jihadismo se non sono stati arginati gli effetti della Fatwa valley, dei suoi religiosi, della sua cultura e della sua immensa industria editoriale?
Un equilibrio illusorio
Guarire questo male sarebbe dunque un compito facile? Non esattamente. L’Arabia Saudita, sorta di Is bianco, resta un alleato dell’occidente nel gioco delle alleanze mediorientali. Viene preferita all’Iran, un Is grigio. Ma si tratta di una trappola che, attraverso la negazione, produce un equilibrio illusorio: il jihadismo viene denunciato come il male del secolo ma non ci si concentra su ciò che lo ha creato e lo sostiene. Questo permette di salvare la faccia, ma non le vite umane.
Il gruppo Stato islamico ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma anche un padre: l’Arabia Saudita e la sua industria ideologica. Se l’intervento occidentale ha fornito delle ragioni ai disperati del mondo arabo, il regno saudita gli ha offerto un credo e delle convinzioni. Se non lo capiamo, perderemo la guerra anche se dovessimo vincere delle battaglie. Uccideremo dei jihadisti ma questi rinasceranno nelle prossime generazioni, nutriti dagli stessi libri.
Gli attentati di Parigi rimettono in evidenza questa contraddizione. Ma come dopo l’11 settembre, rischiamo di cancellarla dalle analisi e dalle coscienze.
Ciò che affratella Il presidente del consiglio e l'amministratore delegato di FCA è soprattutto la capacità di vendere prodotti nella realtà ben diversi da come sono presentati, o addirittura inesistenti. Non è una capacità da poco, su di essa si fondano tanti piccoli commerci più o meno legali, ma anche l'alta speculazione finanziara. Nel nostro piccolo abbiamo visto cosa è successo in Banca Etruria epiù in grande la crisi mondiale dei subordine. Perché le persone comprino titoli a grande rischio occorre convincerle che tutto va bene e che in realtà non rischiano nulla.
È così che si creano le bolle finanziarie e anche quelle politiche, che prima o poi esplodono precipitando addosso a chi di esse si è fidato.
La bolla attuale di Renzi e Marchionne si chiama ottimismo. Essi lo spargono a piene mani, anche grazie ad una stampa di regime che dà loro tutta la corda di cui hanno bisogno. Ottimismo privo di veriagganci con la realtà e per questo ancora più pervicacemente ostentato.
Lo scorporo della Ferrari dalla FCA è una delle classiche operazioni che fanno le imprese in difficoltà. Si separa la gallina dalle uova d'oro dal resto del pollaio che non se la passa tanto bene, magari addossandole un po' o dei debiti accumulati..Si incassano soldi, ma si ammette così che sul piano industriale Chrysler e Fiat non possono più permettersi la Ferrari.. Mercedes non si sognerebbe mai operazione del genere, ma in Italia questa scelta di crisi che prepara la cessione del marchio più prestigioso, vien presentata con gli addobbi del grande successo.
Eurostat ha certificato che la ripresa italiana non esiste né sul piano produttivo né su quello occupazionale. La produzione industriale si attesta a -31% rispetto ai massimi del passato e l'occupazione reale non assorbe la disoccupazione di massa. Ai rimi di crescita attuali ci vorrebbero 35 anni per tornare allivello pre crisi. Questa è la realtà di un paese che si sta abituando alla stagnazione economica, ma Renzi questa realtà la copre con la propaganda dell'ottimismo, tacciando di disfattismo il non certo vasto dissenso.
Grazie a questa martellante propaganda, finora la bolla dell'ottimismo ha funzionato , sia per gli affari di Marchionne sia per gli obiettivi politici di Renzi. Ma nonostante il paese sia in un letargo di coscienza e senso critico, anche questa bolla farà la fine di tutte le altre: prima o poi esploderà. A quel punto solo i gufi si e ci salveranno.
”La vedo ogni giorno questa generazione dei 25enni e dei trentenni. Destini incerti come le foglie nei boschi di dicembre. Proprio nell’età che dovrebbe essere quella della fioritura, della fecondità, dell’energia (…) una generazione di ragazzi bravi intelligenti, col segreto dolore di chi si sente senza definizione, anonimo, senza un posto nel presente e forse nel futuro”. La generazione sprecata che Antonio Socci ha tratteggiato così nel suo articolo natalizio su Libero è, in ultima analisi, vittima della deflazione: non ci sono soldi, o meglio, non circolano. E la deflazione è l’esito ineluttabile e costantemente ripetuto del capitalismo, quando non gli viene impedito di applicarsi sulla società con tutto il suo rigore ideologico (che i liberisti proclamano “scientifico”). Infine, ci sono dei metodi riconosciuti per combattere la deflazione; hanno funzionato in passato; oggi non li si vuole adottare, perché ridurrebbero il potere a quelli che lo detengono.
Mi rendo conto che queste qui sopra siano una serie di affermazioni apodittiche, contestabili dagli ignoranti e dagli ideologi del pensiero unico, che richiedono spiegazioni; purtroppo lunghe.
La deflazione è instaurata
Partiamo da ciò che tutti vedono, o dovrebbero vedere: le banche centrali non riescono, applicando i metodi prescritti dal capitalismo terminale (che le possiede), a sconfiggere la deflazione. La Federal Reserve ha ridotto il tasso primario a 0 (che significa: le banche possono ottenere dollari gratis) dal 2008, per 7 anni. Ha lanciato tre giri di cosiddetto quantitative easing, diciamo “stampaggio di moneta”, e comprato a man bassa Buoni del Tesoro Usa, iniettando trilioni di dollari nel sistema. La Banca del Giappone ha stampato a perdifiato, per rimettere in moto un’economia congelata da un decennio. La BCE (Draghi) ha tagliato il suo tasso di deposito a negativo (meno 0,2) per punire le banche e i risparmiatori che tesaurizzano i soldi, onde spingerli ad investirli.
Ebbene: quest’alluvione di denaro creato dal niente non ha prodotto quello che i banchieri centrali speravano: l’inflazione, almeno sopra il 2%. Anzi, s’è instaurata la deflazione, che ha mutato la recessione in depressione, in tutto l’Occidente (anche se i media vi dicono che c’è la “crescita”, benché anemica: è solo propaganda).
Ora, accadde anche negli anni ’30 in Usa: milioni di famiglie e di capifamiglia disoccupati, non avevano da mangiare e facevano la coda davanti alle mense pubbliche, e nello stesso tempo si buttavano in mare – pubblicamente, con la grancassa dei media – centinaia di tonnellate di latte e di frumento (lo facevano gli agricoltori, con l’aiuto del governo) per “sostenere i prezzi”. I prezzi di grano e latte infatti scendevano.
Secondo i capitalisti, si trattava di “sovrapproduzione”: i farmer producevano “troppo” grano, latte; le industrie “troppe” auto e altri beni; ciò faceva calare prezzi addirittura sotto i costi di produzione. Un disastro. Naturalmente i capitalisti non volevano vedere che, magari, la pretesa sovrapproduzione sarebbe stata assorbita, se le migliaia di famiglie e disoccupati che facevano la fila per una minestra al giorno, avessero avuto un salario da spendere.
Il motivo di questa cecità è lampante: i capitalisti finanziari non vogliono pagare i salari. Lasciati liberi di agire come vogliono, se un governo non interviene a costringerli, pagano il meno possibile; anzi, se possibile tecnicamente, niente del tutto – come avviene oggi quando sostituiscono i lavoratori coi robot.
Perché? Perché nella loro teoria “scientifica” chiamano questa “la miglior allocazione del capitale”. I possessori di capitale finanziario si vantano di saper benissimo come “allocare il capitale”, ossia investirlo nei settori che si rivelano più lucrosi per loro, ossia che danno il maggior rendimento del capitale investito. In ultima analisi (nonostante le chiacchiere-propaganda) l’allocazione “migliore” del capitale è quella che “retribuisce più” il capitale come? “Retribuendo meno” il lavoro. E’ chiarissimo quando il capitalismo divenuto globale ha delocalizzato ossia investito in aziende cinesi, pakistane o vietnamite o brasiliane: per produrre merci a basso costo da vendere poi alle popolazioni del mondo ad alti salari.
Il tablet meno caro, lo paghiamo coi nostri figli
Per poi scoprire – oh sorpresa! – che le popolazioni euro-americane gli alti salari non li hanno più, dato che le fabbriche e lavorazioni sono andate in Cina. Sì, esistono altissimi salari in Usa ed Europa, ma sono sempre più pochi: speculatori e loro vari ausiliari (in Italia, i pubblici dipendenti che si sono sottratti alla concorrenza globale), ma non sono abbastanza per assorbire milioni di iPad prodotti in Cina a basso prezzo. Comincia già a delinearsi una crisi di “sovrapproduzione”. Ma niente paura, lorsignori sanno come sventarla – e guadagnarci ancora: non avete i soldi per l’iPad, la Toyota ibrida, il “lusso” italiano? No problem: ve li prestiamo. Allarghiamo il credito. Pagate in comode rate e con la carta revolving che vi presta il denaro (al 20 %)…E’ molto meglio, per lorsignori, che rassegnarsi a pagare degli stipendi alti.
E lucrano pure gli interessi sul capitale che prestano ai consumatori. Dicendo: non siete contenti? Potete riempirvi di tablet e smartphone Asus e Samsung fatti in Cina e Corea, a basso prezzo. Se fossero stati fatti in Europa, sarebbero più cari, e non ve li potreste permettere. I consumatori infatti comprano, senza pensare che stanno pagando lo smartphone a “basso” prezzo pagandolo però con qualcosa di molto caro: la disoccupazione dei figli ormai trentenni, che non hanno mai imparato un mestiere e non lo impareranno più. Che non avranno figli, né casa, né dignità personale.
Il punto è che anche il sistema di finanziare il consumo a credito, escogitato dal capitalismo liberista, aggrava la deflazione fino a giungere a un punto zero, di paralisi completa dell’economia. La paralisi che cominciamo a vedere tutto attorno a noi.
Perché? Per spiegare i perché, bisogna ricordare il trucco bancario fondamentale, il “credito frazionale”. A voi fanno credere che le banche prestano il denaro che voi e gli altri risparmiatori avete depositato. Non è così. Se una banca riceve da un risparmiatore un deposito di 1000 euro, ne presta (in qualche modo ne “deve” prestare) diecimila. E’ denaro fittizio, vuoto, che la banca “crea” indebitando: aziende e famiglie che chiedono fidi e mutui. Come fa’ a funzionare il trucco? Perché fin dalla prima rata, i 10 debitori a cui la banche ha “prestato” 1000 euro inesistenti, cominciano a restituire il rateo di capitale, più l’interesse. Diciamo, per semplicità di calcolo, che ciascuno dia 100 euro; siccome sono in dieci, la banca si trova con mille euro, veri, fin da subito, e può far fronte agli impegni senza rivelare il trucco: ossia che a riempire di valore vero il denaro digitale e “vuoto” che crea, sono i faticatori, i lavoratori, e i produttori reali, imprenditori. Che restituiscono non solo il capitale (il principale), ma gli interessi che pagano alla banca…
Se ancora non avete capito, tenete presente la sintesi magistrale dell’Enciclopedia Britannica: “La Banca lucra gli interessi da tutto il denaro che crea dal nulla”. E’ la definizione più concisa del trucco: la banca estrae il suo interesse dal “vostro lavoro”, da quello del vostro imprenditore che vi impiega.
Oggi è abbastanza noto che il denaro non è emesso dalla banca centrale; il 90 per cento, anzi più, è denaro creato dalle banche private, che lo creano indebitando: noi, voi, le imprese, gli stati. Il punto di paralisi è quando le banche non riescono più a indebitare il prossimo: o perché i consumatori non possono indebitarsi ancora pagando già troppi interessi sul loro salario (o non avendo più salario), o perché le imprese non chiedono più fidi a causa della recessione, e non c’è mercato per le merci che producono.
Quando questo succede, la massa di denaro, che le banche producono indebitando il mondo, cala. E’ la deflazione. Che si instaura nonostante le banche centrali facciano enormi quantitative easing: riempiono le banche di soldi a tasso zero e sottozero, ma è inutile. Il denaro resta lì, al massimo alimenta bolle speculative, produce inflazione in Borsa. La BCE punisce le banche facendo pagare un interesse negativo sui loro depositi presso la banca centrale? L’effetto finale è che offrono alla speculazione i mezzi per comprare i cespiti produttivi di intere nazioni “con lo sconto”. Quando media e governo si rallegrano di aziende italiane comprate da capitali esteri, sono criminali; ma ancor più lo sono in regime d deflazione mondiale, perché i capitali esteri (presi a prestito a tasso negativo) che comprano una ditta italiana, di fatto la comprano con lo sconto. Per un boccon di pane, anzi per una briciola.
In questa fase, uno Stato dovrebbe vietare gli investimenti esteri. E’ l’estremo saccheggio offerto al capitalismo selvaggio.
Ma devo spiegare ancora perché il credito bancario, che crea denaro dal nulla, crea deflazione. Ineluttabilmente, nel quadro del capitalismo libero. In modo ricorrente. La risposta, se ci pensate, è ovvia. Le banche, quando indebitano (poniamo) un salariato che chiede un mutuo, “creano” per lui il denaro che costituisce il capitale, ma non creano quello che è necessario a ripagare gli interessi. Il debitore si troverà sempre “in affanno” a meno che non produca molto e molto di più del debito, per esempio con l’export. Avrà sulla schiena sempre un “eccesso di debito”, impagabile, che alla fine lo indurrà a smettere di indebitarsi – perché tutto ciò che guadagna va alle banche ai creditori – e quindi provocando la diminuzione del circolante, quel 90% di circolante creato dalle banche indebitandoci. La massa monetaria può sembrare esista ancora; ma la sua circolazione rallenta e infine si ferma del tutto. La deflazione si instaura, provocando disoccupazione di massa, ‘sovrapproduzione’ invenduta, fame, guerre. Ed è invincibile.
Invincibile nel sistema capitalista, e della libertà delle banche di creare moneta. Ma vincibile con metodi che il capitalismo odia.
Essenzialmente, bisogna creare in qualche modo denaro libero da debito, e libero da interessi, da iniettare direttamente nelle tasche dei consumatori, in modo da permettere loro di pagare gli interessi sul debito contratto. Questo è il rimedio “alla Keynes”, che non intacca la creazione di denaro bancario per indebitamento, ma anzi lo rimette in piedi. Persino l’ultra-liberista Milton Friedman suggerì di lanciare dollari dall’elicottero, anzi fu lui l’inventore dell’idea della Helicopter Money.
Ci sono metodi più fondamentali ed anche fantasiosi, come quelli escogitati dal Terzo Reich per far uscire la potenza industriale germanica dal gelo della deflazione: effetti MeFo eccetera; non sto qui a ricordarli perché richiedono sovranità monetaria e un governo autoritario, in un clima in cui la globalizzazione di allora – che portò al 1929 – fu interrotta di fatto dalla grande Depressione.
Tutti i metodi però coinvolgono quel che il Nobel francese Maurice Allais formulava così: “Restituire allo Stato, e allo Stato soltanto, il potere di creare moneta”. Moneta senza interessi con cui rimettere in moto l’economia pagando salari. E’ quel che un altro grande economista per nulla statalista, Irving Fisher (il rivale di Keynes) propose con il nome di 100% Money: ossia le banche abbiano una riserva obbligatoria del 100 per cento, non del 5 o 2 per cento come oggi. In altre parole, possano prestare solo l’ammontare dei depositi che hanno in cassa e non di più.
Naturalmente, l’orripilata reazione dei teorici del capitalismo è prevedibile: “Volete restituire ai governi, ossia ai politici, il potere di creare moneta?! Ma avete presente come sono corrotti? Proprio per sottrarre alla corruzione politica abbiamo separato il Tesoro dalla Banca centrale, lasciando che siano le banche private a prestare, creando denaro sul mercato del debito!”. La risposta dovrebbe essere semplice, se siete in buona fede: “Perché, i banchieri si sono mostrati meno corrotti? Hanno abusato meno del potere di creare moneta? Ne hanno abusato di più, ancor più irresponsabilmente, provocando crack, bolle, una mostruosa nuvola di derivati, sprechi, soldi agli amici e niente ai nemici. Prestiti andati a male, ossia investimenti da incapaci o da delinquenti; che si son fatti pagare dai contribuenti (bail-out), col ricatto che le banche non possono fallire, altrimenti si trascinano via i vostri risparmi. Difficilmente dei politici avrebbero potuto fare peggiori disastri”.
E’ un rischio inerente al potere di creare moneta. Motivo per cui occorre controllare da vicino chi lo ha. I politici li controlliamo meglio del “sistema bancario globale”, o no?
L’altro grido di orrore che viene dai teorici dell’ideologia è: “Lasciate allo Stato il potere di creare moneta, ed avrete l’iper-inflazione. I politici stamperanno come in Zimbabwe”. Che stranezza: la Federal Reserve, la BCE, la Bank of Japan (e mettiamoci anche la banca cinese, che ha iniettato trilioni per mantenere gonfia la bolla immobiliare ed azionaria), stampano a perdifiato, e l’iper-inflazione stile Zimbabwe non si vede. Anzi hanno instaurato la deflazione, perché hanno dato quei soldi alle banche. Che se li tengono.
Risorse non utilizzate
Di fatto, l’inflazione alza la testa solo quando il sistema economico globale raggiunge la piena capacità produttiva. Siamo lontanissimi da questa condizione, e lo dimostrano i fatti che ci vediamo attorno: masse di inoccupati (i trentenni di Socci) mentre le risorse (che coi salariati servono a produrre beni) restano inutilizzate: petrolio ribassato, rame con lo sconto, noli navali per trasporti di materie prime in calo mai visto. E’ la classica situazione in cui bisogna produrre denaro senza interessi da mettere nelle tasche dei lavoratori (e persino dei non lavoratori) perché comprino le merci che adesso soffrono di “sovrapproduzione”.
Le banche centrali (possedute dalle private) non vincono la deflazione per un semplice motivo: i loro quantitative easing non sono altro che degli asset swap, una compravendita di attivi finanziari: dollari ed euro contro titoli pubblici o privati. I soldi non vanno nell’economia reale, che rimane assetata ed affamata dei fondi necessari per creare domanda, la quale creerebbe lavoro.
Bisogna dare soldi alla gente. Gli 80 euro di Renzi? Sono nella direzione giusta, ma: troppo poco, troppo discontinuo e troppo limitato – limitato anche mentalmente. L’intenzione era di aumentare “i consumi”: ridare un po’ di fiato al sistema terminale del capitalismo. Pochissimo fiato, e nulla per i trentenni “senza un posto nel presente e nel futuro”.
Cosa fare? Come in tutti i tempi di crisi, sorgono dal basso delle idee non convenzionali.
Gli svizzeri decideranno per referendum se togliere alle banche il potere di creare denaro indebitando: sono state raccolte le firme per il referendum, ai cittadini la parola.
Il governo dell’Islanda ha preso in considerazione la stessa proposta: ritirare, per legge, il diritto alle banche private di creare moneta, per mettere fine al ciclo di boom e crack ineluttabile quando la moneta diventa una merce .
Aggravata dalle sanzioni globaliste e dal calo del greggio (manipolato dai suoi nemici) la Russia di Putin ha sul tavolo le proposte del suo consigliere Sergey Glaziev: prestiti mirati a industrie e imprese capaci di produrre beni di sostituzione a quelli importati, a tassi d’interesse bassi (1-4%), finanziati dalla banca centrale con la creazione di moneta.
Più importante se non foss’altro, perché viene da Londra, la capitale del dogma – la proposta del candidato laburista Jeremy Corbyn, “quantitative easing per il popolo”. La Banca centrale, invece di creare moneta dal nulla per le banche, dovrebbe crearla per darla “autorità locali”, casse create per specifici propositi, trust sanitari, insomma banche popolari vere che nascono apposta per finanziare investimenti, infrastrutture e risanamenti che i “mercati finanziari” mancano completamente di considerare, e per dare salari per lavori utili che adesso mancano.
E’ un ordine di idee accettato persino da Bernanke e da Friedman, almeno nella situazione d’emergenza è che è la deflazione pienamente consolidata. Allora da dove vengono gli ostacoli? Dalle normative UE dettate dai tedeschi e da tutti noi accettate.
“La proposta di Corbyn – ha scritto il Telegraph – si scontra con l’art.123 del Trattato di Lisbona, che proibisce alle banche centrali di finanziare la spesa pubblica”. Se il Labour di Corbyn andasse al governo, dovrebbe lottare per tre anni di lotta legale con la Corte di Giustizia Europea”.
Sui media inglesi, Corbyn è demonizzato e mostrificato più ancora d Putin. Buon segno. Vuol dire che fa paura ai padroni del sistema. Se avrà successo, ci toccherà ancora una volta ringraziare gli inglesi di averci “liberato” dai tedeschi?
Fra pochi mesi gli elettori di Assisi dovranno
scegliere chi dovrà governare in futuro il nostro comune. È probabile
che ci siano molte opzioni e vari candidati sindaci, ma nessuno di
sinistra.
Usiamo ancora questa espressione, perché per noi il
mondo è ancora fatto, e anzi sempre di più, di pochi ricchi e miliardi
di poveri, di sfruttatori e sfruttati, di finanza speculativa e duro
lavoro manuale, di chi evade le tasse e di chi le paga e pensa che
dovrebbero essere progressive, di chi commette ingiustizie e di chi le
subisce, di chi pensa solo a se stesso e di chi è solidale, di chi
respinge i migranti e di chi li accoglie, di chi elimina i diritti già
esistenti e chi ritiene che altri diritti, a cominciare da quelli
connessi al mondo del lavoro, debbano essere ottenuti e praticati, di
chi esclude e ha paura dell’altro e chi include, di chi ritiene la
natura e il territorio una merce e un’occasione di arricchimento e chi
la rispetta.
Noi pensiamo insomma che esistano una destra e una
sinistra, per il modo diverso di vedere il mondo, la società,
l’economia, la cultura.
Per questo riteniamo che ad Assisi occorra che sia
presente, con una sua autonoma lista e un suo candidato sindaco, una
progettualità che faccia dell’eguaglianza sociale, della democrazia,
della solidarietà, della libertà, i punti fondamentali della propria
azione amministrativa.
Redistribuzione del reddito, creazione di lavoro nel
rispetto di diritti umani e sociali, rilancio del turismo laico,
accoglienza degli immigrati, degli esuli, dei profughi, dei poveri nelle
strutture religiose e nelle proprietà inutilizzate.
Vogliamo una città che non si limiti a sventolare il
vessillo della pace, ma faccia quotidianamente azioni concrete in questa
direzione, dove i gemellaggi siano veri scambi culturali e la
cooperazione praticata e sia un antidoto al razzismo dilagante.
Un soggetto politico che salvaguardi ambiente,
paesaggio, territorio e monumenti, nella logica del recupero, e non
faccia un PRG clientelare e a crescita smisurata e deturpante, che crei
spazi sociali per bambini, giovani e anziani, che crei vere
manifestazioni culturali e non di basso consumo, che favorisca
l’associazionismo e il volontariato, che sia la città di Francesco e non
solo di Bernardone.
Vogliamo essere inclusivi e, per avere peso ed essere
rappresentativi, lo possiamo fare solo insieme e con la partecipazione
di tutti voi, con le vostre/nostre idee, con il vostro/nostro impegno,
sapendo che non solo si può e si deve essere alternativi alla destra e
alla cattiva gestione locale fatta dal centrodestra, ma anche
alternativi al PD responsabile delle politiche nazionali che tagliano
risorse e servizi ai comuni, che svuotano di democrazia effettiva le
assemblee consiliari, che eliminano la partecipazione alle scelte.
Per questo vi invitiamo ad aderire al nostro appello,
costruendo insieme il nostro futuro nel pieno rispetto di Assisi come
bene comune e del messaggio francescano.
Ma possibile che io mi debba imbestialire pure alla fine dell’anno?
Leggo
l’intervista di Bersani sul Corriere della Sera. Molte riflessioni
giuste, anche se continuano a lasciarmi perplessa le critiche a Renzi
fatte con il tono del padre che riprende il figlio un po’ birbaccione,
che poi è come fare una tiratina di orecchie al bambino pestifero che ha
dato fuoco alla casa giocando con i fiammiferi.
“Fatico
a pensare che gli italiani percepiscano la riforma del Senato come
l’appuntamento epocale. È un passo in avanti, per quanto
contraddittorio, ma è sbagliato appendere tutto lì. Cercherei di
mettermi in sintonia con quel che pensano mediamente i cittadini, che
hanno altre preoccupazioni e sensibilità”. E qui mi inferocisco!
Anche
il fascismo non fu mediamente percepito come un pericolo, tanti
processi furono sottovalutati nel corso della Storia e perciò ci sono le
classi dirigenti: per avvertire dei pericoli e trovare il modo di
evitarli.
Non
è un passo in avanti, caro Bersani, tanto è vero che dicesti che il
combinato disposto tra la riforma del Senato e l’Italicum era una
follia. Cambiato idea?
Non
è che sdrammatizzando la riforma costituzionale disinnesti il
referendum che Renzi ha indetto su se stesso. Renzi farà i fuochi di
artificio durante la campagna referendaria e gli spari copriranno la tua
flebile voce che sussurra: “Discutiamo nel merito della riforma”.
Faccio
seguito al punto 3. Come hai in mente di gestire la campagna
referendaria? Dicendo che la riforma costituzionale è una quisquilia?
Ah, sì? Quindi è per questo che i Padri Costituenti hanno previsto il
referendum se le modifiche alla Costituzione non sono approvate da
almeno i 2/3 dei parlamentari? Perché non è materia interessante, eh?
Pertanto,
che tu lo voglia o no, caro Bersani, Renzi ha già impostato la campagna
referendaria nel senso di una lotta per la sua sopravvivenza politica e
su questo tema chiamerà a raccolta tutto il partito, te compreso. Se il
PD organizzerà i banchetti chiederà anche a te di presenziare.
Immagino
che porgerai i volantini ai visitatori dei banchetti dicendo: “Ma no,
non è una cosa seria, i cittadini hanno altre preoccupazioni, noi stiamo
qui per far contento Renzi, se no si innervosisce, mica perché è una
roba importante”.
Però
sulle schede referendarie sono riportate solo due opzioni: Sì e No.
“Chissenefrega” non c’è, perciò i visitatori dei banchetti rimarranno
molto perplessi.
Siccome
mancano alcune ore alle libagioni di Capodanno siamo ancora abbastanza
lucidi e in grado di capire che ti stai precostituendo un alibi
attendista: ancora una volta la Sinistra PD non prende in mano le
redini, ma lascia fare agli eventi. Ci sono le amministrative di mezzo e
potrebbero avere un esito catastrofico per Renzi. Ma per merito della
Provvidenza, mica della Sinistra PD, che invece farà diligentemente la
campagna elettorale per le amministrative dopo aver piazzato un po’ di
candidati. Peraltro con l’aspettativa di ottenerne il più possibile: la
paura di un disastro elettorale potrebbe consigliare a Renzi di essere
di manica larga nelle candidature in quota Sinistra Dem.
Tutto un po’ “vediamo che se po’ fa’, ma senza rischiare il culo”.
Fammi capire, Bersani, è questa la strategia per riconnettere il PD con l’elettorato di sinistra e riconquistare il partito?
Accorciare il ciclo di vita di una merce è una strategia produttiva (che
serve a mantenere artificiosamente alta la domanda) vecchia quanto il
marketing.
Serge Latouche ci ha scritto un libro (Usa e Getta, Bollati e Boringhieri, 2013). Cosima Dannoritzer ne ha tratto uno splendido documentario (Comprar, tirar, comprar, disponibile su You Tube).
Ogni consumatore la teme. E' la conseguenza più spregevole della logica
economica della crescita fine a sé stessa. Si chiama obsolescenza
programmata. E' quell'insieme di accorgimenti tecnici messi in atto dai
produttori per far durare le merci meno di quanto potrebbero. In pratica
i progettisti inseriscono deliberatamente nei prodotti di largo consumo
dei punti deboli destinati ad usurarsi o guastarsi entro un tempo
massimo prestabilito e tali da non poter essere riparati o sostituiti.
Quante volte ci siamo sentiti dire: "Caro signore, le conviene comprarsi
un prodotto nuovo (sia esso una lavatrice o la stampante del computer,
un orologio o un l'ombrello, il rasoio e persino l'automobile), perché
costa meno cambiarlo che aggiustarlo". Per evitare il riciclo dei
componenti dei computer perfettamente funzionanti, ad esempio, i
costruttori li saldano in modo da impedirne lo smontaggio. L'artigianato
di riparazione, che per definizione è labour intensive, è eliminato.
Accorciare il ciclo di vita di una merce è una strategia produttiva (che
serve a mantenere artificiosamente alta la domanda) vecchia quanto il
marketing. Sono noti i casi dei maggiori produttori di lampadine che si
accordarono per mantenere basso il tempo di funzionamento medio delle
lampadine, oppure della fibra in nailon della Dupont, praticamente
indistruttibile, ritirata dal mercato.
Peccato che con l'obsolescenza programmata non buttiamo via solo
oggetti, energia, risorse naturali, ma anche il tempo della nostra vita
dedicato a produrre e a comprare merci-spazzatura. In una parola,
rendiamo insignificante la nostra vita. Per essere precisi, la
sacrifichiamo al fine della continuazione della produzione industriale
di massa. Il consumatore, anche quello più attento e consapevole, spesso
non ha gli strumenti informativi per difendersi e poter scegliere cosa
comprare. Le normative europee sulla garanzia degli elettrodomestici e
degli apparecchi elettronici non vanno oltre l'obbligo dei due anni. Nei
fatti, una licenza a favore dell'obsolescenza.
Ma alcuni stati (la Svezia e la Gran Bretagna) hanno cominciato a
pretendere dai produttori maggiori prestazioni. In altri (il Belgio e la
Francia) ci si sta muovendo. Meritoria, quindi, l'iniziativa dei
deputati Giulio Marcon e Luigi Lacquaniti (Sinistra ecologia libertà)
che hanno depositato una proposta di legge "Disposizioni per il
contrasto dell'obsolescenza programmata dei beni di consumo".
L'obiettivo è di fare emergere in etichetta anche la durata potenziale
del prodotto, all'interno di un elenco di beni di consumo dove la
obsolescenza sia calcolabile. Nonché la possibilità o meno di poterli
riparare.
Calpesta e derisa, ma soprattutto malmessa e divisa, la cosiddetta
"sinistra radicale" italiana si trova all'alba del 2016 nella
paradossale condizione di essere decisiva nelle prossime elezioni
amministrative di molte città.
Non tanto i suoi leader (oddio, leader...) il cui prestigio già
scarsino da tempo si è ulteriormente assottigliato con il penoso
spettacolo del "tavolo costituente" del nuovo partito (una prece).
Quanto i suoi elettori: che a dispetto delle pessime rappresentanze
esistono - per valori, ideali, interessi - e tutti insieme valgono una
cosa che sta almeno tra il 5 e il 10 per cento. E non sto parlando degli
elettori potenziali di sinistra che poi si frantumano tra
astensionismo, M5S e abbrivo piddino (quelli sono molti di più): sto
parlando proprio di quelli che si ostinano a votare e a votare qualcosa
di dichiaratamente di sinistra e a sinistra di Renzi. Per capirci, sto
parlando di quelli che all'ultimo giro hanno scelto Luca Pastorino in
Liguria o Tommaso Fattori in Toscana, rispettivamente il 9,4 e il 6,2
per cento.
Ecco, questa fetta di pervicaci che Renzi percula da un anno adesso
viene riscoperta: e da settimane il Pd sta mandando il poliziotto buono
Matteo Orfini a cercare di riportarla all'ovile.
Ultima puntata, l'intervista del presidente del Pd a "il Manifesto"
di oggi. Nella quale ci spiega che «alle amministrative si possono avere
maggioranze tra forze che nazionalmente hanno posizioni diverse», «le
condizioni per tenere vivo il centrosinistra ci sono», «spero che la
sinistra resti più unita possibile» etc etc.
La ragione di questo prodigarsi del Pd alla sua sinistra è semplice e si chiama Movimento 5 Stelle.
Il caso più eclatante è Torino: dove la candidatura di Giorgio
Airaudo potrebbe bastare per impedire a Piero Fassino la vittoria al
primo turno; e se l'ex segretario Ds sarà costretto al ballottaggio, la
probabilità di essere superato al secondo turno da Chiara Appendino è
tutt'altro che remota.
Qualcosa di simile potrebbe succedere a Roma: dove la popolarità del
fu centrosinistra, dopo la cacciata di Marino, è ai minimi storici; e il
M5S avrebbe buone probabilità di arrivare al ballottaggio anche
candidando il gatto di Casaleggio.
In questi casi si sa come fa Renzi, di volta in volta: strizza
l'occhio a chi gli è più utile. Del resto è l'uomo che ha fatto il patto
del Nazareno per cambiare la Costituzione e poche settimane dopo ha
messo Forza Italia fuori dai giochi per il Quirinale, illudendo così
tutta la sua minoranza interna. Invece, ovviamente, non c'era niente da
illudersi: c'era solo da prendere atto che il premier è uno
spregiudicato giocatore su più tavoli, a seconda della convenienza del
momento.
E la convenienza del momento ora è riportare quel 5-10 per cento
nell'alveo del centrosinistra - pur essendo questo stato seppellito dal
partito della nazione, dal Jobs Act e da tutto il resto.
Sebbene questa dinamica d'opportunismo sia evidente anche a un
bambino di cinque anni, c'è una parte della sinistra cosiddetta radicale
che ci crede
o finge di crederci: nel primo caso per un misto di ingenuità e
nostalgia del 2011, nel secondo sperando probabilmente in qualche
strapuntino - assessorati, Asl, consigli di zona e altre briciole.
Per carità, ciascuno faccia come crede, a sinistra: e capisco anche che in alcune realtà locali (tipo Milano) possa prevalere negli animi l'onda lunga del tempo che fu (il 2011, appunto) e la speranza che non ci sia risacca a destra.
Ma almeno cerchiamo di non nasconderci dietro un dito e di averne
piena contezza, nel decidere: passate le amministrative, le sirene
piddine verso sinistra cesseranno magicamente di cantare.
Anche perché poco dopo ci sarà il referendum costituzionale, sul
quale Renzi punta invece di fare il pieno di consensi al centro e
destra.
E qui a sinistra saremo ricacciati tutti nel girone mediatico dei gufi, dei frenatori e dei professoroni.
Benvenuti
nell’anno della crescita, di quella consistente e definitiva visto che
il 2015 è stato portatore di un misero +0,6% ben lontano dalle
aspettative baldanzosamente agitate dal guappo di Palazzo Chihi e dal
suo governicchio. Questa però è la volta buona, lo ha detto anche
la sagoma di cartone apparsa in televisione il 31 dicembre. Beato chi
ancora ci crede o è talmente impaurito da voler credere a qualsiasi
cosa. Perché se una cosa è certa è proprio che il terreno nel
quale questa fantomatica ripresa dovrebbe mettere radici sono
inesistenti. E non è difficile capirlo se si prende quello 0,6 per cento
e lo si analizza: gran parte dell’aumento è dovuto ai consumi (da 924 a
930 miliardi) peraltro stimolati da inediti tipi di
commercializzazione soprattutto nel settore dell’auto, che si trascina
dietro consumi di carburante, assicurazione e quant’altro. Invece le
esportazioni nette hanno subito un calo dello 3,3% e questo in un
periodo che ha visto una svalutazione dell’euro del 18% che avrebbe
dovuto creare una situazione quanto mai favorevole. Almeno nelle favole
perché essendo il nostro commercio principalmente orientato verso l’area
euro ( e quelle fuori ce le giochiamo, vedi sanzioni alla Russia) il
vantaggio competitivo si azzera o può essere ottenuto solo attraversi i
massacri sociali.
Altra dolente nota viene dal quantitative easing di Draghi che
avrebbe dovuto fare faville, ma che si è rivelato più che una misura
economica un gancio politico per agitare speranze e contenere i
malumori, procastinare in tutti i modi il riconoscimento della natura
disfunzione dell’euro. Di fatto in presenza di una crisi ormai sistemica
della domanda l’immissione di denaro non ha avuto gli effetti sperati,
non ha significativamente alzato i prezzi ( e per fortuna qualunque
cosa ne pensino gli economisti main stream), non ha davvero rimesso in
moto il credito perché le aziende hanno preso denaro a costo basso per
ripagare i vecchi debiti più onerosi e di certo non pensano a
investimenti che si scontrerebbero con una domanda stagnante. Se poi si
tiene conto che il denaro del QE è di fatto garantito dalle banche
nazionali e dalle tasse presenti e future, si ha la misura del disastro o
meglio la trappola in cui si è andati a cacciare perché le misure per
sostenere la cosiddetta moneta unica mettono le basi per il suo
disfacimento. Una contraddizione che annuncia l’artificialità di certe
logiche e la loro gestione in funzione politico sociale che ha come suo
presupposto operativo che sia un coacervo di poteri sovranazionali non
eletti a sostituire nelle decisioni quelli elettivi nazionali. Non a
caso le nuove regole bancarie porteranno direttamente alla fine
progressiva del sistema creditizio nazionale, lasciando ogni decisione,
compresa quella sulle tasse, alla troika.
Benvenuti dunque nel 2016 nel quale l’unico elemento visibile e
ipotizzabile di crescita sarà essenzialmente legato alla liberazione
della piccola evasione grazie all’aumento del limite di utilizzo del
contante. E del resto è persino ovvio, visto che ormai l’unica sovranità
realmente rimasta in economia come in politica pare essere è quella
della corruzione.
Il
Blocco sociale del neokeynesismo è destinato a soccombere o a un forte
ridimensionamento, a farne le spese saranno ben presto la istruzione e
la sanità pubblica (per come le abbiamo conosciute ) ma anche numerosi
ammortizzatori sociali. Non si tratta di una profezia ma di leggere
obiettivamente la realtà per quella che è a partire dai decreti
attuativi del Jobs act e guardando con distacco la esaltazione del
reddito minimo sociale da parte di quanti erroneamente pensano che la
fine del neokeynesismo determinerà la ridistribuzione del welfare e dei
redditi magari a favore dei precari, di chi sta nella gestione separata
dell'inps.
Sarebbe opportuno guardare alla Germania di inizio secolo e al
governo a guida socialdemocratica per cogliere le numerose, troppe ,
analogie e coincidenze con il Governo Renzi, dalla riforma del Lavoro
(abbattimento dei sussidi di disoccupazione, riduzione degli
ammortizzatori sociali mini job da 450 euro e medi job da 800 presentati
come aumento dei posti di lavoro) allo smantellamento di uno dei piu'
importanti e garantisti welfare mondiali con un drenaggio della
ricchezza prodotta dai redditi ai grandi capitali (con una revisione
delle aliquote che favorisce i redditi alti).
Senza entrare nel dettaglio (lo fa per noi Alessandro Somma in un bel
testo recentemente uscito "L'altra faccia della Germania Derive Approdi
2015) , il Governo Renzi si muove su una strada già battuta, dieci anni
fa il capitale europeo decise che per le riforme strutturali richieste
dal neoliberalismo e dal capitalismo europei fosse indispensabile un
governo di centro-sinistra
Con il pareggio di Bilancio in Costituzione, il Bilancio pubblico e
il controllo dell'economia è stato trasferito dai Parlamenti nazionali a
organismi sovranazionali, da qui nasce la continua riduzione della
spesa sociale, il ridimensionamento del welfare, l'aumento dei costi di
servizi sanitari accessibili per altro ad un numero sempre piu' limitato
di potenziali utenti con l'aumento delle malattie e in prospettiva la
riduzione stessa della speranza di vita.
L'euro è stato lo strumento con cui l'Europa a guida tedesca ha
costruito politiche neoliberiste di austerità da una parte e dall'altra
di espansione dei capitali evitando che i paesi piu' deboli usassero la
leva della svalutazione della moneta nazionale per riconquistare
competitività. Se la Grecia avesse avuto questo strumento oggi non
vedrebbe forse il suo patrimonio pubblico in svendita
Il nuovo secolo è a guida tedesca, decine di banche tedesche sono di
fatto pubbliche , di proprietà dello stato e dei lander, finanziano le
imprese pubbliche e private sostenendone la domanda ma poi pretendono
che nel resto d'Europa si applichino le regole neoliberiste, analogo
discorso vale per la moneta unica , l'euro , di cui il massimo
beneficiario è proprio la Germania. Dove finiscono nel resto d'Europa i
risparmi nazionali? Non a sostegno del reddito e della domanda, non a
supporto del debito statale, non ad allargare i beneficiari del welfare o
a investimenti nel settore pubblico, primo tra tutti nella ricerca, i
soldi prendono altre strade e a beneficiarne sono i capitali, le imprese
La sovraccumulazione di capitale non prende la strada del sostegno
alle politiche del lavoro, anzi l'ampliamento di alcuni ammortizzatori
sociali è finanziato con la contrazione degli stessi in termini di
durata il che si ripercuote negativamente sulla forza lavoro delle
imprese poco competitive e sancisce la espulsione dal mercato del lavoro
di una manodopera vicina alla pensione con ampio ricorso ai part time .
La circolazione dei capitali è indirizzata a politiche diametralmente
opposte a quelle Keynesiane, nella fase attuale i capitali sono
indirizzati prevalentemente alla costruzione di una area di mercato
transazionale e per questo sempre meno risorse sono indirizzate al
welfare e alle politiche attive del lavoro. Anzi, i settori pubblici o
sono privatizzati oppure subiscono linee guida che stravolgono il
carattere pubblico degli stessi servizi (esempio eloquente è la sanità)
In questo scenario, a livello nazionale, i vari Governi intraprendono
politiche dettate dalla riduzione del potere di acquisto, il
ridimensionamento del sindacato e la ridefinizione dei modelli di
welfare riducendo complessivamente i soldi destinati allo stesso ma
ridefiniscono al contempo la platea dei destinatari. Capiamo le ragioni
dei sostenitori del reddito minimo sociale ma non possiamo condividerne
l'entusiasmo, tuttavia pensiamo sia una mera follia rifiutare in toto la
revisione dell'attuale welfare . Senza cedere di un cm al governo Renzi
bisogna mettera all'ordine del giorno la cancellazione della Riforma
Fornero e del Jobs act ma anche l' aumento delle tutele a favore di
settori precari che pagano tasse senza ricevere in cambio trattamenti
previdenziali e ammortizzatori sociali degni di questo nome. Ma lo
ripetiamo ancora una volta per i novelli fautori del lavoro autonomo: i
soldi tolti al welfare keynesiano non andranno a precari e disoccupati
se non in minima parte, il 90% dei cosiddetti risparmi favorirà quei
soggetti che poi sono gli stessi sfruttatori dei precari di oggi e di
domani
Scrivere che va affermandosi un welfare realmente universalistico è
un nonsense soprattutto in una società dove si restringono gli spazi di
agibilità e di democrazia partecipativa. Gli ammortizzatori sociali oggi
sono inadeguati perchè non raggiungono tutti i soggetti sociali ma
non siamo convinti che di per sè il reddito minimo sociale (pagato con
la disoccupazione di massa, con il lavoro volontario e lo smantellamento
dei contratti nazionali) determini uno spazio di solidarietà collettiva
rivolto alle svariate forme di impiego e di lavoro. L'esperienza del
reddito minimo in Europa non ha dato vita ad un movimento di
disoccupati, piuttosto le mobilitazioni scaturiscono dalle decisioni dei
Governi miranti a ridurre sussidi e sovvenzioni e piu' in generale lo
stesso welfare.
Ci viene quindi il dubbio (o la certezza) che alcuni dei sostenitori
del reddito minimo siano piu' in linea con quella idea dello statuto dei
lavori (pensata di inizio secolo di Treu e di Amato) che con la difesa
delle tutele esistenti e la loro estensione a tutte le forme lavorative
dell'oggi. Da qui a negare la necessità del reddito minimo corre grande
differenza ma è troppo chiedere ai sostenitori di questa misura un po'
di attenzione alle ragioni e alle cause reali che porteranno alla sua
approvazione?
Ed è troppo pretendere che non si finisca ancora una volta nella rete
della Cgil che in crisi di rappresentanza si erge a tutela dei precari
che vivono in condizioni di miseria grazie anche alle politiche
sostenute da Cgil Cisl Uil?
Ovviamente diamo per scontato (a torto probabilmente) che il
sindacalismo di base, le realtà sociali vogliano mettersi in rete e
costruire dei percorsi alternativi e inclusivi a partire anche delle
modalità con cui si costruire oggi la pratica sindacale e
l'organizzazione della classe lavoratrice nelle sue molteplici realtà
Globalizzazione e finanziarizzazione dell'economia sono tra le cause
del ridimensionamento del welfare e della stessa compressione dei salari
(il potere di acquisto cala ogni anno , il lavoro dipendente perde
statisticamente terreno a favore solo dei profitti di impresa). L'euro è
lo strumento privilegiato con cui si riorganizza nel vecchio continente
non solo l'accumulazione capitalistica ma si eliminano al contempo le
anomalie nazionali, una sorta di conflitto inevitabile con il moderno
capitalismo transazionale che per affermarsi ha bisogno di cancellare
ogni forma di tutela collettiva, che riscrive le costituzioni e gli
statuti dei lavoratori eliminando ogni riferimento a un indirizzo, pur
vago, dell'economia a fini sociali (su questo rimandiamo a Vladimiro
Giacchè Costituzione italiana contro trattati europei e soprattutto a
Domenico Moro Globalizzazione e decadenza industriale entrambi editi da
Imprimatur)
Ridurre la spesa sociale significa anche evitare che i soldi pubblici
vadano a incrementare la domanda e le misure che determinano il welfare
perché il capitalismo di oggi non ha bisogno di queste misure per
affermare i suoi interessi, da qui la crisi del modello Keynesiano e del
blocco sociale di riferimento, da qui nasce l'elogio della precarietà
per affermare una nuova classe lavoratrice ricattabile, senza tutele e
senza sindacato. Una nuova idea di lavoro , di impresa e di cittadinanza
potrà nascere dalla derogalamentazione del diritto di lavoro e da una
democrazia bonapartista incarnata dal partito della nazione?
Contrariamente a quanto scrivevano alcuni (Negri in primis) non sono
scomparsi gli stati nazione che oggi sono impegnati soprattutto nel
promuovere politiche di deregolamentazione giuslavorista, quindi lungi
dallo scomparire gli stati nazionali hanno ridefinito ruoli e funzioni
nella fase di sovra accumulazione (di capitali e di merci).
Provare a dimostrare la ragionevolezza, anche in ambito
capitalistico, delle ricette neokeynesiane è un esercizio diffuso tra
gli intellettuali di sinistra, noi sappiamo che favorire la domanda
sarebbe sicuramente preferibile a politiche di austerità ma si dimentica
che in una certa fase storica è stato lo stesso capitalismo a sposare
queste teorie che oggi risultano inadeguate a superare le contraddizioni
sistemiche.
Numerosi intellettuali, invece di analizzare il modo di produzione
capitalista, si fermano solo alla fase distributiva e sognano i bei
tempi andati assumendo caratteristiche nostalgiche al pari di chi oggi
rimpiange la rivoluzione socialista e ritiene che la soluzione ad ogni
contraddizione sia la rinascita di un partito comunista senza prima
discutere di programmi, finalità dello strumento organizzativo.
Ma ancora piu' pericolose sono in realtà le fusioni a freddo di ceto
politico, esperienze come quelle di Sinistra Italiana sembrano essere
costruite per illudere sulla nascita di una nuova aggregazione di
sinistra che poi, forte di qualche consenso elettorale, andrà a mediare
con il Pd per costruire alleanze elettorali e di governo locale. Una
volta per tutte va detto che con il neoliberalismo del Pd non ci possono
essere alleanze e interlocuzioni, lo scriviamo alla vigilia di alcune
tornate elettorali che vedranno rompersi alleanze "a sinistra" a favore
della permanenza nelle coalizioni con il pd, del resto, come diceva un
ministro democristiano di lungo corso, il potere logora chi non lo
possiede....
Le fusioni di imprese, di cui accennavamo prima, hanno bisogno di una
deregolamentazione giuslavorista, di ridurre il potere di acquisto e di
contrattazione sindacale e parliamo di processi che avvengono a livello
europeo pur avendo alcune accelerazioni nei paesi meno competitivi del
vecchio continente dove l'austerità sta producendo danni sociali
incalcolabili, oltre a ridurre sul lastrico l'economia nazionale
regalando a prezzi di favore quote azionarie e aziende a multinazionali
dei paesi piu' avanzati.
I paesi europei ormai fanno a gara per favorire le condizioni
migliori per l'arrivo dei capitali, non importa ai governanti locali se
tutto cio' si tradurrà nella devastazione dei loro territori, nella
perdita di sovranità nazionale, nella desertificazione economica di
intere regioni, nello sfruttamento selvaggio delle locali risorse\forza
lavoro, nell'uso di una tecnologia sempre piu' esasperata dalla quale
dipende la tenuta futura del modello di produzione capitalista. Per
ripianare le contraddizioni sociali in ogni caso c'è sempre una
legislazione di emergenza utile a criminalizzare opposizione e dissenso,
del resto basterebbe guardare alle migliaia di condannati per reati che
vanno dai blocchi stradali alle occupazioni di casa.
Per queste ragioni, in ogni paese, troveremo interventi analoghi a
quelli del jobs act con politiche fiscali che gravano sui redditi da
lavoro dipendente a solo vantaggio della libera circolazione di
capitali. la Germania è partita in anticipo oltre un decennio prima con
le riforme sul lavoro della SPD. Analogo discorso va fatto per le
legislazioni che si accaniscono contro il diritto di sciopero e limitano
fortemente il diritto alla circolazione e a manifestare
Gli stati nazionali rinunciano alla loro tradizionale sovranità e
fanno a gara per offrire migliori condizioni alle imprese, da qui
nascono le cessioni di aziende e quote azionarie a capitalisti stranieri
(nel frattempo i capitali nazionali vanno verso l'acquisizione di
aziende straniere ritenute strategiche, nel controllo dei corridoi
energetici..) con l'inevitabile sequela di licenziamenti e fusioni, con
porzioni di territorio preda della disoccupazione di massa e della
desertificazione industriale . Ridurre la sovraccumulazione del resto è
vitale per superare la crisi del modello capitalistico anche se
determinerà la chiusura di tante fabbriche e la perdita di migliaia di
posti di lavoro.
In questo scenario anche rivendicare maggiori ammortizzatori sociali,
agli occhi degli apologeti del capitalismo, diventa un lusso
insostenibile, non perché non ci siano soldi ma perché questi capitali
vengono indirizzati ad altro scopo, al controllo delle aziende e allo
sviluppo delle stesse in ambito transazionale
Stato e collettività non sono sinonimi, lo Stato ha assunto decisioni
(vedi le privatizzazioni) che con gli interessi delle classi sociali
meno abbienti hanno poco a che vedere, non pensiamo quindi a riproporre
un intervento dello Stato che , come in passato, favorirebbe solo i
capitali privati, vogliamo invece pensare a ricondurre, come Moro scrive
a conclusione del suo libro, le forze di produzione sotto il controllo
della società e ci accontenteremmo intanto di costruire una nuova e
variegata alleanza sociale contro il neoliberalismo, una alleanza che
non si ponga per come obiettivo la scadenza elettorale che nel corso
degli ultimi 25 anni ha determinato solo sconfitte e arretramenti e la
perdita di un radicamento sociale ormai ridotto ai minimi termini. Come
dicevamo un tempo, fuori i contenuti e le pratiche comuni, non saranno
certo i programmi o le alleanze elettorali dell'ultima ora a
rappresentare quel blocco sociale che ha bisogno di coesione e di
pratiche sindacali, sociali e culturali comuni, insomma di sostanza che
stride con la semplice e riduttiva rappresentanza istituzionale.