venerdì 25 novembre 2016

“Our Revolution”: Riflessioni sulle recenti elezioni americane di Alain Badiou

trump clinton10Proponiamo la traduzione dell’intervento tenuto dal filosofo francese Alain Badiou a Los Angeles, presso la University of California, sulle elezioni del 9 novembre. A giorni dall’elezione di Donald Trump, riteniamo che nell’intervento ci siano degli spunti di analisi utili alla comprensione del fenomeno al di là delle prime impressioni e delle facile categorie dicotomiche tra città-campagna, bianchi-non bianchi, working class-middle class. Per quanto siano affrettati alcuni parallelismi tra le forme politiche del fascismo novecentesco ed i nuovi populismi, l’analisi di Badiou coglie perfettamente il carattere globale ed interconnesso dei populismi, la loro genealogia dalla crisi delle vecchie oligarchie e della rappresentanza moderna, la non-contraddizione che ha nei confronti del capitalismo per quanto sia in aperta opposizione del neoliberalismo finanziario. L’assenza di una opzione forte che nasce dal basso – e non tanto da una figura di un candidato specifico, nonostante possa essere utile - e che prefigura un’alternativa, ideale e pratica, alla distruzione del legame sociale è a nostro avviso causa del nascere dei populismi, che riempiono inesorabilmente un vuoto. Qui l'originale.
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La posizione dello stato oggi è la stessa ovunque. È accettata per legge dal governo francese, dal Partito Comunista cinese, dal potere di Putin in Russia, dallo Stato Islamico in Siria, e naturalmente è anche una legge del Presidente degli Stati Uniti.
Quindi, progressivamente – e questa è la conseguenza più importante per quanto riguarda l’elezione di Trump – progressivamente, tutte le politiche oligarchiche, tutte le classi politiche, diventano lo stesso gruppo, a livello mondiale. Repubblicani e Democratici, Socialisti e Liberali, Sinistra e Destra sono gruppi di persone divise solo in teoria. Tutte le divisioni oggi sono puramente teoriche e non reali, perché tutti i gruppi fanno parte dello stesso contesto economico e politico. L’oligarchia politica del mondo occidentale di oggi sta progressivamente perdendo il controllo della macchina capitalista -  questa è la realtà. Attraverso crisi, soluzioni false, tutti i governi politici classici creano - sulla grande scala della loro popolazione - frustrazione, incomprensione, rabbia e oscure rivolte. Tutto ciò contro quella che è l’unica via proposta da tutti i membri della classe politica oggi, con alcune differenze, ma molto piccole. Fare politica oggi è la somma di differenze molto piccole nella stessa situazione globale. Ma tutto ciò ha diversi effetti sulle persone in generale; effetti di disorientamento, totale assenza di orientamento o direzione della vita, nessuna visione strategica del futuro dell’umanità, e in questo tipo di situazione gran parte delle persone cercano nell’oscurità, nei narratori bugiardi, nelle visioni irrazionali, e ritornano a tradizioni morte. Quindi, di fronte all’oligarchia politica, compare un nuovo tipo di attivisti, di supporto a demagogie violente e grossolane, e queste persone sono molto più dalla parte dei gangster e della mafia che dalla parte di politici istruiti. E quindi la scelta qui è stata la scelta tra quel tipo di persona e il resto dei politici istruiti, e il risultato è stata la scelta lecita della nuova forma di politica grossolana e qualcosa di personalmente violento nella proposta politica.
In un certo senso, queste nuove figure politiche – Trump, ma molti altri oggi – sono vicine al fascista degli anni Trenta. C’è qualcosa di simile. Ma ora senza, ahimè, i loro nemici deli anni Trenta, che erano i partiti comunisti. È una sorta di fascismo democratico – una risoluzione paradossale – una sorta di fascismo democratico che è, loro sono all’interno del piano democratico, all’interno dell’apparato democratico, ma suonano qualcosa di diverso, un’altra musica, in quel contesto. E non credo che sia solo il caso di Donald Trump – razzista, machista, violento e anche, che è una caratteristica fascista, senza alcuna considerazione per la logica o la razionalità; perché il discorso, il modo di parlare di quel fascismo democratico è precisamente un modo di dislocare il linguaggio, che è la possibilità di dire tutto e il contrario di tutto – non è un problema, il linguaggio non è il linguaggio della spiegazione, ma il linguaggio che vuole smuovere emotivamente; è un linguaggio emotivo che crea una falsa unità ma un’unità pratica. E quindi abbiamo questo ora con Donald Trump, ma è stato così anche in precedenza in Italia con Berlusconi. Berlusconi potrebbe essere, credo, la prima figura di questa sorta di nuovo fascismo democratico, con le stesse esatte caratteristiche: grossolano, una relazione quasi patologica con le donne, e la possibilità di dire e fare in pubblico cose che sono inaccettabili per gran parte degli esseri umani oggi. Ma questo è anche il caso di Orbàn in Ungheria, e in molti sensi, in Francia, è stato il caso di Sarkozy. Ed è progressivamente anche il caso dell’India o delle Filippine, e anche della Polonia e della Turchia. Quindi è veramente su scala mondiale, quest’apparizione di una nuova figura di determinazione politica che è spesso all’interno della costituzione democratica ma per altri versi ne è esterna. E penso che possiamo chiamarli fascisti – perché è il caso degli anni Trenta, dopotutto anche Hitler vinse le elezioni – quindi chiamo fascista quella persona che è all’interno dello spazio democratico ma per altri versi ne è esterno: interno e esterno. E’ interno per essere alla fine esterno. Quindi è una novità in realtà, ma una novità che è inscritta all’interno dell’immagine generale del mondo oggi perché è anche qualcosa per molte persone, non una soluzione ma un nuovo modo per essere nello spazio democratico, dove dalla parte dell’oligarchia classica non c’è alcuna differenza. In un certo senso, il principale effetto di Trump è un effetto di qualcosa di nuovo. Infatti, nei dettagli, non c’è nulla di nuovo, perché è impossibile pensare che sia nuovo essere razzisti, machisti e così via – sono cose molto, molto vecchie. Ma nel conteso dell’oligarchia classica oggi, queste cose così vecchie sembrano essere qualcosa di nuovo. E quindi Trump è nella posizione di dire che Trump è la novità, nel momento in cui lui sta dicendo cose che sono assolutamente primitive, vecchie, e fuori moda. E quindi siamo anche in un momento in cui qualcosa come il ritorno alla vecchia esistenza delle cose può apparire come qualcosa di nuovo. E questa conversione del nuovo nel vecchio è una caratteristica di quel genere di nuovo fascismo.
Tutto questo descrive, penso, la nostra situazione presente per quanto riguarda la politica. Dobbiamo considerare che siamo nella funesta discussione di quattro condizioni.
Primo, la completa brutalità e cieca violenza del capitalismo oggi. D’accordo, nel mondo occidentale non stiamo vedendo del tutto questa brutalità o violenza, ma se sei in Africa, la vedi veramente, e anche se sei nel Medio Oriente, e anche se sei in Asia. Quindi è una condizione, una condizione fondamentale, del nostro mondo oggi. È il ritorno del capitalismo al suo significato più vero, che è conquista selvaggia, selvaggia lotta di tutti contro tutti per il dominio. Quindi la prima condizione è la completa brutalità e la sanguinosa violenza del selvaggio capitalismo di oggi.
Seconda condizione: la disintegrazione dell’oligarchia classica. La disintegrazione dei partiti classici – Democratico, Repubblicano, Socialista e gli altri – in direzione dell’apparizione di una sorta di nuovo fascismo. Non sappiamo il futuro di quest’apparizione: qual è il futuro di Trump? In un certo senso non lo sappiamo, veramente, e forse Trump stesso non ne ha idea. Era visibile nella notte delle elezioni. Trump prima del potere e Trump al potere: spaventato, non del tutto soddisfatto, perché sa che non può parlare liberamente come prima. E parlare liberamente era proprio la potenza di Trump, ma ora con il governo, l’amministrazione, l’esercito, gli economisti, i banchieri ecc., è tutta un’altra storia. Quindi in una notte abbiamo visto Trump passare da un copione ad un altro, da un palco ad un altro palco, e nel secondo palco non era bravo come nel primo. Ma noi non sappiamo, sul serio, quali sono le possibilità reali di una persona del genere quando diventa Presidente degli Stati Uniti. In ogni caso, abbiamo un simbolo della disintegrazione dell’oligarchia classica, e la nascita di una nuova figura di un nuovo fascismo, con un futuro che non conosciamo, ma credo che non sia un futuro molto interessante per le persone in generale.
Terzo, abbiamo la frustrazione popolare, la sensazione di un disordine oscuro, nell’opinione pubblica di molte persone, e principalmente nei meno abbienti, i cittadini degli stati di provincia, i contadini delle campagne, negli operai senza lavoro e così via – tutta la popolazione, che è progressivamente ridotta dalla brutalità del capitalismo, al nulla, che non ha possibilità di esistere, e che resta, in alcuni luoghi, senza lavoro, senza soldi, senza orientamento, senza una direzione esistenziale. E questo terzo punto è una condizione molto importante della situazione globale di oggi. La mancanza di direzione, di stabilità, il senso di distruzione del loro mondo, senza la costruzione di un altro mondo, quindi una sorta di vuoto disfacimento.
La quarta condizione, l’ultima, è la mancanza, la completa mancanza di un’altra via strategica; l’assenza oggi di un’altra via. Esistono diverse esperienze politiche – non dico che non ci sia nulla da questa parte. Sappiamo di nuove rivolte, di nuove occupazioni, nuove mobilitazioni, una nuova determinazione ambientale e così via. Quindi non è l’assenza di tutte le forme di resistenza, di protesta – no, non dico questo. Ma la mancanza di un’altra via strategica, qualcosa che sia allo stesso livello della convinzione contemporanea che il capitalismo è l’unica via possibile. La mancanza di forza nell’affermazione di un’altra via. E la mancanza di quella che io chiamo un’Idea, una grande Idea. Una grande Idea che sia la possibilità di unificazione, unificazione globale, unificazione strategica di tutte le forme di resistenza e ingegno. Un’Idea è una specie di mediazione tra il soggetto individuale e la sfida collettiva, storica e politica, ed è la possibilità d’azione attraverso e assieme a diverse soggettività, ma per la stessa Idea.
Questi quattro punti – il dominio generale del capitalismo globale, la distruzione dell’oligarchia classica, il disorientamento e la frustrazione popolare, la mancanza di un’altra via strategica – compongono secondo me la crisi di oggi. Possiamo definire il mondo contemporaneo nei termini di una crisi globale, che non è riducibile alla crisi economica degli ultimi anni, ma che è molto di più, io credo, una crisi soggettiva, perché il destino dell’essere umano è di per sé sempre meno chiaro.
E quindi, che fare? La domanda di Lenin. Io credo che, per quanto riguarda le elezioni presidenziali, l’elezione di Trump, credo che dobbiamo affermare che una delle ragioni del successo di Trump è che la vera contrapposizione oggi, la reale contrapposizione, la contrapposizione più importante non può essere tra due figure dello stesso mondo. Che è il mondo del capitalismo globale, delle guerre imperialiste, e la mancanza di qualsiasi idea per quel che riguarda il destino dell’umanità. So che Hillary Clinton e Donald Trump sono molto diversi – non sto dicendo che dovremo identificare Trump e Hillary Clinton, ma questa differenza, è la differenza tra il nuovo fascismo e la vecchia politica oligarchica – e tutta la politica oligarchica è meno orribile del nuovo fascismo, quindi capisco perfettamente che alla fine preferiamo Hillary Clinton – ma non possiamo dimenticare che questa differenza è all’interno dello stesso mondo. Non è espressione di due diverse visioni strategiche del mondo. E credo che il successo di Trump sia possibile solo perché le vere contraddizioni del mondo non possono essere espresse, non possono essere rappresentate dall’opposizione tra Hillary Clinton e Trump, perché Hillary Clinton e Trump sono nello stesso mondo – molto diversi ma nello stesso mondo. E quindi, infatti, durante tutta la preparazione delle elezioni, durante le primarie, la vera contrapposizione è stata tra Trump e Bernie Sanders. Era una vera contrapposizione. Possiamo dire che Trump sia eccessivo, dalla parte di un uovo fascismo, e possiamo dire che Bernie Sanders è in qualche modo di natura socialista e , infine , che Bernie Sanders sia nella necessità di essere dalla parte della Clinton e così via, ma io credo che a livello della rappresentazione, che è così importante, la vera contrapposizione era rappresentata dall’opposizione tra Trump e Bernie Sanders, e non dall’opposizione tra Trump e Hillary Clinton, perché in Bernie Sanders, nella proposta di Bernie Sanders, abbiamo qualcosa che va oltre il mondo com’è ora. E non abbiamo qualcosa del genere nella proposta di Hillary Clinton. E quindi, abbiamo una lezione di dialettica, che è, la teoria delle contrapposizione. In un certo senso la contrapposizione tra Hillary Clinton e Trump era una contrapposizione relativa e non assoluta, che è una contrapposizione negli stessi parametri, nella stessa costruzione del mondo. Ma la contrapposizione tra Bernie Sanders e Trump era l’inizio della possibilità di una vera contrapposizione, che è una contrapposizione tra un mondo e qualcosa oltre il mondo. In un certo senso Trump era dalla parte della soggettività popolare oscura e reattiva, nel mondo così com’è, ma Bernie Sanders era nella parte della soggettività popolare razionale, attiva e trasparente, orientata oltre il mondo così com’è, anche in qualcosa che era poco chiaro – poco chiaro ma oltre il mondo così com’è.
Quindi il risultato delle elezioni è di natura conservativa, è puramente conservativa, perché è il risultato di una contrapposizione falsa, in un certo senso, una contrapposizione che non è vera contrapposizione e che è anche, attraverso questo elezioni, a continuazione della crisi di oggi, la crisi delle tre condizioni che ho espresso prima. Oggi, contro Trump, non possiamo auspicare nella Clinton o in qualcuno dello stesso tipo. Dobbiamo creare un ritorno, se è possibile, alla vera contrapposizione, è la lezione di un simile terribile evento. Dobbiamo proporre un orientamento politico che vada oltre il mondo così com’è, anche se all’inizio sarà in modo poco chiaro. Quando cominciamo qualcosa non abbiamo subito chiaro lo sviluppo di quella cosa. Ma dobbiamo iniziare. Dobbiamo iniziare, questo è il punto. Dopo Trump, dobbiamo cominciare. Non è solo per resistere, per opporsi. Dobbiamo iniziare qualcosa, veramente, e questa domanda d’inizio è l’inizio del ritorno alla vera contrapposizione, alla vera scelta, alla vera scelta strategica per quanto riguarda la direzione dell’essere umano. Dobbiamo ricostruire l‘idea che contro le mostruose diseguaglianze del capitalismo attuale, contro anche i nuovi gangster della politica classica, come Trump, è possibile creare, ancora una volta, un campo politico con due direzioni strategiche e non solo una. Il ritorno di quella che è stata l’occasione del grande movimento politico del diciannovesimo secolo e dell’inizio del secolo scorso. Dobbiamo, per dirla in maniera filosofica, andare oltre l’uno, in direzione del due. Non una direzione ma due. A creazione di un nuovo ritorno per una nuova scelta fondamentale come vera essenza della politica. Infatti, se c’è solo una strategia possibile, la politica progressivamente sparisce, e in un certo senso, Trump è il simbolo di questa sparizione, perché, qual è la politica di Trump? Nessuno lo sa. È più un dato, che una direzione politica. Quindi il ritorno alla politica è necessariamente il ritorno all’esistenza di una scelta reale. Quindi, infine, a livello filosofico generale, è il ritorno dialettico al Due reale oltre l’Uno, e possiamo proporre dei nomi per questo tipo di ritorno.
Come sapete, la mia visione è di proporre il corrotto mondo del ‘Comunismo’, corrotto da esperienze sanguinarie e così via. Il nome è solo un nome, siamo liberi di proporre altri nomi, non è un problema. Ma c’è qualcosa di interessante nel significato primitivo di questa vecchia e corrotta parola. E questo significato è fatto di quattro punti, quattro principi, e questi principi possono essere da supporto per la creazione di un nuovo campo politico con due direzioni strategiche.
Il primo punto è che non è una necessità che la chiave dell’organizzazione sociale sia nella proprietà privata e nelle mostruoso disuguaglianze. Non è una necessità. Dobbiamo affermare che non è una necessità. E possiamo organizzare esperienze limitate che dimostrano che non è una necessità, che non è vero che la proprietà privata e le mostruose disuguaglianze devono essere per sempre leggi dell’essere umano. È il primo punto.
Il secondo punto è che non è una necessità che i lavori siano divisi tra lavori nobili, come la creazione intellettuale, o la direzione, o il governo, e dall’altra parte il lavoro manuale e l’esperienza materiale comune. La specializzazione dell’etichetta non è una legge eterna, in particolar modo l’opposizione tra il lavoro intellettuale e quello manuale deve essere eliminata a lungo termine. È il secondo principio.
Il terzo è che non è necessario che gli essere umani siano divisi da confini nazionali, razziali, religiosi o di genere. L’uguaglianza deve esistere attraverso le differenze, quindi la differenza è di ostacolo all’equità. L’equità dev’essere dialettica delle differenze, e dobbiamo rifiutare che l’equità sia impossibile nel nome delle differenze. Quindi i confini, il rifiuto dell’altro, in qualsiasi forma, deve scomparire. Non è una legge naturale.
L’ultimo principio è che non è necessario che esista uno stato, nella forma del potere separato e corazzato.
Quindi questi quattro punti possono essere riassunti così: collettivismo contro proprietà privata, lavoratore polimorfico contro la specializzazione, universalismo concreto contro le identità chiuse, associazione libera contro lo Stato. Sono solo dei principi, non è un programma. Ma con questi principi, possiamo giudicare tutti i programmi politici, le decisioni, i partiti, le idee da questo punto di vista. Prendi una decisione: devi vedere se questa decisione va nella direzione dei quattro principi o meno. Se davvero è contro i principi, non è una buona decisione, non è una buona idea, non è un buon programma. Dunque abbiamo un principio di giudizio nell’ambito politico e nella costruzione di un nuovo progetto strategico. Questo è in un certo senso la possibilità di avere una visione veritiera di ciò che va realmente in una nuova direzione, la nuova direzione strategica dell’umanità in quanto tale.
Bernie Sanders propone di costruire un nuovo gruppo politico dal titolo “Our Revolution”. Il successo di Trump deve aprire ad una nuova possibilità per quel tipo di idea. Possiamo fidarci di lui per il momento, possiamo giudicare se è davvero una proposizione che va al di là del mondo attuale, possiamo giudicare se quanto è proposto sia conforme con questi quattro principi. Possiamo fare qualcosa. E dobbiamo fare qualcosa, perché se non facciamo niente, viviamo soltanto nella fascinazione, la stupidità della fascinazione, del successo deprimente di Trump. La nostra rivoluzione – perché no – contro la loro reazione, la nostra rivoluzione, è una buona idea. In ogni caso, io sto da questa parte.

giovedì 17 novembre 2016

10 volte... No!



di Roberto Mancini

Dieci ragioni per votare "No" al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Le indico considerando contesto, metodo e merito del problema. Il contesto è riassumibile osservando che è in atto da tempo un globale processo di sottrazione di democrazia ai popoli e di concentrazione del potere nelle mani di un manipolo di speculatori e di politici collaborazionisti. La riforma "Renzi-Boschi" è necessaria all'attuazione del progetto di concentrazione del potere. Perciò i potentati finanziari globali hanno ammonito il popolo italiano, dicendo che con la vittoria del sì ci saranno investimenti e crescita, con quella del no ci sarà la paralisi del Paese e la fuga degli investitori. Le ragioni di merito per votare "No" sono le seguenti.
 
1. La riforma senza motivo nega ai cittadini la facoltà di eleggere i membri del Senato, ma nel contempo attribuisce a esso funzioni legislative comunque decisive, tra cui quella di un'eventuale revisione costituzionale.
2. La riforma punta a una governabilità senza rappresentatività. Vede i cittadini e il Parlamento come un intralcio e s'inventa l'esigenza di dare ancora più potere a chi governa, quando in realtà i governi più recenti, compreso l'attuale, hanno deciso senza problemi le missioni militari all'estero, i tagli alla sanità, all'istruzione e alla ricerca, la riforma Fornero, l'inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, la "Buona Scuola", il Job's Act e magari tra poco il Ponte sullo Stretto. Con la riforma chi governerà non avrà istanze di controllo sul suo operato.
3. La riforma riduce le prerogative del Parlamento (soprattutto delle opposizioni) e, nell'incastro con la riforma della legge elettorale, muta geneticamente la forma di governo, introducendo una sorta di presidenzialismo estremo.
4. La riforma prevede che i senatori saranno nominati tra i consiglieri regionali o i sindaci, con l'esorbitante pretesa che siano capaci di svolgere bene e simultaneamente funzioni così impegnative. Attribuisce a questi senatori nominati dai capi-partito e non dai cittadini l'immunità parlamentare. I costi di questa struttura si annunciano non inferiori a quelli attuali.
5. La riforma riduce competenze e autonomia delle Regioni, liquidando il decentramento. Con ciò il governo impedisce la realizzazione di una vera riforma che coordini la rappresentanza tramite partiti alla Camera con la rappresentanza per comunità territoriali al Senato.
6. La riforma, anziché semplificare il funzionamento del Senato, lo complica prevedendo almeno sette tipologie diverse di votazione delle leggi.
7. La riforma modifica completamente la seconda parte della Costituzione, che configura criteri e procedure per attuare la prima parte, riferita ai principi fondamentali della vita democratica. In questo modo di fatto compromette anche la prima parte.
A queste ragioni di merito ne vanno aggiunte altre tre di metodo.
 
8. La riforma scaturisce da un colpo di mano della maggioranza, in pratica della maggioranza del Partito Democratico (nemmeno di tutto il partito): si vuole riformare la Costituzione con un metodo anticostituzionale e antidemocratico, senza costruire un necessario consenso più ampio ed espresso dalle diverse parti politiche.
9. La riforma scaturisce sia da un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014, che dichiarò illegittimo il sistema elettorale con cui è stato formato, sia da un governo scaturito da giochi di palazzo. Quindi il soggetto proponente non ha la legittimità giuridica, l'investitura democratica e l'autorità morale per avviare una riforma della Costituzione.
10. La riforma verrà votata al referendum con una scheda dove la formulazione del quesito rispetto a cui rispondere è tendenziosa. Infatti induce l'elettore a votare "Sì" perché il testo descrive non in modo neutro, ma come obiettivi positivi i punti della riforma.
Ecco perché votare "No" è un atto costruttivo che sventa un pericolo grave e può favorire il rilancio della democrazia.

(31 ottobre 2016)

Link articolo © Altreconomia.

Referendum costituzionale: in arrivo una valanga di NO dalla sinistra del Pd

DEMOCRATICHE e DEMOCRATICI per il NO al Referendum costituzionale
Siamo democratiche e democratici, iscritti ed elettori del PD, collocati sulla lunga scia delle diverse culture politiche della sinistra e del centro-sinistra da cui il PD è nato, intese e intesi a prendere le distanze dalla Riforma Costituzionale oggetto del Referendum nell'autunno prossimo.
Da Democratici rivendichiamo sulla legge fondamentale dello Stato piena libertà di coscienza. Riteniamo che questo convincimento appartenga a non pochi iscritti ed elettori del PD a cui dare rappresentanza.
Non ci convince una riforma che rafforza il potere esecutivo a discapito di quello legislativo, che rafforza lo Stato centrale a discapito delle autonomie regionali e locali. Lo diciamo dall'Umbria, ovvero da una regione che si è sviluppata ed è progredita grazie alle riforme ed ai progetti resi possibili dal regionalismo, grazie alla capacità delle istituzioni locali, dai Comuni alla Regione, di accrescere e valorizzare le potenzialità sociali, civili ed economiche dei territori, facendo sistema, innovando politiche, economia, cultura, dal “basso”. 
Non si tratta di ragionare sulla bontà del superamento del bicameralismo perfetto, su cui in pochi hanno avanzato dubbi. Si tratta, piuttosto, di riaffermare, da un lato, equilibri e garanzie istituzionali proprie di un sistema parlamentare più democratico, e dall'altro, prerogative e capacità decisionali della Regione, nella chiarezza e nel rispetto dei compiti propri tra lo Stato e le autonomie locali.
Il No non è per noi traducibile come una resistenza al nuovo. Votando No al Referendum Costituzionale, vogliamo che il nuovo dia una soluzione positiva alla annosa crisi della rappresentanza, tanto nelle istituzioni regionali e locali, quanto in quelle nazionali. Ciò che intendiamo affermare, più precisamente, è il No al disegno centralistico che figura nella riforma; un disegno che frena e non sviluppa il cammino verso un assetto più democratico, partecipato e federalista dello Stato.
Non ci convince un Senato come quello delineato nella Riforma, composto da consiglieri regionali e sindaci. Una Camera alta del Parlamento concepita come un dopolavoro non serve né al Paese né ai territori; tanto più che oggi, a livello locale, c'è invece necessità di un impegno a tempo pieno di tutti i componenti. Inoltre i senatori così nominati saranno legati al proprio partito e all'istituzione di provenienza, ma slegati da un diretto rapporto di fiducia con i cittadini.
Non ci convince la vulgata che spiega la riforma alla luce della riduzione dei costi della politica. Quel risultato si sarebbe potuto ottenere con una semplice riduzione dei parlamentari, e non basta a giustificare una Riforma così ampia. Serve solo ad un approccio populista e demagogico, che lede e non aiuta un corretto confronto democratico.
Ecco, il nostro No si propone di tenere aperti gli spazi per far maturare in Umbria e nel paese un dialogo e un dibattito utili a definire presto una Nuova Riforma Costituzionale.
Un No a viso aperto, dunque, che non gioca su ambiguità politiche e retropensieri, che entra nel merito della sfida referendaria, separandola con nettezza dalle questioni che riguardano l'attuale governo, le cui politiche discutiamo in altre sedi e in altri momenti.
In conclusione, non riteniamo giusto avallare una riforma deficitaria solo perché introduce un cambiamento. Una politica seria valuta sempre “quale” cambiamento. Gli effetti che si delineerebbero con l'entrata in vigore della riforma sarebbero deleteri. Da qui il nostro No, che ha l'ambizione di porre le basi sì per cambiare, ma cambiare in meglio.
Nel contesto in cui si inserisce il referendum l’accordo sopravvenuto nel PD per una radicale modifica dell’Italicum a favore di una nuova legge elettorale (incentrata su elezione diretta dei senatori, superamento del ballottaggio, premio di governabilità ragionevole, collegi elettorali) segna un passo avanti verso un traguardo di innovazione indispensabile in ogni caso al di là dell’esito referendario, per ridare spazio alla rappresentanza, per riavvicinare i cittadini e i loro rappresentanti, per riaffermare lo spirito della Costituzione, i suoi principi e la sua storia.
Rimangono tuttavia in piedi quei contenuti propri della riforma costituzionale che abbiamo esposto e che non ci convincono.
Per queste ragioni ci impegneremo nella campagna referendaria per il No in autonomia e in collaborazione con i Comitati esistenti e creando occasioni per approfondire i merito della questione.
Siamo convinte e convinti che la nostra scelta, compiuta in coerenza con i nostri ideali e con lo spirito della Costituzione, dia linfa al PD, al suo costitutivo pluralismo e alla sua nativa connotazione di centrosinistra. Del resto, sulla Costituzione ciascuno e ciascuna di noi è chiamato a decidere nello spirito costituente, prima di tutto da cittadino e da cittadina.
Abbenante Luigina - Agostini Luciano - Albanesi Daniela - Alunni Celso - Alunni Esposto Gianfranco - Alunni Italo - Amello Maria - Anselmo Ettore - Antonelli Maria Rita - Bacoccolo Marcello - Bacoccolo Massimiliano - Badiali Fabiana - Baglioni Angela - Bagnini Marco - Baldacci Margherita - Barba Luca - Barbacci Claudio - Bartocci Andrea - Bastianelli Raffaella - Bastianelli Rosella - Battaghini Aldo - Battaghini Matteo - Bazzica Renato - Beati Nicola - Beati Stefano - Belfico Maria Angela - Bellavita Paolo - Bellucci Giulia - Bellucci Remo - Belvedere Franca - Bernani Daniele - Bernardino Vittoria - Berrettini Francesca - Berrettini Francesco - Bianchi Fausto - Bigerna Daniele - Bini Bruno - Bistacchi Mario - Bizzarri Vittorio - Boccini Andrea - Boccini Vittorio - Boccio Emanuela - Bonci Alfio - Boncio Federico - Borgognoni Mariano - Bottausci Franco - Bottini Lamberto - Bracalenti Walter - Bracarda Luciano - Bracco Felice Fabrizio - Bragetti Nadia - Brestuglia Giovanni - Brugnoni Amelio - Brugnoni Simona - Brunetti Simone - Bucarini Mauro - Buriani Luigi - Calvio Costanza - Calvio Gerardo - Calzini Franco - Campanella Renzo - Campani Luciano - Capaldini Tiziana - Caporali Angelo - Cappelli Peppino -  Capponi Paolo - Caprini Claudio - Cardarelli Piero - Carloni Carla - Castellani Luciano - Castiglia Jacopo - Cavicchi Alba - Cecati Rossella - Cecchini Paolo - Cecconini Clotilde - Cenciarelli Giuliana - Cerasini Renzo - Cerquiglini Gianni - Cesari Maurizio - Cesarini Riccardo - Chiabotti Piero - Chiocci Giovanni - Chionne Brunetto - Ciaccini Marino - Cianca Stefano - Ciavaglia Filippo - Cibei Laura - Cicatiello Anna - Ciliani Fabrizio - Colacicchi Romano - Coltorti Nadia - Corbucci Roberto - Cozzari Massimo - Cozzari Matteo - Cozzari Michele - Cristofori Cecilia - Crocioni Federico - Damiani Maria Pia - Darena Aldo - Delrene Fausto - Di Amico Giorgio - Di Amico Rita - Di Giura Andrea - Di Toro Franco - Dionisi Giorgio - Dionisi Sante - Dominici Rita - Donatelli Roberto - Donati Mirko - Dragoni Flavia - Fagiani Corrado - Fagioli Franco - Fagiolo Stefano - Falasca Vincenzo - Fattorini Walter - Favorini Franco - Fedeli Giorgio – Fedeli Alianti Carla - Fifi Romena - Filipetti Valentino - Finamore Carmen - Finamore Mariliana - Fioriti Carla - Fiorucci Gianni - Forini Giuliano - Franceschelli Andrea – Franci Massimo - Frattegiani Azzurra - Frattegiani Fausto - Frau Giacomo - Fringuello Silvia - Frizzoni Fabrizio - Fumanti Massimo - Gambari Agnese - Gambari Donatella - Gambari Lino - Garzuglia Cecilia - Giammarioli Graziella - Giombini Maria Assunta - Giovannoni Donatella - Girolami Luigi - Granci Riccardo - Grossi Gaia - Guasticchi Cristian - Guasticchi Marina - Guasticchi Palmiro - Guerini Rocco Giovanna - Guidubaldi Sauro - Ialacci Petronilla - Impagliazzo Luigi - Incatasciato Roberto - Ingles George - Inverso Antonio - Khilchenco Iryna - Lanfaloni Luisa - Latino Stefania - Laurenzi Paolo - Leonardi Domenico - Lo Giudice Paolo - Locchi Anna - Locchi Renato - Loreti Catia - Magara Alessandro - Maltempi Marcello - Manali Massimo - Manni Carlo - Marabissi Miriana - Marcugini Sandro - Mariani Palmiero - Mariannelli Maria Assunta – Marinelli Valerio - Marionni Rosanna - Martini Angelo - Martini Germano - Martini Giuseppe - Martini Massimo - Martini Moreno - Matarangolo Franco - Mattino Michela - Mattioli Anna - Mattioli Rolando - Mattioni Walter - Maurizi Maurizio - Mazzoli Ulisse - Mazzoni Cecilia - Mencarelli Gianluca - Mencarelli Marcella - Mencarelli Massimo - Mignini Piero - Mignini Stefano - Minelli Liliana - Mirti Francesco - Morici Daniele - Mortaro Nicoletta - Nati Lorenzina - Nicosanti Giovanni - Olimpieri Maria Agnese - Onori Annunziata - Orlandi Daniele - Orsini Adolfo - Ortolani Fabiano - Ottaviani Ombretta - Palini Ezio - Paltriccia Davide - Pammelati Emiliano - Panfili Andrea - Panichi Luca - Panico Roberto - Pannacci Fabio - Pasqualoni Maria - Pasquinelli Moreno - Passeri Francesco - Passeri Massimo - Peccia Alba - Perri Patrizia - Petrini Giovanna - Piccioni Carlo - Piccioni Paolo - Piccioni Svedo - Pierassa Roberto - Pietrini Danilo - Pini Giulia - Piobbichi Gino - Pioppi Sergio - Pippi Igino - Pirrami Sante - Polidori Rolando - Pontefice Fabio - Pontefice Marco - Priano Giuseppe - Procacci Alessandro - Procacci Fernanda - Procaccia Alessandro - Proietti Carlo - Prologo Laura - Quaglia Claudio - Recchioni Luciano - Renga Sergio - Riboloni Catia - Riganelli Fausto - Rocchini Antonio - Romei Marco - Rondolini Fausto - Rondolini Giuseppe - Rondoni Serena - Rosati Giulia - Rosati Stefania - Rosi Adelio - Rossi Anna Rita - Rossi Luigi - Rossi Sandro - Russo Rita - Sabatini Giancarlo - Sabbatini Stefano - Santini Domenico - Sarli Michele - Sartoretti Paolo - Saturnino Concetta - Scatena Angelo - Schettini Fabrizio - Schettini Francesco - Serini Claudio - Serini Elvira - Servettini Liliana -  Solinas Attilio - Sollevanti Adamo - Sorbini Alberto - Spaziani Marco - Suella Maria Gabriella - Taborro Cristina - Tampellini Pieluigi - Tarpani Maria Stella - Tempesta Maurizio - Terradura Ilario - Testi Mohan - Tiburzi Carla - Tiburzi Valentina - Torrioli Francesco - Trabalza Cristina - Tricarico Rocco - Vagnetti Alberto - Vantaggi Enrico - Vantaggi Silvano - Vincenti Giampiero - Vincenti Marta - Vitale Nicoletta - Zampolini Rita.

giovedì 3 novembre 2016

La contraddizione del padre di famiglia

lezione

Il discorso moralista dice che lo Stato, così come un padre di famiglia, dovrebbe sempre spendere meno di quanto guadagna. Questo discorso finisce per suggerire al cittadino, laico in economia, che:  
1) è possible per tutti gli agenti di un sistema economico guadagnare più di quanto spendono, e  
2) che lo Stato presenta un qualche tipo di restrizione finanziaria, tipica di un padre di famiglia. 
Questo discorso è falso perché, 1) non è possibile nel complesso di un sistema economico guadagnare più di quanto viene speso, e 2) lo Stato non si sgretola quando si indebita riguardo la valuta che egli stesso emette, ossia, nel debito pubblico espresso nella sua stessa valuta (il Reale, nel caso del Brasile).
Purtroppo, questo discorso falso sta guadagnando adepti fra le persone che prendono decisioni importanti per il futuro del paese. Questa retorica è arrivata ad un punto tale che il governo pretende di approvare un Proposta di Emendamento alla Costituzione che congelerebbe la spesa pubblica primaria in termini reali per i prossimi vent'anni, consentendo soltanto degli aggiustamenti per ripristinate l'inflazione precedente. L'obiettivo di tale misura sarebbe, secondo il discorso ufficiale, quello di promuovere un aggiustamento nei conti pubblici.
Questa PEC ha ricevuto varie critiche, a causa del suo carattere perverso dal punto di vista sociale, in quanto impedirebbe al governo di ampliare l'insieme di beni e servizi pubblici offerti alla popolazione. Noi sottoscriviamo tali critiche, e intendiamo andare un po' oltre, mostrando che quando lo Stato si comporta secondo questa logica - come se fosse un padre di famiglia - provoca effetti nocivi per l'economia.
Lezione n°1: In un sistema economico, quel che si spende è esattamente quel che si guadagna.
Per semplificare al massimo l'argomento, cerchiamo di non considerare il settore esterno, i trasferimenti del governo, e supponiamo che ogni spesa pubblica consiste nel consumo e che non ci siano variazioni di stock. Sottolineiamo che l'argomento è valido anche senza queste semplificazioni.
Poniamo allora che il prodotto (PIL) (Y), dal punto di vista del reddito, sia uguale alla somma della massa salariale, dedotte le imposte (W), più la massa dei profitti, anche qui dedotte le imposte (P), e più il totale delle imposte raccolte (T). Dal punto di vista della domanda, il prodotto è uguale alla somma del consumo delle famiglie (C), degli investimenti (I), e del consumo del governo (G). Per definizione, queste due somme devono essere uguali. Abbiamo così:
Y = W + P +T = C + I + G
Prodotto = Reddito = Domanda
Quello che il settore privato "guadagna", in tal caso, è la somma dei salari e dei profitti (W+P), e quello che il governo "guadagna" è la riscossione delle imposte (T). Quello che il settore privato spende, da parte sua, corrisponde al consumo più gli investimenti (C+I), mentre quella che è la spesa del governo è lo stesso G. Compiendo alcuni passaggi algebrici a partire dalla precedente equazione, arriviamo alla seguente espressione per determinare il surplus del settore privato:
(W+P) - (C+I) = G - T
Dove (G - T) è il deficit pubblico, cosa che alternativamente può essere scritta:
Surplus del settore privato = deficit pubblico.
Ciò significa che quando il bilancio del governo è in attivo, il settore privato guadagna meno di quanto spende, e che quando il bilancio del governo è deficitario, il settore privato guadagna più di quanto spende. Così, perché sia possibile che il settore privato (l'insieme delle imprese e delle famiglie in un sistema economico) guadagni più di quello che spende, è necessario che il governo spenda più di quel che guadagna.
La possibilità di guadagnare più di quanto si spende esiste solamente per l'individuo di cui si suppone che il suo reddito sia dato e che l'individuo scelga quanto spendere. Tuttavia, nel complesso, il reddito e la spesa sono uguali. Pertanto, in un sistema economico considerato come un tutto, non è possibile che tutti gli agenti guadagnino più di quanto spendono, semplicemente perché, nel complesso, quello che si guadagna è esattamente uguale a quello che si spende. Con questo, vediamo che è impossibile che il settore privato ed il settore pubblico siano in surplus contemporaneamente.
Lezione n° 2: Per il livello occupazionale, quel che conta è il livello di spesa pubblica e non il deficit pubblicoPer una data capacità produttiva, il livello complessivo della spesa destinata all'acquisto di beni e servizi correntemente prodotti (domanda), misurato secondo i prezzi normali, determina i livelli di reddito, prodotto ed occupazione. Questo è, in maniera semplice e diretta, il cosiddetto principio della domanda effettiva - sviluppato in maniera indipendente da Keynes e Kalechi negli anni 1930 - che stabilisce la seguente relazione di causalità: è la spesa che genera il reddito. Tale formulazione è valida a condizione che esistano risorse inutilizzate in economia - cioè, capacità produttiva inutilizzata e lavoratori disoccupati.
Perciò, quando ci sono risorse inutilizzate, il governo dovrebbe innalzare il suo livello di spesa inducendo così l'aumento del reddito, della produzione e dell'occupazione. Quando il governo aumenta la sua domanda di beni e servizi, questo va direttamente ad aumentare la domanda dell'economia e gli imprenditori devono produrre di più per soddisfare questa domanda addizionale del governo. La cosa implica che un maggior numero di lavoratori vengono assunti, così come aumenta la domanda degli imprenditori stessi di assunzioni, generando una crescita del reddito complessivo maggiore della crescita della spesa pubblica. Un processo inverso si verifica quando il governo taglia la spesa: ciò diminuisce direttamente la domanda dell'economia, facendo sì che gli imprenditori debbano produrre meno per soddisfare alla domanda del governo che è caduta. Ciò implica che vengono licenziati lavoratori, così come che diminuisca la domanda degli imprenditori di assumere, generando una caduta della rendita complessiva maggiore di quella provocata dal taglio iniziale della spesa pubblica. Nel lungo periodo, gli imprenditori regolano la loro capacità produttiva per soddisfare alla domanda effettiva dell'economia, che è la domanda che consente il loro profitto.
Così, all'inizio del 2015, optando deliberatamente per tagliare fortemente la spesa, il governo ha causato la recessione e l'aumento della disoccupazione nell'economia brasiliana. Tale recessione ha ridotto le entrate fiscali, di modo che il taglio della spesa non sta causando un miglioramento dei conti pubblici, in quanto le entrate fiscali stanno cadendo più della spesa pubblica.
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Si noti che il deficit o il surplus sono solo il risultato dei conti pubblici e non ci dicono se il governo stia agendo in maniera da stimolare o da contrarre l'economia. Quel che ci dicono è ciò che sta succedendo con i livelli di spesa del governo, che generano domanda per l'economia, e non se c'è deficit o surplus.
L'attuale governo federale afferma che congelare la crescita reale della spesa primaria è una condizione perché il paese torni a crescere, affermando che gli imprenditori torneranno ad investire, ampliando la capacità produttiva dell'economia. Tuttavia, non ha alcun senso che gli imprenditori amplino la capacità produttiva (investano) mentre la domanda per i loro prodotti si trova in caduta o in stagnazione. Questo discorso senza senso viene trasmesso e difeso dai grandi mezzi di comunicazione. Ovviamente, da quando il governo ha cominciato a tagliare la spesa, il livello di produzione (PIL) è caduto, gli investimenti degli imprenditori sono caduti ancora di più, e la disoccupazione è aumentata. Questi sono gli effetti nocivi per l'economia che si producono quando il governo si comporta come un padre di famiglia:lezione gráfico-2
Congelare la spesa primaria dopo la forte riduzione della spesa avvenuta a partire dal 2015 probabilmente ci condannerà ad una lunga stagnazione, senza garantire che ci sarà un miglioramento nelle entrate fiscali e nei conti pubblici. Se si vogliono migliorare i risultati fiscali, il governo potrebbe ricorrere ad aumenti di imposte nei confronti dei più ricchi, annullare le esenzioni per le imprese, oppure semplicemente migliorare la struttura tributaria, anziché tagliare e congelare la spesa. Se non lo fa, è per una scelta politica.
Cerchiamo con questa nota di spiegare gli aspetti più basilari di come il governo influenza i risultati economici. Sottolineiamo però come il governo dovrebbe affrontare le vere sfide che si riferiscono a tutto questo: 1) il profilo regressivo della struttura fiscale e dei trasferimenti effettuati dal governo e 2) la struttura produttiva affinché la crescita dell'economia brasiliana non incorra nella restrizione dei bilancio dei pagamenti.
- Kaio Pimentel e Guilherme Haluska - Pubblicato su Excedente il 12 ottobre 2016 -
* - Il testo è scritto da Kaio Pimentel e Guilherme Haluska, entrambi membri del gruppo di economia politica "Excedente", essenzialmente composto da economisti dell'UFRJ ( http://www.ie.ufrj.br/ )

domenica 16 ottobre 2016

Calo della domanda: la realtà si insinua? - di Immanuel Wallerstein -

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Nei primi quindici anni del secolo, in termini globali, l'ideologia neoliberista ha dominato il discorso politico. Il mantra era: l'unica politica praticabile da parte dei governi e dei movimenti sociali è dare priorità a qualcosa chiamato "il mercato". La resistenza ad una simile credenza è stata minima, in quanto anche i partiti e i movimenti che si consideravano di sinistra - o almeno di centrosinistra - hanno abbandonato la loro tradizionale enfasi relativamente alle misure di welfare ed hanno accettato la validità di questa posizione orientata al mercato. Hanno sostenuto che tutt'al più era solamente possibile mitigare il suo impatto, mantenendo una piccola parte delle reti storiche di sicurezza che gli Stati hanno costruito nel corso di oltre 150 anni.
Le politiche da ciò risultanti hanno ridotto radicalmente la tassazione sui settori più ricchi della popolazione. In tal modo, hanno aumentato il divario fra i molto ricchi e tutti gli altri. Le imprese - soprattutto quelle di grandi dimensioni - hanno potuto aumentare i loro profitti riducendo il numero di posti di lavoro oppure dislocando il lavoro.
La giustificazione offerta da chi aveva proposto tutto questo era che tale politica avrebbe, nel corso del tempo, ricreato i posti di lavoro che erano andati persi; e che il valore addizionale creato, permettendo che il "mercato" prevalesse, avrebbe finito per diffondersi in qualche modo nella società. È chiaro che, per permettere la prevalenza è stata necessaria molta azione politica negli Stati. Il cosiddetto "mercato" non è mai stato una forza indipendente dalla politica. Ma questa verità elementare è stata solennemente ignorata o, quando è stata discussa, recisamente negata.
Tutto questo è finito? Di fatto esiste quello che un recente articolo di Le Monde ha definito un "timido" ritorno. da parte delle istituzioni dell'Establishment, a preoccuparsi di sostenere la domanda? Ci sono almeno due segnali in tal senso, entrambi di notevole effetto. Il Fondo Monetario Internazionale è da tempo il più forte pilastro dell'ideologia neoliberista, e impone i suoi obblighi a tutti i governi che gli richiedono prestiti. Tuttavia, in un memorandum del 24 febbraio, l'FMI ha reso pubbliche le sue preoccupazioni per il fatto che la domanda mondiale è diventata anemica. Ha esortato i ministri delle Finanze del G-20 ad abbandonare le politiche monetariste e a stimolare gli investimenti - anziché il risparmio - per sostenere la domanda attraverso la creazione di posti di lavoro. È stata quasi una svolta a 180 gradi.
Ma allo stesso tempo (il 18 febbraio), l'Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE), un secondo importante pilastro dell'ideologia neoliberista, ha pubblicato un memorandum in cui si annuncia una svolta simile. Ha affermato che era urgente promuovere "collettivamente" azioni che sostengono la domanda globale.
Perciò, la mia domanda è: la realtà si sta insinuando? Sembra di sì, seppure timidamente. Il fatto è che, in tutto il mondo, la "crescita" promessa, sotto forma di produzione con maggior valore aggiunto, non si è mai realizzata. È chiaro che il declino è disuguale. La Cina continua a crescere - ad un ritmo assai più lento, che minaccia di portare ad un declino ulteriore. Gli Stati Uniti sembrano che stiano ancora "crescendo", in gran parte perché il dollaro appare ancora, in termini relativi, come il luogo più sicuro dove i governi e i super-ricchi possono mettere il loro denaro. Ma la deflazione sembra stia ridiventando la realtà dominante nella maggior parte dell'Europa e delle cosiddette "economie emergenti" del Sud del mondo.
Ci troviamo ora in un gioco di attesa. Le timide modifiche raccomandate dal FMI e dall'OCSE affrontano la realtà di una domanda globale declinante? Il dollaro sarà in grado di resistere alla perdita crescente di fiducia nella sua capacità di essere deposito stabile di valore? Oppure ci stiamo muovendo verso una nuova, e molto più severa, mutazione nel cosiddetto "mercato", con tutte le conseguenze politiche che ne derivano?
La caduta della domanda globale è la conseguenza diretta della caduta dell'occupazione globale. Nei 200, o forse 500 anni, ogni volta che un cambiamento tecnologico ha eliminato posti di lavoro in qualche settore produttivo, c'è stata resistenza da parte dei lavoratori colpiti. Quelli che resistevano si impegnavano nelle cosiddette rivendicazioni "luddiste", volte a mantenere le tecnologie precedenti.
Dal punto di vista politico, la resistenza luddista è stata sempre un fallimento. Le forze istituzionali hanno sempre detto che sarebbero stati creati nuovi posti di lavoro, e che ci sarebbe stata nuova crescita. Avevano ragione. Di fatto, vennero creato nuovi posti di lavoro - ma non fra i lavoratori industriali. Venivano creati nelle professioni legate ai servizi, i "colletti bianchi". Di conseguenza, sul lungo periodo, l'economia mondiale ha assistito ad una riduzione degli occupati industriali e ad un significativo aumento nella percentuale dei lavoratori dal "colletto bianco".
Si è sempre pensato che i posti di lavoro dei "colletti bianchi" non fossero soggetti ad essere eliminati. Si presumeva che, a causa dell'interazione fra gli esseri umani, non ci sarebbero state macchine in grado di sostituire lavoratori in carne ed ossa. Non è più così.
Un grande avanzamento tecnologico permette ora che le macchine possano elaborare immense quantità di dati, una funzione questa finora esercitata, ad esempio, da consulenti finanziari di base. Le nuove macchine ormai possono processare dati che un individuo impiegherebbe diverse vite a calcolare. Il risultato è che tali macchine hanno già cominciato ad eliminare i posti di questi lavoratori dal colletto bianco. È vero che questo ancora non interessa i posti di alto livello o le posizioni di supervisione. Ma è possibile vedere verso dove soffia il vento.
Prima, quando i posti di lavoro nell'industria venivano eliminati o ridotti, potevano essere sostituiti da posti di lavoro da colletto bianco. Ma oggi, se le posizioni da colletto bianco spariscono, dove verranno creati i nuovi posti di lavoro? E se non verranno creati, l'effetto generale sarà quello di ridurre severamente la domanda effettiva.
Ma, la domanda effettiva è la conditio sine qua non per il capitalismo, in quanto sistema storico. Senza domanda effettiva, non ci può essere accumulazione del capitale. Sembra esser questa la realtà che si sta insinuando. Perciò, non sorprende il fatto che emergano le preoccupazioni. Non è probabile, tuttavia, che i "timidi" tentativi per far fronte a questa nuova realtà possano fare qualche differenza reale. La crisi strutturale del sistema sta venendo apertamente a galla. La grande questione non è come si ripara il capitalismo - ma che cosa lo sostituirà.

Ancora cinquanta giorni di lotta per dire NO ai nemici della Costituzione più bella del mondo

di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Tomaso Montanari, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky
Tra cinquanta giorni, il prossimo 4 dicembre, il Governo Renzi chiederà agli italiani: «volete contare di meno, volete meno democrazia, volete darci mano libera?».
Noi risponderemo di No. Perché non vogliamo contare di meno, non vogliamo meno democrazia, non vogliamo dare mano libera a questo, come a qualunque altro governo.
Una classe politica incapace e spesso corrotta prova a convincerci che la colpa è della Costituzione: ma non è così. A chi ci dice che per far funzionare l’Italia bisogna cambiare le regole, rispondiamo: noi, invece, vogliamo cambiare i giocatori.

Questa riforma non abbatte i costi della politica: fa risparmiare 50 milioni l’anno (non 500 come dice il Presidente del Consiglio, mentendo), che è quanto gettiamo ogni giorno in spesa militare. Come possiamo credere alla buona fede di un governo che sottrae somme enormi al bilancio pubblico permettendo alla Fiat (ma anche all’Eni, controllata dallo Stato) di pagare le tasse in altri paesi, e poi viene a chiederci di fare a brandelli le garanzie costituzionali per risparmiare un pugno di soldi?

Questa riforma non abolisce il Senato: che continuerà a fare le leggi seguendo numerosi e tortuosi percorsi. Quella che viene abolita è la sua elezione democratica diretta: il Senato farà la fine delle attuali provincie, che esistono ancora, spendono denaro pubblico, ma sono in mano ad un personale nominato dalla politica, e non eletto dal popolo.

Questa riforma consentirà a una maggioranza gonfiata in modo truffaldino dalla legge elettorale su cui il governo Renzi ha chiesto per ben tre volte la fiducia di scegliersi il Presidente della Repubblica e di condizionare la composizione della Corte Costituzionale e del CSM.

Questa riforma attua in modo servile le indicazioni esplicite della più importante banca d’affari americana, la JP Morgan, che in un documento del 2013 ha scritto che l’Italia avrebbe dovuto liberarsi di alcuni ‘problemi’ dovuti al fatto che la sua Costituzione è troppo «socialista». Quei ‘problemi’ sono – nelle parole di JP Morgan –: «governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo». Matteo Renzi dice che il suo modello politico è Tony Blair, il quale oggi percepisce due milioni e mezzo di sterline all’anno come consulente di JP Morgan. E la domanda è: a chi giova questa riforma costituzionale, ai cittadini italiani o agli speculatori internazionali?

Ma negli ultimi giorni anche osservatori legati alla finanza internazionale stanno iniziando a farsi qualche domanda. Il «Financial Times» ha definito la riforma Napolitano-Renzi-Boschi «un ponte che non porta da nessuna parte». La metafora è particolarmente felice, visto che la campagna referendaria di Renzi è partita con la resurrezione del Ponte sullo Stretto, di berlusconiana memoria.

E in effetti c’è un forte nesso tra la riforma e le Grandi Opere inutili e devastanti: il nuovo Titolo V della Carta è scritto per eliminare ogni competenza delle Regioni in fatto di porti, aeroporti, autostrade e infrastrutture per l’energia di interesse nazionale: e spetta ai governi stabilire quali lo siano.

Così il disegno si chiarisce perfettamente: lo scopo ultimo della riforma è umiliare e depotenziare la partecipazione democratica. Sarà il Presidente del Consiglio e il suo Governo, quali che essi siano oggi e domani, a decidere dove fare un inceneritore o un aeroporto: senza possibilità di appello. È la filosofia brutale dello Sblocca Italia: mani libere per il cemento e bavaglio alle comunità locali. Il motto dello Sblocca Italia è lo stesso della Legge Obiettivo di Berlusconi: «Padroni in casa propria». Un motto dalla genealogia dirigistica che ben riassumeva l’idea di poter disporre del territorio come padroni.

Ebbene, nel Mulino del Po di Riccardo Bacchelli un personaggio dice che la sua idea di buongoverno è che «tutti siano padroni in casa propria e uno solo comandi in piazza». Non è questa la nostra idea di democrazia: è a tutto questo che, il 4 dicembre, diremo NO.

Povertà, l’Italia ha rinunciato a combatterla

di Giuseppe De Marzo

Stato sociale. Nella giornata mondiale per l’eliminazione della miseria, gli ultimi dati registrano nel Paese una situazione in netto peggioramento. Dopo 8 anni di tagli al welfare, un ddl che stanzia poco più di 1 mld invece dei 18 necessari
Domani, 17 ottobre, è la giornata mondiale per l’eliminazione della povertà, istituita nel 1993 dalle Nazioni Unite. Povertà e disuguaglianze sono oggi i principali problemi del nostro Paese e del nostro continente. Ma quel che è ancor più grave, è che ogni anno per noi italiani è sempre peggio. Gli ultimi dati Istat, Eurostat, Svimez, Censis denunciano una vera e propria emergenza sociale e democratica. «Un sistema di protezione sociale tra quelli europei meno efficace ed incapace di far fronte all’aumento di diseguaglianze e povertà», queste le parole pronunciate lo scorso 20 maggio alla Camera dal presidente dell’Istat, Giovanni Alleva, durante la presentazione dell’ultimo rapporto 2016 sulla situazione del Paese.
Disuguaglianze e povertà aumentano, nonostante la crescita economica. I dati sono drammatici ed al tempo stesso inequivocabili: l’indice Gini sulle diseguaglianze di reddito è aumentato da 0,40 a 0,51, dal 1990 al 2011, portando il nostro Paese ad essere quello con l’incremento peggiore d’Europa dopo la Gran Bretagna, in cui si registra un indice dello 0,52; il 28,3% della popolazione è a rischio povertà, in particolar modo al sud; altissimo il numero della povertà assoluta, che colpisce quasi 5 milioni di italiani, triplicati negli ultimi 8 anni, così come il numero dei miliardari, arrivati a 342, a dimostrazione che la ricchezza c’è ma il sistema la ridistribuisce verso l’alto. Resta immutato all’11,5% l’indice di grave deprivazione materiale che colpisce le famiglie. L’Istat denuncia come il sistema di trasferimenti italiano (escludendo le pensioni) non sia in grado di contrastare la dinamica di costante impoverimento, che colpisce soprattutto donne, minori, famiglie monoparentali, migranti già residenti. Il progressivo deterioramento delle condizioni del mercato del lavoro ha contribuito in maniera determinante all’aumento vertiginoso delle diseguaglianze, colpendo soprattutto giovani e donne.
Instabilità lavorativa e precarietà sono tra i principali fattori che generano i maggiori svantaggi distributivi.
Questo spiega la crescita dei Neet, gli under 30 che non sono occupati, non studiano ed hanno smesso di cercare lavoro. Nel 2015 erano oltre 2,3 milioni, in grande aumento rispetto al 2008 ma in leggero calo rispetto al 2014 (-2,7%). A conferma di una situazione che vede i giovani del nostro Paese tra i più discriminati del continente, i dati del rapporto Istat sulla mobilità sociale e sugli effetti occupazionali del percorso di studi testimoniano un sistema sociale bloccato e/o altamente selettivo, nel quale l’accesso ad un buon lavoro è possibile solo per chi ha condizioni di partenza migliori.
Il nostro sistema di protezione sociale è sottofinanziato ed inadeguato. L’Istat fa l’esempio di altri Paesi europei che nonostante le politiche di austerità imposte dalla governance hanno garantito e finanziato sistemi di welfare in grado di evitare o contenere l’aumento della povertà. Il rapporto dimostra che si poteva e doveva fare decisamente molto di più per evitare il disastro sociale. Il problema non è certo di assenza di risorse, ma di priorità scelte dalla politica. Dal rapporto emerge infatti come nel 2014 il tasso delle persone a rischio di povertà si riduceva, dopo i trasferimenti, di 5,3 punti (dal 24,7 al 19,4%) a fronte di una riduzione media nell’Ue a 27 Paesi di 8,9 punti. Le disparità all’interno dell’Unione sono notevoli. L’Irlanda è il Paese europeo con il sistema di trasferimenti sociali più efficace, in grado di ridurre l’indicatore di rischio di povertà di 21,6 punti; segue la Danimarca (14,8 punti di riduzione). Soltanto in Grecia (dove il valore dell’indicatore si riduce di 3,9 punti) il sistema di trasferimenti sociali è meno efficace di quello italiano.
Questo stato di cose spiega perché anche in presenza di una crescita del Pil non vi sia un miglioramento delle condizioni di vita per chi è in difficoltà, anzi il divario come abbiamo visto aumenta. Così come è stato ampiamente dimostrato che non vi è nessuna relazione tra aumento del debito pubblico e spesa pubblica. La nostra spesa sociale è tra le più basse d’Europa e, nonostante i tagli, il debito continua a crescere. La fotografia scattata dall’Istat è la conseguenza di una politica assente da anni nella lotta alle diseguaglianze, rassegnata all’idea che non sia obbligo della Repubblica combatterle e rimuoverne le cause, sempre più preoccupata a convincerci che il welfare rappresenti ormai un lusso che non possiamo più permetterci. Universalismo selettivo, darwinismo sociale e istituzionalizzazione della povertà sono conseguenze di una cultura politica che rinnega universalismo, solidarietà e cooperazione sociale come strumenti fondanti della democrazia a garanzia della Dignità.
L’impianto normativo adottato e le scelte fatte nel corso di questi ultimi otto anni di crisi lo confermano: taglio del 66% del Fondo Nazionale per le politiche sociali, mancati trasferimenti ai Comuni per 19 miliardi a causa del patto di stabilità (dati Ifel), assenza di una misura di sostegno al reddito, già attiva in tutta Europa con la sola esclusione di Grecia e Italia, invocata da numerose risoluzioni europee a partire dal 1992 e dalle mobilitazioni e proposte di centinaia di migliaia di cittadini impegnati per introdurre un reddito di Dignità. Per ultimo il Ddl povertà, che stanzia la miseria di poco più di un miliardo di euro per affrontare un’emergenza che ne richiederebbe 18 per garantire almeno la dignità.
* Campagna Miseria Ladra, Libera-Gruppo Abele

mercoledì 12 ottobre 2016

Combinando

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Nel 1274, alla fine di un lungo eremitaggio sul Picco di Rana, nell’isola di Maiorca, Ramon Llull concepisce — per rivelazione divina, dice — l’idea di una grande opera che diventa cuore e obiettivo della sua vita: la creazione di un complesso sistema che chiama la sua «Arte», ovvero la Ars Magna. L’«Arte Grande» di Llull è uno strano e complesso sistema in bilico fra metafisica e logica, espresso in forma di tavole, grafici e cerchi mobili di carta che si possono ruotare e sovrapporre per generare combinazioni arbitrarie di concetti elementari fondamentali. Con questo sistema, Ramon Llull intendeva mettere ordine nel mondo e convertire ebrei e musulmani al cristianesimo.
Questi obiettivi, direi, non li ha raggiunti. Ma l’influenza del suo strano sistema è stata vastissima. Giordano Bruno e Montaigne, due fra i pensatori alle radici della modernità, hanno preso ispirazione da lui. Ma è stato sopratutto Leibniz a cogliere il nocciolo dell’Arte Grande di Llull, ripulirla da aspetti medievali e
cercare di trarne una lingua razionale universale, ribattezzandola «arte combinatoria», con l’obiettivo di tradurre l’intera razionalità in calcolo. Un’applicazione
diretta di questa idea è la prima macchina per calcolare ideata da Gottfried Wilhelm Leibniz, progenitrice riconosciuta di tutti i computer odierni. Ma la stessa idea è alla base degli sviluppi moderni della logica, da Friedrich Ludwig Gottlob Frege al positivismo logico, pensata come grammatica universale della razionalità.
L’Arte di Llull è radice profonda di non piccola parte del pensiero e della tecnologia moderna, e fa del grande intellettuale catalano una delle voci più originali e influenti del Medioevo europeo. Uno strumento tecnico centrale nella fisica di cui mi occupo, solo per fare un esempio marginale, è dato dai grafi: immagini che codificano il modo in cui un certo numero di elementi sono connessi fra loro; i grafi sono stati inventati da Ramon Llull.
Alla radice della strana potenza dell’arte combinatoria c’è un fatto semplice. Lo racconta bene una famosa leggenda nell’epica Il libro dei Re di Ferdowsi, il massimo poeta persiano. Il sapiente che inventò il gioco degli scacchi, un uomo chiamato Sissa ibn Dahir, ne fece dono a un grande re indiano. Il re, ammirato e grato, chiede al sapiente come può ricompensarlo, e il sapiente risponde: «Dammi un chicco di grano per la prima casella della scacchiera, due per la seconda, quattro per la terza, e così via raddoppiando fino all’ultima casella della scacchiera».
Il re è stupito da tanta modestia e ordina subito di esaudire la richiesta. Ma qual è il suo stupore quando i suoi attendenti vengono a riferirgli che tutti i granai del regno non bastano a soddisfare quello che chiede il sapiente! Il conto è presto fatto: solo per l’ultima casella, che è la sessantaquattresima, serve un numero di chicchi pari a due moltiplicato 64 volte per se stesso, e questo fa 18 miliardi di miliardi di chicchi. Se un chicco pesa un grammo, sono diecimila miliardi di tonnellate di grano. E solo per l’ultima casella! Dante, nel XXVIII canto del Paradiso usa proprio questa leggenda per dire «molti molti»: «Ed eran tante, che ’l numero loro/ più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla».
Che cosa significa il fatto che da cose tanto piccole possa nascere un numero tanto grande? Significa una cosa semplice: il numero di combinazioni è generalmente molto più grande di quanto immaginiamo istintivamente. Combinando poche cose semplici, si può ottenere un’inaspettata vastità di cose, e queste possono essere arbitrariamente varie e complicate. Non è solo il numero delle combinazioni a stupirci: è anche la loro varietà.
Pensate alla natura intorno a noi. La fisica ci ha fatto comprendere che tutto ciò che vediamo non è generato che da una ventina scarsa di particelle che interagiscono attraverso poche forze elementari. I pochi tasselli di questo semplice Lego producono foreste e montagne, cieli stellati e gli occhi delle ragazze.
Ma lo spazio di ciò che può esistere è ancora più grande del già sterminato spazio di ciò che esiste. Pensate alle proteine che formano la struttura di tutti gli
esseri viventi terrestri. Una proteina è più o meno una sequenza di alcune decine di aminoacidi. Gli aminoacidi sono una ventina. Ci viene subito in mente di produrre tutte le possibili proteine e studiarle: questo ci permetterebbe di capire tutte le possibili strutture della materia vivente, perfino di anticipare l’evoluzione della vita terrestre... Ma c’è un problema: il conto è presto fatto e le combinazioni possibili di una ventina di aminoacidi in catene di qualche decina di elementi sono talmente numerose che anche se riuscissimo a produrre una proteina diversa ogni secondo, l’intera vita dell’universo non sarebbe sufficiente per produrre che una piccolissima parte di tutte le proteine possibili... In altre parole, lo spazio delle possibili strutture della vita è ancora quasi del tutto inesplorato: non solo da noi ma anche dalla natura.
La prima intuizione sull’immensità dello spazio aperto dalla complessità l’aveva già avuta Democrito, 24 secoli fa. Democrito aveva compreso che l’intera natura poteva essere costituita solo da atomi e, scriveva, sono le combinazioni degli atomi a generare la complessità della natura «così come le combinazioni delle poche lettere dell’alfabeto possono generare commedie o tragedie, poemi epici o storie buffe».
La nostra intuizione arretra di fronte agli immensi numeri e alla sterminata varietà generati dalle combinazioni. Come il re della storia persiana, ci sembra
impossibile che combinando cose semplici possano nascere tante cose e tanto complesse. Per questo, io credo, ci sembra così inconcepibile che cose complesse come la vita o il nostro stesso pensiero possano emergere da cose semplici: perché istintivamente sottovalutiamo le cose semplici. Non le crediamo capaci di tanto. Numeri generati da chicchi di grano e una scacchiera non possono certo svuotare i granai del regno! E invece sì.
Il nostro cervello contiene circa cento miliardi di neuroni, ciascuno di questi è legato ad altri neuroni da congiunzioni, le sinapsi. Ogni neurone ha alcune migliaia di sinapsi. Quindi ciascuno di noi ha in testa centinaia di migliaia di miliardi di sinapsi. Ma non è questo il numero che determina lo spazio possibile dei nostri pensieri. Lo spazio dei nostri pensieri è (almeno) lo spazio delle combinazioni possibili in cui ciascuna sinapsi è attiva o no. E questo numero è due moltiplicato per se stesso non 64 volte come nella fiaba del sapiente persiano, bensì centinaia di migliaia di miliardi di volte. Il numero risultante è un numero stratosferico, per scriverlo servirebbero migliaia di miliardi di cifre «tante, che ’l numero loro,/ molto più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla»! Neanche la cosmologia più scatenata tratta con numeri così grandi.
Questo numero quantifica l’immenso spazio del pensabile, di cui noi non abbiamo esplorato che un angolino infinitesimo. È lo spazio sterminato aperto dalle combinazioni, dall’arte del combinare, l’Ars Magna, l’Arte Grande, di Ramon Llull.
- Carlo Rovelli - Pubblicato su La Lettura/Corriere del 9 Ottobre 2016 -