lunedì 19 giugno 2017

Per una coalizione civica nazionale di sinistra di Tomaso Montanari

Il testo che ho pronunciato oggi al Teatro Brancaccio, a Roma.
«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
    
L'articolo 3 della Costituzione della Repubblica. Il cuore del progetto che uscì dall'antifascismo e dalla Resistenza.
Ecco il nostro punto di partenza. Ma è anche il nostro punto di arrivo: l'attuazione dell'eguaglianza sostanziale, l'inclusione, la persona umana come misura di tutte le cose.
    
Questa la bussola, questa la mèta. Questo il metro per costruire una vera coalizione civica di sinistra.
L'inclusione è una prospettiva rivoluzionaria, in una Italia in cui imputiamo ai migranti come una colpa, addirittura come un reato, l'essere nati altrove. Abbiamo ridotto ad un problema contabile – di quote e flussi – la questione centrale di questo tempo: una migrazione di massa che ci interpella senza sosta circa la qualità della nostra democrazia, circa la realtà della nostra Costituzione, e anzi circa la nostra stessa umanità. È a Lampedusa, è nel disastro umano e democratico di Ventimiglia – non qua a Roma – che si capisce cosa vuol dire essere eguali, o non esserlo.
    
Partiamo dalla Costituzione perché – lo sappiamo tutti – non saremmo oggi qua senza la lunga battaglia culminata nella straordinaria vittoria del No, lo scorso 4 dicembre.
Ma bisogna essere molto chiari. Ci è stato spesso rimproverato che il No non fosse un progetto politico. E oggi ci si dice che non esiste un popolo del No. È vero. Hanno ragione: non esiste un popolo del No, esiste un popolo della Costituzione. Un popolo che sente proprio, e urgente, il progetto della Costituzione. E che ora vuole attuarlo.
    
Abbiamo capito che con quella riforma costituzionale non erano in gioco solo singoli articoli. Era revocato in dubbio un intero progetto. Erano messi in discussione i principi fondamentali della Carta.
Abbiamo detto no ad una oligarchia. Abbiamo detto no alla formalizzazione della oligarchia della finanza e delle banche. E abbiamo detto no perché volevamo dire un grande Sì: un Sì alla democrazia.
E la nostra idea di democrazia è quella che Michel Foucault leggeva in Aristotele: «La risposta di Aristotele (una risposta estremamente interessante, fondamentale, che entro certi limiti rischia forse di provocare un ribaltamento di tutto il pensiero politico greco): è che è il potere dei più poveri a caratterizzare la democrazia».
Ebbene, oggi è vero il contrario. Il potere è saldamente nelle mani dei più ricchi.
E, come ha scritto Tony Judt, «i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi. Chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione, e protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico. ... Le società sono organismi complessi, composti da interessi in conflitto fra di loro. Dire il contrario (negare le distinzioni di classe, di ricchezza, o di influenza) è solo un modo per favorire un insieme di interessi a discapito di un altro».
Oggi tutto il sistema serve a perpetuare una radicale negazione della democrazia, bloccandoci in gated communities: gruppi divisi per censo e ben recintati, culturalmente, socialmente e materialmente. Gruppi dai quali è impossibile evadere.
Oggi si parla di una Sinistra rancorosa. Se ci si riferisce ai regolamenti interni di un ceto politico autoreferenziale e rissoso, sono d'accordo. Non sono d'accordo, invece, se ci si riferisce alla sacrosanta rabbia che in molti proviamo per questo stato delle cose. Una indignazione che è la molla fondamentale per ridiscutere i fondamentali di una politica profondamente corrotta, in tutti i sensi.

Occorre rovesciare il tavolo della sinistra, per tornare a guardare le cose dal punto di vista di chi è caduto a terra: non da quello di chi è garantito.
Noi oggi siamo qua per fare nostro questo punto di vista. Il punto di vista di chi è caduto, di chi non si è mai alzato.
Quando è stato chiaro che ciò che pure si continua a chiamare 'sinistra' sarebbe stata sotto il controllo di una oligarchia senza alcuna legittimazione dal basso, e intimamente legata al sistema, abbiamo detto: 'basta'. Se l'unica prospettiva della sinistra era tornare ad allearsi, in qualunque forma, al Pd di Matteo Renzi, ebbene noi non avremmo nemmeno votato.
Io ed Anna Falcone abbiamo deciso di invitarvi a venire qua oggi, quando l'ennesimo amico ci ha detto che alle prossime elezioni politiche non avrebbe votato. Quando noi stessi ci siamo confessati un identico stato d'animo.
Milioni di persone ­– tra cui moltissimi giovani – che il 4 dicembre erano andati ai seggi per dire no a quel progetto di oligarchia, ora non vedono niente a cui dire sì con un voto. Nessun progetto di giustizia ed eguaglianza. Solo giochi di potere: autoreferenziali, incomprensibili. Senza futuro: morti.
E «lasciate che i morti seppelliscano i morti», dice il Vangelo.
Tutti questi giochi sono basati su un assunto, un dogma, una certezza: che ormai in Italia voti solo il 50% dei cittadini. E sulla cinica consapevolezza che quel 50% che vota è la metà più garantita, più protetta. Quella che ha qualcosa da perdere. E che, invece, nel 50% che non vota ci sono i sommersi. I disperati. I disillusi. Gli scartati, di cui nessuno si cura.
Ebbene, l'idea che ci ha condotti oggi qua è molto semplice: costruire una grande coalizione civica nazionale e di sinistra capace di portare in Parlamento questa metà di Italia.
Con il suo dolore, le sue ferite, le ingiustizie patite. Ma anche con il suo progetto, la sua voglia di riscatto, la sua fame di futuro. La sua fantasia.
Abbiamo difeso con i denti una Repubblica parlamentare. Abbiamo rigettato il disegno di uno strapotere del potere esecutivo.
Ebbene, siamo coerenti: è il Parlamento il centro della vita democratica.
Una delle ragioni della decadenza della nostra democrazia è l'umiliazione perpetua del Parlamento, cristallizzata in sistemi elettorali che l'hanno consegnato alla cieca fedeltà a pochi capi.
E allora: è venuto il momento di lavorare sulla rappresentanza, non sul feticcio della governabilità.
In questi giorni siamo stati rimproverati perché non pensiamo ad una sinistra di governo. Vorrei rispondere con chiarezza e con forza.
In questi ultimi vent'anni la sinistra italiana ha scambiato i fini con i mezzi: il governo è diventato un fine, e ci siamo dimenticati a cosa serviva, governare.
E invece il governo è un mezzo, è uno strumento, per attuare un progetto: e noi oggi vogliamo lavorare al progetto, portando in Parlamento l'energia, la sofferenza, la visione di questo Paese.
È questo l'unico voto veramente utile: quello che costruisce rappresentanza democratica, portando in Parlamento l'altra metà dell'Italia. Un grande progetto di inclusione e di attuazione della sovranità.
Sia chiaro. Sappiamo bene che è nelle città che si gioca la partita più carica di futuro.
La distruzione delle economie dei comuni, la verticalizzazione elettorale delle figure dei sindaci, l'alienazione dello spazio pubblico, il massacro dei tessuti urbani hanno fatto delle cento città italiane altrettante fabbriche della diseguaglianza e della infelicità.
Ma dove è il pericolo, là si trova anche il rimedio: ed è da quelle stesse città che sono partite mille esperienze di rinnovamento: molte delle quali oggi sono rappresentate tra noi. Si tratta di esperienze cruciali, la vera novità della scena politica italiana. Penso – per esempio – all'esperienza delle coalizioni civiche di sinistra di Padova e di Catanzaro. Quel che conta in questi esempi è la qualità di una partecipazione intensa e lucida, che ha tenuto insieme partiti, associazioni e cittadini. Tanti cittadini: cittadini che avevano da anni rinunciato alla politica. Ecco il punto: riunire, federare, far dialogare, mettere insieme, cucire tutte queste esperienze di partecipazione civica, facendole sfociare in Parlamento, centro della comunità civile italiana.
Basta guardare a queste esperienze sparse per tutta Italia per comprendere che siamo di fronte ad una rottura con la formula del centro-sinistra. Ma non è questione di sigle, né tantomeno si tratta di escludere un'area politica. È questione di storia, di fatti.
È ai governi di centro sinistra che dobbiamo lo smontaggio sistematico del progetto della Costituzione. La prima riforma costituzionale votata dalla sola maggioranza parlamentare è stata la riforma del Titolo V della Costituzione sul finire della prima legislatura dell'Ulivo.
È stato un governo di centro sinistra a decidere una guerra illegittima sia per la Carta dell'Onu, sia per la nostra Costituzione.  
L'approccio restrittivo all'immigrazione è stato introdotto dalla legge Turco-Napolitano.  
L'avvio della precarizzazione dei rapporti di lavoro la dobbiamo alla riforma Treu.
L'abbandono del ruolo dello Stato nell'economia (e dunque nella vita dei cittadini) è avvenuto in forza delle privatizzazioni incontrollate e delle spesso altrettanto incontrollate liberalizzazioni volute da governi di centro sinistra 
La mancanza di una seria legge contro la concentrazione dei mezzi di informazione è frutto di scelte compiute durante la prima legislatura dell'Ulivo 
Il colpo finale alla progressività fiscale è venuto dalla stessa area politica. La "federalizzazione" dei diritti, che oggi ne impedisce l'uguale attuazione su tutto il territorio nazionale (pensiamo alla sanità!), è iniziata con le riforme di Franco Bassanini.  
L'infinita stagione della distruzione della scuola e della aziendalizzazione dell'università porta anche la firma di Luigi Berlinguer 
E l'espianto di fatto dell'articolo 9 della Costituzione – quello che protegge ambiente e patrimonio culturale – non lo si deve a Lunardi o a Bondi, ma ai governi Renzi e Gentiloni, con lo Sblocca Italia e la riforma Franceschini.
 
Infine, il completo abbandono del Mezzogiorno d'Italia a se stesso: una delle macro-diseguaglianze più atroci e insopportabili. Un abbandono sancito dalla cinica alleanza tra il Pd e il peggio dei governi regionali del Sud: basti pensare allo scandalo della Campania.

Quando noi diciamo che è finita la stagione del centro sinistra, diciamo che bisogna rompere con tutto questo: bisogna rompere con una sinistra alla Tony Blair, che fa il lavoro della destra. Con un Renzi indistinguibile da Berlusconi.
Bisogna finirla con un centro sinistra che ha sostanzialmente privatizzato il rapporto tra il cittadino e i suoi diritti, sterilizzando e di fatto abrogando i principi fondamentali della Costituzione. Come ha scritto Luciano Gallino, la «"costituzione" non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, ... [è] volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant'anni dopo la guerra». Gallino ha spiegato che il primo articolo di questa legge – virtuale, ma ferrea – fatta propria in Italia dal centro sinistra dice che «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio».
Alcune personalità politiche che hanno contribuito a questo smontaggio dello Stato oggi non stanno con il Partito Democratico di Matteo Renzi (erede naturale di quelle politiche), ma dicono di voler partecipare ad un processo unitario a sinistra. «Ci siamo dimenticati dell'uguaglianza», ammette Romano Prodi nel suo ultimo libro: chi la pensa così, è benvenuto. Non c'è alcun bando, alcuna proscrizione, alcuna esclusione.
Ma deve essere chiaro che la rotta è invertita. Che la rotta è diametralmente opposta a tutto questo.
Non chiediamo un'abiura rispetto al passato (e come potremmo? a che titolo?): ma dev'essere chiaro che qua vogliamo costruire un futuro diverso.
Lo stesso vale, sia chiaro, per le posizioni espresse al referendum del 4 dicembre. Nessuno è bandito perché ha votato sì. Ma nel momento in cui il Pd e Forza Italia annunciano che nella prossima legislatura riproveranno a manomettere la Costituzione, bisogna che ci sia un impegno esplicito e non derogabile: chi sta da questa parte la Costituzione vuole attuarla, non rottamarla.


È il futuro che ci sta a cuore: non la resa dei conti con il passato.
E, allora, cosa vogliamo per il futuro? Provo a dire tre cose concrete, che indicano la direzione.
Vogliamo applicare l'articolo 53 della Costituzione, quello che impone la progressività fiscale: sia per i redditi, che per i patrimoni.
Negli ultimi decenni sono state aumentate le tasse ai poveri per poterle diminuire ai ricchi. Occorre invertire la tendenza. Le tasse vanno ridotte a chi ne paga troppe: ai redditi bassi e ai redditi medi; vanno aumentate a chi ne paga poche: ai redditi alti e altissimi. Solo allora una lotta senza quartiere all'evasione fiscale potrà avere successo. Ci vuole una seria imposizione patrimoniale. E occorre ripristinare una seria imposta di successione. Perché una seria progressività fiscale realizza due obiettivi: consente di raccogliere le risorse necessarie a sostenere e incrementare lo stato sociale e opera una redistribuzione della ricchezza.
Come ben sappiamo, la Costituzione è fondata sul lavoro, nel senso che indica una precisa prospettiva di trasformazione della società. È la rivoluzione promessa di cui parlava Piero Calamandrei. Ed è per questo che la disoccupazione sfigura le vite delle persone e contemporaneamente mina la tenuta della democrazia. Per questo la Costituzione non sarà attuata finché non ci sarà parità di retribuzione tra uomini e donne.
Solo ieri siamo scesi in piazza, con la CGIL, per denunciare il vero e proprio inganno costituzionale compiuto dal governo Gentiloni sui voucher: un atto grave nel merito, e ancor più grave perché aggirando e contraddicendo un referendum già convocato distrugge, dall'alto e dall'interno delle istituzioni, quel rispetto della legalità costituzionale che è il presupposto minimo per il funzionamento della nostra democrazia.
La Costituzione costruisce i rapporti economici su un equilibrio tra capitale e lavoro. Ma oggi il capitale spadroneggia sul lavoro. Lo Stato per primo abusa del precariato (nella scuola, negli ospedali, nelle biblioteche, nei musei). Bisogna tornare a un rapporto più equilibrato. La prima cosa da fare è reintrodurre una disciplina il più possibile unitaria dei rapporti di lavoro: bisogna tornare a un contratto, tendenzialmente unico, a tempo indeterminato. A tutele uguali per tutti.
E poi l'ambiente: come ha detto con forza Barack Obama, siamo probabilmente l'ultima generazione che può ancora fermare l'autodistruzione del genere umano.
L'Italia non l'ha capito. La media del nostro consumo di suolo è del 7% annuo, contro il 4,1 medio dell'Unione Europea. Matteo Renzi e Maurizio Lupi, con lo Sblocca Italia, hanno slegato le mani ai signori del cemento e delle grandi opere (dal Tav in Val di Susa al fantasma ricorrente del Ponte sullo Stretto), con un'idea di sviluppo distruttiva e tremendamente vecchia.
Invece, l'unica vera opzione è UGO: l'Unica Grande Opera utile, e cioè il risanamento del territorio italiano. La prevenzione antisismica, la cura idrogeologica, la conservazione programmata del patrimonio culturale, che con il territorio è indissolubilmente fuso.
Una vera spending review dei conti pubblici, ma orientata sui valori fondamentali della Costituzione (e dunque in primis rivolta a comprimere una sempre crescente spesa militare), è la premessa necessaria per finanziare questa immensa opera: capace di dare lavoro a centinaia di migliaia di persone, e di farci risparmiare i miliardi che buttiamo per riparare alle continue catastrofi ambientali in gran parte provocate da noi stessi.
È venuto il momento di ricostruire lo Stato, e il suo ruolo.
Uno stato capace di fare l'interesse di tutti. Bisogna mettere fine "al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l'ordinato sviluppo urbanistico, l'onesto rispetto della legge e dell'equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere": sono parole di Enrico Berlinguer, pronunciate nel 1974.
Oggi l'interesse pubblico – anzi direi la possibile felicità pubblica – parte dalla scuola, dalla conoscenza, dalla cultura. Uno dei tratti più torvi del potere berlusconiano e renziano è stato, ed è, il disprezzo per la conoscenza, e il connesso travisamento del ruolo della scuola.
La scuola ha un unico compito: formare il cittadino sovrano di domani, e creare uguaglianza. Non produrre clienti, consumatori o schiavi. E ogni bambino perduto è un cittadino perduto. L'ultima rilevazione dell'Istat dà la dispersione scolastica al 14,7%, con picchi del 24% in Sicilia o in Sardegna. La media europea è dell'11%, l'obiettivo per il 2020 è del 10%. Di fatto oggi in Europa percentuali più alte ci sono solo in Spagna e Portogallo, Malta e Romania.
Nell'Italia di oggi l'analfabetismo funzionale (cioè la condizione di chi avendo letto un testo, non è in grado di riferirne correttamente i contenuti) è al 47%.
La Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca»: il progetto è quello di una redistribuzione di massa di una conoscenza continuamente rinnovata dalla ricerca, l'obiettivo è formare un cittadino consapevole, attivo, critico. Una società critica, una società del dissenso non è un ostacolo allo sviluppo: è una condizione essenziale per la democrazia.
Ma le politiche degli ultimi decenni, con un'accelerazione finale, sono andate in direzione diametralmente opposta. La cosiddetta cultura, e con essa il patrimonio culturale e la 'buona' scuola: tutto è stato messo al servizio di una generale de-intellettualizzazione del Paese, al servizio di un assopimento collettivo della coscienza critica, al servizio di una nostra radicale metamorfosi da cittadini in clienti, consumatori, spettatori. Invertire la rotta è la prima condizione per cambiare lo stato delle cose: anzi per immaginare che cambiarlo sia possibile.
 
Sappiamo bene che perché lo Stato italiano provi ad attuare il progetto della sua Costituzione bisogna ridiscutere i fondamenti dell'Unione Europea.
Non c'è dubbio che gli obiettivi dei trattati europei divergano in modo anche radicale da quelli che la nostra Costituzione ci impone. Questo oggettivo scontro finora ha piegato la Costituzione: fino al punto da farci inserire il pareggio di bilancio nell'articolo 81. Ebbene, anche su questo è ora di invertire la rotta. L'Italia è il più autorevole di un grande gruppo di paesi che può e deve chiedere una profonda revisione dei trattati. Mentre da subito bisogna attuare i punti più avanzati dei trattati attuali: per esempio l'articolo 3 del Trattato di Lisbona, che mette tra gli obiettivi dell'Unione la piena occupazione. Per far questo occorre costruire una sovranità europea, una vera politica europea. È questo l'unico europeismo che può darci ancora Europa e, domani, più Europa. Perché, sia chiaro, l'Italia non ha futuro fuori dall'Unione Europea. Ma questa Unione Europea va cambiata dalle fondamenta.
 
È su tutto questo, e su molto altro ancora, che dobbiamo e vogliamo discutere insieme, da oggi in poi. Ed è importante, anzi decisivo, decidere come farlo. Se le idee, i nodi, le prospettive che oggi proveremo a delineare vi sembreranno quelli essenziali, vitali, da domani può partire un vero processo costituente, dal basso.
Non c'è nulla di stabilito, di deciso. Non un nome (alleanza popolare per la democrazia e l'eguaglianza è solo una goffa didascalia esplicativa di un progetto), non un programma, non una leadership, non candidature. Ciò che vorremmo è un'alleanza capace di portare in Parlamento la parte sommersa di questo Paese. Un'alleanza tra cittadini, associazioni, comitati e partiti.
Su questo punto bisogna essere chiari. Un vento impetuoso soffia oggi in Italia contro l'idea stessa di partito. Noi non siamo d'accordo. Non crediamo alla favola che oppone una società buona ai partiti cattivi. Sentiamo invece il dovere di distinguere: tra partito e partito, e nella società stessa.
Sappiamo quanto i partiti in sé siano cruciali nel funzionamento del sistema disegnato dalla nostra Costituzione.
Pensiamo che il Partito Democratico di Renzi sia ormai un pezzo della destra. Perché fa politiche di destra: e di destra non sempre moderata. Lo diciamo con grande dolore, e con profondo rispetto per una gran parte dei suoi militanti. Ma dovremmo collocare un partito che lavora per aumentare la disegugaglianza (si pensi al Job's act)?
Lo diciamo una volta per tutte: chi partecipa a questo processo costituente di una nuova sinistra partecipa alla costruzione di una forza radicalmente alternativa al PD.
Pensiamo che il Movimento 5 Stelle sia prigioniero di un'oligarchia imperscrutabile. E vediamo che nella sua agenda – sempre più spostata a destra, con tratti preoccupanti di xenofobia e intolleranza – non c'è posto per la parola eguaglianza.
Ma vediamo anche che ci sono partiti diversi. Possibile e Sinistra Italiana hanno subito risposto a questo appello. La loro adesione non ci ha sorpreso: eravamo stati accanto in mille battaglie, non da ultimo in quella per il No.
E hanno risposto anche Rifondazione Comunista, e tante esperienze politiche di partecipazione, tra cui per esempio Dema, l'Altra europa per Tsipras e molte altre.
Naturalmente se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile.
C'è forte l'esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo dico con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la «più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l'urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia».
Altri partiti non hanno ancora deciso se partecipare. Articolo 1-Movimento Democratico Progressista ci ha chiesto di parlare: ascolteremo tra poco, e con grande attenzione, il senatore Miguel Gotor.
Abbiamo invitato Giuliano Pisapia, e il suo Campo progressista: la risposta è stata che «non ci sono le condizioni». Non ci pare un buon inizio. Ma è una risposta che aiuta a spiegare perché oggi siamo qua: perché temiamo che nessun'altro voglia parlare alla metà del Paese che non vota.
Il nostro obiettivo finale rimane una sola lista a sinistra: e aspettiamo, il primo luglio, una risposta chiara. Una risposta sulle cose, non sulle formule.
In questi giorni, le migliaia di persone che hanno aderito a questo invito hanno espresso due sentimenti contraddittori: entusiasmo e paura. L'entusiasmo di chi diceva: «Sono felice di poter tornare a votare!». La paura di chi teme che anche questo tentativo fallisca, come tutti quelli ­– generosi e coraggiosi – che l'hanno preceduto. Non li elenco: tutti li conoscete, molti di voi ne portano ancora le cicatrici.
C'è chi teme che questo mondo sia troppo magmatico per unirsi anche solo in una lista. C'è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Entrambi questi rischi esistono. E l'esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo.
Vogliamo costruire una vera 'azione popolare', come direbbe Salvatore Settis.
Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire.
Qualcosa ci assicura che anche questa volta non finirà male? No, niente ce l'assicura: se non il nostro impegno.
In una politica che si fonda sull'esibizione della forza, sull'arroganza e sul marketing del nulla noi diciamo al Paese: siamo poveri, siamo piccoli, siamo a mani nude, siamo pieni di limiti e avviati su un sentiero irto di ostacoli.
Ma vogliamo mettere insieme tutte queste nostre debolezze: perché sappiamo che Davide può rovesciare Golia. Anche questo abbiamo imparato, il 4 dicembre.
In una sinistra gremita da leaders senza popolo, noi siamo un popolo che non cerca un leader, ma partecipazione e condivisione.
Sappiamo, sentiamo che ci dobbiamo provare: che non possiamo rassegnarci all'astensione. Che rimarrebbe, dopo un fallimento, l'unica possibilità.
Ma non vogliamo rassegnarci ad una passione politica che escluda a priori il tema della rappresentanza parlamentare. Se vogliamo che il mondo cambi, dobbiamo portare in Parlamento chi vuole cambiare il mondo.
Da oggi dobbiamo costruire luoghi per decidere. Questo mare di idee, sofferenze, speranze, conoscenze deve sapersi organizzare. Deve saper decidere, dal basso e in modo trasparente: scegliendo un programma chiaro e forte, in dieci punti.
In pratica, dobbiamo da domani avviare un percorso sul territorio, con assemblee che consentano il censimento e la raccolta delle energie disponibili e una sorta di carovana che attraversi l'Italia definendo i nodi del programma.
Chi sottoscrive questo progetto dovrà riunirsi in assemblee territoriali capaci di eleggere una assemblea nazionale che definisca progetto, nome, simbolo e struttura organizzativa di questa coalizione. E un regolamento e dei criteri per far emergere le candidature.
Io credo che queste ultime andranno scelte non al centro, ma collegio per collegio, circoscrizione per circoscrizione. Non con la truffa delle primarie aperte a chi passa, né con manovre occulte di centri organizzati di potere: ma in modo partecipato e veramente democratico.
Dobbiamo decidere con un processo in cui ogni cittadino conti a prescindere dalle tessere che ha o non ha in tasca. Un percorso che dovrebbe portare – lo ripeto – ad una grande lista civica nazionale, di sinistra e per l'attuazione della Costituzione.
Se vogliamo che un processo come questo giunga in porto, ci sarà bisogno di una partecipazione più larga, e anche di una partecipazione nuova, di un altro modo di fare politica. Non basato sul leaderismo, ma sulla comunità.
È per questo che io, personalmente, non mi candiderò a nulla. E mi auguro che saremo in tanti, ad impegnarci fino in fondo, ma senza candidarci.
È infatti vitale che esista una cerchia di cittadini attivi e partecipanti, ma capaci di tenere alto il senso critico. Prendendo parte, anche appassionatamente, ma senza smorzare la critica.
Lo dico oggi per bloccare sul nascere un prevedibile tormentone. Ieri la Stampa ha, per esempio, scritto che «Tomaso Montanari e Anna Falcone ... si candidano a diventare la faccia fresca e "presentabile" della sinistra radicale, quella che dalla sconfitta della Sinistra Arcobaleno del 2008, ha cambiato più volte sigle ma non le percentuali elettorali, sempre ferme al 3 per cento».
Ecco, è esattamente il contrario. Non solo perché le nostre facce non rappresentano e non contano nulla. Ma perché questa 'cosa' nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell'astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta 'società civile' sarò il primo a dire che il tentativo è fallito.
Riuscirà se ci sarà una travolgente azione popolare. Così travolgente da non aver bisogno né di narrazione né dell'attenzione dei giornali: perché sarà un realtà. E così plurale da avere tanti volti da rendere impossibile isolarne alcuni.
Se oggi siamo qua è perché crediamo che questa azione popolare possa prendere vita: perché è l'unico mezzo per uscire da questo gorgo di infelicità. Perché – lo ha detto don Lorenzo Milani – «sortirne da soli è avarizia, sortirne tutti insieme è politica».
Un amico, militante del Movimento 5 Stelle, mi ha sorpreso in questi giorni, scrivendomi: «Una volta – molto tempo fa – chiesero a Vittorio Foa cosa desiderasse per Natale: la risposta fu" una destra democratica". A noi grillini non farebbe schifo una sinistra fedele ai suoi ideali e alla Costituzione, tanto per cambiare...».
Una sinistra fedele ai suoi ideali, e alla Costituzione: ecco, è proprio quella che da oggi vogliamo provare a costruire.
Tutti insieme.

venerdì 16 giugno 2017

Dal Brancaccio verso una sinistra autonoma e popolare di Luca Pandolfi

                                                            
                        
di domenica al Teatro Brancaccio di Roma, che fa seguito all'appello lanciato da Anna Falcone e Tomaso Montanari giorni addietro, apre una grande speranza nel nostro Paese: costruire in alternativa al Pd ed alle destre – due facce della stessa medaglia nel processo di conversione ordoliberista delle nostre società – una forza di sinistra in grado di "riconnettersi sentimentalmente" con i ceti popolari, quelli che hanno pagato duramente in questi anni il prezzo della crisi e della sua scellerata gestione, da parte delle stesse forze, economico-finanziarie e politiche, che l'hanno causata.
Operai, precari, giovani, ceto medio impoverito, intelligenze e saperi mortificati, il Mezzogiorno tradito e il Nord frustrato nelle sue aspettative di ripresa. Il Paese reale, in sofferenza, che ha riversato milioni di voti sul Movimento 5 Stelle, pensando di investire sul cambiamento. Ora è tutto più chiaro: Grillo, in questi anni, ha fatto da stampella al sistema, drenando e sterilizzando il dissenso, largo, profondo, che, comunque, ancora è vivo nella nostra società. Fino alla deriva para-xenofoba e securitaria attuale.
Sofferenza sociale e dissenso: è in questa direzione che bisogna guardare, parlando un linguaggio di verità e di concretezza, aprendosi all'ascolto, alla comprensione, entrando in sintonia con le "ragioni del popolo". Reddito, lotta alla precarietà, dignità del lavoro, diritto allo studio, contrasto alla criminalità organizzata, sicurezza.
Libertà e uguaglianza, sostanziale, come sancito dalla Costituzione.
Lo Stato dovrà concretamente occuparsi della rimozione degli ostacoli "di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese", mettendo in discussione gli assurdi vincoli di bilancio derivanti dalla nostra partecipazione all'Unione economica e monetaria europea. Le persone vengono prima dei conti pubblici. Ci sono diritti che nessun vincolo di finanza pubblica può limitare, comprimere, negare. Bisogna dirlo forte, gridarlo, assumendo pubblicamente, solennemente, l'impegno che mai e poi mai, in futuro, il diritto al lavoro, alla salute, allo studio, potrà essere sacrificato sull'altare del risanamento dei bilanci bancari. Quello che è accaduto in questi anni: il conto della crisi, partita dal settore bancario, è stato portato ai cittadini: una montagna di debiti privati è diventata d'incanto una montagna di debito pubblico, caricato sul groppone dei popoli. Basta! A costo di rompere con l'attuale quadro comunitario e le sue regole.
Perché il progetto sia credibile, nondimeno, non basteranno soltanto nuove parole d'ordine, innovazione nel linguaggio e nella comunicazione, un certo rinnovamento del personale politico, punti programmatici chiari: bisognerà additare pubblicamente i responsabili delle politiche che in questi anni hanno aggredito, tagliato, modificato geneticamente, il welfare state, gli esecutori materiali della strage di diritti perpetrata a danno dei lavoratori, dei giovani, dei migranti, i Quisling del capitale finanziario, del potere reale.
Politicamente, questo significa dichiarare, inequivocabilmente, la propria alternatività al Pd ed ai cespugli che gli gravitano intorno. Ma non basta. Significa che il "centrosinistra", cui qualcuno ancora impudentemente allude, non solo è una formula improponibile, vuota, ma un'esperienza, consumata, alla quale una nuova sinistra può solo imputare un pezzo, nemmeno tanto trascurabile, di responsabilità nel processo di ristrutturazione capitalistica iniziato qualche decennio addietro e nella manomissione, spoliazione, del welfare universalistico.
Non possono esserci ambiguità su questo versante. Fuori e contro il Pd, quindi, bando a manovre tese a riproporre alleanze improbabili, soluzioni compromissorie e bocciate dalla storia.
Avanti, con convinzione.

lunedì 12 giugno 2017

"Il nuovo filo rosso che può unire le sinistre". Intervento di Gianluca Schiavon


Non capita sovente che in pochi giorni. a fronte di una legge elettorale di dubbia costituzionalità, una parte significativa delle borghesia riflessiva italiana si interroghi sulla tenuta del sistema democratico italiano e sul futuro di una proposta elettorale di sinistra. E lo faccia non in base alla collocazione topografica del singolo dirigente politico, in un centrosinistra immaginario, ma in base a poche parole d’ordine e a un testo normativo: la Costituzione repubblicana.
Lo storico dell’arte moderna Tommaso Montanari e la giuspubblicista Anna Falcone sono due intellettuali militanti che hanno contribuito con la loro mobilitazione volontaria a sconfiggere il disegno di stravolgimento dei poteri e dei diritti avanzato da Renzi e Boschi.
Rappresentano una generazione che fuori e oltre, ma non contro, le soggettività politiche, sindacali e l’associazionismo classico (ANPI e ARCI) hanno fatto prevalere e, persino, reso egemone la difesa della Costituzione antifascista su un’ideologia della modernizzazione decisionista. Sono consapevoli del fatto che sul sì e sul no il 4 dicembre si è definitivamente strappata la foto dell’album di famiglia che ritraeva il gruppo dirigente della sinistra apparentata – salvo qualche defezione – dagli anni settanta ai giorni nostri.
Forti, dunque, di questa consapevolezza hanno scritto per il manifesto un appello di grande semplicità che getta le basi per una aggregazione politica a sinistra sans phrase: senza aggettivi né paletti, senza quarti di nobiltà né rendite di posizione. Un’aggregazione fondata sul dovere di rimuovere gli ostacoli alla libertà e all’uguaglianza tra i cittadini e di far partecipare le lavoratrici e i lavoratori all’organizzazione del Paese che abbia l’ambizione di compendiare la dottrina sociale della chiesa, ribadita a sfinimento dal papa, e il pensiero di Lelio Basso e di Massimo Severo Giannini sintetizzato nell’art. 3, comma 2, della Costituzione. Una lista da costruire affinché non accada più che la sinistra vada al governo per fare la destra, non perché è alleata alla destra, ma perché è diventata essa stessa destra liberale, in qualche caso, persino illiberale, così trasformando il suo elettorato e la sua base in una tifoseria.
Un approccio opposto a quello di Giuliano Pisapia – il quale, non a caso, è stato a favore delle principali scelte di Renzi – secondo il quale il problema del PD non si iscrive nella sua natura, ma nell’alleanza con Alfano oggi e, domani, con Berlusconi. Un’ambizione opposta a Pisapia federatore del centrosinistra cioè estensore o facilitatore di un patto d’acciaio tra gruppi dirigenti del PD e di altre forze più modeste volto a governare l’Italia attuale ristretta nel perimetro dei vincoli e dei trattati europei e transnazionali che hanno contribuito a ferire o disapplicare la Costituzione.
Il centrosinistra di Pisapia è la riedizione dell’accordo strategico tra la sinistra sconfitta di Benoît Hamon a la postsinistra liberale di Emmanuel Macron. Nell’appello per un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza e, seppur in maniera più sfumata, anche nell’appello di Libertà e Giustizia si riscontra un punto di vista più affine a quello del repubblicanesimo progressista di Jean Luc Mélenchon.
L’alleanza sperata da Falcone e Montanari non esclude nessuna forza politica, culturale, di autorganizzazione sociale, a differenza di quanto pare fare Giuliano Pisapia il quale, secondo i retroscena dei principali quotidiani, esclude dal suo percorso finanche le forze parlamentari Sinistra Italiana e Possibile.
L’aggregazione elettorale di sinistra costituzionale, per essere appetibile, deve avere una soglia di accesso bassa, a prescindere dalle divergenze passate. Tutti i soggetti politici che vi parteciperanno devono mettersi a disposizione e cedere sovranità avendo l’ambizione di governare per cambiare l’esistente e, quindi, senza alleanze con le forze che approveranno la legge elettorale.
Solo se l’assemblea del 18 giugno darà seguito all’appello e produrrà una lista unitaria di sinistra può cominciare ad esaurirsi il ciclo di crescita del Movimento 5 Stelle: perché le esigenze popolari hanno cominciato a trovare una diversa e nuova risposta e, al contempo, perché è emerso, non dal casting della Casaleggio associati, una nuova leva di rappresentanti istituzionali delle vittime della precarietà e dell’autosfruttamento.
La rappresentanza al progetto di sinistra senza aggettivi non esaurisce, evidentemente, la necessità di ribaltamento del rapporto di classe tra il capitale e la forza a lui antagonista, né di ricomposizione dei soggetti sociali che compongono questa forza. Le basi per concorrere al progetto non paiono, tuttavia, incompatibili alla costruzione anche in Italia di un soggetto che abbia l’ambizione di rifondare il pensiero e l’organizzazione della trasformazione e del superamento del capitalismo.

"La vera battaglia da condurre è quella su welfare e pubblico impiego. Ecco perché..." di Federico Giusti


Un nutrito gruppo di delegati di base riunito sotto il cartello di Pubblico impiego in movimento, ha dato vita ad un convegno nazionale tenutosi a Milano il 10 Giugno.
Veniamo da anni difficili nei quali lo stesso sindacato di base ha subito non solo profonde trasformazioni ma anche pericolose involuzioni e un deficit di democrazia interna, anni nei quali le iniziative unitarie su temi rilevanti e strategici sono stati ben pochi.
E' assolutamente legittima la ricerca di un ambito di confronto serio, poi nell'immediato futuro valuteremo se alle parole seguiranno i tanto attesi fatti.
La strada da percorrere nel pubblico impiego è forse la piu' complicata perché i 3 milioni e 200 mila dipendenti sono per antonomasia i meno conflittuali, in certi settori prevalgono logiche clientelari e di subalternità ai dettami governativi e agli accordi sindacali sottoscritti dai cosiddetti rappresentativi.
La riduzione da 11 a 4 comparti è avvenuta senza reali risposte, eppure questo accordo, sottoscritto dalla stessa Usb, avrà ripercussioni negative sul salario di tanti\e quando si tratterà, con il prossimo contratto nazionale, di uniformare le retribuzioni.
Pensiamo poi al fatto che ad oggi non esistono stanziamenti certi per i rinnovi contrattuali e sulla stampa leggiamo notizie che sembrerebbero smentire l'ottimismo dell'accodo autunnale che aveva promesso aumenti medi di 80 euro. La stessa direttiva Madia per il rinnovo dei contratti da poco uscita non fa luce sull'importo dei fondi a disposizione , si capisce che per il 2017 e il 2018 non c'è ancora una effettiva copertura e dovremo attendere le prossime manovre economiche del Governo. Ma peggio ancora per la sanità e gli enti locali, questi aumenti contrattuali potrebbero sancire anche ulteriori sacrifici per enti ai quali i Governi hanno sottratto per anni fondi promettendo loro un risarcimento mai arrivato.
Ora sappiamo che questi aumenti non sono affatto scontati, potrebbero arrivare per i salari piu' bassi scatenando una guerra intestina al pubblico impiego.
Basta calcolare la inflazione Istat per comprendere che se nel 2009 uno stipendio era pari a 1400 euro, oggi dovrebbe essere non inferiore a 1570, quasi 170 euro di perdita che non sarebbe certo compensata con 80 euro magari dilazionati in piu' anni. Ma la cifra perduta è sicuramente maggiore se pensiamo al secondo livello di contrattazione e all'aumento dei costi in generale che le attuali buste paga non riescono piu' a reggere.
Neppure la certezza della perdita salariale ha spinto i\le dipendenti del pubblico impiego a delegittimare Cgil cisl uil e sindacati autonomi, da qui bisogna ripartire con una analisi aggiornata mettendo in discussione anche il nostro stesso operato.
Nel nostro Paese, da almeno 30 anni, si parla di riforme, un cantiere perennemente aperto che ha determinato interventi del legislatore su materie un tempo oggetto dei contratti con il blocco della contrattazione dichiarato illegittimo due anni fa costantemente aggirato da pseudo intese tra sindacati e Governi che hanno permesso la approvazione dei decreti Madia, la riduzione dei fondi alla sanità, il rinvio dei rinnovi dietro alla retorica della stabilizzazione dei precari che escluderà gran parte degli stessi.
In questi giorni il Miur ha diffuso i dati di una inchiesta sulla edilizia scolastica, ebbene nella stragrande maggioranza delle province italiane quasi il 90% degli edifici scolastici non è a norma di legge, la metà dei plessi presenta problemi strutturali che la scarsità di risorse a disposizione degli enti, provincia in primis, non consente interventi adeguati. Dai dati miur si evince che il piano straordinario del Governo Renzi sulla edilizia scolastica è stato un flop.
Il tema della edilizia scolastica è l'ennesima riprova del fallimento della Legge Del Rio, tra i lavoratoratori e i cittadini si è sviluppata una forte indignazione che tuttavia non ha prodotto concreti percorsi di opposizione.
Davanti a noi si prospetta il rinnovo dei contratti con le innumerevoli insidie già evidenziate, uno strumento utile per guadagnare consensi nelle elezioni rsu del Marzo 2018 ai sindacati maggiormente rappresentativi che poi sono gli stessi ad avere taciuto di fronte ad anni di blocco contrattuale.
In questi giorni, mentre in Gazzetta Ufficiale pubblicano i decreti Madia, stanno completando l'opera di smantellamento delle aziende partecipate
La condizione perchè una società non sia dismessa è quella di avere un fatturato medio superiori ai 500 mila euro in questa prima fase transitoria. C'è poi la possibilità di ripianare le perdite delle partecipate impiegando, da parte degli enti proprietari delle società, accantonamenti che dovranno rispettare comunque i limiti della quota di partecipazione.
Il decreto legislativo che modifica il Testo unico sulle partecipate (dlgs n.175/2016) sta per essere approvato dal Governo e viene previsto un piano di razionalizzazione che altro non è se non la riduzione delle aziende e del personale in esso impiegato. Liquidare società comporta anche ricollocare il personale e questo avverrà a discapito di nuova occupazione, a discapito della stabilizzazione dei precari. Sono previsti tempi stretti per liquidare, o fondere\sopprimere le società, pensare che sia il fatturato di una società a determinare la sua sopravvivenza ci sembra un parametro alquanto discutibile
Infatti, fino al 2019 sopravviveranno le società partecipate con fatturato superiore a 500 mila (e non più sopra la soglia di 1 milione inizalmente prevista) e un occhio di riguardo sarà concesso a favore delle società produttrici di servizi quali trasporti, acqua ed energia, aziende che in questi anni hanno avuto una gestione profit a prescindere dal carattere pubblico delle quote azionarie, aziende che tra fusioni ed accorpamenti sono diventati colossi con fatturati rilevanti.
La collaborazione sindacale ha permesso non solo di rinviare di oltre due anni il rinnovo dei contratti rispetto alla sentenza della Corte costituzionale che ne imponeva il rinnovo ma anche la riproposizione dei decreti Madia sostanzialmente identici a quelli che sempre la stessa Corte aveva bocciato giudicando irregolare la procedura seguita dal Governo.
L'accordo sindacati e Governo ha quindi svolto un ruolo fondamentale facendoci perdere ulteriore potere di acquisto e consentendo al Governo di approvare i decreti madia tra i quali anche il sistema di valutazione del personale
Su questo tema bisogna intenderci bene perché il secondo livello di contrattazione è nato per impedire la erogazione della quattordicesima in busta paga demandando alla rsu il compito di trattare sul salario accessorio. Peccato che a colpi di decreti legislativi le materie contrattate sono state prima concertate e poi solo oggetto di una informazione togliendo alla rsu ogni effettivo potere di contrattazione
Il salario accessorio è diventato sempre piu' risicato e sottoposto a regole ferree con interventi continui della Magistratura contabili miranti a contenere le dinamiche contrattuali generali ed individuali.
Sempre il salario accessorio dipende dai fondi della produttività soggetti a decurtazioni "di legge" e al sistema della performance sul quale il Governo sta concentrando la sua ultima offensiva in nome delle priorità strategiche delle pubbliche amministrazioni .
Per dirne una, negli enti locali, le priorità saranno gli obiettivi di mandato dei sindaci che avranno mano libera anche nello smantellamento delle dotazioni organiche favorendo l'assunzione di alcune figure giudicate essenziali anche quando non sono necessarie per la macchina comunale e la sua ordinaria gestione
Paradossalmente oggi il cittadino è sempre piu' scontento dei servizi pubblici ma coinvolgerlo nella valutazione dei dipendenti pubblici, di cui sa ben poco, non determinerà miglioramenti effettivi. Del resto sono proprio gli strumenti mediatici a giustificare processi di privatizzazione, tagli agli organici , riduzioni salariali
La sfida che abbiamo davanti è quindi particolarmente ardua perché mancano strumenti di analisi comuni sui processi che hanno caratterizzato il pubblico impiego da 30 anni ad oggi
I precari sono soggetti deboli e ricattabili e per lo piu' non conflittuali, i dipendenti della Pa hanno interiorizzato, a torto, l'assurda convinzione che i bassi salari siano compensati dalla certezza del posto fisso quando invece tra i disegni del Governo c'è l'intento di favorire la licenziabilità dei\lle dipendenti pubblici.
In questi anni, la spesa per i dipendenti pubblici in Italia è scesa ai minimi storici e se confrontiamo i dati con quelli europei si capisce che abbiamo salari bassi, organici insufficienti e una macchina pubblica in costante ritardo e affanno.
Avere una idea di quale servizio pubblico vogliamo è di fondamentale importanza per lanciare una offensiva che metta insieme l'aspetto rivendicativo specificamente sindacale con alcune istanze (per esempio impedire la chiusura di ospedali e ambulatori, la cancellazione di linee del trasporto pubblico locale o delle ferrovie, non svendere l'accorpamento delle camere di commercio come riduzione di sprechi, tornare a denunciare con forza la legge del Rio) perchè la difesa del pubblico, non dimentichiamolo mai, ha bisogno del diretto coinvolgimento dei cittadini e di una iniziativa conflittuale della forza lavoro.

giovedì 8 giugno 2017

Verso il 18 giugno per uscire tutti dall’angolo. di Alfonso Gianni

 
L’appello lanciato da Anna Falcone e Tommaso Montanari per un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza irrompe in un dibattito attorno alle prossime scadenze elettorali che si stava avvitando su sé stesso e cerca di spezzarne le logiche negative e ripetitivamente politiciste. Un tentativo quindi da sostenere con convinzione e con generosità. Da parte di tutti coloro, e sono molti ma finora dispersi, che ritengono che il problema nel nostro paese non sia la ricostruzione di un centrosinistra con o senza Renzi, ma di una sinistra politica strettamente intrecciata con una sinistra di popolo. Se la prima non esiste in modo sufficiente a reggere lo scontro, la seconda ha avuto modo di manifestarsi ogni volta che le si è data la possibilità di farlo. E’ successo il 4 dicembre, quando quella sinistra ha saputo sviluppare un momento egemonico su tutto il variegato schieramento che ha determinato la vittoria del No - di per sé non tutto ascrivibile al campo della sinistra - grazie ai contenuti democratico progressivi e sociali del nostro testo costituzionale. E’ successo nella partecipazione alla raccolta delle firme per i referendum sui voucher, violentato dall’incredibile decisione governativa di riproporli sottraendoli tanto al giudizio popolare quanto a quello della Corte di Cassazione che avrebbe dovuto valutare la congruità del nuovo testo a soddisfare il quesito referendario (e ovviamente avrebbe detto di no con la conseguenza che il referendum si sarebbe tenuto nei tempi previsti). Lo si è visto nel nuovo protagonismo dei movimenti femminili, in particolare nello sciopero internazionale dell’8 marzo, che ha segnato un punto di svolta qualitativa per tutte e per tutti. Si è manifestato anche quando il voto delle lavoratrici e dei lavoratori ha saputo respingere il ricatto - “o così o chiudo” - cui i sindacati avevano purtroppo piegato il capo, come nel caso Alitalia. Questa sinistra di popolo senza ancora una consistente e articolata soggettività politica non può e non deve trovarsi privata almeno di una rappresentanza istituzionale a causa di una legge elettorale che con il combinato disposto del voto congiunto e dello sbarramento al 5% intende celebrare i fasti del voto utile a vantaggio della esclusiva presenza dei quattro partiti maggiori in Parlamento. Né può essere vittima della incapacità dei vari gruppi dirigenti di quel tanto o di quel poco di sinistra organizzata che c’è di trovare un’intesa politico e programmatica che garantisca un esito non autodistruttivo nella presentazione elettorale.
Ci sono due modi sicuri per ottenere un simile risultato negativo, che peraltro non sarebbe una novità e per questo ancor più grave. Il primo è ritenere che una singola forza possa farcela da sola, o al massimo allargando un poco delle maglie della propria organizzazione a qualche ospite di passaggio. In altri luoghi della nostra Europa vicende recenti e recentissime dimostrano esattamente il contrario. Non è correndo verso il centro e omologando conseguentemente programmi e profili che si vince. Il secondo è quello di riproporre logiche, nei contenuti – il ritorno al centrosinistra e alle politiche che ha generato in splendido stile social liberista, dal Jobs act ai decreti Minniti-Orlando, per limitare gli esempi – e nelle modalità – gli accordi con il bilancino per la composizione delle liste. Spesso le due modalità si trovano assieme per fare il massimo danno. Falcone e Montanari centrano la loro proposta sul tema del contrasto alle diseguaglianze. Ed hanno ragione. Questione del nostro tempo, come amplissimamente documentato, e termometro sicuro per misurare il grado di infelicità che coinvolge la stragrande maggioranza delle persone. Tema che parla al singolo come al molteplice. Che può essere declinato in molti modi, da quello strettamente economico, a quello sociale; dal grande tema dei migranti, anch’esso più che mai questione del nostro tempo, a quello della sfera dei desideri e delle aspettative di vita e di lavoro delle giovani generazioni. Non è un appello isolato. Il 18 giugno avremo l’occasione di mostrare che la sinistra se ancora non esiste in modo compiuto, non ha mai smesso di esserci. Non manchiamola.

Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, di Anna Falcone, Tomaso Montanari

 
Siamo di fronte ad una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame.
La grande questione del nostro tempo è questa: la diseguaglianza. L’infelicità collettiva generata dal fatto che pochi lucrano su risorse e beni comuni in modo da rendere infelici tutti gli altri.
La scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: «E’ pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo»? Noi pensiamo che non ci sia altra scelta. E pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità.
Per far questo è necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare.
Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito Democratico – purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista – e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale.
Ci vuole, dunque, una Sinistra unita, in un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un progetto capace di dare una risposta al popolo che il 4 dicembre scorso è andato in massa a votare “No” al referendum costituzionale, perché in quella Costituzione si riconosce e da lì vorrebbe ripartire per attuarla e non limitarsi più a difenderla.
Per troppi anni ci siamo sentiti dire che la partita si vinceva al centro, che era indispensabile una vocazione maggioritaria e che il punto era andare al governo. Da anni contempliamo i risultati: una classe politica che si diceva di sinistra è andata al governo per realizzare politiche di destra. Ne portiamo sulla pelle le conseguenze, e non vogliamo che torni al potere per completare il lavoro.
Serve dunque una rottura e, con essa, un nuovo inizio: un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione.
Un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership e metta al centro il diritto al lavoro, il diritto a una remunerazione equa o a un reddito di dignità, il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione.
Un progetto che costruisca il futuro sull’economia della conoscenza e su un modello di economia sostenibile, non sul profitto, non sull’egemonia dei mercati sui diritti e sulla vita delle persone.
Un progetto che dia priorità all’ambiente, al patrimonio culturale, a scuola, università e ricerca: non alla finanza; che affronti i problemi di bilancio contrastando evasione ed elusione fiscale, e promuovendo equità e progressività fiscale: non austerità e politiche recessive.
 
Un simile progetto, e una lista unitaria, non si costruiscono dall’alto, ma dal basso. Con un processo di partecipazione aperto, che parta dalle liste civiche già presenti su tutto il territorio nazionale, e che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati.
Crediamo, del resto, che il cuore di questo programma sia già scritto nei principi fondamentali della Costituzione, e specialmente nel più importante: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3).
È su questa piattaforma politica, civica e di sinistra, che vogliamo costruire una nuova rappresentanza. È con questo programma che vogliamo chiamare le italiane e gli italiani a votare.
Vogliamo che sia chiaro fin da ora: noi non ci stiamo candidando a guidarla. Anzi, non ci stiamo candidando a nulla: anche perché le candidature devono essere scelte dagli elettori. Ma in un momento in cui gli schemi della politica italiana sembrano sul punto di ripetersi immutabili, e immutabilmente incapaci di generare giustizia ed eguaglianza, sentiamo – a titolo personale, e senza coinvolgere nessuna delle associazioni o dei comitati di cui facciamo parte – la responsabilità di fare questa proposta. L’unica adeguata a questo momento cruciale.
Perché una sinistra di popolo non può che rinascere dal popolo.
Invitiamo a riunirsi a Roma il prossimo 18 giugno tutti coloro che si riconoscono in questi valori, e vogliono avviare insieme questo processo.

giovedì 1 giugno 2017

No al numero chiuso all’Università



di Anna Angelucci
Anche nei corsi delle facoltà umanistiche dell’Università statale di Milano dal prossimo anno accademico verrà introdotto il numero chiuso. La decisione, presa lo scorso 23 maggio dal senato accademico su proposta del Rettore, non ha avuto grande eco sui media mainstream – ormai totalmente obnubilati dalla narrazione mistificata su scuola e università – mentre è rimbalzata sui social. Che hanno immediatamente svelato l’inganno: non si tratta di rendere migliore l’offerta formativa, si tratta di rispettare una direttiva del MIUR, che impone un certo rapporto numerico tra studenti e docenti. Che non possono aumentare in presenza di un maggior numero di matricole. Perché non si può assumere. E quindi riduciamo le matricole. Tutto qua.

18 favorevoli, 11 contrari e 6 astenuti, per cominciare a diminuire gli studenti anche nelle facoltà umanistiche, dopo aver ridotto fino al di sotto della soglia della necessità programmata quelli di medicina e odontoiatria in tutta Italia. Così, mentre le scuole private che organizzano corsi di preparazione ai test d’ingresso prolificano e mentre chi ha i soldi se ne va a studiare all’estero (solo dei veri geni potevano concepire una simile aberrazione), da noi cominciano a mancare medici e dentisti, mentre si continua a impedire ai ragazzi di intraprendere quel percorso di studi. E, non paghi, adesso cominciamo a negare l’accesso allo studio un po’ a tutti, indiscriminatamente, per par condicio.

Troppi medici, troppi dentisti, troppi filosofi. Non importa che medici e dentisti in Italia manchino. Non importa che i filosofi siano assai apprezzati dalle aziende private per la loro capacità di problem solving. Non importa che le classifiche internazionali ci dicano che abbiamo il minor numero di laureati in Europa. Occorre risparmiare. Tagliare e ancora tagliare, soprattutto sull’istruzione, un ramo davvero secco per i nostri decisori politici. Che infatti non mi pare brillino per titoli di studio, proprio a cominciare dalla titolare del MIUR. Una nomina offensiva per ogni singolo docente italiano (e vorrei spiegare alla sig.ra Valeria Fedeli che ‘docente’ è un termine epiceno, valido dunque sia al maschile che al femminile, prima che attacchi la manfrina del linguaggio sessista).

Una nomina che il Presidente Mattarella non avrebbe dovuto ratificare. Ma tant’è. Abbiamo la ‘buona scuola’, dove ormai gli studenti sono intruppati in quell’assurda perdita di tempo che è l’alternanza scuola-lavoro, viatico di un rapido analfabetismo di ritorno di cui l’Italia pagherà le conseguenze per sempre; abbiamo l’autonomia scolastica e universitaria, che ha trasformato le due più importanti istituzioni formative del nostro Paese in agenzie di servizi on demand; abbiamo il numero chiuso in tutte le facoltà, scientifiche e adesso anche umanistiche, hai visto mai che i nostri giovani, destinati a confrontarsi col mondo in termini di conoscenze, fossero troppo attrezzati! E avremo a breve, la riduzione di anno della scuola superiore, l’abolizione delle discipline, l’introduzione delle ‘classi rovesciate’, la sostituzione dei libri con gli smartphone e chi più boiate ha più ne metta.

Sembra comico ma non lo è. E’ drammatico. Ed è drammatico che i giornalisti, gli intellettuali, gli accademici, i politici, gli esponenti delle istituzioni, i cittadini tutti non capiscano la portata della gravità di quanto sta accadendo.

Il debito pubblico italiano: la truffa è servita di Marco Bersani


Secondo tecnocrati finanziari, élite politiche e media mainstream, la vorticosa ascesa del nostro debito pubblico – 2.217,7 miliardi al 31 dicembre 2016 – dipenderebbe dal fatto che per decenni tutte e tutti noi abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Ma l’analisi dei dati storici e attuali ci mostra una realtà molto diversa da quella raccontata dalla narrazione prevalente. Proponiamo un capitolo dal volume "Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell’impoverimento di massa" di Marco Bersani (DeriveApprodi), in questi giorni in libreria.

di Marco Bersani


La spirale del debito pubblico tra ideologia e realtà

Al 31 dicembre 2016, il debito pubblico italiano è risultato pari a 2.217,7 miliardi, con un rapporto debito/Pil pari a 132,8%. Si tratta, a dispetto dei proclami di tutti i governi sulla priorità assoluta della riduzione del debito pubblico, di una continua ascesa, che, se collocata nel medio periodo, corrisponde a un innalzamento di 30 punti percentuali del rapporto debito/Pil negli ultimi 10 anni (102,7% a fine 2006).

Come sempre, poiché un elemento essenziale della relazione creditore/debitore è l’interiorizzazione della colpa da parte di quest’ultimo, le spiegazioni che i tecnocrati finanziari, le élite politiche e i media mainstream danno di questa ascesa del debito pubblico, vertono sull’idea che per decenni tutte e tutti noi abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e che continuiamo a farlo, sperperando e sprecando risorse, invece di renderci finalmente consapevoli di come la ricreazione sia finita da un pezzo.
Gli stessi argomenti vengono poi replicati su scala europea, arrivando a dissertazioni para-razziste sul carattere volto all’inefficienza e alla scarsa propensione alla produttività dei popoli latini e mediterranei (sarà interessante, a questo proposito, capire come verrà ricollocato dal punto di vista etnico-morale il popolo finlandese, che sta affrontando mutatis mutandi la più grave recessione della propria storia).

Tuttavia, se il debito non fosse una narrazione ideologica, basterebbe un’occhiata ai dati storici e attuali per comprendere come la realtà sia sempre molto differente da quella raccontata dai poteri dominanti.
Interroghiamo dunque i dati,
partendo da una domanda: il debito pubblico italiano è sempre stato alto e in qualche misura «incontenibile»?

Se è vero che oggi, con i nostri 2.217,7 miliardi, siamo al terzo posto nella classifica in valori assoluti del debito pubblico planetario (dopo Usa e Giappone) e molto ben posizionati anche nella classifica del rapporto debito/Pil, la prima affermazione che possiamo fare riguarda il fatto di come la nostra situazione debitoria non sia sempre stata così e di come, nel corso dei decenni, abbia seguito un andamento oscillatorio interessante.

Per esempio, analizzando i dati a partire dal 1960 [1], si scopre come, da quell’anno fino al 1981, il rapporto debito/Pil dell’Italia sia stato costantemente sotto il 60% (ovvero, al di sotto della soglia – dal punto di vista scientifico totalmente arbitraria – fissata oggi per certificare la salute di un’economia dai tecnocrati del Fiscal Compact).

La prima e più grande discontinuità che si rileva nella serie storica avviene nel periodo 1981-1994, quando il rapporto debito/Pil schizza dal 58,46% (1981) al 121,84% (1994).
Quali furono le cause di questa vera e propria impennata, a balzi del +5% annuo?
La spiegazione dei poteri dominanti sull’eccesso di spesa pubblica non regge il confronto della realtà: infatti, al netto degli interessi sul debito – la spesa pubblica italiana è passata dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42,9% nel 1994, mentre nello stesso periodo, la media europea vedeva un aumento dal 45,5 al 46,6% e quella dell’eurozona dal 46,7 al 47,7%.

Come si vede, la spesa pubblica italiana, sia in percentuale assoluta sia in percentuale di aumento si è costantemente posizionata a livelli inferiori rispetto al resto dell’Ue e dell’eurozona.
E se la spesa pubblica italiana è stata ulteriormente depredata dalla corruzione politico-economica e dalla gigantesca evasione fiscale, ciò ha solo reso peggiori le condizioni di vita delle fasce deboli della popolazione, che tutto hanno fatto in quegli anni, tranne che sperperare.
Cosa è dunque successo nel decennio dell’impennata del debito pubblico?

Un divorzio all’italiana

Il 12 febbraio 1981, l’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, scrive al governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, proponendo l’indipendenza della Banca d’Italia, ovvero il cosiddetto divorzio fra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro. La risposta del governatore è positiva e – senza alcun altro passaggio istituzionale – inizia il nuovo corso.
Per capire il significato dirompente di questo divorzio, occorre comprendere la natura del matrimonio. Fino ad allora, infatti, quando lo Stato emetteva titoli per potersi finanziare, la Banca d’Italia forniva la garanzia di acquistare i titoli invenduti a tasso d’interesse prefissato.
Questo permetteva allo Stato di emettere i titoli a basso tasso d’interesse e di poterli vendere tutti, chiudendo la strada a ogni possibile speculazione finanziaria.
Con il divorzio tutto cambia e, non esistendo più il paracadute della Banca d’Italia sull’invenduto, lo Stato fu da quel momento costretto a emettere titoli, la cui vendita per essere portata a termine, doveva necessariamente riconoscere alti tassi d’interesse.
È stato da quel momento che lo Stato italiano ha iniziato a pagare interessi superiori – anche nettamente – al tasso d’inflazione e che il debito pubblico ha iniziato a gonfiarsi a dismisura.
Con il divorzio del 1981, lo Stato italiano, per il finanziamento delle proprie attività, si è messo nelle mani della finanza privata e della speculazione finanziaria ed è questa la ragione primaria per cui il debito pubblico italiano è esploso.

D’altronde, sono ancora una volta i numeri a fare tabula rasa delle narrazioni ideologiche: infatti, dal 1980 al 2007 lo Stato italiano ha contratto 1.335,54 miliardi di debito, sui quali ha pagato ben 1.740,24 miliardi di interessi.
Volendo fare un paragone tra il periodo 1960-1980 e il periodo 1981-2007, mentre nel primo lo Stato pagava tassi d’interesse al di sotto dell’inflazione, nel secondo ha mediamente pagato tassi d’interesse superiori del 4,2% al tasso d’inflazione.

Questi dati sono confermati anche da un’analisi del bilancio annuale dello Stato: dal 1990 al 2015, con la sola eccezione del 2009, ogni anno l’Italia ha chiuso con un avanzo primario, ovvero con le entrate sempre superiori alle uscite e una differenza complessiva, per il periodo preso in esame, di oltre 700 miliardi.
Detto in altri termini, significa che i cittadini hanno versato allo Stato 700 miliardi in più di quello che dallo Stato hanno ricevuto sotto forma di fornitura di servizi. E, nonostante questo, il debito pubblico è aumentato, grazie al circolo vizioso degli interessi sul debito.

La socializzazione delle perdite

Con la crisi del 2008, la truffa del debito pubblico viene trasformata in una vera e propria trappola.
La crisi, scoppiata negli Usa in seguito allo scoppio della bolla dei subprime, ha immediatamente coinvolto il sistema finanziario internazionale e si è riverberata con particolare intensità sulle banche europee.

Il salvataggio pubblico delle banche private europee ha visto, nel periodo 2008-2011 caricare sui bilanci degli Stati almeno 2.000 miliardi di euro, aggravando ulteriormente il problema del debito pubblico (e in particolare del rapporto debito/Pil), per poi poterlo trasformare nella chiave di volta per approfondire le politiche di austerità, la precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dello stato sociale, la mercificazione dei beni comuni.

Dal 2008 si è verificato un grande travaso dai debiti privati a quelli pubblici, finendo per far crescere in maniera esponenziale quest’ultimi. Se nel 2007 il debito sovrano nell’eurozona era pari al 25% del Pil, nel 2014 è giunto al 94%, (negli Usa nello stesso periodo è passato dal 55% a oltre il 100%). Di fatto, dopo decenni di sbornia liberista, incentrata su libero mercato e privatizzazioni, gli Stati hanno salvato l’economia di mercato facendo pagare il conto alle fasce deboli della popolazione, secondo il tradizionale adagio «si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite».

In Italia, questo processo si è affermato con alcune specificità, in quanto il nostro debito pubblico era già alto e, per molti anni, non si è potuto aumentarlo facendo operazioni dirette di salvataggio per fronteggiare la crisi. Ma il debito pubblico italiano è aumentato comunque in conseguenza del crollo del Pil dovuto alla crisi globale.

Ciò che in realtà non funziona è l’impostazione dominante per la quale l’indebitamento dovrebbe fare da leva per la crescita economica e quest’ultima dovrebbe di conseguenza riassorbire il debito.

Come ha ben evidenziato Luca Ricolfi, studiando le economie dei 22 paesi che, sin dall’inizio, hanno fatto parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE): «(…) in tutto il periodo preso in considerazione – dal 1960 a oggi – il risultato è chiarissimo: a ogni decennio il tasso di crescita diminuisce di quasi 1 punto percentuale (da +4% nel decennio ’60’70, a +3% negli anni ’70-’80, a +2% nel ventennio 19802000, per arrivare a +1% nei primi dieci anni del nuovo millennio)» [2].

Se questi sono i dati, appare pura fantascienza la fiducia nella crescita economica come soluzione al problema del debito pubblico proposta da Carlo Cottarelli (ex-incaricato del governo per la spending review) che ipotizza una crescita costante del 3% annuo per consentire al rapporto debito/Pil del nostro paese di scendere nel 2035 dall’attuale 132% al 75% [3].

Nel frattempo, anche per il nostro paese è arrivato il momento di mettere a disposizione la ricchezza collettiva per salvare i fallimenti degli istituti bancari privati: a fine dicembre 2016, con un’approvazione fulminea dei due rami del Parlamento, il Ministero del Tesoro ha messo in campo una rete di garanzie pubbliche (da caricare, in caso di utilizzo, sul debito pubblico) pari a 20 miliardi di euro sulle emissioni di liquidità di ben 6 banche, ciascuna sotto plurime inchieste giudiziarie e tutte giunte al fallimento grazie alle speculazioni finanziarie operate per decenni senza alcun controllo. Saranno così salvate dai cittadini Monte dei Paschi di Siena, Cariferrara, Banca Marche, Banca Etruria e, dopo l’approvazione ottenuta dalla improvvisamente generosa Unione Europea, anche Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Il circolo vizioso prosegue e intrappola la società, fino a che quest’ultima non imboccherà l’unica via di uscita possibile: rimettere radicalmente in discussione la narrazione dominante sul debito. Senza se e senza ma.

NOTE

1.    Cfr. https://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-deldebito-pubblico-italiano/.
2.    Luca Ricolfi, L’enigma della crescita, Mondadori, Milano 2014.
3.    Carlo Cottarelli, Il macigno, Feltrinelli, Milano 2016.

lunedì 29 maggio 2017

Partito, movimento politico organizzato, programma minimo. Sul progetto politico dei comunisti, di Enzo Gamba

lenin 5aecIn Italia si sta ripresentando, per l’ennesima volta, nel dibattito politico dei comunisti (siano essi organizzati o no) in riferimento al progetto politico da perseguire in questa fase di sconfitta storica (in altre parole: quale obiettivo porre per i comunisti, il “cosa fare” adesso), l’alternativa secca tra partito/unità dei comunisti da una parte e movimento/unità delle “sinistre” dall’altra. Da anni la riproposizione di questo dibattito avviene con una puntualità ricorrente, segnata in primo luogo dalle scadenze elettorali, poi dalle loro successive sconfitte e in ultimo dalle fasi congressuali dove i nodi solitamente vengono al pettine.
Per chi ha anche una minima memoria storica si ricorderà che un dibattito simile ci fu, tra le altre volte, anche verso la fine degli anni ‘80, dopo la batosta elettorale del 1988, e dopo il secondo governo Prodi e l’allora congresso del Prc. Le ipotesi che venivano messe in campo allora per uscire dalla crisi nera in cui ci eravamo cacciati (al punto che in parlamento non vi era più nemmeno una forza organizzata che si richiamasse al comunismo), erano l’ipotesi della “Costituente dei comunisti” in contrapposizione alla “costituente della sinistra”. Se dopo quasi trent’anni, con una situazione che per i “comunisti” si è fatta talmente tragica che più tragica non si può, si è ancora fermi alle opzioni politiche di allora forse qualche ripensamento dovrebbe (im)porsi nella testa di coloro che si richiamano, se non al comunismo, alla sinistra, sia essa di classe, anticapitalistica, antiliberista, antagonista, ecc.: qua gli aggettivi necessariamente si sprecano per tentare di connotare un termine così generico!
 
Questa autocritica riflessione dovrebbe essere ineluttabile se si considera che le due “opzioni/necessità” politiche di allora (e che ci ritroviamo tra le mani tuttora basti pensare al dibattito interno al Prc tra coloro che ripropongono la necessità di discriminanti programmatiche comuniste da partito comunista in contrapposizione alternativa con il progetto di un “soggetto unitario e plurale della sinistra” alternativo al PD) hanno portato in questi anni, non solo ad un bel nulla, ma ad un ulteriore arretramento politico, frammentazione, minoritarismo al limite dell’estinzione, dei comunisti. Ambedue gli obiettivi che si ponevano allora i due progetti politici non si sono concretizzati. Non si è formato nessun partito comunista degno di questo nome, né tantomeno si è formato a livello politico un movimento/partito unitario di sinistra.
Stante tale situazione si imporrebbero quantomeno due domande. La prima è la seguente: se non è stata possibile la realizzazione di quelle ipotesi politiche, quali furono le motivazioni del loro insuccesso? Forse è il caso di pensare che non era possibile che si concretizzassero o che non lo erano in quelle condizioni? La seconda domanda, forse più importante, è: ci sono le condizioni attualmente perché ciò si verifichi? Iniziamo con il tentare di dare risposta a queste due domande.
 
Dopo trent’anni di continue sconfitte a tutti i livelli dello scontro di classe, dal livello teorico, ideologico, a quello politico fino a quello economico sociale, tra coloro che più coerentemente si richiamano al comunismo l’obiettivo e il progetto della “costruzione del partito” o quanto meno di una organizzazione che risolva il problema dell’unità dei comunisti, viene sentito prioritario e preliminare rispetto all’ennesima riproposizione “movimentista”, “politicista” e spesso solo “elettoralistica” di una “unità delle sinistre”. Ciò è comprensibilissimo. Un partito comunista (almeno come storicamente lo abbiamo conosciuto nel secolo scorso nel movimento operaio e comunista), coeso attorno ad un solido gruppo dirigente unito, significa storicamente (e non solo nell’immaginario collettivo dei militanti) garanzia di una autonomia teorica rivoluzionaria, condizione prioritaria e fondamentale per ipotizzare, in relazione sia alla conquista delle “avanguardie di classe” che all’egemonia di settori fondamentali della società, un progetto di rivoluzione e trasformazione sociale che apra una fase di transizione socialista.
Il problema che però fin dall’inizio si pone nell’affrontare questa questione, è se e come sia possibile concretizzare l’unità dei comunisti attorno alla teoria rivoluzionaria, dando per scontato comunque che, pur contraddittoria, disomogenea e sfilacciata, nel suo complesso essa ancora ci sia. E qui sta il problema, visto che nessuna unità è possibile ad un livello così alto e complessivo, il partito appunto, senza un minimo di omogeneità teorica e di progettualità politica strategica. Ecco che allora il problema si delinea in maniera chiara concretizzandosi in una fondamentale questione: quella dello stato del variegato e disomogeneo patrimonio teorico conoscitivo posseduto dai comunisti ( cioè del marxismo inteso nella sua accezione storica più vasta) e del più generale patrimonio ideologico-politico di conoscenza e trasformazione sociale della classe. Ora, se c’è qualcosa che in questi ultimi decenni ha sempre più evidenziato i segni del logoramento e della crisi, a fronte della reazione-restaurazione neocorporativa del capitale imperialistico transnazionale che ha saputo trasformare la sua crisi ormai quarantennale nella più grave crisi del potenziale blocco sociale proletario e popolare e delle forze politiche che ad esso si rifacevano, è il nostro patrimonio teorico e ideologico politico.
Nell’iniziare la disamina della questione, considerata la vastità e la complessità dell’argomento, per comodità di analisi e di ragionamento tralasceremo il riferimento al blocco e alla sconfitta dei processi di transizione socialista in quei paesi dove, in vario modo, vi era stata una presa del potere politico delle forze comuniste (l’inadeguatezza teorica nel comprendere e gestire le contraddizioni e le difficoltà della fase di transizione sono indubitabili). Ciò, pur consapevoli dell’importanza della fase di transizione quale riferimento strategico a cui relazionare anche la complessiva tattica delle forze rivoluzionarie in una fase non rivoluzionaria (ivi compreso tutta la tematica del programma minimo). Per restare nel contesto storico-sociale più vicino a noi e in particolare nel nostro paese, il segno della crisi del patrimonio ideologico-politico di conoscenza e trasformazione sociale e del patrimonio teorico conoscitivo che lo sostanzia, si evidenzia e si esplicita da un lato nell’incapacità di comprendere le modalità nuove e “creative” con cui, cambiando pelle, l’imperialismo transnazionale ha riattivato tutte le varie controtendenze alla crisi. L’accoglimento nel nostro complessivo patrimonio di concezioni teoriche che sono l’espressione, (a livello teorico-scientifiche appunto), del campo sociale a noi antagonista è figlio di questa situazione: la lotta di classe avviene a maggior ragione anche nell’ambito teorico e culturale (là dove vince chi convince). Ragionare con le teorie economiche-sociali del capitale non può che portare a una sua ennesima vittoria (e alla nostra ulteriore sconfitta) e, nella sostanza, all’idea dell’ineluttabilità del rapporto sociale capitalistico.
Dall’altro lato la crisi del nostro patrimonio si palesa nell’incapacità ideologica e politica di comprendere i processi neocorporativi a tal punto che sembra essersi persa ogni visione classista dei processi sociali e di conseguenza dei processi politici che su questi si basano, con il risultato di aver inanellato sconfitte a non finire ad ogni livello dello scontro di classe, da quello ideologico- politico a quello economico rivendicativo: si pensi, per fare solo un esempio, a quanto si sia ridotto contemporaneamente il livello di coscienza della classe e il livello del suo salario sociale complessivo.
Anche se in misura non così accentuata come oggi, tale inadeguatezza e tali limiti del nostro complessivo patrimonio erano presenti già più di una trentina di anni fa nelle forze che riproponevano un percorso unitario rifondativo riconducibili, schematicamente, l’una alla cosiddetta “sinistra rivoluzionaria” (quantomeno a quello che ne restava) e l’altra alla “sinistra” dell’ormai defunto Pci. Infatti, a fronte dell’inadeguata conoscenza del marxismo che accomunava tutti o quasi, la ripresa dello storico patrimonio teorico e politico del movimento comunista e proletario avveniva attraverso le “lenti” dei precedenti impianti teorico politici di riferimento dei vari gruppi. Vi era chi, come nel caso della “sinistra rivoluzionaria”, si riferiva al patrimonio marxista-leninista, terzo internazionalista (nelle sue varianti più o meno staliniste o maoiste), chi alla sinistra comunista, chi al trotskismo o all’operaismo, e nel contempo, ed è il caso di coloro che provenivano dall’esperienza del Pci, vi era chi si riferiva al patrimonio del Pci togliattiano/berlingueriano o ancor prima a quello del Kominform. In sintesi quella ripresa fu viziata, contemporaneamente, da estremismo infantile e da concezioni revisioniste e socialdemocratiche. Il risultato era quanto di più disomogeneo si potesse pensare. Il tentativo di risoluzione dei problemi teorici e il contemporaneo progetto di rifondazione di un complessivo e unitario impianto teorico e politico in ogni caso sortirono due risposte. Da un lato il teoricismo che, sull’onda di quella che allora veniva chiamata “crisi del marxismo” ipotizzava una “prassi teorica” che, “lavorando” sulle categorie ne enucleasse i limiti e le contraddizioni per poi superarli. Dall’altra la concezione che fosse possibile avanzare “assemblando” i migliori contributi che i nuovi movimenti sociali in quegli anni, di volta in volta proponevano (da quello ambientalista a quello terzomondista, da quello di genere a quello studentesco e via discorrendo). Tali risposte, che apparentemente sembravano agli antipodi, ebbero però lo stesso negativo risultato: non risolsero il problema dell’approfondimento/sviluppo del patrimonio teorico conoscitivo, né seppero garantire l’unitarietà dei comunisti in una unica organizzazione/partito.
Tale esperienza storica non può essere accantonata come un incidente di percorso, che sostanzialmente non inficia la possibilità di riprovarci e di riprovarci con le stesse modalità. Essa ci impone di rivedere quell’impostazione politica e di riacquisire e approfondire meglio le modalità con cui sia possibile la ripresa e lo sviluppo del patrimonio teorico conoscitivo.
In quanto scienza sociale esso non si auto sviluppa categorialmente (dalla teoria alla teoria come ritenevano i teoricisti), né si sviluppa nella sommatoria meccanica di spezzoni di altre scienze e ideologie sociali (con le quali ci si rapporta in maniera dialettica sulla base della propria teoria). Esso si approfondisce nel rapporto dialettico con la prassi sociale, quella prassi, sociale e politica, che si pone l’obiettivo della trasformazione e che ha valenza storica, oltre che tempi storici. L’approfondimento e lo sviluppo del patrimonio teorico comunista quindi non può che essere pensato quale risultato di una fase storica, in relazione dialettica col patrimonio ideologico/politico di conoscenza e trasformazione della realtà sociale di cui è parte integrante e, conseguentemente, con le avanguardie rivoluzionarie che questo patrimonio lo “praticano”, sulla base del fatto che nella sua contraddittorietà esso mantiene elementi di “verità” e di “certezza” che lo rendono comunque in parte usabile e praticabile. Ecco perché un progetto politico dei comunisti in questa fase dovrà essere un progetto che possa contemporaneamente far ripartire il processo rivoluzionario di classe nel nostro paese e la centralizzazione delle avanguardie, processo quest’ultimo che potrà portare alla formazione del gruppo dirigente del futuro partito. Il tentare di saltare o ovviare a queste modalità e a questi tempi perseguendo altre strade porta (come dimostrato da questi ultimi trent’anni) al fallimento, come è dimostrato dalla creazione, nel frattempo, di diversi partitini e/o organizzazioni di comunisti. Dobbiamo materialisticamente essere consapevoli che rimarremo per anni con le diversità e contraddizioni all’interno del nostro patrimonio (e conseguentemente con i diversi gruppi, forze e partitini, ognuno con i loro piccoli gruppi dirigenti). Tali diversità e contraddizioni saranno risolte in parte, di volta in volta, solo quando il processo rivoluzionario procederà sia in generale che in particolare nel nostro paese.
Partendo quindi dall’assunto che, senza omogeneità teorica non vi può essere per i comunisti nel loro complesso l’unità in un unico partito o organizzazione, tale obiettivo, ancor più oggi e in questa fase storica, non è nemmeno lontanamente possibile ipotizzarlo e (ri)proporlo. Quindi, lungi dal riprendere scorciatoie fondative o rifondative di partito, financo sotto la mentita spoglia di cartelli elettorali, quello che, in quanto comunisti è possibile e necessario attuare (ognuno con le proprie strutture e organizzazioni), è, per ritornare al progetto politico dei comunisti di cui sopra, un confronto serrato sui quei problemi teorici e politici che sottendono la possibilità di ripresa di un movimento di classe nel nostro paese: dall’analisi della fase a livello economico e sociale all’interno della più generale crisi/ristrutturazione dell’imperialismo finanziario transnazionale, all’analisi delle classi (in particolare del proletariato e del “lavoro subordinato”), alle forze motrici sociali e politiche, alla individuazione delle linee guida (tattiche e strategiche) che devono orientare il progetto politico dei comunisti. Cominciando a entrare nel merito a questi problemi potremo verificare anche se l’ipotesi politica contrapposta a quella del “Partito”, cioè quella di un movimento/partito che sia “soggetto unitario e plurale della sinistra” sia funzionale allo svolgimento di questi compiti.
Il dato da cui dobbiamo partire, è quello che caratterizza la fase storica di scontro di classe in cui ci troviamo ad operare. Tale fase è, se relazionata all’obiettivo rivoluzionario dell’instaurazione del socialismo, indubitabilmente una fase non rivoluzionaria. A fronte di una potenza dell’avversario di classe che ribalta la sua crisi e le sue contraddizioni sul proletariato e gli strati popolari della società, abbiamo nel nostro campo un proletariato (nazionale e non) che dal punto di vista materiale e sociale è disgregato, frantumato e, quando non rientra nelle diverse forme di esercito industriale di riserva, differenziato nelle innumerevoli forme con cui vende la sua forza-lavoro. Ben si comprende che in questa condizione, in relazione alla crisi dell’autonomia teorica di classe comunista, la coscienza di classe sia regredita a livelli pre novecenteschi. L’egemonia neocorporativa (coercizione e consenso) che la grande borghesia finanziaria sovranazionale mantiene sulla classe proletaria e sulle classi popolari, di semi proletariato e piccola borghesia è tale che in questi strati sociali sono maggioritarie e spesso egemoni ideologie aclassiste e piccolo borghesi, reazionarie, scioviniste e razziste. Le stesse ideologie riformiste e socialdemocratiche che conoscevamo fino al secolo scorso sono in netta minoranza. Nel contempo, a livello ideologico e politico, non esistono quasi più forze politiche connotate in termini di classe e di “sinistra”.
In riferimento a tale situazione emergono due considerazioni, l’una strettamente connessa dialetticamente all’altra. La prima consiste nel fatto che i comunisti, pur in riferimento strategico ad una fase prerivoluzionaria, in questa fase, proprio perché non è rivoluzionaria, devono praticare una tattica tesa a modificare e invertire gli attuali rapporti di forza tra le classi, accumulare le forze conquistando la maggioranza della classe al nostro progetto di cambiamento sociale e stabilendo, sulla base di quello, rapporti di “alleanza” sociale e politica con settori popolari non immediatamente riconducibili al proletariato, ma che, in forza dei processi di espropriazione ed oppressione economico-sociale connaturate alla fase imperialista del capitalismo (si pensi a tutta la problematica sulla difesa del salario sociale di classe o all‘opposizione alle tendenze reazionarie), si rendono disponibili appunto ad un processo di cambiamento. La seconda considerazione è riferita al programma con cui si concretizza la tattica sopra indicata. In questo contesto non rivoluzionario, che esclude a priori la praticabilità di obiettivi di transizione socialista, si pone la necessità di ricostruire l’unità della classe e le sue alleanze attorno ad un “programma minimo” che (in riferimento strategico ad una prima fase di transizione dopo la rottura rivoluzionaria) deve assumere in questa fase un carattere popolare, democratico e di resistenza sociale di massa; un programma che sia capace, agendo sulle contraddizioni e divisioni del fronte avversario, non solo di ricompattare il potenziale blocco sociale anticapitalistico, ma anche di strappare quegli obiettivi che di volta in volta si rendano praticabili in base ai reali rapporti di forza.
La tattica che sopra sinteticamente delineavamo necessariamente può articolarsi solo attorno ad un programma minimo di classe e un programma minimo non può che concretizzarsi mediante una tattica come quella sopra indicata, tattica che nel movimento operaio, in concomitanza con gli sviluppi che, dopo Marx ed Engels, ne diedero Lenin e i primi congressi della Terza Internazionale, venne chiamata di “Fronte Unico” ed in seguito, nei suoi aspetti più legati al problema delle alleanze, di “Fronte Unito”. Qui però è fondamentale capire che il livello sociale in cui “agisce” questo “fronte” è quello politico della lotta di classe (quindi né teorico ideologico comunista, né pan sindacale rivendicativo), e la forma che assume il suo essere soggetto politico in grado di dirigere e nel contempo essere espressione del processo sociale che si pone l’obiettivo di una alternativa socialista, in grado di concretizzare e “personificare” il livello dell’unità politica della classe e di questa con le masse popolari (financo nei suoi aspetti istituzionali e parlamentari), di essere struttura operativa, organizzativa, contenitiva delle masse, non può che essere quello di un movimento politico organizzato e non quella di un partito ideologicamente comunista (che tra l’altro non c’è e non potrà esserci per molto, come abbiamo visto), neanche nell’ambigua forma del partito comunista di massa, così come è stata acriticamente ripresa dalla tradizione del Pci. Su obiettivi quali quelli del programma minimo che pongono discriminanti politiche anticapitalistiche di classe e non ideologiche comuniste, tale soggetto non può che essere un soggetto politico unitario connotato politicamente (dalle discriminanti anticapitaliste, antiliberiste, democratiche ecc.), “largo”, espressione diretta della classe e delle sue “avanguardie”, un soggetto che assomigli di più a un organismo di “fronte” più che a un partito politico ideologicamente contrassegnato; un organismo di “fronte” che sappia essere coagulo e organizzazione dal basso dei diversi movimenti e lotte che, appunto sulla base del programma minimo e della sua articolazione, devono sorgere nel paese ai vari livelli, da quello economico sindacale (fondamentale), a quello politico democratico fino a quello culturale e strutturarsi come organismi di massa e di base (come provarono a essere per un certo periodo oltre ai consigli di fabbrica anche i consigli di zona). Quindi un movimento politico organizzato e centralizzato su un progetto di cambiamento politico, che si dovrà dotare di strutture consiliari, territoriali, democratiche (una testa un voto). Strutture/comitati che possano esercitare minimi rapporti di forza in contrapposizione all’avversario di classe, la grande borghesia sovranazionale e i suoi subalterni alleati, al suo stato, al suo governo e alle sue politiche liberiste e antidemocratiche. Tali strutture dovranno essere in grado innanzitutto in questa fase di raccogliere il vasto fronte del lavoro subordinato al capitale. Le iniziative per la costruzione di un movimento di tal genere sono concettualmente parte integrante degli obiettivi immediati dei comunisti. Come nell’ambito sindacale, proprio l’impegno in questi organismi di massa della classe rappresenta il principale lavoro politico della “parte” dei comunisti. I comunisti, quelli che siano, devono porsi il problema di far crescere questo “movimento politico organizzato” che come discriminante politica (non ideologica) ha il “programma minimo”e devono porsi il compito di egemonizzarlo in termini di analisi, di indicazioni politiche, di obiettivi e di lotte, di presenza di compagni che ai vari livelli il movimento selezionerà come quadri dirigenti.
 
Diventa a questo punto necessario una precisazione. Spesso, fraintendendo l’esperienza storica del movimento operaio e comunista, la cosiddetta “politica di massa” dei comunisti, quando non significava accodarsi alla ciclicità spontanea delle lotte rivendicative, veniva intesa come la propria riproposizione in quanto partito o organizzazione in ogni contesto in cui era possibile organizzare momenti di lotta di classe. Tale impostazione, che non vede nessuna mediazione politica tra il tuo essere “partito” (o il ritenersi tale) e la lotta politica e rivendicativa sociale, è la base del settarismo che ha portato e porta all’isolamento dalle avanguardie sociali e dalle masse in genere. Anche quando, in passato, si tentavano momenti “unitari” questi non erano nient’altro che organismi “interpartitici” o “intergruppi” che non andavano oltre la sommatoria momentanea delle rispettive forze. Bisogna invece pensare che negli organismi di massa, di base, unitari e democratici di un movimento politico che sviluppa lotta politico-sociale, noi comunisti non agiamo come “delegati” di un partito, non “rappresentiamo” un partito o un gruppo, ma contiamo per noi stessi, con le nostre analisi e idee (quelle si “comuniste”), con le nostre indicazioni e il nostro impegno (quello si militante), negli organismi di massa unitari vige, fin dai tempi dei soviet, la democrazia di “una testa un voto”.
 
In questa fase l’obiettivo della costruzione di un “movimento politico organizzato” può rappresentare l’obiettivo e l’ambito in cui i comunisti operano politicamente in prima persona fin da subito, misurandosi con i reali problemi politici di un processo di alternativa sociale, affrontando i problemi teorici sottesi alla formulazione del “programma minimo”, ristabilendo il rapporto con le avanguardie di classe e innescando un generale processo di crescita politico-sociale che le sappia centralizzare. Questo è il “progetto politico” dei comunisti in questa fase.
 
 
Sulla scorta di quanto detto, di come si concretizzi il progetto politico dei comunisti (un movimento politico organizzato imperniato attorno ad un programma minimo e strutturato su organismi di base di ”unità popolare”) e possibile valutare meglio anche l’altro progetto politico, quello della costruzione di una “soggettività unitaria della sinistra” che, in opposizione a quello della “costruzione del Partito”, si muove nel dibattito dei comunisti e non solo.
Il primo aspetto che colpisce è quello per cui questo progetto ripropone, con l’obiettivo di un soggetto unitario della sinistra, una unità tra forze politiche i cui patrimoni teorici, ideologici e strategici sono ben diversi (a volte contrapposti) gli uni dagli altri. Sappiamo bene quanto sia rischiosa di per sé questa proposta e ancor più a quale rischi e fallimenti si vada incontro qualora la si voglia piegare e snaturare per riproporre e ricercare un impossibile livello di unità più alto (in termini di partito comunista). A questo livello l’unità dei comunisti non è possibile. Là invece dove è possibile raggiungere una unità tra i comunisti, ma non solo tra loro (vedi l’ampio arco di forze e militanti di “sinistra”), è a livello tattico politico. Su tutta una serie di battaglie politico sociali e obiettivi (quali quelli del programma minimo) è possibile e necessario arrivare a momenti unitari non saltuari, ma organizzati, arrivando financo a livello elettorale e parlamentare. In tal senso la proposta del soggetto unitario della sinistra ha in generale una indiscutibile validità, anche se con dei limiti che ora proveremo ad illustrare.
Infatti questo progetto prevede una ipotesi di soggetto unitario della sinistra quale risultato dell’unità delle forze di sinistra alternative al PD, comuniste e non, senza pensare (o lasciando molto in ombra questo aspetto) alle strutture sociali nelle quali, in termini programmatici, sia possibile e necessario essere unitari, quelle che nel progetto del movimento politico organizzato individuavamo come le strutture di base (comitati, consigli, circoli, ecc.) su cui potesse reggersi e organizzarsi il movimento politico organizzato che a questo punto può essere il soggetto politico unitario che agisce anche sul piano istituzionale e elettorale (con un nome e un simbolo che ne evidenzi i caratteri di “fronte unitario popolare” nella prospettiva socialista). Senza questa impostazione e strutturazione che permetta fin dalla base una effettiva unità democratica che scongiuri rischi di rottura e scissione, l’unità tra le varie forze alla sinistra del PD rischia di essere una fusione a freddo: raggruppa solo l’esistente in termini di gruppi dirigenti e di militanti e non è in grado di ristabilire il rapporto con le avanguardie politico-sociale della classe e iniziare una fase di radicamento sociale.
A tale limite poi si aggiunge quello relativo al programma, al suo orizzonte e caratterizzazione politica, alle sue modalità di elaborazione. In tal senso se ci rapportiamo a quello che abbiamo definito “programma minimo”, un “programma di attuazione della Costituzione Repubblicana”, pur cogliendo la necessaria minimalità di un programma di obiettivi che sono tutti interni alle regole capitalistiche borghesi, sembra essere estremamente riduttivo nel momento in cui non fa i conti con la contraddittorietà di classe insita in un patto costituzionale frutto di una fase storica di compromesso tra le forze che uscirono dalla resistenza. Sull’impostazione e sui limiti della proposta di un soggetto unitario e plurale della sinistra antiliberista è giusto che si discuta anche al fine di precisare diversità e assonanze col progetto politico da noi qui proposto e far fare un passo in avanti al dibattito sul progetto politico tra tutti i comunisti nel loro complesso.
Riteniamo infatti che l’obiettivo della costruzione di un “movimento politico organizzato” per i comunisti non annulla o sostituisce, ma bensì conferma la necessità di mantenere nel contempo il loro riferimento teorico e ideologico organizzato (in quanto partito, organizzazione, associazione, rivista, gruppo o giornale comunista che sia), questo perché nel loro complesso essi rappresentano l’ambito in cui è possibile affrontare e dibattere dal punto di vista teorico e politico le problematiche che maturano nel “movimento politico organizzato” in relazione allo scontro di classe, riavviando così sia il processo di elaborazione teorica (per non parlare dell’alfabetizzazione teorica), che il processo unitario tra gli stessi comunisti.