martedì 4 luglio 2017

Perché oggi non ci può essere un Fantozzi di Alessandro Gilioli

Il patto tra azienda e lavoratore era di tipo schiavistico - certo - ed era anche grottesco: eppure era un patto definito, un accordo triste ma rassicurante, ingiusto ma solido [A. Gilioli]
 
Paolo Villaggio - Fantozzi
Ho capito che Paolo Villaggio non aveva inventato niente il giorno in cui, in una grossa azienda editoriale del nord, ho visto che c'erano due ascensori uno accanto all'altro. Uno era normale, l'altro con la boiserie. Davanti al secondo c'era scritto: «Riservato Alta Dirigenza».

Il mondo del lavoro descritto nei libri e nei film di Fantozzi era così: pacchiano nel suo classismo, volgare nella sua esibizione della gerarchia, violento nello scontro quotidiano tra l'alto e il basso, tra il capo e il sottoposto.

Eppure era un mondo a suo modo limpido, "onesto", trasparente. Non c'erano gli infingimenti cosmetici con cui oggi vengono mascherati divari di potere e di reddito che peraltro nel frattempo sono aumentati, non diminuiti.

Il sottoposto era appunto un sottoposto, non si faceva finta che fosse un "collaboratore". La sua prestazione non era a cottimo, né forzatamente notturna e festiva - come oggi avviene nei magici mondi della gig economy e della logistica, ma non solo - bensì legata a precisi orari diurni, terminati i quali i dipendenti avevano diritto perfino a scappare dalla finestra, pur di non regalare un minuto di più all'azienda.

Lo stipendio era garantito (garantito, incredibile!) così come garantite erano le ferie, che Fantozzi poi trascorreva sotto la sua consueta nuvola.

Il patto tra azienda e lavoratore era di tipo schiavistico - certo - ed era anche grottesco: eppure era un patto definito, un accordo triste ma rassicurante, ingiusto ma solido, che non rischiava di dover essere riscritto ogni giorno e ogni giorno peggiorare, o semplicemente sparire - puf, oggi non ci servi.

E ancora, non c'era bisogno di dissimulare coinvolgimento motivazionale negli obiettivi dell'azienda, fosse essa pubblica o privata. Non c'era bisogno di mettere in scena la grande ipocrisia dell'identificazione, degli obiettivi, dell'"empowerment". Né si era costretti al sorriso perenne e alla disponibilità 7/24, che sono la galera dei free agent attuali, delle partite Iva attuali, dei "rider" attuali. Potevi limpidamente odiarla la tua azienda, potevi odiarlo il tuo ufficio, anzi era scontato che tu lo odiassi. I ruoli erano più onesti, in fondo.

Villaggio ha descritto lo schiavismo umiliante del mondo del lavoro com'era prima della globalizzazione e prima che l'epocale vittoria del liberismo estremo polverizzasse ogni argine, ogni regola, ogni patto. Ci faceva ridere, perché caricaturava e portava all'estremo quello che milioni di persone realmente vivevano nei loro polverosi e grigi luoghi di lavoro. Lo schiavismo di oggi non è nemmeno caricaturabile perché è già all'estremo in sé, non può essere portato oltre con la chiave del grottesco.

Non si riesce più nemmeno a ridere, parlando di lavoro, oggi.



sabato 1 luglio 2017

Il calcio, la movida, la piazza e il palazzo. Dieci tesi su Piazza San Carlo e dintorni di Angelo d’Orsi




Il 3 giugno si svolse la finale della Champions League tra Juventus e Real Madrid. A Torino nella centralissima Piazza San Carlo, la visione collettiva della partita si risolse in una tragedia: 1525 feriti e una morta, Erika Pioletti. Moltissime persone calpestate dalla folla, riportarono ferite di varia entità, e molte altre colpite da stress post-traumatico. Quasi tutte annunciano denunce e richieste di risarcimento danni all’indirizzo delle autorità, a cominciare dal sindaco, Chiara Appendino, la quale, stando a notizie giornalistiche dell’ultim’ora, risulta iscritta nel registro degli indagati per lesioni. Premetto che ho votato l’Appendino sia al I turno, sia al ballottaggio, dunque non ho alcuna preclusione verso di lei e la sua Giunta, anche se i risultati attesi e annunciati in campagna elettorale finora non ci sono stati. Ma la sera del 3 giugno rappresenta un turning point che azzera tutto. Su quei fatti e gli avvenimenti che ne sono seguiti, sembra opportuno fare una riflessione, che vada anche al di là della contingenza. Ecco le mie dieci tesi, per aprire una discussione.


1. Il tifo calcistico, parte integrante e attiva del mercato del pallone, anche nelle cosiddette “frange violente”, è una malattia endemica da curare seriamente. Naturalmente tra i tifosi v’è un po’ di tutto; ma nello stare insieme, nel sostenere la “propria squadra”, nel “tifare”, appunto, emergono gli elementi di irrazionalità di ogni folla, che è il prerequisito per arrivare alla distruzione, alla devastazione, alla violenza contro cose e persone, fino all’omicidio. Il tifo è una malattia, non dimentichiamolo; la parola stessa dovrebbe indirizzarci verso la comprensione del fenomeno, che, tuttavia nel corso del tempo, In specie negli ultimi 20/25 anni, è diventato un business mostruoso, contaminato da loschi affarismi, da connivenze di media e subalternità della politica. Del resto ogni buon politico ha la sua squadra del cuore, e non lo dimentica: spesso essa è radicata sul territorio del suo collegio elettorale, e comunque serve ad acchiappare voti, anche in fondo da chi non condivida l’amore per quel team: serve a far percepire il politico come “più vicino” al popolo. Uno di noi, insomma. I calciatori sono pagati più di chiunque altri nel mondo capitalistico, e le quotazioni hanno raggiunto livelli incredibili. La squadra della Juventus, la più blasonata in Italia, segue la politica sistematica di “strappare” a suon di milioni i migliori giocatori alle concorrenti, ed è una politica che alla fine paga, anche in termini economici.

2. La signora sindaco di Torino, Chiara Appendino, legittimamente, come tanti suoi colleghi pubblici amministratori (la stragrande maggioranza) è una “tifosa”, nel caso della Juventus, società per la quale ha anche lavorato. Legittimamente, ma molto discutibilmente, la notte fatale del 3 giugno se ne volò a Cardiff per assistere al match che avrebbe dovuto consacrare regina d’Europa la squadra zebrata (sappiamo come è andata a finire). Tanti altri suoi sodali della gigantesca tifoseria bianconera del resto fecero lo stesso, quella sera. Ma sulle loro spalle non gravava alcuna responsabilità, a differenza delle spalle della sindaca, che, su pressioni – pare – del Juventus Football Club aveva concesso per trasmissione in diretta della partita la piazza che rappresenta il cuore di Torino, un gioiellino, in una città che di pezzi pregiati non ne ha molti, ma che è bella per l’armonia dell’insieme. Piazza San Carlo è chiamata, non per caso, “il salotto di Torino”: una piazza piccola, che taglia in due l’asse della centralissima via Roma, separando i due tratti, quello in stile “barocchetto” negli anni Venti, e quello modernistico degli anni Trenta (entrambi i tratti ricostruiti dopo lo sventramento del centro, voluto da Mussolini nella sua politica di modernizzazione forzata, con la distruzione della città medievale). Una piazza preziosa, da preservare con cura, anche se era già stata messa a dura prova dalla Giunta Chiamparino con la realizzazione di un posteggio sotterraneo, provocando lunghe e aspre polemiche. Ma la Juventus a Torino comanda. E Appendino ha accettato, forse non peccando di scarsa consapevolezza delle controindicazioni e dei rischi di quella decisione. E ora tocca a lei, non al presidente della squadra di calcio torinese, rendere conto alla cittadinanza.

3. Un luogo, dunque, che a tutto poteva prestarsi tranne che ad essere usato come campo di calcio virtuale, con decine di migliaia di persone, molte delle quali ubriache prima del calcio d’inizio. È vero che quella piazza vede, tradizionalmente, la conclusione, con i comizi di rito, del corteo del Primo Maggio. Ma intanto nei cortei v’è un servizio d’ordine e soprattutto i manifestanti politici non sono paragonabili ai tifosi che, quando sono una massa, sono poco adatti “ai salotti buoni”. Altrove, quella sera, come a Madrid, si vide la partita, ma in uno stadio, con grandi schermi. In Piazza San Carlo, ripeto, piccola piazza, v’era un solo schermo, e precisiamo, uno schermo piccolo. E gli accessi al posteggio sotterraneo erano rimasti aperti: ma non v’era la “massima allerta” per prevenire eventuali gesti terroristici? E non era quello un invito perfetto per eventuali malintenzionati? Aggiungasi che erano state disposte nella piazza delle barriere mobili, le solite grate, che finivano per ridurre gli spazi e ostacolare la fuoruscita, o peggio che peggio, lo sgombero rapido in caso di emergenza.

4. Ogni manifestazione calcistica è ormai preceduta, accompagnata e seguita da un circo mercantile spaventoso. Una o persino due settimane prima dell’evento – che intanto giornalisti compiaciuti o solo stolti o peggio, prezzolati pompano a dovere – decine di bancarelle si materializzano, vendendo gadget di ogni sorta. Con l’avvicinarsi del dì fatidico le bancarelle si moltiplicano, e palloni, sciarpe, magliette, et similia, in una fiera dell’orrido, vengono smerciate da venditori abusivi, esentasse. E infine, la sera “magica”, le bancarelle, anche sotto specie di singoli venditori muniti di apposita strumentazione atta a trasportare bottiglie e lattine, diventano spacciatrici di bevande, alcoliche, semialcoliche, analcoliche. E giacché ci siamo popcorn, noccioline, e quant’altro possa dare conforto alla fame nervosa di adulti e ragazzetti che aspettano e sperano gol e intanto si ingozzano di arachidi. Le bancarelle sono state una componente importante della tragedia di Piazza San Carlo. La prova estrema che ciò che prevale è il mercato e che parlare di “sport” oggi è un inganno o un autoinganno. Tutto è mercato, nel mondo del calcio in specie, comprese le anime dei giocatori.

5. Transenne e bancarelle sono la spiegazione della difficoltà all’evacuazione della piazza quando, per una ragione non chiarita, ma irrilevante, la folla ha iniziato a ondeggiare paurosamente, come un grosso serpentone che provava a uscire dal catino della piazza senza riuscirvi, e ben presto il serpente ha travolto transenne e bancarelle, e ha travolto se stesso, in una sorta di esplosione che ricordava la pentola a pressione quando la valvola di sfogo non funziona. Le bancarelle e transenne sono state la valvola bloccata che ha costretto il serpente a tornare più volte su se stesso, rigirandosi, dimenandosi, vibrando colpi di coda sempre più irrazionali.

6. La spiegazione dell’Appendino che in una lettera al quotidiano La Stampa ha addirittura evocato le Torri Gemelle, elencando di seguito tutti i principali attentati terroristici nel mondo, è risibile. Quella piazza, difficile da gestire per la sua configurazione e per la massa enorme di gente, è stata abbandonata a se stessa. La “psicosi attentato” c’entra poco; è un dato, certo presente, ma assolutamente di contorno. Il pericolo va evitato alla radice e andava evitato. La piazza era pericolosa: bastava dare un’occhiata alla situazione, ben prima che la partita avesse inizio, un pericolo aggravato dall’eccitazione parossistica dei malati di tifo, nei quali, come accennato, si era creata la persuasione che la loro squadra avrebbe vinto: una campagna volta a conformare l’opinione pubblica, il cui ultimo atto era il “dobbiamo esserci”. Chi poteva si è speso qualche centinaio di euro per volare allo stadio gallese di Cardiff; gli altri avevano Piazza San Carlo, o, quelli senza alcuna possibilità di muoversi da casa, infine, si dovevano accontentare della tv: mentre il messaggio avrebbe dovuto essere proprio all’inverso: restate nel salotto di casa vostra, e godetevi (si fa per dire) la partita in famiglia e con gli amici. No: il messaggio era: “si va in piazza”, a “festeggiare”. La febbre della partita era cresciuta ben oltre il livello di guardia.

7. In quella piazza nessuna ordinanza vietava la vendita di bottiglie di vetro, la cui frantumazione è stata la causa principale dei 1526 ricoveri ospedalieri di altrettanti presenti quella maledetta sera. Le birre (et non solum!) venivano vendute non soltanto dagli “abusivi”, ma dai paludati caffè, i più costosi della città, che affacciano su piazza San Carlo. Il mercato trionfava. La cura della salute pubblica era affidata al buon senso delle persone: ma quando 40 mila individui, perlopiù giovani, si accalcano in uno spazio ristretto, eccitatissimi per la loro “Juve”, e sono pure mediamente alticci per l’alcol, come si fa a puntare sul loro buonsenso? Assente il sindaco, il vicesindaco, l’intera Giunta municipale, i vertici delle forze di polizia, compresa la polizia urbana. La piazza era affidata a se stessa, e la scarsa polizia presente ha avuto, come sempre in caso di manifestazioni sportive, un occhio distratto per quanto accadeva.

8. Del resto l’organizzazione dell’evento, nella solita politica della delega-spezzatino, era stata affidata a un’agenzia (Turismo Torino). Sul sito ecco come si presenta l’agenzia: “è il Convention & Visitors Bureau della città di Torino e del suo territorio provinciale. (…) è l'organismo preposto alla promozione della provincia di Torino, quale destinazione di turismo leisure, sportivo, naturalistico, culturale, viaggi individuali e di gruppo, congressi, convention, viaggi incentive e turismo d'affari”. Raccapricciante: Ettore Petrolini non avrebbe saputo fare di meglio. A costoro era affidata la sorte di alcune decine di migliaia di persone e di una intera piazza, la più bella e “delicata” sul piano architettonico della città.

9. Accaduto il fattaccio, le cui proporzioni andavano crescendo minuto dopo minuto, v’era una cosa che le autorità avrebbero dovuto fare, una sola: chiedere scusa alla città, e, anche solo come atto simbolico, rassegnare le dimissioni. Tutte le autorità, a partire da quella che rappresenta la comunità, il sindaco. E con il sindaco questore, prefetto, comandante dei vigili. Invece abbiamo solo avuto silenzio o balbettio e un corale “andiamo avanti”. Avanti verso dove? Il 3 giugno ha rappresentato un vero punto di non ritorno; errori su errori, e, nei giorni seguenti, una affannosa rincorsa al ricupero del consenso, più che a una corretta e sensata gestione della situazione che intanto diventava esplosiva. In effetti, gli atti successivi, con ordinanze proibizionistiche nello spirito del ministro Minniti, che oltre ad essere inapplicabili e inutilmente repressive, hanno avuto lo sgradevole sapore del rimedio peggio del danno, suscitando un’ondata di ridicolo (i social media sono impietosi al riguardo, ma efficacissimi), che ha trasformato di colpo la signora Appendino nel bersaglio di uno sfottò generalizzato. Il punto culminante, è stata l’incursione di un reparto della polizia di Stato in uno dei luoghi chiave della movida cittadina, la piazza Santa Giulia, dove poliziotti in assetto antisommossa hanno aggredito pacifici cittadini di ogni età che stavano cenando o bevendo ai tavolini dei caffè. Una incredibile azione punitiva che manco la Celere di Scelba avrebbe osato mettere in atto. Solo Genova 2001 può essere richiamato come termine di paragone, certo senza la dimensione e le conseguenze di quella “mattanza”; ma si è trattato di un evento di inaudita gravità, rispetto al quale ancora non abbiamo avuto notizie di accertate responsabilità.

10. Si è detto del calcio e del tifo. Una parola va dedicata anche al rito della movida: possiamo dire che è diventato insopportabile? E possiamo aggiungere che quella di tracannare un paio di Moretti in piedi su un marciapiede, mentre da qualche fonte arrivano le sonorità dei Coldplay o di J Ax (tanto per dire), è una falsa libertà? Cionondimeno, proibire di bere al di fuori dei bar è ridicolo, oltre ad essere un invito a spendere: perché spesso le bevande per i “movidari” vengono da loro stessi acquistate nei market di zona e portati nei luoghi di assembramento. Accade a Siviglia come a Torino, a Salerno come a Marsiglia, ad Alassio come a Ibiza (dove si arriva all’estremo dell’horror). Si tratta di un fenomeno del nostro tempo, ormai da anni. Pensare di vietarlo è assurdo. Forse però si può pensare una politica diversa per gli spazi urbani, con stimoli culturali che oggi latitano, ma dove ci sono funzionano. Insomma, care autorità, offrite a questi giovani (o diversamente giovani…) occasioni diverse, luoghi “protetti” di aggregazione, sottratti magari alla logica mercantile, e forse si sentiranno altrettanto liberi senza recare disagio al resto della popolazione urbana, bloccare il traffico automobilistico, e suscitare non di rado ben di più che innocui alterchi con il resto della gente che attacca striscioni ai balconi con il fatidico “Vogliamo dormire”. La movida è la parodia e l’esasperazione dello “stare insieme”, quando non c’è cultura, quando non c’è speranza: quando non c’è in realtà neppure autentica gioia di vivere, ma solo un disperato bisogno di “sentirsi” vivi, sapendo che si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.

Perché non saremo in piazza con Pisapia di Anna Falcone, Tomaso Montanari


Il 18 giugno al teatro Brancaccio abbiamo iniziato un percorso aperto per la costruzione di un programma e di una lista unitaria, civica e di sinistra, per dare voce e rappresentanza ai tanti italiani che non partecipano più al voto, che non si riconoscono più nelle istituzioni e in una politica sorda ai loro bisogni, e alla comune sete di giustizia e uguaglianza. Lo abbiamo fatto per dare seguito alle tante richieste venute da chi, il 4 dicembre, ha rigettato la riscrittura autoritaria della Costituzione, e oggi chiede di ripartire dalla sua attuazione per contrastare la deriva neoliberista cavalcata dagli ultimi governi, anche di centro-sinistra, che hanno piegato lo Stato da promotore a liquidatore di diritti e spazi democratici.
In questo percorso abbiamo invitato tutti coloro che si riconoscessero nella volontà di cambiare nettamente rotta rispetto al passato, per convergere sulle grandi sfide del nostro tempo: a partire dalle battaglie per l'eguaglianza e per la giustizia sociale. Prima e a prescindere dalle alleanze. Impossibili, del resto, con chi persevera su una visione opposta di Stato e di società.
Moltissimi hanno risposto a questo appello, e stanno già partendo le assemblee territoriali sul programma, plurali e aperte a tutti i cittadini.
Altri hanno risposto dicendo che "non c'erano le condizioni": nemmeno le condizioni per poter parlare al Brancaccio. Sono gli stessi che hanno risposto di no alla nostra richiesta di poter prendere la parola in piazza Santi Apostoli. La ragione ufficiale è che l'incontro del primo luglio «non è un'assemblea, come da voi al Brancaccio, ma un happening». Così ci ha detto il portavoce di Giuliano Pisapia (con quest'ultimo non abbiamo avuto il privilegio di poter parlare), spiegandoci che si presenta un nuovo soggetto politico, e che parlano solo «coloro che ci hanno lavorato».
Peccato: si è persa un'occasione per ricostruire quell'alleanza tra la politica e il popolo delle diseguaglianze, senza la quale non c'è progetto politico che tenga, e che possa presentarsi alle elezioni con qualche chance di successo. Crediamo che l'unità si persegua non con gli slogan o gli eventi, ma con comportamenti coerenti, e conseguenti. Oggi è questa la prima responsabilità di chi voglia veramente costruire unità su orizzonti futuri, e non su formule passate.
È per questo che non saremo in Piazza Santi Apostoli. Seguiremo gli interventi in streaming, con grande attenzione: ma non saremo in quella piazza. Abbiamo il massimo rispetto per ogni tipo di incontro pubblico, e anche per ogni stile: ma in coscienza non ci sentiamo di interpretare il ruolo del popolo che legittima, con la sua plaudente presenza, la consacrazione di un leader e di un percorso già decisi, e decisi dall'alto.
Dobbiamo andare oltre. L'Italia e la Sinistra devono andare oltre, e aprirsi a quel pezzo del Paese che chiede partecipazione democratica e, soprattutto, il coraggio di cambiare davvero.
Per questo pensiamo che non servano «happenings» dalla liturgia predefinita, ma assemblee critiche, plurali e magari anche rumorose, in cui le convergenze si costruiscono dal basso, mettendo definitivamente da parte personalismi e tentazioni paternalistiche o dirigiste.
Una Sinistra autonoma e di governo non può nascere dalla fusione a freddo di sigle e ceto politico, ma solo da una reale alleanza fra cittadini, realtà sociali e forze politiche definitivamente emancipate da tentazioni egemoniche, o conservatrici.
Ecco: noi vorremmo che nascesse "qualcosa di serio" a sinistra del PD.
Quale sarà la direzione imboccata nell'«happening» del primo luglio? Si ripete che non si vuol fare una sinistra, ma un centro-sinistra. Se si tratta di costruire politiche di compromesso, di fatto in continuità con le scelte degli ultimi vent'anni, non siamo d'accordo. Si ripete che si vuol costruire un centro-sinistra «di governo», ma si dice anche di voler essere «alternativi» al Pd: vorremmo capire come si scioglie questo nodo. E crediamo che lo si debba capire prima, e non dopo, il voto.
Soprattutto, non sappiamo cosa pensa Giuliano Pisapia di tutti i nodi cruciali: e basta elencare il Job's Act, la Buona Scuola, lo Sblocca Italia, il decreto Minniti. Vanno bene così, vanno corretti, o – come noi pensiamo – vanno invece rigettati, per invertire drasticamente la rotta in direzione di una reale riaffermazione dei diritti, a scapito degli interessi economico-finanziari che hanno fagocitato la politica e commissariato la democrazia? E, ancora, non sappiamo cosa Pisapia pensi del fatto che la prossima legislatura dovrebbe (secondo Pd e Forza Italia) riprovare a cambiare la Costituzione: noi non siamo disposti ad accettarlo. E lui?
Speriamo, anzi chiediamo con forza, che, celebrato l'happening, si apra la stagione del confronto pubblico, partecipato, includente, trasparente e profondo su questi e su tanti altri temi.
Perché una sinistra unita si può costruire solo sulla chiarezza, e prendendosi la responsabilità di dare soluzioni alternative e credibili ai problemi delle persone. Con l'ambizione di cambiare, in meglio, la vita di tutti e di ognuno. Di dare respiro e futuro a quella spinta democratica che ha cambiato la vita di questo Paese il 4 dicembre e che ha dimostrato di non voler più cedere al ricatto del voto 'utile' o aderire a opzioni chiuse e a formule del passato.
Prima cominceremo a parlarne, tutti insieme, e meglio sarà.
Anna Falcone, Tomaso Montanari

REDDITO CONTRO LAVORO? NO GRAZIE! di Giovanna Vertova

[ 30 giugno 2017 ]

Quando si parla di reddito di base (RdB) sarebbe necessario fare chiarezza, perché il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, è molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di dignità, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che nascondono, in realtà, cose molto diverse. Il RdB è una proposta molto chiara e specifica: il pagamento regolare di un reddito (in moneta, non in natura, come è, in genere, il welfare), su base individuale (non familiare, come sono spesso i sostegni al reddito in Italia), universale (per tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa) e incondizionato (non vincolato ad un requisito lavorativo o alla volontà di offrirsi nel mercato del lavoro) [1]. Questa nuova forma di welfare viene presentata spesso dai sostenitori come “la” proposta di politica economica per superare la precarietà e la disoccupazione dilagante, in questa nuova fase di accumulazione capitalistica e, a maggior ragione, oggi, in questo periodo di crisi.
Tale proposta viene giustificata teoricamente con la ricerca di una giustizia redistributiva (Rawls), del superamento o arginamento della povertà e dal ricatto del lavoro (Rodotà), o della riappropriazione dei frutti della cooperazione sociale (Negri). Spesso, in un’ottica tipicamente keynesiana, si giustifica il RdB come una “regolazione istituzionale” per rendere stabile il cosiddetto post-fordismo (un sostegno ai consumi delle famiglie, nella speranza che questi facciano crescere l’economia), così come la crescita salariale in relazione alla produttività avrebbe stabilizzato il fordismo dei Trent’anni gloriosi. Peccato che la crescita postbellica fosse dovuta alle componenti autonome della domanda aggregata (investimenti privati delle imprese, spesa pubblica, esportazioni nette positive), in un contesto macroeconomico più stabile di quello attuale e in una situazione internazionale irripetibile, di capitalismo da guerra fredda. Contrariamente al mito fordista, i consumi sono stati trascinati e, quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato.
Ciascuna di queste giustificazioni mostrano come il RdB sia una proposta di redistribuzione che non va ad intaccare le cause della disuguaglianza di reddito e ricchezza, della precarietà del lavoro, della povertà e delle condizioni di vita insostenibili. Il RdB vorrebbe, semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti. Effettivamente, misure come il RdB possono rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione nel breve periodo, ma non le eliminano. Semmai le cristallizzano e le congelano, soprattutto quando pensate isolatamente, come la panacea di tutti i mali, al di fuori di un pacchetto di proposte più onnicomprensivo, teso ad intaccare non solo gli effetti ma anche le cause di precarietà e disoccupazione. Presentata singolarmente, sganciata da altre rivendicazioni, si trasforma in un riformismo dal volto umano: si accetta il capitalismo così come è, generatore di disoccupazione, precarietà, condizioni materiali di vita insostenibili, cercando di lenirne gli effetti. Ecco perché questo tipo di proposta può trovare sostenitori appartenenti a diversi schieramenti politici.
Le implicazioni sia teoriche che politiche del RdB variano sulla base di come è effettivamente esplicitata la proposta: un livello di reddito che permette effettivamente di scegliere tra offrirsi o non offrirsi sul mercato del lavoro (cioè di uscire dalla “gabbia del lavoro salariato”); o un livello che diventa una integrazione ad un reddito lavorativo (per chi lavora) o un sussidio (per gli altri). Il primo tipo, che chiamo incompatibile, deve essere decisamente superiore al salario medio e permettere effettivamente di vivere senza lavorare. Il secondo tipo, che chiamo compatibile, non permette di vivere senza lavorare, ma offre semplicemente una integrazione al reddito (a chi già lavora) o un sussidio (agli altri), universalizzando il numero dei beneficiari. Assumendo la teoria marxiana del valore, secondo la quale si può distribuire solo quello che è stato prodotto [2], il RdB incompatibile produce una frammentazione, a livello globale, della classe lavoratrice. Se la classe lavoratrice dei paesi ricchi può permettersi di vivere senza lavorare (o, almeno, di fare questa scelta), chi produrrà la ricchezza da distribuire? La classe lavoratrice dei paesi poveri. I paesi ricchi possono redistribuire RdB, prodotto (e, andrebbe detto, estratto) dai lavoratori dei paesi poveri. La classe lavoratrice dei paesi avanzati può permettersi di vivere senza lavorare perché, per loro, lavora la classe lavoratrice dei paesi poveri. Non è il mio modo di intendere il superamento del capitalismo e, men che meno, un capitalismo dal volto umano. Nel caso di un RdB compatibile, contro le intenzioni dei proponenti, si presenta il forte rischio di spingere tutta la struttura salariale verso il basso, dovuto all’effetto Speenhamland [3]. I capitalisti hanno tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che la classe lavoratrice percepisce anche il RdB. L’impresa assume, riducendo il salario; il lavoratore, inizialmente, ottiene lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Con il RdB come “pavimento” il salario può essere ridotto sempre di più. Questa dinamica crea una massa amorfa di persone che sopravvive ed un crollo della capacità contrattuale di tutta la classe lavoratrice. Si corre così il pericolo dell’instaurarsi di un compromesso malsano: i capitalisti offrono bassi salari e lavori precari e i lavoratori li accettano perché, intanto, c’è il RdB.
In merito alla fattibilità pratica di tale proposta, due sono i problemi che vorrei evidenziare, uno di carattere economico e l’altro politico. Prima di tutto l’annosa questione del suo finanziamento. Il neoliberismo imperante ha riformato il sistema di tassazione di tutti i paesi avanzati, rendendolo molto poco progressivo. In assenza di una riforma fiscale, che reintroduca un sistema veramente progressivo, e combatta elusione ed evasione, il RdB finanziato dalla tassazione generale diventa una semplice partita di giro tutta interna alla classe lavoratrice: i lavoratori occupati pagano il RdB a coloro che non hanno lavoro. Non mi sembra una misura il cui costo sia equamente distribuito tra le classi sociali. La questione politica è non meno importante. Il neoliberismo è riuscito pienamente a indebolire, sia politicamente che sindacalmente, la classe lavoratrice. I movimenti dal basso esistono, ma sono piccoli e frammentati. In questa situazione di debolezza temo che questa proposta getti le basi per uno scambio con la sinistra “moderata” (o anche con la destra “sociale”): accettazione, più o meno dichiarata, della flessibilità in cambio di qualche sostegno al reddito, probabilmente condizionato.
Va anche ricordato che, nella realtà, non è mai stato introdotto un RdB incompatibile [4], ma solo compatibile e, spesso, condizionato. È il passaggio dal welfare al workfare state tipico del neoliberismo attuale. Workfare è un termine coniato dalla letteratura anglosassone per indicare un sistema di welfare assistenziale che viene concesso, tuttavia, sotto certe condizioni (per esempio, seguire dei corsi di formazione o di aggiornamento, aver svolto determinati lavori utili o sociali, etc.). L’idea centrale è che gli individui rimangono disoccupati per via di una benefit trap (trappola dei benefici) o di incentivi inadeguati (come sono considerati i sussidi alla disoccupazione). Il workfare, quindi, vincola i sostegni al reddito alla dimostrazione di una volontà di lavorare, qualsiasi sia il lavoro e/o il salario offerto. È la stessa logica ortodossa che ha segnato il passaggio da politiche volte al full employment (piena occupazione) a quelle volta alla employability (“occupabilità”): nel primo caso, lo stato keynesiano si preoccupava che la forza lavoro trovasse un’occupazione; nel secondo, lo stato neoliberista si preoccupa che gli individui posseggano le giuste caratteristiche per trovarsi un lavoro: poi sarà il mercato a conciliare domanda e offerta di lavoro.
Esiste, inoltre, una problematica questione di genere. Alcune femministe sostengono che il RdB potrebbe rappresentare la remunerazione del lavoro per la riproduzione, internalizzando così la variabile di genere. Personalmente, valgono qui le stesse obiezioni che alcune femministe sollevarono negli anni ’70 circa il salario al lavoro domestico. Il RdB congela la situazione esistente, poiché non contesta l’uso della forza-lavoro né per la produzione né per la riproduzione. Si creerà, anche in questo caso, un compromesso malsano: le donne che svolgono il lavoro per la riproduzione ricevono il RdB, all’interno di una struttura sociale che non mette mai a tema questa divisione di genere del lavoro riproduttivo. Inoltre, il congelamento della divisione di genere del lavoro di riproduzione implica, necessariamente, quello della divisione di genere nel lavoro produttivo, poiché, ieri come oggi, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è fortemente condizionata dalle responsabilità familiari. Ciò si traduce nell’accettazione delle disparità di genere che esistono, ancora oggi, nel mercato del lavoro. Un RdB come risposta alla “questione di genere” dimostra molto chiaramente come questa proposta, presa singolarmente, non faccia altro che mantenere lo status quo.
Non credo quindi che, preso singolarmente, il RdB possa fornire una risposta all’insicurezza sociale. Proposte di politica economica “di classe” dovrebbero essere a tutto tondo, concentrandosi su tutti gli elementi che determinano le attuali condizioni di lavoro e di vita. Al contrario la proposta del RdB è sempre presentata a sé stante: si propone il RdB come l’unica soluzione dell’insicurezza sociale, mantenendo inalterati gli altri elementi del sistema. Non capisco, inoltre, perché il RdB venga proposto in contrapposizione ad altre rivendicazioni. L’insicurezza sociale non si risolve solo con una trasferimento monetario, come è il RdB, ma soprattutto con condizioni lavorative più sane e con un welfare in beni/servizi veramente universale e funzionante.
Una politica economica “di classe” con l’obiettivo della riunificazione di un mondo del lavoro sempre più debole e frammentato deve essere, necessariamente, più onnicomprensiva e non limitarsi alla richiesta di “un reddito per tutti e tutte”. Ritengo la proposta del RdB accettabile solamente se inserita in un quadro più ampio. Prima di tutto, andrebbero discusse la messa al lavoro, il contenuto del lavoro, il “cosa, come, quanto e per chi si produce”, accompagnando la discussione con proposte di riduzione della giornata lavorativa e di aumenti salariali. Inoltre, andrebbe rivendicata la cancellazione di tutta la legislazione che ha introdotto precarietà e flessibilità, e delle riforme pensionistiche che hanno allungato la vita lavorativa riducendo, contemporaneamente, le pensioni. Infine, ma non meno importante, andrebbe ripensato tutto il sistema del welfare (sia i trasferimenti monetari, all’interno dei quale si colloca il RdB, che l’offerta di beni/servizi), rendendolo veramente universale e gratuito, accompagnandolo ad una revisione del sistema fiscale, per renderlo più equo e più progressivo, combattendo veramente elusione ed evasione. Queste proposte eviterebbero fasulle contrapposizioni tra “redditisti”, da un lato, e “lavoristi” e “salarialisti” dall’altro, e permetterebbero l’apertura di un vero dibattito sulle condizioni di lavoro e di vita oggi.

I MILIONARI AUMENTANO MA I POVERI DI PIÙ

Il Sole 24 Ore del  14 giugno ci informava sui risultati di una ricerca dell'autorevole The Boston Consulting Group sulla concentrazione di ricchezza nel mondo e la crescita del divario tra classi sociale ricche e povere—vedi più sotto.
Agghiacciante. Così, d'istinto, ti vengono in mente gli SPARI SOPRA di Vasco Rossi
Nell'articolo, di un cinismo disarmante (istruisce i milionari a diventare ancor più ricchi)  la Lucilla Incorvati ci informa che negli ultimi decenni e malgrado la crisi (anzi, grazie ad essa) molti ricchi sono diventati ricchissimi, tant'è che in Italia ci sono ben 307mila famiglie con patrimoni finanziari milionari. Ci dice anche che  queste famiglie, nel 2021, saranno 433mila.

Per contraltare l'Istat ci informa oltre 4 milioni e mezzo di italiani vivono oggi in condizioni di povertà assoluta. I dati raccolti riguardano l’anno compreso tra il 2014 e il 2015, e attestano la soglia di povertà assoluta al 6,1% delle famiglie italiane, per un totale di 4 milioni 598 mila individui.
Ene passant: il Pil procapite italiano fa -24% rispetto a quello della Germania. 
Un bel cadeau dell'Unione europea!


In Italia 307mila famiglie con patrimoni milionari

La crescita della ricchezza finanziaria privata nel mondo non si arresta: nel 2016 la corsa di Wall Street e degli altri principali mercati ha portato il valore totale di azioni, obbligazioni e depositi alla cifra record di 166.500 miliardi di dollari. Rispetto al 2015 si tratta di un incremento del 5,3%. Nel 2021 dovrebbe raggiungere i 223.100 miliardi di dollari, con una crescita media annua del 6%, derivante in parti uguali dalla creazione di nuova ricchezza e dalla valorizzazione degli asset. Sono queste le principali evidenze del 17° rapporto sulla ricchezza di The Boston Consulting Group.
L ’aumento della ricchezza è avvenuto a tutte le latitudini, ma ancora una volta è stata l’area Asia-Pacifico a segnare lo sviluppo più rapido: nel 2016 l’incremento è stato del 9,5% (è strato del 12% nel periodo 2011-2015) in grado di prospettare a breve uno storico sorpasso ai danni dell’Europa occidentale come secondo mercato più ricco. L’area con Stati Uniti, Canada e Messico ha segnato un incremento robusto, +4,5%, superiore a quello dell’Europa occidentale (+3,2%). Per queste due regioni, così come per America Latina e Medio Oriente e Africa, l’andamento nel 2016 è stato migliore del 2015. A livello globale il numero di famiglie milionarie (chi ha ricchezze finanziarie superiori al milione di dollari) è cresciuto in un anno del 7%, arrivando a quota circa 18 milioni. Ovvero l’1% delle famiglie, che detengono il 45% della ricchezza totale. 

L’Italia, che mantiene da anni la 10° posizione al mondo, conta 307mila famiglie milionarie nelle cui mani c’è il 20,9% della ricchezza finanziaria italiana.
Nel 2021 saranno 433mila, l’1,6% del totale mondiale e con uno stock pari al 23,9%. «Se la ricchezza finanziaria globale è cresciuta del 5,3% e, in Europa del 3,2%, l’Italia ha registrato una leggera battuta d’arresto dovuta principalmente alla riduzione di valore delle partecipazioni azionarie dirette e degli investimenti obbligazionari che avevano come controparte istituzioni finanziarie» – ricorda Edoardo Palmisani, principal di BCG. 

Le dinamiche della ricchezza finanziaria sono sempre legate a due fattori: la nuova ricchezza generata e la performance del portafoglio. Il report evidenzia come la creazione di nuova ricchezza sia rimasta pressoché costante, mentre sono stati gli investimenti diretti azionari ed obbligazionari a generare una performance negativa, seppur parzialmente controbilanciati da fondi comuni e gestioni patrimoniali. Nei prossimi 5 anni ci aspettiamo che la ricchezza italiana riprenda a crescere, superando i 5 trilioni di dollari dagli attuali 4,5 trilioni. A trainare saranno nuovamente i soggetti che hanno più di un milione di ricchezza e che cresceranno a tassi del 5/6%. Il portafoglio delle famiglie continuerà a ribilanciarsi verso le azionari a scapito di obbligazioni, cash e depositi per raggiungere un’allocazione più efficiente, in linea a quanto già accade in Europa o in America». 

Per chi si occupa di wealth management lo studio evidenzia la necessità di adottare un nuovo approccio al digitale per recuperare in competitività e focalizzarsi sui momenti chiave per il cliente, offrendo i servizi giusti al momento giusto.