venerdì 21 maggio 2010

Solo chi paga le tasse merita i diritti

La sacrosanta protesta di un membro del popolo dei salariati, mentre chi governa incentiva gli evasori e attacca il welfare.


Questo non è un articolo di commento, è un articolo di protesta. Sarà, perciò, breve, diretto, persino un po’ rozzo e brutale. Altri esporranno, spero, pacatamente le loro ragioni, io qui mi limiterò a urlare le furibonde ragioni dei miei oppressi e i miei oppressi sono i lavoratori salariati vittime della vessazione fiscale. Protesto perché nel nostro Paese, al principio del nuovo secolo e millennio, la principale causa d’ingiustizia sociale è la sperequazione fiscale. Protesto da dipendente pubblico perché la principale forma di sperequazione fiscale non è tra Nord e Sud (come vorrebbe una parte politica i cui elettori hanno finanziato le loro imprese con l’evasione fiscale e con il lavoro nero) ma tra salariati (per lo più dipendenti statali) e lavoratori autonomi. Protesto perché, sul piano fiscale, la popolazione italiana è divisa in due parti.
Da un lato c’è un ceto produttivo (quelli a cui le tasse le prelevano alla fonte), dall’altro un ceto di parassiti evasori (per lo più commercianti, liberi professionisti, imprenditori). Protesto perché, per colmo della beffa, la prima metà è quella più povera, la seconda quella più ricca, la quale diventa ancora e sempre più ricca grazie al sangue fiscale succhiato ai più poveri. Protesto perché sono stufo di pagare con il mio modesto stipendio di ricercatore universitario la scuola d’élite al figlio del ristoratore dove una volta al mese posso forse permettermi di andare a mangiare il pesce, perché sono stufo di pagare con quel modesto stipendio la polizia che sorveglia la sontuosa villa del dentista da cui mi sono fatto otturare un dente cariato, perché sono arcistufo di pagare le strade su cui sfreccia con il suo SUV corazzato il commercialista arricchito o il pronto soccorso a cui ricorre in una notte sbagliata l’imprenditorello impippato, protesto perché non ne posso più di pagare con i miei 1500 euro mensili la escort da duemila euro a botta al riccastro viziato.


Lo Stato Moderno, ombrello della convivenza civile, nasce sulla base di un patto preciso: sottomissione contro protezione, soggezione (anche fiscale) contro sicurezza. In questi giorni assistiamo a una versione caricaturale, degenerata, di quell’antica alleanza. Una violenta cricca internazionale di grassatori dell’alta finanza decide, dai suoi grattacieli dorati di New York, Lussemburgo o Shanghai, una razzia ai danni della povera gente di alcune antiche e dissestate nazioni mediterranee. E i governanti di quelle nazioni che fanno? Per ergere una barriera finanziaria a difesa della loro gente non trovano di meglio che salassare ulteriormente i già vessati salariati e pensionati.


Io contro questa barzelletta di democrazia protesto e denuncio la rottura fraudolenta del contratto sociale. La più grande democrazia moderna, quella statunitense, comincia da una protesta fiscale. No taxation without representation. Niente tasse senza rappresentanza politica, urlarono i ribelli delle colonie della Nuova Inghilterra.


Non essendo questi - purtroppo o per fortuna, per fortuna o purtroppo - tempi di rivoluzioni, io propongo di invertire la formula: no representation without taxation. Si tolgano i diritti civili, a cominciare dal diritto di voto, a tutti gli evasori fiscali (prima, però, bisognerebbe, ovviamente, pescarli). Chi di fatto non fa parte del consesso civile statale che si costruisce e conserva grazie al contributo fiscale di tutti, non ne faccia parte nemmeno di diritto. Altrimenti, il paradosso è che un ceto di evasori fiscali, parziali o totali, continuerà a eleggere un ceto politico che poi ne preserverà il privilegio d’immunità, perpetuando questa tremenda ingiustizia sociale. Contro la quale io, personalmente, protesto e spero protestino in tanti.




Scurati, Antonio, La Stampa, 18 maggio 2010

Federalismo demaniale, Di Pietro appoggia la Lega

Via libera al decreto sul federalismo demaniale con l’accordo tra governo e IDV. Si tratta di uno dei primi tasselli verso l'introduzione della riforma in senso federalista dell'ordinamento italiano. Nel corso di una conferenza stampa comune tra Antonio Di Pietro e il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli è stato spiegato il raggiungimento del «punto d'incontro». «L'Idv si assume la responsabilità delle proprie decisioni e dice sì al termine di un lavoro condotto senza contrapposizioni preconcette» ha detto l'ex Pm di “mani pulite”. Il Pd si astiene mentre Verdi e Federazione della Sinistra, fortissimamente contrari, parlano di un regalo agli speculatori.
Il provvedimento, che si inserisce nella più complessiva riforma di stampo federalista, con tutta probabilità sarà varato definitivamente nel Cdm di domani e prevede il trasferimento dei beni demaniali dello Stato, ad eccezione di quelli della presidenza della Repubblica, alle Regioni, alle provincie e ai Comuni.
Si tratta di monumenti, caserme in disuso ma anche laghi, fiumi, spiagge e altro ancora che saranno gestiti non più dall'amministrazione centrale ma dagli Enti locali i quali potranno avviare piani di valorizzazione e vendita. Inoltre su questi beni potranno essere poste anche modificazioni alle norme urbanistiche. Il tutto giustificato dalla necessità di ripianare il debito pubblico.
Il resto del centrosinistra, a cominciare dal Partito democratico che ha scelto in commissione bicamerale la strada dell'astensione, non condivide la posizione di DI PIETRO.
Davide Zoggia, responsabile Enti locali del PD racconta che "il Pd ha lavorato per migliorare il federalismo demaniale ma, purtroppo, la proposta della maggioranza è assolutamente inadeguata, non tiene conto né della crisi e, quindi, del risanamento dei conti, né degli enti locali, ai quali non da l'effettiva possibilità di governare. E' dunque un decreto del tutto inadeguato e, soprattutto, non è collocato in un quadro complessivo e coerente.
Molto più duri i partiti della sinistra "extraparlamentare". A cominciare dai Verdi del presidente Angelo Bonelli, che ha attaccato Di Pietro per la scelta di appoggiare il provvedimento, che considera solo il primo passaggio verso processi di speculazione e cementificazione selvaggi: "Quello che non deve e non può sfuggire agli italiani e di cui Di Pietro è consapevole, è che grazie al federalismo demaniale i beni che verranno venduti otterranno (contestualmente alla delibera di alienazione, secondo quanto previsto dal federalismo demaniale) la variante urbanistica. Per cui i terreni agricoli (circa 1 milione di ettari) saranno venduti a prezzo agricolo e poi si potrà cementificare: i conti correnti dei grandi costruttori saranno centuplicati da un'incredibile speculazione economica mentre assisteremo alla cementificazione di decine di migliaia di ettari agricoli".
Il presidente dei Verdi ha spiegato nel dettaglio: "Il Federalismo demaniale non è nient'altro che una mega svendita dei beni di stato consentendo una speculazione senza precedenti. I comuni, infatti nell'80% dei casi saranno costretti alla vendita non solo per ripianare il debito, come espressamente previsto dal ministro Calderoli, ma anche perché i deficit di comuni, province e regioni non consentono di sostenere i costi di manutenzione e gestione dei beni. Le sorgenti di acqua minerale e termale potranno essere trasferite ed essere messe nel patrimonio disponibile e sottoposti a piano di alienazione, ovvero venduti, in barba alla battaglia contro la privatizzazione dell'acqua - spiega il leader ecologista -. Le spiagge continueranno a far del patrimonio indisponibile dello Stato e quindi non potranno essere vendute ma potranno essere sottoposte a processi di valorizzazione: ma il divieto di vendita sarà però surrettiziamente superato perché potranno essere fatti canoni per 99 anni come già chiesto da Confindustria".Sulla stessa linea Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista: "Il Federalismo demaniale che il governo sta varando in realtà apre la strada alla privatizzazione dei beni pubblici, dalle spiagge in avanti. Si tratta di una misura molto negativa ed è gravissima la posizione dell'Italia dei Valori che regge il moccolo al governo su questo tema". Ferrero sostiene che "sul Federalismo si sta facendo una enorme opera di mistificazione perché viene presentata come il toccasana di tutte le questioni mentre significa semplicemente un taglio della spesa sociale e un aumento delle privatizzazioni. L'esatto contrario di cosa servirebbe per uscire dalla crisi e l'esatto opposto all'obiettivo della campagna referendaria per l'acqua pubblica".

LA GRANDE SVENDITA


Valutazione critica del “federalismo demaniale”, e preoccupazione per il larghissimo consenso bipartisan.


Federare vuol dire unire: unificare più stati in uno. In Italia significa dividere ciò che si era unito 150 anni fa. L’argomento principale è che quello Stato non funziona. Su questo quasi tutti sono d’accordo, infatti pochissimi si dicono contrari al federalismo all’italiana. Alcuni perché vogliono uno Stato che funzioni diversamente: anzi, differenziatamente, senza preoccuparsi di unificare condizioni, diritti, opportunità, ricchezze ma anzi rafforzandole. Altri perché hanno perso la fiducia che questo Stato (quello nato dal Risorgimento e modificato dalla Resistenza) possa essere reso migliore, e quindi subiscono il trend “federalista”. Magari questi altri cercano di ridurre la negatività del federalismo dei padani: meglio uno Stato separato in due come propone Giorgio Ruffolo, che lo “spezzatino federalista”, ha scritto ieri Valentino Parlato. Ma il primo provvedimento dal quale si comprende che cos’è che sta marciando spiega tutto: qual è il disegno che si sta attuando, la strategia che domina, l’egemonia che ha coinvolto quasi tutti. Parliamo del federalismo demaniale. Il suo obiettivo è ridurre il peso dello Stato, trasferire poteri dall’Italia alle sue parti periferiche ritenute, giustamente, più deboli nella resistenza contro l’obiettivo finale: la privatizzazione di tutto ciò che è privatizzabile, la riduzione a merce di tutto ciò che merce ancora non è ma che tale può diventare. La Repubblica è stata disegnata dalla Costituzione come un sistema di poteri equilibrato tra Stato, Regione e poteri locali (province e comuni). Negli ultimi decenni queste ultime istituzioni sono state pesantemente indebolite: se ne sono accresciute le funzioni e ridotte le risorse. Oggi sono adoperabili, proprio per la loro procurata povertà, come grimaldelli per cedere patrimoni pubblici a soggetti privati. Preoccupa l’accordo sostanziale che si è raggiunto ieri nella commissione parlamentare, dove Di Pietro ha accettato tutto e il PD si è astenuto di malavoglia. Preoccupa il larghissimo consenso espresso anche dalle opposizioni parlamentari all’obiettivo della priorità della “valorizzazione economica” su qualunque altro obiettivo. I “miglioramenti” introdotti dagli oppositori sembrano costituire argini troppo deboli per porre i beni comuni al riparo dell’impetuosa marea della speculazione; sono già in moto le pratiche per abbatterli con procedure amministrative “facilitate” o con il coinvolgimento dei comuni nella “valorizzazione immobiliare”. E preoccupa l’accettazione comune della liceità, per raggiungere quest’obiettivo, di alienare beni pubblici, di spezzettare beni strutturalmente unitari, e addirittura di modificare le destinazioni dei beni trasferiti derogando alla pianificazione urbanistica: privando così la collettività anche del potere di intervenire nelle decisioni sul territorio. Anche questo, la pianificazione democratica del territorio e delle città, è un bene comune che stanno liquidando.


Salzano, Edoardo Il Manifesto, 21 maggio 2010

Da Tangentopoli a "mani sporche"

Al culmine dello scandalo che colpisce il governo, nel turbine di appalti truccati e case regalate, tasse evase e favori sessuali che coinvolge ministri e grand commis, Berlusconi prova a uscire dall'angolo con una mossa che ricorda il Craxi della prima Tangentopoli. Come il Mario Chiesa del '92, "mariuolo" indipendente e solitario, anche gli Scajola e i Verdini di oggi sarebbero dunque "casi personali e isolati, che nulla hanno a che vedere con l'attività del governo e del partito". La "dottrina Berlusconi", affidata ancora una volta alle premurose cure di un Bruno Vespa ormai unico "biografo" accreditato dal Palazzo, non sta in piedi da nessun punto di vista. Né etico, né politico.
Al di là delle retromarce e delle precisazioni successive, la tesi del Cavaliere è "tecnicamente" risibile.
L'intenzione è chiara: il premier, nell'illusione di mettere in sicurezza l'esecutivo e il Pdl, non nega gli addebiti al vaglio della magistratura, ma li scarica sui singoli espungendoli dagli organismi collettivi. Ma la spiegazione non regge: qui non stiamo parlando dell'oscuro assessore di un comune dell'hinterland milanese. Finora nelle inchieste delle Procure di mezza Italia sono coinvolti, nell'ordine: un ex ministro (Lunardi), un ministro dimesso (Scajola), un ministro in carica (Matteoli), un sottosegretario con delega alla Protezione Civile e ai Grandi Eventi (Bertolaso), un nutrito drappello di servitori dello Stato (dal direttore generale dei Lavori Pubblici Balducci al capostruttura del ministero delle Infrastrutture Incalza), uno dei tre coordinatori del partito di maggioranza (Verdini). Di fronte a questo "apparato", fatto di uomini e di incarichi, è difficile parlare di "casi isolati". Ed è impossibile non vedere l'elemento "di sistema" che, nella zona grigia in cui si mischiano politica ed economia, può trasformare un episodio in un metodo, e un gruppo di persone in un comitato d'affari.
Per questo la tesi del Cavaliere è anche politicamente inaccettabile. La giustizia deve fare il suo corso. Le responsabilità penali, personali, dovranno essere accertate. Ma le responsabilità politiche, collegiali, sono già sotto gli occhi di tutti. Si può far finta di non vederle. Si può, manzonianamente, continuare a troncare e a sopire, ripetendo come un esorcismo che "questa non è una nuova Tangentopoli". Ma sapere che oggi si ruba per se stessi e non per il partito (ammesso che sia vero) non può e non deve consolare nessuno. Questi scandali producono comunque una profonda alterazione alle regole del gioco democratico e del libero mercato. E di questo Berlusconi, che si fregia tuttora di aver portato in politica "una nuova visione morale", non può non rispondere.

m.giannini@repubblica.it

La finta lotta all'evasione

L’accanimento con il quale il governo prova a cancellare l’uso giudiziario delle intercettazioni e ad ammutolire la libera stampa nell’esercizio del diritto di informazione è sì l’ultimo violento scossone inferto all’edificio costituzionale, bombardato nel suo architrave portante ed ormai a rischio di cedimento strutturale, ma rappresenta, allo stesso tempo, la più plateale confessione di quanto la cricca malavitosa che le cronache giudiziarie hanno portato alla ribalta non sia l’escrescenza patologica di un corpo nella sua sostanza sano, ma la nervatura stessa del potere politico costituito.
La brama di nascondere le porcherie sotto il tappeto, mettendo in sicurezza quel sordido groviglio di interessi, rivela la compromissione organica, dunque fisiologica, di un sistema che non può essere emendato, depurato, senza smarrire la sua stessa ragion d’essere.
Tutto ciò diventa ogni giorno più evidente. E c’è da sperare che la realtà delle cose riesca finalmente a far breccia anche nel perdurante ottundimento critico che impedisce a tanta gente, pur estranea e persino vittima di questo clima degenerato, di comprenderne origine e responsabilità.
Si può così capire, ad esempio, con quale improntitudine il ministro Tremonti abbia potuto annunciare, fra le misure anticrisi, una dura lotta ai «veri evasori», considerato che proprio i più spudorati manigoldi sono stati graziati dallo “scudo fiscale” che ne ha remunerato gli sporchi profitti e protetto l’identità. Giusto ieri, il Sole 24Ore spiegava limpidamente come gli accertamenti fiscali che potrebbero derivare dall’analisi dei conti correnti contenuti nella “lista svizzera” (quella che l’informatico trentottenne Harvè Feliciani ha consegnato alla nostra Guardia di Finanza e che la Procura di Torino sta cercando di ottenere con formale procedura di rogatoria internazionale) «potrebbero trovare un ostacolo nell’operazione “scudo fiscale” che si è chiusa il 30 aprile». Questo significa che se fra i titolari di quei conti si annidano - come è più certo che probabile - degli evasori e se questi si sono avvalsi del vergognoso riciclaggio di Stato loro concesso dal governo italiano, potranno farla franca e vedere estinte le violazioni tributarie e penali di cui si sono macchiati.
Semplicemente, l’evasione fiscale, che cresce inesorabilmente di anno in anno, non troverà nell’azione dell’esecutivo alcun freno, come non ne ha trovato il lavoro nero, celebrato dal ministro Brunetta come un formidabile ammortizzatore sociale.
I cento sindaci che ieri hanno clamorosamente protestato sdraiandosi per terra in piazza della Signoria, a Firenze, per protestare contro il dissanguamento delle finanze degli enti locali e per chiedere un allentamento dei vincoli di bilancio, non avranno risposta. A meno che non si intenda per tale la prima rata del federalismo, quello demaniale, che comporterà, né più né meno, una colossale svendita dei beni dello Stato, dei beni pubblici, cui i comuni saranno costretti nell’impossibilità di garantirne la manutenzione o, semplicemente, e malgrado le assicurazioni in senso contrario, per pagarsi i debiti. Si darà la stura ad un nuovo, gigantesco trasferimento della proprietà pubblica verso quella privata, si favorirà ogni sorta di speculazione, di intreccio corruttivo fra politica e affari, di inquinamento malavitoso, di ulteriore arricchimento dei grandi detentori di liquidità, di proliferazione delle mafie le quali - spossessato il demanio - potranno governare su aree ancor più estese del territorio nazionale. Come è facile arguire, decentramento dei poteri e valorizzazione delle autonomie non c’entrano nulla, perché queste misure ne sono l’esatto opposto. Con buona pace dell’Italia dei Valori la cui (sempre più tiepida) cultura della legalità scivola su un terreno assai viscido e cede il passo a più antiche e collaudate seduzioni privatistiche.



Dino Greco, Liberazione 21.05.2010

giovedì 20 maggio 2010

Al via il congresso della Federazione della Sinistra


Oggi, mercoledì 19 maggio, il Consiglio nazionale della Federazione della Sinistra, ha dato il via al percorso congressuale definendone le tappe. E’ stata dunque una riunione importante perché è stato stabilito di procedere con la Federazione rispettando i tempi prestabiliti.
Il fatto rilevante, la novità politica, si registra finalmente una operazione unitaria che mette in moto una inversione di tendenza rispetto alla frammentazione che si è determinata negli ultimi 20 anni. E’ certo allo stesso tempo questo un processo difficile e quindi è normale che ci siano punti di vista diversi , come quello di Gianpaolo Patta di Lavoro e Solidarietà, che pur confermando interesse e internità rispetto alla Federazione, ha sostenuto che sarebbe stato migliore un percorso congressuale più lungo nei tempi.
Nel corso del dibattito è stato nuovamente sottolineato il fatto che occorre lavorare anche per una più ampia unità a sinistra, per trovare convergenze con Sinistra e libertà e con i partiti e i movimenti a sinistra del Pd ed è stata confermata la disponibilità a costruire un fronte comune per battere le destre, a partire da un accordo su alcune questioni democratiche: legge elettorale, difesa della Costituzione, legge sul conflitto di interessi.
Per quanto riguarda le decisioni operative, così come previsto dagli accordi sulla rotazione della carica di portavoce, sarà Cesare Salvi, presidente di Socialismo 2000, a rappresentare la Federazione in questo incarico. E’ stato inoltre deciso di istituire due commissioni congressuali, la commissione politica e quella per il regolamento, così come di dare avvio al tesseramento, con la distribuzione delle tessere a tutti i territori e di concludere il percorso congressuale entro il 2010.
La discussione è stata introdotta da Paolo Ferrero, segretario del Prc e portavoce fino ad oggi, e conclusa dal nuovo portavoce Cesare Salvi.

Scuola, pensioni, sanità. «In Europa è partito l’attacco al Welfare»

In Europa, è ripartito l’attacco al welfare. Scuola, pensioni, sanità, indennità di disoccupazione, diritti dei lavoratori, i cardini della cittadinanza nelle democrazie delle classi medie, sono tornati sotto tiro. L’obiettivo non è fare un welfare a misura del mercato del lavoro odierno, della transizione demografica in atto, della moltiplicazione dei percorsi di vita. No, l’obiettivo è eliminare il welfare universale e tornare al modello categoriale e corporativo per i più forti. Prima della Grande Recessione, il welfare doveva essere eliminato in quanto intralcio al libero dispiegarsi delle forze progressive del Mercato auto-regolato.
Oggi, dopo il crollo del paradigma liberista, si tenta una spregiudicata manovra culturale: il welfare, dipinto come coacervo di sprechi e clientele della vecchia sinistra parassitaria, è un lusso insostenibile e va sacrificato in nome del risanamento dei bilanci pubblici. È sfacciata la manipolazione dei dati di realtà compiuta in paio di editoriali comparsi nei giorni scorsi sul Corriere della Sera. Il welfare diventa «il socialismo della spesa» e viene indicato come colpevole dell’esplosione dei debiti pubblici nell’Unione Europea. Quindi, tumore maligno da rimuovere, senza lascarsi impietosire dalle urla del paziente non completamente anestetizzato dalla propaganda liberista.
I dati di realtà sono diversi. Indicano, ad esempio, che in Grecia gli squilibri dei conti pubblici sono frutto di enormi clientele e dell’evasione fiscale alimentate dalla destra: l’ex premier Karamanlis, in 5 anni di malgoverno, non è stato in grado di fare alcuna riforma strutturale ed ha lasciato in eredità, a novembre 2009, al socialista Papandreou, un deficit superiore al 10% del Pil. I dati di realtà indicano che neppure l’esplosione del debito pubblico in Spagna, Portogallo, Regno Unito, Irlanda, ma anche Stati Uniti, ha a che fare con «il socialismo della spesa».
Tali economie prima della crisi avevano bilanci in ordine e un debito pubblico tra i più bassi dell’Ue. Gli squilibri sono derivati, invece, da due fattori entrambi connessi con il fallimento dell'ideologia liberista. Primo, l’ingentissima mobilitazione di risorse necessaria a salvare le banche, ossia signori e signore azionisti al top della scala distributiva, beneficiari di 25 anni di extra-profitti a danno del lavoro. Il secondo, il crollo della domanda interna drogata dalla finanza di facili costumi, ossia la frana dei consumi delle famiglie alimentati per 25 anni a debito a causa di redditi da lavoro stagnanti. Insomma, il dibattito politico avviene all'insegna di un paradosso: il welfare europeo, sopravvissuto alle mode e agli attacchi del liberismo, ammortizzatore degli effetti più acuti della crisi, rischia oggi di morire dissanguato per avere soccorso e salvato un capitalismo impazzito, inceppato da 25 anni di svalutazione del lavoro e di drammatico aumento della disuguaglianza. La cultura della stabilità invocata dalla Cancelliera Merkel è costitutiva dell'UE. Tuttavia, è illusorio fondarla sul mercantilismo a scala continentale. Senza politiche per la domanda interna europea, senza welfare, la ricerca della stabilità porta a stagnazione, elevata disoccupazione strutturale e, quindi, al peggioramento della finanza pubblica. E porta, soprattutto, al conflitto corporativo "domestico" e alla democrazia populista. Forse, è utile (ri)leggersi non solo Keynes, ma anche Lord Beveridge. Forse è utile (ri)studiare le risposte di Roosevelt alla Grande Depressione. Per capire che il welfare è stato voluto, a cavallo della II Guerra Mondiale, innanzitutto dai liberali illuminati per costruire le democrazie delle classi medie. Non ha caso Obama, per far ripartire gli USA, ha varato, per le classi medie, i poveri avevano già il Medicare, la riforma della sanità. Siamo ad un crocevia storico: l'Europa mercantilista o l'Europa del lavoro? I riformisti europei possono ritrovare l'anima, la loro identità, la loro funzione nazionale impegnandosi per una UE federale, capace di governo politico per la crescita e per il lavoro, unica via per garantire stabilità alla finanza pubblica.


di Stefano Fassina, L'Unità 20.05.2010

Scuole in bolletta e tempo pieno negato


Con i soldi della cricca per la casa di Scajola al Colosseo si potrebbero attivare cinquanta classi a tempo pieno per un anno. Non è solo una battuta, ma un dato di fatto. La scuola italiana è sempre più in bolletta, il ministero ha “sospeso” i crediti che avanzano i presidi e ora persino l’igiene ne risente: lo straccio sotto i banchi degli studenti viene passato - quando va bene - una volta a settimana. E ci sono istituti che centellinano la carta igienica ai bambini: quattro strati a testa più una firma, a mo’ di ricevuta.
La scuola italiana - massacrata dai tagli e dai debiti - va rotoli. Alle famiglie non resta che aprire la borsa “offrendo” un ticket per “salvarla”. Da qui il nuovo l’allarme di 345 presidi dell’ASAL, l’Associazione Autonoma delle Scuole statali del Lazio. Come lo scorso anno, negli zaini di circa 160mila alunni i genitori troveranno una lettera per l’auto-soccorso. Un quadro dettagliato sulle risorse finanziare ed umane. A dir poco desolante. 108milioni di euro nel fondo cassa delle scuole del Lazio al 1° gennaio 2010 ma quei soldi sono già stati impegnati per coprire i debiti che ammontano a 152milioni di euro. Risultato: le scuole in rosso di 44 milioni di euro. A tanto ammonta la vera sofferenza che la Gelmini fa finta di non vedere.L’elenco delle criticità è senza pietà. Laboratori di informatica a rischio chiusura. Forte riduzione del recupero scolastico e dei progetti educativi. A rischio è persino la normale attività didattica degli alunni “per un gran numero di ore”. Un livello di qualità del servizio che peggiora ogni anno di più, nonostante gli sforzi di dirigenti e docenti. L’ora di alternativa alla religione cattolica che non si sa a chi farla coprire.Paolo Mazzoli, preside del 115° Circolo didattico di Roma e presidente Asal - l’associazione scuole autonome del Lazio, ha fatto un racconto drammatico. La crisi economica delle scuole pubbliche (sofferenze comuni a tutti gli istituti) sono state messe nero su bianco. Eccole: le spese per le supplenze non sono garantite. I crediti del ministero nei confronti delle scuole sono stati “sospesi”. 280 scuole laziali hanno dovuto ridurre drasticamente, dall’inizio di maggio, il servizio di pulizia. Il tempo pieno nella scuola primaria è stato tagliato del 18%. La vigilanza sugli alunni, anche sui più piccoli, sarà sempre più carente. Sottolinea: “Per la prima volta sono costretto a chiedere il contributo ai genitori. O le famiglie ci aiutino a raccogliere 30-35 mila euro oppure sarò costretto a chiudere i laboratori di informatica. Mi servono 45mila euro - precisa il dirigente del Viscontino -, lo Stato me ne dà solo 11mila”. La Gelmini insiste con la sua litania: “Non è stato tagliato, anzi il tempo pieno è aumentato come avevamo promesso”. Bugie clamorose da ministro “unico” dell’Istruzione. Prova ne sono i numeri. La scuola primaria di Roma e provincia ha richiesto 1.145 classi a tempo pieno: ne sono state concesso solo 929. A ben 3.833 bambini è stato “negato” il tempo scuola di 40 ore. Idem a Milano. Rispetto all’anno in corso saranno attivate 28 classi a 40 ore in meno, a fronte di un aumento di più di 200 alunni.

Un impero quasi insolvente

Il 5 maggio l’amministrazione comunale di un’importante città dell’Occidente resterà senza più soldi in cassa. Non si tratta di Atene, ma di Los Angeles. A Colorado Springs, già da qualche tempo donazioni private sono indispensabili per tenere aperti i parchi. Nel Maryland molti lavoratori pubblici saranno a breve messi in congedo per il secondo anno consecutivo. Sono tre esempi di un unico problema: l’insostenibilità del debito pubblico Usa.
Il debito del governo degli Stati Uniti è attualmente di circa 13.000 miliardi di dollari. Ancora più grave il fatto che il deficit di bilancio annuale del 2009 è stato di 1.400 miliardi di dollari (pari all’11,2% del prodotto interno lordo), superiore anche a quello che si ebbe nel 1942, in piena seconda guerra mondiale. È in rosso sia il bilancio federale, che quello degli Stati dell’Unione (180 miliardi il loro deficit di bilancio 2010) e di moltissime municipalità. Vanno poi aggiunti i debiti delle agenzie pubbliche di mutui immobiliari Fannie Mae e Freddie Mac (5.000 miliardi) e soprattutto la necessità di finanziare nei prossimi anni prestazioni pensionistiche e sanitarie per qualcosa come 41.000 miliardi di dollari.
In ambito pensionistico, la crisi ha creato una vera e propria voragine. Basti pensare che i soli 3 fondi pensione dei dipendenti pubblici della California (che riguardano 2 milioni e mezzo di persone in tutto) hanno riportato tra il giugno 2008 e il giugno 2009 perdite per poco meno di 110 miliardi di dollari. Secondo una ricerca appena pubblicata dalla Stanford University lo squilibrio tra il patrimonio di questi 3 fondi e le prestazioni da erogare ammonta a 500 miliardi di dollari.
I buoni del Tesoro emessi dagli Usa (i T-Bond) sono passati da 3.410 miliardi di dollari del 2000 a 7.545 miliardi nel 2009. Quest’anno sono previsti almeno altri 2.000 miliardi di nuove emissioni. A queste cifre vanno aggiunte le emissioni statali e municipali. Le sole obbligazioni municipali in essere lo scorso anno ammontavano a 2.800 miliardi di dollari. E va notato che queste obbligazioni rappresentano un ulteriore aggravio per il bilancio federale, che finanzia un terzo degli interessi pagati dalle municipalità agli obbligazionisti. A questi ritmi, entro dieci anni il governo federale degli Stati Uniti dovrà emettere 750 miliardi di obbligazioni all’anno soltanto per ripagare gli interessi sui titoli di Stato già in circolazione.
Con questa montagna di debito pubblico, è dubbio che gli Stati Uniti possano beneficiare ancora a lungo del rating elevato attuale (tripla A). Lo ha dichiarato la stessa agenzia di rating Moody’s, ipotizzando che in un prossimo futuro gli Usa (al pari della Gran Bretagna) potrebbero subire un abbassamento del loro merito di credito. Qualche sinistro scricchiolio sul fronte degli acquirenti del debito Usa (per la metà collocato all’estero) si comincia già ad avvertire: a gennaio, per il terzo mese consecutivo, i cinesi hanno ridotto le loro posizioni in titoli di Stato Usa, e a marzo i gestori di Pimco, il più grande fondo obbligazionario del mondo, hanno escluso i T-Bonds dai loro nuovi acquisti. Gli analisti di Morgan Stanley non escludono che quest’anno la domanda di titoli di Stato americani possa risultare inferiore all’offerta per 600 miliardi di dollari, con un conseguente forte rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato americani (ossia degli interessi che gli Usa devono pagare a chi acquista questi titoli). Sulla sostenibilità del debito pubblico incidono anche le prospettive dell’economia: che allo stato sono tutt’altro che brillanti, a dispetto di quanto si sente ripetere. La moderata crescita del pil degli ultimi trimestri è attribuibile per due terzi a programmi di stimolo governativi (in particolare agli incentivi per la rottamazione delle auto e ai sussidi per l’acquisto della prima casa): cioè è stata pagata con l’aumento del debito pubblico. Lo stesso vale per la crescita dell’occupazione a marzo, che ha beneficiato di 48.000 posti di lavoro pubblici part-time creati per il censimento.In un contesto del genere la stessa crisi greca, che sinora ha indubbiamente avvantaggiato gli Stati Uniti (rafforzando il dollaro a scapito dell’euro), potrebbe rivelarsi micidiale in quanto potrebbe innescare una crisi più generale del debito sovrano. Un effetto-domino che colpisse il debito pubblico degli stati avrebbe conseguenze drammatiche ed imprevedibili, perché colpirebbe i prestatori di ultima istanza che hanno salvato il sistema finanziario internazionale dal collasso. Ma è uno scenario che non si può escludere: in fondo, come ha affermato recentemente l’analista Dylan Grice di Societé Générale, “i governi degli Stati più sviluppati sono insolventi secondo ogni ragionevole definizione”. I numeri visti sopra ci dicono che in questo scenario gli Stati Uniti sarebbero un bersaglio più che plausibile. Per dirla con lo storico Niall Ferguson, oggi “il debito Usa è un riparo sicuro allo stesso modo in cui era considerato un porto sicuro Pearl Harbour nel 1941”
di Vladimiro Giacchè
su il Fatto Quotidiano del 27/04/2010

La crisi economica è ormai diventata crisi politica. Chi può approfittarne?

Qualche giorno fa, mentre lo stesso euro era nel mirino della speculazione finanziaria, il presidente della Banca Centrale Europea Trichet, aveva dovuto ammettere quanto fino a ieri era stato negato: questa è ormai una crisi di sistema.
Il primo aspetto del problema che Trichet non potrà mai ammettere è che questa è la crisi del “loro sistema”, quello costruito sia nei decenni del welfare state sia in quelli del brutale liberismo che ha devastato intere società attraverso la sua globalizzazione a partire dai primi anni ottanta. Il secondo aspetto del problema è che questa crisi non attiene solo al “loro” sistema economico ma anche ai loro modelli politici di esercizio del potere.
Il meccanismo costruito dallo sviluppo capitalistico nel dopoguerra, pur vincendo la sua sfida prima con il socialismo reale e poi con i limiti del mercato mondiale, non ha prodotto quella illusoria stabilità di cui sono andate cianciando le classi dirigenti della maggiore economie capitaliste del pianeta. Al contrario, hanno innescato tutti i meccanismi della competizione globale tra attori sempre più simili tra loro e hanno visto assottigliarsi sistematicamente l’accumulazione capitalistica senza riuscire ad invertire la tendenza alla crisi di sistema.
Per gestire questa contraddizione, hanno creato un modello politico ed ideologico che si è imposto come universale alla fine degli anni ’80 con la dissoluzione del blocco del socialismo reale: il bipartitismo come “democrazia perfetta” e il libero mercato come democrazia economica.
Questo binomio tra liberalismo in politica e liberismo in economica, ha creato la cornice per legittimare come progressisti gli spiriti animali del capitalismo, creando così un apparato ideologico di consenso che ha travolto negli anni ogni resistenza popolare e di classe e ogni ipotesi politica alternativa al capitalismo. I fatti stanno però dimostrando – ancora una volta – come questo apparato ideologico e le sue classi dirigenti siano del tutto inadeguate ad affrontare la crisi del suo stesso modello economico.
Non è un caso infatti che la crisi economica manifestatasi più apertamente nel 2007 stia diventando una crisi politica profonda in tutti i paesi a capitalismo avanzato facendo saltare molti dei bastioni apparentemente immutabili del sistema.
La crisi del sistema elettorale maggioritario in Gran Bretagna – vera e propria icona della stabilità neoliberale - è forse l’esempio più clamoroso. Alla crisi di governabilità e di rappresentatività democratica britannica non è certo estraneo il fatto che proprio la maggiore finanziaria europea sia uno dei paesi più a rischio sul piano economico.
Ma non possiamo non sottolineare come la crisi economica sia ormai diventata crisi politica in tutta l’Europa: nella Germania della Merkel, nella Grecia della recente alternanza tra socialisti e conservatori, nel Belgio a rischio secessione tra fiamminghi e valloni, nei paesi dell’Europa dell’Est annessi all’Unione Europea dove prevalgono forze nazionaliste e reazionarie. Infine – e non per importanza – nell’Italia berlusconiana.Qui il paradosso è ancora maggiore, perché la crisi politica è implosa nel blocco di potere delle destre appena dopo aver vinto le elezioni regionali e aver vinto in questi anni grazie proprio a quella vocazione maggioritaria invocata – pensate un po’ – da Veltroni e da un pezzo del PD. Non solo. Berlusconi ha ben capito i pericoli che derivano (per lui ovviamente) dal corto circuito tra crisi economica e crisi politica-morale del suo entourage, mentre il ministro Tremonti si è dovuto subito smentire da solo rispetto alla manovra finanziaria “correttiva” (ed aggiuntiva) di 25 miliardi di euro in due anni che pure aveva negato fino a dieci giorni prima, così come continuava a ripetere che il peggio della crisi era passato mentre le nubi che si addensavano su Spagna, Irlanda, Portogallo, Gran Bretagna difficilmente potevano sorvolare l’Italia lasciandola indenne.
Eppure le classi dirigenti non possono affermare di non aver potuto prevedere tutto questo. Crisi come questa e sbocchi drammatici hanno caratterizzato l’intera prima metà del XX° Secolo.
Una parte del problema è che le oligarchie del modello capitalistico non riescono ad immaginare altro che il loro modo di produzione e l’estorsione di valore ad ogni costo, anche a costo mettere l’umanità su un piano inclinato e di avventure drammatiche. L’altra parte del problema è che nei paesi capitalisti da tempo non esistono più “classi dirigenti” ma solo classi dominanti che hanno provato un’ebbrezza senza limiti nell’aver scatenato e vinto in questi ultimi decenni una violentissima lotta di classe dall’alto verso il basso. E’ questa ebbrezza che ha innescato molto spesso quegli incidenti della storia apparentemente inspiegabili ma che hanno provocato tragedie.
Se questo è vero, le soluzioni alternative per affrontare e venire fuori dalla crisi non possono essere solo economiche e sociali. Si ripone - e con forza straordinaria – il problema del cambiamento politico di sistema e non tanto e non solo quello della sconfitta del governo Berlusconi sul quale vorrebbero inchiodarci ancora i sostenitori del meno peggio.
Lo stato delle soggettività politiche anticapitaliste e comuniste in Italia e in Europa capaci di impugnare di nuovo l’obiettivo della trasformazione politica e sociale può apparire desolante – anche se in Grecia potremmo affermare il contrario - ma ciò non significa che non si possa e si debba riporre oggi e con decisione la strada dell’alternativa politica al capitalismo, magari mettendo mano almeno a quel programma minimo di transizione capace di incidere sulla sostanza della democrazia e della redistribuzione della ricchezza, tanto per cominciare.


di Sergio Cararo, direttore di Contropiano


Rete dei Comunisti