Non si chiama più Finanziaria, ora è Legge di Stabilità. Non è più dettata dal singolo stato ma dall'Ue che a sua volta risponde agli ordini dei paesi forti, quelli che dettano le regole, riorganizzano i poteri e impongono ai paesi di serie B una politica forcaiola di tagli: a cultura, ricerca, scuola, ai diritti del lavoro. Il 15 dicembre i governi dei poveracci andranno in processione a Bruxelles con il cappello in mano ad affrontare l'esame: i tagli sono sufficienti? Sarà meglio, sennò giù sanzioni. Non c'è destra e sinistra che tengano. Figuriamoci quanto contano le differenze tra le due destre italiane, divise su tutto e unite nel sostenere, in forme e con linguaggi diversi, il ddl assassino della Gelmini e l'altrettanto assassino Collegato lavoro. Tutte e due queste destre (e non solo) vogliono il patto sociale perché hanno bisogno di rematori stupidi e obbedienti. Il problema non è liberarsi di Berlusconi, obiettivo sacrosanto, ma andare oltre il berlusconismo. Se a Londra gli studenti danno il giro ai piani del governo mettendo da parte le buone maniere, a casa nostra si preparano tempi duri per la politica «classista» dei tagli e si appronta un'agenda che dovrebbe preoccupare le due destre e interrogare l'antiberlusconismo politico pronto a una «battaglia comune» con la Confindustria.Ieri a Bologna è andato in scena il comitato «Uniti contro la crisi», quelli del 16 ottobre in piazza San Giovanni e del 17 alla Sapienza.Non stiamo parlando di un intergruppo operai-studenti in cui ci si scambia solidarietà reciproca, è un tentativo più ambizioso: costruire percorsi, ricerche e lotte comuni perché uno è il progetto da combattere, che al governo ci sia una destra o l'altra, o un comitato di salvezza nazionale, o che si torni alle urne senza un progetto alternativo a quello liberista dominante. L'obiettivo è che gli studenti, i movimenti per i beni comuni, i precari, i motori delle lotte sociali e ambientali non siano più, nel futuro immediato, ospiti della Fiom e che la Fiom non sia ospite all'assemblea degli studenti alla Sapienza, ma che ognuno nelle lotte si senta a casa sua perché obiettivi e percorsi sono costruiti insieme. Con la democrazia e l'autonomia dal quadro politico dato.L'idea lanciata all'assemblea degli studenti il giorno dopo la manifestazione oceanica della Fiom era di rivedersi tutti a Roma l'11 dicembre perché questo movimento deve andare avanti, crescere, radicarsi. Ma che senso avrebbe, lo stesso giorno della manifestazione del Pd contro Berlusconi? Non ha senso contrapporsi né aderire, ne sono convinti tutti, non ha senso tirare per la giacchetta questo o quello, magari la Cgil recalcitrante sullo sciopero generale e impegnata a un tavolo sulla produttività che non promette nulla di buono.Dunque, l'appuntamento indetto da Uniti contro la crisi si anticipa e raddoppia: il 9 dicembre iniziative in tutti i territori e i luoghi simbolici, magari a Melfi e Pomigliano, meticciando storie, linguaggi, fabbriche, atenei, ambiente e beni comuni, i migranti di Brescia (a cui l'incontro di Bologna ha inviato un «presente») e i manifestanti di Terzigno. L'indomani, il 10 dicembre, tutti a Roma, magari non all'università ma in un luogo sociale comune insistono gli studenti. Il cammino prosegue nella preparazione di un seminario da tenersi a fine gennaio a Porto Marghera, preparato nei luoghi di lavoro, studio e ricerca più o meno precari.Buon lavoro per tutti, almeno un reddito di cittadinanza. E' giusto spiegare agli studenti che il collegato lavoro cade sulla loro testa e cancella diritti presenti e futuri, umilia, divide, tenta di trasformare il conflitto verticale in un conflitto orizzontale, in una guerra tra poveri. Agli operai metalmeccanici è più facile spiegare la strage in atto nella scuola. Forse un operaio di Pomigliano in cassa integrazione, con il futuro sequestrato da un imperatore che detta ordini e regole da Torino o Detroit, riuscirà mai a mandare il figlio all'università?A Bologna si è discusso con passione tra studenti, ambientalisti, metalmeccanici, precari. Costruire un'agenda e lotte comuni tra linguaggi e pratiche diversi è opera, se non titanica, molto impegnativa. Molti dei presenti erano giovanissimi, altri avevano sulle spalle il G8 di Genova, la disobbedienza, la pratica dei centri sociali e qualcuno, pochi, le esperienze del secolo scorso, il 68-69, il risucchio della politichetta. Da generazioni diverse un comune convincimento parla di autonomia politica, non dalla politica ma dalle dinamiche e qualità di questa politica. Puntando sui contenuti: difendere una fabbrica senza pensare a una riconversione industriale ecologicamente e socialmente compatibile non fa fare molta strada, e viceversa. Lo sbocco? Lo sciopero generale chiesto dalla Fiom, che non può essere «una tantum» perché la crisi è lunga, la destabilizzazione fortissima, il fascino populista e autoritario mina società e relazioni sociali. Sciopero generale per cominciare, allargato, contaminato, includente. Con la lotta di studenti e precari che non si ferma, c'è il mostro approntato dalla Gelmini che incombe: primo appuntamento il 17, secondo il 25 davanti a Montecitorio. Con un occhio a Londra.venerdì 12 novembre 2010
Il 16 ottobre diventa un movimento
Non si chiama più Finanziaria, ora è Legge di Stabilità. Non è più dettata dal singolo stato ma dall'Ue che a sua volta risponde agli ordini dei paesi forti, quelli che dettano le regole, riorganizzano i poteri e impongono ai paesi di serie B una politica forcaiola di tagli: a cultura, ricerca, scuola, ai diritti del lavoro. Il 15 dicembre i governi dei poveracci andranno in processione a Bruxelles con il cappello in mano ad affrontare l'esame: i tagli sono sufficienti? Sarà meglio, sennò giù sanzioni. Non c'è destra e sinistra che tengano. Figuriamoci quanto contano le differenze tra le due destre italiane, divise su tutto e unite nel sostenere, in forme e con linguaggi diversi, il ddl assassino della Gelmini e l'altrettanto assassino Collegato lavoro. Tutte e due queste destre (e non solo) vogliono il patto sociale perché hanno bisogno di rematori stupidi e obbedienti. Il problema non è liberarsi di Berlusconi, obiettivo sacrosanto, ma andare oltre il berlusconismo. Se a Londra gli studenti danno il giro ai piani del governo mettendo da parte le buone maniere, a casa nostra si preparano tempi duri per la politica «classista» dei tagli e si appronta un'agenda che dovrebbe preoccupare le due destre e interrogare l'antiberlusconismo politico pronto a una «battaglia comune» con la Confindustria.Ieri a Bologna è andato in scena il comitato «Uniti contro la crisi», quelli del 16 ottobre in piazza San Giovanni e del 17 alla Sapienza.Non stiamo parlando di un intergruppo operai-studenti in cui ci si scambia solidarietà reciproca, è un tentativo più ambizioso: costruire percorsi, ricerche e lotte comuni perché uno è il progetto da combattere, che al governo ci sia una destra o l'altra, o un comitato di salvezza nazionale, o che si torni alle urne senza un progetto alternativo a quello liberista dominante. L'obiettivo è che gli studenti, i movimenti per i beni comuni, i precari, i motori delle lotte sociali e ambientali non siano più, nel futuro immediato, ospiti della Fiom e che la Fiom non sia ospite all'assemblea degli studenti alla Sapienza, ma che ognuno nelle lotte si senta a casa sua perché obiettivi e percorsi sono costruiti insieme. Con la democrazia e l'autonomia dal quadro politico dato.L'idea lanciata all'assemblea degli studenti il giorno dopo la manifestazione oceanica della Fiom era di rivedersi tutti a Roma l'11 dicembre perché questo movimento deve andare avanti, crescere, radicarsi. Ma che senso avrebbe, lo stesso giorno della manifestazione del Pd contro Berlusconi? Non ha senso contrapporsi né aderire, ne sono convinti tutti, non ha senso tirare per la giacchetta questo o quello, magari la Cgil recalcitrante sullo sciopero generale e impegnata a un tavolo sulla produttività che non promette nulla di buono.Dunque, l'appuntamento indetto da Uniti contro la crisi si anticipa e raddoppia: il 9 dicembre iniziative in tutti i territori e i luoghi simbolici, magari a Melfi e Pomigliano, meticciando storie, linguaggi, fabbriche, atenei, ambiente e beni comuni, i migranti di Brescia (a cui l'incontro di Bologna ha inviato un «presente») e i manifestanti di Terzigno. L'indomani, il 10 dicembre, tutti a Roma, magari non all'università ma in un luogo sociale comune insistono gli studenti. Il cammino prosegue nella preparazione di un seminario da tenersi a fine gennaio a Porto Marghera, preparato nei luoghi di lavoro, studio e ricerca più o meno precari.Buon lavoro per tutti, almeno un reddito di cittadinanza. E' giusto spiegare agli studenti che il collegato lavoro cade sulla loro testa e cancella diritti presenti e futuri, umilia, divide, tenta di trasformare il conflitto verticale in un conflitto orizzontale, in una guerra tra poveri. Agli operai metalmeccanici è più facile spiegare la strage in atto nella scuola. Forse un operaio di Pomigliano in cassa integrazione, con il futuro sequestrato da un imperatore che detta ordini e regole da Torino o Detroit, riuscirà mai a mandare il figlio all'università?A Bologna si è discusso con passione tra studenti, ambientalisti, metalmeccanici, precari. Costruire un'agenda e lotte comuni tra linguaggi e pratiche diversi è opera, se non titanica, molto impegnativa. Molti dei presenti erano giovanissimi, altri avevano sulle spalle il G8 di Genova, la disobbedienza, la pratica dei centri sociali e qualcuno, pochi, le esperienze del secolo scorso, il 68-69, il risucchio della politichetta. Da generazioni diverse un comune convincimento parla di autonomia politica, non dalla politica ma dalle dinamiche e qualità di questa politica. Puntando sui contenuti: difendere una fabbrica senza pensare a una riconversione industriale ecologicamente e socialmente compatibile non fa fare molta strada, e viceversa. Lo sbocco? Lo sciopero generale chiesto dalla Fiom, che non può essere «una tantum» perché la crisi è lunga, la destabilizzazione fortissima, il fascino populista e autoritario mina società e relazioni sociali. Sciopero generale per cominciare, allargato, contaminato, includente. Con la lotta di studenti e precari che non si ferma, c'è il mostro approntato dalla Gelmini che incombe: primo appuntamento il 17, secondo il 25 davanti a Montecitorio. Con un occhio a Londra.Colpi di coda
Stiamo vivendo la fine di un’epoca, se non proprio di un “regime”. Berlusconi e la sua corte di prosseneti, affaristi ed escort sono invitati ormai apertamente ad andarsene. Ma non è chiaro affatto quali equilibri sono già pronti a sostituire l’attuale blocco in decomposizione. Un momento di relativo vuoto di potere che, la storia ci insegna, è sempre denso di rischi.Specie quando un premier in pieno marasma arriva a dire – come riportano tutti i media in queste ore - “se questi faranno il governo tecnico noi gli scateneremo contro la guerra civile, avranno una reazione come nemmeno s’ immaginano...”. Sappiamo perfettamente che, nonostante tutti i suoi squilibri, in Italia non c’ è affatto un clima da guerra civile. Una sparata così, in qualsiasi altro paese, sarebbe presa come una boutade o come un reato passibile di arresto. Ma siamo in Italia, e il colpo di genio – o più spesso il “colpo di coda” – sembra parte costitutiva del “carattere nazionale”. Il premier d’altronde è un piduista della prima ora (tessera 1816), così come il capogruppo del Pdl al Senato, Fabrizio Cicchitto, tessera 2232. Ospitava un boss mafioso nella sua tenuta, ancora oggi considerato “un eroe” – per non aver collaborato con gli inquirenti, forse - dal senatore Marcello Dell’Utri, con condanna confermata in appello per “concorso esterno in associazione mafiosa”.Siamo in Italia e non si può non notare che in parlamento siedono almeno un paio di ex membri di “Terza Posizione”, la formazione neofascista romana che negli anni ’70 operava in pratica come “facciata legale” dei Nar. Molti altri “militanti” con la stessa provenienza, e più o meno anni di galera sulle spalle, sono comodamente sistemati nelle segreterie politiche, negli assessorati, nelle aziende pubbliche.Siamo in Italia e questo governo ha già provato a “scaldare” il clima politico- poliziesco davanti a normalissime manifestazioni di dissenso. Il ministro dell’ interno, Roberto Maroni, aveva addirittura evocato la possibilità del “morto” nei giorni precedenti il corteo della Fiom del 16 ottobre. Pochi giorni dopo gli aveva copiato il copione anche il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, che era arrivato ad utilizzare qualche goliardata tipica della concorrenza tra sindacati, esistente da sempre in forme anche più ruvide, per parlare di “terrorismo” e “fino a quando non arriva il morto” per qualche uovo seminato davanti a due o tre sedi della Cisl. Il vittimismo aggressivo del personale filogovernativo è stato poi comicamente evidente nel presunto agguato al direttore di Libero, Maurizio Belpietro. A cui auguriamo ovviamente lunga e sanissima vita, mentre siamo obbligati a constatare che del suo “attentatore” non è riuscito trovata traccia neppure la pletora della telecamere a circuito chiuso che proteggono la sua palazzina. L’unica “prova” resta ancor oggi l’autocertificazione del suo caposcorta, peraltro “allarmista recidivo”.Persino il portavoce del Pdl, l’ex radicale Daniele Capezzone, ha denunciato un più modesto “pugno” ricevuto in pieno centro – blindato - di Roma, senza che ahinoi nessuno riuscisse a vedere nulla.Scherzi a parte, ci rendiamo dunque conto che un blocco di potere sta per uscire definitivamente di scena. E non ha alcuna intenzione di farsi da parte silenziosamente, come sarebbe naturale in un sistema liberale e democratico. L’ evocazione della “guerra civile”, qui da noi, ha assunto più frequentemente la forma della provocazione stragista. O anche dell’”operazione antiterrorismo” nei confronti di gruppi politici assolutamente pacifici (ricordiamo il caso di Iniziativa Comunista). Oppure ancora la forma del gruppo di agenti infiltrato in ambienti di sinistra per “provocare” situazioni poi utilizzabili sul piano mediatico e repressivo. La fantasia piduista è limitata e ripetitiva. Ma pericolosa e spesso omicida. I movimenti e la sinistra politica debbono affrontare con lucidità e molta consapevolezza questa fase di passaggio. Una volta si sarebbe detto: vigilanza, compagni! I tempi sono cambiati. Ma il potere no.
Contropiano - Rete dei Comunisti
Primo, cacciare B. Ma per andare dove?
Fallisce, come era prevedibile, anche l'incontro tra Bossi e Fini. La crisi del quadro politico imbocca sempre più i viali dello squallore tatticista, della banalità del gioco del cerino. Il dissolvimento del blocco maggioritario governativo dilania la seconda Repubblica; e segna un contesto in cui la politica economica e sociale dell'Unione europea condanna a morte lo stesso modello sociale europeo. Causando macelleria sociale, ma anche una lunga fase recessiva, economicamente e depressiva della psicologia di massa. Le politiche deflattive guidate dalla Germania mettono a rischio la stessa unità dei paesi europei, producendo, di fatto, un'Europa a più velocità e a cerchi concentrici; favorendo, in tal modo, secessioni e competitività sfrenata fra territori. Si configurano perfino scissioni statuali (e la scissione fra nord e sud in Italia è, di fatto, dietro l'angolo). Qui si colloca la crisi politica italiana. Che è inoltre crisi del bipolarismo maggioritario, soprattutto nella versione bipolare-bipartitica che Berlusconi e Veltroni vollero sciaguratamente configurare. Gli esiti della crisi politica organica non sono trasparenti e determinabili. Proprio perché è una crisi che non viene innestata dalle dinamiche sociali, perché il sistema politico si è da esse separato. Vi è una grande alienazione politica di massa. E' l'implosione di un regime, percorso dalle turbolenze della nomenclatura, che nascono dalla dislocazione, dentro la violenza della globalizzazione liberista, degli interessi padronali. C'è il fondato rischio, per paradosso, che il movimento di classe (e le sinistre con esso) ne esca con le ossa rotte. Basta pensare al fatto che il secessionista e razzista Bossi viene elevato a mediatore con Fini e tratta sulla futura presidenza della Repubblica, sul ruolo di Tremonti e sulla futura legge elettorale in cambio del federalismo secessionista. E' grave che emergano torbide manovre su una futura legge elettorale; una legge elettorale che, invece di prendere atto, con lineare trasparenza, del fallimento del bipolarismo maggioritario, sembra limitarsi a costruire normative cucite sugli interessi di Berlusconi, Fini, Casini o Bersani. Invece di eliminare il premio di maggioranza, si parla di trasformarlo in un più ridotto «premio di stabilità al 40 o al 47 per cento»; con una proposta Violante che allude ad un sistema, in parte francese, con una quota proporzionale, senza abolire la soglia di sbarramento. Ma è ammissibile discutere di legge elettorale senza un serio bilancio della crisi della formazione della rappresentanza, del pluralismo, del costituzionalismo democratico? Il tema, per noi, è rompere la corazza maggioritaria che il sistema politico ha costruito per evitare che il conflitto sociale possa incidere, nella sua autonomia, anche sugli equilibri istituzionali. Bersani, Fini, Casini parlano di un esecutivo «tecnico» per gestire il dopo Berlusconi. Ma questo esecutivo «tecnico» finirebbe, anche se durasse un solo anno, con l'essere il governo della Confindustria, dell'asse Marchionne-Bonanni; costruito attorno ad un presunto «patto sociale» che sarebbe ben più regressivo della stessa concertazione socialdemocratica, attaccata da destra dal padronato sotto la frusta della feroce competitività internazionale tra sistemi industriali e finanziari. Basta pensare alla demolizione del Contratto nazionale, dello stesso Statuto dei lavoratori, al «collegato lavoro» che ha distrutto il processo del lavoro. Il «patto sociale» intende autorappresentarsi al governo. Mi chiedo: si può pagare la cacciata di Berlusconi con un ulteriore massacro del mondo del lavoro? Ed è a questo che punta la manovra di avvicinamento al cambiamento del quadro politico di cui parla la nuova segretaria della Cgil? Possiamo, insomma, accettare un esito che, in cambio dell'abbattimento del tiranno, affida il Paese alle politiche confindustriali, alle destre che si richiamano al nuovo patto di stabilità europeo, contro il lavoro, i beni comuni, contro ogni ipotesi di programmazione e di intervento pubblico qualificato e socializzato? Vi è un'altra strada. Sviluppare, articolare territorialmente, organizzare quella prima espressione di blocco sociale e di movimento di massa che si è espresso nella preparazione e nella manifestazione del 16 ottobre, lì dove i nessi unitari fra movimenti, conflitti, rivolte (prima disperatamente dispersi e non comunicanti) hanno cominciato a trovare una condivisione unitaria. Non esistono scorciatoie politiciste, che si avvitano in maniera impotente su se stesse: come stanno, infatti, insieme governo di transizione che dia anche una «scossa all'economia», come ha detto D'Alema, con il cosiddetto «nuovo Ulivo», con la più larga alleanza per la Costituzione? Né crediamo alle virtù miracolose dei cortocircuiti plebiscitari, dove i programmi sono fievoli e generici e le aggregazioni si costruiscono intorno al carisma personale. Dare, invece, rappresentanza al 16 ottobre significa anche piena indipendenza culturale e strategica delle sinistre anticapitaliste, anche perché l'indipendenza di esse è presupposto per costruire una alleanza per la difesa della Costituzione, che è ipotesi autonoma dal governo. Ne deriva che, se esiste un Pd liberaldemocratico, aclassista, che ha accettato le ragioni del capitale, occorre accelerare il percorso unitario per costruire il polo alternativo della sinistra anticapitalista. Senza omologazioni né annessioni, ma con una concezione forte del pluralismo. Vi sono le condizioni? Ve ne è la necessità.Giovanni Russo Spena,
Liberazione 12.11.2010
giovedì 11 novembre 2010
Una fase storica è ormai agli sgoccioli
L'era Berlusconi volge al termine. A "staccare la spina", come nel caso più famoso e tragico, uno dei suoi alleati più ingrati: quel Gianfranco Fini tirato fuori dalla pregiudiziale antifascista che aveva malamente resistito per quasi 50 anni, dopo la Resistenza.E’ un evento che non va assolutamente sottovalutato, perché sblocca un quadro politico che sembrava condannato all’eternità, togliendo di mezzo – in tempi abbastanza brevi – il totem che riduceva tutte le opzioni in campo a due soltanto: con Lui o contro di Lui. Diventa così possibile, in via d’ipotesi, tornare a parlare di «merito», ossia politiche industriali, occupazionali, welfare e quant’altro. Ma non è affatto certo.
Non è importante qui sapere in quale giorno ci sarà l'esecuzione dell'esecutivo. Possiamo dire fin d'ora che tutti - compresa l'opposizione parlamentare (e forse soprattutto quest'ultima) - hanno interesse ad arrivare al 31 dicembre e far approvare la legge finanziaria. Il motivo è per una volta semplice e serio: si andrebbe infatti “all'esercizio provvisorio" dei conti pubblici, esponendo i titoli di stato a una tempesta speculativa di dimensioni greche. Chiunque vincesse le elezioni, dopo, dovrebbe governare un disastro peggiore dell’attuale.
Altrettanto chiaro è che Berlusconi non se ne andrà alla Gorbaciov, ripiegando la bandiera e salutando i successori, ma lanciando missili (si spera solo) preelettorali. La pericolosità di una classe dirigente senza qualità, dotata soltanto delle ragioni della forza, si è vista immediatamente - la mattina di lunedì - con l’attacco ai migranti di Brescia, a Radio Onda d’Urto e alle forze progressiste che li appoggiavano.
Particolarmente penosa, quindi, la presa di posizione della stampa democratica – Repubblica, in primis – che ha immediatamente straparlato di «25 aprile» senza nemmeno fermarsi a pensare che, fin qui, il Cavaliere resta in sella.
Ma quale equilibrio lascia intravedere il declino del sistema di rappresentanza berlusconiano? E’ finita, sembra di capire, l’egemonia di quella parte di imprenditoria (appaltisti, costruttori, «concessionari», piccola impresa, criminalità organizzata) orientata semplicemente a distruggere quel poco o tanto di resistenza di classe esistente, smantellando le tutele del lavoro e lo stato sociale, ma senza affrontare per manifesta incapacità nessuno dei «problemi strutturali» evidenziati dalla crisi economica.
Su quali forze politiche puntano dunque ora i «padroni doc» come Marchionne, Montezemolo, Marcegaglia? Ci sembra palese che Fini sia il loro campione, da irrobustire elettoralmente con le truppe di Pierferdinando Casini e le pattuglie di Francesco Rutelli. Naturalmente in attesa che i democristiani di lungo corso ancora interni al Pdl (Pisanu su tutti), aprano la diga che ancora trattiene buona parte del voto cattolico nella tinozza di Arcore.
C’è il rischio però – il padrone delle tv resta pur sempre Lui – che quest’armata Brancaleone non sia ancora sufficiente. E quindi i giornali «seri» - Repubblica, Stampa, Corriere della sera, Sole24Ore – hanno pompato oltre ogni misura il «movimento dei rottamatori» agglomerato intorno ai «giovani furbini» del Pd. Di cui il minimo che si possa dire è che se ne ignora completamente qualsiasi contributo ideale e programmatico: cosa vogliono fare? Quali interessi sociali privilegiano? La risposta, come sempre, arriva dai loro sponsor. Berlusconi per un verso e Bersani per l’altro rischiano quindi di esser travolti dalla «precipitazione al centro», nonostante il contributo di Vendola, incaricato di riportare all’ovile quanto più elettorale «alternativo» è possibile.
Comunque vada, questo scenario esclude come punto di programma qualsiasi rappresentanza reale degli interessi dei lavoratori; sia sul piano sindacale (la Cgil della Camusso ha già siglato ben quattro «avvisi comuni» con Confindustria, aprendo di fatto la strada verso la trasformazione in sindacato« complice» e, al tempo stesso, il regolamento di conti finale con la minoranza e i metalmeccanici) che su quello politico. Quanti non accettano questa soluzione hanno molto da fare. Nessun angelo ci verrà a salvare.
Sinistra plurale contro il moderatismo
Il blocco di forze che ha vinto nel 2008 si è dissolto ma il quadro politico è sospeso in un falso movimento. Berlusconi e Bossi difendono il governo, il Pd e le forze maggiori del nuovo centro (Fli e Udc) lavorano per un esecutivo "tecnico" ma temono che questa ipotesi si allontanerebbe se fossero loro a staccare la spina. Tutto ciò blocca lo sviluppo della crisi.Al di là del braccio di ferro tra i partiti, il problema però è un altro. Anche se il piano di Bersani, Fini e Casini andasse in porto, la partita la vincerebbe ugualmente la destra. Di che si tratta infatti quando si immagina una riedizione del governo Ciampi? Che cosa sarebbe la «scossa all'economia» invocata da D'Alema, se non il ritorno alle politiche "modernizzatrici" degli ultimi vent'anni (privatizzazioni, soldi alle imprese, precarizzazione) grazie alla rinnovata unità sindacale sulla linea Bonanni-Marchionne? In sostanza, berlusconismo senza Berlusconi. Tenuto conto della situazione attuale (livelli di disoccupazione e di povertà), pura macelleria sociale. Visto che sono in voga i paragoni storici, la sintesi è che l'Italia è a rischio di franchismo: sepolto il duce, la destra conserverebbe a lungo l'egemonia sociale, politica e culturale.È un paradosso che sia il Pd a sponsorizzare questo esito? Forse no, se si considera la cultura politica del gruppo dirigente democratico, in particolare della sua componente post-comunista.Facciamo un passo indietro, agli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. In quel periodo avviene in tutto il mondo capitalistico un fatto di primaria importanza: cade (per diversi fattori: dal salto tecnologico all'aumento del prezzo del petrolio, alle conquiste salariali ottenute dalle lotte operaie) il saggio di profitto del capitale industriale. È questa, in ultima istanza, la causa strutturale della brusca fine del compromesso socialdemocratico e della vittoria della rivoluzione reazionaria di Reagan e Thatcher, importata in Italia con la "marcia dei quarantamila".Che succede nella sinistra politica e sindacale in tutto l'Occidente capitalistico quando matura questo scenario? Questo è il punto. I gruppi dirigenti del movimento operaio, della socialdemocrazia e del partito comunista italiano non imboccano la strada del conflitto ma quella delle «compatibilità». Il capitale attacca (riducendo i salari e la base produttiva e smantellando le conquiste dei lavoratori) e la sinistra risponde introiettandone le ragioni. Sacrifici, responsabilità, concertazione sono la «modernità». E il passaporto per il governo. Questo è l'orizzonte storico dentro il quale si forma la soggettività dei gruppi dirigenti che decidono la politica della sinistra politica e sindacale in Europa negli ultimi trent'anni. La coazione a ripetere sottesa alla proposta del governo tecnico non è che lo sviluppo lineare di questa mutazione genetica.Vedere le cose in prospettiva storica aiuta a capire il presente e a non sorprendersi di ciò che è del tutto comprensibile. Forse serve anche a impostare correttamente il problema del che fare per uscire da questa fase storica.La questione della rinascita della sinistra si pone oggi in termini opposti (molto più complicati) rispetto agli anni Sessanta e Settanta. Allora, a spingere per la trasformazione c'era una vasta base sociale, nata nel fuoco di conflitti che procuravano reddito, welfare e conquiste democratiche. La formazione della dirigenza politico-sindacale e intellettuale del movimento di classe fu il risultato di questa dinamica e del circolo virtuoso tra conflitto sociale e conflitto politico. Ai giorni nostri questa base sociale manca. Lo sfondamento capitalistico è passato come un rullo compressore sulla soggettività operaia. Prima ha sterminato le avanguardie di classe, poi ha consolidato il potere dell'impresa liberalizzando i movimenti di capitale, delocalizzando le produzioni e generalizzando la precarietà. Ne segue che oggi la dirigenza politica deve, per così dire, nascere da sé. Ed è necessario che nasca, perché dopo trent'anni di cosiddetto neoliberismo c'è una conflittualità diffusa ma - a dispetto delle illusioni negriane - debole e dispersa («passiva» nel senso di Gramsci). Ha pienamente ragione il segretario generale della Fiom quando dice che la piazza del 16 ottobre ha bisogno di rappresentanza politica. Ne ha bisogno e la chiede con forza.Da tutto questo è possibile trarre due conseguenze per quanto riguarda la questione politica cruciale dei rapporti a sinistra.Le «due sinistre» esistono eccome. Il dialogo tra loro è più che mai necessario, ma implica chiarezza e conoscenza delle rispettive posizioni. Ignorare o sottovalutare differenze radicate nei vissuti e nelle culture politiche varrebbe soltanto a trasformare un dialogo difficile in un dialogo tra sordi che non servirebbe a nessuno. L'altra conseguenza riguarda quanto resta della sinistra di alternativa e investe la responsabilità dei gruppi dirigenti. Per stare allo scenario italiano, è necessario che le forze anticapitaliste siano consapevoli della propria autonomia strategica e, per ciò stesso, della necessità assoluta di riguadagnare massa critica per far pesare le proprie istanze nel confronto con la sinistra moderata. È questa la ragione per cui non ci sono alternative al percorso unitario: alla costruzione di una sinistra plurale che nulla tolga all'autonomia dei diversi soggetti. Altrimenti Berlusconi potrà anche cadere, ma la musica di certo non cambierà. E allora entrare nuovamente nell'orchestra sarebbe solo un'ultima e forse definitiva sconfitta.Il Manifesto 10.novembre 2010
mercoledì 10 novembre 2010
L'insostenibile leggerezza della politica
Non è la cosa più agevole districarsi nel groviglio politico presente, distinguervi ciò che è "sostanza" e ciò che è "accidente", e azzardare previsioni, anche a breve termine, capaci di reggere per più di qualche giorno. Questa indeterminatezza degli scenari prossimi venturi dipende, in primo luogo, dal fatto che tutto si svolge in un perimetro ben delimitato: quello dei rapporti fra le forze politiche e, precisamente, fra quelle che sono al governo del Paese. Qui tutto sembra (e in effetti è) in vorticoso movimento, ma a questo bailamme, alle quotidiane convulsioni che scandiscono lo scontro fra i duellanti, non corrisponde una dinamica sociale altrettanto forte e visibile.Una volta si poteva sostenere con sufficiente approssimazione al vero che «i partiti sono la nomenclatura delle classi». Oggi, nel tempo del trionfo dell'interclassismo e del trasformismo, vale a dire dell'egemonia del capitale e del pensiero mercatista, tutti i partiti che siedono in parlamento hanno il loro baricentro ideologico nell'impresa, riconosciuta come soggetto propulsivo, procacciatore del bene comune. Questa fondamentale adiacenza culturale fa sì che la politica sia rappresentata o, per meglio dire, spacciata per un libero confronto fra idee, del tutto - o quasi - spogliate degli interessi ad esse sottesi.
La crisi economica rappresenta certo lo scenario di fondo entro cui si consuma l'autocombustione del governo. Ma non si può dire che a promuoverne lo smottamento stia concorrendo il conflitto sociale che oggi vive di troppo intermittenti sussulti, anche se carichi di potenzialità che si scorgono dietro eventi come la grande manifestazione promossa dalla Fiom lo scorso 16 ottobre. Il fatto è che la Cgil non riesce a guadare il fiume, a porsi alla guida di un movimento che avrebbe bisogno di una rappresentanza sindacale forte, non prigioniera di una coazione unitaria che rischia di riassorbirla dentro un sistema di relazioni industriali totalmente subalterne.
Lo sciopero generale, reclamato a gran forza dai metalmeccanici, non arriva mai, mentre in piena era Marchionne, con una Confindustria che chiede tagli sempre più robusti al welfare, più fatica e meno diritti al lavoro e di fronte ad un governo che dopo l'approvazione del "collegato lavoro" si appresta a mettere le mani sullo statuto dei lavoratori, il tema che tiene banco è quello di un patto sociale per la produttività dal quale i lavoratori non hanno nulla da guadagnare e tutto da perdere. Chiude il cerchio l'evanescenza politica del Pd, la sua manifesta incapacità - giunta allo stadio cronico - di schierarsi nel conflitto fra capitale e lavoro. Che una volta espunto e reso ininfluente rispetto alla dinamica politica, ne consegna l'evoluzione, puramente e semplicemente, alle manovre interne al palazzo.
Per non prendere lucciole per lanterne, allora, servirebbe capire che Gianfranco Fini non sta preparando la transumanza della sua neonata formazione politica verso una contiguità con il centrosinistra, bensì un aggiornamento culturale (vero) della destra che egli si candida a guidare dentro una riarticolazione (non uno sbancamento) dei rapporti di coalizione. Non sorprenderebbe, perciò, se un nuovo patto che contemplasse un trapasso di leadership, implicasse persino il viatico al Quirinale del caudillo di Arcore. Se è vero che l'uomo di Fiuggi ha davvero in mente quella destra europea, liberale, parlamentare e non più cripto-golpista (ancorché presidenzialista) di cui si parla, lo è altrettanto che sempre di destra trattasi.
Si compia il banale esercizio di esaminare i contenuti della politica sociale di Fli per togliersi ogni dubbio in proposito: politica estera (la guerra), economica (il patto di stabilità), sociale (ridimensionamento del welfare, stretta sul lavoro, politiche fiscali e redistributive). Né risulta che i finiani abbiano alzato la voce, o intendano alzarla, di fronte all'annichilimento di ogni diritto e alla riduzione in schiavitù che i migranti italiani stanno subendo.
Si può semmai osservare che neppure i cosiddetti riformisti coltivino ambizioni troppo diverse: non la neo-ortodossia vagamente socialdemocratica di Bersani, non la (apparente) furia demolitrice dei giovani "rottamatori" che vorrebbero sostituire la nomenclatura del Pd, tantomeno il moderatismo parademocristiano di Enrico Letta.
In questo quadro, dove l'opposizione istituzionale si affida a metamorfosi interne al centrodestra, del tutto inabile a produrre fatti in proprio, il gioco politico è nelle mani di Umberto Bossi, investito dai due cofondatori del Pdl del compito di escogitare una mediazione che - incassato il federalismo - prepari l'avvicendamento alla guida del centrodestra, assicurando nel contempo a Berlusconi un futuro istituzionale e - ovviamente - l'agognato salvacondotto giudiziario.
In questo clima da ultimi giorni di Bisanzio, mentre l'Italia affoga (non metaforicamente), nessuno può dire su quale disegno si fisserà, se si fisserà, il caleidoscopio politico.
Resta da dire che ci sarebbe molto spazio a manca, se invece di improbabili, taumaturgiche illusioni entriste nel nuovo Ulivo, maturasse un progetto di unità a sinistra capace di una narrazione fatta non solo di parole, di fascinazione mediatica, ma di pratiche sociali, di democrazia partecipata, di vera rappresentanza del lavoro, di credibile, concreta progettualità. Finché questa salutare intenzione non penetrerà nel sistema venoso dell'arcipelago della sinistra dovremo scontare altre delusioni. Ma non potremo dire che un simile epilogo fosse scritto nelle stelle.
Dino Greco,
lunedì 8 novembre 2010
Il patto sociale che uccide la speranza
Leggendo i giornali, con il cambio di segretario generale la Cgil sembra avere accelerato la corsa verso il patto sociale con la Confindustria, anche se in queste settimane tre accordi hanno già spinto decisamente in quella direzione.Il primo è stato l’accordo all’Unicredit. In un settore che ha ricominciato a macinare profitti, come quello bancario, si è accettato il taglio di migliaia di posti di lavoro e 3mila licenziamenti veri e propri. I lavoratori espulsi sono stati sostituiti, almeno in parte, da giovani assunti con salario e condizioni normative peggiori. A coronamento del tutto, evidentemente per evitare proteste e dissensi, si è concordato che i nuovi assunti siano prima di tutto scelti tra i figli dei dipendenti. Un accordo subalterno e corporativo, firmato anche dalla Cgil evidentemente senza ricordare gli interventi di Bruno Trentin contro intese dello stesso segno, ma assai meno gravi. Dopo questo accordo si è aperta la campagna sul patto sociale. L’ha lanciata la Confindustria nella sua conferenza di Genova e tutta la grande stampa e i principali partiti di governo e opposizione hanno esaltato la possibilità di un ritorno a casa della Cgil. Pochi giorni dopo gli incontri di Genova la Federmeccanica ha sottoscritto con Fim e Uilm un accordo separato che distrugge con le deroghe il contratto nazionale e che prepara l’estensione a tutti i metalmeccanici dei diktat di Marchionne a Pomigliano. Nello stesso giorno il Parlamento licenziava definitivamente il “collegato lavoro” che impone ai nuovi assunti l’accettazione dell’arbitrato al posto del ricorso alla magistratura. Così, mentre si proclamava la necessità del patto sociale anche con la Cgil si proseguiva a rendere operativo l’accordo separato sul sistema contrattuale e sui diritti firmato da governo Confindustria, Cisl e Uil nel 2009. A maggior chiarimento che la Cgil viene chiamata a sedere a un tavolo già imbandito da altri, il vice presidente della Confindustria Bombassei ha specificato che sulle regole e sul sistema contrattuale si tratta solo di effettuare un “tagliando” rispetto agli accordi già operativi. Nonostante questo il tavolo del patto sociale si è avviato con la presenza della Cgil e con l’assenza del governo. Il che ha suscitato gli entusiasmi della grande stampa e di gran parte dell’opposizione che ha affidato a quella sede il compito di scalzare dal suo potere Silvio Berlusconi. Si sono così siglati due accordi interconfederali. Il primo è stato quello su cassaintegrazione e fisco. Benignamente gli industriali, senza assumere nessun impegno sull’occupazione, hanno concesso di chiedere assieme ai sindacati più cassaintegrazione, compresa quella in deroga che Marchionne vuole applicare abusivamente in Fiat.Inoltre si è concordato di chiedere gli sgravi fiscali solo sul salario legato alla produttività, escludendo la parte fissa della retribuzione. Il ministro Sacconi ha giustamente considerato queste intese un’applicazione del programma del suo governo e Tremonti si è affrettato a finanziarle. Subito dopo c’è stato l’accordo sull’apprendistato. Come ha giustamente scritto sul manifesto l’ex assessore del lavoro della regione Puglia Marco Barbieri, quell’accordo è la realizzazione dell’impostazione della Gelmini sulla riduzione dell’obbligo scolastico a favore del lavoro in azienda e del libro bianco del ministro Sacconi sulla flessibilità.Queste intese però sono solo un assaggio. L’obiettivo grosso del patto sociale è infatti l’accordo sulla produttività. Già il tema stesso rappresenta un depistaggio falso e ingiusto dei problemi reali del Paese. L’Italia non ha un problema di produttività del lavoro, ma di efficienza, produttività e innovazione del capitale e della spesa pubblica. E’ lì che bisogna investire e innovare e migliorare, non nel rendimento materiale dei lavoratori. Invece, sull’onda dell’offensiva di Marchionne contro i diritti dei lavoratori, si apre un tavolo che ha come unico scopo la discussione sulla prestazione di lavoro. Per la Cgil il solo accettare un confronto su queste basi così ingiuste e retrive, è una sconfitta. Se poi davvero si dovesse giungere a un accordo che estende a tutto il mondo del lavoro le flessibilità di Pomigliano allora saremmo a una disfatta. E tuttavia il tavolo si è aperto e nella sua relazione programmatica, che proprio per questo ha avuto un giudizio negativo della sinistra della confederazione, Susanna Camusso ha esaltato e valorizzato quel confronto. La verità è che, come mostra la campagna di stampa e la pressione bipartisan che si esercita sulla Cgil, il patto sociale è oggi un’operazione puramente politica. Essa è infatti finalizzata a creare le condizioni per una sostituzione indolore di Silvio Berlusconi con un governo di unità e responsabilità nazionale. Lo squallido crepuscolo del presidente del consiglio ha accelerato questo processo per cui da diverse parti si sostiene che in fondo un po’ di produttività in più è un piccolo sacrificio per il mondo del lavoro, se in cambio si ottiene la cacciata di Berlusconi.Il fatto è però che gli accordi che si preparano, così come quelli sottoscritti, sono la pura attuazione del programma economico e sociale del governo di centrodestra e degli accordi separati. Se la Cgil dovesse davvero cedere a questa pressione dei poteri forti e dell’opposizione moderata, compirebbe una scelta di puro autolesionismo. Un patto sociale firmato dalla Cgil oggi sarebbe la rottura totale con le speranze e la voglia di cambiamento della piazza del 16 ottobre, che manifestava sia contro il regime berlusconiano sia contro quello che vuole imporre l’amministratore delegato della Fiat. La nuova segretaria generale della Cgil ha ricevuto dai grandi mass media una sorta di pubblica investitura con il mandato di sottoscrivere il patto sociale. Bisogna che questo non accada e che tutta la Cgil sia messa di fronte alla responsabilità di guidare ed estendere l’opposizione sociale, quella che oggi pretende giustamente lo sciopero generale.
Giorgio Cremaschi,
Liberazione 07 novembre 2010
domenica 7 novembre 2010
A 93 ANNI DALLA RIVOLUZIONE

Eppure noi sappiamo
Eppure sappiamo:
Anche l'odio verso la bassezza
Distorce i tratti del viso.
Anche l'ira per le ingiustizie
Rende la voce rauca. Ah, noi
Che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
Noi non potevamo essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuto il momento
In cui l'uomo sarà amico dell'uomo
Ricordate noi
Con indulgenza.
Bertold Brecht
La scritta invincibile
Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo:
viva Lenin!
Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile, ma
scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino con un secchio di calce
e quello, con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce, aveva seguito soltanto i caratteri
ora c'è scritto nella cella, in bianco:
viva Lenin!
Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello
sì che per lunghe ore non si vide più nulla. Ma al mattino,
quando la calce fu asciutta, ricomparve la scritta:
viva Lenin!
Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l'altra, per un'ora buona.
E quand'ebbe finito, c'era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin!
E ora levate il muro! Disse il soldato.
Bertold Brecht
"Sicuramente perduti dovrebbero essere quei comunisti
che immaginassero possibile portare a termine
– senza errori, senza ritirate, senza ripetuti rifacimenti
di lavori incompiuti o mal realizzati –
un’impresa di portata storica mondiale
come la costruzione delle fondamenta dell’economia socialista.
Non sono invece perduti ( e con tutta probabilità non lo saranno mai)
Non sono invece perduti ( e con tutta probabilità non lo saranno mai)
quei comunisti che non si lasciano andare
né alle illusioni né allo scoraggiamento,
conservando la forza e l’elasticità del proprio organismo
per “ricominciare daccapo” nuovamente
la marcia di avvicinamento verso un obiettivo difficilissimo"
Lenin
Lenin
“Come e perché il presente sia una critica del passato, oltre che un suo “superamento”.
Ma il passato è perciò da buttar via?
È da gettare via ciò che il presente ha criticato “intrinsecamente”
e quella parte di noi stessi che a ciò corrisponde.
Cosa significa ciò? Che noi dobbiamo aver coscienza esatta di questa critica reale
e darle un’espressione non solo teorica, ma politica.
Cioè dobbiamo essere più aderenti al presente,
che noi stessi abbiamo contribuito a creare,
avendo coscienza del passato e del suo continuarsi (e rivivere)”.
Antonio Gramsci, Passato e presente,
Antonio Gramsci, Passato e presente,
La Lega straripa e il territorio annega
Mentre a Roma i gloriosi padani appoggiano il governo Bunga Bunga, nelle loro terre, in Veneto, i fiumi straripano alla grande, le città si allagano tipo Venezia, capannoni, laboratori e fabbrichette sono inagibili. Niente male come controllo del territorio, la tanto sbandierata specialità dei leghisti, che questa volta, perdonerete la metafora, ha fatto acqua da tutte le parti. Il governatore Zaia con il cappello in mano chiede un miliardo all’odiato stato centrale: il Veneto ai veneti, per carità, ma gli schei che vengano da Roma. Certo, un’alluvione è un’alluvione ovunque, e siccome l’Italia c’è ancora e la Padania non esiste, è giusto che all’emergenza si corra ai ripari con soldi di tutti. E questo anche se sulla Padania, un leghista di Varese ha vantato opere lombarde che in Veneto non si sono fatte: magra goduria vedere i barbari che si insultano tra loro. Quella che manca all’appello, però, è proprio quella parolina magica che i giannizzeri della Lega sventolano in ogni istante: territorio. Già, cos’hanno fatto per il territorio, la sua bonifica, la sua messa in sicurezza, la sua salvaguardia tutti quei sindaci e amministratori così impegnati a scrivere cartelli in dialetto? Crescere, urbanizzare. La casa, il laboratorio, il capannone, il magazzino, il laboratorio più grosso, la strada più larga, la casa che diventa villetta e via così. Per anni, prima sull’onda del “miracolo del nord-est”, e poi cavalcando il “padroni a casa nostra”, il tutto mentre il famoso territorio si comprimeva e diventava una bomba d’acqua pronta a esplodere. La sacra ampolla, il dio Po, la secesiùn, il dito medio alzato, le scuole griffate lega, il tricolore piegato in modo che si veda solo il verde (lo hanno fatto in aula i consiglieri regionali veneti della Lega il 4 novembre), tutto molto folkloristico. Ma poi chissà, svegliarsi una mattina con l’acqua alle ginocchia potrebbe essere il preludio di un risveglio vero, il primo passo per capire che il territorio è una cosa seria, che va usato per vivere, e non per i comizi.
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