venerdì 18 febbraio 2011

Come volevasi dimostrare: Nichi rottama il vendolismo

Non fraintendetemi, a Nichi Vendola, al quale mi permisi di inviare una severa «Lettera aperta», va la mia più sincera solidarietà per la porcheria compiuta da Sallusti che su Il Giornale di ieri ha sbattuto in prima pagina una vecchia foto del Presidente pugliese in un campo di nudisti. Un atto miserabile che non qualifica soltanto il repellente direttore al soldo del "Puttaniere di Arcore", ma l’intera turpe vicenda politica italiana. Se la “Prima” cadde su tangenti e mazzette, la “Seconda” va letteralmente a puttane.
L’ennesima mossa del Giornale di famiglia non sembri una mera volgare vendetta. In questo atto c’è la cifra della strategia del Puttaniere: trascinare nel fango, con sé medesimo, tutto il carrozzone politico e istituzionale. Berlusconi non toglierà il disturbo, non andrà in esilio come Craxi. Ha deciso che resisterà fino alla fine e sceglie non solo il campo di battaglia, ma avverte che sarà una lotta senza esclusione di colpi, con tanto di armi di distruzione di massa. Uno scontro in cui non ci saranno prigionieri.
Siamo davanti ad uno di quei casi in cui la lotta in seno alla classe dominante, tra frazioni opposte del capitalismo, pur non essendo antagonistica, rischia di diventare durissima, cruenta, con esiti imprevedibili.
Questa premessa era necessaria per giustificare il titolo. Se Sallusti ha mostrato il corpo di Vendola come madre natura l’ha fatto, La Repubblica del 16 febbraio ha fatto di peggio, ha messo a nudo il corpo politico del vendolismo, lasciando scoprire, in una botta sola, di che inquietante sostanza esso sia fatto.
Colpisce l’analogia tra l’istantanea del Vendola giovane e l’intervista da egli concessa a La repubblica. Se nella prima egli esibisce il suo corpo nudo ad uno scatto amico, nella seconda ostenta senza pudore alcuno la sua idea che occorra «una coalizione d’emergenza» che comprenda, oltre al Pd, Casini, Fini, e i rottami della destra, e che a capo debba esservi Rosy Bindi.
Il manifesto di ieri esprime stupore e stizza per quella che chiama, con eufemismo, “mossa del cavallo” di Vendola, e non si esime dal criticare la sua proposta come… d’alemiana. Conoscendo un poco come vadano le cose dalla parti de il manifesto, si capisce che si è data voce ai malumori di quell’area vasta di sinistrati che negli ultimi mesi aveva considerato Vendola il proprio ultimo Messia.
Un’area che si era esaltata con americanate del tipo «Obama bianco», «Primarie sempre» e altre amenità. Gente che adesso si scopre essere stata infinocchiata, abbindolata, tradita; che aveva creduto non solo al feticcio vendoliano sulle «primarie» —questo mezzo d’importazione scambiato per fine in sé, come massima tecnologia democratica—; che aveva creduto che Vendola facesse sul serio quando contrastava, chiedendo elezioni anticipate, la tendenza del Pd all’inciucio con Casini e Fini.
A nessuno infatti è sfuggito che con la sua intervista, in poche righe, Vendola ha rottamato il vendolismo. Egli ha infatti, in un colpo solo, cancellato la sua opposizione alle “larghe intese”, ritirato la richiesta di elezioni anticipate ed infine, candidando Rosy Bindi alla guida del grande inciucio, seppellito le «primarie».
Ad essere sinceri non ci viene alcun sentimento di pietà verso gli infinocchiati. Più che altro ci pare inutile. Come è inutile spiegare la musica ai sordi e i colori ai ciechi. Vendola non è infatti l’ultimo arrivato della politica italiana. Ha sfidato il PD e, non senza sfrontata presunzione, si è candidato a premier di un centro-sinistra che più padronale non si può, dopo aver voluto l’operazione Arcobaleno che ha affossato la sinistra. Dopo aver deliberatamente spaccato e quindi distrutto ciò che restava del Prc. Dopo essere stato, ed è ancora, Presidente presidenzialista di una Regione come la Puglia, ammorbata dalla corruzione, infiltrata di concussori e ladruncoli ed egli stesso patrocinatore di affari loschi, non solo con la Marcegaglia. Solo degli stolti potevano aver scambiato Vendola per il Messia della nuova sinistra. Solo dei disperati potevano scambiare la sua retorica forbita per una linea politica, per quanto neanche lontanamente antagonistica, sinceramente democratica.
Adesso essi scoprono che Vendola bluffava, che era un demagogo, che è un uomo senza principi, che non diceva la verità. Essi sono orfani per l’ultima volta.
Moreno Pasquinelli,

http://sollevazione.blogspot.com

Il Fini non giustifica i mezzi

Dopo la straordinaria manifestazione delle donne del 13 febbraio e dopo il rinvio a giudizio di Berlusconi per concussione e per sfruttamento della prostituzione minorile, l’opposizione avrebbe dovuto cogliere immediatamente l’opportunità che aveva e sferrare l’affondo definitivo.
E’ avvenuto esattamente il contrario! Bersani non ha trovato di meglio che rilasciare una ampia intervista alla Padania. In essa, non solo sono state date garanzie alla Lega sul federalismo (riforma che, a detta di Bersani, sarebbe gradita solo alla Lega e allo stesso Pd), ma è stato apertamente contestato il fatto che il partito di Bossi sia da considerare razzista e xenofobo! Se non siamo alla riedizione della dalemiana “Lega costola della sinistra”, poco ci manca.
Come se questo non bastasse, Nichi Vendola, dopo aver martellato per mesi sulle primarie come percorso ineludibile per ricostruire la sinistra, è uscito con una doppietta micidiale. Governo di transizione anche con Fini. E Rosi Bindi alla guida di questo fantomatico esecutivo che dovrebbe inglobare, appunto, da Fini a Vendola!
Due prese di posizione sbagliate, quelle del Pd e di Sel, che, contemporaneamente, hanno ridato fiato a Berlusconi
e hanno dato una immagine del centro sinistra incapace di proporre una alternativa credibile, se non una improbabile ammucchiata!
Il tutto ancor più assurdo visto che ormai da due mesi, da ultimo l’Ipsos su il Sole 24 Ore del 17 febbraio, i sondaggi danno il centro sinistra (Pd, Idv, Sel, Fds) vincente contro la destra, in presenza del Terzo Polo.
Per quanto riguarda il Pd si tratta dell’ennesima dimostrazione della sua
incapacità di essere realmente un perno credibile di una vera opposizione, seppure moderata, a Berlusconi e al berlusconismo. E spiega, a mio parere, la sua continua erosione di consensi, pur in presenza di una crisi verticale del leader del centro destra e dell’implosione del suo schieramento.
Ma anche per quanto riguarda Sel e Nichi Vendola la contraddizione è pesante. Come è possibile pensare di mantenere un profilo di sinistra, come ha fatto il Presidente della Puglia in questi mesi, su temi come l’appoggio alla Fiom-Cgil, ai lavoratori di Mirafiori e di Pomigliano, ai comitati per l’acqua bene comune, e contemporaneamente proporre un governo, seppure di transizione, con Fini e il terzo polo? Vendola ha avuto una lunga esperienza parlamentare, quindi sa benissimo che non esistono governi che fanno certe cose e non altre! Dal finanziamento delle missioni militari, passando per i provvedimenti economici che dovranno essere presi “perché ce lo chiede l’Europa”, si faranno scelte più “a destra” di quelle compiute dall’ultimo governo Prodi, vista la composizione dello schieramento. E anche sulla stessa legge elettorale, quale sarebbe la proposta? Siamo sicuri che tra quelle forze ci sarebbe una proposta condivisa e che essa sarebbe migliorativa rispetto alla legge attuale? C’è da dubitarne.
Come Federazione della Sinistra proponiamo un’altra strada e invitiamo Sel in primo luogo, ma anche Idv e il Pd, a valutare attentamente la situazione.
Prima di tutto crediamo sia assolutamente necessario dare continuità e forza alla diffusissima volontà di lotta e di mobilitazione che c’è tra i lavoratori, i giovani, le donne e, in generale, le classi subalterne. Da quando governa Berlusconi è stato un susseguirsi e un crescendo di grandi manifestazioni di popolo. Il 13 febbraio è stata l’ultima di una lunga serie. Quasi tutte sono state organizzate da movimenti, organizzazioni sindacali, associazioni. Solo una dalle forze politiche di opposizione. E’ venuto il momento – dimostrando di cogliere questa volontà diffusa di lotta e anche di indignazione – di costruire una grande manifestazione nazionale di tutto il centro sinistra, che porti a Roma milioni di persone. Così come, parallelamente, sarebbe importante che la Cgil proclamasse lo sciopero generale, per dare una risposta adeguata, da un lato all’offensiva pesantissima contro i diritti (vedi Marchionne) e dall’altro per chiedere provvedimenti adeguati nei confronti della crisi economica.
Inoltre, se si dovesse votare, come noi auspichiamo, riteniamo di poter dire che la proposta che avanziamo da tempo, quella del Fronte democratico composto da Pd, Idv, Sel e Fds, sia non solo la più giusta, ma quella realisticamente possibile e, stando ai sondaggi degli ultimi 2 mesi, in grado di vincere.
Infatti per come si è sviluppata la dialettica politica in questo ultimo anno solo la presenza di tre poli consentirebbe a tutti di raccogliere il massimo dei consensi. Vale per Fini, che in una coalizione con forze di sinistra perderebbe buona parte del proprio elettorato, ma vale anche per la sinistra che vivrebbe un problema speculare se fosse in uno schieramento con la destra.
Infine due riflessioni su di noi.
Qualcosa comincia a muoversi nella giusta direzione. E’ stata predisposta una
campagna nazionale sui temi sociali: redistribuzione del reddito, lotta alla precarietà, intervento nel sociale, difesa dell’ambiente, con tanto di proposte – semplici e chiare – su dove prendere le risorse e su come utilizzarle. Su questi temi nei prossimi mesi saremo presenti in tutte le piazze d’Italia. Inoltre sono ormai terminate le assemblee regionali della Federazione della Sinistra che hanno visto una ottima partecipazione di compagne e compagni. Ovunque si stanno costituendo gli organismi regionali e provinciali. Vanno battute le ultime resistenze e vanno superate tutte le diffidenze, sapendo che, pur con tutti i limiti, non c’è alternativa a questo progetto. Chi pensa di tornare indietro commette un grave errore poiché da un lato non valuta che la consistenza singola dei soggetti che compongono la Federazione (in questo caso parlo del Prc e del Pdci) non è più quella di alcuni anni fa, e dall’altro lato non tiene conto di una richiesta di unità, forte e trasversale, che viene dalla nostra base. Anche per questo, proprio perché crea tensione tra il Prc e il Pdci e quindi a tutta la Fds, è sbagliata la scissione che hanno praticato, al di là delle migliori intenzioni, alcuni compagni di Rifondazione.
Oggi tutte le nostre energie vanno spese nell’iniziativa esterna come Federazione per recuperare il consenso perso in questi anni e questo lo possiamo fare solo nella costruzione di lotte, di vertenze, di alleanze per battere le destre. Il tema dell’unità è giustissimo a partire da quella tra il Prc e il Pdci, ma essa non può essere costruita spaccando i partiti esistenti e scompaginando la Federazione. Se facciamo prevalere il buonsenso, le ragioni generali su quelle particolari, sono convinto che per la Federazione della Sinistra si potranno aprire spazi importanti a sinistra già in questa primavera densa di appuntamenti, dai referendum alle elezioni amministrative.
Claudio Grassi,

segreteria nazionale PRC

giovedì 17 febbraio 2011

Contrordine compagni! La "narrazione" è finita

L'ennesima "mossa del cavallo" del duo Bertinotti-Vendola lascia basiti.
Nichi Vendola fa sua la proposta, già avanzata da settori del PD, della grande "alleanza nazionale" antiberlusconiana con Casini e Fini. l'unico paletto è che a guidare la nuova coalizione sia Rosy Bindi e non un tecnocrate alla Mario Monti o alla Luca Cordero di Montezemolo.
La proposta è secca: un governo transitorio da Fini a Di Pietro che cambi la legge elettorale, risolva il conflitto d'interessi e garantisca il pluralismo informativo.
Insomma la "narrazione" vendoliana basata su primarie, cambiamento culturale e politico e cantieri dell'alternativa è archiviata di fronte alla questione emergenziale della fine del berlusconismo. Si abbandona la "narrazione" vendoliana in cui l'alternativa al berlusconismo era il frutto profondo di un sommovimento sociale e civile di un paese in cerca di un'altra "storia" e si torna al puro politicismo di stampo dalemiano. Dal lirismo tipico del "poeta" pugliese alla prosa politicista della volpe del Tavoliere.
Fini alleato di Vendola è sconcertante. Un'alleanza di governo aperta all'ex repubblichino Tremaglia, alla "sanfedista" Binetti, allo sponsor dell'acqua privata Andrea Ronchi e al regista delle giornate di Genova Fini è un'armata brancaleone che può far sorridere. Ma chiedere i voti contro Berlusconi per poi tornare a votare dopo un anno è demenziale.
D'altra parte se la ragion d'essere di questo "governo di scopo" è cambiare la legge elettorale, non sembra che vi sia uno straccio di proposta condivisa fra le forze che dovrebbero farne parte. E' noto infatti che se Fini e Veltroni sono bipolaristi convinti, Casini e D'Alema sono nettamente contro il bipolarismo. Mentre Vendola e Di Pietro non hanno ancora preso una decisione definitiva.
Date queste divisioni è molto difficile ipotizzare un governo comune. Perchè allora Vendola fa questa proposta? C'è sicuramente un elemento di tattica politica: la volontà di bloccare una possibile alleanza tra PD e Terzo Polo che escluda la sinistra e Di Pietro, Così come c'è il tentativo di riproporsi al centro dell'attenzione dopo il venir meno dell'ipotesi primarie.
Ma in fondo a tutto c'è la non autonomia del progetto politico vendoliano dal PD. Finora Vendola a giocato, e anche avuto succeso, stando a rimorchio del PD. Quando questa "presa" sembra venir meno per la possibilità di una accordo al centro con il Terzo Polo, Vendola è costretto anch'esso a svoltare verso destra, pena l'allontanamento dal suo bacino elettorale. Insomma Vendola pensava di spostare a sinistra il PD, invece è il PD a trainare a destra Vendola. Il fatto è che non bastano "narrazioni" e primarie per spostare a sinistra l'asse della politica italiana. Non si può, nel 2008, parlare di fine della sinistra, fine del novecento,,,,e poi cavarsela con una strategia fatta solo di promesse di "nuovi inizi" , lirismi letterari e tatticismi politichesi. Occorre immergersi nella società, ricostruire lì, alla base, le ragioni di una alternativa di sistema. Ma per fare ciò non servono leader, non bastano bella presenza e capacità di "bucare gli schermi", serve molto lavoro, molta pazienza e molta tenacia. Serve soprattutto far tornare partecipe del cambiamento il popolo, i lavoratori, i giovani, le donne. E la vera partecipazione popolare non può essere circoscritta alle sole primarie.
PECS


Il razzismo che Bersani non vede...

Urge un immediato recupero di memoria da parte di Pierluigi Bersani. Il segretario del PD ha infatti affermato, sul quotidiano La Padania, che “la Lega Nord non è un partito razzista”. Non contento, nella trasmissione Otto e Mezzo, ha ribadito: “Ma vi pare che il 30% dei cittadini del nord che votano per la Lega siano razzisti? La Lega è sempre stata un partito con un forte senso della legalità (vedi inchiesta camicie verdi con depenalizzazione del reato per salvare alcuni big della Lega, vedi banda armata, vedi insulti ai magistrati Forleo e Papalia, ndr), qualche accento identitario che potrebbe indurre atteggiamenti al limite del razzismo in una minoranza dei suoi elettori è arrivato dopo.” Sarebbe opportuno far leggere a “Oh ragassi, siam passi?!” questa raccolta di “perle” razziste e omofobe targate Lega Nord.


Roberto Calderoli compilation:
“Dare il voto agli extracomunitari? Un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi”;
“La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni… Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”;
“Metto personalmente fin da subito a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si vorrebbe costruire la moschea!”;
“Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”;
“Pacs e porcherie varie hanno come base l’arido sesso e queste assurde pretese di privilegi da parte dei culattoni”;
“Ci sono etnie con una maggiore propensione al lavoro e altre che ne hanno meno. Ce ne sono che hanno una maggiore predisposizione a delinquere”;
“Non vorrei mai fra cinque anni e un mese trovarmi un presidente abbronzato”;
“La fogna va bonificata e visto che Napoli oggi è diventata una fogna bisogna eliminare tutti i topi, con qualsiasi strumento, e non solo fingere di farlo perché magari anche i topi votano.”


Giancarlo Gentilini compilation:
“Darò immediatamente disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. I culattoni devono andare in altri capoluoghi di regione che so che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni o simili”.

“I gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka”
“Extracomunitari? Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile”
Mario Borghezio compilation:
“La Lega non cambia linea vogliono l’8 per mille? Noi ai clandestini bastardi gli diamo il mille per mille di calci in culo con la legge Bossi-Fini.”

“Le prime medaglie d’oro olimpiche assegnate ad atleti del Nord … dimostrano la superiorita’ etnica dei padani, anche in questo campo.”
[riferendosi al Terremoto in Abruzzo] Questa parte del Paese non cambia mai, l’Abruzzo è un peso morto per noi come tutto il Sud. [...] Il comportamento di molte parti delle zone terremotate dell’Abruzzo è stato singolare, abbiamo assistito per mesi a lamentele e sceneggiate. Eccezioni ci sono dappertutto, ma complessivamente è stata un po’ una riedizione rivista e corretta dell’Irpinia: prevale sempre l’attesa degli aiuti, non ci sono importanti iniziative autonome di ripresa. Si attende sempre che arrivi qualcosa dall’alto, nonostante dall’alto arrivi molto.

Altre “perle” Leghiste:
“Gli immigrati? Peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto” (Piergiorgio Stiffoni,
23-11-2003);
“Il meridionale che viene a studiare a Milano ha una sola cosa in testa: fregare ad un padano un buon posto di lavoro.” (Luca Riboni, La Padania 31-08-1998);
Nel 2000 Boso dimostra di avere le idee molto chiare su come rimpatriare i clandestini: “Dovremmo rimpatriare i clandestini con gli Hercules C130 dell’ Aeronautica militare. Intanto perché su gli aerei di linea possono violentare le hostess e va ben che certe donne sono porcellone e ci provano gusto, però… Ma c’ è un altro motivo. Sapete cosa fanno quelli prima di partire? Si sporcano in modo indecente, così puzzano e i passeggeri non li fanno prendere su. Sugli aerei militari, invece, con una bella pompa li annaffiamo tutti senza troppe storie “. Poi rassicura: “Noi non siamo razzisti, per me tutti gli uomini sono uguali, hanno la medesima dignità. Il più nero dei neri ha gli stessi diritti del mio vicino di casa. Però a casa sua”.
Aprile 2008, Matteo Salvini: “I topi sono più facili da debellare degli zingari”,
Giugno 2008, Massimiliano Romeo parlando dei lager nazisti: “Se nel corso della storia i Rom non si sono fatti molto amare, qualche colpa ce l’avranno pure, qualche errore lo avranno commesso”
Per una volta non c’è nulla da aggiungere.
Le immagini parlano chiaro.
Questo è il Partito Democratico.

mercoledì 16 febbraio 2011

FAUSTO E JAJO

Molti hanno descritto quella Milano del 1978, quella Milano che vide la morte prematura di Jajo e Fausto.
Molti li hanno descritti in svariati modi, giovani , rockettari, capelloni...Bianchessi del Sole 24 ore, per esempio, sul blog della radio scomoda mezzo mondo rock e Contry-rock, per descriverli come pseudo hippy...rimembra le suonate di chitarra al Parco Lambro...Ma io li conoscevo, almeno conoscevo bene Jajo...io me li ricordo.
Io ho ancora davanti agli occhi la faccia un poco lunga di Jajo. Erano figli di quegli anni, ragazzi del '77 e avevano molto chiaro cosa sognavano.Non erano per nulla vaghi e giovanilisti, ma pensavano ed immaginavano come molti in quegli anni un mondo altro diverso, molto diverso a quello che avevano attorno.
Erano ragazzi del Leoncavallo ed in quegli anni esserlo era rischioso...ci dovevi mettere del tuo e del bel coraggio, capacità progettuale e struttura.
Non ti avventuravi in una cosa così solo per Moda o Comportamento...non solo.L'occupazione dei centri sociali in quegli anni aveva un preciso significato ed era tesa alla creazione di una Cultura Altra, alternativa a quella del potere, non era una idea radical-chic o di maniera, ma una scelta di campo ed il tentativo di pensare in modo alternativo alla cultura che il potere ci ammanniva.Ci ripenso spesso a Jajo...gli volevo bene, eravamo amici, anche se io ero più grande. Condividevamo questa voglia di alternativa.
Ripensando a loro due ripenso ai ragazzi di quegli anni che erano convinti che fosse possibile porla questa alternativa e che erano convinti che fosse possibile pensare, agire e comportarsi in modo realmente diverso da quello proposto dalla "maggioranza silenziosa". Che anche allora, esattamente come ora che è diventata rumorosa, deteneva il potere e "foraggiava" quegli stessi fascisti che foraggia oggi. Santa Marta, Il Leoncavallo...i comitati giovanili, i Circoli la Comune, Radio Canale 96, Radio Popolare. Il fiorire ininterrotto di occupazioni per costruire Centri Sociali
Milano in quegli anni era molto diversa ed i Fascisti non erano “sdoganati”...per nulla.L'assassinio a freddo di Jajo e Fausto è avvenuto in questo solco.
Un tentativo di spaventare proprio i ragazzi del Leoncavallo e bloccare sul nascere le loro idee...La loro cultura alternativa.
Fermarli ad ogni costo, perchè avevano ragione e la gente iniziava a fidarsi di loro a credere loro ed invece dovevano avere paura, terrore, dovevano credere che nella zona Casoretto in prossimità del Leoncavallo si fosse scatenata una guerra di Bande.
Tentarono di infangarli, prima di ammettere le responsabilità della destra, di attribuire lo scontro e l'assasinio ad un regolamento di conti fra spacciatori, ma la risposta ci fu...e fu nelle decine di migliaia di persone che furono ai loro funerali, persone comuni gente del Casoretto, gente di quartiere e da tutta Italia.

Occorsero anni, tonnellate di disinformazione, palate e palte di fango, anni di ostracismo e di difficoltà, anni di ostacoli burocratici e di controllo poliziesco, anni di riflusso e di caduta delle speranze per fermare il sogno del Leoncavallo per “modificarlo” e “normalizzarlo”.
Da quegli anni ci deriva molto e Jajo e Fausto ne fanno parte, ne sono premessa. Non siete riusciti nonostante tutto a farceli dimenticare. Ancora oggi quando cerco di proporre (parlo di me, ma so che molti condividono e sentono quel che io sento) ed insisto sulla necessità di proporre una cultura altra e diversa da quella del potere, quando dico che è possibile farlo, che è necessario farlo e che è l'unico modo per permettere a un infinito bagaglio di creatività e di forza propulsiva di venire alla luce.
Quando insisto che questa è la strada che la Sinistra deve intraprendere per ritrovare sé stessa ed il suo spirito.
Quando parlo della necessità di ritrovare Milano e le sue strade e di rendere a questa città una possibilità io penso a loro e me li ricordo con affetto infinito.

Su una cosa io sono d'accordo con Bianchessi e con i molti che l'hanno ripetuta Jajo e Fausto sono morti con chiarissimi colpevoli, ma senza giustizia. Come Roberto Franceschi, Claudio Varalli. Giannino Zibecchi, Valerio Verbano, Pietro Bruno, Walter Rossi, Luca Rossi, Giorgiana Masi...Carlo Giuliani. Tutti colpevoli d'avere idee diverse da quelle del potere, tutti colpevoli di ribellione aggravata dalla volontà di cambiare il mondo...tutti senza giustizia.
Alcuni li conoscevo, personalmente, altri no, ma tutti sono miei amici, tutti sono miei fratelli, compagni di strada...tutti sono parte di me.




QUEGLI ANNI
Non riesco, anche volendo, ed io non voglio,
a mi scordar quegli anni
Quelli di piombo, come voi li chiamaste
Ma io ero giovane, avevo la speranza
in un mondo migliore…
Sì…già dai quei giorni
Fatto di uguali
di libertà e giustizia…
rispetto, spirito,
amore e conoscenza
Con l’anima in mano e dentro agli occhi
Fummo usati…
voi dite, io non lo credo
Abbiam sbagliato?…
Sì…più di qualche volta
Ma credevamo, facevamo qualche cosa…
non era il mondo dell’unico pensiero
Per chiamar qualcuno
cercavi una cabina
Era migliore? Io non so giudicare
Ma quel che oggi è…
noi lo pensammo ieri
Voi ci prendeste, come in una provetta
Ci riduceste a moda…
atteggiamento
Poi ci vendeste in edicola a dispense
Noi eravamo veri
il sangue ci scorreva
Ed il dolore…
anche quello era sincero
Sì…come la gioia in ciò che facevamo
Non mi vergogno punto…
Di quegli anni passati per la strada
in piazza, esposti
Urlandovi ogni giorno
di quella rabbia
Che dentro a noi non dorme
Che nonostante tutto
non sa proprio morire
Perché voi ci provaste e ci provate ancora
Ad assopirla, a farla soffocare…
ognora per mille e mille volte
Con il silenzio…tacendoci di lei
Non esponendola nei vostri giornali
Ma lei…la rabbia…
sta ancora per la strade…
Ha la memoria lunga
NON VI SCORDA
Ma senza rabbia non si diventa grandi
Guarda tuo figlio, leggi la sua coscienza…
Cerca la fede e la sua idea del mondo…
È li che troverai il nemico…
quell’unico pensiero che uccide
che appiattisce ogni speranza
Quando hai ricordi stai diventando vecchio
Ma la memoria è storia…
ed è retaggio
NON MI VERGOGNO IO…
NE SONO FIERO
D’esser stato un ribelle…
d’esserlo ancora
Ed anche quando accondiscendo…per bisogno
Dentro di me alza la testa…
cerca respiro,
ha sete di giustizia…quel ragazzo
Che si sognava di quel mondo bello
Dove ogni uomo fosse suo fratello

Di Giandiego Marigo

martedì 15 febbraio 2011

FERRERO: ELEZIONI SUBITO E NESSUN INCIUCIO CON FINI

L’Italia s’è desta

Per essere solo “un gruppetto di signore radical chic”, come dice la povera Gelmini, si sono moltiplicate che neppure i pani e i pesci, visto che il loro appello ha riempito in modo straripante duecentocinquanta piazze d’Italia come da anni quelle città non ricordavano. Con centinaia di migliaia di donne e di uomini, di giovani e di anziani, numeri calcolati con pudico minimalismo, che non rendono giustizia al mare di partecipazione totalmente auto-organizzata che ha percorso la Penisola. Con una indignazione carica di entusiasmo, festosa di passione civile, colorata di allegria, solare di determinazione, che i tristi “mutandari” di Ferrara e Santanchè non possono neppure immaginare e meno che mai capire, cupi nel loro odio per tutto ciò che in Italia c’è ancora – e ogni giorno cresce – di dignità, serietà, libertà, gioia di lottare e di vivere.
“Faziose”, hanno ripetuto i lanzichenecchi di regime che più che mai intasano totalitariamente il video. Se ne facciano una ragione: domenica, detto molto sobriamente e senza fanfare, l’Italia s’è desta.
Il difficile comincia ora. Quella incontenibile volontà di liberazione che ha illuminato di serena e fraterna indignazione i volti e gli animi delle italiane e degli italiani migliori, può suonare la diana della fine del regime ma può anche disperdersi nella morta gora di una politica consegnata una volta di più al monopolio inetto dei politici di mestiere. (Sì, migliori. Facciamola questa parentesi: in piazza domenica c’era proprio l’Italia migliore, moralmente e umanamente migliore. Perché avere timore di dirlo, di fronte all’Italia del “porco è bello!”, che spaccia da libertà sessuale il servizio a pagamento per virilità posticce e da meritocrazia la nomina nei Parlamenti e nei ministeri delle epigone nostrane – ma avide – di Monica Lewinsky?).
Le animatrici di “Se non ora quando?” non facciano dunque l’errore compiuto dai girotondi, e poi dai Viola, e dal movimento degli studenti, e da tutti i movimenti di lotta che hanno mantenuto civile e vivo questo paese nel “quasi ventennio” cupo che abbiamo vissuto, non deleghino ai soli partiti il momento elettorale, perché quello è il pallottoliere che alla fine decide i governi e le leggi, la realizzazione o la distruzione della nostra Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Dieci anni di movimenti trovino la lucidità di discuterne seriamente adesso, tra loro, di come essere protagonisti anche il giorno delle urne. I partiti non bastano, lo hanno mostrato al di là di ogni ragionevole dubbio.
Paolo Flores d'Arcais, Il Fatto quotidiano

Federalismo, Bersani corteggia la Lega

Intervista al segretario del Pd in prima pagina sulla Padania: "Propongo un patto tra forze popolari. Se cade il governo, impegno me e il mio partito a portare avanti la prospettiva autonomista". Messaggio a Maroni: "Sugli sbarchi dal Nordafrica ha ragione. So che non siete razzisti"

"Impegno me e il mio partito a portare avanti il processo federalista dialogando con la Lega". Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, sceglie la prima pagina della Padania, organo ufficiale della Lega Nord, per tentare la spallata decisiva alla maggioranza di centrodestra e al governo Berlusconi.
Il leader democratico coglie l'insofferenza leghista per il pantano in cui si è infilata la legislatura e di cui rischia di fare le spese la riforma simbolo del Carroccio. E lancia, forte e chiara, la sua proposta: "Pur con posizioni diverse e anche alternative, ci sono due vere forze autonomiste nel nostro Paese: il Pd e la Lega", afferma Bersani. Che propone un vero e proprio "patto tra forze popolari" per cambiare l'Italia.
Non usa giri di parole, il segretario Pd: è il Carroccio, argomenta, "a tenere attaccata oggi la spina del governo Berlusconi". Un accanimento terapeutico che, come Bossi e lo stato maggiore leghista hanno più volte ribadito, ha come unico scopo quello di portare a casa il federalismo. Ma "in queste condizioni, rischiamo di fare una cattiva riforma", avverte Bersani. Per questo, afferma, è il momento di "guardare oltre Berlusconi e nel contempo preservare la prospettiva autonomista".
La Lega dunque, è il patto proposto da Bersani, faccia cadere Berlusconi: "Perché non si può sacrificare tutto, ossia la riforma chiave, in nome di Ruby". Poi, tutto può accadere, e i democratici garantiscono ampia disponibilità alle richieste leghiste.
"Va anche bene che il Governo rimanga nell'ambito del centrodestra", dice Bersani. "Assicureremo un'opposizione propositiva. Ripeto, garantisco personalmente per me e per il mio partito: il processo federalista deve andare avanti e giungere a compimento".
Ma il segretario del Pd si spinge oltre, con toni che, da parte di un leader del centrosinistra, non si ascoltavano da quando D'Alema definì la Lega "costola della sinistra": riferendosi all'ondata di sbarchi dal Nordafrica, Bersani dichiara di appoggiare la richiesta del ministro dell'Interno Maroni "di maggiore condivisione europea di fronte all'emergenza in Nord Africa". E, con un affermazione destinata a far discutere, dichiara: "So che la Lega non è razzista".

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Ma sì, va benissimo, dialoghiamo con la Lega, anzi stringiamo un patto con questo «grande partito popolare» e «non razzista».
Purché nel nuovo esecutivo che entusiasticamente appoggeremo siano fatti ministri almeno questi quattro esponenti del Carroccio:

Mario Borghezio (quello che afferma: «No alle merde extracomunitarie e clandestine, no agli islamici che rompono il cazzo, vogliamo la Padania bianca e cristiana»),
Giancarlo Gentilini (quello che «Voglio la pulizia dalle strade di tutte queste etnie che distruggono il nostro Paese, voglio eliminare tutti i bambini dei zingari che vanno a rubare nelle case degli anziani, voglio la pulizia etnica dei culattoni»),
Cesare Bossetti (il consigliere di Varese che durante il minuto di silenzio per i quattro bambini rom morti si è rifiutato di alzarsi in piedi),
Renzo Bossi, il Trota: quello che nel suo profilo Facebook aveva caricato il giochino “Rimbalza il clandestino”.


Un partito con le idee chiare: Marchionne e il PD

FASSINA (PD), MARCHIONNE NON HA CHIARITO PROGETTO (ANSA) - ROMA, 15 FEB - «L'Ad della Fiat non chiarisce i punti fondamentali del progetto 'Fabbrica Italià. La Fiat dovrebbe uscire dalle metafore e parlare chiaro». Lo dice il responsabile economia del PD Stefano Fassina. «Che cosa vuol dire 'cuorè e 'testà? quali funzioni racchiude l'uno e quali l'altra? Quali condizioni devono realizzarsi per confermare la sede legale e, soprattutto, le principali funzioni direzionali e qualificate in Italia? I lavoratori e le lavoratrici di Pomigliano e Mirafiori - sottolinea l'esponente del Pd - si sono impegnate con il voto del referendum. Non può essere scaricato sulle loro spalle il futuro dell'azienda in Italia. In tale quadro, brilla per strumentale assenza il governo: assenza di riforme per aggredire i ritardi dell'Italia; assenza di politica industriale in generale e, in particolare, politiche per l'automobile. Senza una politica economica per la crescita ed il lavoro, anche le prospettive della Fiat in Italia diventano molto più rischiose. Abbiamo bisogno di un governo al servizio del Paese anche per avere dalla Fiat le risposte che continuano a mancare».

DI MICHELE (PD), DA MARCHIONNE CHIARIMENTI IMPORTANTI (ANSA) - ROMA, 15 FEB - «Mi sembra che dall'audizione di oggi di Sergio Marchionne alla Camera siano arrivati importanti chiarimenti su piano industriale della Fiat». Lo scrive in un editoriale pubblicato questa mattina su TrecentoSessanta, Paola De Micheli, deputato e responsabile Pmi del PD, tra i fondatori dell'Associazione di Enrico Letta. «Adesso - sottolinea la parlamentare - bisogna passare dalle parole ai fatti e tradurli in pratica, trasformando le promesse di investimento in una prospettiva concreta di crescita e di speranza per i lavoratori e per il Paese. È tuttavia sul piano squisitamente politico che l'intervento mi ha colpito di più. Marchionne ha posto sul tavolo alcune sfide cruciali che investono il rapporto tra politica e azienda e che non possono essere più eluse. Cinque capitoli fondamentali su cui intervenire: le condizioni di accesso ai mercati finanziari, i fattori ambientali favorevoli all'industria manifatturiera, la governabilità degli stabilimenti, la partecipazione dei lavoratori, le politiche per la competitività. Di fatto, dalla Fiat arriva allo Stato una richiesta, pacata e argomentata, non di sostegni finanziari, ma di una politica orientata allo sviluppo. Esattamente quello di cui ha bisogno tutto il nostro sistema economico e produttivo, non solo il Lingotto. La questione delle relazioni sindacali si inserisce dentro questa cornice, ma come un tassello di un tema più complessivo che ha a che fare con il futuro dell'Italia, con il destino di milioni di piccole e medie imprese e con la vivacità dell'intera economia nazionale. Sul punto Marchionne ha ragione: l'urgenza vera è quella di riforme strutturali per tornare a crescere e garantire a tutto il sistema l'opportunità di dare il meglio si sè. Dinanzi a una sfida di questo genere stride, per contrasto, la totale assenza del governo e, ammettiamolo, la sostanziale difficoltà di tutta la politica nel concepire un nuovo paradigma di sviluppo, più moderno, competitivo, coraggioso, pervasivo sui territori. Possibile che la controparte di un colosso multinazionale come la Fiat debba essere solo il sindacato, per giunta diviso al proprio interno? Dov'è il governo? La verità è che la parola chiave può essere una sola: cambiamento. E per cambiare è indispensabile un ritorno al protagonismo della politica».(ANSA)

lunedì 14 febbraio 2011

L'Italia che batte la globalizzazione. I Gas salvano le nostre aziende

E' la nuova frontiera dei G.A.S., i Gruppi di acquisto solidali, ovvero G.A.P. Gruppi d'acquisto popolari. Un'Italia invisibile, eppure sempre piu' influente. Difficile ignorare 50-70mile famiglie (pari ad almeno 200mila persone), che fanno la spesa al di fuori dei circuiti commerciali tradizionali, che hanno deciso di dare una forte impronta etica ed ecologica ai propri consumi e al proprio stile di vita.
Era una realta' piccola quasi folkloristica fino a pochi anni fa, sta diventando un sistema economico sempre piu' importante ed esteso. I membri dei G.a.s. non aquistano piu' solo verdura, frutta, formaggi e pasta, ma anche scarpe, maglioni, camicie, felpe, indumenti per bambini, persino pannolini ecologici. Tutti rigorosamente italiani. Trattasi di famiglie che non comprano i prodotti col marchietto verde "bio", anche perche' al supermercato non vanno mai; piuttosto si prendono la briga di andare a conoscere personalmente il produttore, che spesso abita a una manciata di chilometri da loro. Ne verificano la buona fede, i metodi di produzione e, se davvero soddisfatti, instaurano con lui un rapporto fiduciario, mutualmente vantaggioso. Lui, il produttore, smette di dipendere dai grossisti, e guadagna molto di piu'. Loro, i consumatori, risparmiano rispetto ai supermercati, o comunque lo stesso, ma hanno la certezza di comprare davvero ecologico e di premiare chi crea il prodotto anziche' gli intermediari. Aiutano l'Italia, davvero e senza retorica. C'e' chi si lamenta della globalizzazione ma poi compra solo beni firmati loro invece agiscono.
Oltre l'agroalimentare - L'iniziativa di ampliare il raggio d'azione dei G.a.s. oltre l'agroalimentare, e' merito principalmente di un uomo, Giri Perinello, il primo ad osare. Veneto di 52 anni, grossista di suole di scarpe fino a quando le aziende non ha delocalizzato, da qualche anno ha sposato la causa dei G.a.s. Il tessuto industriale italiano e' densamente popolato di terzisti, ovvero di piccole e talvolta piccolissime aziende che lavorano per conto di grandi marchi. Uno compra un maglione della famosissima azienda XY, ma non sa che magari e' fatto in Veneto, da una ditta sconosciuta. Fino al 2008 il meccanismo ha retto, poi la crisi ha fatto precipitare la situazione. Le grandi aziende hanno tirato sui margini, gia' irrisori, mettendo i terzisti alle corde. Della serie: o accetti il mio prezzo o trasferisco tutto in Portogallo o in Romania. Chi acconsente opera alla pari o sottocosto, chi rifiuta e' costretto a chiudere.
A meno che non intervenga un G.a.s. La storia, molto bella, ma sconosciuta al grande pubblico, narra di decine di imprese scampate al fallimento o al racket della malavita grazie agli acquisti solidali, che, accordano, un prezzo equo, etico e in questo caso salvifico, come avvenuto allo storico Caseificio bresciano Tomasoni o al coltivatore siciliano di agrumi Roberto Li Calzi.
L'esempio di Astorflex - Il caso piu' famoso, al di fuori dell'agroalimentare e' quello del produttore mantovano di scarpe Astorflex, di cui il Giornale parlo' nel dicembre 2009. Allora la ditta soffriva e sperava; un anno dopo la trasformazione e' spettacolare. Nuovi assunti, fatturato in crescita, esplosione delle vendite via internet e, per la prima volta, utili significativi; che il proprietario, Fabio Travenzoli, ha investito subito nell'azienda, ampliando il capannone e creando uno spaccio aziendale. Entri alla Astorflex e respiri un clima nuovo: dipendenti che restano fino a tarda sera, ma col sorriso. Travenzoli che prima lavorava sempre al limite e sempre sotto ricatto, ora puo' progettare, investire e sentirsi profondamente gratificato. Come dovrebbe essere ogni imprenditore.
Saltare gli intermediari - Cos'e' successo? I G.a.s. ora coprono buona parte del fatturato della sua azienda. Le comprano per solidarieta', ma non solo: soprattutto perche' son fatte a regola d'arte. Hanno pelli di qualita', sottopiedi in cuoio e persino la concia vegetale anziche' a quella chimica. Sono di migliore qualita' eppure costano la meta' rispetto ai concorrenti. Il trucco e' sempre lo stesso: «Se il 70% del prezzo pagato al dettaglio viene intascato dagli intermediari, mettendo direttamente produttori e consumatori fai l'interesse degli uni e degli altri», spiega Perinello, l'amico e ora socio che un paio d'anni fa convinse Travenzoli a tentare questa avventura. Aveva ragione lui e ora prova a vincere anche una seconda sfida: replicare in altri settori, rivolgendosi a piccole e medie imprese, naturalmente, dirette da imprenditori capaci e perbene,che non inquinano, che rispettano le leggi, che si sentono responsabili nei confronti dei propri dipendenti. Aziende che ora vedono stringersi il cappio intorno al collo. Perinello ha creato un portale Xigas , di supporto alla sua instancabile attivita' Porta a Porta, anzi, Gas a Gas.
Piccoli produttori si uniscono - A San Margherita D'Adige, in provincia di Padova, un giovane terzista, Massimo Pinzan, ha osato un'iniziativa inimmaginabile solo tre anni fa: ha chiesto ad altre aziende di collaborare e insieme hanno creato Produttori Indipendenti. Pinzan partecipa con le felpe della sua Dimensione Tessile, Alvise Gabaldo e Noe' Nicolini con la maglieria di lana di Confezioni Margaret , Confezione Anna contribuisce con la maglieria in cotone per bambino e Spazio Moda, nel cremonese, camicie da uomo. Tutte e quattro continuano a lavorare come terzisti, ma da qualche mese vendono anche ai G.a.s. e ai privati presentandosi come Produttori indipendenti. Stessa formula di Astorflex, stesso spirito. Il prezzo e' trasparente ovvero al consumatore viene indicato quanto costa produrre il capo, qual e' l'utile, quanto incidono le spese di trasporto. «E per chiunque lo desideri le porte delle nostre aziende sono sempre aperte», assicura Alvise Gabaldo. «E' importante che sappiano che i capi siano prodotti davvero qui e non dati in subappalto ai laboratori cinesi», precisa Pinzan.
Sara' un altro successo? E' presto per dirlo. Di certo nascono in Italia iniziative analoghe, mentre altre aziende, pur non essendo in difficolta', trovano nei G.a.s. lo stimolo e le risorse necessarie per ampliarsi e fare ricerca, come
Officina Naturae, che propone detersivi biologici e ha appena ingrandito gli stabilimenti senza delocalizzare o come la Wellness innovation project che produceva poliuretano espanso e ora pannolini compostabili e biodegradabili. Aziende guidate da italiani, che qui assumono, qui producono, qui vendono, qui creano ricchezza. In decisa controtendenza rispetto alla globalizzazione. Grazie ai G.a.s.