mercoledì 22 febbraio 2012

Come sono ricchi i ministri del governo Monti? di Sergio Cararo, www.contropiano.org

Resi pubblici i redditi dei componenti del governo. Ciò che colpisce non è solo il quanto ma il come sono ricchi, spesso ricchissimi.

Domina infatti la rendita, i “rentier” di marxiana memoria, a scapito del lavoro ovviamente. Sono loro quelli veramente “immobilisti e conservatori”, per questo ci odiano.
Da ieri sono reperibili on line tutti i redditi dei ministri del governo Monti, il quale è stato l'ultimo ad ottemperare a questa operazione “trasparenza”. La sua dichiarazione infatti è arrivata soltanto un'ora prima della "chiusura" prefessita. Ma occorre ammettere che è dettagliata. Il reddito complessivo del presidente del Consiglio per l'esattezza è di 1.515.744 euro nel 2010 ed uno stimato, per il 2011, di 1.010.000, che probabilmente non salirà nel 2012 avendo rinunciato al compenso da premier e da ministro del Tesoro. Il suo patrimonio è formato da appartamenti, uffici e negozi. Consistenti anche le attività finanziarie: tra fondi comuni azionari e obbligazionari oltre che di liquidità Monti può contare su oltre 11 milioni di euro divisi tra Intesa San Paolo, Bnp Paribas, Ing e Banco di Brescia. La più ricca tra i ministri è l'avvocatessa Paola Severino (Giustizia), con 7 milioni di euro. Subito dopo, dichiarando la metà, il titolare dello Sviluppo Economico Corrado Passera. Una disamina dei patrimoni dei ministri, indica che la loro ricchezza si basa soprattutto su immobili e attività finanziarie. Un dettaglio? Niente affatto.
Quello che colpisce, infatti, non è solo il dato quantitativo della ricchezza dei patrimoni dei “professori e tecnici” che compongono il governo Monti. Che questo fosse un esecutivo di ricchi e ricchissimi lo si era intuito dall'inizio. Che avrebbe dato priorità agli interessi dei ricchi lo si sta verificando. Colpisce invece la “qualità della ricchezza” dei ministri del governo Monti, perchè essa appare coerente con le caratteristiche del capitalismo italiano centrato a stragrande maggioranza sulla rendita piuttosto che sul profitto. Contraddizione in termini? No. E' lo specchio fedele della realtà che – anche da un punto di vista meramente capitalistico – ostacola e immobilizza lo sviluppo economico del nostro paese. Il problema infatti è la struttura della ricchezza privata – ben superiore al Pil che viene usato come indicatore – e che vioene contabilizzata in circa 9.000 miliardi di euro.
La impietosa e dettagliata radiografia della ricchezza privata è documentata su Affari e Finanza di lunedi 19 settembre (vedi anche http://www.contropiano.org/it/economia/item/3469-la-rendita-anticapitalista-la-ricchezza-italiana-che-non-produce-sviluppo ), una radiografia che ci conferma come il principale ostacolo alla crescita economica e sociale del paese sia la sua borghesia e le sue caratteristiche parassitarie. “La ricchezza lorda delle famiglie italiane alla fine del 2010 ammonta a 9 mila 732 miliardi di euro, i debiti (sempre delle famiglie) a circa mille miliardi, la ricchezza netta è quindi pari a 8 mila 700 miliardi” scrive Affari e Finanza. Si tratta di una ricchezza molto superiore al Pil e al debito pubblico che ci viene rovesciato addosso come ricatto sul futuro. Il problema, ovviamente, è l'uso e la distribuzione di questa enorme ricchezza. “Per capire perché questa immensa ricchezza privata non produce crescita, dobbiamo guardarci dentro. Quello che troviamo già dice quasi tutto. Di quei 9 mila 732 miliardi di patrimonio lordo il 57,8 percento è rappresentato da immobili, il 4,9 per cento da beni di valore e da impianti, macchinari, scorte, attrezzature, brevetti, avviamenti (le cosiddette attività reali) e il 37,3 per cento da attività finanziarie”. In sostanza, è questa ricchezza ad essere immobile, immobilizzata, vincolata a produrre solo rendita. Non produce benessere perchè viene tassata molto meno che il lavoro, non produce neanche profitti perchè non viene investita nella produzione e nella tecnologia ma solo in rendita immobiliare e finanziaria. La quota di ricchezza che la borghesia stracciona del nostro paese destina alla produzione appare infatti irrisoria: solo il 4,9%. Ma è su questa quota (e sui lavoratori ad essa collegati) che i ministri del governo Monti non investono i loro patrimoni – preferendo i settori che producono solo rendita immobiliare e finanziaria – ed è su questa quota della ricchezza privata che si abbatte la maggior parte dell'imposizione fiscale e dei provvedimenti tesi a ridurre sempre di più il monte salari da destinare ai lavoratori.
Gli uomini e le donne del governo Monti, dunque, sono coerenti con le fonti della loro ricchezza e funzionali al carattere rentier e parassitario della struttura del capitalismo nel nostro paese. Le loro battute sprezzanti verso lavoratori, sfigati, giovani alla ricerca del posto fisso, leggi che tutelano i diritti sociali, diventano ancora più odiose, in tutti i sensi.... e reciprocamente, speriamo.

Guerra in Confindustria, su quali interessi?

Il padronato italiano si divide. E non su questioni secondarie, ma sul tipo di “modello sociale” entro cui i diversi generi di imprenditori pensano di collocare il proprio business.

Lo scontro tra Bombassei e Squinzi per la presidenza di Confindustria, dunque, è un scontro politico a tutto tondo. Non a caso la questione dell'art. 18 ritorna anche in questo scontro. Le piccole-medie imprese rappresentate dal patron della Mapei, in stragrande maggioranza, non ne “soffrono”, e quelle sopra i 15 dipendenti, in goni caso, hanno una struttura di relazioni con i dipendenti di tipo “paesano”. Sono imprese in genere molto legate al territorio, dove il padrone, gli impegati e gli operai sono vicini di casa e magari si ritrovano la sera al bar. Imprenditori che avevano sposato Berlusconi con entusiasmo perché quel mix tra evasione fiscale, falso in bilancio, scappatoie furbette a ogni angolo della legislazione tornava loro utilissimo per racimolare profitti extra senza “spremere” troppo un personale per molti versi “incomprimibile”. La ragione non è moralistica o affettiva: i lavoratori dipendenti, propri o altrui, sono anche i “consumatori-tipo” delle proprie merci.
Al contrario, le grandi imprese multinazionali, o comunque export oriented, vedono nell'art. 18 l'ultima trincea difensiva sia dei delegati sindacali “veri”, sia dei singoli lavoratori che possono contraddire qualche ordine o anche solo “mugugnare” (per esempio: contro la velocità della catena di montaggio, i turni, gli straordinari obbligatori, ecc). Qui il potere aziendale è decisamente più impersonale, distaccato, deterritorializzato. Il mercato di sbocco è il pianeta, non questo specifico paese. Qui costruiscono, ma non sono obbligati a vendere “solo” qui.
Questa differenziazione va anche oltre la sfera produttiva e investe direttamente la sfera politico-istituzionale, ossia l'Italia che Monti e i poteri continentali vanno costruendo. È uno scontro interessante. Lo sarebbe di più se la nostra classe sociale riuscisse a far valere il proprio punto di vista con molta più forza – e soprattutto consapevolezza della posta in gioco - di quanto finora ha messo in campo.

Fiat, a volte ritornano
Tommaso De Berlanga, Il Manifesto
C'è qualcuno che sta peggio del Pd e della Cgil. È Confindustria. Lo scontro in atto in vista del rinnovo delle cariche - Emma Marcegaglia è in scadenza - si sposa alla perfezione con il «rinnovamento» in atto nelle relazioni industriali dopo l'irruzione del «modello Pomigliano» e l'uscita di Fiat dall'associazione degli industriali, e soprattutto con le «riforme strutturali» che il governo sta portando avanti. E la stessa Marcegaglia ne risente in modo pesante.
A Firenze, in quello che doveva essere un normale convegno nazionale di Federmeccanica, si sono avuti due segnali per molti versi chiarissimi. Il più importante è lo schieramento esplicito, pesante, dittatoriale, esercitato da Marchionne e dalla Fiat. Che - va ricordato - è uscita dall'organizzazione, e non paga più le quote pur di applicare un «contratto» diverso da quello nazionale. Ma soffermarsi sulla volgarità dello stile, in questo momento, è superfluo. «Bombassei è un uomo aperto al dialogo, all'innovazione e al cambiamento - ha scritto Marchionne dal suo altrove - Queste sue doti sarebbero molto utili a Confindustria che dovrà essere profondamente rinnovata per partecipare da protagonista alla modernizzazione del nostro paese, in linea con le riforme che il governo Monti sta portando avanti». Difficile essere più chiari. Su Squinzi, patron della Mapei, avversario di Bombassei e attualmente in vantaggio nella «campagna elettorale» interna, è stato gelido: «non mi posso pronunciare perché non lo conosco».
È lo scontro tra due tipi di imprenditori: quelli ormai completamente interni al mercato internazionale, che vedono nell'Italia solo un «luogo di produzione» a costi da comprimere il più possibile; e gli altri, che vedono nel paese sia l'aspetto produttivo che «il mercato di riferimento» per le proprie merci. Ai primi, della bontà delle relazioni industriali importa poco; per i secondi, avere in loco un «domanda solvibile» (clienti con i soldi in tasca) è invece fondamentale.
La tensione deve aver ormai raggiunto i livelli di guardia se Marcegaglia, uscente e quindi in teoria indifferente all'esito dello scontro, ha tenuto a sottolineare soprattutto due cose. Una rivolta manifestamente all'interno: «non distruggiamo Confindustria», perché «questa è un'istituzione forte e credibile», certamente «da migliorare, ma è l'unica casa che abbiamo». Quasi un'accusa aperta ai Marchionne che l'hanno abbandonata e dall'esterno ancora pretendono di deciderne orientamento e sorti.
La seconda, invece, è rivolta al sindacato e sembra a sua volta duramente condizionata dal conflitto interno agli industriali. «Noi vogliamo licenziare le persone che non fanno bene il proprio mestiere, gli assenteisti cronici, i fannulloni». Attenzione alle parole: qui non c'è la «questione politica» dell'art.18, c'è una torsione - squallida - della funzione delle leggi. Aggravata da un attacco frontale agli interlocutori che fin qui (digerendo persino l'«accordo del 28 giugno») avevano spianato la strada a una riforma peggiorativa del mercato del lavoro: «vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro».
Inevitabile la furiosa - anche se Twitter non sembra il medium più efficace, quando si vuol esibire una profonda rabbia per un insulto così grave - del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: «È davvero troppo. Sono affermazioni non vere che offendono e mettono in discussione il ruolo del sindacato confederale. Le smentisca». Il cinico Raffaele Bonanni ha subito sfoderato il pugnale, ma non certo per difendere la Cgil: «Marcegaglia farebbe bene a precisare di quale sindacato parla». Un vero signore.

Il secondo strappo della Fiat per fare un vero partito
Rinaldo Gianola, L'Unità
Perchè Sergio Marchionne ha deciso proprio questo momento per entrare a gamba tesa nella corsa per la presidenza di Confindustria scegliendo il duro Alberto Bombassei? Perchè la Fiat entra in campo dopo aver sbattuto la porta ed essere uscita dall`organizzazione degli industriali? Forse il motivo è lo stesso per cui Emma Marcegaglia, che sta su un altro versante industriale, ieri si è lasciata andare a sorprendenti espressioni contro il sindacato, responsabile di difendere «fannulloni e ladri» grazie all`articolo 18.
Ed è proprio dall`articolo 18, autentica ossessione di parte delle imprese italiane e della nostra destra politica, su cui oggi si gioca non solo la riforma del mercato del lavoro, la contrattazione, pure un principio di libertà e di dignità, ma anche gli assetti futuri dei vertici della Confindustria e il mantenimento di un sistema di relazioni industriali finalizzato alla coesione sociale, al rispetto dei ruoli autonomi di rappresentanza, anzichè alla rottura e all`affermazione assoluta della prevalenza degli interessi dell`impresa sul lavoro. Da queste vicende, poi, usciranno anche più chiaro il profilo del governo Monti e l`esito della transizione politica nella prossima legislatura.
Il gesto di Marchionne che decide di appoggiare l`amico, il fornitore, il consigliere di Fiat Industrial, Bombassei per la Confindustria potrebbe apparire l`abbraccio della disperazione, la puntata dell`ultimo momento su un cavallo che arranca faticosamente dietro Giorgio Squinzi, il candidato che oggi appare in vantaggio. Ma c`è una battaglia da combattere. Per cambiare l`esito finale ci vuole una sorpresa, una mossa che sparigli le carte e scuota gli animi delusi ma arrabbiati di tanti imprenditori vittime consapevoli delle promesse mancate di Berlusconi. Ed ecco la scelta di Marchionne, il modernizzatore, apprezzato persino da qualche esponente di sinistra che si era illuso che Pomigliano sarebbe stata «un`eccezione» e ancora attende gli investimenti a Mirafiori rinviati al 2014, quando finirà il piano Fabbrica Italia, di cui però nessuno parla più perchè soldi, modelli e lavoro non si vedono.
È un impegno duro come testimonia il pressing di casa Fiat sulle aziende dell`indotto, che vale la pena continuare, perchè la vittoria potrebbe dare grandi soddisfazioni al Lingotto, ai fedeli sodali, compreso Luca di Montezemolo che sogna la politica, di un potere un pò appannato ma pur sempre rilevante. Il messaggio di Marchionne è chiaro. Cari imprenditori, volete che i contratti in stile Pomigliano diventino la condizione generale del rapporto tra aziende e lavoratore? Volete finalmente riconquistare il pieno potere in fabbrica, su turni, organizzazione, pause, contratti, sanzioni e licenziamenti senza che il sindacato possa contrastare o negoziare? Bene, Marchionne indica la strada dopo esser già uscito da Confindustria: votate Bombassei, che vuole rifondare l`organizzazione e se tutto andrà bene, magari più avanti anche la Fiat ritornerà nel cerchio magico confindustriale. Questa è la sfida, dal sapore di ricatto, della Fiat che, tuttavia, nella sua diaspora confindustriale per ora si è portata dietro solo l`onorevole Jannone del Pdl, titolare della Pigna. E nemmeno gli industriali torinesi sembrano appassionarsi tanto a Bombassei. Il capo degli imprenditori locali, Carbonato, ha confermato l`amicizia con Bombassei, ma l`associazione si asterrà perchè le voci sono assai diversificate.
Il passo di Marchionne è stato deciso non casualmente ieri.
Federmeccanica, che raccoglie gli industriali metalmeccanici come la Fiat e la Brembo di Bombassei, era pronta, infatti, ad annunciare la propria preferenza per Squinzi.
Lo stesso Bombassei non si è fatto vedere all`assemblea di Firenze di Federmeccanica perchè temeva che i suoi colleghi gli avrebbero riservato una brutta sorpresa. La scelta per Squinzi doveva essere annunciata con un`intervista al Sole 24 ore del presidente degli industriali meccanici, Pierluigi Ceccardi. Per Bombassei sarebbe stato il colpo finale, quasi un tradimento, ma l`intervento della Fiat sembra aver dato un po` di fiato al leader della Brembo che con i suoi sostenitori non lesina l`impegno per raccogliere consensi.
Un caso clamoroso, finora taciuto, è accaduto a Brescia. Il presidente dell`Associazione industriali, Dellera, che ha scelto Bombassei, ha minacciato l`espulsione del collega Pasini, presidente di Federacciai, «colpevole» di aver appoggiato Squinzi. Questa è l`aria che tira negli ambienti signorili di Confindustria.
Un segno che la posta in gioco è altissima, e non riguarda solo il vertice di viale dell`Astronomia.
C`è da chiedersi se gli imprenditori vogliono davvero seguire la strada indicata dalla Fiat, condivisa dal «rifondatore» Bombassei che porta dritti dritti allo scontro e alla rottura sociale. Per battere la recessione, ristrutturare le imprese, riorganizzare la produzione, le imprese vogliono davvero seguire l`opzione Marchionne e affidarsi a Bombassei? Attendiamo il risultato.


martedì 21 febbraio 2012

I CONTI CHE NON TORNANO di Leonardo Mazzei, http://sollevazione.blogspot.com

La recessione come fattore crucialee i numeri falsi del governatore Visco

Le previsioni economiche sono assai meno attendibili di quelle meteorologiche. Ma l'economia, come la meteorologia, presenta tante di quelle sfumature da consentire un profluvio di dati. Una caterva di numeri che spesso affoga ogni possibilità di ragionamento. Eppure le cose non sono così complesse come sembra. Ma cosa c'è di meglio del dogma della «complessità» per legittimare l'attuale casta al potere? Una casta ben più potente e pericolosa di quella stracciona e infingarda che gli fornisce il supporto parlamentare a «prescindere». 
Naturalmente, anche le semplificazioni (specie quelle giornalistiche) non aiutano a comprendere le cose. Si è così stritolati tra la casta dei «sapienti» - in realtà tutta rigorosamente selezionata dai «dominanti» - e il discorso da bar sulle auto blu e l'evasione fiscale a Cortina d'Ampezzo. Non che manchino economisti di valore fuori dal coro, ma l'accesso ai media è garantito solo ai sacerdoti del libero mercato, ai cantori della bontà dell'euro e dell'Europa, meglio se bocconiani e introdotti nelle cupole della finanza.
Oggi comunque il conformismo è d'obbligo: la fine dell'euro sarebbe la fine del mondo (altro che Maya!), il debito degli Stati è colpa degli sfaticati popoli-cicala, l'Italia comunque non è la Grecia, poteva diventarlo fino a novembre ma ora non più, Mario Monti è il salvatore della patria, nel 2013 ci sarà la ripresa, e così via farneticando.
Per capire la disonestà intellettuale di costoro basta fare un esempio, quello dei commenti ai declassamenti delle agenzie di rating. Certo, queste ultime sono tutto fuorché enti super partes, ma lo abbiamo scoperto solo ora? Bene, fino a novembre, ogni downgrade che riguardava l'Italia era oro colato che parlava dell'incapacità del Buffone di Arcore, il quale ovviamente ci metteva del suo, ma soprattutto dimostrava la necessità di un Papa straniero, cioè completamente autonomo da ogni vincolo democratico. Da novembre tutto è cambiato. Ogni declassamento, pur se ben argomentato, viene ora criticato come ingiusto: come si permettono costoro, adesso che c'è Mario il Salvatore
Così vanno generalmente le cose, ed in questo modo sono stati trattati gli ultimi dati sulla recessione. Si ammette che l'economia non va bene, ma si assicura che il prossimo anno andrà meglio. Con questo cliché, che chiunque potrebbe ripetere a pappagallo, si costruiscono carriere protette dalla casta, ma certo non ci si avvicina neanche un po' alla comprensione della realtà.
Entriamo allora nel merito, cercando di capire quanto possa essere credibile la promessa degli sciamani dell'economia. Secondo costoro, l'Italia sarà in recessione nel primo semestre del 2012, poi - dopo una stabilizzazione nel secondo semestre - il lieto fine annunciato della ripresa nel 2013. Quanto è credibile questo schema? Poco. Per la precisione, niente.
Intanto bisogna ricordare quale sia il valore delle previsioni. Prendiamo, ad esempio, il Pil del 2011. Secondo il programma di stabilità del 2009 esso avrebbe dovuto registrare un aumento del 2,0% lo scorso anno. Questa previsione, accettata dall'UE e confortata dalle previsioni delle più importanti istituzioni economiche, veniva corretta - nel corso del 2011 - ad un più modesto 1,1% (Programma di stabilità, maggio 2011). Alla fine, e siamo ai giorni scorsi, ecco il responso dell'Istat: +0,4%!
Come si vede, ad un dato ottimistico iniziale segue un parziale ridimensionamento in corso d'opera, per poi arrivare ad una riduzione ancora più drastica in sede di consuntivo. Stessa cosa per il 2012. Se nel 2009 si prevedeva per il prossimo anno un +2,0%, come per il 2011, l'aggiustamento del maggio scorso indicava un +1,3%, arrivando poi all'attuale previsione del -1,5% (Bankitalia) o, se si preferisce, -2,2% (Fmi).
E' naturale che le previsioni si perfezionino con l'avvicinarsi della data di riferimento, cosicché le «previsioni» più precise risultano sempre quelle a... consuntivo. E' interessante, però, come - almeno negli ultimi anni - siano sempre risultate sbagliate in eccesso. Un caso? Difficile crederlo. Assai più probabile che gli sciamani del capitale cerchino di minimizzare la portata e le conseguenze della crisi.
E veniamo così alle affermazioni di Ignazio Visco, fatte l'altro ieri al Forex di Parma. Il governatore della Banca d'Italia, dopo aver reso omaggio al suo predecessore Draghi e, naturalmente, al capo dell'attuale governo dei banchieri, si è lanciato in valutazioni assai azzardate, ipotizzando numeri che proprio non tornano. Vediamo il perché.
Fedele al cliché di cui sopra, Visco ha predetto la ripresa per il 2013. Una ripresa, ovviamente da facilitare con l'eliminazione dell'art.18 e con l'universalizzazione della precarietà. Fin qui tutto normale, ma per sostenere la sua tesi Visco ha forzato assai sui conti. Ecco come il Sole 24 Ore del 19 febbraio riporta il pensiero del governatore:
«La crescita economica di certo favorisce l'aggiustamento della finanza pubblica ma questa "è comunque su un sentiero sostenibile anche sotto ipotesi poco favorevoli sulla crescita e sui tassi di interesse". Secondo i calcoli di Bankitalia, infatti, con una crescita dell'ordine dell'uno per cento e anche con uno spread sui BTp decennali stabilmente a un livello elevato, cioè a 300 punti base "avanzi primari del 5% del prodotto, come quello previsto per il 2013, garantirebbero una riduzione del rapporto tra debito e prodotto maggiore di quella richiesta dalle nuove regole di bilancio", ovvero con le nuove regole del fiscal compact».
Lo schema di Visco contiene, come minimo, due ipotesi infondate ed un falso manifesto. Prendiamo pure per buono - anche se non è affatto scontato - il dato dell'avanzo primario del 5%, una mostruosità che, se verrà ottenuta, sarà solo per la ferocia antisociale della manovra di dicembre. Ma è credibile l'ipotesi sul Pil? E quella sullo spread? Assolutamente no. Queste ipotesi sono sballate, e vedremo il perché, ma dove l'imbroglio è ancora più evidente è sui livelli del debito in rapporto agli obiettivi imposti dal fiscal compact. Ma andiamo con ordine.
Il mito della crescita dietro l'angolo

Secondo il governatore nel 2013 l’uscita dalla recessione è sicura, ed un +1,0% quasi scontato. E' davvero così? La recessione in corso era prevedibile da mesi - e difatti l'avevamo ampiamente prevista - ma in termini tecnici è stata conclamata solo nei giorni scorsi. Tecnicamente, si parla di recessione solo quando si è in presenza di due trimestri consecutivi in negativo sul trimestre precedente. Se il terzo trimestre del 2011 aveva fatto segnare un -0,2%, il quarto ha registrato un -0,7% e la recessione è ora un fatto ufficiale.
Sulle previsioni negative sul 2012 si è già detto, ma da cosa dipendono? Certo, la congiuntura internazionale non aiuta, la crisi del capitalismo-casinò è ben lungi dall'essere superata, ma nel caso italiano c'è un di più che spinge gli indici verso il basso. Questo di più è proprio l'effetto recessivo della somma delle manovre economiche (Berlusconi e soprattutto Monti) del 2011. Le conseguenze della politica dei sacrifici già si sono fatte sentire, ma esse si dispiegheranno appieno solo nel corso del 2012 (basti pensare all'aumento di due punti dell'IVA). Perché dunque il 2013 dovrebbe andar meglio del 2012? La Grecia non insegna proprio il contrario?
Ma c'è di più. Da oltre un decennio l'economia italiana è stagnante - che ci sia una qualche correlazione con il passaggio all'euro? -, il Pil 2011 è ancora inferiore (del 4,23%) rispetto a quello del 2007, mentre la produzione industriale è calata rispetto a quell'anno addirittura del 14%. Ora i consumi sono previsti in calo, e non potrebbe essere altrimenti, gli investimenti privati idem (il credito alle imprese si è ridotto di 20 miliardi solo nel mese di dicembre), di quelli pubblici è meglio non parlare, vista la scelta del rigore finanziario. Resterebbero, in teoria, le esportazioni, ma è ben noto che non potranno mai riaversi rimanendo nell'eurozona. Per quale motivo dovrebbe arrivare la mitica ripresa? Il mistero è fitto, ma il risultato è certo: l'ipotesi di Visco altro non è che mera propaganda.
L'altalena dei tassi (e dello spread)

Passiamo ora al tormentone spread. Qui gli sciamani barano anche di più. Se lo possono permettere proprio grazie al tourbillon dei dati giornalieri. Visco vanta i successi di Monti, evidenziando che oggi lo spread è a 365 punti base, mentre era arrivato a 575 il 9 novembre. Tutto vero, solo che il 9 novembre è stato il giorno della massima pressione dei centri del potere finanziario internazionale (e crediamo soprattutto della Bce) per mandare al tappeto il governo Berlusconi. Già pochi giorni dopo lo spread era disceso ai livelli attuali, salvo poi risalire con un movimento altalenante assai intenso, che da metà gennaio si è indirizzato verso il basso solo per il finanziamento della Bce alle banche. Un finanziamento al tasso dell'1%, concepito anche, se non soprattutto, per spingere le banche a comprare i titoli del debito pubblico.
Questa è la ragione fondamentale del calo dello spread nelle ultime settimane. Niente di strutturale, né di durevole, dunque. Del resto, il differenziale con il Bund tedesco (questo è, come noto, lo spread) era rimasto sotto quota 200 fino all'inizio dell'estate scorsa. Il livello medio attuale (vicino a quota 400) rimane dunque circa il doppio di quello di 8 mesi fa. Difficile venderlo per un gran successo. Visco si spinge a prevedere quota 300 per il 2013. Vedremo, ma la sensazione è che una volta esauritasi la spinta dei finanziamenti della Bce (ve ne sarà un altro a fine mese) i tassi sui titoli del debito italiano torneranno a crescere.  
Il debito e il fiscal compact

Qui arriviamo ad un autentico falso. Secondo Visco, poste le condizioni n° 1 (avanzo primario al 5%), n° 2 (Pil al +1%) e n° 3 (spread a 300), l'obiettivo della riduzione del rapporto debito/Pil previsto dal fiscal compact non richiederebbe ulteriori manovre. Falso, clamorosamente falso.
Ammettiamo pure (senza però concederlo) che le tre condizioni si realizzino e sottoponiamo a verifica i calcoli del governatore. Innanzitutto, un avanzo primario (calcolato, cioè, a monte del costo degli interessi sul debito) del 5% determinerebbe comunque un disavanzo dello 0,4%, dato che gli interessi sul debito sono previsti al 5,4%.
Ammettendo che il Pil salga dell'1%, e partendo da un rapporto base debito/Pil pari al 120% (grosso modo quello attuale), avremmo che l'effetto combinato disavanzo/aumento Pil porterebbe ad un rapporto debito/Pil del 119,2% (120 + 0,4 : 101 = 119,2). Ora si da il caso che il fiscal compact preveda una riduzione di un ventesimo all'anno della quota eccedente il 60% nel rapporto debito/Pil. Dato che 120 meno 60 è uguale a 60, si tratta di recuperare un 3% di Pil all'anno per vent'anni, mentre nella migliore delle ipotesi di Visco il recupero nel 2013 sarebbe solo dello 0,8%. Resta dunque un 2,2%, in apparenza un piccolo numero, che ha però il difetto di ammontare a circa 34 miliardi di euro, un'altra mega stangata che si abbatterà sul popolo lavoratore in nome del Dio Euro e dei suoi sacerdoti di Francoforte.
Ma nessuno si preoccupi. Infatti questo calcolo è puramente ipotetico. In realtà le cose andranno assai peggio. La Grecia dovrebbe pure insegnare qualcosa. La spirale recessione-debito-interessi di sicuro non si arresterà. E l'Europa non darà certo una mano.
I numeri di Visco sono dunque sparati a casaccio, giusto per imbonire il popolo e sponsorizzare Monti. Come ha scritto Giuliano Amato, presupposto il pareggio di bilancio, occorrerebbe una crescita del 2,5% annuo per rispettare le tappe del fiscal compact. Peccato che questo sia un obiettivo che gli stessi fanatici del bocconian-pensiero non osano neppure pronunciare. Eccoli allora intenti ad imbrogliare con le loro arti sciamaniche, fatte soprattutto di numeri a raffica. Numeri falsi, però. Falsi come le promesse del Buffone di cui hanno preso il posto.

lunedì 20 febbraio 2012

Marx, la crisi e l’Europa: due libri per capire di Vladimiro Giacchè

La crisi capitalistica, l’Europa, l’euro, la Sinistra. Due saggi di Riccardo Bellofiore pubblicati da Asterios ci aiutano a far luce, da un punto di vista marxista, su alcuni dei nodi principali del dibattito politico attuale. Un utile antidoto al mix micidiale di austerità e liberismo oggi di moda nel vecchio continente.
di Vladimiro Giacché  
 
 
Tutto quello che avreste voluto sapere sulla concezione marxista della crisi applicata alla crisi odierna e non siete mai riusciti a trovare in un solo libro. Ho immaginato questo sottotitolo per il libretto di Riccardo Bellofiore "La crisi capitalistica, la barbarie che avanza" (Trieste, Asterios, pp. 82, euro 7). Si tratta, molto semplicemente, di un testo indispensabile per chiunque voglia orientarsi tra i modi diversi di impiegare la teoria di Marx per capire la crisi (sto parlando degli utilizzi seri, non delle sciocchezze alla Tremonti).
È lo stesso autore, nelle prime pagine del libro, a offrirci la traccia del suo percorso: 1) una ricognizione delle diverse teorie della crisi riconducibili a Marx, 2) tentativo di integrare i diversi spunti marxiani sulla crisi all’interno di una lettura non meccanicistica della caduta del saggio di profitto, 3) quadro storico delle crisi capitalistiche dalla Grande Depressione di fine Ottocento sino agli anni Sessanta-Settanta, 4) ultimi decenni del Novecento e primo decennio del nuovo secolo.
Si tratta di un itinerario caratterizzato da un estremo rigore terminologico, ma anche da grande chiarezza. Certo, si tratta di pagine che vanno lette (direi assaporate) con attenzione e con calma, ma si è ampiamente ripagati di questo sforzo. Anche perché gli strumenti concettuali che vengono esposti nella prima parte di questo volumetto si aprono poi ad una spiegazione, incalzante e convincente, della parabola economica di questi ultimi decenni: fino alla crisi esplosa nel 2007 e ben lontana dal chiudersi.
Gli anni Sessanta e (primi) Settanta per Bellofiore segnano un’importante cesura: con il tentativo (poi sconfitto) di impedire una risposta alle difficoltà di valorizzazione del capitale in termini di aumento del grado di sfruttamento del lavoro, ossia (in fondo è la stessa cosa) il tentativo di rompere le compatibilità di sistema.
I decenni successivi sono segnati da precarizzazione e finanziarizzazione, “le due armi gemelle” che rappresentano la risposta alla crisi sociale degli anni Sessanta e Settanta e che producono: da una parte, “una ‘centralizzazione senza concentrazione’” – ossia un comando del capitale centralizzato, ma con unità produttive connesse in rete “lungo filiere transnazionali” e in grado di sfruttare l’offerta di lavoro mondiale per rompere la resistenza della classe operaia dei paesi del centro capitalistico; dall’altra, quella “‘sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito’” necessaria per sopperire alla carenza di domanda derivante dai bassi salari”.
Queste due armi “prima, hanno dato vita a una crescita reale drogata, poi hanno determinato il ritorno della instabilità e la fine di quel modello”. Esattamente la situazione attuale: nella quale la crisi appare senza sbocchi e ripropone – come conclude Bellofiore – “le questioni di un diverso modo di lavorare e di un diverso modo di organizzare la riproduzione come condizioni dell’uscita da questo mulinello sempre più infernale”.

Focalizzato maggiormente sugli sviluppi più recenti è un altro libro di Riccardo Bellofiore appena pubblicato: "La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra" (Trieste, Asterios, 2012, pp. 78, euro 7). In questo volume sono raccolti tre saggi sulla crisi redatti tra la fine del 2008 e la seconda metà del 2011 (l’ultimo, scritto con Jan Toporowsky). Letti insieme, questi saggi formano un tutto organico e coerente, ben diversamente dalle tante caduche ricostruzioni della crisi a cui ci hanno abituato plotoni di opinionisti ed economisti mainstream in questi anni. Sarebbe vano voler ripercorrere e sintetizzare tutti i temi presenti in queste pagine. Scelgo qualche spunto, assumendomi il rischio dell’arbitrarietà.
Il primo riguarda neo-liberismo e social-liberismo, dottrine e pratiche politiche che l’autore vede come due facce della stessa medaglia. La loro tagliente disamina è a tratti sorprendente. Il neo-liberismo, osserva Bellofiore, “è stato certo liberista contro il lavoro, contro il welfare, a favore della grande finanza. Non è stato affatto liberista su altri terreni. Ha tutelato i monopoli; ed ha praticato alla grande i disavanzi del bilancio pubblico, quando gli serviva. Ha gestito la ridefinizione dei diritti di proprietà, e la privatizzazione dei beni comuni”.
Il social-liberismo è stata la risposta di sinistra (della sinistra istituzionale) al neo-liberismo. “Il social-liberismo – osserva giustamente Bellofiore – è per certi aspetti una impostazione ben più liberista del neoliberismo. Lo è, per esempio, nella sua mitologia della concorrenza come regolatore dei monopoli, per quel che riguarda per esempio i mercati dei beni e dei servizi. E si è mostrato ben più affezionato agli equilibri del bilancio pubblico”. Anche l’idea, che pure il social-liberismo coltiva, di politiche redistributive, regolarmente svanisce dall’orizzonte “quando si arriva al governo, per l’ossessione di ripristinare gli equilibri nel bilancio pubblico, che sono stati appunto mandati in rosso dai neoliberisti”.
Purtroppo, osserva Bellofiore, “l’egemonia del social-liberismo non è mai stata davvero messa in discussione”: e in effetti questa è una delle lezioni fondamentali che si ricavano dalle sfortunate vicende dei governi Prodi. Ma è questo che Bellofiore ci esorta a fare. Non tralasciando alcune indicazioni concrete sul da farsi qui e ora. “Il primo dovere della sinistra è – puramente e semplicemente – il rigetto senza ambiguità delle politiche di austerità. Avvitano in una spirale: aggravamento della crisi-ulteriore giro di vite fiscale.
Non basta, evidentemente: occorre mobilitarsi sulla richiesta che ci sia da parte delle istituzioni europee, e stato per stato, un sostegno dell’occupazione, un aumento del salario, una difesa del reddito e del welfare, una fiscalità progressiva e sui patrimoni”. Ma per questo, prosegue l’autore, è urgente “la costruzione di un ‘fronte unico’, di un blocco sociale, che si definisca anche per la definizione processuale di un ‘programma minimo’ di classe, che risponda all’esigenza di una diversa prosperità e di una difesa dall’insicurezza pervasiva... Un programma minimo il cui centro dovrebbero essere la socializzazione degli investimenti, la riconduzione delle banche a public utilities, un piano del lavoro che faccia dello Stato un fornitore diretto di occupazione e per questo garante del pieno impiego, il controllo dei capitali”. Ma tutto questo sarà possibile soltanto sulla base di “lotte davvero europee, su scala continentale”.
È fin troppo facile osservare che chiedere questo non è chiedere poco. Ma è altrettanto facile controbattere che neanche questa crisi è una crisi da poco. E che proprio per questo sarebbe vano pensare di poterla curare con i rimedi tradizionali: che sono poi, da un lato, il mix micidiale di austerity e liberazione dei mercati oggi di moda in Europa, e dall’altro il puro e semplice rilancio della domanda aggregata via deficit spending. Decisamente, dobbiamo osare di più.
Riccardo Bellofiore, La crisi capitalistica, la barbarie che avanza, Trieste, Asterios, 2012, pp. 82, euro 7.
e
Riccardo Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra, Trieste, Asterios, 2012, pp. 78, euro 7.

Fassina o Veltroni: chi è il Pd? di Claudio Grassi

La situazione politica presenta alcuni elementi che meritano una riflessione. In attesa della conclusione della trattativa in corso tra Governo, Confindustria e Sindacati sul mercato del lavoro e di un nuovo test amministrativo molto importante stanno avvenendo fatti significativi.
Tutte le forze politiche e gli schieramenti sono in fibrillazione. Certo incombe un percorso che dovrebbe determinare una nuova impalcatura istituzionale e – soprattutto – una nuova legge elettorale (una prima nostra valutazione la trovate in questo articolo di Gianluigi Pegolo), ma non è solo questo. Da un lato l’esistenza stessa di questo governo che gode dell’appoggio di Pdl, Pd e Terzo Polo determina fibrillazioni in tutte le forze politiche. Dall’altro il sistema maggioritario – a venti anni dalla sua introduzione nel nostro Paese – che ha imposto la costruzione di coalizioni elettorali innaturali ha dimostrato il suo fallimento.
Centro destra
Nel centro destra si consolida la rottura tra Lega e Pdl. Ma è scontro forte anche nelle due forze politiche. Nella Lega lo scontro tra Bossi e Maroni non si è per nulla attenuato, come dimostra, da ultimo, il caso del sindaco di Verona, Tosi. Nel Pdl la componente ex An vive con sofferenza l’appoggio al Governo, diffida di un nuovo rapporto col Terzo Polo, al contrario degli ex Fi che – anche in una prospettiva di uscita di scena di Berlusconi – lo auspicano. La vera e propria baraonda che si sta verificando nei congressi provinciali del Pdl – a suon di tessere false e annullamenti – conferma queste tensioni.
Terzo Polo
Il Terzo Polo, al contrario, usa l’indubbio vantaggio che l’attuale Governo gli procura per cercare di “scassare” sia il Pdl sia il Pd. In questo senso vanno le recenti dichiarazioni di Casini per un nuovo soggetto politico che raccolga tutti i moderati e, contemporaneamente, le parole di apprezzamento sulle dichiarazioni di Veltroni.
Il centro sinistra e la sinistra
Ma ciò che a noi interessa approfondire è quanto avviene nel centro sinistra e nella sinistra, poiché ci riguarda direttamente. Siamo in presenza di forti fibrillazioni determinate – anche qui – dal nuovo quadro politico, dall’ incertezza sulle coalizioni che si presenteranno alle prossime elezioni politiche, ma, soprattutto, da come questo Governo affronta la crisi economica e, in particolare, il rapporto con il mondo del lavoro.
Ma mentre Idv e Sel (per non parlare della Fds che fin dalla nascita del Governo Monti si è collocata nettamente all’opposizione) hanno preso le distanze dalla compagine governativa e dalle sue scelte, il Pd, al contrario, si trova in una vera e propria morsa, diviso – praticamente – su tutto.
Veltroni vs. Fassina
In questo contesto si colloca la intervista di Veltroni del 19 febbraio a Repubblica nella quale emergono tre punti assai rilevanti. Il primo è un assist a Governo e Condindustria e uno schiaffo alla CGIL: ” l’articolo 18 non è un tabù”. Il secondo è un attacco a tutto tondo alla FIOM, alle forze a sinistra del Pd, ma anche alla CGIL: ” non dobbiamo più farci condizionare dai santuari del no”. Il terzo non è solo un appoggio al Governo Monti, ma la proposta di assumerlo come progetto futuro: “non lasciamo Monti in mano alla destra”.
In buona sostanza Veltroni enuncia un vero e proprio progetto politico: il Pd deve rompere con la CGIL e la sinistra, stringere una intesa con il Terzo Polo, assumere l’attuale leadership governativa (poco importa in questo disegno se è lo stesso Monti o Passera), come quella che andrà sostenuta alle prossime elezioni politiche.
Di fronte a questa offensiva (da notare che il giorno dopo puntualissimo è arrivato l’editoriale a sostegno del Corriere di Giavazzi e Alesina) nel Pd sono emerse posizioni contrarie a questa proposta.
Già nei giorni precedenti l’intervista, in una iniziativa pubblica a Napoli, Bersani aveva dichiarato che ” rispetto ai problemi in discussione l’art.18 è sicuramente l’ultimo”.
Ma è Fassina, responsabile economico del partito, che sferra l’attacco più pesante alle tesi sostenute dall’ex sindaco di Roma. A suo modo di vedere Veltroni è completamente fuori linea, non solo sull’articolo 18 e il governo Monti, ma viene criticato perché propone ricette contigue a quelle della destra e che hanno dimostrato di essere la causa della presente crisi. Anche Cofferati, con una sua presa di posizione, critica l’intervista di Veltroni.
Tutto questo dimostra che nell’aggravarsi della crisi e di fronte alle scelte del governo che mettono sotto schiaffo CGIL e lavoratori, nel Pd si apre una importante dialettica. Lo avevamo già valutato nel corso del dibattito del nostro congresso. Non a caso nel documento di maggioranza si parla esplicitamente di una contraddizione tra l’elettorato del Pd e le scelte di questo partito, su cui noi dobbiamo agire.
La palla passa a noi
E qui la palla passa a noi. In questo quadro dinamico dobbiamo giocare un ruolo positivo. Esso, a mio parere, deve muoversi su due direttive. Da un lato tenere ferma la nostra opposizione al Governo e ai suoi provvedimenti. Dimostrando che, al di là di una facciata indubbiamente più presentabile, quando andiamo alle scelte concrete esse sono durissime e pesantissime contro il lavoro: nessun Governo aveva fatto una controriforma così pesante sulle pensioni e nemmeno Berlusconi aveva avuto il coraggio di affondare, come ha fatto Monti, sull’articolo 18. Su questa linea dobbiamo unire tutte le forze disponibili per fare lotta e iniziativa. A partire dallo sciopero del 9 marzo della FIOM che – per il momento in cui cade e per i contenuti che propone – si presenta come l’appuntamento più importante delle prossime settimane. Dall’altro lato, in presenza di queste contraddizioni presenti nel Pd e nella CGIL, non dobbiamo rinchiuderci in un angolo, ma sollecitare tutte queste forze a costruire una mobilitazione comune in difesa del lavoro e dei diritti.
La situazione è difficile, i lavoratori non hanno bisogno di proclami, ma di soggetti politici e sindacali in grado di reggere il pesantissimo scontro di classe in corso in modo che siano tutelati i loro diritti e le loro condizioni. Va sconfitta la politica che rincorre la destra e che non riesce a ridare dignità alla sinistra. Ma va sconfitta anche la politica dell’arroccamento, della chiusura e della incapacità di mettersi a disposizione per questo progetto. D’altra parte quanto succede nelle due più importanti città dove si vota tra poche settimane, a Genova e Palermo, dove tutta la sinistra, senza il centro, si unisce nel sostenere due belle figure di sinistra come Doria e Borsellino, dovrebbe indurci a mettere ancora più passione in questo nostro impegno.

Caro Veltroni, l’asse PD-PDL è la fine della democrazia di Stefano Fassina, La Repubblica

Pubblichiamo la risposta di Stefano Fassina, responsabile economico del PD, all'intervista rilasciata da Veltroni l'altro giorno a Repubblica.


Caro Walter, ti scrivo dopo aver letto la tua intervista oggi a Repubblica, senza alcuno spirito polemico, soltanto nel tentativo di evitare valutazioni politiche fact free.
Primo, “La patrimoniale” esiste soltanto nel linguaggio dei media. Al Lingotto non fu proposta una imposta patrimoniale ordinaria universale (su tutte le famiglie) ad aliquota minima e finalizzata a ridurre l’indebitamento netto, come le imposte patrimoniali introdotte dal Governo Monti (circa 12 miliardi di euro all’anno permanenti). Al Lingotto fu proposta, seppur in termini generici, un’imposta patrimoniale straordinaria, ad aliquota elevata, sul famoso 10% più ricco delle famiglie italiane, finalizzata ad abbattere il debito pubblico di decine di punti percentuali di Pil (secondo le voci dei proponenti, circa 300 miliardi di euro one-shot). La corrispondenza tra quanto approvato dal Parlamento a Dicembre scorso e quanto proposto al Lingotto è come tra il giorno e la notte. Perché il Lingotto viene, ancora una volta, presentato come precursore dell’intervento di Monti? L’attuale governo ha scartato l’ipotesi Lingotto e tante altre simili, non perché “troppo di sinistra”, come ripeti spesso, ma perché oggi tecnicamente non fattibile e comunque se fosse fattibile, sarebbe drammaticamente depressiva fino ad annullare gli sperati benefici sul livello del debito pubblico. Non a caso, non esistono esempi nella storia economica di simili interventi. Se proprio vogliamo giocare a riconoscere corrispondenze, dovremmo dire che “la patrimoniale di Monti” è in sintonia con l’emendamento del Pd presentato alla manovra di Ferragosto.
Secondo, le imposte patrimoniali ordinarie universali introdotte dal Governo Monti e da te particolarmente apprezzate consistono sostanzialmente di Ici (ora denominata Imu). Dei circa 12 miliardi di euro all’anno raccolti dalle imposte patrimoniali ordinarie approvate dal Parlamento in Dicembre, oltre 11 derivano dall’Ici, ossia imposte sulla casa, su tutte le case (anche se la detrazione prevista lascia fuori quelle di minor valore, molte meno però di quelle escluse dalla deduzione decisa dal governo prodi nel 2007). Il miliardo residuo è dovuto alle imposte sulle auto di lusso, imbarcazioni di lusso, aereomobili e depositi in conto titoli. Sicuro che un governo progressista non avrebbe potuto fare meglio?
In generale, caro Walter, per valutare il tasso di riformismo del Governo Monti, dovremmo ricordare che il Decreto “Salva Italia”, oltre al brutale ed iniquo intervento sulle pensioni di anzianità, in particolare delle donne, ha introdotto maggiori imposte per circa 40 miliardi all’anno. Oltre all’Ici, si tratta di imposte sui consumi (Iva e accise), Tarsu ed addizionali regionali all’IRPEF, le quali, come noto, sono proporzionali, non progressive, sulle relative basi imponibili, quindi colpiscono in misura più consistente i redditi più bassi e medi. A Varese, all’assemblea nazionale di ottobre 2010, all’unanimità abbiamo votato le proposte della segreteria del Pd che, in quanto progressive (e progressiste), vanno in direzione opposta.
A proposito, di riforma della politica, caro Walter, obiettivo che da sempre ti sta a cuore come a tanti di noi, la prima regola per un dirigente nazionale sarebbe quella di affermare la posizione del partito di cui è parte. La posizione del Pd sul mercato del lavoro e sull’art.18 è diversa dalla tua, ovviamente legittima, ma minoritaria nel partito e più vicina, invece, alla linea del “pensiero unico” e alle proposte del centrodestra (è una constatazione, un fatto, non un’inaccettabile accusa di intelligenza con il nemico). In un partito serio, in un passaggio di fase così delicato, prima di dire la propria posizione, si dovrebbe ricordare la posizione del partito, sopratutto quando essa è stata votata dagli organismi dirigenti e confermata più volte, da ultimo nel Forum Lavoro del 12 gennaio scorso.
Infine, permettimi di notare una singolare conseguenza della tua valutazione del Governo Monti. Senza nulla togliere alla funzione positiva finora svolta dal Governo Monti, gli esempi da te ricordati soltanto in Italia sono considerati “riformisti”. In qualunque altro Paese civile, la lotta all’evasione, la ricostruzione di un decente servizio pubblico radiotelevisivo, l’applicazione senza distorsioni dell’Imu sugli immobili ad uso commerciale delle chiese, sono denominatore comune dell’arco costituzionale. Se il programma del Governo Monti è l’orizzonte di una forza progressista come il Pd, allora delle due l’una: o il PdL, che insieme a noi sostiene il governo Monti, è diventato un partito progressista, oppure la tua valutazione è sbagliata. Se fosse giusta, dovremmo essere conseguenti. Alle prossime elezioni il Pd dovrebbe presentarsi insieme al PdL, oltre che al Terzo Polo: una sorta di partito unico del pensiero unico. La fine della politica, non solo della democrazia dell’alternanza.