domenica 29 luglio 2012

IL VERTICE (QUELLO VERO) CHE DECIDE di Moreno Pasquinelli, http://sollevazione.blogspot.com

«Meglio una fine terrorizzante o un terrore senza fine?»

Come spesso accade, le notizie importanti, sono quelle che vengono fatte passare in sordina. La bisca dove la finanza globale gioca a risiko coi capitali mondiali rischia —non solo a causa dell'agonia dell'euro ma dello stato comatoso del sistema USA— di saltare per aria
Ecco dunque che al capezzale accorrono d'urgenza i sommi sacerdoti, creduti capaci, coi loro riti apotropaici, di scacciare i demoni della disgrazia e della morte. 
La notizia è questa: lunedì prossimo, 30 luglio, ci sarà un imprevisto summuit tra il governatore della bce Mario Draghi, il Presidente della BundesBank Jens Weidmann, il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ed infine il Segretario al Tesoro americano Timothy Geithner.
Non poteva esserci conferma più evidente che nelle stanze dei bottoni del capitalismo occidentale serpeggia il panico, anzi la paura non solo che l'eurozona imploda, ma che questo schianto, mentre l'Occidente imperialista è sull'orlo dell'abisso, gli dia la spinta finale.
Settimana decisiva davvero, quella che si apre lunedì. Visto che lo stesso giorno ci sarà una decisiva asta dei BOt e giovedì 2 agosto si riunirà il Consiglio direttivo della Bce. E qui si spiega il vertice vero, quello in questione con Geithner.


Le affermazioni roboanti di Draghi l'altro ieri hanno reso euforiche le borse: "finalmente anche la Bce, come la Fed e la banca centrale britannica, donerà anch'essa sangue fresco ai vampiri della finanza speculativa". Tanto pagherà Pantalone: ovvero le masse popolari, i lavoratori salariati. I Mario Monti li hanno messi lì apposta.

L'euforia dei mercati finanziari, dicevamo ieri, ha il fiato corto. Alcuni, anche tra quelli che ci seguono, ritengono invece che la ierocrazia politico-finanziaria, alla fine, non solo ci metterà una toppa, non solo guadagnerà altro tempo. Ritengono che alla fine l'euro sarà salvo e che con esso avanzerà, con gli Stivali delle sette leghe, il disegno agghiacciante della dittatura dispiegata della finanza, il che implica il passaggio ad un super-Stato europeo.

Noi dubitiamo che questo disegno si realizzerà, anzitutto per le contraddizioni interne al disomogeneo blocco imperialistico e, in seconda battuta, perché i popoli opporranno una resistenza distruttiva (in forme inedite e non prevedibili) ad un piano che prevede un vero e proprio genocidio sociale. Ma niente. Il lato oscuro e pessimista della ragione prevale. Al fondo a noi pare ci sia sempre un pizzico della sindrome della Grande e imbattibile Cospirazione.


Il fatto è che questo pessimismo si alimenta anche grazie ai ballon d'assai o, se preferite, alle fanfaluche dei media di regime.

Non sono passate 48 ore che già si offre una nuova lettura del discorso di Draghi. 

"Non è affatto vero che la Bce comprerà titoli di Stato direttamente agli Stati". "Non è detto che ne comprerà dosi massicce sui mercati secondari" (figuriamoci in asta!). "E' incerto che la Bce avvii una terza LTRO". Insomma, non è più certo nulla. Non siamo soli a considerare le parole di Draghi un mero annuncio.


Infatti la Buba, la Banca centrale tedesca, per bocca dello stesso 
Jens Weidmann, già ieri ribadiva il suo rotondo e secco NO agli acquisti di titoli di Stato sovrani. Di Quantitative easing nemmeno se ne parla, tantomeno di dare la licenza bancaria al fondo salva-stati, l'ESM/MES.

Turbinio di dichiarazioni e controdichiarazioni. La Merkel emetteva una nota congiunta con Hollande, che i media hanno spacciato come il semaforo verde ad una politica delle maniche larghe da parte della Bce. La BundesBank isolata? Uno scontro frontale in seno all'armata tedesca?

Sì', i media così hanno presentato la cosa. E quindi hanno dato un risalto enorme ad una frase che avrebbe pronunciato
 il ministro delle Finanze di Berlino, Schäuble, che avrebbe dichiarato di «guardare con favore alla disponibilità della Bce a intervenire nel quadro del mandato della banca centrale». "Schäuble zittisce Weidemann", battono alcune agenzie di oggi 28 luglio. Parole che sono state sufficienti ad arruolare surrettiziamente Schauble dallo schieramento dei falchi a quello delle colombe.
Vero? falso? Falso!


«Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha smentito ogni progetto di acquisto di bond da parte dell'Efsf nel quadro di un piano di aiuti europeo alla Spagna. Lo ha detto in un'intervista che sarà pubblicata domani dalla Welt am Sonntag. Schäuble ha definito «totalmente infondate» le indiscrezioni apparse sulla stampa francese e spagnola circa una richiesta di nuovo aiuto da parte di Madrid, che si tradurrebbe anche nell'acquisto di bonos da parte del fondo europeo Efsf al fine di frenare il differenziale tra i titoli spagnoli e il Bund tedesco». [Il sole 24 Ore del 27 luglio 2012]
Insomma: panico e caos regnano sovrani nei piani alti del potere politico-finanziario. sapranno trovare un compromesso? Probabile. Ma panico e caos sono cattivi consiglieri. Troveranno un compromesso pessimo e i mercati non attenderanno molto per segnalarlo.

«Pensiero unico e la gente non reagisce». Intervista a Luciano Gallino

«Sono riusciti a far credere a milioni di persone che la situazione è talmente grave che bisogna stare zitti. Il capolavoro è stato convincere che il primo problema sia la spesa pubblica e non, ad esempio, l’immenso drenaggio di risorse pubbliche andate alle banche». Luciano Gallino, saggista, sociologo del lavoro e studioso dell’economia italiana, non vuole cantare nel coro di quello che chiama «il pensiero neo liberale» egemone in Italia e in Europa.
 
E’ uno dei motivi della mancanza di una reazione di massa ai tagli alla spesa e alla mancanza di lavoro?
«In Italia in otto giorni hanno fatto una riforma delle pensioni che i dati Inps non giustificavano. Hanno dato il via libera a un patto fiscale con Bruxelles giudicato indispensabile ma senza un minimo di analisi sui rischi. Hanno riformato il mercato del lavoro con provvedimenti pasticciati. La visione neo liberale è che non ci sono alternative a tagli e riduzione del settore pubblico».

La gente non protesta…
«Quando queste scelte sono approvate dalla quasi totalità del Parlamento significa dire al Paese che non ci sono altre strade. Per questo diventa quasi impossibile trovare soluzioni nell’opinione della gente. Che si arrabbia ma non incide. Quando un partito che dovrebbe essere di centro sinistra come il Pd fa passare tutto questo, rende chiara la difficoltà a costruire contrasti e reazioni, I movimenti, pur nella loro autonomia, se non trovano delle sponde fanno poca strada».

Ci sono responsabilità della sinistra?
«Il Pd ha fatto proprie le ricette neo liberali. La sinistra si divide e non incide. Il risultato è una gigantesca egemonia del pensiero neo liberale e delle loro ricette sbagliate come non si era mai vista. Un pensiero unico dominante che riesce a convincere i cittadini che non ci sono alternative.».

Alcune riforme sembravano però necessarie.
«Quella del lavoro è poca cosa, un pasticcio, e non ha minimamente intaccato la questione vera della precarietà. Pensiamo al patto fiscale: non si è ben capito che rappresenterà un enorme onere per un ventennio con quel rientro mostruoso di debito pubblico che il nostro e altri Paesi non possono reggere in alcun modo. Con l’urgenza, lo stato di necessità, lo spread e altro si approva tutto».

Da decenni in Italia si vogliono diminuire i confini dello Stato.
«Nessuno ha però analizzato come è stato fatto negli Usa e in Gran Bretagna che la diminuzione di occupati nel pubblico provoca e causa la diminuzione dell’occupazione del settore privato. Lungi dall’essere condizione favorevole è invece il contrario. Intanto aumenta la disoccupazione, cresce il precariato con leggi sbagliate che hanno prodotto il peggio del peggio. E a Mirafiori, ad esempio, si rischia un blocco sino alla fine del 2013».

Le ricette da adottare?
«Lo Stato deve continuare a investire e intervenire. A partire dall’istruzione e dalla formzione come sta facendo Hollande. E, a somiglianza dell’amministrazione Obama, con un piano di piccoli lavori pubblici per garantire l’occupazione. Questa egemonia neo liberale sta uccidendo il Paese».

di Vindice Lecis ( Il Tirreno)
soggettopoliticonuovo.it

Come salvarci dal pensiero unico di Carlo Freccero, Il Fatto Quotidiano

L’interesse dell’appello “Furto di informazione” pubblicato sul manifesto non sta tanto, come dice il Corriere della Sera di ieri , nell’ennesima contrapposizione tra neokeynesiani e neoliberisti, quanto nell’aver affrontato per la prima volta il problema a priori, fuori dal puro contesto economico. L’appello è firmato da economisti ma pone piuttosto un problema filosofico. Tra qualche anno il neoliberismo di oggi rischia di venir letto dagli storici come il paradosso di un’epoca che impiega tutte le sue risorse a distruggere il benessere economico guadagnato nel tempo. Da piccolo avevo un libro di favole intitolato “Il tulipano screziato”. La storia raccontava la bolla speculativa del mercato dei tulipani nell’Olanda del ‘600.
Un unico bulbo di tulipano poteva avere un immenso valore. La storia ha fatto giustizia dei tulipani e la farà delle nostre attuali convinzioni. Il marxismo (come teme Giuliano Ferrara) non c’entra niente. C’entra il pensiero critico e la capacità di prendere distanza dalle cose.

Il salasso per tutti
Qualche anno fa il neoliberismo veniva chiamato “pensiero unico”, definizione che evocava la possibilità di altri pensieri possibili. Oggi il neoliberismo si chiama semplicemente “economia” e non importa se esistono teorici come Paul Krugman o Joseph Stiglitz che vedono le cose da un altro punto di vista. Stiamo vivendo una crisi. Dobbiamo inchinarci alle leggi economiche e accettare i sacrifici che ci vengono imposti come dolorosi ma necessari. Il neoliberismo non è più una tesi economica discutibile e relativamente recente, ma un dato di natura. La crisi del 1929 è stata affrontata con politiche keynesiane ed è stata superata. La crisi attuale viene curata con politiche neoliberiste e non fa che peggiorare. È come se a un paziente disidratato venissero praticati salassi anziché fleboclisi: morirà. Ma per secoli il salasso è stata l’unica pratica medica accreditata per curare ogni tipo di malattia con esiti disastrosi. Oggi noi applichiamo alla crisi un’unica forma di terapia: tagli e sacrifici, convinti come i medici di un tempo, di non avere altre alternative a disposizione.

Anticasta, l’unica critica lecita
Si dirà: questi sono temi da affrontare tecnicamente in campo economico. Non a caso il nostro è un governo di “tecnici”. Viviamo in uno stato di eccezione in cui le necessità economiche prevalgono sulle istanze politiche. L’uomo comune può solo affidarsi a chi è più competente di lui come si affiderebbe a un medico in caso di malattia. La sua critica deve essere circoscritta agli abusi e agli sprechi che impediscono al mercato di funzionare e produrre ricchezza e benessere per tutti. Ma questo è già pensiero unico, rinuncia a ogni alternativa possibile. Guardiamo la situazione italiana degli ultimi decenni. Avevamo un governo sedicente liberista in cui il liberismo era mitigato e spesso stravolto dal populismo. Un’opposizione che si dichiarava più liberista del governo ed evocava maggior rigore. Abbiamo oggi un governo tecnico sostenuto da entrambi gli schieramenti. E l’unica alternativa è costituita da una reazione contro la politica, che viene accusata (a ragione) di sperperi, nepotismo, privilegi. Mentre per il governo la causa della crisi è il debito pubblico e l’azione dissennata dei governi precedenti, per i gruppi anticasta, la causa della crisi sta nella corruzione della politica che impedisce al mercato di funzionare. Formalmente contrapposte le due tesi aderiscono nella sostanza a un'unica tesi: questo è l’unico mondo possibile, possiamo migliorarlo ma non cambiarlo. Gli italiani sembrano in preda a una forma di depressione che li porta a non reagire, mentre il loro mondo affonda e il benessere costruito dal dopoguerra viene sacrificato sull’altare della necessità economica. Cos’è che ha cambiato le nostre capacità di reazione, ha annullato il nostro spirito critico? La censura, la mancanza di informazione, i tagli alla scuola e alla ricerca. Ci è stata instillata in questi anni la convinzione che la cultura non conta nulla, che il pensiero è inutile, che l’unico valore è il benessere economico. E la morte del pensiero critico non ha prodotto benessere, ma disastro e miseria. Per questo l’appello pubblicato dal manifesto sul “furto di informazione” riguarda, prima ancora delle politiche economiche il tema dell’informazione. Una politica economica non è “naturale ”, presuppone una scelta tra più alternative. E la scelta politica presuppone informazione. Per questo mi sono battuto per la sopravvivenza del servizio pubblico. Una pluralità di emittenti private non garantisce pluralismo informativo. La stessa cosa vale per le testate giornalistiche. Fino a oggi l’editoria ha richiesto ingenti capitali. E i magnati dell’editoria che possono sostenere certi costi, difficilmente saranno dalla parte dei ceti meno abbienti.

Il presente come sola possibilità
Ai tempi de “Il Capitale” di Karl Marx il proletariato aveva valore per il suo lavoro. Ai tempi de “La società dello spettacolo” di Guy Debord per la sua capacità di consumo. Oggi non ci resta che il voto, per questo l’economia globalizzata limita l’autonomia degli Stati. E per questo la politica vuole controllare l’informazione. Dobbiamo ricreare una libertà di informazione, studiare nuovi canali e possibili veicoli di informazione perché si rompa l’incantesimo che ci porta a considerare il presente come l’unica possibilità. Siamo realisti, chiediamo l’impossibile .

DISINFORMAZIONE ! di Alberto Burgio

di Alberto Burgio

Immaginiamo che al tempo della disputa tra geocentrici ed eliocentrici esistesse già un sistema dell'informazione simile all'attuale (televisioni, quotidiani e rotocalchi). E supponiamo che dalla vittoria degli uni o degli altri dipendessero le condizioni di vita della gente che da quelle televisioni e da quei giornali veniva informata. Come giudicheremmo, in questa ipotesi, una informazione che avesse sistematicamente nascosto la disputa e, per esempio, rappresentato la realtà sempre e soltanto sulla base della teoria geocentrica? Di questo, a mio modo di vedere, si tratta nella lettera sul "Furto d'informazione" che abbiamo inviato a molte agenzie di stampa e ad alcuni giornali nei giorni scorsi e che il manifesto (soltanto il manifesto) ha pubblicato integralmente in prima pagina. Il tema della nostra denuncia è l'«ordine del discorso pubblico» sulla crisi. Un tema concretissimo e materiale, produttivo di fatti altrettanto concreti, che recano nomi illustri: senso comune, ideologia, consenso.
Naturalmente la crisi è fatta di dinamiche economico-finanziarie, alla base delle quali operano, sul piano nazionale e «globale», determinati assetti di potere e una determinata struttura dei processi di produzione e circolazione. Su questo terreno si sono verificate, a partire dal 2007, le vicende che hanno innescato la tempesta finanziaria. Ma la questione che subito si pone - basta un attimo per comprenderlo - è che qualunque cosa si dica a questo riguardo è frutto di interpretazioni. Soltanto persone faziose, intolleranti come Giuliano Ferrara possono pretendere che un'opinione (la loro) sia «oggettiva» e inoppugnabile. Chiunque altro converrà che ogni narrazione implica assunzioni teoriche, ipotesi e, appunto, interpretazioni.
Nel caso della crisi, semplificando al massimo, si fronteggiano due schemi interpretativi. Il primo, mainstream e prevalente sul piano politico, riconduce la crisi a due cause: la crisi fiscale (dovuta a un eccesso di spesa pubblica - i cosiddetti sprechi - in materia di welfare e di pubblico impiego) e la sproporzione tra retribuzioni e produttività del lavoro. Da qui fa discendere, a catena, la crisi dei debiti sovrani, i severi verdetti delle agenzie di rating e le decisioni dei mercati finanziari. Dopodiché la terapia è scontata: essa impone una «rigorosa» politica di tagli (santificata nel fiscal compact), licenziamenti e blocco delle assunzioni, deflazione salariale, privatizzazioni e alienazione del patrimonio pubblico, riduzione delle tutele e dei diritti del lavoro dipendente. L'idea-base di questa visione (coerente col discorso sulle «compatibilità» che da venticinque anni fa proseliti anche a sinistra) è che da mezzo secolo viviamo (più precisamente: la massa dei lavoratori dipendenti vive) «al di sopra delle nostre possibilità». La speranza che la informa è che il «risanamento» della finanza pubblica «rassicuri» i mercati e plachi la fame degli speculatori. O meglio: che questi scelgano altri obiettivi, posto che speculare è la loro ragion d'essere.
L'altra interpretazione della crisi, familiare ai lettori di questo giornale, rovescia la prospettiva. Sostiene che la crisi sia figlia dell'assenza di regole al movimento del capitale industriale (delocalizzazioni) e finanziario (speculazione), della povertà dei corpi sociali (provocata proprio dalle «terapie» propugnate dalla prima ipotesi) e della socializzazione delle perdite dei privati (a cominciare dalle banche, alle quali gli Stati hanno regalato migliaia di miliardi di euro, 4600 nella sola eurozona). Afferma che, lungi dall'essere giudici imparziali, le agenzie di rating lavorano per la privatizzazione delle democrazie (in quanto i governi obbediscono alle loro decisioni), oltre a spianare la strada alla speculazione. Ritiene che le politiche adottate dai governi servano soltanto a drenare enormi ricchezze verso le oligarchie finanziarie.
E suggerisce misure di tutt'altro segno: regolazione dei mercati (non c'è bisogno di essere in tutto d'accordo con Lenin per avere una buona opinione degli accordi di Bretton Woods); una riforma della Bce che ne faccia una vera banca centrale (come la Fed e la Bank of England, che dal 2008 acquistano massicciamente i rispettivi titoli di Stato); incremento dell'occupazione (a cominciare dal settore ambientale, dal welfare e dalla formazione) e riduzione dell'orario di lavoro per accrescere la domanda aggregata; equità fiscale (anche per mezzo di prelievi strutturali su patrimoni e rendite); drastica riduzione della spesa militare. Sottesa a questa prospettiva è la tesi enunciata di recente da Amartya Sen, secondo il quale questa crisi non è il sintomo del fallimento degli Stati, bensì l'effetto del fallimento del mercato, che gli Stati hanno provveduto a salvare. Quanto alle proposte (da tempo avanzate da autorevoli studiosi, tra cui Luciano Gallino, Giorgio Lunghini e Guido Rossi), esse dimostrano come la stucchevole litania che ne lamenta l'assenza rientri nella sistematica disinformazione che abbiamo denunciato. Ora, poniamo che questa pedestre sintesi sia accettabile: che cosa ne discende riguardo alle questioni poste dalla nostra lettera? Una conseguenza molto semplice che, come ha osservato Carlo Freccero, chiama in causa direttamente i compiti dell'informazione e, indirettamente, la qualità della nostra democrazia e le relazioni pericolose tra potere economico e potere politico al tempo della «neoliberismo globalizzato». Se è vero che esistono due letture della crisi, di entrambe queste letture la stampa ha il dovere di tenere conto. Questo dovere incombe in primo luogo sul servizio pubblico (in Italia, la Rai) e sulle maggiori testate indipendenti, sempre che esse intendano assolvere una funzione nazionale e non operare come partiti politici. Tenere conto della presenza di due posizioni contrapposte significa, in questo caso, non presentare quelle dei governi europei e delle istituzioni comunitarie come risposte obbligate, bensì, se non altro, spiegare che si tratta di scelte coerenti con una di queste posizioni, e da essa imposte. Quando un governo decide di tagliare ancora le pensioni, di cancellare l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, di «rivedere la spesa» riducendo posti di lavoro e servizi, di aumentare la pressione fiscale sul lavoro dipendente e di alienare il patrimonio pubblico, la stampa libera di un paese democratico ha il preciso dovere di spiegare al pubblico dei non addetti ai lavori che ciò non avviene perché «c'è la crisi», ma perché questo governo considera indiscutibile la sovranità dei mercati e ritiene giusto subordinarle ogni altro interesse. Dopodiché tutto il dibattito su chi è tecnico e chi politico andrebbe, come merita, dritto in archivio. Ognuno vede che - fatte pochissime eccezioni - l'informazione non assolve questo dovere, che probabilmente nemmeno riconosce. La nostra lettera ha denunciato tale stato di cose, sottolineandone la rilevanza sul terreno democratico. E proprio perché siamo convinti del nesso che lega informazione e democrazia, abbiamo chiamato in causa anche le massime autorità dello Stato, che a nostro giudizio rischiano di venir meno all'obbligo di imparzialità nella misura in cui offrono il proprio incondizionato sostegno alle scelte politiche del governo, sposandone, per ciò stesso, le legittime ma discutibili opzioni teoriche. Siamo ingenui? Ignoriamo che tutto ciò non avviene per caso? È probabile che ogni denuncia sconti un po' d'ingenuità, ma saremmo imperdonabili qualora ritenessimo che un appello all'onestà intellettuale possa risolvere ogni problema. Vi è tuttavia un eccesso di realismo in chi ritiene inevitabile che la stampa («l'avversario») sia reticente o faziosa. Non è scritto che il servizio pubblico debba condurre battaglie di parte, e comunque non è accettabile e va denunciato. Altrimenti perché indignarsi per le censure e la disinformazione che spesso, a ragione, gli imputiamo? E perché cercare di impedirle? Quanto alla stampa indipendente, anch'essa ha qualche problema di legittimazione, e non potrebbe rivendicare apertamente il diritto di nascondere ai propri lettori una parte significativa della verità. Tra l'ingenuità e un iperrealismo che rischia di regalare alibi alla disinformazione, preferiamo credere che il confronto delle idee comporti una sfida impegnativa per tutti. Non per caso il silenzio (quello di chi semplicemente preferisce ignorare tutta questa discussione) resta la via più comoda, anche se di certo non la più nobile.

il manifesto 29 luglio 2012

Imu? Arriva la botta della seconda rata. I Comuni hanno scelto aliquote più alte


Arriva l'allarme per la seconda rata dell’Imu e per i Comuni, che hanno scelto l’aliquota più alta per gli emolumenti che dovranno percepire dai loro cittadini. Proprio per questi infatti l’esborso si fa più pesante. Un esempio rende più chiara la situazione:a Perugia dove per la seconda rata si applicherà un’aliquota del 10,6 per mille, l’aggravio rispetto alla prima rata sarà del 79%.
A Roma, facendo riferimento a una rendita catastale di 787,60 euro, se la prima rata è stata di 503 euro, la seconda sarà di 900: si arriva così a un totale di ben 1.403 euro.
Una cifra consistente se teniamo presente che una rata di Ici per una casa simile si aggirava intorno ai 190 euro.
A Napoli? Qui si parte da una rendita catastale di 800,51 euro e da una prima rata di 511 euro per arrivare  a settembre con 915 euro: un totale di 1.426. E prima a Napoli una rata di Ici per un’abitazione simile valeva 294 euro.
Esistono poi anche città in cui la seconda rata costerà di meno: Milano, Trieste e Torino: qui l’aliquota scelta dal Comune è inferiore a quella base del 7,6 per mille: per le prime due si colloca al 6,5 per mille, per l’ultima a 5,75. Così, a Milano se per la prima rata per un immobile, sempre in affitto calmierato, con rendita catastale di 877,98 euro si è pagato 560 euro, per la seconda bisognerà sborsarne 399 (184 euro era la rata Ici), per un totale di 959 euro. A Torino, su una rendita catastale di 787,60 euro, si passa da un acconto Imu di 503 a un saldo 258 euro (era 41 la rata dell’Ici). Vanno segnalate anche le città che manterranno invariata l’aliquota base del 7,6 per mille, come Ancona, Aosta, Bologna, Firenze, Genova e Venezia.

Università: 600 milioni di nuove tasse

di Paolo Borrello 

Sarebbero almeno 600 milioni di euro le nuove tasse che gli studenti universitari dovrebbero pagare in seguito al decreto del governo Monti sulla “spending review”. Lo sostiene Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’UdU, Unione degli Universitari.
Infatti, attualmente, gli atenei fuorilegge che chiedono una tassazione eccessiva sono 35: in questi casi la tassazione supera i limiti fissati dalla legge per evitare tassazione troppo alte che vadano a negare il diritto allo studio universitario.
Con il decreto del governo Monti gli atenei fuorilegge passerebbero da 35 a 8.

Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’UdU ha dichiarato: “Elaborando i dati del ministero dell’Università si vede perfettamente la volontà perversa che si nasconde dietro a questo provvedimento: scaricare almeno 600 milioni di euro sulle spalle degli studenti e cancellare ogni limite alle tasse degli studenti fuoricorso o extracomunitari: l’omicidio dell’università pubblica”.

Orezzi ha poi aggiunto:

    “Nei giorni scorsi il ministro Profumo ha dichiarato che i fuori corso in Italia sono un problema.

    Dal governo dei tecnici non abbiamo bisogno di etichette ma di risposte ai problemi: per quale motivo non si prova a capire perchè ci sono i fuori corso?

    Perchè usarli come ‘arma’ per giustificare una liberalizzazione mascherata delle tasse universitarie?

    Perchè non dire la verità: quasi un 50% degli studenti italiani lavora per mantenersi gli studi, in quanto l’Italia e’ l’ultimo Paese europeo per investimenti in diritto allo studio.

    Quello è il vero problema, non e’ assolutamente un fenomeno culturale. Invece si fa finta di non vedere il problema e intanto,con questo provvedimento, si attenta alla natura pubblica dell’università italiana”.

Con il decreto sulla “spending review”, le università ancora oltre il limite della tassazione con il nuovo calcolo resterebbero 8: Bergamo, Insubria, Statale e Bicocca di Milano, Modena e Reggio Emilia, Parthenope di Napoli, Ca’ Foscari di Venezia e Urbino.
Orezzi ha inoltre rilevato come “l’aumento ipotizzato riguarda tutti gli studenti, ma in realtà per i fuoricorso e gli extracomunitari non ci sarà più alcun limite.
E’ nei fatti un liberalizzazione delle tasse studentesche mascherato, con fuoricorso e extracomunitari l’aumento potrà essere anche oltre il miliardo di euro”.
L’aumento medio a livello nazionale sarebbe di 650 euro, pari al 71%, con punte di oltre 1.400 euro per Sassari e l’Università della Basilicata e 1.300 euro per Cagliari. A La Sapienza e Siena aumenti possibili di oltre 1.100 euro, a Palermo 1.100 euro, a Messina e Foggia oltre 950 euro, a Perugia oltre 900, a Macerata e Firenze oltre 700 euro, a Pisa circa 680 mentre a Bari aumenti di più di 600 euro per l’università e più di 700 euro per il Politecnico.

Orezzi ha infine affermato:

    “Il governo sta uccidendo l’università pubblica.

    Scaricare oggi 600 milioni di euro sulle spalle degli studenti universitari e delle loro famiglie è un atto di una gravità senza precedenti.

    La Costituzione e il diritto allo studio universitario non possono essere cancellati con poche righe inserite a tradimento in una legge.

    Il governo deve immediatamente cancellare questa previsione senza se e senza ma.

    Siamo pronti a manifestare in tutte le piazze d’Italia.

    Chiediamo l’immediato intervento del Presidente della Repubblica e siamo pronti a ricorrere anche alla Corte Costituzionale: non accetteremo in alcun modo questo scempio”.

Gli aumenti delle tasse universitarie che si verificherebbero in seguito al decreto sulla “spending review” sono effettivamente eccessivi. Già da alcuni anni si sta assistendo ad una riduzione del numero complessivo degli iscritti nelle università italiane, a causa della crisi economica che colpisce il nostro Paese. Se quegli aumenti, così consistenti, fossero realmente attuati, inevitabilmente, diminuirebbe ancora di più il numero degli iscritti. Spesso si sostiene che per il futuro dell’Italia sarebbe necessaria una maggiore attenzione nei confronti dell’istruzione, anche di quella universitaria. Si consideri fra l’altro che la percentuale dei giovani che nel nostro Paese riesce a laurearsi è troppo bassa e decisamente inferiore rispetto alle percentuali che si verificano in molti altri Paesi. Un provvedimento quale quello esaminato dall’UdU dimostrerebbe invece che questo governo non intende affatto favorire l’istruzione universitaria, anzi essa verrebbe fortemente penalizzata.

agoravox.it

Ci rimettono sempre: intervista a Maurizio Landini

Intervista a Maurizio Landini: “L’Ilva resti aperta ma si investa per non inquinare.”. Il sindacato ammette un ritardo
Maurizio Landini è appena uscito dall’incontro con il nuovo presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, mentre in mattinata aveva partecipato a un’animatissima assemblea dei dipendenti. Propone quello che chiedono gli operai: ovvero che finalmente l’impresa e la politica bonifichino la città e creino produzioni sostenibili, senza perdere posti di lavoro. Nel contempo, però, il leader della Fiom ammette che i lavoratori stanno facendo un «salto culturale», e che prima erano in ritardo sul tema ambientale. Ancora, Landini commenta lo scontro tra l’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne e la Volkswagen, propendendo con evidenza a favore delle ragioni della casa tedesca.


Gli operai difendono il loro posto, ma la questione ambientale a Taranto è urgente. Come conciliate i due temi?
Che gli operai difendano il proprio posto mi pare legittimo. La cosa importante è che non si è ceduto a chi credeva alla contrapposizione lavoratori-magistratura. Al contrario si chiede a tutti i soggetti coinvolti, a partire dall’Ilva, di difendere il lavoro ma insieme anche la sicurezza e la salute, dei dipendenti e della città. Il problema riguarda tutta l’area di Taranto, altre imprese importanti. Va anche detto che l’Ilva non è più la fabbrica di 20 anni fa: negli ultimi anni ha investito 1 miliardo contro l’inquinamento.


Ma vi sembra credibile ottenere una Ilva «pulita»? Vedendo oggi Taranto si perderebbe ogni speranza.
Tutto il territorio è inquinato da oltre 50 anni, a causa dell’Ilva ma non solo: ci sono altri grossi impianti, e non a caso l’accordo siglato al ministero non si riferisce all’Ilva ma a tutta l’area di Taranto.


Ma perché non abbiamo visto negli ultimi anni gli operai in piazza per l’ambiente, e riusciamo a vederli mobilitati soltanto oggi? Hanno dovuto aspettare la magistratura e gli ambientalisti?
Credo ci siano ragioni e responsabilità precise, non solo dei lavoratori: i passati governi, la Regione prima di Vendola, la stessa Ilva. È passata l’idea che pur di lavorare va bene tutto. Il sindacato ha fatto alcune iniziative, ma non faccio fatica ad ammettere che per il mondo del lavoro siamo a un passaggio culturale, e che qualche ritardo su questo fronte prima c’è stato. Cosa, perché si produce e con quale sostenibilità, è un tema che va rivolto a tutti i soggetti, in primis all’impresa e alla sua responsabilità sociale.


Adesso cosa vi aspettate?
Abbiamo appena incontrato il nuovo presidente Ferrante e abbiamo accolto con favore il suo impegno di continuare a produrre, collaborando con istituzioni, governo e sindacato. Il 3 agosto c’è il riesame e vedremo, ma il punto piuttosto è aprire un percorso vero di investimenti pubblici e privati. D’altronde non puoi fermare le produzioni in un’acciaieria come quella, per precisi vincoli tecnologici. Se la chiudi non la riapri più.


Si potrebbe pensare però di chiudere solo il ciclo a caldo, più inquinante.
Non puoi distinguere tra ciclo freddo e caldo, devi tenerli insieme, non puoi dividerli. Sono un vero ciclo integrato.


E sullo scontro Marchionne-Volkswagen la Fiom cosa dice?
Dico che è innanzitutto un elemento di novità il fatto che Marchionne invece di insultare la Fiom, insulta altri. Vedo la difficoltà per la Fiat di vendere in Europa: non ha mai investito e innovato i suoi prodotti, è preoccupante. In Italia chiederei piuttosto una politica industriale dell’auto e la mobilità, in modo da far entrare investitori stranieri nel nostro territorio. Interi pezzi dell’industria spariscono, la Fiat non investe. Dopo due anni e mezzo, chi ha firmato accordi con Fiat dovrebbe riflettere.


Ma perché il modello Volkswagen vince e quello Fiat crolla in Europa?
In una concessionaria Vw trovi auto da 10 mila euro a 150 mila, in tutte le gamme. Mentre alla Fiat non è così. C’è poi un grande vantaggio competitivo e tecnologico, marchi diversi, l’acquisto di nuove piattaforme. Vw è anche il primo costruttore di auto andato in Cina. Ma soprattutto non ha licenziato quando aveva difficoltà: ha preferito ridurre gli orari e investire. L’Audi, tedesca, ha da poco comprato Lamborghini e Ducati Motor: in entrambi gli stabilimenti noi della Fiom abbiamo ottimi rapporti con i capi, ma soprattutto l’80% alle elezioni. Nonostante la Fiom vanno bene, fanno utili e investono. Audi ha comprato prima che modificassero l’articolo 18.


Antonio Sciotto - il manifesto

Pomigliano a Taranto, delitto d'estate di Stefano Galieni



A Taranto si è in fondo in questi giorni confermata la nemesi delle nefandezze connesse al modello di sviluppo. La parola d’ordine semplificata è semplice, o si crepa di cancro, grazie alle esalazioni prodotte dal polo siderurgico, o si crepa di disoccupazione se questo, come da decisioni giudiziarie, verrà chiuso. In mezzo loro, i lavoratori, le loro famiglie il cui destino è sospeso e carico di rabbia che non trova pace, loro che bloccano e occupano la città e che pretendono una soluzione che sembra incompatibile con le decisioni dei padroni. Tutto è sospeso fino al 15 settembre quando il tribunale si pronuncerà sulla richiesta di riapertura della fabbrica ma l’operazione che ha portato anche all’arresto di coloro che dovevano garantire anche la sua bonifica non promette bene. Da Taranto arriva rabbia e disperazione a malapena fermata dall’intervento provvido di uno dei pochi uomini del sindacato ancora dotati di una certa credibilità come Maurizio Landini. Prevale il senso d’impotenza e del perso per perso, la lotta condotta giorno dopo giorno, forse senza prospettive, di pura anche se necessaria resistenza. La vicenda di Taranto è solo quella oggi alle cronache, il paese intero sembra devastato dalla metastasi del blocco del circuito produttivo, non si vende e non si consuma e allora perché produrre? Il viaggio che segue, a macchia di leopardo e senza nessuna pretesa di essere esauriente, è attorno a zone produttive, a singoli comparti, a vertenze particolari, lavoratori e lavoratrici che passeranno l’agosto in fabbrica o in piazza e che forse apriranno con largo anticipo l’autunno caldo. Ma dietro una situazione del genere c’è anche la vittoria di un modello che si è rivelato totalmente fallimentare. L’alfiere delle fiere forzate, degli stabilimenti in eccesso, delle giornate di cassa integrazione distribuite come bombe a grappolo è di certo l’amministratore delegato della Fiat, il dott. Marchionne. Facile prendersela con la politica dei prezzi della concorrenza tedesca quando si è puntato tutto sulla distruzione dei contratti nazionali, sui salari bassi, su modelli che non valgono la cifra a cui vengono venduti. «Gli ultimi giorni di produzione della “Musa” sono stati drammatici –racconta con rabbia Pasquale Lojacono, ex rappresentante Rsu della Fiom, ormai cacciata dagli stabilimenti – Ci rendevamo conto che tutto stava precipitando e che la Fiat non voleva fare investimenti ad agosto ma un colpo del genere è veramente di quelli che fanno male». Si perché da alcuni giorni i prodotti fallimentari elaborati dai geni della direzione non verranno più fabbricati, risultato per 2600 lavoratori non ci saranno più collocazioni mentre altri 2300 potranno lavorare al massimo 2 giorni a settimana.
Anche a Mirafiori si sta consumando l’ennesimo sterminio, alla faccia di trovate pubblicitarie come “Fabbrica Italia”, i lavoratori, anche quelli in attività, raccontano di aver perso con i diversi periodici cassa integrazione, almeno 18 mila euro ciascuno di salario. Chi aveva risparmi li ha bruciati, molti hanno dovuto attingere anche al fondo pension e al tfr.«Io ormai come sindacalista sono stato cacciato via- racconta ancora Pasquale – Ma alcuni giorni fa sono andato in direzione per accompagnare un lavoratore a cui avevano fatto una contestazione. L’impressione che ho avuto, parlano con i dirigenti, è che neanche loro credono più in un futuro. Il problema è che molti lavoratori ora non ce la fanno più a resistere, in parecchi si sono indebitati per andare avanti. A Torino, come in qualsiasi altra città non campa una famiglia con 800 euro». La Fiom fa notare anche come il tanto decantato accordo che ha spaccato tutto, si sia rivelato totalmente inadeguato Nasconde il fatto che si vogliono produrre meno vetture con meno lavoratori e basta. Pasquale, come gran parte degli altri ,ha lavorato 12 giorni in 7 mesi, per il resto solo cassa integrazione. Questo impianto è uno di quelli che sta per morire nell’indifferenza generale, secondo Pasquale e la Fiom la sola soluzione per mantenere il livello occupazionale è quella della riduzione dell’orario di lavoro, ma da quell’orecchio l’ad della Fiat non ci vuole sentire, per mantenere un rapporto con i lavoratori si sono organizzate assemblee degli iscritti fuori dal luogo di lavoro, incontri con i simpatizzanti, ma a Torino è anche difficile, quello che resta della Fiat è sparso per un vasto territorio, anche raggiungere i lavoratori non è facile.
La situazione della Fiat e della produzione di veicoli è secondo Emanuele De Nicola, di Melfi, entrata in una fase che potrebbe essere di non ritorno.«Come annunciato ci hanno messo in cassa e riprenderemo a lavorare (forse) il 29 agosto. Ma qui non si illude nessuno, è troppo tempo che lavoriamo 8 giorni al mese se va bene, il salario diminuisce me non ci sono produzioni da fare. Si avvicina la fine se non ci sarà un intervento diretto del governo. Personalmente ho seri dubbi che la Fiat voglia realmente restare in Italia». Anche i lavoratori di Melfi non passeranno ferie tranquille, si sta ancora aspettando la sentenza definitiva che riguarda lo scontro fra Fiom e Fiat, si aspetta dal 10 luglio ma ancora c’è il silenzio. Non si tratterebbe di una vittoria simbolica, si ridefiniscono anche con questa sentenza, le relazioni industriali in Italia. «Noi – continua Emanuele – auspichiamo una ripresa per fare chiarezza rispetto alle intenzioni reali della Fiat, dobbiamo capire se vogliono o meno riconvertire le produzioni. I dirigenti Fiom come Emanuele hanno una linea ben definita, sono convintiche soltanto investendo in ricerca e innovazione per creare un nuovo modello di auto a basso impatto ambientale e realmente ecocompatibile si possa uscire dalla crisi. Oggi si producono più automobili di quante se ne vendono, quindi andrebbe cambiata radicalmente la strategia industriale:«Dobbiamo partire dall’idea di città intelligenti – dice Emanuele – in cui si rimette in discussione il concetto stesso di mobilità, il servizio pubblico, capire come uscire prima che inizi la scarsità, dalla dipendenza dal petrolio, ragionare insomma. Cose che la Fiat sembra non voler fare. E il governo nazionale sembra subalterno alle decisioni di Marchionne, oppure si da credito a buffonate come la messa in affitto di stabilimenti industriali. Occorre altro, non basta la Punto Evo che produciamo noi, anche a metano che non si vende, bisogna sperimentare i motori ad idrogeno, investire sul fotovoltaico, e se la Fiat non è in grado di farlo che se ne vada senza pretendere nulla. A me sembra che il governo francese si sia creato meno problemi per affrontare la crisi della Peugiot . E chi pensava che la Fiom fosse la responsabile della chiusura degli stabilimenti ora ci deve ripensare.
La Fiat, e più in generale la produzione siderurgica, sono l’aspetto più visibile di un Paese in cui ad essere al crollo è l’economia reale che ne dica il presidente del consiglio. Le realtà produttive che sono rimaste hanno scelto di scaricare tutte le difficoltà sui lavoratori con orrende devastazioni contrattuali, l’uso massiccio della cassa integrazione (straordinaria o in deroga), cercando di espellere il conflitto dalla fabbrica e dimostrando assoluta assenza di volontà nella riprogrammazione della propria strategia di mercato. Migliaia e migliaia di lavoratori, le loro famiglie, che vivono questo scorcio d’estate in maniera drammatica, senza soldi e senza la voglia nemmeno di pensare alle meritate ferie. E poi ci sono gli altri, quelli che attengono ad altri comparti, il mondo frammentato e disperso dei lavoratori precari, delle piccole aziende, dei servizi in cui l’occupazione o diminuisce o è cattiva occupazione. Le cifre sono spaventose 3.152.763 sono quelli registrati come lavoratori precari 24.133.764 quelli a tempo indeterminato 2.402.482 gli ufficialmente disoccupati. Nel primo quadrimestre del 2012 sono state utilizzate dalle aziende 322 milioni di ore di cassa integrazione per una media di 470.000 lavoratori in cassa a tempo pieno. In media sono stati persi per ogni lavoratore 2.600 euro in busta paga per un totale di 1,2 miliardi di euro. Lo sottolinea la Cgil sulla base dei dati Inps sulla cig nel 2012. Dopo il dato record del 2011, anche nell’anno in corso le ore di cassa integrazione utilizzate dalle aziende si aggireranno intorno al miliardo.
Anche per questo 2012, quindi, il quarto anno consecutivo di crisi, “la cassa integrazione si avvia ad attestarsi attorno al miliardo di ore autorizzate”, osserva il segretario confederale, responsabile Industria, Elena Lattuada – si continuano a registrare dati negativi che indicano uno stato di profondissima crisi e di inesorabile declino del settore industriale. Senza ripresa – avverte – questi dati peggioreranno tirandosi dietro disoccupazione e desertificazione industriale. Bisogna dare risposte al profondo malessere sociale rimettendo al centro il lavoro”.
Ad aprile – sottolinea la Cgil nella sua elaborazione dei dati Inps diffusi nei giorni scorsi – sono stati chiesti 86 milioni di ore (-13,6% su marzo). Nel primo quadrimestre sono state autorizzate 322,8 milioni di ore in linea con lo stesso periodo del 2011. “Le ore di cig – afferma la Cgil – azzerano dall’inizio dell’anno 470.000 posizioni di lavoro ma coinvolgono mediamente 940 mila persone con un’incidenza di cig per occupato nell’industria pari a 46 ore per dipendente”.
Nei primi quattro mesi del 2012 il totale delle ore di cig ordinaria è stato di 101 milioni di ore (+26,54% tendenziale) . La richiesta di ore per la cassa integrazione straordinaria nel periodo gennaio-aprile (110,9 milioni) segna un calo del 18,6% sullo stesso periodo dell’anno scorso.
Infine la cassa integrazione in deroga (cigd) con 110,9 milioni di ore autorizzate (+3,79%) risulta lo strumento più usato. I settori che presentano un maggiore volume di ricorso alla cigs in questi quattro mesi sono quello del commercio con (39,9 milioni e +31,16%) e il settore meccanico (21,9 milioni ma con un -31,88%). Le regioni maggiormente esposte con la cassa in deroga da inizio anno sono la Lombardia con 20,5 milioni di ore (+19,70%), l’Emilia Romagna con 12,5 milioni (+15,19%) e il Lazio con 11,7 milioni di ore (+154,18%).
“Considerando un ricorso medio alla cig, pari cioè al 50% del tempo lavorabile globale (9 settimane) – afferma la Cgil – sono coinvolti da inizio anno 938.525 lavoratori in cigo, cigs e in cigd. Se invece si considerano i lavoratori equivalenti a zero ore, pari a 17 settimane lavorative, si ha un’assenza completa dall’attività produttiva per 469.262 lavoratori, di cui 160 mila in cigs e altri 160 mila in cigd. Continua così a calare il reddito per migliaia di cassintegrati: dai calcoli dell’Osservatorio cig, si rileva come i lavoratori parzialmente tutelati dalla cig abbiano perso nel loro reddito 1,2 miliardi di euro, pari a 2.600 euro per ogni singolo lavoratore”.
Cifre di questo tipo fanno pensare che il numero di coloro che quest’anno stanno già riducendo in maniera tremenda il proprio tenore di vita e che difficilmente potranno permettersi una vacanza estiva, è destinato a crescere in maniera esponenziale.
Come se non bastasse bisogna considerare che fra chi ha un contratto a tempo indeterminato, cresce in maniera esponenziale il numero di colo che si ritrova in cassa integrazione sapendo che la mobilità, ovvero il licenziamento, restano dietro l’angolo, mondi diversi fra di loro che spesso non hanno neanche modo di incontrarsi e di dialogare, di fare massa comune, in cui si cercano le soluzioni per sbarcare il lunario. Parlare di “ferie” e di vacanze a chi vive in una simile condizione spesso suona come un insulto, come il voler rammentare che le condizioni di vita, di un anno due anni addietro, oggi non hanno modo di esistere. Stefano Materia, segretario Fiom Cgil di Catania, ci racconta sconsolato di come stia morendo l’attività produttiva nella sua provincia. «In questi giorni abbiamo saputo che per i 39 lavoratori della Nokia, che producono software – dice ,con tono irato – non ci sono prospettive se non qualche ricollocazione individuale. Lo stesso per gli altri che costituivano l’indotto. Catania e Siracusa sono il cuore produttivo della Sicilia ma da noi ormai siamo con la Cig al 70%, resiste Siracusa ma è come se si tenesse su una gamba sola. La produzione nostra finisce in Portogallo, noi resistiamo, lunedì e martedì saremo in sciopero e manifesteremo». Si c’è chi l’estate la vive anche come momento di lotta e di difesa del posto di lavoro, combattendo contro un sistema che li vuole schiacciati.
Ma c’è chi lotta, resiste e in qualche maniera riesce a non lasciarsi, per ora schiacciare. Tutti al mondo conoscono gli “studios” di Cinecittà, luogo storico per la produzione culturale in Italia e nel mondo. Luigi Abete è un imprenditore che intende acquistare l’area ( in cui per altro sorge anche un parco) per creare altra speculazione edilizia, ovviamente dichiarando di voler invece mettere in atto un rilancio. Messi in discussione i posti di lavoro dei circa 250 che degli studios sono l’anima e anche la storia, ma anche le migliaia di posti che ruotano attorno all’industria cinematografica. Sono intervenute le Rsu interne, si è tentato di rompere il silenzio che il potente Abete ha tentato di imporre sulla vertenza e si sono attuati presidi,ci si è relazionati alla città anche con momenti spettacolari come la finta nevicata di inizio luglio. Alla fine,grazie al prezioso lavoro di compagni come Citto Maselli, si è mosso il mondo della cultura, quella che si percepisce anche come opportunità di vita e di lavoro. Hanno preso parola persone come Ghini, Tognazzi, Tornatore. La vicenda è uscita dai confini nazionali e sono intervenuti Loach e Tritignant, lo stesso Le Figarò si è soffermato sulla vicenda. Abete non ha preso molto bene la determinazione dei lavoratori, continua a dichiarare di volersi liberare dei riottosi ma nel frattempo c’è chi comincia a chiedere le sue di dimissioni. A protestare contro lo smantellamento di un pezzo di industria privatizzata già 15 anni fa ora ci sono anche gli abitanti del quartiere che non vogliono vedere trasformato un parco importante per il territorio in cemento allo stato puro. Il comitato “Cinecittà bene comune” e forze politiche come il Prc sostengono la loro lotta.

Il Libro. Sono proprio veri "Pigs!"di Maria R. Calderoni


Falso. Vi dicono che la crisi «è il problema del debito pubblico»? Falso. Vi dicono che «facendo i tagli si esce dalla crisi»? Falso. Vi dicono che «riducendo salari e diritti si esce dalla crisi»? Falso. Tutto quello che vorreste sapere sulla crisi e nessuno vi ha mai detto, qui lo trovate. In questo libro di Paolo Ferrero fresco di stampa - "Pigs!", DeriveApprodi, pag. 210, euro 12 - molto eloquente già a partire dal titolo (notate il punto esclamativo...), corredato da quattro facce "emblematiche", Monti, Merkel, Fornero Draghi... Sì, un libro di contro-informazione. Se volete, un manuale di autodifesa, potete tenerlo come libro da comodino, pronto all'uso. Le frasi sopra riportate tra virgolette sono in realtà tre dei 16 brevi capitoli in cui il volume è suddiviso: un rapido excursus dentro i meandri della crisi, che analizza e "rovescia", uno per uno, tutti i luoghi comuni coi quali il Potere, coadiuvato dalla bocca di fuoco dei mass media, erudisce (inganna) il pupo. Cioè noi, tutti noi, the People.
«Tra fine novembre 2008 e marzo 2010, la banca centrale guidata da Ben Bernanke "stampò" (virtualmente) 1425 miliardi di dollari e acquistò titoli legati al mercato immobiliare. Quello fu il cosiddetto "QE1". Poi tra fine 2010 e metà 2011, la banca centrale di Washington lanciò il "QE2"». Tranquilli, nel libro di Ferrero non troverete nemmeno un rigo riconducibile al linguaggio per addetti ai lavori, criptico, falsamente misterioso, creato su misura perché i più, tutti noi, non ci capiscano un'acca.
No, il linguaggio del libro (un pregio non da poco) è semplice, facile, su misura perché i più, tutti noi, ci capiscano e bene.
Un libro per tutti; gli arcani della Crisi svelati finalmente senza le formule degli apprendisti stregoni. Svelati, e addirittura intelligibili! Addirittura "semplici", Watson.
Per esempio. Prendete uno dei luoghi comuni più gettonati, "i mercati ci guardano". «Dei mercati finanziari si parla come di un fenomeno naturale, come del sole o di un terremoto, contro cui non si può fare nulla - scrive Ferrero - Per certi versi vengono rappresentati come una specie di divinità, tanto potente quanto facile all'ira, verso cui l'unico atteggiamento possibile è quello dell'accondiscendenza». Già, ma "i mercati", loro, "chi" sono? Pensateci bene e vedrete che nessuno - né giornali né telegiornali - ve l'hanno mai spiegato, "chi" sono, "i mercati". Ebbene, potete saperlo, se andate a pag. 69 di "Pigs". «Nel 1984 le prime dieci banche al mondo controllavano il 26% del totale delle attività finanziarie». Ma attraverso una serie impressionante di fusioni bancarie, una media di 440 all'anno, il potere delle Dieci è aumentato a tal punto (il libro riporta dati dell'Ufficio del Tesoro americano), che «al primo trimestre 2011 cinque Sim (Società di intermediazione mobiliare) che rispondono al nome di J.P. Morgan, Bank of America, City-bank, Goldman Sachs, Hsbc Usa; e cinque banche, Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Paribas, controllavano oltre il 90% dei titoli derivati». Cioè il 90% delle attività finanziarie globali, il che vuol dire che se quei Dieci «si mettono d'accordo possono fare il bello e il cattivo tempo». Ecco, segnate sul vostro taccuino quei Dieci nomi e avrete l'identità dei famosi "mercati".
Per esempio, "Facciamo come in Danimarca", bello vero?, è un altro dei luoghi comuni che ci propinano: in salsa "flexsecurity", variante danese «proposta come alternativa da chi vuole fare piazza pulita dell'art. 18». Falso. Se non altro perché «in Danimarca il tasso di occupazione è dell'80%, in Italia meno del 57%»; e magari perché «la Danimarca è un posto dove se sei licenziato hai diritto a un salario di disoccupazione per quattro anni», in Danimarca.
Punto per punto, lo smontaggio dei luoghi comuni, delle menzogne, delle ipocrisie, dei falsi idoli coi quali sperano di farci ingoiare lacrime e sangue - la mazzata e la beffa - prosegue con argomentata semplicità e chiarezza. Siamo al tempo del "Pensiero unico" (il loro), della rivoluzione che trionfa (la loro, quella turbo-finanziarcapitalistica), della Internazionale (la loro, via globalizzazione), della più gigantesca "privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite" (diceva un certo Marx...).
Socialismo o barbarie, la via d'uscita c'è, pressoché «obbligata»; e l'ultima parte è dedicata appunto a questo tema. Per esempio, «cosa fare in Europa»; per esempio, come realizzare «un New Deal di classe in Italia», al tempo dell'euro che sta per saltare in aria; al tempo di Marchionne, di Monti, di Bce, di fiscal compact, di Troika e altri mostri.
Zero coupon, Il Fondo avvoltoio, Finanza con delitto, Nido di vipere: sono solo alcuni titoli dei "financial thriller", la collana di romanzi noir ambientati nel mondo dell'alta finanza edita alcuni anni fa dal "Sole24ore". Ebbene, la serie di delitti e misfatti - veri, non inventati! - che "Pigs!" enumera e descrive ne fa anche un noir (sia pure involontario).
Buono anche come "libro per l'estate".

"Al di sopra dei propri mezzi" - "Fare i compiti a casa": Due formule infami di Dino Greco

Sono entrate nel lessico mediatico di questa stagione drogata dall'ideologia liberista due formule infami. La prima, propinata un giorno sì e l'altro pure dalla Bce, è l'intimazione di “fare i compiti a casa”, che allude ad imperativi indiscutibili, per troppo tempo elusi da cicale pigramente appollaiate sull'albero della cuccagna, dedite a consumare ciò che non producono e a vivere (ecco un altro luogo comune) “al di sopra dei propri mezzi”. I compiti a casa sono in realtà posti tutti a carico di quanti sgobbano senza tregua per raccattare i propri deboli “mezzi”, ormai neppure sufficienti ad assicurare loro almeno la sopravvivenza. Il volgare eufemismo “fare i compiti a casa” significa, semplicemente, sbaraccare ogni forma di protezione sociale universalistica, ogni pezzo di welfare espressione di diritti che la Costituzione vorrebbe garantiti e protetti. “Fare i compiti a casa” vuol dire, ancora, privatizzare tutto ciò che può essere ridotto a merce e messo sul mercato per essere acquistato da un pubblico solvibile, pagante. La seconda formula, di cui Angela Merkel detiene il copyright, dice: “Nessun pasto è gratuito”, dove il rovesciamento della realtà è diametrale poiché i parassitati sono lì trasformati in parassiti e gli sfruttati spacciati per ingoiatori ad ufo di risorse. Dei ricchi, invece, non si può né si deve parlare, se non per dire che se tali sono diventati è per merito proprio, non per una congiura ordita contro i poveri. Dunque, “crepi chi non ce la fa”, perché ognuno è responsabile delle proprie disgrazie. Con questo epitaffio sulla solidarietà sociale e sulla Costituzione si chiude un'epoca e se ne schiude un'altra dove barbarie sociale, spoliazione democratica e modernità tecnologica si fondono come nelle più ardite fantasie letterarie e cinematografiche, dove cessa ogni forma di diritto e dove la sola legge operante in via di fatto è il mantra competitivo che recita “Mors tua vita mea”, direttamente dettato dai proprietari universali saldamente insediati in plancia di comando.
Si tratta, a ben vedere, dell'applicazione delle teorie elaborate nei primi anni '70 del secolo scorso da Milton Friedman (insignito per questo del Premio Nobel per l'economia) e sperimentate dalla Scuola di Chicago nel Cile di Augusto Pinochet assurto al potere dopo avere liquidato il governo di Salvador Allende con un colpo di stato organizzato in partnership con gli Stati Uniti. Teorie che ora sono divenute, sotto forma di scienza economica, il Verbo che ispira la politica europea in gran parte del vecchio continente: la cavia è stata la Grecia, ora tocca alla Spagna e l'Italia è lì, ad un passo soltanto. Per mandare a compimento questo disegno occorrono due condizioni: da una parte un consenso di massa, convinto o passivo che sia, alla tesi che “non c'è alternativa” (letterale citazione dell'acronimo T.I.N.A, “There is no alternative”, desunto dalle regole d'oro fondate dalla Trilateral Commition) e che le classi subalterne vivano in uno stato di totale spaesamento e depressione; dall'altra che i ceppi resistenti ancora attivi e potenzialmente pericolosi siano del tutto inertizzati, messi nelle condizioni di non nuocere. Questo lo si fa in primo luogo usando la forza, in senso proprio, distruggendo la contrattazione collettiva, secondo gli insegnamenti di Von Hayek (ecco un altro genio insignito del Premio Nobel!), mutilando il potere di coalizione dei lavoratori, cacciando i reprobi e i sindacati non addomesticati dalle fabbriche, nonché reprimendo con la violenza ogni focolaio di opposizione che si manifesti nel Paese. Ecco perché Monti e Marchionne, per usare l'espressione più sintetica, rappresentano le due facce, perfettamente complementari, di un'identica politica: il colpo inferto, manu militari, ai lavoratori, la manomissione dell'intero impianto giuslavoristico e la demolizione del welfare. E poi lo si fa mettendo al lavoro un esercito di maitre a penser, di spin doctors,di giornalisti embedded, di esperti catechisti e apprendisti catecumeni, tutti impegnati in una colossale manipolazione mediatica, diretta ad istillare la convinzione che “ciò che è reale è assolutamente razionale” e che opporvisi è una passione pericolosa, oltre che inutile.
Sarebbe un errore letale sottovalutare quanto questo autentico, quotidiano bombardamento eserciti – anche su individui dotati di spirito critico e personalità indipendente – una funzione disciplinatrice del pensiero che si scopre prigioniero di tabù e di insospettabili recinzioni ideologiche. Sembrerebbe lecito pensare che una compromissione così estesa di diritti, di condizioni materiali e aspettative di vita spalancasse gli occhi anche di coloro che sono a lungo rimasti tramortiti dalla rapidità con cui si è consumata un'offensiva così devastante, per il successo della quale – è bene ricordarlo – erano tuttavia in incubazione tutte le premesse politiche e sociali. Eppure non è così o, perlomeno, non lo è necessariamente, come la storia drammaticamente ci ha insegnato. Le botte prese generano una reazione positiva solo quando si sa da che parte vengono, perché vengono, come è possibile evitarle e come sia possibile reagire. Ecco perché fra i nostri compiti più urgenti, insieme alla promozione e alla condivisione di tutti i conflitti antagonistici, c'è proprio da compiere questa doppia fatica: disvelare ciò che è occultato e mistificato, decostruire l'impianto ideologico liberista e ricostruire uno sguardo critico sulla realtà, condizione perché la proposta di un'altra rotta sia ritenuta plausibile, convincente, produttrice di lotta sociale e politica e di un'alternativa fatta non soltanto con le parole, ma con le forze reali che possono inverarla.