venerdì 30 maggio 2014

PRC TORGIANO - COMUNICATO STAMPA

 
Il Direttivo del Circolo comunale del Partito della Rifondazione Comunista, riunitosi per analizzare il voto delle elezioni amministrative ed europee, esprime grande soddisfazione per il risultato della Lista L’Altra Europa per Tsipras alle elezioni europee. Considera non soddisfacente il risultato della Lista Torre – Torgiano Bene Comune nelle elezioni comunali.

Prendendo atto del risultato elettorale, ringrazia innanzitutto gli elettori che hanno condiviso le proposte della Lista Torre – Torgiano Bene Comune. Un particolare ringraziamento va al nostro candidato sindaco Feliciano Martinelli che, pur in una situazione estremamente difficile, ha avuto il coraggio di “metterci la faccia”.

All'interno del dato della Lista Torre vogliamo sottolineare lo straordinario successo personale del nostro candidato Andrea Ferroni che con 178 preferenze risulta il primo degli eletti. Un risultato, questo, che indica chiaramente il radicamento del partito e della sinistra sul territorio in termini di rinnovamento ed apertura.

Al rieletto sindaco di Torgiano vanno le nostre congratulazioni.

Consapevoli delle responsabilità che dovremmo sostenere e convinti della necessità di un forte cambiamento nella gestione della cosa pubblica, dichiariamo fin d’ora che porteremo avanti una linea di intransigente opposizione rispetto alla nuova Amministrazione cittadina. Un’opposizione, tuttavia, non preconcetta o settaria, ma volta innanzitutto al bene del paese e dei cittadini.

Stefano Antognoni,
Segretario Circolo PRC “Pierino Ranieri”

"Forza sinsitra, dopo il 25M parliamo alla società e non limitiamoci alla testimonianza". Intervista a Marco Revelli

Marco Revelli, sociologo, storico, docente di Scienza della politica presso l’Università degli studi del Piemonte Orientale, tra i promotori della lista “L’altra Europa con Tsipras” non nasconde la propria grande soddisfazione per il successo ottenuto domenica da un cartello elettorale che ha dovuto superare non pochi ostacoli durante il suo percorso e che va ben al di là del superamento di misura della soglia del 4%. Dopo la maratona romana Revelli è già a Torino dove lo raggiungiamo telefonicamente.


“Sicuramente si è trattato di un risultato straordinario – dice lo studioso – e con il senno del poi, come abbiamo detto più volte, è stato un piccolo miracolo. Perché tutto giocava contro. Giocava contro questo ossessivo e oppressivo silenzio mediatico, davvero feroce se noi pensiamo al ruolo che hanno avuto quotidiani come “Repubblica”, sulle cui prime pagine scrivevano peraltro buona parte dei sostenitori della lista e anche dei candidati. Pensiamo alla televisione. I dati che abbiamo dall’osservatorio di Pavia sono da Bielorussia. Su seimila secondi di durata dei telegiornali nel corso della campagna elettorale meno di cinquanta secondi sono stati dedicati alla lista “L’Altra Europa con Tsipras”. Un silenzio che non è stato solo disattenzione ma dettato anche da una politica esplicita finalizzata a fare piazza pulita di qualsiasi posizione politica non riconducibile al teatrino. Con questa riduzione, che poi abbiamo visto essere stata artefatta, della campagna al duello Renzi-Grillo, come se ci fosse davvero l’emergenza democrazia determinata dal rischio del sorpasso e si giocasse sull’ultima spiaggia renziana la possibilità di salvare il Paese dalla catastrofe.”

 
Aggiungiamo il fatto che siamo partiti a fare ed organizzare questa campagna elettorale letteralmente senza un euro…
“Una campagna poverissima, costata 220mila euro. Meno di quanto un singolo candidato del Pd ha speso per la propria personale campagna. Senza dimenticare, a rendere più difficile il tutto, che sperimentavamo un connubio inedito perché confluivano in questa lista esperienze, realtà e forme organizzative anche molto diverse. Due formazioni politiche che non si parlavano e si consideravano reciprocamente antagoniste da anni; un’area, in parte di opinione, in parte di associazionismo e di impegno civile, che non si riconosceva nei partiti, e che esprimeva anche una critica alla stessa forma partito; un’area appunto di opinione che abbiamo visto essere stata molto ampia, di democratici radicali, non necessariamente identificati con la sinistra radicale tradizionale, preoccupati della “notte della democrazia”, che viene interpretata su diversi fronti della politica ufficiale. Che non sopportavano Renzi perché giustamente identificato come una minaccia alla Costituzione, all’assetto di una democrazia rappresentativa vitale che non si riconoscevano in Grillo e che non accettavano l’ipotesi di farsi da parte e finire nella grande area dell’astensione. In questa campagna abbiamo messo insieme delle componenti che non era detto che avrebbero costituito un composto chimico sostenibile.
Invece ha funzionato….
E ha funzionato al di là delle molte difficoltà, di momenti di non facile gestione dei rapporti. Non voglio dare infatti un’immagine patinata di un percorso accidentato, ma alla fine ha funzionato. Non solo sono riuscite a convivere queste diverse anime ma si sono anche contaminate a vicenda. In alcune realtà territoriali, non poche, hanno liberato delle energie. Ho girato molto e ho visto in molti luoghi risorgere la gioia di ristare insieme, di essere una sinistra plurale ma unitaria, in grado di parlare al di fuori dei propri steccati. Che non è un’espressione di maniera. Riuscire a parlare in modo autorevole perché non chiuso in microidentità ma aperto. I risultati di tutto questo si sono poi visti nelle urne. Dove è stata fatta una campagna con questo spirito abbiamo conseguito dei risultati che stanno al di sopra del 6 o 7%. Siamo rimasti bassi là dove la gente era informata solo dalla televisione. Ma dove siamo riusciti a farci ascoltare siamo molti alti. Nelle città in particolare. A Firenze siamo al 9%, a Bologna lo stesso, a Roma siamo vicini al 7%, in molti quartieri della Capitale sfioriamo il 15.
Mi sembra di capire che siamo ancora una sinistra molto metropolitana…
E’ così, ed è questo un dato di cui tenere conto. Ed è anche una sinistra che si affida ancora molto al voto di opinione. Non possiamo nascondercelo. Abbiamo delle idee fortissime, una testa forse persino sproporzionata rispetto al nostro corpo. Basti vedere i testimonial di questa lista, da Rodotà a Zagrebelsky, da Odifreddi a Carlin Petrini, da Camilleri a Moni Ovadia, e la composizione delle nostre liste dove c’è indubbiamente l’Italia migliore. Poi man mano che tu ti avvicinavi alla parte socialmente più periferica, nel senso delle periferie urbane, della provincia, penso a quella lombarda dove siamo rimasti molto al di sotto della soglia, lì abbiamo scontato il mancato radicamento sociale. Queste cose dobbiamo dircele e dobbiamo imparare dalla lezione di Syriza, e lavorare appunto per radicarci. Ma partiamo da una base straordinaria. Queste componenti, come dicevo, secondo me in molte realtà si sono contaminate a vicenda in senso molto positivo. E hanno liberato energie. In molti si chiedono a questo punto come andare avanti? Ricordo come nella fase conclusiva della campagna l’applauso più convinto e spontaneo veniva quando dicevi “il nostro incontro non finisce il 25 maggio. Rivediamoci il 26 per non mandare disperso questo patrimonio che abbiamo costruito”. Un patrimonio di persone e di esperienze. Dietro tutto questo c’è una volontà di andare avanti con una sorta di nuovo inizio che non può essere semplice assemblaggio. Così come la lista non è stata un semplice assemblaggio. La sua fortuna è stata insita nel fatto che non riproponeva l’esperienza come Sinistra Arcobaleno e men che meno Rivoluzione civile. Che erano assemblaggi dall’alto e realizzati per linea interne. Di gruppi dirigenti che facevano una proposta ai loro specifici elettorati. Questa volta non è andata così. Abbiamo prefigurato invece una sinistra plurale che non vuole cancellare le diverse esperienze e non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità, e inizialmente nemmeno ai propri percorsi organizzativi, ma che chiede di aprire una strada inedita così come inedite sono state le parti a mio avviso più efficaci della campagna elettorale. Un po’ come ha fatto Syriza in Grecia, e cioè avviare un percorso nel quale le diverse realtà si confrontano, si rispettano, si contaminano, escono dalle enclave gergali e dai rispettivi dogmatismi, restituiscono la parola al di fuori dei propri gruppi dirigenti al proprio popolo, parlano ai tanti che sono rimasti per troppo tempo fuori dagli steccati della sinistra radicale, non coltivano ognuno il proprio orto, il proprio cortile, ma si propongono un ruolo egemonico e non un ruolo di testimonianza marginale. Cioè la possibilità di offrire soluzioni ad una maggioranza della nostra popolazione, non ai rispettivi insediamenti.
Come è noto Sel e Rifondazione sono stati coinvolti in questa avventura con non pochi mal di pancia. Il partito di Vendola ha deciso di sostenere la lista soltanto durante il congresso mentre il Prc si è sentito un po’ scavalcato dal vostro appello. Dopo di che le cose sono cambiate e proprio queste due organizzazioni sono tornate con due loro candidati a Strasburgo. Che cosa ti senti di dire a loro che, certo non da soli, avranno senz’altro un ruolo importante per il futuro di questa esperienza?
Intanto mi sento di esprimere un ringraziamento per aver creduto in questa proposta che avevamo fatto rischiando un po’ il ruolo di mosche cocchiere. Abbiamo lanciato un messaggio senza avere una nostra base elettorale e senza avere strutture organizzative. Abbiamo lanciato un messaggio nella bottiglia e il fatto che sia stato raccolto ci fa un enorme piacere. E’ stato raccolto subito da Rifondazione, mentre Sel lo ha fatto dopo una battaglia interna alla quale abbiamo guardato con molto interesse e dove ha prevalso alla fine la scelta di sostenerci. Certamente se non avessimo superato l’asticella tutto il processo sarebbe tornato a zero. Su questo lasciami dire due cose tra parentesi: gli ostacoli che sembravano insormontabili e che i legislatori avevano disseminato, tutti anticostituzionali, compreso quello delle firme oltre alla soglia - e io penso che verrà sancita anche questa realtà - alla fine si sono rivelati dei vantaggi per noi. Pensa che cosa ha voluto dire raccogliere quelle 150mila firme richieste, raggiungendo quota 220mila! Ha voluto dire un’immersione in una realtà di territorio straordinaria. In Val D’Aosta la lista L’Altra Europa con Tsipras ha preso il 7%. In una regione dove non è mai esistita una sinistra radicale. Il che vuol dire che questo ostacolo è stato di un tale stimolo per noi che ci ha portati tra la gente. In secondo luogo quell’asticella al 4%, odiosa e incostituzionale, nello stesso tempo ci ha imposto un vincolo di credibilità. Abbiamo dovuto dimostrare di essere credibili perché altrimenti non saremmo esistiti. E l’abbiamo vinta quella scommessa. Non la ringraziamo perché ripeto, quella clausola è odiosa. Ma alla fine chi la voluta mettere ha ottenuto il risultato opposto a quello che volevano. Dopo di che ai due principali settori organizzati che cosa gli dico? Gli dico che fuori da una prospettiva di orizzonte comune come quella che abbiamo sperimentato in questi due mesi di campagna elettorale non c’è futuro per esperienze organizzate diverse. Significherebbe per Rifondazione e per Sel, quali che siano gli esiti degli equilibri interni, consegnarsi a posizioni o di inesistenza o di subalternità. A me sembra che un percorso comune di contaminazione e di costruzione di una sinistra-sinistra in Italia sia un percorso obbligato. Come farlo? Io uso la metafora della colomba, questa realtà che ha cominciato a volare ma che se la lasci andare senza un percorso si perde. Bisogna dunque indicare fin da subito un percorso comune e alcuni appuntamenti. Da oggi bisogna dire “non ci perderemo di vista, lavoreremo per fare in modo che questo patrimonio di esperienza non si disperda e si trasferisca anche sul terreno italiano”. Nello stesso tempo la colomba non la devi tenere troppo stretta in mano perché altrimenti soffoca. Questo per dire che non credo nelle forzature, né negli out out. Syriza ci insegna che questi processi hanno bisogno di tempo. Proprio perché sono processi di reciproca contaminazione ee bisogna lasciare il tempo perché le diffidenze reciproche, le chiusure si sciolgano, si stemperino. Abbiamo visto lavorare insieme gente che non si parlava da anni! E’ un fatto straordinario. Per questo bisogna aspettare per ritrovare anche il gusto di tutto questo. Faccio l’esempio di Syriza: la prima volta che si presentò nel 2004 prese il 3,3%, con 270mila voti. Due anni dopo salì di altri 120mila voti e prese il 5%. E poi è arrivata ad essere il primo partito di Grecia. Perché i fatti vanno in quella direzione. La crisi impone e crea le condizioni, mette in crisi quelle che possono sembrare egemonie moderate. Penso al trionfale risultato di Renzi.
A proposito, che cosa pensi di questo successo? Ha delle gambe su cui andare avanti oppure rischia di essere un fuoco di paglia?
Io non credo che quello sia un blocco destinato a durare al punto tale da far parlare già di epoca renziana. Non è come il berlusconismo nel ’94, anche se il segretario del Pd ha molti tratti in comune con Berlusconi, a cominciare dalle caratteristiche del suo successo. Ma non credo che la sua sarà un’egemonia destinata a durare negli anni. E’ una giornata quella del trionfo renziano, è il grande successo di un’operazione di marketing riuscita che ha catalizzato una galassia allo stato gassoso come il nostro elettorato oggi, molto fibrillante e molto volubile. E che si è indirizzata lì, come nel caso di un prodotto vincente in seguito ad un buon lancio con mesi spaventosi di preparazione. Ma da dopodomani, quando bisognerà misurarsi con la politica economica, tutto questo non conterà più molto. Se non il fatto che Renzi con questo successo si è garantito il controllo totale del Pd. Non avrà più ostacoli interni. Più nessuno potrà alzare il dito rispetto ai suoi diktat. Questo perché ha dato al suo partito l’ebbrezza della vittoria dopo un lungo periodo di vacche magre. Ma al di là di questo i fatti sono fatti. La crisi è la crisi, le sue idee economiche politiche e sociali sono orrende, a cominciare dalle sue posizioni sul lavoro, di cui il decreto Poletti è solo un’anticipazione. E per questa ragione prepara una nuova stagione di lacrime e sangue per il mondo del lavoro e una stagione di oscurità per la democrazia perché le sue riforme istituzionali vanno nel senso di una post-democrazia molto personalistica, e molto autoritaria. La sua sostanza insomma si dovrà misurare nella sua assenza di proposte economiche e nel carattere conservatore delle sue opzioni sociali. Tutto questo ci spinge nella direzione di creare un’alternativa ampia, non testimoniale, ma propositiva che vede nel successo della nostra lista un punto di partenza importante.

giovedì 29 maggio 2014

La scommessa della Sinistra di SImone Cumbo



Una scommessa politica e culturale riuscita quella della Lista Tsipras. Nonostante lo scandaloso oscuramento mediatico, che non ha fatto indignare nemmeno i nuovi moralizzatori urlanti, e con candidature autorevoli ed un humus di proposte politiche notevole e radicale, è riuscita nella difficile impresa di far eleggere tre europarlamentari.
Un grazie va al comitato dei garanti, ai candidati che si sono prodigati in maniera disinteressata e vera, viste anche le numerose preferenze ricevute, ed a chi nei territori ha lavorato perché questo risultato si realizzasse.
Alcuni compagni e compagne si pongono la domanda, e ora?
“Syriza italiana? Noi non ci saremo”, così riporta un articolo su Il Manifesto le dichiarazioni di alcuni esponenti di SEL.
Vengono alla luce due strategie divergenti e opposte a Sinistra; una che chiede con forza l'avvio di una Costituente per una Sinistra laica, ambientalista, radicale, plurale, radicata nei territori e autonoma, l'altra, che spinge per creare una sorta di “sinistra del Pd”, assieme a qualche dissidente grillino e all'area civatiana che cerca in maniera lodevole, ma a mio avviso inconcludente, di spostare a sinistra la politica renziana...
Un tentativo disperato e inutile visto la deriva “democristiana” del PD e la conformazione leaderistica con un partito fluido, che ha rotto oramai i ponti con qualsiasi connotazione di sinistra. Un Partito americano, molto simile a quello veltroniano, ma più un contenitore di “umori”, dove il Centro, come nella DC fanfaniana, ovvero la mediazione continua, tarpa ogni ipotesi di rinnovamento, dando solo contentini a destra e a sinistra...
Se questo è lo scenario, è fondamentale ripartire dai territori, radicando la felice idea di una Sinistra vera e popolare, che sappia parlare il linguaggio della sua storia: dall'ecologia al lavoro, dalla cultura alla lotta ad ogni privilegio e casta. Radicale nel suo operare, plurale e non settaria nel dialogare per proporre programmi e idee innovative e di Sinistra.
Ha scritto l'indimenticabile Franco Fortini ,“proteggete le nostre verità”, proteggiamole dando un orizzonte di speranza vero e coerente, città diverse e “umanizzate” ed una Sinistra che faccia semplicemente la Sinistra. Si ridia speranza a chi oggi la persa, diviso tra urlatori di professione e imbonitori di miracoli di respiro corto...

Odio il lunedì. Un racconto del dopo elezioni di ClashCityWorkers

Odio il lunedì. Un racconto del dopo elezioni

Chi normalmente visita il nostro sito sa che difficilmente pubblichiamo commenti a caldo. Di solito preferiamo aspettare e analizzare le cose in modo scientifico. Se non si fa così si rischia di andare “a sensazione”, di rappresentarsi in testa tutto un mondo a misura del pezzo di realtà che si conosce… Questa volta però facciamo un’eccezione e abbiamo voglia di buttare giù anche noi qualcosa rispetto all’esito delle elezioni. Perché non ci convincono molte cose che abbiamo letto. Perché sentiamo che forse il pezzo di realtà che conosciamo da vicino ci può permettere di capire cosa è successo domenica…
A questo proposito, iniziamo con l’ammettere una cosa. A differenza di chi afferma che aveva già previsto tutto, noi non abbiamo problemi a dire che non avevamo alcuna certezza su quale sarebbe stato l’esito delle votazioni. Anzi: per noi il risultato è stato francamente sorprendente. Ma non per questo ci sentiamo stupidi: anche la stessa borghesia, che qualche strumento in più ce l’ha, sembrava abbastanza incerta. E se oggi è tanto tronfia è anche perché un exploit del genere non se l’aspettava.
Per noi svegliarci e trovarci difronte al trionfo del PD è stato veramente duro e ha reso questo lunedì di gran lunga peggiore degli altri. C’è da rimanere sconcertati nel vedere più del 40% dei votanti dare la preferenza al partito che ha storicamente iniziato, e in questi mesi sta conducendo, uno degli attacchi più violenti al mondo del lavoro che il proletariato italiano possa ricordare.

Chiariamoci: noi non abbiamo mai avuto particolare simpatia per le competizioni elettorali, che da un bel po’ di decenni hanno smesso di servire ai proletari per l’affermazione delle loro istanze, e nemmeno ci saremmo rallegrati per un’affermazione del Movimento 5 Stelle, partito che più di ogni altro porta avanti la bandiera dell’interclassismo, dell’abolizione dei sindacati etc. Ma di sicuro vedere una buona fetta della popolazione che dà il via libera a chi li ha immiseriti, precarizzati, spogliati di diritti, vedere i maggiori rappresentanti della borghesia riscuotere consenso tra molti dei “nostri”, è un cazzotto nello stomaco oltre che un punto politico da non sottovalutare.

Neanche il dato sull’affluenza, di cui si è tanto parlato nei giorni precedenti, ci solleva. Alle Europee – elezioni storicamente meno seguite, nelle quali non si attivano con tutta la loro forza le reti clientelari che ancora tengono su questo paese in particolare nell’Italia Meridionale e Insulare (non a caso qui si registra rispettivamente il 51% e il 42% di affluenza), e dopo sei anni di crisi economica che hanno segnato anche la crisi della politica e di molte strutture di mediazione sociale – sono andati a votare comunque il 58% di italiani: un dato fra i più alti in Europa. Un dato che ha il suo picco non solo nelle regioni o nei comuni chiamati a esprimersi per le regionali o per le amministrative, ma che si riscontra nei territori più industrializzati, più decisivi dal punto di vista della produzione della ricchezza nel paese (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia, oltre all’“atteso” Centro Italia).

Affluenza dunque che, seppur in calo, resta comunque alta soprattutto se si considera che per la prima volta da anni si è votato in una sola giornata. Ciò testimonia quanto la popolazione tutta – e anche i proletari, che della popolazione sono una maggioranza – ancora creda in qualche misura nella democrazia borghese. Ci può far schifo, ma è bene che chi come noi vuole cambiare lo stato di cose presenti lo tenga bene a mente.

Anche perché i dati sull’astensione non sono così facilmente interpretabili. Soprattutto in questo caso. Che in generale masse di esclusi non vadano a votare, è noto, soprattutto nelle “democrazie” occidentali; che la lotta di classe che fanno i padroni attacchi le politiche redistributive, privi i proletari di strumenti per “farsi sentire” e renda insomma sempre di più la politica appannaggio di un élite, è un trend risaputo, che con la crisi si è rinforzato. Ma questa è appunto una tendenza, che in Italia non si è ancora pienamente affermata e potrebbe non affermarsi tanto a breve.

Per quanto possiamo parlare di delegittimazione delle istituzioni, di sfiducia diffusa, ma la realtà ogni volta ci consegna – anche in momenti di rottura forti, com’è stata la mobilitazione sulla questione ambientale in Campania dello scorso autunno – un’attesa, se non un ossequio, una dipendenza, se non un vero e proprio legame di complicità, fra popolazione e rappresentanti politici e istituzionali in senso largo (mettiamoci dentro anche la Chiesa, apparato in grado di spostare milioni di voti, e che è entrato in gioco anche in queste elezioni).

Insomma, sicuramente dentro l’astensione ci sono molti precarizzati e disillusi, e dunque ci dobbiamo lavorare su, ma quel 42% di astensione non sono voti che vanno, nemmeno indirettamente, a noi! Come ricordava ieri a Radio 1 Corrado Passera, non proprio l’ultimo arrivato, è la seconda tornata elettorale in cui gran parte del blocco sociale del centro-destra non va a votare. Tradotto: tanti commercianti, autonomi, sottoproletari dipendenti da reti clientelari e familistiche non si sono recati alle urne. Domani, con un progetto più convincente, sia ideologicamente che materialmente, potrebbero farlo. Insomma,
davvero non ci si può consolare con l’astensione: lì dentro non sono tutti “nostri”, né socialmente né politicamente.
Come capire allora quello che è successo? Chi ha votato, oltre ai soliti noti, il PD? E che scenario ci aprono queste elezioni?

Facciamo un passo indietro. Da più parti si è constatato che è la seconda volta nel giro di un anno che i sondaggisti non ci azzeccano sulle previsioni. Così alcuni giornali sono andati a chiedere ai cervelloni delle statistiche perché anche questo voto fosse stato così imprevedibile. Gli esperti hanno risposto: perché c’era, fino alle ultime rilevazioni, una quota enorme di indecisi. Deve essere successo qualcosa negli ultimi giorni, un evento, che ha polarizzato tutti gli indecisi da un lato, mentre “in tempi normali” si sarebbero più o meno distribuiti ugualmente.

Qual è stato questo evento? Torniamo a noi, e al nostro lunedì passato a decifrare quello che era successo. Il caso ha voluto che Lunedì sia stato il 26 del mese, e in molte aziende sono arrivate le buste paga. I discorsi sulle elezioni si sono così intrecciati con l’altro evento del giorno, ovvero la comparsa di una nuova voce nel cedolino: “Credito rid. Cuneo fis. 2014”. Abbiamo trovato la voce, scorso con il dito da sinistra a destra, e siamo arrivati alla colonna dove abbiamo letto 80,98. Sì, sono proprio loro, i famigerati 80 euro promessi da Renzi!

Raramente di lunedì si vedono facce tanto soddisfatte, soprattutto negli ultimi anni, e, anche se può sembrare banale, qualche spiegazione sull’esito del voto ha cominciato a farsi largo nella testa. Sia chiaro: non pensiamo che di colpo tutti i lavoratori siano diventati ferventi sostenitori del Presidente del Consiglio e anzi molti continuano a manifestare non poche perplessità. Ma ieri si sono sentiti tutti meno “coglioni” (©Berlusconi 2006) ad aver dato il proprio voto al PD.

Il pensiero è così corso alla scorsa settimana, quando chi conosceva qualcuno tra gli statali e tra i lavoratori della scuola raccontava della reale esistenza in busta paga degli 80€ che fino ad allora sembravano pura propaganda. Fra giovedì e venerdì scorso, infatti, molti lavoratori del pubblico – niente affatto “garantiti”, come vorrebbe qualcuno, ma costretti spesso a campare con 1000/1200€ al mese e anzi già indicati come prossime vittime delle prime riforme del post-elezioniavevano toccato con mano i “vantaggi” di avere Renzi al Governo. Siamo convinti che proprio in quei giorni molti altri lavoratori che erano perplessi ed indecisi hanno fatto la loro scelta, spesso tenendosela per sé e non esternandola.

E in effetti che gli 80€ siano stati la chiave del successo del PD, oggi molti lo riconoscono. Ma alcuni, persino fra i compagni, assumono un atteggiamento superiore e sprezzante nei confronti del proletariato italiano, come se fossero accattoni pronti a vendersi per quattro spiccioli. Noi, pur sapendo che questi soldi sono il mezzo attraverso cui tenere buona la classe per poter spianare la strada al Jobs Act e non solo, sappiamo pure che soltanto chi non fatica a far quadrare i conti a fine mese, solo chi non ha rate arretrate o è ormai troppo arrabbiato per ragionare con altri, può assumere un atteggiamento del genere.

Ma non si tratta solo di una questione economica. Gli 80€ sono diventati l’emblema di qualcosa di più grosso. Per la prima volta – questo il discorso che si è forse fatto largo in migliaia di teste – un Governo che fa qualcosa. Un Governo che concede un aumento in busta paga che mai, nemmeno nei rinnovi contrattuali più favorevoli, è stato percepito. Un Governo che mantiene le promesse, e che potrebbe – perché no? con la disperazione che c’è ci si aggrappa a tutto… – anche mantenere la promessa di assumere nella Scuola i migliaia di precari a spasso, rilanciare l’occupazione. In fondo, che hanno fatto i Governi precedenti, peraltro in soli tre mesi?

Quando si dice che Grillo ha perso le elezioni perché ha spaventato l’elettorato si insiste su una dimensione psicologica che ci pare oscura, ma si dice forse qualcosa di vero: con Grillo, avranno pensato molti, è un salto nel vuoto – “non mi arriveranno più gli 80 euro, restiamo bloccati un altro anno perché si va alle elezioni, diamo piuttosto tempo a Renzi che si sta dando da fare”…

Noi non avevamo affatto previsto questo risultato, potevamo pensare che la crisi bastasse a sgombrare il campo, però avevamo anche avvertito sul tipo di operazione nuova che era stata messa in campo con Renzi, sul fatto che la borghesia aveva giocato una carta disperata ma, almeno nel breve, efficace. Andiamo dicendo da mesi (vedi
appello per il corteo del 12 aprile e il bilancio di quella giornata) che “non esiste ancora una sensibilità comune contro il Governo Renzi”, che l’accelerazione che c’è stata, che il suo appeal comunicativo, il suo essere punto di congiunzione di interessi forti (dalla grande borghesia ai sindacati, dal mondo delle Coop a quello di CL), ci poneva una sfida ancora più ardua di quella che ci ponevano i “grigi” tecnici alla Monti…

Tutto male dunque? Niente affatto! Gli stessi analisti borghesi constatano come questi tempi di crisi abbiano “sciolto” molti elettori da storici patti di fedeltà. C’è cioè un’estrema mobilità del voto che fa sì che si voti secondo la tonalità emotiva del momento. Non si vota cioè Grillo o il PD perché ci si riconosce totalmente nel progetto o si milita in quella struttura, ma perché quell’offerta politica intercetta il sentimento prevalente al momento. Sentimento che però può, anche velocemente, ribaltarsi quando le promesse agitate non vengono mantenute, o quando la situazione peggiora.

Così, la voglia di governabilità che si addossa alla popolazione italiana non è una cambiale in bianco al PD – e questo lo sa lo stesso Renzi che non a caso si è tenuto sobrio e ha rinviato le elezioni al 2018. Anche perché, questo sì lo possiamo prevedere, le mosse del Governo non saranno indolori: le coperture per gli 80€ vanno ancora trovate, le operazioni che sta provando sono rischiose e i nodi delle politiche di “austerità” (tagli e fiscal compact) o per meglio dire padronali (riforma del mercato del lavoro), verranno più prima che poi al pettine.

Inoltre, c’è un altro dato non trascurabile: le lotte in questo paese continueranno. Disoccupati, cassaintegrati, senza casa, non spariranno dall’oggi al domani. Ancora, le centinaia di vertenze lavorative che attraversano i territori non saranno cancellate dalla bacchetta magica delle elezioni europee. Questo per dire che non abbiamo affatto perso la nostra “base sociale”.

Se questa è la situazione, che fare? Di certo è che l’esecutivo viaggerà ancor più spedito sul versante delle riforme proprio in virtù di questo risultato elettorale. Renzi
l’ha già detto: bisogna completare al più presto il Jobs Act, per arrivare all’11 luglio, vertice internazionale sulla disoccupazione, con il trofeo della flessibilità del proletariato italiano. La rabbia cresce se poi si pensa a quanto sarà difficile contrastare l’azione del governo ora che sembra pienamente legittimato.
Ma lunedì è ormai passato, e c’è da stare calmi. Dobbiamo ragionare, isolare i motivi del consenso all’azione dell’esecutivo e capire come contrastarli. A nostro avviso questi motivi sono da ricercare nella mancata coscienza dell’attacco che il padronato sta portando avanti. Per questo il nostro primo compito è rendere i proletari consapevoli di ciò che sta accadendo. Non lo dobbiamo fare solo con le parole, ma dimostrandolo nelle cose. Lo dobbiamo fare capillarmente, senza pensare che basti chiamare una “data” per vedere migliaia di persone in piazza. Facendo vivere nelle lotte – che dobbiamo continuare a sostenere e diffondere – l’opposizione alle politiche del Governo nel loro complesso, sforzandoci di offrire una concretezza per certi versi analoga a quella su cui Renzi ha costruito il suo risultato.

In questo senso la nostra azione rispetto a ieri non cambia di una virgola: cercheremo sempre di rendere protagonisti i soggetti reali, che sono quelli su cui graverà la rottamazione vera – e non quella millantata – del Governo; continueremo ad opporci a Jobs Act, Piano Casa e Riforme Istituzionali. Ciò che però cambia è che sappiamo, oggi più di ieri, che come “movimento” dobbiamo smettere di andare in ordine sparso contro i soggetti più vari e indicare chiaramente il nemico comune, costruendo così una mobilitazione di massa contro questo Governo. Solo aprendo con umiltà e tenacia questo spazio collettivo, e facendoci entrare attuali scontenti e delusi di domani, possiamo riuscire a essere davvero maggioranza. La palla ora passa a noi.

"Dopo il voto grandi opportunità per la sinistra. Sel non faccia sciocchezze". Intervista all'ex grillino Adriano Zaccagnini


Si parla di una sconfitta di Grillo, comunque non si può certo dimenticare che il consenso elettorale è stato di un certo peso. Tu come la vedi?In un quadro più ampio, in particolare nel quadro europeo è in realtà all’opera il progetto di favorire il ricompattamento dei grandi partiti europei. E questo è avvenuto promuovendo fenomeni nazional populistici, gli inglesi di Farage, Le Pen e Grillo. Queste formazioni rimarranno disunite. La loro funzione è quella di governare la variante che mette paura agli elettori. E questo sul medio periodo porterà ad annullare le differenze con i campi dei popolari, dei socialisti e dei liberali. In realtà non è cambiato niente rispetto a prima. L’Europa continua sulle larghe intese con una gestione oculata ed attenta del potere. All’interno di questo si possono fare dei distinguo, certo, a seconda dei contesti. Avevo già previsto che M5S non abbassasse i toni perché il loro compito è spaventare. Hanno a disposizione per questo un elettorato disciplinato che manda giù qualsiasi cosa loro propongano. Il risultato è che rimangono lontani dal confronto che si sta aprendo a sinistra e funzionali al ricompattamento delle grandi famiglie e alle larghe intese italiane. Si va incontro a una serie di operazioni di svuotamento di democrazia elettiva e a delegittimazione del voto elettivo.
Il Pd, un corpaccione immobile, insomma.
Prima che una componente politica è una componente psicologica da prende il sopravventonel movimento 5 stelle. Attivisti e parlamentari sono schiacciati dalla piramide. Anche se il soggetto potrebbe crescere e la protesta strutturarsi in proposte più concrete poi in realtà vengono allontanati dal vertice. L’alternativa è la frammentazione tipica del contesto italiano. I vari fuoriusciti non sono stati in grado di comporre qualcosa di unitario. Nel momento in cui Grillo molla il simbolo finirebbe il movimento e i vari frammenti avrebbero poca forza. L’emancipazione degli attivitsti e dei parlamentari è difficile.
Mentre invece a sinistra?
L’unica cosa che può aiutare l’emancipazione delle forze vive è una sponda a sinistra, un modello Syriza che possa ricreare una riflessione su come utilizzare gli strumenti di partecipazione e di democrazia partecipativa e che non ci possono essere leader o guru. Una democrazia interna con precisi processi di decisionalità. La sinistra ha al suo interno il dna per chiarire queste posizioni che diventano fondamentali in alcune situazioni come il movimento acqua bene comune e quello sul reddito di cittadinanza. Temi che devono tornare ad essere interni alla mobilitazione reale popolare e non arnesi in mano al populismo dei grillini.
La responsabilità della sinistra è enorme. Può aiutare il movimento per ricreare una posizione in cui chiunque si può sentire a suo agio e il dissenso diventare ricchezza e parte integrante dello spazio.
Non credi che questo per la sinistra sia un momento molto delicato?
A sinistra ci vuole una chiarificazione dei due principali attori, Rifondazione e Sel. Soprattutto Sel deve responsabilizzarsi per farsi promotrice di un momento costituente in cui fa un passo indietro ma nello stesso tempo si rende disponibile. So che è una cosa che non gli conviene nell’immediato ma nella prospettiva di tempi lunghi in Europa è molto importante. Il nuovo spazio a sinistra, poi, deve essere attraversato da tutti e da tutte e non dalla sola nomenclatura politica guardando a sinistra in Spagna dove oltre a IU c’è stata l’affermazione di Podemos. Izquierda unita si dovrà trasformare.
Sel non ha spazi nel Pd, il gigantismo acquisito da Renzi ha il risultato di impedire la dialettica politica.
Sicuramente, è perché essendo più forte deve continuare sulle sue posizioni come un treno e incarna il passaggio dalla socialdemocrazia alla lliberaldemocrazia e questo voto lo porta ancora di più a una posizione forte sul tavolo della concertazione. Il Cnel addirittura verrà abolito.
Come saluti l’affermazione della lista Tsipras?
Grande vittoria perché lo sbarramento antidemocratico ha fatto si che rischiavamo di non entrare. Secondo me, se si restringono gli spazi politici per Sel si allargano quelli su cui investire a sinistra e anche con nuove modalità di far politica e nuovi modi di intendere le alleanze transnazionali.

mercoledì 28 maggio 2014

A man is known by the company he keeps (Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei)

foto di Claudio Grassi.foto di Claudio Grassi.

Con questo personaggio oggi Beppe Grillo ha discusso per concordare le "strategie" comuni in Europa.
Questi sono i suoi propositi:

"Le donne valgono meno, è giusto guadagnino meno, vanno in maternità"
Nigel Farage, capo di UKIP[1]

"Tra omosessualità e pedofilia ci sono tali legami che non basta un'enciclopedia", Julia Gasper di UKIP[2]

"Dacché riconosciuto il matrimonio gay, UK è colpita da alluvioni", David Silvester, dirigente di UKIP[3]

"Gli omosessuali sono sodomiti e comunisti,la piantino di dirsi normali". Douglas Denny,dirigente di UKIP[4]

[1]http://news.sky.com/story/1197923/farage-working-mothers-worth-less-than-men
[2]http://www.mirror.co.uk/news/uk-news/ugly-face-ukip-sunday-mirror-1531879
[3]http://www.bbc.com/news/uk-england-oxfordshire-25793358
[4]http://www.independent.co.uk/news/uk/local-ukip-chairman-defends-candidate-who-labelled-gay-people-abnormal-and-sodomites-9254341.html

QUANDO IL NUOVO ASSOMIGLIA AL VECCHIO

"NOI NON ABBIAMO PERSO"

Ansa
Berlusconi "FI non ha perso". Dunque, nessuno sconfitto?

Aria di divorzio in Sel: «Syriza italiana? Noi non ci saremo»

Sinistre. Venerdì alla riunione della presidenza si annuncia burrasca. Vendola cerca di mediare: Renzi in luna di miele con gli italiani, lanciamo una sfida positiva a Renzi, ora ha la forza per cambiare l’agenda Ue
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L’appuntamento è per venerdì, alla riu­nione della pre­si­denza di Sel, per quello che viene defi­nito «un con­fronto libero e aperto». La for­mula, però, nel les­sico della sini­stra dei par­titi, di solito annun­cia bur­ra­sca. E bur­ra­sca sarà, soprat­tutto da parte di chi nel gruppo diri­gente — par­la­men­tari per lo più — ha votato con­tro l’avventura della Lista Tsi­pras al con­gresso e alla dire­zione nazio­nale. E che poi si è cucita la bocca in cam­pa­gna elet­to­rale «per lealtà e per non essere accu­sata di sabo­tag­gio». Ora, con­su­mato il voto e sca­val­cato lo sbar­ra­mento, il momento della verità è arrivato.
Anche per­ché dall’altra parte, e cioè nel comi­tato dei garanti della lista Tsi­pras, l’intenzione di andare avanti con l’esperienza uni­ta­ria ormai è espli­cita e dichia­rata. E così quella di pren­dere non una, ma mille distanze con «la nuova Dc», così Bar­bara Spi­nelli ha defi­nito il Pd ren­ziano a quota 40,8 per cento. E per­sino di cer­care una col­la­bo­ra­zione con il M5S, almeno nel par­la­mento euro­peo, posi­zione per la verità non una­nime fra le diverse ’anime’ della lista. C’è anche un nuovo det­ta­glio: se Sel dovesse man­dare uno dei suoi a Stra­sburgo — come con ogni pro­ba­bi­lità suc­ce­derà, la capo­li­sta Spi­nelli, eletta in due cir­co­scri­zioni, ha espresso l’intenzione di rinun­ciare allo scranno -, lo invi­terà a sedersi nel Gue/Sinistra euro­pea, e non nel Pse, come ha con­fer­mato ieri al mani­fe­sto il coor­di­na­tore Nicola Fra­to­ianni («In ogni caso non sarebbe imma­gi­na­bile che uno di Sel sieda in Europa, o in Ita­lia, nel campo delle lar­ghe intese»).
Un fatto «scan­da­loso», com­menta Ileana Piaz­zoni, depu­tata del Lazio, e fan di Schulz: «Ma que­sto è il minimo. Io sono stata leale in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale, e sono felice del 4 per cento final­mente acciuf­fato. Ma l’elogio della col­la­bo­ra­zione con i 5 stelle è un pro­blema di stra­te­gia poli­tica: io non ci sto, ma non voglio nean­che fare la parte di quella che si mette di tra­verso rispetto alla nascita di un nuovo sog­getto a sini­stra. Lo fac­ciano. Dicono che è l’ultima spiag­gia per la sini­stra? Io non sono d’accordo ma rispetto i mili­tanti e il loro entu­sia­smo. E mi rendo pure conto che dopo la cam­pa­gna elet­to­rale non si possa dire: ok, ora liqui­diamo la lista Tsi­pras. Ma non ho inten­zione di farmi uti­liz­zare nella parte di chi li frena».
I depu­tati che la pen­sano come lei sareb­bero almeno una quin­di­cina. Resta l’incognita dei sena­tori, fra i quali pure ci sono gli ’Tsipras-scettici’. E un drap­pello di ’respon­sa­bili’ per il governo Renzi a Palazzo Madama sarebbe per Renzi assai più utile che alla camera, dove il Pd ha un’abbondante mag­gio­ranza anche da solo. Pro­prio al senato arri­verà nei pros­simi giorni il ’fati­dico’ decreto sugli 80 euro che scade il pros­simo 23 giu­gno. Tema scot­tante, molto popo­lare nel paese, come ha dimo­strato il voto di dome­nica. In molti, in Sel, vogliono votare sì. Idem sulla suc­ces­siva riforma del terzo set­tore. Il pro­blema, con­ti­nua Piaz­zoni, «infatti non è il rap­porto con il Pd o andare nel gruppo del Pd. Il pro­blema è il rap­porto con il governo Renzi: dovremmo dire un no pre­giu­di­ziale a ogni prov­ve­di­mento di riforma di que­sto paese?».
Que­stione sem­pre aperta in Sel, che si col­loca all’opposizione non pre­giu­di­ziale al governo. E che però oggi deve fare i conti con il nuovo sog­getto in costru­zione dallo slan­cio della lista Tsi­pras. E che l’ora della verità sia arri­vata, per il movi­mento fon­dato nel 2009 da una scis­sione del Prc, insieme alla Sini­stra demo­cra­tica dei Ds e ai verdi di Cento e De Petris, sem­brano dirlo anche le ultime dichia­ra­zioni di Nichi Ven­dola da Bari: «Dico al mio mondo che que­sto è il momento in cui biso­gna sfi­dare in posi­tivo Renzi». Renzi «oggi è e il lea­der euro­peo più forte», il suo rap­porto con il paese «è pieno idil­lio», ora «è nella con­di­zione di bat­tere il club dell’austerity. Biso­gna inco­rag­giarlo». Un mes­sag­gio a Renzi, ma — dopo una ser­rata cam­pa­gna per Tsi­pras — soprat­tutto ai suoi. Ma, chiede Piaz­zoni: «Renzi gover­nerà fino al 2018. Dovremo fare l’opposizione ma anche man­te­nere il pro­filo di un par­tito alleato?»
di Daniela Preziosi, Il Manifesto

M5S, è rivolta contro Grillo

5 Stelle. «Adesso basta con chi urla, spazio al dialogo». Dopo la batosta elettorale una seconda generazione di dissidenti si prepara a dare battaglia ai vertici del movimento
28desk1f01-grillini-m5s-M5S_5-1Li acco­muna solo la delu­sione per il risul­tato elet­to­rale. Per il resto tale­bani e mode­rati restano distanti nel M5S, con la dif­fe­renza che adesso i secondi si sono stu­fati di lavo­rare come muli per poi vedere andare tutto in fumo per l’eccessivo pro­ta­go­ni­smo di alcuni col­le­ghi, per il solito «vaffa» indi­riz­zato all’avversario di turno o per le aggres­sioni ver­bali diven­tate ormai l’unico modo in cui Grillo e i pen­ta­stel­lati doc, i «pri­vi­le­giati» del cer­chio magico, sem­bra sap­piano par­lare. «Adesso basta» dicono i dis­si­denti di seconda gene­ra­zione, quelli che in que­sti mesi hanno accet­tato tutto «per­ché cre­diamo ancora nel Movi­mento» ma che adesso, dopo l’ennesima bato­sta pro­ve­niente dalle urne, non ne pos­sono più. E pro­met­tono battaglia.
Lo scon­tro, per­ché que­sto sarà, è fis­sato per la pros­sima set­ti­mana in un’assemblea con­giunta con­vo­cata lunedì via mail dal capo­gruppo alla Camera. Ma intanto sul modo in cui la cop­pia Grillo-Casaleggio ha impo­stato la cam­pa­gna elet­to­rale arri­vano cri­ti­che pesanti anche da fuori il par­la­mento. Da Parma ad esem­pio, indi­vi­duata dai ricer­ca­tori dell’Istituto Cat­ta­neo come città sim­bolo della scon­fitta gril­lina, Fede­rico Piz­za­rotti non le manda certo a dire: è arri­vato il momento di fare «una dove­rosa auto­cri­tica» dice il sin­daco, finito anche lui di recente nel mirino di Grillo. «Non dob­biamo essere quelli che ’danno la colpa agli altri’, ma quelli che ’pos­sono fare diver­sa­mente’. O fac­ciamo auto­cri­tica per cre­scere o rimar­remo rele­gati all’opposizione». Parole dure, che tro­vano eco in rete ma anche in molti Mee­tup che in que­ste ore si stanno riu­nendo. Al punto da pro­vo­care una cap­ziosa rispo­sta uffi­ciale del gruppo par­la­men­tare che ricorda tanto le giu­sti­fi­ca­zioni della Prima repub­blica quando, all’indomani del voto, nes­suno ammet­teva la scon­fitta: «Non c’è stata nes­suna emor­ra­gia di voti, ma un calo di con­sensi», spiega la nota. «E’ sba­gliato affer­mare che abbiamo perso quasi 3 milioni di voti. Con­si­de­rando un’affluenza alle Euro­pee attorno al 58% con­tro il 75% delle poli­ti­che dell’anno scorso, è come se aves­simo perso poco meno di un milione di voti».
Sarà que­sta la trin­cea nella quale si schie­re­ranno i tale­bani, per niente dispo­sti ad ammet­tere errori e dimen­ti­cando che se di scon­fitta si parla, è anche per­ché Grillo ha alzato l’asticella dello scon­tro con Renzi. Biso­gnerà vedere, però, se la linea difen­siva scelta basterà a cal­mare i malu­mori delle voci cri­ti­che pre­senti in par­la­mento, sem­pre più nume­rose. «I nodi stanno venendo al pet­tine», dice ad esem­pio la depu­tata Paola Pinna, la prima a defi­nire tale­bani i fede­lis­simi del lea­der. «Per me la scon­fitta si deve al tipo di comu­ni­ca­zione adot­tato e a una stra­te­gia poli­tica fina­liz­zata a com­pat­tare lo zoc­colo duro del movi­mento, magari sfor­bi­ciando un po’ l’elettorato più mode­rato e dia­lo­gante». Va giù duro anche Tom­maso Currò, che accusa Grillo di cir­con­darsi di un cer­chio magico fatto «di cin­que o sei per­sone, i fedeli ser­vi­tori». «Lui e Casa­leg­gio — pro­se­gue il depu­tato — devono legit­ti­mare a esi­stere anche chi mani­fe­sta un’indole un po’ più mite per comin­ciare ad avere un dia­logo interno, altri­menti si costrui­sce un clan, non un partito».
Sem­bra di vedere un film già visto. Fatta ecce­zione per le poli­ti­che del 2013 e per la con­qui­sta di qual­che muni­ci­pio, anche impor­tante come Ragusa, tra regio­nali, comu­nali ed euro­pee negli ultimi 12 mesi il M5S ha ina­nel­lato una scon­fitta die­tro l’altra, sem­pre con Grillo a urlare con­tro tutto e tutti. Pro­prio per aver cri­ti­cato la stra­te­gia comu­ni­ca­tiva del lea­der la sena­trice Adele Gam­baro è stata la prima a essere espulsa dal movi­mento. Oggi la scena rischia di ripe­tersi ancora, segno che i ver­tici del movi­mento in tutto que­sto tempo non hanno impa­rato niente. «Dob­biamo abbas­sare i toni, quando lo diceva qual­cun altro era addi­tato come dis­si­dente» ha twit­tato ieri il depu­tato Wal­ter Riz­zetto, men­tre un altro degli espulsi, Lorenzo Bat­ti­sta, avverte gli ex col­le­ghi: «Que­sto è solo l’inizio del declino: o si cospar­gono il capo di cenere o è la fine. Pos­sono anche resti­tuire 5 milioni al mese , ma se non fanno niente per cam­biare non hanno futuro». I ver­tici pen­ta­stel­lati capi­ranno? «Biso­gna vedere se nell’assemblea ci sarà un rico­no­sci­mento degli errori, e se si comin­cerà ad ascol­tare le forze cri­ti­che», pro­se­gue Paola Pinna. «E poi biso­gna capire se vogliano restare una forza di oppo­si­zione o se aspi­riamo a diven­tare una forza di governo. È tutta lì la dif­fe­renza. Ma gover­nare signi­fica assu­mersi delle respon­sa­bi­lità e fare delle scelte, stare all’opposizione è molto più facile. E comun­que — aggiunge con parole che sem­brano una rispo­sta a Renzi — un’opposizione costrut­tiva accetta anche di par­te­ci­pare a scri­vere le riforme con pro­po­ste serie e utili».
CARLO LANIA
da il manifesto

La prima mossa di Renzi? Il 13 giugno la "riforma" del pubblico impiego ma senza il rinnovo dei contratti



Con il blocco dei contratti tra il 2010 e il 2014 i lavoratori della P.A hanno perso in media 9.000 euro di potere d'acquisto, quasi 3.000 dei quali in questo ultimo anno. Il calcolo arriva dal responsabile settori pubblici della Cgil, Michele Gentile che sottolinea come ogni punto valga 22 euro e come siano stati persi nel complesso circa 10 punti. Questo non turba più di tanto il Governo che, anzi, sulla retorica degli “80 euro” ci ha impostato una intera campagna elettorale. A metà giugno Renzi è pronto a far saltare i dipendenti pubblici sulla base del piano Cottaroli, ovvero la spending review, senza però mettere un euro per il rinnovo dei contratti di lavoro. Prima bisogna vedere quanto i sindacati sono pronti a tagliare. 

La riforma della pubblica amministrazione sarà uno dei primi atti del Governo rafforzato dall’exploit di Renzi. L’esecutivo, come previsto, vuole spendersi il bonus per tagliare qualche decina di migliaia di posti di lavoro, e di servizi, e poi semmai pensare al rinnovo dei contratti di lavoro. Ieri il ministro della P.A, Marianna Madia è stata molto chiara in proposito. Prima la riforma della pubblica amministrazione e poi la ricerca delle risorse necessarie per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, bloccati almeno fino al 2014 ma di fatto ancora senza stanziamenti fino al 2017. Di busta paga si parlerà in seguito.

Intervenendo al Forum della pubblica amministrazione, tra le contestazioni di Usb, Madia ha ribadito l'intenzione del Governo di varare la riforma il 13 giugno, il tema e' la maggiore efficienza della macchina pubblica. Ma sul tavolo non manchera' il punto sui contratti, fuori però dai 44 annunciati dal ministro e dal premier Renzi ma aggiunto al confronto da Cgil, Cisl e Uil. Madia ha ribadito che si puntera' alla mobilita' volontaria dei lavoratori tra le amministrazioni piuttosto che a quella coatta e che si si vuole abrogare l'istituto del trattenimento in servizio con la probabile liberazione fino al 2018 di circa 10.000-13.000 posti.

''Intesa? non so - ha detto Madia sulla possibilita' che si trovi un accordo con i sindacati. Certamente li incontrero' e li ringrazio di aver raccolto la sfida di commentare tutti e 44 i punti della riforma. Il 45esimo, quello del rinnovo dei contratti lo condivido concettualmente. Il problema e' che ci troviamo in un momento nel quale le risorse non sono tante.
Madia mette su tavolo uno schema che sembra ricavato pari pari da una bella favoletta: “Spero vivamente che in Italia riparta la fiducia –dice - e che attraverso questa ondata di speranza si rimetta in moto lo sviluppo e che potremo di nuovo sbloccare i contratti''.
''Siamo pronti alla sfida sulle risorse per il rinnovo dei contratti'', hanno risposto a stretto giro i sindacati del pubblico impiego di Cgil, Cisl e Uil sottolineando che bisogna ''cambiare davvero la pubblica amministrazione, migliorando i servizi e recuperando risparmi per retribuire meglio chi lavora al servizio delle comunita'".

I sindacati sono ''pronti alla sfida sulle risorse per il rinnovo dei contratti'', hanno scritto i sindacati di categoria in una nota firmata dai segretari generali del pubblico impiego di Cgil, Cisl e Uil, Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili. I tre hanno spiegato che presenteranno le proposte dei lavoratori ''per cambiare davvero la pubblica amministrazione, migliorando i servizi e recuperando risparmi per retribuire meglio chi lavora al servizio delle comunità". "Cinque anni di blocco dei contratti, dieci di limitazione del turn-over e cattivo utilizzo della flessibilità' – si legge nella nota - sono vere ingiustizie ai danni non solo dei lavoratori, ma anche di cittadini e imprese. Bene che il ministro lo riconosca, ora si tratta di cambiare totalmente approccio”.

Infine, dai Cobas del pubblico impiego arriva la segnalazione dell'ennesima circolare che passando al setaccio i contratti decentrati degli enti locali  per scoprire qualche “indebita” attribuzione costringe i lavoratori a restituire le somme già avute. "Se qualcuno pensa ancora che i comunali siano dei privilegiati si legge in un comunicato - dovrà ricredersi verificando la perdita di potere di acquisto e provvedimenti costruiti ad arte per imporre la restituzione di soldi con contratti aziendali giudicati impropri". La circolare ministeriale in questione è quella che interviene in merito all'articolo 4 delle legge 68 del 2 Maggio 2014 per il recupero “in via graduale” delle “somme attribuite al di fuori dei vincoli economici e normativi prescritti per la contrattazione integrativa”. "In questo scenario il ruolo dei Comuni (e dell'Anci) - aggiungono i Cobas - è di piena collaborazione con il Governo per colpire il salario dei lavoratori e delle lavoratrici e mettere mano ai fondi della contrattazione decentrata per ridurne l'importo e di conseguenza erogare minore produttività". Da qui ai prossimi mesi saranno fornite indicazioni applicative ai Comuni, in base alle quali i dirigenti degli enti locali possono rivalersi sui fondi della produttività, insomma sul salario del personale.