mercoledì 29 aprile 2015

Il tracollo della sinistra di governo

Gli ex capi Pd, il tikitaka e il mio gatto 

di Alessandro Gilioli, L'Espresso

r-PIER-LUIGI-BERSANI-LETTA-large570
Se c'è una cosa che la giornata di oggi ha segnato è stata non solo la vittoria di Renzi ma anche la fine abbastanza grottesca della cosiddetta dissidenza Pd, composta peraltro - con poche eccezioni - da quasi tutta la vecchia dirigenza del partito stesso.
È stata un'agonia lenta: saltata agli occhi con il flop dell'incarico di governo a Bersani, continuata con il pasticcio per il Quirinale del 2013, peggiorata nell'alleanza con Berlusconi per far nascere il governo Letta, perpetuata dalla scialba candidatura di Cuperlo contro Renzi, aggravata con un anno di opposizione interna tanto dura nelle parole quanto incoerente nei comportamenti, terminata con la figura quasi indicibile di oggi, una cinquantina di sedicenti dissidenti che rientrano nei ranghi all'ultimo minuto (oh, ci sono i posti blindati da trattare, al prossimo giro elettorale) e un'altra trentina che escono dall'aula, compreso chi fino a ieri accusava Renzi di "minare la democrazia" ma poi non ha avuto le palle per votare contro.
Il tramonto di questa ex classe dirigente piddina tuttavia era iniziato molto prima e ha ragioni lontane. Affonda cioè le sue radici quando è cominciata la politica dell'acqua tiepida, l'inseguimento di Casini e Fini, i compromessi con cani e porci, l'appoggio a Monti - e via suicidandosi. In fondo anche l'opposizione a Berlusconi dura a parole ma morbida nei fatti non era tanto diversa dalla contrarietà parolaia ma inane e inconcludente mostrata contro Renzi: stessa mancanza di coraggio, stessa incoerenza tra parole e comportamenti. Alla fine, si raccolgono i frutti dei semi che si sono gettati, e troppi anni di tikitaka senza mai tirare in porta alla fine annoiano tutti.
Comunque quello che è successo oggi è stato un evento igienico, cioè che fa pulizia di equivoci e fraintendimenti: il Pd è il partito di Renzi e dei suoi, gli altri sono solo comparse un po' ridicole e indecise a tutto, quindi alla favoletta del poliziotto buono che fa il controcanto a quello cattivo non ci crede più nessuno.
Meglio così, almeno in questo.
Per il resto, se mi capitasse di leggere ancora su qualche quotidiano un titolo sulle paurose minacce della minoranza dem al leader, mi limiterò a usarlo per il fondo della lettiera del gatto - sperando che il gatto non se ne abbia a male.

Renzi ai malati italiani: dovete morire !

Sanità, slitta accordo su tagli ma l’intesa c’è. Prestazioni ‘inutili’ a carico del malato

Sanità, slitta accordo su tagli ma l’intesa c’è. Prestazioni ‘inutili’ a carico del malato

Rimandata la firma, ma la ripartizione dei 2,6 miliardi di sforbiciate previste dalla legge di Stabilità ormai è chiara. Risparmi per 1,5 miliardi dovranno arrivare dalla rinegoziazione dei contratti di acquisto di beni, servizi e dispositivi. Arriva il principio di "appropriatezza": le visite e cure ritenute non indispensabili saranno a carico del paziente. Anche se prescritte dal medico, il quale potrà vedersi tagliare la parte variabile dello stipendio 
Stavolta a far slittare la firma sono stati gli impegni parlamentari del sottosegretario Gianclaudio Bressa, impegnato alla Camera nel voto sull’Italicum. Così è stata rinviata di un’altra settimana la chiusura dell’intesa tra governo e Regioni sulla ripartizione dei 2,3 miliardi di tagli alla sanità previsti dalla legge di Stabilità 2015 come mancato aumento del fondo sanitario, a cui si somma una riduzione di 285 milioni dei trasferimenti per l’edilizia di settore. Ma la conferenza Stato-Regioni, che tenta di trovare la quadra dal mese di febbraio, ha ormai raggiunto un accordo. La bozza di documento messo a punto dai tecnici alla luce della manovra e del Patto per la salute 2014-2016 ha come pilastro la cosiddetta appropriatezza delle cure. Definizione che si traduce in un principio assai poco piacevole per il malato: le prestazioni specialistiche e riabilitative prescritte da un medico ma ritenute non necessarie saranno totalmente a suo carico. E nei confronti dei medici che le prescrivono dovranno essere presi provvedimenti, compresa la riduzione della parte variabile dello stipendio. Scure anche sui ricoveri per la riabilitazione, che dovranno essere limitati a quelli strettamente necessari. Entro fine giugno l’Aifa dovrà poi rivedere il prontuario farmaceutico introducendo i “prezzi di riferimento”, con il risultato che il Servizio sanitario nazionale rimborserà solo quella cifra e il resto, ancora una volta, dovrà mettercelo il cittadino. Via libera, poi, alla rinegoziazione dei contratti di acquisto di beni, servizi e dispositivi con l’obiettivo di raggiungere uno sconto medio del 4% e risparmiare ben 1,5 miliardi.
Meno soldi in busta paga per i medici che prescrivono trattamenti inutili. Ma a pagare è il malato – Sarà un decreto a individuare, entro 30 giorni, le “condizioni di erogabilità” e le indicazioni per la prescrizione delle prestazioni specialistiche ambulatoriali “ad alto rischio di inappropriatezza“. Il medico, quando fa la ricetta, dovrà riportare l’indicazione della condizione di erogabilità. Le visite e i trattamenti che esulano da quei paletti saranno a totale carico dell’assistito. Ma a farne le spese – non per niente la categoria è già sul piede di guerra – sarà anche il dottore: se risulterà che ha prescritto una prestazione senza che fosse necessario, l’Asl o l’azienda ospedaliera gliene chiederanno conto e potranno applicargli “una riduzione del trattamento economico accessorio”, cioè della parte variabile della busta paga, se si tratta di un dipendente, o “degli incentivi legati al raggiungimento degli obiettivi di qualificazione e appropriatezza” se è un medico convenzionato. Le Regioni dovranno poi ridefinire i tetti di spesa dei privati accreditati per fornire visite ambulatoriali assicurando un abbattimento medio dell’1% del valore dei contratti. Il risparmio previsto, nel complesso, è di 106 milioni.
Tagliati anche i ricoveri in riabilitazione – Le sforbiciate statali riguarderanno anche i ricoveri di riabilitazione “ad alto rischio di inappropriatezza”: un altro decreto, sempre entro due mesi dall’intesa, dovrà individuare i criteri con cui valutarla facendo riferimento “alla correlazione clinica del ricovero con la tipologia di evento acuto, alla distanza temporale tra il ricovero e l’evento acuto e, nei ricoveri non conseguenti ad evento acuto, alla tipologia di casistica potenzialmente inappropriata”. Per i ricoveri clinicamente inappropriati è previsto un taglio del 50% della tariffa fissata dalla Regione o l’applicazione della tariffa media fissata per i ricoveri di questo tipo presso strutture riabilitative extraospedaliere. Tariffe giù anche per i ricoveri “oltre soglia”, cioè più lunghi di quanto in teoria opportuno. Per effetto di questi interventi le Regioni dovrebbero risparmiare 89 milioni.
I contratti di acquisto di beni e servizi saranno rinegoziati per risparmiare – Un’altra colonna portante è il rinnovo dei contratti di fornitura di beni e servizi, il cui valore per il 2014 è stimato in circa 16,3 miliardi, per abbatterne il costo in media del 4%, pari a 652 milioni. Lo stesso vale per i dispositivi medici, per i quali non è indicata una percentuale media di sconto. I calcoli dei tecnici di regioni e governo stimano però che l’ammontare del risparmio sarà di 845 milioni di euro, calcolati come differenza tra la spesa attuale e il valore del tetto fissato dal decreto del 2012 sulla spending review, in base al quale i governatori non possono spendere per i dispositivi più del 4,4% del Fondo sanitario regionale. A partire dall’anno prossimo, poi, le aziende produttrici dovranno concorrere, in proporzione all’incidenza del proprio fatturato sul totale della spesa, al ripiano dell’eventuale sfondamento del tetto: saranno chiamate a rifondere il 30% del rosso nel 2016, il 40% nel 2017 e il 50% nel 2018. Contro quello che in gergo si chiama payback è già in rivolta Assobiomedica, che definisce queste misure “inique e contrarie ai principi dell’Ue e a quelli sostanziali del diritto nazionale”.
Entro giugno il nuovo prontuario dei farmaci con i prezzi massimi di rimborso – Quanto al costo dei farmaci, l’introduzione entro il 30 giugno dell’elenco dei prezzi di riferimento, previa “ridefinizione straordinaria” del prontuario da parte dell’Aifa, dovrebbe consentire di risparmiare 200 milioni nella seconda parte del 2014 e 400 a regime su base annua. L’agenzia fisserà il prezzo massimo di rimborso da parte del Ssn in corrispondenza della confezione con il costo al pubblico più basso. E il resto lo pagherà l’assistito. Aifa avrà anche il potere di rinegoziare con le aziende farmaceutiche il prezzo dei medicinali biotecnologici all’indomani della scadenza del brevetto o del certificato di protezione. Qui il risparmio stimato è di 105 milioni l’anno a regime e 35 nel 2015.
Infine dovrebbero derivare riduzioni delle uscite per 10 milioni dall’azzeramento dei ricoveri in strutture convenzionate con meno di 40 posti letto, destinate alla chiusura in base ai nuovi standard. E altri 68 milioni è previsto che restino in cassa grazie a tagli a reparti e, di conseguenza, posti da primario. Non quantificato il risparmio dalla riduzione del numero delle Centrali operative del 118.

Il lavoro negli anni della crisi

Il lavoro negli anni della crisi: l'Italia paga il conto, la disoccupazione è cresciuta del 108%

Il lavoro negli anni della crisi: l'Italia paga il conto, la disoccupazione è cresciuta del 108%
 
Tra il 2007 e il 2014 nel nostro Paese è aumentata più del doppio rispetto alla media Ue. In Germania invece è diminuita di oltre il 40 per cento. Gli effetti della duplice ondata di recessione sui giovani: siamo diventati lo Stato membro con la più alta percentuale di 15-24enni senza impiego e che non studiano, pure la Bulgaria ci ha superati. Produzione industriale: ne abbiamo perso un quarto per strada
di MICHELA SCACCHIOLI, La Repubblica

1° Maggio 2015 contro il Jobs Act e il neoliberismo


1° Maggio 2015 contro il Jobs Act e il neoliberismo


di Roberta Fantozzi -
Il governo Renzi continua con le sue menzogne. 
Dice che grazie al Jobs Act l’occupazione è aumentata. E’ falso: c’è solo il passaggio da vecchi a nuovi contratti, con il contributo di 8.000 euro l’anno dato alle imprese per ogni contratto a “tutele crescenti”. Ma le “tutele crescenti” sono un’altra falsità, perché Renzi è andato oltre Berlusconi e Monti, cancellando l’articolo 18, aumentando ancora la precarietà, introducendo la possibilità di demansionare le lavoratrici e lavoratori.  Il lavoro che piace a Renzi è quello senza diritti: come ad Expo dove 18.500 persone lavoreranno gratis, perché il loro lavoro è  camuffato da “volontariato”.
Il governo Renzi continua con le sue menzogne. Dice che è finito il tempo dei tagli e che anzi c’è un “tesoretto” di 1 miliardo e mezzo.  E’ falso. I tagli alla sanità, all’assistenza, a regioni e comuni, non sono finiti. A quelli decisi nel 2014 si sommeranno almeno altri 10 miliardi di nuovi tagli, un altro attacco ai servizi e ai diritti dei cittadini. E quelli previsti negli anni futuri, per rispettare il Fiscal Compact, sono molto maggiori.
Il governo Renzi continua con le sue menzogne. Dice che la sua riforma costruirà la “buona scuola”. E’ falso. La scuola pubblica vedrà diminuire ancora le risorse a disposizione, nonostante sia tra le meno finanziate d’Europa. Le scuole saranno in competizione tra loro per accaparrarsi finanziamenti da imprese e privati, i docenti saranno in competizione tra loro per farsi assumere da dirigenti in cui si concentrerà ogni potere: uomini soli al comando, come piace a Renzi. La scuola di Renzi è la scuola che enfatizzerà le disuguaglianze di classe e territorio, fatta di gerarchie e competizione, impresa e mercato.
Il governo Renzi continua con le sue menzogne. Dice che bisogna bombardare i barconi degli scafisti, per fermare le morti nel Mediterraneo. Un atto di guerra come l’ha giustamente definito il Papa, che produrrebbe nuove inaccettabili stragi, mentre invece servono i corridoi umanitari, e serve porre fine alle politiche neocoloniali e di guerra che impoveriscono e devastano la sponda sud del Mediterraneo.
Il governo Renzi continua con le sue menzogne e apre la strada al razzismo di Salvini mettendo le persone una contro l’altra, lavoratori pubblici contro privati, disoccupati e precari contro lavoratori “stabili”, nativi contro migranti. Una guerra tra poveri che viene scatenata dicendo che non ci sono risorse, che la “coperta è troppo corta” e quindi che è giusto che “gli altri” restino con i “piedi di fuori”.
1maggio_webE’ FALSO. LE RISORSE CI SONO E SONO TANTE: BASTA TOGLIERLE A RICCHI E SPECULATORI.
Il 10% della popolazione italiana possiede metà della ricchezza totale: si faccia una tassa sulle grandi ricchezze.
La BCE presta i soldi alle banche private allo 0,05% di interesse mentre lo stato italiano paga il 4%: la BCE presti direttamente i soldi agli stati – come propone il governo Greco -  e l’Italia risparmierebbe più di 70 miliardi di interessi l’anno. Con queste risorse si possono creare milioni di posti di lavoro, migliorare il welfare e la scuola, abolire la riforma Fornero sulle pensioni, istituire il reddito minimo.
E’ necessario costruire l’alternativa a Renzi, alla distruzione dei diritti sociali e della Costituzione. Per questo lavoriamo per unire tutte le forze di sinistra in Italia, a partire dall’altra Europa con Tsipras. Come siamo impegnati a sostenere il governo greco nella sua lotta contro il neoliberismo in Europa, con il Partito della Sinistra Europea ed il Gue, di cui insieme a Rifondazione Comunista fanno parte Syriza, Linke, Front de Gauche, Izquierda Unida, Podemos.
Connettiamo le lotte, uniamo la sinistrA!

Italicum, fallimento in vista: ecco perchè Matteo Renzi calpesta le istituzioni

Italicum, fallimento in vista: ecco perchè Matteo Renzi calpesta le istituzioni

Vecchietti: “Umbricellum nettamente peggiore dell’Italicum”

La questione di fiducia sul disegno di legge elettorale nazionale è l’ennesimo colpo di mano del partito-governo di Renzi. Del resto in Umbria ci siamo già abituati vista la legge elettorale voluta e votata insieme dal PD e dalle destre. L’unica legge elettorale con la quale la Marini si è sentita in grado di andare alle elezioni con la speranza di non incorrere nella bocciatura degli umbri. Anche sul tema democratico c’è dunque una perfetta sintonia tra Renzi e la Marini: limitare la possibilità di rappresentanza dei cittadini per subordinare la nostra regione ai voleri della Direzione Nazionale del Pd e del segretario premier. 
Quello che lascia davvero stupiti è che certa “sinistra” a Roma lancia i crisantemi in aula, ma in Umbria sfrutta direttamente, per la collocazione dei propri ondivaghi quadri dirigenti, le storture di una legge ancora peggiore. L’Umbricellum, infatti, permette agli alleati del PD di entrare in Consiglio col 2,5% mentre fissa per gli altri uno sbarramento di fatto al 7-8%. Viva la democrazia intermittente! La battaglia per la democrazia costituzionale a Roma come in Umbria è la medesima: una battaglia di civiltà contro l’arroganza del Pd e per l’alternativa di società.
Michele Vecchietti
Candidato Presidente 
“L’Umbria per un’altra Europa”

Varoufakis, dilettante a chi?

Contro Yannis Varoufakis si è schierata un’ampia schiera di “falchi”. Le critiche tecniche che gli sono mosse nascondono un’insofferenza politica verso il ministro che non obbedisce

da Atene, Elena Sirianni, Popoff.quotidiano.it
varoufakis 
Yanis Varoufakis, ministro greco delle Finanze è, secondo i suoi colleghi dell’Eurogroup, “incompetente, dilettante e perditempo”. Poco importa che sia professore ordinario di Economia in prestigiose università internazionali e che venga considerato uno degli economisti più brillanti e originali al mondo, stimatissimo dal premio Nobel Joseph Stiglitz e dall’economista americano James Galbraith che dichiara che nessuno in Europa ha studiato e lavorato tanto su questa crisi quanto Yanis Varoufakis.
Alla guida del fronte dei “falchi” schierati contro il ministro greco c’è il presidente dell’Eurogroup  Jeroen Dijsselbloem,  coinvolto in uno scandalo in Olanda per aver falsificato il suo curriculum con un dottorato in economia mai conseguito. Quando nel 2013 venne eletto all’attuale carica, sponsorizzato dal ministro delle Finanze tedesco Schäuble, la BBC commentò: “Non ha nessuna precedente esperienza in finanze pubbliche, ha studiato economia agraria”.
La maggior parte dei mezzi di informazione, appositamente imbeccati., invece di interrogarsi sul perchè di queste critiche e della loro inusuale durezza,  fanno da cassa di risonanza alle “indiscrezioni” trapelate dalla riunione dell’Eurogroup del 24 aprile scorso a Riga, ingigantendole ad arte e cercando di convincerci che il problema non è politico, non nasce dalla inconciliabilità di posizioni fra chi ripropone una ricetta fallimentare che ha ridotto allo stremo la Grecia e chi chiede di smettere di scaricare i costi della crisi sui ceti più deboli avviando finalmente politiche di crescita. Il giudizio su Varoufakis sarebbe diametralmente opposto se invece di difendere pensioni e lavoro, avesse presentato  “riforme impressionanti” come quelle auspicate dai creditori, non importa se di impatto recessivo e destinate ad aggravare la crisi umanitaria. Avrebbe ottenuto il plauso generale se avesse proposto un’ulteriore riduzione delle pensioni come concordato dai suoi predecessori con la troika,  se avesse accettato la libertà per le banche di confiscare la prima casa, se avesse detto sì ai licenziamenti collettivi. I giornalisti però ci spiegano che il problema non è politico, ma è proprio lui, Varoufakis che con la sua incompetenza  sta facendo perdere tempo prezioso al negoziato facendo “innervosire” i partners europei.
Il  Financial Times che la settimana scorsa aveva paragonato la Grecia a un bimbo che fa i capricci e le istituzioni europee a genitori divisi sul metodo migliore per calmarlo, adesso si spinge più in là e punta anch’esso il dito su Varoufakis. Secondo le solite fonti ben informate, dopo l’Eurogroup di Riga, Tsipras si starebbe preparando a “lasciarlo in panchina” e a prendere in mano personalmente le redini della trattativa insieme al vicepremier Dragasakis per raggiungere comunque un accordo con le istituzioni. C’è da dire che ogni volta che si riunisce l’Eurogroup viene fuori questa “indiscrezione” poi puntualmente smentita dal governo greco e dai fatti. Prima dell’Eurogroup del 9 marzo scorso,  il ministro delle Finanze irlandese Michael Noonan diede come certa la notizia che alla riunione la Grecia sarebbe stata rappresentata dal vicepremier Dragasakis anzichè dal suo ministro delle Finanze. Poi fu lo stesso Dragasakis a smentire.
Come è evidente si tratta di un “desiderio”  delle istituzioni europee, fatto trapelare attraverso la stampa,  allo scopo di mandare al governo greco il messaggio che la trattativa potrebbe sbloccarsi se Varoufakis si togliesse di mezzo. Sempre secondo il F.T. una fonte da Bruxelles dice:  “C’è una  differenza di percezione. Varoufakis non capisce che non può negoziare ogni cosa da un punto di vista politico. Ci sono altre persone che lo fanno“. Poi riferisce di una fonte vicina al governo greco che afferma “Varoufakis è un impedimento alla leadership di SYRIZA”. Tuttavia è improbabile che lasci l’incarico. “Il momento opportuno per Tsipras di sostituirlo sarà quando verrà raggiunto l’accordo ponte con i creditori e inizierà la discussione per il nuovo programma di salvataggio”.  Praticamente un suggerimento al governo greco su come e quando sarebbe opportuno sostituirlo.
Quando tre mesi fa, all’indomani della vittoria di Syriza, Yanis Varoufakis  fu nominato ministro delle Finanze del nuovo governo greco facendo irruzione sulla scena politica europea col suo giubbotto di pelle, la sua moto e le sue camicie scure,  in poco tempo raggiunse  una popolarità internazionale senza precedenti per un ministro delle Finanze di un piccolo paese come la Grecia. Ma nelle  riunioni dell’Eurogroup  dove una serie di  “belle statuine” è chiamata a dare un tacito assenso a piani e politiche economiche già stabilite altrove, il suo arrivo per la maggior parte dei presenti (ministri ed eurotecnocrati)  deve avere avuto l’effetto spiacevole di un terremoto. Dopo anni di pedissequa adesione alle politiche di austerità,  all’Ecofin è arrivato qualcuno che mette tutto in discussione e con cognizione di causa.  Uno che nelle riunioni dell’Eurogroup invece di portare la lista della lavandaia delle riforme che l’Europa si aspetta, le mette in dubbio e dice “E’ nostro dovere  convincere i nostri partners che stiamo lavorando a interventi  reali, a riforme profonde e a politiche di bilancio responsabili. E’ loro dovere sganciarsi dalla sterile fedeltà alla fallimentare logica dei memoranda”. Uno che nel suo ultimo libro afferma  “La verità è che le nostre società non sono semplicemente ingiuste: sono spaventosamente inefficaci nelle misura in cui disperdono le nostre potenzialità di produrre vera ricchezza”.
Deve essere stato un colpo per le onnipotenti “istituzioni” trovarselo davanti, abituate com’erano a trattare con i suoi predecessori con qualche pacca sulla spalla, qualche buffetto in testa e poche parole per farsi capire. Come il laconico “Yannis, scordatelo” che Schäuble rivolse all’ex ministro delle Finanze Stournaras, quando questi osò timidamente chiedere quanto  suggeritogli  da Christine Lagarde, di portare alla discussione dell’Eurogroup il problema della ristrutturazione del debito greco considerato non sostenibile dal FMI.
Intanto continuano a trapelare le indiscrezioni sul clima nell’Eurogrpup di due giorni fa a Riga.  Dicono i giornali che l’attacco a Varoufakis è stato durissimo e collettivo, 18 contro uno! I suoi colleghi sono stufi di ascoltare “lezioni” da lui e vogliono finalmente le riforme! Qualcuno fa sapere dello sfogo  del ministro delle Finanze slovacco che avrebbe aggredito Varoufakis dicendo  “Hai soldi per pagare le pensioni? Perchè io non avevo i soldi per pagarle in Slovacchia, e non dò soldi per le pensioni greche”.  Un’altro collega (Dijsselbloem?) gli ha dato del perditempo e giocatore d’azzardo…Insomma, un clima avvelenato che ha fatto dichiarare al ministro delle Finanze di Malta  Edward Scicluna che si è assistito al “crollo completo” della comunicazione fra le due parti.
Non solo, l’isolamento del ministro greco sarebbe continuato anche dopo la riunione. Riferisce l’Agenzia Reuters che mentre gli altri ministri e funzionari dell’Eurogroup,  a suon di musica cenavano con salmone e branzino, Varoufakis vagava solo nella notte della capitale lettone.
Come interpretare questo peggioramento del clima negoziale? C’è chi ipotizza una spaccatura  nelle “istituzioni” e nello stesso governo tedesco fra chi, come Angela Merkel , non vuole assumersi il peso politico di un Grexit e ne teme le conseguenze sul resto di Europa, e chi vuole inasprire lo scontro e dare il benservito ai Greci bugiardi e inaffidabili che hanno alzato la cresta. Soprattutto c’è chi non ha mai digerito lo spodestamento  della troika e delle sue ancelle (come la Task Force del tedesco Horst Reichenbach) e chiede che venga immediatamente reinsediata. Perchè uno dei primi successi negoziali di Tsipras e Varoufakis in tandem, è stata proprio la fine della troika. Anche se si è fatta molta ironia su questo, si è scritto che la troika è viva e vegeta e ha solo cambiato nome. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Intanto oggi Varoufakis discute a Bruxelles, ad Atene  o in altre capitali europee con i suoi colleghi ministri e non con tecnocrati preoccupati solo di racimolare soldi per i creditori senza alcun vincolo costituzionale o di legge. Sono finite per sempre le incursioni del trio dell’Apocalisse ( definizione dell’ex ministro Papakostantinou) nei ministeri, finita l’epoca in cui gli “uomini in nero” (questa invece è la definizione data da Cristòbal Montoro, ministro delle Finanze di Rajoy) facevano irruzione negli uffici statali mettendo alla porta ministri e i funzionari Greci, finita per loro l’umiliazione di aspettare fuori in corridoio di poter riprendere possesso delle proprie scrivanie. Finite le mail ultimative e le telefonate notturne ai ministri “indisciplinati”.
Anche se non in maniera ufficiale,  l’allontanamento di Varoufakis dal governo è stato più volte chiesto anche da Berlino, perchè a parte il problema politico non c’è mai stato feeling fra il ministro greco e quello tedesco delle Finanze. Schäuble  non deve avergli perdonato di aver affermato nella prima conferenza stampa congiunta, al cospetto di giornalisti di tutto il mondo,  che nei grandi scandali per corruzione in Grecia c’è quasi sempre implicata una società tedesca e che la Germania e la magistratura tedesca devono essere più collaborative  con la Grecia nel perseguire i colpevoli.
Un’altra lettura che si può dare è che l’attacco a  Varoufakis viene fatto per dividere il governo greco e far esplodere contrasti fra l’ala più radicale di Syriza e quella più moderata, nella speranza che si inneschi  una crisi di governo  Senza sottovalutare che la delegittimazione di Varoufakis otterrebbe anche un altro risultato, riportare indietro le lancette del negoziato rimettendo in discussione un’altro successo ottenuto da Varoufakis,  la sensibile riduzione dell’avanzo primario richiesto alla Grecia dal 4,5% (previsto dal precedente memorandum) a ll’1,2 – 1,5 % concordato all’Ecofin dello scorso 20 febbraio.
La risposta di Tsipras e del suo governo non si è fatta attendere. L’Avghì di oggi riferisce che ieri si è tenuta una riunione presso la presidenza del Consiglio a cui hanno partecipato oltre al premier Tsipras tutti i ministri economici (Dragasakis, Varoufakis, Stathakis), il ministro senza portafogli Pappas e il viceministro per i Rapporti Economici Internazionali  Euclide Tsakalotos. Nel corso della riunione si è deciso di costituire una squadra politica per i negoziati guidata da Varoufakis e sintonizzata da Tsakalotos. A questa si affiancherà una squadra tecnica che dovrà stendere un piano per lo sviluppo dell’Economia  che costituirà la base di discussione per il nuovo accordo di giugno. Il governo rinnova la sua fiducia al ministro Yanis Varoufakis divenuto bersaglio di attacchi pianificati sulla stampa internazionale.  Il governo fa sapere che il ministro Varoufakis agisce sempre sulla base di decisioni collegialmente prese dal governo e continuerà a lavorare allo stesso modo per una soluzione sostenibile.
Infine lo stesso Varoufakis ha ieri replicato ai suoi detrattori  via Twitter citando il presidente americano Franklin Delano Roosevelt e il suo discorso del 1936 alla vigilia delle elezioni dove venne rieletto per il secondo mandato:
“Sono unanimi nel loro odio contro di me e io dò il benvenuto al loro odio. Una citazione -  aggiunge il ministro – vicina al mio animo (e alla realtà) questi giorni”.

BoT a zero, in attesa del grande botto di Claudio Conti, Contropiano.org

BoT a zero, in attesa del grande botto
La notizia è da prima pagina. Ma siccome nessuno sa bene come trattarla quasi tutti spingono il tasto “ottimismo” e fanno finta di non vedere l'altra faccia della medaglia.
Partiamo dunque dalla notizia semplice semplice: ieri il ministero del Tesoro (ora accorpato a quello dell'Economia) ha collocato BoT a scadenza di sei mesi a un tasso di interesse pari a zero. In pratica, il Tesoro chiede un prestito sui mercati e tra sei mesi non pagherà nulla come “retribuzione del capitale”, limitandosi a restituire la cifra ricevuta.
L'Italia non è l'unico paese europeo a godere di questa eccezionale situazione finanziaria. Tutti i paesi del Nord Europa (Germania, Olanda, Finlandia, ecc), più paesi fuori dell'euro come Svizzera, Svezia e Danimarca, sono da qualche mese in una situazione ancora migliore perché possono addirittra restituire meno di quel che hanno ricevuto in prestito, visto che pagano interessi sia pur infinitesimamente negativi: -0,2%.
Se si spinge il tasto “evviva” il quadro è splendido: un paese in queste condizioni può rifinanziare il proprio debito gratis, o addirittura guadagnandoci, togliendo così un peso enorme dai conti pubblici (chiamato “servizio del debito”, ossia interessi).
Anche la spiegazione tecnica resta semplice: tutto merito della Bce, che da due mesi ha messo in moto il quantitative easing, cominciando ad acquistare sui mercati titoli di stato dei paesi europei (ma non della Grecia, che invece non può rifinanziarsi perché altrimenti dovrebbe pagare interessi al di sopra del 20%).
La domanda che apre la porta sul “lato oscuro” è altrettanto semplice: perché un investitore (una banca, un fondo di investimento, o persino un normale cittadino con qualche risparmio da parte) accetta di prestare i propri soldi sapendo in anticipo che non ci guadagnerà nulla o addirittura ci rimetterà qualcosina?
Qui il lettore ci deve perdonare, ma siamo obbligati – come tutti quelli che cercano la risposta a questa domanda – ad addentrarci nei “massimi sistemi”. Non lo facciamo per motivi ideologici o passione teorica, ma per le identiche ragioni addotte da uno degli editorialisti di punta de Ilsole24Ore, Alessadro Plateroti:
 Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche. «Nella storia d’Europa - ha commentato Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese - dobbiamo tornare al Quattordicesimo secolo, quando il depauperamento delle miniere d’argento provocò una lenta contrazione monetaria, seguita dal default di Edoardo III sul debito contratto con le banche italiane e dall’epidemia della Morte Nera, innescando un devastante processo deflazionistico». Frasi da apocalisse, certamente esagerate nei toni e negli obiettivi, ma anche suggestive e soprattutto indicative della confusione che regna sui mercati, dei timori sui rischi generati dalle «bolle» (ecco l’analogia con la peste in Europa...) e soprattutto della difficoltà di prevedere gli effetti collaterali della manovra della Bce.
Il “livello zero” di rendimento del denaro, in regime capitalistico, è un limite concettuale, una sorta di assioma che non necessita di dimostrazione, anzi serve ad argomentare le dimostrazioni. E le esibizioni di “competenza professionale” di pupazzi come il capo dell'Eurogruppo, Dijsselbloem. Chiunque presti soldi si attende un guadagno da questo impiego, no? Siamo nel capitalismo e dunque può funzionare solo così... O no?
Cosa significa? Che nessuno ha studiato cosa possa avvenire quando questo evento impossibile si verifica. Non è avvenuto sul piano teorico (perché era impossibile), tantomeno su quello empirico (non era mai avvenuto, se non nel Trecento, ma era il Medioevo, mica la modernità capitalistica...).
Lo stesso sconcerto provato da Plateroti è stato descritto dal più autorevole Martin Wolf, nientepopodimeno che sulla bibbia del liberismo anglosassone, il Financial Times, con un titolo che molti avrebbero definito catastrofista se scelto da un marxista: “Ecco perché l’economia globale non brillerà più”. Senza se e senza ma.
Renzi e Padoan non lo hanno letto, altrimenti non ciancerebbero di “ripresa in atto” (“ma solo dello zero virgola”).
Wolf, in particolare, indica come “stranezza incomprensibile” - oltre ai tassi di interesse sottozero – anche il fatto che la produzione reale sia mantenuta al suo livello potenziale solo al prezzo di un indebitamento finanziario crescente. Più precisamente:
La produzione è finanziariamente sostenibile quando i modelli di spesa e la distribuzione del reddito sono tali che il frutto dell'attività economica può essere assorbito senza creare pericolosi squilibri nel sistema finanziario. È insostenibile quando per generare abbastanza domanda da assorbire la produzione dell'economia si deve ricorrere una dose eccessiva di indebitamento, o quando i tassi di interesse reali sono molto al di sotto dello zero, oppure entrambe le cose.
Possiamo anche dire che il mercato non riesce più ad allocare in modo ottimale risorse. Ovvero un altro assioma del liberismo teorico (ideologico?) che salta come un birillo davanti a una realtà impossibile. La finanza lavora per conto proprio, indipendentemente dall'andamento dell'economia reale, da molti decenni. Certamente dalla fine degli anni '90, quando Bill Clinton abolì il Glass-Streagall Act, ossia il divieto di cumulare nella stessa banca le normali attività di raccolta dei risparmi/prestiti a famiglie e imprese con quelle tipicamente speculative della “”banca d'affari”. Era una legge degli anni '30, immaginata per limitare ed evitare il ripetersi del grande crack del 1929.
Ma ora la realtà della produzione - ferma, non a caso - riprende il volatile per le zampe e lo tira giù.
Il capitalismo non funziona più. I fenomeni considerati impossibii avvengono sotto i nostri occhi. I “professionisti” dell'accumulazione sono costretti ad accontentarsi di non guadagnare nulla o di rimetterci solo poco. Per quanto può durare? Non lo sa nessuno, perché si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche.
Allacciate le cinture...

*****

I tassi a zero aiutano ma l’euro paga il conto

Alessandro Plateroti
Il Tesoro ha venduto il BoT semestrale ottobre 2015 ad un rendimento pari a zero, collocando tutti i 6,5 miliardi di euro offerti a fronte di una domanda quasi doppia. E oggi, sfruttando l’onda lunga della liquidità fornita in abbondanza ai mercati dalla Banca centrale europea, il Tesoro collocherà i BTp a 5 e 10 anni con la ragionevole speranza di fissarne ulteriormente al ribasso i rendimenti, scesi negli ultimi mesi a livelli di minimo pluriennale.
Per il Governo italiano, cronicamente alle prese con un debito tra i più alti d’Europa e con un servizio sul debito tra i più onerosi, cavalcare l’onda della Bce è dunque un piacere quanto una necessità: con la ripresa economica in ritardo su quella degli altri, un rating sovrano da Paese arretrato (a quota BBB- è lo stesso dell’Azerbaijan, del Marocco, del Sud Africa, della Romania, del Brasile e della Federazione Russa) e con un’agenda di riforme strutturali troppo spesso vittima di imboscate in Parlamento, già far parte dei 19 Paesi europei aderenti al «club dei tassi sottozero» è un privilegio su cui nessuno avrebbe scommesso all’inizio dell’anno.
Miracoli del Qe, l’Allentamento Quantitativo con cui la Bce sta combattendo inflazione e crisi: in meno di due mesi, Draghi è riuscito non solo a isolare i Paesi dell’Europa periferica dai rischi di un contagio immediato con la Grecia, ma anche a portare sotto zero i tassi di interesse sul debito sovrano con scadenze fino a 7 anni praticamente in tutta Europa, compresi i Paesi che non fanno parte dell’euro. Svezia, Danimarca e Svizzera hanno infatti oggi un tasso di sconto sotto zero: se si tiene conto che sono ben 19 i Paesi-euro che hanno tassi negativi di cui ben 5 hanno rendimenti a due e tre anni al di sotto del -0,2%, che rappresenta non solo il tasso sui depositi della Bce ma anche la soglia di esclusione dagli acquisti di debito del quantitative easing, si capisce bene come sia maturato non solo l’ingresso spagnolo ma anche quello italiano nel «club dei tassi negativi».
Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche. «Nella storia d’Europa - ha commentato Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese - dobbiamo tornare al Quattordicesimo secolo, quando il depauperamento delle miniere d’argento provocò una lenta contrazione monetaria, seguita dal default di Edoardo III sul debito contratto con le banche italiane e dall’epidemia della Morte Nera, innescando un devastante processo deflazionistico». Frasi da apocalisse, certamente esagerate nei toni e negli obiettivi, ma anche suggestive e soprattutto indicative della confusione che regna sui mercati, dei timori sui rischi generati dalle «bolle» (ecco l’analogia con la peste in Europa...) e soprattutto della difficoltà di prevedere gli effetti collaterali della manovra della Bce.
Anche se tutti gli occhi e l’attenzione sono concentrati sulla caduta dei tassi di interesse e sull’esuberanza delle Borse che continuano a salire malgrado le incertezze sui profitti aziendali e sul passo della ripresa economica globale, sarà bene di qui in avanti aver ben presenti anche gli effetti collaterali della manovra Bce sulla liquidità. Il denaro della Bce sembra avere infatti un effetto moltiplicatore della liquidità che va oltre ogni aspettative. Due mesi di Qe e acquisti di bond sovrani per poco più di 130 miliardi di euro hanno fatto non solo esplodere la propensione al rischio degli investitori, ma soprattutto una frenetica corsa agli acquisti di attività denominate in euro che se da un lato spinge gli asset finanziari come le azioni e i bond, dall’altro rischia di bloccare quella benefica e auspicata caduta dell’euro sul dollaro che aveva fatto ben sperare gli imprenditori italiani che esportano fuori dall’Europa e soprattutto alzato le chance di una ripresa più rapida della nostra economia.
Le cifre disponibili sui flussi di capitale spiegano bene quanto sta accadendo: il torrente di denaro che esce dalla Bce finisce in parte sui titoli di Stato spingendo i tassi sotto zero, poi in cerca di maggiore guadagno si sposta verso le azioni delle Borse europee, che per essere acquistate hanno però bisogno di euro, che a sua volta deve essere acquistato dagli investitori. I fondi di investimento globali e gli Etf specializzati sull’azionario europeo rappresentano la prima conferma: dall’inizio dell’anno a oggi, i due veicoli hanno portato in Europa 63,6 miliardi di dollari (poi convertiti in euro), il 70% in più dello stesso periodo del 2014 (fonte Epfr Global). Se poi si aggiungono gli acquisti fuori fondi - da cui è arrivata una spinta importante al rialzo del 20% registrato a ieri dall’indice delle azioni europee - effettuati comprando euro e vendendo dollari, è ancora più chiaro l’effetto devastante provocato sull’andamento ribassista dell’euro: dopo aver raggiunto il picco di 1,40 dollari nel maggio del 2014, la valuta europea ha sfiorato la parità il mese scorso per poi ricominciare a salire. Dal momento che anche ieri ha chiuso in rialzo a 1,1 dollari, si può ora affermare che in aprile, per la prima volta in 10 mesi, l’euro segnerà un rialzo sul mese precedente.
Insomma, i tassi a zero aiutano certamente i governi delle economie deboli d’Europa a gestire meglio il proprio debito, ma da soli non bastano a far ripartire il credito, l’industria e l’economia in generale. Senza contare che gran parte di questi investimenti sugli asset finanziari europei sono privi di «coperture assicurative»: a tale scopo, per investitori e speculatori, basta la polizza del Qe della Bce. Il contagio che vediamo ora è quello esercitato dai tassi tedeschi su quelli degli altri. Già, ma se poi qualcosa va storto? Come reagirà in concreto il mercato se la Grecia crolla senza aiuti, se in Spagna vince Podemos o se qualche altra crisi fuori programma dovesse esplodere tra il Medio Oriente e la Russia? Una cosa sola è certa: sui mercati come nella vita, il pasto gratis diventa sempre più difficile.

È l’era della grande stagnazione? Ecco perché l’economia globale non brillerà più

di Martin Wolf
A un primo sguardo è uno scenario che lascia perplessi, e viene da chiedersi se sia possibile: una produzione al suo potenziale, eppure ancora insostenibile. Ma un capitolo dell'ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale getta luce proprio su questo scenario: anzi, forse ci siamo dentro.
La produzione è al suo potenziale quando non genera pressioni inflattive o deflattive. La sostenibilità (e qui parlo di sostenibilità finanziaria, non di sostenibilità ambientale) è un concetto completamente diverso.
La produzione è finanziariamente sostenibile quando i modelli di spesa e la distribuzione del reddito sono tali che il frutto dell'attività economica può essere assorbito senza creare pericolosi squilibri nel sistema finanziario. È insostenibile quando per generare abbastanza domanda da assorbire la produzione dell'economia si deve ricorrere una dose eccessiva di indebitamento, o quando i tassi di interesse reali sono molto al di sotto dello zero, oppure entrambe le cose.
Per capire come possa venirsi a creare una situazione del genere, cominciamo con l'immaginare un'economia in equilibrio, nel senso che la quantità di denaro che famiglie e imprese vogliono risparmiare coincide esattamente con la quantità di denaro che vogliono spendere per investimenti in capitale fisico. Fin qui tutto bene.
Ma supponiamo che successivamente la crescita della produzione potenziale cali bruscamente. In questo caso scenderebbe anche il livello di investimenti auspicati, poiché lo stock di capitale necessario sarebbe inferiore. Ma non è detto che la quantità di denaro che le persone desiderano risparmiare si riduca, quantomeno non nella stessa misura: anzi, se le persone prevedono che saranno più povere in futuro, potrebbero addirittura desiderare di risparmiare ancora di più. In questo caso potrebbe rendersi necessario un drastico calo dei tassi di interesse reali per ripristinare l'equilibrio tra investimenti e risparmi.
Questo calo dei tassi di interesse reali potrebbe innescare anche un aumento dei prezzi delle attività a lungo termine, con relativa impennata del credito. Questi effetti offrirebbero un rimedio temporaneo alla stentatezza della domanda. Ma se poi il boom del credito dovesse sgretolarsi, i prestatari si troverebbero in difficoltà a rifinanziare il loro debito e la domanda si troverebbe quindi gravata di un duplice fardello. Le conseguenze nel medio termine dell'eccesso di debito e di un settore finanziario avverso al rischio aggraverebbero le conseguenze a lungo termine della crescita potenziale più debole.
Il World Economic Outlook fa luce su un aspetto importante di questa faccenda. La produzione potenziale, sostengono gli economisti del Fondo, in effetti cresce più lentamente di prima. Nei Paesi avanzati, il calo è cominciato all'inizio degli anni 2000; nelle economie emergenti, dopo il 2009.
Prima della crisi, la causa principale del rallentamento nelle economie avanzate era un calo della crescita della «produttività totale dei fattori», una misura della produzione generata da una data quantità di capitale e lavoro. Una spiegazione stava nell'attenuarsi del benefico impatto economico della Rete. Un’altra spiegazione era il calo del tasso di miglioramento delle competenze umane. Dopo la crisi, la crescita potenziale è scesa ulteriormente, in parte a causa del tracollo degli investimenti; anche l'invecchiamento della popolazione ha giocato un ruolo importante.
Pure nelle economie emergenti i fattori demografici si fanno sentire: il declino della crescita della popolazione in età lavorativa è particolarmente accentuato in Cina. Inoltre, sta diminuendo la crescita del capitale dopo il colossale boom degli investimenti negli anni 2000, e anche in questo caso soprattutto in Cina.
La crescita della produttività totale dei fattori potrebbe frenare anch'essa nel lungo periodo, man mano che rallenterà la rincorsa di Pechino alle economie avanzate.
Questo declino della crescita potenziale ci conduce direttamente al dibattito su eccesso di risparmi e stagnazione secolare. Emergono due importanti distinzioni, fra locale e globale e fra temporaneo e permanente. Il rallentamento mondiale della crescita potenziale permette di far luce su entrambe.
Locale e globale
Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve, sostiene giustamente che non possono essere soltanto condizioni locali a determinare i livelli estremamente bassi dei tassi di interesse reali. In un'economia dove il desiderio di risparmio è superiore al desiderio di investimento, dovrebbe essere possibile esportare i risparmi in accesso attraverso un surplus nel saldo con l'estero: è quello che ha fatto finora la Germania.
Ma insorgono difficoltà. Innanzitutto, come osserva il premio Nobel Paul Krugman, il tasso di cambio reale potrebbe non calare a sufficienza: in questo caso, l'economia potrebbe trovarsi a soffrire di una stagnazione permanente. Secondo, il resto del mondo potrebbe non riuscire a sostenere disavanzi speculari nella bilancia delle partite correnti. È quello che è successo nella fase che ha preceduto il 2007: i deficit degli Stati Uniti, della Spagna e di una serie di altri Paesi, come contrappeso ai surplus della Cina, dei Paesi esportatori di petrolio, della Germania e di altre economie ad alto reddito, si sono rivelati spaventosamente insostenibili.
Temporaneo e permanente
Ora concentriamoci sulla distinzione, non meno fondamentale, tra eccedenze temporanee ed eccedenze permanenti del desiderio di risparmio rispetto al desiderio di investimento. La principale divergenza tra Bernanke e Lawrence Summers, l'ex segretario al Tesoro statunitense, sta proprio qui.
Bernanke ipotizza che le condizioni che generano tassi di interesse reali ultrabassi siano temporanee. Esempi ovvi in questo senso sono i surplus, ormai svaniti, dei Paesi esportatori di petrolio. Anche l'attivo che aveva la Cina nel saldo con l'estero prima della crisi in gran parte è evaporato. Perciò, anche la recessione indotta dalla crisi dovrebbe essere temporanea.
Summers sostiene invece che almeno alcune delle condizioni di cui sopra preesistevano la crisi, e probabilmente dureranno più a lungo: tra queste, la debolezza degli investimenti del settore privato nelle economie ad alto reddito.
La tesi del Fmi sul rallentamento della crescita potenziale supporta la posizione di Summers. Una crescita potenziale più bassa potrebbe essere quindi anche una crescita meno sostenibile. Se così fosse, potremmo trovarci a scoprire che l'economia mondiale è caratterizzata da investimenti fiacchi, tassi di interesse reali e nominali bassi, bolle creditizie e un debito ingestibile nel lungo periodo.
Questo scenario futuro tanto deprimente non è inevitabile, ma non possiamo dare per scontato che sarà più roseo di così. Servono riforme nazionali, regionali e globali per imprimere spinta alla crescita potenziale e ridurre l'instabilità. Quale forma potrebbero assumere queste riforme, è un argomento che rimando a un'altra occasione.
Copyright The Financial Times Limited 2015
(Traduzione di Fabio Galimberti)