lunedì 14 marzo 2016

L'economia della povertà degli anziani - di Robert Kurz -

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Il capitalismo vuole solo il meglio dalle persone: la loro energia vitale, che dev'essere assorbita in quanto "lavoro" creatore di plusvalore. E, se fosse possibile, l'ideale sarebbe 24 ore al giorno. I bambini, ancora non adatti alla valorizzazione, vengono tollerati in quanto potenziale forza lavoro futura; ma gli anziani che si sono già ritirati, in linea di principio sono mera zavorra. Ai tempi del miracolo economico sembrava che il sistema di previdenza sociale faticosamente conquistato avesse ormai umanizzato in maniera duratura questa logica brutale, sebbene non lo avesse fatto per tutti. In particolare per le donne, che a causa dei periodi di aspettativa in cui rimanevano a casa per la cura dei figli, o a causa del lavoro part-time, nella vecchiaia rimanevano esposte al rischio di povertà, se non potevano contare sulla pensione del marito.
Nelle condizioni di valorizzazione del capitale, segnate dalla crisi nella terza rivoluzione industriale e dalla globalizzazione, sono ormai anni che sono state smantellate le prestazioni sociali, a cominciare dalla garanzia della pensione. Già da tempo, la formula per il calcolo delle pensioni è stata rielaborata in maniera tale che ha smesso di tenere il passo con l'inflazione. E' dal 2004 che la perdita del potere di acquisto da parte dei pensionati è più accentuata di quanto lo sia per le persone attive. Anche il recente aumento straordinaro dell'1,1% delle pensioni rimane molto al di sotto del tasso d'inflazione; con quei soldi non si riesce a comprare neanche una salsiccia.
Ciò nonostante, tale misura è stata attaccata dagli economisti, e da una parte della classe politica, come "populismo" elettorale tattico. Il reddito reale dei pensionati, pur in caduta, rimane attualmente ad un livello medio relativamente altro grazie agli anni ancora calcolati con un metodo più favorevole. Ma nel prossimo futuro la situazione cambierà in maniera drammatica. Che una simile situazione sia dovuta all'evoluzione demografica, a causa del basso tasso di natalità, non è nemmeno una mezza verità. Il calo dei contributi per la previdenza sociale in realtà è dovuto alla disoccupazione di massa, praticata a lungo termine, ed alla rapida espansione, politicamente deliberata, dei salari bassi. L'aumento, anno dopo anno, della povertà delle persone "atte al lavoro" implica ncecessariamente, nel prossimo futuro, un maggior povertà nella vecchiaia. L'aumento già concordato dell'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni è una misura che non ha né capo né coda rispetto alla politica di occupazione; per non parlare poi della recente richiesta della Bundensbank di innalzare l'età per la pensione a 68,5 anni. Ma, considerato che di questi tempi il capitale è interessato solamente al materiale umano giovane adatto alla valorizzazione, questa misura porterà soprattutto ad un maggior assenteismo e, di conseguenza, ad un aggravamento della povertà nella vecchiaia.
Tuttavia, anche per il lontano futuro, non si può contare sul fatto che la diminuzione della natalità possa causare una mancanza di manodopera. La diminuzione del potere d'acquisto implica la diminuzione della produzione, e la minore offerta di manodopera verrà compensata dalla razionalizzazione tecnologica che è ancora ben lontana dall'essersi esaurita. Dal momento che il sistema di contribuzione per le pensioni dipende dalla capacità del processo di valorizzazione di creare occupazione di massa, il capitalismo ritorna alla brutalizzazione contro i pensionati. Il messaggio lanciato dall'ex presidente federale, Herzog, contro una "democrazia dei pensionati", secondo cui "i più anziani depredano letteralmente i più giovani", segue tale logica e pretende di mettere i giovani poveri contro gli anziani poveri. E' ormai da molto tempo che il potenziale materiale di ricchezza è in grado di garantire beni alimentari e culturali sufficienti per tutti. Ma, dal momento che anche l'ultimo pezzo di pane deve passare attraverso un'efficace valorizzazione del denaro, il capitalismo, in questo senso, non ha futuro.
- Robert Kurz - Pubblicato su Neues Deutschland del 25/4/2008 -
fonte: EXIT!

Acqua, governo contro esito referendum: “No all’obbligo di gestione pubblica”

Acqua, governo contro esito referendum: “No all’obbligo di gestione pubblica”

La Camera discute un ddl di inziativa popolare presentato nel 2007 dai movimenti e rielaborato in commissione. Ora che in aula si vota, due emendamenti Pd chiedono l'abolizione dell'articolo che darebbe attuazione alla volontà di 26 milioni di italiani, e il sottosegretario Velo concorda. Ma il testo non è esente da pecche, soprattutto sul fronte della copertura della spesa necessaria a "cacciare" i privati

domenica 13 marzo 2016

La partita in corso a sinistra di Paolo Ferrero


La partita in corso a sinistra
Le interviste di D’Alema sono un fatto politico importante e segnano la seconda tappa dello scontro su come la sinistra si deve riorganizzare e per fare cosa. Andiamo con ordine:
1) Renzi sta costruendo il partito della nazione, cioè un partito di centro liberista e confindustriale. La caratteristica di Renzi è che essendo un populista dall’alto è liberista ma contro l’austerità, più o meno come Obama.
2) Il PD di Renzi lascia un grande spazio a sinistra e tutti sanno che prima o poi questo spazio verrà occupato. Renzi infatti non solo non ha nulla a che vedere con la sinistra ma nemmeno con il centro sinistra prodiano. L’occupazione di questo spazio politico è l’oggetto della contesta politica a sinistra.
3) Il tavolo unitario della sinistra a fine 2015, con il documento “noi ci siamo” aveva positivamente individuato nella costruzione di una sinistra antiliberista alternativa al PD la soluzione di questo problema.
4) Questa prospettiva politica apriva una contraddizione politica dentro SEL che sul rapporto con il PD è nata e cresciuta.
5) Il gruppo dirigente di SEL, per cercare di salvaguardare l’unità di SEL ha scelto di rompere con Rifondazione Comunista e conseguentemente di distruggere il processo unitario e di lanciare la costruzione di Sinistra Italiana, con un profilo più ambiguo sull’alternatività al PD. In questo modo il gruppo dirigente di SEL, pur parlando di alternatività al PD ha scelto l’unità con chi non condivide questa scelta e ha posto le basi per la costruzione di un progetto politico contraddittorio, come evidenziano le vicende di Milano e di Roma sulle amministrative.
6) Le fratture a sinistra dentro il PD sono però di dimensioni ben maggiori di quelle sin’ora evidenziate dalle uscite avvenute. Qui si situa l’offensiva politica di D’Alema che pone esplicitamente il tema della sconfitta del gruppo dirigente renziano al fine di ricostruire il centro sinistra. La novità di D’Alema è quella di porre questa battaglia politica al gruppo dirigente renziano sia dentro che fuori il PD.
7) A sinistra di Renzi vi sono quindi oggi 2 ipotesi politiche. La prima, quella di D’Alema, di fare una battaglia politica dentro e fuori il PD per ricostruire il centro sinistra. Nessuna vera alternatività politico programmatica al PD ma una guerra durissima per cambiare gruppi dirigenti e prospettiva. La seconda quella che proponiamo noi, di aggregare il complesso delle forze della sinistra antiliberista e alternativa al PD e ai socialisti europei. L’ipotesi su cui è nata Sinistra italiana mi pare priva di base politica perchè mischia entrambe queste prospettive facendo finta che sia possibile tenerle insieme. Si tratta di una illusione che cozza con la realtà delle cose, come mostrano Milano e Roma.
8) Le amministrative e i referendum sociali e istituzionali, sono i terreni immediati su cui avverrà lo scontro con il PD di Renzi e su cui si determineranno elementi di chiarezza anche sulle diverse prospettive che – da sinistra – si scontrano con il PD renziano.
9) Noi vogliamo attraversare questa battaglia politica e sociale senza chiuderci in un recinto ma con una chiara proposta unitaria di aggregazione di una sinistra antiliberista autonoma ed alternativa al PD ed alle forze che stanno gestendo le politiche neoliberiste. Il problema non è rifare il centro sinistra – che oltre ad aver fallito ha aperto la strada a Renzi e al disastro sociale – ma di fare anche in Italia una sinistra degna di questo nome. Cioè una sinistra che nella lotta egualitaria al liberismo unisca – senza chiedere abiure – comunist@, socialist@, ambientalist@, femministe, democratic@ e tutti e tutte coloro che siano concordi sulla necessità di porre fine alla dittatura del capitale sulle nostre vite. Per questo ci battiamo oggi, proponendo a tutti i comunisti e le comuniste il terreno della rifondazione come terreno unitario su cui aggregare le forze per essere più efficaci.

sabato 12 marzo 2016

Quello che gli economisti non dicono F. di Lenola e A. Scorrano intervistano Daniele Tori

[La prima versione di questa intervista, curata da Fabio di Lenola e Aldo Scorrano, è uscita sul sito del Csepi]
Andrea Mantegna getsemaniDaniele Tori si è laureato all’Università di Pavia in Scienze politiche e in Economia. È membro del Greenwich Political Economy Research Centre e membro del Post Keynesian Economics Study Group. Dal prossimo settembre assumerà la posizione di Lecturer in Finance alla Open University (UK). Attualmente si occupa di investimenti da un punto di vista microeconomico, le evoluzioni del sistema finanziario, e i processi di finanziarizzazione in generale.
* * *
Sono ormai trascorsi quasi dieci anni dallo scoppio della crisi che ha investito il mondo occidentale. In questo periodo l’Italia ha visto l’alternarsi dei vari governi Monti, Letta e Renzi che si sono mossi, sostanzialmente, in continuità con una linea o agenda europea di politica economica che potremmo definire conservatrice. Alla luce di quanto è emerso dall’operato di questi governi, possiamo dire che tale “linea”, sia stata e continui ad essere fallimentare?
Questi governi hanno essenzialmente provveduto, con modalità simili, a meri aggiustamenti in senso restrittivo delle politiche di bilancio in accordo con i dettami europei. Era già evidente in partenza che queste politiche, frutto di una comprensione meramente tecnica della crisi (regolamentazione del sistema bancario-finanziario, contenimento di deficit e debito), sarebbero state fallimentari. Le vere cause, anche per quanto riguarda la crisi statunitense dei sub-prime, sono sicuramente da ricercare nei meccanismi fondamentali di funzionamento delle economie capitalistiche avanzate, e non semplicemente in un problema di “regolamentazione dei mercati”. Si tratta di analizzare una complessa interazione tra fattori sociali e finanziari. Il deterioramento nella distribuzione funzionale del reddito (tra percettori di salari e di profitti) e nella distribuzione della ricchezza si è tradotto, da un lato, in una domanda aggregata asfittica e, dall’altro, ha incoraggiato comportamenti speculativi. L’economia Italiana si trova oggi in una situazione molto seria e precaria, soprattutto per la presenza di problematiche strutturali, non necessariamente legati alla congiuntura recente. A mio avviso, i vari governi Monti, Letta e Renzi non hanno minimamente scalfito le ingessature di un sistema socio-economico che deve essere rimesso in discussione ponendo al centro dell’azione politica, sociale ed economica, le questioni principali: lavoro, distribuzione del reddito e della ricchezza, investimenti. Focalizzarsi su questi punti significa interrogarsi criticamente su passato, presente e futuro della struttura socio-economica del sistema Paese, senza dimenticare la dimensione internazionale (non limitata al contesto europeo) all’interno della quale quest’ultimo è inevitabilmente inserito. Ripercorrendo con la memoria gli ultimi dieci anni non riesco a trovare nemmeno timidi cenni alle questioni sopra elencate nel dibattito politico.
Questo ossimoro denominato “austerità-espansiva” ha delle basi scientifiche o è il frutto di ideologia, intesa nella sua accezione negativa?
L’idea della austerità fiscale espansiva emerge attorno agli anni Novanta quando, economisti quali Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, e Roberto Perotti sviluppano una critica secondo la quale, date certe condizioni, le politiche fiscali espansive di tradizione keynesiana possono avere effetti ‘non-keynesiani’, ovvero non stimolerebbero la domanda e, inoltre, causerebbero un deterioramento delle finanze pubbliche e quindi del sistema finanziario in generale. Sempre secondo questi autori, al contrario, politiche fiscali restrittive “ben strutturate” possono avere effetti positivi su investimenti, consumi ed esportazioni. Ormai famoso è poi il caso della pubblicazione di Reinhart e Rogoff (2010) nel quale i due autori affermano, sulla base dell’evidenza empirica, che un alto rapporto debito/PIL sia negativamente correlato al tasso di crescita di un’economia. Si è poi scoperto che l’esclusione selettiva di alcune nazioni e periodi nelle serie storiche -alla quale si aggiunge un errore grossolano di una formula del foglio Excel utilizzato dai due autori – sarebbe alla base di questi risultati ottenuti pertanto con scelte ad hoc. Tuttavia, al di là degli errori tecnici, quello che vorrei sottolineare è la scarsa importanza data al concetto di causalità. Infatti, se da un lato abbiamo gli strumenti per la costruzione di una relazione statistica tra due o più variabili macroeconomiche, abbiamo bisogno di una costruzione teorica che ne giustifichi i nessi causali. Se può essere vero che un elevato livello del debito pubblico può opprimere la crescita è altrettanto vero che un basso tasso di crescita può causare un aumento del debito (ovvero il rapporto debito/PIL può aumentare anche perché diminuisce il denominatore).
Sempre riguardo alle basi scientifiche della cosiddetta austerità espansiva, in un recente lavoro Botta (2015) rileva come a) la condizione teorica necessaria affinché una riduzione della spesa pubblica abbia un effetto positivo sui consumi sia potenzialmente possibile ma sostanzialmente irrealistica; b) l’effetto sugli investimenti di una contrazione della spesa è dubbio e dipende dagli effetti del consolidamento fiscale sul rapporto deficit/PIL e di conseguenza sulla percezione degli operatori finanziari circa la solidità delle finanze pubbliche e del sistema finanziario nel suo insieme. Inoltre, misure di austerità volte a ridurre i salari reali per aumentare la competitività internazionale poggiano sul “pericoloso mito” degli effetti benefici dell’abbassamento del costo unitario del lavoro (Storm, 2015).
In sostanza, le basi scientifiche ed empiriche sono molto deboli. Tuttavia, le istituzioni nazionali e internazionali hanno preso per vera e solida questa visione. Condita con l’equazione Stato=famiglia, ovvero che il settore pubblico debba ridurre la spesa in caso di cicli economici negativi proprio come si comporterebbe un “buon padre di famiglia”, essa va a formare la base delle politiche di austerità le quali, in ultima analisi, sono servite a giustificare interessi particolari mascherati da interesse economico generale.
I punti cardine dell’economia-mainstream sono rintracciabili, in sostanza, nei seguenti postulati: un individuo razionale che massimizza la propria utilità e nel principio della concorrenza. Cosa c’è di vero in questi due dogmi?
I principi di massimizzazione e massimizzazione vincolata dell’utilità sono categorie eleganti ed affascinanti dal punto di vista modellistico. Tuttavia, ci possono dire poco rispetto alla descrizione dei comportamenti degli agenti economici e presuppongono una visione dell’economia essenzialmente basata sul consumo. Qualsiasi tipo di massimizzazione presuppone una conoscenza perfetta dell’insieme delle probabilità riguardo a passato presente e futuro. Trovo in questo caso più appropriata l’idea di Keynes secondo cui gli individui si muovono in un mondo caratterizzato da incertezza fondamentale. Nella realtà, infatti, i comportamenti dei soggetti economici prendono forma secondo una “razionalità limitata”, ovvero sono in grado di valutare un set limitato delle informazioni a loro disposizione.
In aggiunta, il modello di concorrenza perfetta, prima che di poca aderenza con la realtà, soffre di inconsistenze logiche interne. Ad esempio, F.A. Hayek rileva che, se si accetta la definizione secondo la quale l’economia è la scienza della scarsità, questo significa appunto che tutte le risorse sul quale il sistema economico si basa, sono scarse. L’informazione è una risorsa produttiva ed è essenziale per il funzionamento del modello di domanda e offerta. Il modello presuppone inoltre la perfetta conoscenza e informazione da parte di tutti gli attori. Quindi, si ha che la conoscenza è una risorsa illimitata per chiunque. Quest’ultima non è quindi trattata come una risorsa scarsa, ovvero come dovrebbe essere secondo tale impostazione.
Questo modello presuppone perfetta competizione. Ma se questa non si realizza, possiamo tracciare le canoniche curve della domanda e dell’offerta? La risposta è chiaramente negativa. Le curve di domanda e offerta possono essere tracciata solo assumendo che tutti i consumatori e le imprese sono “price-taker”, ovvero assumono il prezzo di un bene o servizio come dato, e non hanno quindi potere di “controllo sul mercato”. La cosiddetta “welfare economics” ha come postulato principale quello secondo il quale il surplus dei consumatori è massimizzato quando il prezzo di un dato bene eguaglia il costo marginale di produzione del bene stesso (o costo unitario di ri-produzione). Da questo abbiamo che i consumatori stanno meglio se la struttura di mercato è il più prossima possibile alla concorrenza perfetta, nella quale la eguaglianza di cui sopra è garantita. Al contrario, i consumatori sono negativamente influenzati da condizioni di oligopolio/monopolio poiché vedono ridursi il loro surplus. Ma come si creano i monopoli? Un economista mainstream potrebbe optare per la risposta più’ ovvia e superficiale: i monopoli sono il risultato di una decisione governativa. Un’analisi più’ approfondita può rivelare un aspetto interessante: in un mercato competitivo caratterizzato da rendimenti di scala crescenti (costi in diminuzione all’aumentare della scala di produzione) vi è appunto un incentivo per le imprese a crescere in dimensione. Essere in competizione significa che le imprese meno efficienti falliscono, oppure vengono acquisite da quelle più efficienti. Quindi, è la competizione in sé che riduce il numero di concorrenti e aumenta il potere di mercato delle imprese sopravvissute e quindi vincitrici! Ci sono molti casi reali dove è possibile rintracciare questo meccanismo, soprattutto guardando agli Stati Uniti, considerata la patria del libero mercato. Basti infatti guardare alle evoluzioni negli ultimi trent’anni di mercati quali quello dell’aviazione, dell’intrattenimento, l’alimentare e, in parte, anche del settore bancario.
In più, credo che le unità di analisi più feconde siano, ancora, le classi sociali. Tuttavia, credo che una nuova via di ricerca sia quello di tradurre queste categorie tenendo conto delle trasformazioni che stanno interessando la produzione capitalistica, il lavoro e i mercati finanziari.
Da un altro punto di vista, io credo che, se accettiamo il cosiddetto mercato come una categoria la cui analisi non può prescindere da considerazioni riguardo a strutture dinamiche di potere (e di sfruttamento), la concorrenza causa inevitabilmente situazioni di oligopolio, duopolio o monopolio.
A mio avviso, utilizzare modelli di concorrenza per analisi economiche è molto rischioso e può portare a conclusioni errate.
Alcuni sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’euro (noi lo siamo ma con delle prospettive differenti) raccontano che nell’ipotesi del ritorno ad una valuta nazionale “il mercato” prezzerà correttamente il valore della nuova valuta mediante il meccanismo della domanda e dell’offerta e questo movimento permetterà all’economia italiana di recuperare competitività sui mercati internazionali. In un mondo in cui i mercati monetari sono dominati dai movimenti di capitale, nella maggior parte per scopi speculativi, cosa resta nel meccanismo della domanda e dell’offerta?
Come ho cercato di spiegare prima, i meccanismi del modello di domanda e offerta soffrono di numerose inconsistenze logico-applicative. In più, applicare questa struttura per un’analisi dei mercati finanziari può portare a conclusioni errate o parziali. Aspettarsi una prezzatura corretta della nuova Lira è un ragionamento che pecca di ingenuità.
In aggiunta, non guarderei al recupero della competitività internazionale come a una variabile a cui tendere per sé. Credo che l’Italia abbia un’economia di dimensioni adeguate per puntare primariamente lo sguardo a un rilancio della domanda interna, in particolare gli investimenti, intesi soprattutto come rilancio delle infrastrutture economiche e sociali. Una convinzione ben radicata è che problemi relativi al costo unitario del lavoro siano le principali determinanti della competitività internazionale e della bilancia commerciale. In più, la riduzione dei salari in un Paese produrrà riduzioni simili in altri Paesi che vogliano seguire lo stesso sentiero di competitività. Questa politica paradossale ha prodotto, e continuerà a sostenere, una corsa al ribasso sui salari che pone vincoli seri alle esportazioni nel lungo termine (i salari del Paese A sono fonte di domanda di importazioni per il Paese B, e viceversa), ovvero la variabile che si voleva migliorare proprio attraverso alla compressione dei salari e dunque dei costi di produzione.
Infine, vorrei fare riferimento al lavoro di Nadia Garbellini ed Emiliano Brancaccio riguardo alle esperienze passate di abbandono di aree valutarie (Brancaccio e Garbellini, 2015). Questi autori rilevano come, se dal punto di vista empirico lo spauracchio della crisi inflattiva non trovi sostegni concreti, gli effetti sui salari reali e la distribuzione del reddito devono essere valutati con cautela, soprattutto poiché dipendono dalle specifiche configurazioni socio-politiche della nazione/area in analisi. In aggiunta, per comprendere le potenziali conseguenze sul sistema economico bisogna anche tener conto della struttura produttiva e in particolare della sua dipendenza da importazioni di beni intermedi e di consumo.
La nostra idea è che l’uscita dall’euro sia un fattore necessario ma non sufficiente. Inoltre l’uscita sarebbe necessaria per riacquisire libertà di manovra a livello di bilancio pubblico. Si può concordare sul fatto che la nuova valuta consentirebbe maggiore discrezionalità di spesa rispetto all’attuale assetto dell’euro, con conseguenti effetti benefici sull’occupazione?
Esattamente. Credo che una nuova valuta sia una condizione necessaria ma non sufficiente per avere maggiore discrezionalità per quanto riguarda la politica economica. A mio avviso, vi sono alcuni elementi importanti da considerare. Tra questi, il fatto che l’uscita dall’Euro non assicurerebbe automaticamente l’elezione di un governo lungimirante. Inoltre, pur assumendo un governo seriamente orientato alla piena occupazione, due problemi resterebbero:
1) Come sappiamo l’articolo 81 della Costituzione Italiana è stato modificato introducendo un sostanziale pareggio di bilancio, limitando la flessibilità del decisore pubblico nella determinazione dei volumi di spesa pubblica. Oltre alle difficoltà provenienti dall’esterno, ci si dovrebbe confrontare con un percorso legislativo abbastanza lungo.
2) Ammesso di poter superare il precedente problema abbastanza in fretta, non si dovrebbe sottovalutare il ruolo della struttura di potere in cui si sviluppano gli eventi economici. Non mi sento di condividere il mero idealismo che porta ad una visione strumentale dell’apparato Statale. Questo aspetto è ben analizzato da Kalecki (1943), il quale si focalizza sull’effetto del potere capitalistico sia nella società che nello Stato. Politiche volte all’ottenimento del pieno impiego metterebbero a rischio i “privilegi” (reddito, status sociale, influenza politica, etc.) della classe capitalistica e imprenditoriale. A mio avviso, pensare che questi ultimi possano passivamente assistere al loro declino senza reagire è, ancora una volta, una visione piuttosto ingenua.
Da un punto di vista strettamente economico, inoltre, l’uscita dall’Euro implicherebbe il confrontarsi con una gestione molto complessa di numerosi aspetti (gestione del debito estero, salvaguardia e ripensamento del sistema bancario, etc.). A mio avviso, l’uscita dal sistema Europeo dovrebbe essere inserita in un ripensamento generale del sistema-Paese, il quale richiede condizioni politiche di partenza al momento difficili da rintracciare.
Spesso, se non sempre, i canali d’informazione nazionale, a mezzo stampa o tv, ci propinano concetti che, dal nostro punto di vista critico, rappresentano dei veri e proprio luoghi comuni che inevitabilmente influenzano l’opinione pubblica, tipo: il debito pubblico è un onere per le generazioni future; la moneta è un semplice mezzo di scambio; un mercato del lavoro più concorrenziale aumenta l’occupazione; un bilancio pubblico in pareggio favorisce gli investimenti privati; le banche fungono da intermediari tra risparmiatori e investitori. Condivide la nostra critica? Se si, ce li può sfatare?
Condivido in pieno l’idea che l’informazione economica soffra di un deficit di approfondimento. Concetti complessi vengono presentati con argomentazioni che fanno leva su intuizioni spicciole, cui fa da specchio un’analisi economica superficiale e interessata. Tuttavia, anche nel mondo accademico si assiste allo stesso tipo di perseveranza nel non mettere in discussione concetti e metodi di analisi consolidati. I luoghi comuni sono una delle conseguenze della monoliticità teorica che caratterizza gli ambienti accademici. Qualcosa sta cambiando (si vedano tra le altre le esperienze delle Università di Leeds, Greenwich e Kingston) ma l’informazione sembra stentare a recepire un pluralismo che sta rinascendo. Sfatare questi “miti” richiede un’analisi approfondita, a rimarcare la complessità delle categorie socio-economiche. Un dato interessante è quello riguardo alla crescente consapevolezza da parte degli studenti di economia, specialmente nel Regno Unito, del bisogno di un cambiamento nell’educazione universitaria.
Il debito non è un onere per le generazioni future. Abbiamo già visto che non esiste una base empirica per sostenere la negatività di un certo livello di debito. E’ bene sottolineare come la preoccupazione per un onere futuro poggia sull’assunzione che, in un dato momento, il debito debba essere necessariamente ridotto o addirittura estinto. Le future generazioni vedranno ridursi i servizi pubblici o, allo stesso modo, dovranno versare maggiori imposte. Questo, si pensa, al fine di permettere allo Stato di poter rimborsare il debito grazie agli avanzi di bilancio. Poniamoci una semplice domanda: chi detiene il debito pubblico? Ovviamente il debito pubblico è una componente della ricchezza di privati cittadini. Significa, sostanzialmente, che ci indebitiamo con noi stessi! Un punto sviluppato dal professor Roberto Ciccone (2012) con cui mi trovo d’accordo sostiene che, se le generazioni future decideranno che il debito pubblico dovrà essere ridotto e dovranno sorbirsi un maggior carico fiscale (o riduzione dei servizi), questo sarà comunque compensato dallo stock di debito (ricchezza privata) che essi erediteranno dai precedenti detentori dei titoli. In più, la larga parte del debito italiano è detenuta da banche e istituzioni finanziarie italiane, credo poco preoccupate delle loro relazioni intergenerazionali. In aggiunta, credo sia importante distinguere tra la spesa corrente e la spesa per investimenti come componenti del debito pubblico. Se è vero che la prima possa essere razionalizzata (sempre comunque garantendo un livello di welfare appropriato), la seconda è una variabile che crea ricchezza nel lungo periodo. Se anche dovessimo pensare che il debito presente crei maggiori costi in futuro, è anche vero che i maggiori beneficiari delle infrastrutture finanziate dal debito saranno appunto le generazioni future, per le quali sarà quindi logico prendersi carico della spesa necessaria.
Un discorso più complesso riguarda gli effetti futuri della porzione di debito detenuta da operatori esteri, ma questo per il momento non sembra essere un problema per l’Italia in quanto assistiamo, almeno dal 2007-2008 ad un processo di sostanziale “ri-nazionalizzazione” del debito.
La moneta non è un semplice mezzo di scambio. A questo punto vorrei rispondere a mia volta con una domanda che lo stesso J.M. Keynes pone ai suoi lettori nella Teoria Generale dell’occupazione, dell’Interesse e della Moneta: se la moneta è un semplice velo che agisce da lubrificante per lo scambio di beni, perché assistiamo continuamente a meccanismi di accumulazione di moneta da parte degli agenti economici? Se accettiamo il fatto di vivere in un mondo caratterizzato da incertezza fondamentale, e che quindi non si possa predire il futuro, la moneta diviene un mezzo a disposizione degli agenti economici per affrontare questa incertezza con maggiore flessibilità. Inoltre, la moneta può essere accumulata come riserva di ricchezza, e quindi per fini speculativi.
Un mercato del lavoro più concorrenziale non aumenta l’occupazione. Si scrive concorrenza nel mercato del lavoro si legge riduzione del potere contrattuale della forza lavoro. Infatti, dal mio punto di vista i datori di lavoro, essendo coloro che decidono il volume degli investimenti e quindi dell’occupazione, sono in una posizione contrattuale privilegiata nel cosiddetto “mercato del lavoro”.
Le evidenze empiriche, a partire dal lavoro di Arthur Okun, Nicolas Kaldor e Petrus Verdoorn mostrano una robusta relazione positiva tra prodotto, produttività e occupazione. Secondo la “quasi dimenticata” legge di Kaldor-Verdoorn, nel sistema economico la variabile indipendente è il prodotto (output), mentre la variabile dipendente risulta essere la produttività del lavoro. Questo significa che il tasso di crescita della produttività è una conseguenza, e non la causa, del tasso di crescita della domanda aggregata.
Detto questo, possiamo vedere come il continuo richiamo al problema della bassa produttività del lavoro in Italia focalizzi l’attenzione sulla variabile sbagliata: con avanzi primari di bilancio pubblico (entrate mano spese al netto degli interessi sul debito), uniti ad una dinamica della distribuzione del reddito a sfavore dei percettori di salario (lavoratori dipendenti) abbiamo una riduzione della domanda aggregata (e quindi degli investimenti), la quale è la causa fondamentale della caduta della produttività del lavoro. Sul lato dei consumi, un mercato del lavoro concorrenziale significa un salario più basso. Questo è visto con favore dal singolo imprenditore siccome si tratta di una riduzione di costo produttivo. Tuttavia, per l’economia aggregata il salario è fonte di domanda. Salario più basso (e magari più incerto) significa domanda più bassa. Riguardo agli investimenti, se accettiamo che essi dipendano dalla domanda aggregata attesa di beni e servizi, un minor consumo ridurrà gli investimenti e quindi la domanda di nuovi occupati da parte delle imprese. Secondo questi meccanismi, il livello di occupazione diventa quindi la variabile residuale che dipende, in ultima analisi, dalla crescita della domanda aggregata.
In aggiunta, il lavoro è prima di tutto un rapporto sociale e non può quindi essere discusso, analizzato e compreso secondo meri meccanismi di mercato, o in termini di parametri tecnici. In un recente studio sul Regno Unito, viene analizzata la relazione tra la quota dei salari, la forza dei sindacati e la crescita economica (Onaran, Guschanski, Meadway, and Martin, 2015). Gli autori mostrano come nel Regno Unito la quota dei salari si sia ridotta notevolmente, seguendo una traiettoria comune alla maggior parte dei Paesi europei. Allo stesso tempo, la quota dei lavoratori iscritti al sindacato é scesa dal 50% al 25% in poco più di tre decadi. Queste due tendenze sono l’esito di, tra gli altri fattori, politiche governative volte a “riformare” il mercato in senso concorrenziale con un effetto negativo sui salari. Il reddito nazionale inglese, sostengono gli autori sulla base del loro studio, è trainato dalla domanda proveniente dai reddito da lavoro, piuttosto che dai profitti delle imprese. Gli autori concludono che la diminuzione della presenza sindacale ha avuto come risultato finale una minor crescita (stimata in una perdita pari a -1.6% per il periodo in analisi). Più che ad una maggiore flessibilità del mercato del lavoro si dovrebbe pensare ad una ri-regolamentazione di questo “non-mercato” verso una contrattazione collettiva caratterizzata da un ruolo attivo dello Stato nel provvedere alla definizione e controllo di strutture di contrattazione settoriali. In aggiunta, è necessario un orientamento delle politiche macroeconomiche volte al pieno impiego, al fine di (s)bilanciare le relazioni di potere e il sistema economico in generale.
Un bilancio pubblico in pareggio non favorisce gli investimenti privati. I sostenitori di un budget pubblico perfettamente bilanciato (Spesa governativa = Tasse + imposte) credono che, in caso di deficit (Spesa > Tasse + Imposte), il governo sarà costretto a prendere a prestito moneta e quindi, date le dimensioni del settore pubblico e quindi delle somme che può richiedere, questo produca una pressione al rialzo sul tasso di interesse reale (il prezzo del denaro al netto dell’inflazione). Il risultato sarà quello di un tasso ovviamente più alto di quello che si avrebbe se il settore pubblico non dovesse ricorrere al risparmio privato. Di conseguenza, dato l’alto costo del denaro gli imprenditori sarebbero scoraggiati ad accendere prestiti per i loro progetti di produzione. In altre parole, si dice che il “costo-opportunità” di prendere a prestito per i privati è aumentato, cosicché progetti di investimento che prima sembravano profittevoli vengono scartati sulla base del nuovo livello del tasso di interesse, appunto perché troppo “costosi”. Questo incide ancor più negativamente, alcuni sostengono, sulle imprese di piccole dimensioni che hanno più difficoltà a sopportare rialzi dei tassi, dato che si trovano in una posizione strutturale di “vincolo finanziario”. Secondo i sostenitori del balanced budget sostengono quindi che i deficit governativi “spiazzano” gli investimenti privati.
A mio avviso ci sono due critiche principali a questa visione.
In primo luogo, anche se lo spiazzamento è possibile in teoria, i deficit pubblici hanno anche un effetto opposto a quello descritto sopra. Infatti, una maggior spesa pubblica avrebbe come effetto primario un aumento della domanda aggregata totale (dato che, assumendo un’economia chiusa, il PIL è la somma di consumi ed investimenti privati più consumi ed investimenti pubblici), creando quindi nuove opportunità di vendita per il settore produttivo in generale (per la precisione, questo accade in una condizione di sotto-utilizzo della capacità produttiva, la quale sostanzialmente caratterizza i sistemi economici negli ultimi decenni). Il settore privato, a sua volta, sarà spinto ad incrementare gli investimenti per soddisfare la domanda attesa. È facile intuire come questo effetto sia ancor più importante in situazioni di incertezza sulle condizioni economiche da parte degli imprenditori. Questo è quello che in gergo viene chiamato “effetto moltiplicatore fiscale” della spesa pubblica.
In secondo luogo, come ho cercato di spiegare in risposta ad una precedente domanda, le evidenze empiriche supportano la visione per la quale il tasso di investimento dipende maggiormente dalla domanda effettiva attesa, piuttosto che dal livello del tasso di interesse. Facendo riferimento al periodo che stiamo vivendo ora in Europa, abbiamo che, seppur in presenza di tassi di interesse reali pari a zero (o addirittura negativi) il tasso di accumulazione nella maggior parte dei Paesi europei rimane sostanzialmente stagnante.
Le banche, e il sistema finanziario in generale, non fungono da intermediari tra risparmiatori e investitori. Le banche sono le istituzioni che creano la moneta-credito concedendo prestiti per la produzione, facendo sì che i crediti creino i depositi, e non viceversa. Questo è un fatto ormai accettato anche da istituzioni sostanzialmente “ortodosse” quali la Bank of England, la quale ha recentemente ha pubblicato un report divulgativo sull’argomento (Bank of England, 2014).
In aggiunta, la crescita del valore aggiunto riconducibile al settore finanziario evidenzia una disconnessione sistemica tra le dimensioni di quest’ultimo e le esigenze di finanziamento per la produzione del settore “reale”. Analizzando dati dell’OECD è possibile osservare che, negli anni Settanta il valore aggiunto del settore finanziario (Financial Insurance and Real Estate) in rapporto al PIL si aggirava attorno al 15-20% nelle principali economie avanzate. Nel 2008, questo rapporto si aggira attorno al 30-35%. A questo aumento non si è associata una equivalente crescita del valore aggiunto creato dal settore manifatturiero. In un recente studio da me co-autorato (Tori e Onaran, 2015), ci concentriamo sulla relazione tra il sistema finanziario e quello produttivo nel caso del Regno Unito. L’evidenza è di un effetto negativo sia dei pagamenti che degli introiti che le imprese produttive manifatturiere consegnano e ricevono dal sistema finanziario. Il crescente orientamento del settore non-finanziario verso attività finanziarie non-operative porta a minori investimenti in capitale fisso, e quindi ad una crescita stagnante e/o precaria. Questo meccanismo, associato ad una riduzione del reddito da lavoro, produce effetti negativi anche sulla produttività di lungo termine.
I moderni mercati finanziari non svolgono esclusivamente un ruolo di semplice intermediazione. In un recente lavoro con alcuni colleghi (Botta, Caverzasi, Tori, 2015) analizziamo ciò che viene chiamato “shadow-banking system”, evidenziando le relazioni tra quella che è la versione più evoluta di mercati e istituzioni finanziarie e l’economia reale. La nostra analisi cerca di chiarire che il sistema finanziario consente sì il funzionamento delle economie capitalistiche ma, allo stesso tempo, nuove interazioni all’interno del sistema finanziario possono influenzare indirettamente le dinamiche reali attraverso una variazione nel meccanismo di concessione del credito, dando così vita a turbolenti cicli espansione-crisi.
E’ infine interessante rilevare come centri di ricerca di istituzioni quali l’OECD e IMF mettano in dubbio la relazione aurea tra sviluppo dei mercati finanziari e crescita (OECD, 2015; Sahay et. al., 2015). Il sistema finanziario sostiene l’economia reale ma, quando la sua dimensione non giustifica i bisogni dell’economia reale, questo riduce la crescita di lungo termine.

venerdì 11 marzo 2016

La delibera della vergogna. La fiom espelle i delegati Fiat di Giorgio Cremaschi

La delibera della vergogna. La fiom espelle i delegati Fiat
Sono stato tanti anni nella FIOM, ho vissuto momenti esaltanti, ma anche dure contrapposizioni che a volte sono sfociate in atti di autoritarismo. Ma mai il Comitato Centrale della FIOM aveva deliberato contro operaie e operai in carne ed ossa. Ora è avvenuto.
Maurizio Landini ha fatto votare alla sua grande maggioranza la messa al bando dei delegati che lottano in Fiat contro l'autoritarismo e le dure condizioni di lavoro imposte da Marchionne. Questi delegati e militanti della FIOM rischiano ogni giorno provvedimenti disciplinari perché organizzano proteste contro i turni di lavoro e i ritmi massacranti. E naturalmente lo fanno assieme a tutti quei militanti sindacali di altre organizzazioni disposte a lottare. Non possono mica farlo assieme a coloro che stanno con la Fiat.
Tra questi militanti FIOM condannati da Landini ci sono Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Sono due dei tre delegati FIOM , il terzo era Giovanni Barozzino ora senatore di SEL, che la Fiat Sata di Melfi licenziò nell'estate del 2010. Avevano organizzato un sciopero di notte sulle linee di montaggio, per le gravissime condizioni di salute e sicurezza cui erano sottoposti gli operai.
Furono licenziati in tronco e allora salirono sulla porta antica di Melfi per protesta. Là sotto si formò una assemblea permanente di centinaia di operai che solidarizzavano con loro. A quel presidio partecipò tutto il gruppo dirigente di una Fiom molto diversa da quella di oggi e Landini, appena eletto segretario, espresse il sostegno di tutti. Poi il tribunale, grazie all'art 18 ancora in pieno vigore, annullò i licenziamenti.
Ora è il Comitato Centrale della FIOM che dichiara che quei due operai non rappresentano l'organizzazione. La Fiat ha via libera. Nello stesso giorno in cui in cui il Comitato Centrale cacciava questi operai, sul Corriere della Sera compariva un articolo che raccontava di un convegno ove il segretario della FIOM avrebbe fatto l'elogio di Marchionne. Mi pare che questo atto del Comitato Centrale sia più di un elogio, sia una resa alla Fiat fatta nel più infame dei modi, espellendo dall'organizzazione chi continua a lottare nei reparti di produzione.
Il trasformismo politico e sindacale italiano ci ha abituato a molte giravolte dei leader, ma permettetemi di esprimere un particolare disgusto per questo atto che colpisce persone per bene, limpide e coraggiose, che si sono sacrificate per i diritti dei loro compagni di lavoro. Questa del 7 marzo è una grave macchia per la FIOM e una vergogna particolare per Maurizio Landini e per tutto il suo gruppo dirigente.
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"Renzi keep calm, siamo in tanti contro le tue cosiddette riforme". L'appello di attori, registi, cantanti, intellettuali... (il testo e le prime firme)

Attori, registi, cantanti e sceneggiatori: il mondo del cinema, del teatro e della musica si schiera contro le riforme del governo Renzi e a difesa della Costituzione con un appello, sottoscritto anche da molte altre personalità della cultura, della scienza, dell’università, a «costruire e diffondere conoscenza per giungere al voto con una piena consapevolezza popolare».

«Nel deserto della comunicazione pubblica e con la Rai sempre più nelle mani del governo - si legge nell’appello - chiediamo a tutte le persone di cultura e di scienza di esprimersi in un vasto dibattito pubblico, anzitutto per informare e poi per invitare i cittadini a partecipare in tutte le forme possibili per ottenere i referendum, firmando la richiesta, e per bocciare con il voto nei referendum queste pessime leggi». Leggi che riducono « a un'ombra il Senato», mentre «il Presidente del consiglio avrà il dominio incontrastato sui deputati in pratica da lui stesso nominati». Servono almeno 500.000 firme per fermare la “deforma” Renzi-Boschi e l’Italicum: «Per questo dal prossimo aprile vi invitiamo a sostenere pienamente questo impegno. Facciamo appello a tutte le persone di buona volontà affinché diano il loro contributo creativo a questo essenziale dovere civico».


Il testo integrale dell'appello e la prima lista delle firme
Manca ormai solo il voto della Camera ad aprile per l'approvazione di una revisione costituzionale che riduce il Senato a un'assemblea non eletta dai cittadini e sottrae poteri alle Regioni per consegnarli al governo, mentre scompaiono le Province. Potevano essere trovate altre soluzioni, equilibrate, di modifica dell’assetto istituzionale, ascoltando le osservazioni, le proposte, le critiche emerse perfino nel seno della maggioranza. Si è preferito forzare la mano creando un confuso pasticcio istituzionale, non privo di seri pericoli. La revisione sarà oggetto di referendum popolare nel prossimo autunno, ma la conoscenza in proposito è scarsissima. I cittadini, cui secondo Costituzione appartiene la sovranità, non sono mai stati coinvolti nella discussione. Domina la scena la voce del governo che ha voluto e dettato al Parlamento questa deformazione della Costituzione, che viene descritta come passo decisivo per la semplificazione dell'attività legislativa e per il risparmio sui costi della politica: il risparmio è tutto da dimostrare e la semplificazione non ci sarà. Avremo invece la moltiplicazione dei procedimenti legislativi e la proliferazione di conflitti di competenza tra Camera e nuovo Senato, tra Stato e Regioni. Il risultato è prevedibile: sono ridotte le autonomie locali e regionali, l'iniziativa legislativa passa decisamente dal Parlamento al governo, in contraddizione con il carattere parlamentare della nostra Repubblica, e per di più il governo non sarà più l'espressione di una maggioranza del paese. Già l’attuale parlamento è stato eletto con una legge elettorale definita Porcellum. Ancora di più in futuro: con la nuova legge elettorale (c.d. Italicum) - risultato di forzature parlamentari e di voti di fiducia - una minoranza, grazie ad un abnorme premio di maggioranza e al ballottaggio, si impadronirà alla Camera di 340 seggi su 630.
Ridotto a un'ombra il Senato, il Presidente del consiglio avrà il dominio incontrastato sui deputati in pratica da lui stesso nominati. Gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Csm) ne usciranno ridimensionati, o peggio subalterni. Se questa revisione costituzionale sarà definitivamente approvata la Repubblica democratica nata dalla Resistenza ne risulterà stravolta in profondità. E’ gravissimo che un Parlamento eletto con una legge giudicata incostituzionale dalla Corte abbia sconvolto il patto costituzionale che sorregge la vita politica e sociale del nostro paese. Nel deserto della comunicazione pubblica e con la Rai sempre più nelle mani del governo, chiediamo a tutte le persone di cultura e di scienza di esprimersi in un vasto dibattito pubblico, anzitutto per informare e poi per invitare i cittadini a partecipare in tutte le forme possibili per ottenere i referendum, firmando la richiesta, e per bocciare con il voto nei referendum queste pessime leggi. Sentiamo forte e irrinunciabile il compito di costruire e diffondere conoscenza per giungere al voto con una piena consapevolezza popolare, prima nel referendum sulla Costituzione e poi nei referendum abrogativi sulla legge elettorale. Per ottenere questi referendum sulla Costituzione e sulla legge elettorale occorrono almeno 500.000 firme, per questo dal prossimo aprile vi invitiamo a sostenere pienamente questo impegno.
Facciamo appello a tutte le persone di buona volontà affinché diano il loro contributo creativo a questo essenziale dovere civico. 

Nicola Acocella, Marco Albeltaro, Vittorio Angiolini, Alberto Asor Rosa, Gaetano Azzariti, Michele Bacci, Andrea Bajani, Laura Barile, Carlo Bertelli, Francesco Bilancia, Franco Bile, Sofia Boesch, Ginevra Bompiani, Sandra Bonsanti, Mario Bova, Giuseppe Bozzi, Alberto Bradanini, Alberto Burgio, Maria Agostina Cabiddu, Giuseppe Campione, Luciano Canfora, Paolo Caretti, Lorenza Carlassare, Loris Caruso, Riccardo Chieppa, Luigi Ciotti, Pasquale Colella, Daria Colombo, Michele Conforti, Fernanda Contri, Girolamo Cotroneo, Nicola D’Angelo, Claudio De Fiores, Claudio Della Valle, Ida Dominijanni, Angelo D’Orsi, Roberto Einaudi, Vittorio Emiliani, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Vincenzo Ferrari, Maria Luisa Forenza, Patrizia Fregonese, Mino Gabriele, Alberto Gajano, Giuseppe Rocco Gembillo, Roberto Gennarelli, Paul Ginsborg, Antonio Giuliano, Fabio Grossi, Riccardo Guastini, Monica Guerritore, Elvira Guida, Leo Gullotta, Alexander Hobel, Elena Lattanzi, Paolo Leon, Antonio Lettieri, Rosetta Loy, Paolo Maddalena, Valerio Magrelli, Fiorella Mannoia, Maria Mantello, Ivano Marescotti, Annibale Marini, Anna Marson, Federico Martino, Enzo Marzo, Citto Maselli, Stefano Merlini, Gian Giacomo Migone, Giuliano Montaldo, Tomaso Montanari, Paolo Napolitano, Giorgio Nebbia, Guido Neppi Modona, Diego Novelli, Piergiorgio Odifreddi, Massimo Oldoni, Moni Ovadia, Alessandro Pace, Valentino Pace, Antonio Padellaro, Giovanni Palombarini, Giorgio Parisi, Gianfranco Pasquino, Valerio Pocar, Daniela Poggi, Michele Prospero, Alfonso Quaranta, Antonella Ranaldi, Norma Rangeri, Ermanno Rea, Giuseppe Ugo Rescigno, Marco Revelli, Stefano Rodotà, Umberto Romagnoli, Gennaro Sasso, Vincenzo Scalisi, Giacomo Scarpelli, Silvia Scola, Giuseppe Sergi, Tullio Seppilli, Toni Servillo, Salvatore Settis, Armando Spataro, Mario Tiberi, Alessandro Torre, Nicola Tranfaglia, Marco Travaglio, Nadia Urbinati, Gianni Vattimo, Daniele Vicari, Massimo Villone, Maurizio Viroli, Mauro Volpi, Roberto Zaccaria, Gustavo Zagrebelsky, Alex Zanotelli.

Considerazioni inattuali sulla crisi*. Il "Gruppo Krisis" e la fine di un sistema di Massimo Maggini

Introduzione a Norbert Trenkle, “Terremoto nel mercato mondiale”, Mimesis 2014
1200x630 300872 artist banksy uses pussy power tI due testi qui presentati sono solo una piccola parte della notevole produzione del gruppo Krisis, un gruppo tedesco che si occupa oramai da quasi trent’anni delle tematiche della crisi capitalistica e del possibile superamento del sistema che la genera. Molti scritti, per lo più in tedesco, si possono trovare nel loro sito web http://www.krisis.org. La crisi economica deflagrata nel 2008, che in qualche modo ha inverato le loro posizioni – sostenute in tempi non sospetti e ben prima che questa stessa crisi scoppiasse – ha convogliato l’attenzione di molti su questo pensiero, che è stato tradotto con una certa insistenza un po’ ovunque nel mondo. La ricezione italiana non ha, invece, fatto grandi passi in avanti, e ciò può forse spiegarsi con il fatto che le tesi sostenute da questo gruppo appaiono decisamente indigeste e inusuali per il panorama della sinistra italiana, tutto rivolto ad interpretare il crack capitalistico come una sorta di passaggio attraverso il quale il capitale affina/aggiorna le sue pratiche di sfruttamento e pone le basi per un ulteriore e ancora più efficace fase di accumulazione.
Il gruppo nasce per iniziativa di Robert Kurz, purtroppo recentemente scomparso, Ernst Lohoff, Peter Klein, Udo Winkel, Norbert Trenkle ed altri, dapprima nel 1986 come rivista dal nome Marxistische Kritik poi dal 1990 come gruppo Krisis, nome che assume anche la rivista stessa. Nel 2004, infine, Robert Kurz si è separato dal gruppo Krisis fondando una sua rivista, Exit, molti articoli della quale sono consultabili sul sito http://www.exit-online.org. Esiste infine un terzo gruppo, che lavora sulle stesse tematiche e si riconosce nella linea di pensiero tracciata dal gruppo Krisis, che ha sede in Austria e che si ritrova attorno alla rivista Streifzüge. Anche in questo caso molti dei loro testi, anche in italiano, sono rintracciabili sul loro sito http://www.streifzuege.org/.
Come si intuisce già dal nome, al centro della loro riflessione si pone la questione della crisi, precisamente della crisi del sistema capitalistico. Rileggendo Marx in chiave inattuale, soprattutto la sua riflessione proprio sulla crisi capitalistica – riflessione generalmente sottaciuta o comunque sottovalutata dal pensiero marxista successivo – il gruppo Krisis ha cercato di mettere in evidenza come questo aspetto giochi invece un ruolo decisivo nella riflessione marxiana. Anzi, come possa rappresentare, nell’epoca della “crisi fondamentale”, in cui anche ogni progetto di rivoluzione sociale radicale sembra esser stato spazzato via in nome dell’accettazione di un sistema spacciato come il “migliore dei mondi possibili” o al massimo di una più ragionevole ricerca di una possibile sua riforma in senso “umanitario”, una strada maestra verso la ripresa di una prospettiva di rottura e di uscita dal meccanismo di dominio del capitale.1
I “punti-forza” espressi nei testi qui presentati, ma non solo, punti che sono vere e proprie “pietre dello scandalo”, per così dire, che tanto spesso li hanno resi invisi ai rappresentanti della sinistra classica, e marginali nei dibattiti dei quali invece avrebbero ben potuto arricchire i contenuti, possono essere riassunti sommariamente in cinque:
* la crisi è definitiva: la crisi capitalistica, scoppiata in tutta la sua evidenza fra il 2007 e il 2008 con la crisi dei subprime, ma già presente e latente almeno a partire dai primi anni ’70, non è una crisi temporanea, né ciclica, come piacerebbe fosse a molti sostenitori, anche di sinistra, dell’eternità del sistema di produzione capitalistico, ma una crisi strutturale e definitiva, quella in cui il capitalismo incontra cioè i suoi limiti strutturali, per esso stesso invalicabili. La bolla finanziaria deflagrata con i subprime non è infatti stata determinata dalle manovre speculative innescate da questi titoli, ma essi ne sono stati al massimo il detonatore: hanno cioè aperto una breccia e innescato la miccia ad una bolla già presente e già incredibilmente vasta, venuta drammaticamente allo scoperto in quella occasione. I mutui subprime, anzi, andrebbero più correttamente letti come uno dei tentativi operati dal capitale e dai suoi funzionari di evitare quello che invece poi è successo, e cioè lo scoppio della bolla. Inutile quindi addossare la colpa della crisi e dell’immiserimento a loschi speculatori che bloccano l’economia reale o ai migranti che vengono a toglierci il lavoro (le due versioni della vulgata che vuole trovare un responsabile su cui scaricare le cause della situazione critica che stiamo vivendo). Queste facili ma false piste allontanano dalla comprensione di ciò che sta realmente accadendo.
* le ragioni della crisi: questa crisi “finale” dipende, invece, essenzialmente dal meccanismo di accumulazione capitalistica, che si fonda sulla mercificazione e valorizzazione di ogni cosa prodotta, e dalla competizione fra capitalisti che questo meccanismo genera. Per rendere profittevole la merce in regime di competizione capitalistica, occorre conquistare mercati e, al tempo stesso, ridurre i costi. Questo richiede una capacità produttiva sempre maggiore e insieme un costante abbattimento dei costi di produzione, che si verifica soprattutto attraverso la sostituzione di lavoro umano con quello svolto dalle macchine, più produttive e con costi inferiori, e la conseguente espulsione di forza-lavoro. Proprio questo però rappresenta il tallone d’Achille del sistema, essenzialmente per due ragioni: innanzitutto perché si erode, con l’espulsione di lavoro vivo, la base di consumo, nel senso che ad una produzione sempre più frenetica e all’immissione sul mercato di fiumi di prodotti che hanno bisogno di essere valorizzati, non può corrispondere la necessaria domanda solvibile poiché la pauperizzazione generale non permette la realizzazione di questo valore, che resta perciò per lo più virtuale (o si abbatte drasticamente, impedendo però il raggiungimento di una valorizzazione suffi ciente a soddisfare le esigenze di profitto del capitalista). Insieme, la riduzione dello sfruttamento di lavoro vivo, quindi essenzialmente umano e non quello “morto” delle macchine,2 fa drasticamente diminuire anche la quantità di plusvalore estratto, e quindi la ragione stessa d’essere del regime di produzione capitalistico. La cosiddetta “economia reale” così, proprio a causa della iper-produttività tecnologica dovuta a quella che il gruppo Krisis chiama la “rivoluzione microelettronica”, o la terza rivoluzione industriale, non funziona più, non è cioè più in grado di valorizzare i propri prodotti e quindi di renderli redditizi, e insieme deve espellere forza-lavoro in grande quantità. Senza il sostegno della finanziarizzazione dunque, unica áncora di salvezza rimasta, il sistema sarebbe già collassato da molto tempo. Tuttavia, anche la finanziarizzazione non è una soluzione definitiva, ma un ulteriore rinvio di quella crisi che il sistema, proprio a causa dei suoi meccanismi di fondo, non può evitare.
* la finanziarizzazione: la “rivoluzione microelettronica”, cioè la produzione basata su e diretta dalla tecnologia informatica, capace di una produttività ciclopica, impensabile già solo in un passato recente, rappresenta dunque il passaggio finale, quello oltre il quale il sistema del capitale non può più andare. Non si apriranno più nuovi mercati, almeno sufficienti ad esaudire le esigenze di valorizzazione del sistema, non si daranno più nuovi metodi di produzione tali da riaprire verdi orizzonti di redditività per il capitalismo. L’unica via per realizzare profitti tali da impedire il crollo del sistema, rimane quella di crearne di virtuali, traendoli dalla realizzazione di plusvalore futuro che in realtà non ci sarà mai. Entra qui in gioco la finanziarizzazione dell’economia, passaggio senza il quale il sistema avrebbe subito il tracollo definitivo già da molto tempo. Questa “finanziarizzazione” quindi non è all’origine dei mali del capitalismo ma, ben al contrario, ne è la conseguenza, ed insieme il rimedio necessario, l’unico grazie al quale il sistema stesso può tenere e non collassare in modo definitivo. Dare la colpa della crisi ai “cattivi banchieri” o ad una finanza senza scrupoli può addirittura sortire l’effetto contrario a quello che si presume di voler cercare: individuare le cause, infatti, in settori “deviati” o particolarmente “maligni” rimanda per contro alla convinzione che ve ne siano di buoni, e quindi si finisce per confidare nei bravi e rispettosi imprenditori, timorati della legge la quale, a sua volta, potrebbe e dovrebbe bilanciare e redistribuire equamente il risultato economico della produzione sociale. Il gruppo Krisis dunque non si pronuncia a “difesa” degli speculatori per “salvarli”, ma al contrario per evitare che si salvino gli altri capitalisti, come se ve ne fossero di buoni. Non si dice cioè “la colpa della crisi non è della finanza” per salvare la finanza, ma per additare fra i responsabili tutti i “funzionari” del sistema, e in finale il sistema stesso (il “soggetto automatico”, direbbe Marx),3 indicando come la cura sia solo il suo abbattimento e non un capitalismo “buono”, “etico” e magari “verde”. Occorre tenere fermo questo passaggio, altrimenti invece di criticare a fondo e con chiarezza il criminale e disumano sistema capitalistico si rischia di aiutarlo a salvarsi. Non ci sono scorciatoie: questo sistema è marcio sin dalla radice, ovvero nella sua esigenza feticistica di procurarsi una costante e infinita accumulazione di denaro, unico suo vero scopo, di fronte al quale tutto il resto non conta. Una cosa, che certe volte sfugge forse proprio a causa della sua semplicità, deve insomma essere chiara: il capitalista (il capitalismo) ha di mira solo il profitto, niente altro. Tutto quello che questo sistema fa e produce, deve portare a quello, altrimenti perde la sua ragione di esistere e può finire tranquillamente in discarica. Che ciò che viene prodotto possa essere utile o piacevole o durevole non è niente di più di una sorta di effetto collaterale, spesso anche evitato con cura, come nel caso dell’“obsolescenza programmata” o del modello “usa e getta”, metodi quanto mai velenosi per le persone e per l’ambiente, ma diventati oramai un diktat per la ricerca e indispensabili per assicurare la redditività della produzione. Il denaro stesso, in questo circolo perverso, diventa feticcio, cioè fine in sé, non più mezzo come dovrebbe – molto teoricamente – essere. Si produce per accumulare denaro, non per soddisfare dei bisogni o comunque per dare corpo a cose utili, e la finanziarizzazione sta a mostrarlo una volta di più.
* le possibilità future: la capacità produttiva e tecnologica raggiunta ha però, in teoria, possibilità ancora inesplorate – e non nel senso della produttività compulsiva e distruttiva che ben conosciamo nel folle regime capitalista. Da un certo punto di vista, si può dire che la società e la sua capacità creativa sono state poste “sotto sequestro” dal regime del capitale. La capacità sociale di produzione di ricchezza materiale, innegabilmente molto alta, potrebbe consentire a chiunque di vivere serenamente, in una condizione molto diversa rispetto a quella imposta dal dominio capitalistico, sviluppando cioè appieno le proprie possibilità, sia individuali che sociali, senza l’assillo di doversi procurare i mezzi per quella che sempre più spesso è una mera sussistenza e senza diventare la vittima sacrificale dell’esigenza di valorizzazione del capitale. Il “paradosso” del capitalismo è proprio questo: ad una tecnologia molto avanzata, ed una iperproduttività che sarebbe capace di soddisfare dieci mondi come il nostro, corrisponde un impoverimento sempre più grande. Ovviamente il gruppo Krisis non intende qui fare un’apologia acritica dello scientismo e della tecnologizzazione dell’esistente, tanto meno pensa ad una “rivoluzione” che mantenga la stessa folle produttività e neanche lo stesso modo di produzione, né molti dei prodotti che escono adesso (per esempio, di armi e automobili ne abbiamo più che abbastanza), ma a mettere in rilievo come in qualche modo la “creatività” sociale, il “general intellect”,4 possa e debba svincolarsi dalle esigenze di valorizzazione del capitale e rivolgersi verso la costruzione di un mondo veramente a misura di essere umano. Come si dia un tale passaggio, resta il “non-detto” di questo pensiero (ma non solo di questo). Si tratta con ogni probabilità di una storia che non si può decidere a-priori, ma che va costruita, ed a costruirla non potranno che essere i popoli e le comunità che sapranno autonomamente liberarsi dal giogo capitalistico e darsi, in un contesto aperto e solidale, le coordinate per edificare un mondo basato sul rispetto, sulla convivialità, sulla ragionevolezza e sulla giustizia sociale, e non più sulla cieca volontà di accumulo e di profitto, senza quindi più sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sull’ambiente. Una cosa, comunque, è sicura: nessun neokeynesismo ci salverà.
* il lavoro: per finire, la riflessione critica sulla crisi e le sue origini si accompagna ad una altrettanto radicale riflessione sul lavoro e sul suo ruolo all’interno del sistema capitalistico. Il lavoro compulsivo e “senza fine”5 che caratterizza questo sistema non ne è la “vittima predestinata” ma è anzi complice ed effetto del sistema stesso, e l’uno non può essere abbattuto senza che lo sia l’altro. Non vi è, cioè, conflitto fra capitale e lavoro, ma unità d’intenti per salvare un sistema a cui entrambi storicamente appartengono e da cui traggono origine.6 La contrapposizione fra lavoro e capitale è più presunta che reale, e il movimento operaio viene interpretato qui più come fenomeno interno allo sviluppo capitalistico che suo antagonista, come cioè fattore che condivide con il capitale l’interesse nel buon funzionamento del sistema, del quale non si mettono in discussione i fondamenti, ma solo la cattiva distribuzione del risultato economico. La stessa “etica del lavoro”, generalmente molto connotata a sinistra, non può dirsi connaturata all’umano, ma imposta col sangue e col fuoco con l’avvento del sistema capitalistico.7 Raramente, durante la storia del movimento operaio, i lavoratori si sono contrapposti al lavoro: forse solo l’esperienza luddista, il dadaismo tedesco, il primo socialismo, il ’68 e parte dei movimenti italiani durante gli anni ’70, con un picco di lucidità nel ’77, mentre dal punto di vista del pensiero sprazzi decisamente interessanti nel pensiero situazionista e ora in quello della decrescita, ed alcuni singoli pensatori, da Paul Lafargue a André Gorz, passando per Jean Marie Vincent e Moishe Postone, si sono contrapposti chiaramente al lavoro, anche se nessuno lo ha mai criticato come “categoria” portante del sistema capitalistico (a parte forse Postone), cosa che invece il gruppo Krisis ha fatto e fa.8 Mettere però in rilievo questo gioco delle parti, cioè la “complicità” fra “lavoro” e “capitale”, non significa, detto per inciso e per evitare equivoci, che il gruppo Krisis intenda denigrare le lotte operaie, attraverso le quali molti hanno potuto migliorare le proprie condizioni di vita, ma solo evidenziare come per lo più tali lotte non si siano contrapposte al sistema, ma abbiamo cercato, peraltro con pieno diritto, soprattutto di aggiustarlo, riducendone le mancanze e rimediando a molte sue storture. Non si vuole cioè criticare il movimento operaio da “destra”, ma solo evidenziarne lo spesso involontario “collaborazionismo” con il mantenimento dello status quo, mentre il carattere distruttivo, alienante e schiavistico del lavoro veniva messo da parte. Aggredire il lavoro in quanto categoria fondamentale del sistema capitalistico non significa dunque attaccare i lavoratori o screditare tout court la lotta di classe, ma cercare di promuovere la trasformazione radicale del sistema.9
Questi i “punti fondamentali” che possono aiutare a capire i due testi che seguono, ed anche il pensiero del gruppo Krisis, senza naturalmente esaurirlo. Un ultimo inciso: il gruppo Krisis non crede certo che la “crisi definitiva” sia di per sé un fatto positivo. Anzi, molto probabilmente porterà il mondo nel baratro, e già lo sta facendo. Ciò che vogliono sottolineare è l’importanza di riconoscerla come tale, e a partire da lì agire di conseguenza. In questo senso, essa può rappresentare un’occasione irrinunciabile e irripetibile di uscita dal sistema del capitale. L’importante adesso è aprire gli occhi, non creare aspettative illusorie in una rinnovata distribuzione sociale di ricchezza da parte di questo sistema o credere che si riapriranno chissà quali nuovi settori di mercato capaci di offrire occasioni di occupazione di massa. Occorre invece essere consapevoli di quello che sta succedendo e, proprio grazie a questo, fare resistenza e al tempo stesso tenersi fuori dallo sfacelo, provando a costruire vie d’uscita, che debbono necessariamente essere radicalmente “altro” rispetto alle coordinate di fondo del sistema capitalistico, capaci cioè di andare nella direzione di una società veramente libera, plurale, solidale, non economicista, non sincopata, che promuova un rapporto diverso con la natura, fra le persone ed anche con le cose. Ma questo è un compito che riguarda tutti, e dalla realizzazione del quale nessuno può sentirsi escluso. Pensare ancora oggi che sia sufficiente “delegare” qualcuno a fare questo per noi, oltre che aiutare a perpetuare le condizioni di riproduzione del sistema, significa allontanarsi colpevolmente dalle proprie responsabilità e negarsi la possibilità di essere “cittadini del mondo”, un mondo ancora da costruire ma che resta oggi più che mai una possibilità aperta, paradossalmente sempre più concreta e comunque sempre più necessaria.
Ora forse più che mai, abbiamo da perdere le nostre catene, e un mondo da guadagnare.
* * *
Ringraziamenti:
Ai fini della presente pubblicazione, non posso che esser grato a Lorenz Glatz, della redazione di Streifzüge, per i preziosi consigli sulla traduzione, allo stesso Norbert Trenkle per gli appunti che mi hanno reso più intelligibile il testo in tedesco, a Marianne Hitz per alcuni suggerimenti sulla traduzione ma soprattutto a Sonia Bibbolino che mi ha aiutato a rendere più “intelligibili” in italiano i testi, di per sé non semplici neanche in tedesco, provando a snaturare il meno possibile gli originali.
Nb: le note a piè di pagina che non sono degli autori, saranno precedute dalla sigla N.d.c. (Nota del curatore)
* * *
* Questo testo introduce lo scritto di Norbert Trenkle “Weltmarktbeben” (Terremoto nel mercato mondiale), apparso nel maggio 2008 in Germania. Il saggio anticipa di pochi mesi lo scoppio vero e proprio della bolla finanziaria, descrivendone di fatto l’avvento e spiegandone con estrema chiarezza le cause più autentiche, che niente hanno a che fare con la vulgata consolatoria per la quale la crisi stessa sarebbe colpa di un esiguo numero di avidi speculatori che si appropria in modo parassitario delle ricchezze prodotte da altri. Questa falsa contrapposizione fra un capitalismo approfittatore e rapace ed uno sano e laborioso è l’ultima frontiera del tentativo di sviare lo sguardo dal vero problema, che è il capitalismo in sé e la sua feticistica coazione a ripetere che lo obbliga ad operare in vista di un’accumulazione infinita e sempre crescente di valore monetario. Non esiste quindi né capitalismo “sano”, né via d’uscita all’interno di questo sistema. L’unica alternativa realistica è il suo superamento, un compito difficilissimo e faticoso, ma non eludibile. Il gruppo Krisis lavora da alcuni decenni in questa direzione, ed i risultati teorici raggiunti sono decisamente fra le risposte più acute che siano state date a questo dilemma.
Il libro si chiude con la traduzione di un’intervista, rilasciata sempre da Norbert Trenkle insieme ad Ernst Lohoff (un altro componente storico del gruppo Krisis), alla rivista on line “Telepolis” dove – grazie all’effettivo scoppio della crisi – vengono messi a punto alcuni importanti dettagli rispetto alle questioni già affrontate nel saggio che la precede.
Presentiamo qui l’introduzione, curata da Massimo Maggini (che ha anche tradotto i testi, in collaborazione diretta con gli autori tedeschi), a questo libro, apparso in Italia per le edizioni Mimesis nel giugno 2014.
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Note:
1. Qui soprattutto Robert Kurz ha messo in evidenza come certi passaggi “epocali”, che avrebbero determinato questa situazione, ben lungi dal rappresentare la “fine di un’illusione” siano stati invece momenti del processo di crollo del capitalismo. Per esempio il crollo del cosiddetto “socialismo reale”, avvenuto fra il 1989 con la caduta del muro di Berlino e il 1991 con la fine dell’URSS. In Der Kollaps der Modernisierung (il collasso della modernizzazione), Eichborn Verlag, 1991, Kurz dice proprio questo: il “crollo” dei regimi dell’est non significa la vittoria del neoliberismo, ma è solo la prima tappa di quello che è il collasso certo del mondo capitalista, che sta avvenendo e che sta solo dando i primi segnali. Tesi indigeste, come si è detto, soprattutto per la sinistra, e non è un caso infatti che esista da molto tempo una traduzione integrale italiana di questo testo ma nessun editore abbia mai voluto pubblicarla (è possibile comunque leggerne alcuni estratti in questo sito: http://ozioproduttivo.blogspot.it/). Su un registro simile anche un altro testo molto incisivo sempre di Robert Kurz, Il duplice Marx(originale tedesco qui), scritto nel 1998 in occasione del centocinquantesimo anniversario della comparsa del Manifesto di Marx ed Engels. Qui Kurz sottolinea come il “funerale” a Marx, sempre dopo il crollo dei regimi dell’est, sia stato quantomeno precipitoso, e come invece quegli eventi abbiano inverato un Marx sempre sottaciuto e poco indagato dai marxismi, un Marx che invece adesso emerge in tutta la sua importanza: non quello della “lotta di classe”, ma quello il cui acuto sguardo sul capitale inteso come “soggetto automatico” ne ha saputo mettere in evidenza i limiti e la crisi che è legata al suo meccanismo fondamentale, quello della valorizzazione. Quel Marx è quello che, diciamo, “esce vincitore” da questi passaggi epocali, e quello che ci può indicare oggi una strada d’uscita dalla crisi, non in senso “riformista” ma come rottura profonda con il criminale sistema del capitale, in direzione di una società fondata su principi radicalmente altri.
2. La distinzione fra “lavoro vivo” e “lavoro morto” fa parte della più complessa “Teoria del valore”, centrale in Marx ma presente già in Smith e poi in Ricardo. Non è possibile qui entrare nel merito, come sarebbe necessario: ai nostri fini basti sapere che il lavoro vivo è quello derivato dallo sfruttamento del tempo e dell’energia umani, opportunamente messi al lavoro dal capitale al fine dell’estrazione di plusvalore, mentre il lavoro morto è quello oggettivato nelle macchine.
3. MEW, Band 23, p.168
4. Nei famosi Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie, meglio conosciuti solo come Grundrisse, scritti tra il 1857 e il 1858, ma pubblicati integralmente solo tra il 1939 e il 1941 (tr. it. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-1858, 2 voll., La nuova Italia, 1968-1970), Marx introduce questo concetto, con il quale vuole alludere alla capacità creativa umana, sussunta dal Capitale che se ne appropria per renderla strumento del nefasto processo di mercificazione e valorizzazione dell’esistente.
5. Cf. Maria Turchetto Il lavoro senza fine. Questo testo, che non si allinea completamente alle tesi del gruppo Krisis ed anzi in certi punti se ne allontana radicalmente, rappresenta comunque un valido contributo ad una critica organica al lavoro e alla sua ideologia.
6. Si tratta qui, più in generale, di una “critica della modernità” che anche il gruppo Krisis compie, senza lasciare spazi a derive di destra e senza artificiose nostalgie verso, per esempio, presunti “passati” idilliaci (pur al tempo stesso mantenendo un’attenzione non pregiudiziale verso il passato stesso). In questo senso, cf. soprattutto scritti quali Gott kriegt die Krise [Dio va in crisi], Kulturkampf der Aufklärung [La battaglia di civiltà dell’illuminismo], oppure Kritik der Aufklärung. Acht Thesen [Critica dell’illuminismo. Otto tesi], non ancora tradotti in italiano ma che potrebbero far parte di pubblicazioni successive alla presente.
7. Per avere un’idea della cosa, decisamente utile la lettura del cap. 24 del I libro, Sezione VII, del Capitale di Karl Marx, “la cosiddetta accumulazione originaria”, più o meno in qualsiasi edizione.
8. Qui cf. soprattutto il Manifest gegen die Arbeit, Zeitschrift Krisis, 1999, tr.it. http://www.krisis.org/1999/manifesto-contro-il-lavoro">Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi, 2003.
9. Per esempio, cf. il testo di Ernst Lohoff Das Ende des Proletariats als Anfang der Revolution, uscito in traduzione italiana sulla rivista Invarianti, numeri 29 e 30, 1997, con il titolo La fine del proletariato come inizio della rivoluzione.