giovedì 28 luglio 2016

Le parole di governanti ed economisti sono criminali, intervista a Domenico De Masi di Thomas Mackinson

Il professore di sociologia del lavoro commenta i dati Istat che fotografano un Paese in cui cresce la povertà assoluta: “Una ripresa dei Paesi ricchi è impossibile perché sono talmente ricchi che non possono aumentare ulteriormente la loro ricchezza. L’unica è redistribuire la ricchezza finché di ricchezza ce n’è. La povertà e la disperazione sono benzina per l’incendio”
“Non si è ancora scatenata la rabbia. E’ questa la fortuna dei politicanti che vediamo a Ballarò, degli economisti che suonano il violino della ripresa sul Titanic. Ma succederà, perché la crescita delle diseguaglianze a questo porta”. Domenico De Masi, sociologo, professore di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma, lo ripete da anni: il refrain della ripresa è una gigantesca invenzione su cui tutti siamo seduti, che viene propinata dalle élite che ci governano e dicono “balle” al popolo anziché la verità: “Altro che ripresa, siamo destinati a decrescere e l’unica strada per governare questo ineluttabile processo è contenere le diseguaglianze redistribuendo la ricchezza che resta, assicurando a tutti il necessario e togliendo il superfluo dove c’è”.
De Masi legge i dati Istat sulla povertà assoluta, che in Italia tocca ormai 4,6 milioni di persone, il massimo dal 2005. “Certificano che le parole dei nostri governanti ed economisti – a questo punto – non sono solo false, sono criminali. Per quanto potranno ignorare ancora questa insoddisfazione globale per l’iniqua distribuzione della ricchezza che galoppa?”.
De Masi, se la ripresa è una balla perché andargli ancora dietro?Ti do due dati, uno a livello mondiale e uno tutto italiano. Dieci anni fa 85 persone al mondo secondo Forbes possedevano da sole la ricchezza di tre miliardi e mezzo di persone, la metà dell’umanità intera. Oggi, dieci anni dopo, i poveri hanno la ricchezza non più di 85 persone ricche ma di 65. La tendenza sembra dire che arriveremo al punto in cui una sola persona possederà praticamente tutto. Altro dato, per l’Italia: nel 2007, cioè alla vigilia della grande crisi, dieci famiglie avevano la ricchezza di tre milioni di italiani, dopo otto anni di crisi le stesse famiglie hanno la ricchezza di 6 milioni di italiani, cioè hanno raddoppiato la loro ricchezza mentre raddoppiava il numero dei poveri. Questi dati dimostrano quanto galoppa la disuguaglianza.
Cosa c’è al fondo di questa “caduta”?
Da quando un modello di vita ha prevalso diventando dominante su altri si è rotto qualcosa. Durante la Guerra Fredda tra Occidente e Oriente, un mondo orientale in nome del socialismo rinunciava alla ricchezza di pochi ma assicurava ai suoi cittadini la sopravvivenza, la scuola e la sanità. Magari imponendo altri prezzi su altri fronti, certo. E’ quello che succede ancora oggi a Cuba, per qualche tempo ancora. Poi c’era un mondo basato sul liberalismo che poneva in primo piano la capacità dei singoli per cui i più capaci hanno di più e i meno capaci hanno di meno. Con la caduta del Muro di Berlino, in effetti, il Comunismo non ha perso ma il Capitalismo non ha vinto. Perché il primo sapeva distribuire la ricchezza senza saperla produrre, il secondo la sa produrre e non sa distribuirla. E’ un paradosso ormai acclarato per tutti i Paesi capitalisti.
Ma il cittadino con chi si deve lamentare?
Con quegli economisti e quei politici che continuano a dire che c’è una ripresa. Una ripresa dei Paesi ricchi è impossibile perché sono talmente ricchi che non possono aumentare ulteriormente la loro ricchezza. Noi, Italia, su 196 Paesi siamo all’ottavo posto al mondo come Pil. Ogni italiano ha un Pil pro capite di 36mila dollari. I cinesi ne hanno 6000 dollari, gli indiani 1.500. Come facciamo noi ad aumentare ancora?
E quando vengono ancora spese promesse su questo rilancio dell’economia?
Non sono solo balle, sono al più esternazioni criminali. Sono dichiarazioni di economisti e politici che o non sanno come stanno le cose e allora hanno una colpevole ignoranza oppure sanno come vanno le cose e dicono bugie e sono dei criminali.
E la gente che affolla il Titanic suonando il violino della ripresa?
E’ la gente che vedi in tv la sera a Ballarò, da Vespa. E’ gente che parla per compiacere il Principe dice che le cose stanno andando meglio, quando sarebbe onesto verso il popolo dire “guardate, siamo cresciuti tanto e non possiamo crescere di più”. Non c’è niente da fare. Possiamo solo sperare di mantenere la posizione in cui siamo e decrescere lentamente con minori diseguaglianze possibili. Per non diminuire la nostra dose di “felicità”, dovendo però decrescere, dobbiamo togliere le cose superflue in modo che quelle necessarie rimangano a tutti.
Le famose spending review che si sono evitate a tutti i costi, arrivando a “tagliare” i commissari incaricati di farle?
Se pensa che abbiamo una situazione della sanità molto peggiore a quella di quattro anni fa, che oggi il cittadino paga molte più medicine per cui alcuni non potendo comprarle neppure si curano più… Per avere un’analisi clinica da parte di una Asl devi aspettare quattro o cinque mesi e nel frattempo muori… Beh, in un Paese ancora ricco come il nostro è una vergogna.
Allora, che fare?
L’unica è redistribuire la ricchezza finché di ricchezza ce n’è. Ognuno di noi getta la metà di quello che ha nel frigorifero. Educazione dei cittadini all’autorisparmio, forse. Ma se il voto viene dato ancora oggi a soggetti che portano avanti visioni liberali dell’economia non ne verremo mai a capo. Quelle idee ci porteranno a capo fitto in una terza rivoluzione perché prima o poi la gente si stufa. Vedi quanti episodi ci appaiono folli, le sparatorie, gli attacchi di gente apparentemente uscita di senno. La povertà e la disperazione sono benzina per l’incendio. Non è altro che la punta dell’iceberg di una insoddisfazione globale per l’iniqua distribuzione della ricchezza.
Qualcuno parlando di “decrescita felice” sembra intravvedere perfino del “bello” dietro alle nuove povertà, un po’ come i neorealisti nel cinema del Dopoguerra…
Macché, di felice c’è ben poco. Quello è sempre il bello visto dalla parte dei ricchi. E’ un racconto della povertà e della Chiesa sui poveri che sono “beati perché loro è il regno dei cieli”. E’ un fatto consolatorio: possiamo dire che nel 2016 queste forme di contenimento sono del tutto desuete e insufficienti? L’unica vera consolazione, se si può dire, è che i poveri trattengono ancora la rabbia. Perché quando esploderà i non poveri avranno da rimettere. Quando ci fu la Rivoluzione francese furono ghigliottinati 23mila nobili. E’ questo – anche nelle forme più civili che una rivolta assumerebbe oggi – che le élite, più di tutto, non vogliono”.

Pedemontana, per lo Stato una bomba da 20 miliardi di Giorgio Meletti e Davide Vecchi

E’ noto che il cosiddetto project financing è una delle tecniche più efficaci per rapinare le casse dello Stato. In genere la politica – quando non è mandante o complice – se ne accorge sempre dopo. Il caso della Pedemontana Veneta è dunque inedito. Il governo ha scoperto (forse) in tempo che la nuova arteria da 95 chilometri che dovrebbe collegare le province di Vicenza e Treviso “senza oneri per lo Stato” potrebbe costare ai contribuenti 20 miliardi. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti ha attivato nei giorni scorsi una girandola di frenetiche riunioni per salvare il salvabile. Palazzo Chigi è dovuto intervenire a seguito del totale imbambolamento del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio e di quello dell’Economia Pier Carlo Padoan, per tacere del governatore del Veneto Luca Zaia.
La storia della Pedemontana Veneta sembra un copione per cabarettisti. L’operazione parte nel 2003 con i consueti ingredienti dell’epoca: Legge Obiettivo e project financing. La prima garantisce – secondo l’ideatore Ercole Incalza, il dottor Stranamore dell’appalto – l’esecuzione delle opere con tempi e costi certi. Il secondo è apparentemente geniale: il costruttore finanzia e costruisce l’autostrada e se la ripaga con i proventi del traffico, così lo Stato non ci mette una lira. Storie note.
Ma con la Pedemontana Veneta si batte ogni record. Nel 2009 Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso decidono che tra Treviso e Vicenza c’è una vera e propria emergenza traffico, tale da imporre un decreto che svincola la Pedemontana dalle già lasche procedure della Legge Obiettivo. Non solo: viene istituito un commissario onnipotente nella persona di Silvano Vernizzi – braccio destro dell’allora governatore Giancarlo Galan per i cantieri – che diventa nientemeno che “autorità concedente” (nota per i comuni mortali: normalmente l’autorità concedente è il ministero Infrastrutture o l’Anas, minimo una Regione). Vernizzi firma di tutto e di più con il consorzio Sis, vincitore della gara del 2003, formato dal costruttore piemontese Matterino Dogliani e dal gruppo spagnolo Sacyr. I governatori veneti – Galan prima, Luca Zaia poi – approvano tutto. Forse senza rendersi conto di alcuni dettagli. Il primo è quasi normale, cioè il costo dell’opera che dagli 895 milioni iniziali triplica a 2,7 miliardi. Il secondo è la bomba: Vernizzi impegna la Regione Veneto a risarcire il concessionario se per caso il traffico, e quindi i pedaggi, risultassero inferiori alle previsioni. Naturalmente, come tradizione del project financing, le previsioni di traffico alla base dell’operazione sono stellari, per dimostrare la bontà dell’affare: 44 mila veicoli al giorno nel 2023.
Due giorni fa, a Palazzo Chigi, De Vincenti è sbiancato quando due dirigenti di Bei (Banca Europea per gli investimenti) e Cdp (Cassa Depositi e Prestiti) gli hanno detto che, secondo un loro studio, le previsioni di traffico messe nel piano sono tre volte la realtà. Calcolatrice alla mano, la Regione Veneto dovrebbe rimborsare al consorzio Sis 366 milioni ogni anno per la durata della concessione, 39 anni: 14 miliardi in tutto che diventano 20 calcolando interessi e quisquilie varie.
Perché De Vincenti ha dovuto aprire questo teso tavolo di consultazione? Perché all’inizio di luglio il commissario Vernizzi, il concedente, ha scritto una perentoria lettera al premier Matteo Renzi per battere cassa. Il ragionamento di Vernizzi è semplice. Il consorzio Sis ha iniziato i lavori in un modo curioso, anziché costruire la strada un po’alla volta ha sbancato tutto il percorso, scavando una profonda trincea di 95 chilometri lungo la campagna veneta, ma non ha più soldi. Ha speso finora poco meno di 400 milioni di contributo statale senza metterci un euro di suo. Il contributo pubblico in conto capitale era all’inizio di 150 milioni, poi è diventato di 614 grazie a un miracoloso “atto aggiuntivo” firmato nel 2013 da Vernizzi e assentito da Zaia. Ora il commissario chiede a Renzi gli ultimi 200 e passa milioni per non chiudere i cantieri: pare che il concessionario che doveva fare “tutto con soldi privati” abbia titolo giuridico per pretendere di incassare tutto il contributo anche se non ha messo giù un euro suo.
E qui inizia il capitolo più grottesco. Ovviamente il privato per costruire l’opera deve finanziarsi sul mercato, in questo caso per circa 1,5 miliardi. Ma nessuna banca finora si è arrischiata a prestare soldi al costruttore Matterino Dogliani. La garanzia sottostante è, in sostanza, della regione Veneto che però, se dovesse fare fronte ai 366 milioni all’anno andrebbe in default. In pratica per una banca comprare le obbligazioni Sis sarebbe come investire in titoli di Stato italiani nel novembre del 2011.
Spunta a questo punto l’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli, oggi capo dell’investment banking europeo di Jp Morgan. La banca americana ha pronto il piano per l’emissione delle obbligazioni con cedola dell’8 per cento, un lauto interesse che alla fine sarebbe pagato da Zaia. Grilli tiene molto all’affare che porterebbe nelle casse di Jp Morgan una cifra stimata tra i 40 e gli 80 milioni di euro per la prestazione di arranger. Siccome nessuna banca vuole comprare il Pedemontana Bond, Grilli sta facendo pressioni sulla Bei e sulla Cdp perché si mettano una mano sulla coscienza e partecipino all’operazione: sarebbe un segnale forte per il mercato e garantirebbe il successo dell’operazione.
Per questa ragione i tecnici di Bei e Cdp hanno messo a punto lo studio sulle previsioni di traffico che giovedì hanno illustrato a De Vincenti. E le conclusioni sono infauste: solo un pazzo investirebbe su un’operazione così strampalata, ed essendo Bei e Cdp banche pubbliche i loro manager non possono fare follie. A complicare il quadro c’è però un manifesto interesse del presidente di Cdp, Claudio Costamagna, per l’operazione. Da mesi Grilli sta premendo su di lui in modo insistente facendo leva sull’ottimo rapporto tra i due banchieri, cementato dalla mossa realizzata da Grilli nello scorso gennaio: ha assunto in Jp Morgan la moglie di Costamagna, Alberica Brivio Sforza, assegnandole il ruolo di “senior private banker per la clientela Ultra High Net Worth”. A occhio dev’essere un mestiere molto difficile.
Adesso tocca a De Vincenti trovare una soluzione. Non sarà facile. Il complesso sistema di clausole firmate da Vernizzi rende quasi impossibile risolvere il pasticcio senza pagare sontuose penali al consorzio Sis. Purtroppo il Codice Appalti appena riformato dal governo non contiene l’unica norma che avrebbe salvato il Paese da flagelli del genere: vietare per legge il project financing.

venerdì 24 giugno 2016

Inadeguati di Nicola Frantoianni

LONDON

Inadeguati. La prima parola che mi viene in mente è questa, dopo i risultati che sanciscono l'uscita dalla UE della Gran Bretagna. Inadeguata l'Europa, come inadeguata è la lettura di ciò che è accaduto, perché ancora oggi tutti i commentatori sono attenti solo a due questioni: da un lato, l'analisi ossessiva e continua di ciò che sta succedendo alle borse di tutto il mondo e dall'altro, la lagnanza un po' aristocratica sul fatto che "su questi temi non si vota".
In sostanza, i media dicono che il popolo è bue e non può scegliere. Lo stesso discorso lo hanno fatto per settimane sul referendum greco dello scorso luglio. Alla crisi della democrazia vorrebbero rispondere con una ulteriore contrazione della democrazia. Tutto andrebbe bene se si abolissero le elezioni o le consultazioni popolari per 5 o 6 anni. Ma andrebbe tutto bene per chi?

Il cuore del problema e il problema dell'Europa sta proprio qui: molta attenzione ai mercati finanziari, nessuna riflessione su che diavolo stia accadendo e soprattutto perché, nella pancia e nella testa delle classi più deboli.
Votano "Brexit" i ceti popolari e la piccola borghesia, i più colpiti dalla crisi, quelli che stanno progressivamente perdendo tutto: il lavoro, la tutela, la prospettiva per sé e per i propri figli. E votano "Brexit" mutuando la retorica e il linguaggio della destra che monta sulla paura e la rivolge verso un nemico semplice, lo straniero. Che, si badi bene, in Gran Bretagna non è solo ed esclusivamente il nord africano, o il siriano, ma anche il lavoratore che arriva dal Sud Europa. Sono i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri amici, quelli con cui facciamo le chiamate Skype almeno una volta a settimana.

Cosa accade nella pancia degli operai di Manchester? Più o meno la stessa cosa che succede da anni nella pancia del piccolo commerciante di Roma, o del disoccupato a Quarto Oggiaro, a Milano. Questa è la domanda che oggi tutti dovrebbero farsi e su cui si dovrebbe discutere. O almeno dovrebbe farlo la Sinistra, in Italia e in Europa, se ancora ritiene che le classi subalterne siano la stella polare cui fare riferimento e se ancora ritiene che il capitalismo finanziario delle élite europee sia il male da combattere.

Siamo di fronte alla disgregazione dell'Europa, è certo. Ma non per la Brexit. Avremmo avuto la disgregazione anche con il "Remain" visto che le condizioni poste dalla Gran Bretagna all'UE per la permanenza erano tutte in senso anti-UE. Siamo di fronte alla disintegrazione, ma non da oggi. Questo è il punto. È accaduto e le conseguenze non possiamo prevederle perché non era ancora accaduto. Invece che esercitarsi su previsioni esoteriche occorre comprenderne le ragioni, nominare le responsabilità e agire di conseguenza. La responsabilità è delle oligarchie tecnocratiche e finanziarie. Il voto di ieri è il risultato della separazione crescente e conflittuale tra oligarchie e democrazia, tra sviluppo del capitalismo finanziario e democrazia. Più banalmente, tra poveri e ricchi di questa Europa, in cui i poveri sono sempre di più e i ricchi sempre di meno e sempre più ricchi.

Un monito che la Sinistra ripete da anni. Inascoltata. E allora, la verità è che non ce la caviamo con la retorica degli Stati Uniti d'Europa. Non funziona più. Come non funziona il richiamo alla "generazione Erasmus". Perché è falsa. Perché non vede che accanto alla generazione che gira l'Europa c'è una parte di società e di quella stessa generazione che è sempre più esclusa. Fra l'Europa delle banche, accompagnata dalla globalizzazione dei mercati finanziari, e un salto nel buio, hanno scelto il salto nel buio.

L'unica via di uscita è la democrazia: fare carta straccia degli attuali trattati su cui si è fondato un patto sbagliato e anti-popolare e subito costruire un patto nuovo. Al posto del pareggio di bilancio, la nuova Europa tuteli i diritti dei cittadini, il potere d'acquisto dei loro salari, o la possibilità di avere un reddito e una casa, a prescindere dal paese in cui nasci e vivi. Serve un processo costituente dal basso vero, che consenta agli europei (oggi categoria mitica) di scegliere anche il governo europeo, sulla base di proposte politiche chiare e nette.

In tutto questo, c'è anche una possibilità della Sinistra che ha la responsabilità di essere rimasta per troppo tempo afona. O si risponde alla crisi dal basso, con una buona dose di conflitto sociale che sappia nominare le vere responsabilità del disastro cui stiamo assistendo, che non sono certo i lavoratori (siano essi italiani in Inghilterra, o africani in Italia) oppure questo ennesimo salto della Storia potrebbe avere esiti davvero imprevedibili. Per paradosso, le classi dirigenti europee dovrebbero guardare con attenzione e benedire la capacità conflittuale che il popolo francese sta dimostrando e mettendo in pratica, contro la Loi Travail. Potrebbe essere anche la loro ancora di salvezza.

sabato 11 giugno 2016

La Folgorante Ripresa Dell'Italia (Grafico Aggiornato)

Quello che segue, è un grafico che conoscete già, e che conosce bene anche Il Sole 24 Ore, Ballarò e molti altri ancora.
E' stato aggiornato considerando le variazioni del PIL del primo trimestre, recentemente comunicate.
Per gli ultimi arrivati, è utile ricordare che si tratta della performance del PIL dei paesi considerati. ponendo come base 100 il primo trimestre del 2008.



Tutti i paesi sono tornati a sopra i livelli precedenti la crisi (perfino l'Area euro a 19 paesi). Tutti tranne l'Italia, che naviga ancora  nell'abisso.
Ora, come potete vedere,  la grande recessione è finita nel secondo trimestre del 2009, e quindi, gli altri paesi, sono almeno 7 anni che crescono. Un ciclo abbastanza maturo e anche stanco, stando ai dati che giungono dalle altre economie. La domanda da porsi è questa: considerata la fragilità dell'economia italia e di larga parte del sistema bancario, cosa accadrà all'Italia quando gli altri paesi rallenteranno o cadranno in recessione?

lunedì 30 maggio 2016

La degradazione della cultura - di Robert Kurz -

cultura

Oggi, per la maggior parte delle persone, una critica fondamentale dell'economia moderna appare altrettanto insensata del tentativo di passare attraverso la parete anziché dalla porta. Quella stessa economia che, se osservata, rivela tutte le sue tracce di follia, considerate però come normali, dal momento che i criteri della macchina capitalista sono stati interiorizzati universalmente. Quando i pazzi sono la maggioranza, la follia è un dovere del cittadino. Sottoposta ad una simile pressione, la critica sociale si ritrae dal campo dell'economia e va in cerca di evasioni. La sinistra, specialmente, non vede di buon occhio il fatto che si metta il dito nella piaga delle relazioni economiche predominanti: è penoso ricordare la propria capitolazione incondizionata. Teoricamente disarmata, la sinistra preferisce denunciare qualsiasi seria critica del mercato, del denato e del feticismo della merce, come "economicismo" antiquato e inutile, superato da tempo.
E allora di che cosa si occupa una critica sociale ormai indegna di tale nome? Prima, il grande rifugio era la politica. Si pretendeva che tutte le questioni del sistema produttore di merci ( e pertanto anche l'economia) fossero regolate per mezzo del "discorso razionale" dei membri della società, all'interno delle istituzioni politiche. Di questa speranza è rimasto ben poco. Da tempo, la politica è stata degradata a sfera secondaria dell'economia totalitaria. Oggi, il fine in sé del capitalismo ha divorato la supposta "relativa autonomia" della politica. Per questo motivo, nella postmodernità la critica sociale si rifugia nella cultura, abbandonando la politica, allo stesso modo in cui prima aveva cercato rifugio nella politica, abbandonando l'economia. La sinistra postmoderna è diventata, sotto ogni aspetto, "culturalista" e ritiene di essere capace, con la massima serietà, di agire "sovversivamente" nell'ambito dell'arte, della cultura di massa, dei media e della teoria della comunicazione, mentre trascura praticamente del tutto l'economia capitalista e la menziona soltanto di passaggio, con evidente fastidio.
Ma a prescindere da quali siano i domini sociali in cui si rifugia una sinistra che ha calato il silenzio sulla critica dell'economia, l'economia capitalista continua ad essere sempre presente e le si rivolge con un sorriso ironico. È vero che questa "economia ha divorziato dalla società" - come scrive la critica sociale francese Viviane Forrester nel suo libro a proposito del "Terrore dell'economia" - ma il capitalismo si è dimenticato della società soltanto in senso sociale, senza però lasciarsela sfuggire dalla grinfie. Al contrario, l'economia totalitaria veglia attentamente affinché sotto il sole non avvenga mai niente che non serva direttamente al fine in sé della massimizzazione dei profittti. E oggi questo vale anche per la cultura.
L'economia moderna si è affermata man mano che la sfera capitalista di produzione industriale si è dissociata dagli altri ambiti della vita. La cultura, in senso ampio, sembrava essere un'attività "extra-economica", espulsa, come semplice sottoprodotto della vita, verso il cosiddetto "tempo libero". Questa è stata la prima degradazione della cultura nella modernità: si è trasformata in un argomento poco serio, in un semplice "momento di svago". Ma nel momento in cui il capitalismo ha dominato integralmente la riproduzione materiale, il suo appetito insaziabile si è esteso anche alle configurazioni immateriali della vita e, nei limiti del possibile, ha cominciato a rilevare pezzo dopo pezzo gli ambiti dissociati e a sottometterli alla sua peculiare razionalità imprenditoriale. Questa è stata la seconda degradazione della cultura: è stata essa stessa industrializzata.
In questo modo, si è ripetuto ciò che Marx aveva detto a proposito delle mutazioni della produzione materiale, in quanto anche la cultura è passata dalla fase "formale" alla fase "reale" della sussunzione al capitale: se, in un primo momento, i beni culturali venivano considerati solo esteriormente e, a posteriori, come oggetti di compravendita secondo la logica del denaro, nel corso del 20° secolo la loro produzione stessa è passata a dipendere sempre più, aprioristicamente, da criteri capitalisti. Il capitale non ha più voluto essere solo l'agente della circolazione dei beni culturali, ma è passato a dominare tutto il processo di riproduzione. Arte e cultura di massa, scienza e sport, religione ed erotismo sono diventati prodotti sempre più simili alle automobili, frigoriferi o detersivi. In questo modo, i produttori culturali hanno anche perso la loro "relativa autonomia". La produzione di canzoni e romanzi, di scoperte scientifiche e riflessioni teoriche, di film, quadri e sinfonie, di eventi sportivi e spirituali poteva avvenire soltanto come produzione di capitale (plusvalore). Questa è stata la terza degradazione della cultura.
Tuttavia, nell'epoca di prosperità successiva alla seconda guerra mondiale, in molti paesi si è formato un paraurti sociale che ha protetto parte della cultura dall'impatto devastante dell'economia. Parlo del meccanismo keynesiano di redistribuzione. Il deficit spending ha alimentato non solo la produzione di armamenti militari e lo stato sociale, ma anche alcuni ambiti culturali. Non c'è dubbio che la sovvenzione statale abbia imposto dei limiti rigorosi all'autonomia della cultura. Ma il controllo dello Stato era aperto alla discussione pubblica, e non era tirannico: in caso di conflitto, si può negoziare con funzionari e politici, ma non con le "leggi del mercato". Attraverso il "keynesismo culturale" una parte della produzione culturale dipendeva solo indirettamente dalla logica del denaro. Dal momento che le trasmissioni radio e televisive, le università e le gallerie, i progetti artistici e teorici venivano sovvenzionati o promossi dallo Stato, non bisognava sottomettersi direttamente ai criteri imprenditoriali; esisteva un certo campo di azione per la riflessione critica, per gli esperimenti e le "arti improduttive" minoritarie, senza che venissero minacciate sanzioni materiali.
Questa situazione si è modificata essenzialmente a partire dall'inizio della nuova crisi mondiale e con la conseguente campagna neoliberista. La fine del socialismo e del keynesismo ha scosso fortemente la cultura, dal momento che essa si è vista privata dei suoi mezzi. Gli Stati non si sono disarmati militarmente, ma si sono disarmati culturalmente. In una piccola porzione dello spettro culturale, la sponsorizzazione privata ha preso il posto degli incentivi statali. Non ci sono più diritti sociali e civili, ma solamente l'arbitrio caritatevole dei vincitori del mercato. I produttori culturali si trovano esposti agli umori personali dei magnati del capitale e dei mandarini dell'amministrazione, per le cui mogli devono servire da hobby e da passatempo. Come i giullari di corte e i servitori del Medioevo, sono costretti a indossare i loghi e gli emblemi dei loro signori, al fine di essere utili al marketing. Questa è la quarta degradazione della cultura.
Per la stragrande maggioranza delle arti, delle scienze e delle attività culturali di ogni tipo, però, la questione dell'umiliante ed arbitraria sponsorizzazione privata non viene nemmeno messa in discussione. Oggi, tutti queste attività si trovano direttamente esposte, in una proporzione inaudita e senza alcun filtro, ai meccanismi del mercato. Istituti scientifici ed associazioni sportive devono fare ricorso alla Borsa, università e teatri devono fare profitti, la letteratura e la filosofia devono battersi contro i criteri della produzione di massa. Nella grande distribuzione, ottiene successo soltanto quello che si presta a diventare un'offerta per lo svago degli schiavi del mercato. Da qui, le grottesche distorsioni nelle remunerazioni dei produttori culturali: nel calcio e nel tennis, i giocatori ricevono milioni, mentre i produttori di critica, di riflessione, di rappresentazione ed interpretazione del mondo sono messi allo stesso livello dei pulitori di cessi. Con la razionalizzazione capitalista dei media, vengono trasposti nella sfera culturale i salari di fame, l'esternalizzazione e la schiavitù imprenditoriale.
Il risultato può essere soltanto la distruzione del contenuto qualitativo della cultura. Pagati una miseria, socialmente degradati e ricattati, i lavoratori della cultura e dei media producono, com'è ovvio, beni ugualmente miserabili; ciò vale tanto per questo campo quanto per tutti gli altri. E la riduzione brutale ad un orizzonte di tempo abbreviato e la distribuzione di massa del mercato, eliminano tutto quello che pretende di essere qualcosa di più di un prodotto usa e getta. Ben presto nelle librerie troveremo soltanto libri pornografici, esoterici e di ricette, per la classe media depravata. Ma anche nelle scienze, la logica di mercato si lascia dietro una scia di distruzione. Dal momento che, per loro natura, non possono assumere forma mercantile, le scienze sociali e dello spirito vengono sradicate dall'impresa accademica come se fossero erbacce. Sono soprattutto gli istituti storici a soffrire dei tagli nelle loro dotazioni, poiché il mercato non ha alcun bisogno di passato; la scienza naturale si è definitivamente sostituita alla filosofia ed alla teoria sociale. Nella scienza naturale, tuttavia, la ricerca "senza obiettivo" viene svalutata e strangolata a favore della ricerca su commissione, più redditizia per il capitale.
Queste tendenze, così come avevano già degradato la soggettività religiosa o politica, portano necessariamente al collasso della soggettività culturale nella società borghese, senza sostituirla con qualcosa di nuovo. Oggi, neppure un conservatore "è" ancora conservatore, ma è solamente qualcuno che compra il conservatorismo come se fosse salsa di pomodoro o lacci per scarpe. Anche l'attuale papa, per quanto ortodosso sia, dimostra di essere uno specialista di marketing per eventi religiosi; ben presto, le religioni e le sette saranno quotate in Borsa e saranno guidate dai principi del valore azionario. Gli artisti e gli scienziati si sottomettono alla medesima degradazione della loro personalità. Quando pensano e producono, con premurosa obbedienza, secondo le categorie a priori della venalità, hanno già perso il loro tocco e possono ratificare soltanto il loro ruolo, come il celebre pittore Baselitz che in un lampo di lucidità gira i suoi quadri verso la parete.
"L'economicismo" non è un'idea sbagliata ed unilaterale di incorreggibili marxisti, ma è la tendenza reale al totalitarismo economico dell'ordine sociale predominante, che viene colta nella crisi attuale durante il suo più grande e forse ultimo scoppio. Ma il capitalismo non può stabilizzarsi sulle sue proprie basi. Allo stesso modo in cui l'industria farmaceutica perderà la sua grande fonte di conoscenza e di materie prime se le foreste tropicali vengono devastate, così anche l'industria della cultura si esaurirà quando non potrà più trarre sangue dalle sottoculture, una volta che l'attività non-commerciale delle masse sarà definitivamente morta. Una società composta solo di insistenti venditori che non comprano, e che è oramai incapace di riflettere su sé stessa, è diventata inostenibile anche in termini sociali ed economici.
- Robert Kurz - Pubblicato su Folha de São Paulo del 15.03.1998 -
Fonte: EXIT!

domenica 22 maggio 2016

"Magari fossimo solo diseguali. L'Istat dice tra le righe che siamo alla disperazione" di Federico Giusti

A leggere il rapporto annuale Istat 2016 (qui) non c'è da stare tranquilli. Il nostro paese è alle prese con una crisi che da qui ai prossimi anni produrrà alcune conseguenze sociali devastanti
L'Italia è dopo la Gran Bretagna il paese dove le disuguaglianze economiche e sociali sono piu' accentuate, veniamo dopo il paese liberista per eccellenza, la ricchezza prodotta nel paese è finita o nella speculazione finanziaria, o nei conti esteri o è andata a incrementare la ricchezza dello 0,99 % della popolazione. Una parte risibile è invece finita ai redditi da lavoro, pensiamo che oltre la metà dei lavoratori e delle lavoratrici italiani\e è in attesa del rinnovo dei contratti da anni, ricordiamo che per 3 milioni di lavorator pubblici l'attesa dura da sette anni e dopo i dati relativi al 2015 si apprende che nel primo trimestre 2016 i contratti a tempo indeterminato hanno ripreso a calare a vantaggio degli atipici e dei voucher (piu' 46 % solo nei primi due mesi di quest'anno)
Stando ai dati Inps, lo scorso febbraio c'è stato un calo del 33% dei contratti a tempo indeterminato, come già era avvenuto in gennaio. Riducendosi gli incentivi (da 8066 euro annui per un triennio siamo passati ai 3250 per un biennio a partire dal 2016) , il loro importo e la loro durata , anche i contratti a tempo indeterminato crollano: si conferma quindi il crollo dopo il taglio degli incentivi.
Una ripresa economica gonfiata ad arte dai provvedimenti Governativi, dagli sgravi fiscali alle imprese, dalle tutele crescenti che permettono ai padroni libertà di licenziamento pagando solo un piccolo indennizzo economico
Se le statistiche Inps smontano l'ottimismo demenziale del Renzismo, nel sindacato e nelle realtà politiche poco si va riflettendo sull'ultimo rapporto Istat, forse la motivazione potrebbe essere la recentissima uscita ma a tal riguardo nutriamo seri dubbi
Sulla morte del ceto medio ci sono atteggiamenti preoccupanti, tra chi di fronte alla proletarizzazione pensa maturino le contraddizioni per una opposizione sociale piu' dura e senza la mediazione dei corpi intermedi e quanti invece non vogliono prendere atto degli scenari futuri
Da qualche anno le famiglie sono il nuovo welfare ma cosa accadrà tra 10 anni quando le pensioni saranno decisamente piu' basse perché calcolate con il sistema contributivo, quando avremo una forza lavoro produttiva fino ai 67\8 anni, costretta a prolungare l'età lavorativa per ragioni economiche? Chi potrà accudire ai bambini (la spesa degli asili nido è sempre meno sostenibile in barba ai bonus bebè) o gli anziani se saremo costretti a lavorare fino alla soglia dei 70 anni?
I dati Istat fotografano l'assenza di mobilità sociale, questo è uno degli effetti della crisi del ceto medio, sono i minori a pagare la crisi in termini di povertà, di riduzione delle opportunità, di abbandoni scolastici, di impossibilità di accesso all'università
In 25 anni la forbice sociale si è allargata, con la crisi del ceto medio non ci sono stati fenomeni di radicalismo sociale e politico ma un arretramento generale delle conquiste in materia di diritti, lavoro, sociale. Colpa dei sindacati e dei corpi intermedi appiattiti sul ceto medio, o paura e rassegnazione che hanno creato una vasta zona d'ombra passiva?
Da 20 anni a questa parte la percentuale di giovani laureati costretti a scegliersi una occupazione ben diversa da quella sperata con il corso di studi è in pauroso aumento, ormai si avvicina al 55% del totale dei laureati costretti ad opzioni lontane da quelle sperate.
Un paese sempre piu' vecchio, che legge e studia meno della media europea, chi oggi ha venti anni lavorerà fino ai 75 anni di età alternando periodi contributivi regolari ad altri, piu' o meno lunghi irregolari che molti incideranno sull'assegno previdenziale
Se il Ministro della sanità parla di Proletarizzazione dei medici, vuol dire che la sconfitta del ceto medio e la crescita della disuguaglianza sociale inizia a produrre crepe nelle certezze del Governo, consapevoli che questa polarizzazione tra ricchi e poveri rappresenti un problema anche per il buon funzionamento del modo di produzione capitalistico.
Se da una parte la crescita dei trentenni senza reddito e senza prospettiva rappresenta una minaccia per l'immediato futuro, dall'altra bisogna chiedersi se questa generazione di esclusi rappresenti in prospettiva un blocco sociale conflittuale e antagonista.
La nostra impressione è che la individualizzazione della società sia tale da scoraggiare facili ottimismi, una marea di giovani costretti a vivere in famiglia non potendosi permettere una casa autonoma e senza alcuna fonte di reddito costringerà il Governo a ripensare a forme di reddito minimo di cittadinanza ma da qui a ipotizzare che questa massa assuma connotati conflittuali corre grande differenza
Ma questa massa rinchiusa dentro le famiglie non è il brodo di cultura favorevole per la nascita di movimenti dal basso...
Di sicuro il sindacato, oggi, nel suo complesso, quello di base incluso, non è capace di leggere la realtà in trasformazione , ostaggio o della ricerca di una nuova stagione concertativa o tentato dallo sposare le tematiche dei movimenti dell'abitare per attaccarsi a soggettività proletarie in lotta, magari per esaltare la mappa delle contestazioni di Renzi nel paese (i numeri di chi lo contesta sono ridotti a un decimo e un ventesimo alle piazze che contestavano Berlusconi, eppure la manovra del Pd oggi ha una natura eversiva e anticostituzionale decisamente piu' pericolosa)
In questo scenario, nessuno ha ancora riflettuto sulla crisi del ceto medio, sul suo spostamento verso lidi xenofobi e razzisti, sulla sua inutilizzabilità anche in termini sindacali.
Provare a sviluppare qualche riflessione è oggi piu' che mai necessario...

*Rsu Comune di Pisa

Perché l’Anpi ha ragione a votare no di Carlo Smuraglia


Perché l’Anpi ha ragione a votare no


Quella che segue è la lettera che il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato all’Unità in risposta a quella di 70 senatori del Pd pubblicata dallo stesso giornale.
 
Cari Senatori,  ho letto la vostra lettera aperta e ne capisco le ragioni. Quando si approva più volte una legge, si finisce per affezionarsi. Per di più, siamo già in campagna referendaria e dunque bisogna fare un po’ di propaganda e cercare di mettere in difficoltà chi si colloca, in questo caso, dall’altro lato della barricata. Capisco anche l’esaltazione che fate della Riforma: a voi piace, l’avete votata e non avete ripensamenti. Come sapete, io la penso in un altro modo e, fortunatamente, non sono il solo.  Ma consentitemi però qualche osservazione: vi dichiarate tutti “iscritti e sostenitori dell’ANPI”; ma io non vi ho mai incontrato nel lungo cammino che abbiamo percorso su queste tematiche. Un cammino che è cominciato dal 29 marzo 2014 (Manifestazione al Teatro Eliseo – Roma), è continuato per due anni, giungendo ad un primo approdo, in Comitato nazionale, il 28 ottobre 2015, con una posizione già piuttosto evidente sulla legge di riforma e l’eventuale referendum ed è proseguito con la decisione del 21 gennaio 2016, adottata dal Comitato nazionale, di prendere posizione per il “NO”. Ma non basta: ci sono stati i Congressi delle Sezioni e dei Comitati provinciali e in tutti si è finito per discutere anche sul referendum, con libertà e ampiezza di idee; i documenti votati durante questi Congressi, sul tema specifico del referendum, parlano chiaro: 2501 favorevoli, 25 contrari e alcuni astenuti. Dunque, si è discusso, ci si è confrontati (circa 30.000 presenze nei vari Congressi), ma la linea adottata il 21 gennaio, ha raccolto ampi consensi. Mancava il traguardo finale, cioè il Congresso nazionale. Si è svolto dal 12 al 14 maggio, a Rimini, introdotto da una Relazione, ovviamente “schierata” sulla base delle decisioni adottate il 21 gennaio e confermate nei Congressi. Anche a Rimini si è discusso e chi ha voluto ha parlato, in un senso o nell’altro. Alla fine, come si fa in democrazia, si è votato: 347 voti a favore del Documento base e della Relazione introduttiva al Congresso nazionale, contro tre astensioni. Chiarissimo, mi pare. O no?
Anche nella Relazione generale, peraltro, avevo riconosciuto che erano emersi alcuni dissensi, minoritari. Ad essi ho attribuito piena cittadinanza, riconoscendo “non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede”, aggiungendo, peraltro che non si poteva riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte, perché ci sono delle regole da rispettare, codificate nei nostri documenti fondamentali, secondo le quali gli iscritti devono rispettare lo Statuto, il Regolamento e le decisioni degli organismi dirigenti; e ovviamente (anche se non c’è una norma specifica ), non recar danno all’ANPI .Tutto qui. Questo gran parlare che si fa del dissenso e di un preteso autoritarismo non ha davvero fondamento e ragion d’essere. In democrazia la maggioranza ha il dovere di rispettare il pensiero di chi dissente, ma quest’ultimo, a sua volta, ha il dovere di rispettare il voto e le decisioni assunte dalla maggioranza. Altrimenti, sarebbe l’anarchia. E questo sarebbe davvero inconcepibile in un’Associazione come l’ANPI che è sempre stata pluralista, ma nella quale mai si sono posti dei problemi come quelli che oggi vengono prospettati, non solo dall’interno, ma addirittura dall’esterno, impartendoci autentiche “lezioni” (mi piacerebbe sapere se tutti quelli che si dicono iscritti all’ANPI, lo sono davvero, oppure lo affermano soltanto, naturalmente non per contestare il diritto di critica, ma per capire da quale parte essa proviene, visto che noi un grande dibattito interno lo abbiamo già avuto in questi mesi).
anpi 
Voi dite che “molto potremmo discutere sull’opportunità e sulle modalità della scelta”. Discutete pure sull’opportunità, come appassionato esercizio dialettico, ma sulle modalità stento ad immaginare che cosa si sarebbe potuto e dovuto fare di più, per giungere ad una decisione, su cui si è formata una stragrande maggioranza. 
Voi vi preoccupate che l’ANPI non diventi un partito; non c’è pericolo, ve lo assicuro perché siamo sempre stati gelosi della nostra identità e della nostra indipendenza. Schierarsi in difesa della Costituzione è un obbligo che ci deriva dallo Statuto in termini che spero voi ricordiate (“concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione italiana, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”); e nessuno pensò che l’ANPI si trasformasse in partito quando scese in campo contro la “legge truffa”, nel 1953, o quando fece altrettanto contro il Governo di Tambroni, appoggiato dai fascisti, nel 1960. Sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori.
Ignorare tutto questo, significa conoscere poco l’ANPI e il suo modo di essere e cancellare il dibattito e il confronto di questi mesi che hanno condotto – democraticamente – alla presa di posizione che oggi si vorrebbe mettere in discussione. Quanto poi al modo di affrontare la campagna referendaria, non siamo stati certo noi ( e non lo saremo mai) ad “alzare i toni”. Altri hanno provveduto a farlo, eccome.  Ho una vita alle spalle, cui nessuno dovrebbe mancare di rispetto: ma dal vostro giornale ho avuto, in pochi giorni, un attacco offensivo, una vignetta vergognosa ed ora un appello che non posso che considerare come rivolto a mettere in discussione un processo democratico che ha coinvolto tutta l’ANPI.  Mi spiace che vi siate scomodati per noi, vi ringrazio dei consigli, ma noi obbediremo alla linea consacrata in un democratico Congresso, procedendo diritti per la nostra strada e rispettando perfino chi non ci rispetta. Non accetteremo l’invito quasi perentorio a continuare, al nostro interno, la discussione, perché essa c’è già stata, nella sede competente, con il totale coinvolgimento dei nostri organismi e dei nostri iscritti. Forse sarebbe un esempio da seguire, per tutti, il metodo con cui ci siamo confrontati ed abbiamo preso le nostre decisioni.
In ogni caso, e per concludere: abbiate un po’ di fiducia in noi: abbiamo sempre fatto di tutto per mantenere l’unità dell’ANPI, e ci riusciremo anche questa volta.
Cordialmente,  Carlo Smuraglia

Neoliberismo medioevale e nuova aristocrazia di Elisabetta Teghil

file12709 c4e41Il neoliberismo medioevale

Abbiamo già parlato qui del neoliberismo fascista, cioè dei caratteri nazisti e fascisti che informano questa società. Ma questa stessa società ha anche caratteristiche medioevali.
L’agire sociale tollerato è quello che si esprime per corporazioni, associazioni categoriali spoliticizzate, a tutela di interessi specifici di gruppo. Ne sono un esempio le associazioni dei consumatori, ma anche quelle che raggruppano le minoranze sessuali, o i comitati, le organizzazioni che dovrebbero “salvaguardare” le donne come genere oppresso.
Tutto viene ricondotto ad una generica matrice culturale che dimentica la struttura della società e la divisione in classi.
Ognuno così finisce per chiedere tutele e visibilità, riconoscibilità e legalizzazione organizzandosi in un gruppo di interesse. I “centurioni” che accompagnano i turisti al Colosseo, i venditori ambulanti, le sex workers, tutti chiedono albi professionali in cui essere inseriti e riconoscibilità in un gruppo. Vengono così criminalizzate e perseguite tutte le economie marginali e tutti e tutte coloro che non possono essere inquadrate in una categoria o che non vogliono legare la propria vita ad un ambito specifico.
Tanto più questa società pretende flessibilità e capacità di adattamento sul lavoro, tanto più ha la pretesa di inquadrare, ghettizzare, definire, rinchiudere in categorie sempre più specifiche.
L’attacco portato alle classi subalterne con la precarizzazione delle esistenze e l’abbattimento dello stato sociale ha poi messo le premesse dell’impossibilità di chi appartiene alle classi sociali svantaggiate di uscire dalla propria condizione. Studiare è sempre più oneroso e difficile, i costi dell’università hanno provocato una forte diminuzione delle iscrizioni ed anche quelle/i che riescono ad iscriversi e a studiare non sono premiati con quel salto sociale che era possibile anni fa.
Ormai la platea dei laureati/e che finiscono a fare mestieri di minima, dal cameriere al fattorino, dal centralinista all’addetto alle pulizie è sempre più vasta. Pochissimi riescono a fare un salto sociale e saranno sempre di meno perché sono le stesse famiglie a non far studiare più i figli/e. A conferma dell’errore grave di chi negli anni passati si è laureato/a in prima generazione e ha attribuito alle proprie capacità e alla propria bravura l’essere passato ad una condizione di vita migliore dei nonni e dei bisnonni, come se questi non fossero stati adatti allo studio per colpa loro, dimenticandosi o facendo finta di dimenticarsi che sono state le lotte di quegli anni ad aprire a questa possibilità. I figli sono sempre più, come si diceva una volta, legati alla professione del padre.
Ma l’isolamento delle classi subalterne è fisicamente visibile anche nella struttura e nell’organizzazione della città. Le strisce blu dei parcheggi a pagamento che permettono la sosta solo a chi appartiene al quartiere, la chiusura di intere parti di città alla gente comune che ogni mattina arriva nei centri storici solo per lavoro, ricorda la gente del feudo che viene al castello solo per servire. Ma almeno, durante il medioevo, il castello era anche rifugio in caso di pericolo e tra il signore e i servi c’era un accordo di servizio ma anche, in teoria, di tutela. Qui, nessuno/a si illuda, non c’è nessuna tutela. Le porte del castello verranno chiuse. E i servi resteranno fuori. Ma non si illudano anche i “signori”, nessuno sarà al riparo dalla guerra e dalla devastazione che stanno preparando. Ora il ponte levatoio è stato sostituito da una miriade di telecamere e di sistemi di controllo che permettono o meno l’accesso, che scelgono chi ha diritto di entrare e chi no e che cosa può portare indosso o non può portare. Pagando delle gabelle si può anche ovviare parzialmente alla difficoltà di accesso e comunque si deve chiedere il permesso sempre che venga concesso. Vi ricordate Benigni e Troisi in un famoso film? “chi siete, da dove venite? Dove andate? Un fiorino! ”
E, proprio a proposito di fiorini, c’è la spinta ad abolire il contante, incentivata in ogni modo, con la propaganda alle carte di credito e ai bancomat, con l’obbligo di avere il conto corrente per il versamento dello stipendio o della pensione che non si può più prendere in contanti, con gli acquisti on line fortemente scontati, con la riduzione delle banche a sale di slot machine insieme alla riduzione drastica del personale e del contatto con il pubblico, con la persecuzione ed il controllo di tutto quello che avviene in denaro reale e non virtuale. Chi non ha un minimo di possibilità economiche ed è escluso dal circuito dei “cittadini legittimi” già ha cominciato a ricorrere al baratto per il vestiario, per il cibo, in mercatini improvvisati soggetti alla persecuzione delle forze di polizia e dei vigili urbani. Chiaramente la scusa è sempre la stessa: problemi igienici, degrado ambientale, riciclaggio di oggetti rubati.
E, soprattutto, ricordatevi di buttarvi celermente da parte quando passa un corteo di auto istituzionali e affini, blindate e oscurate con i poliziotti o la stradale di scorta e a sirene spiegate, c’è sempre il rischio di una scudisciata di medioevale memoria.

La nuova aristocrazia

Si va formando un’iperborghesia transnazionale che ha la pretesa di porsi come nuova aristocrazia, un’élite che coniuga alle posizioni di potenza alcuni segni di coesione culturale. La posizione di potenza deriva dai posti che costoro occupano all’interno dei gruppi finanziari, di consulenza o nelle industrie giuridiche, in altri termini, nelle sale di comando dei flussi monetari e delle decisioni d’autorità.
L’iperborghesia mondiale è spartizione di posti chiave e, in questi, non si giustappone alle borghesie nazionali o regionali, le sostituisce. E la borghesia tradizionale, così come noi la conosciamo, sarà ricondotta al ruolo di servizio che aveva ai tempi della nobiltà.
Tre esempi per definire le caratteristiche dell’élite emergente:
La capacità di concentrarsi, in modo concertato, su operazioni finanziarie a livello mondiale per trarne grande profitto indifferente alla rovina di centinaia di milioni di individui;
La capacità di intervenire anche militarmente in altri paesi per impossessarsi delle enormi ricchezze e riserve finanziarie utilizzando anche la polizia-Nato;
La capacità di far funzionare il teatro mediatico ottenendo il consenso delle masse, per cui un presentatore televisivo conta molto di più di un “esperto” che egli fa apparire o scomparire dal teleschermo ogni volta che serve.
L’iperborghesia occupa le funzioni di chi l’ha preceduta, ma su scala mondiale. Per questo la vecchia borghesia non riavrà il suo ruolo. Assistiamo alla riduzione delle remunerazioni e delle responsabilità delle categorie borghesi tradizionali che vedono il loro ruolo mortificato e derubricato. Nei posti chiave avviene man mano la sostituzione della vecchia borghesia con le nuove figure neoliberiste.
L’iperborghesia “nidifica” presso le borghesie nazionali che vengono trattate come reti coloniali, in una realtà che la vede sempre più distaccata non solo dalla popolazione, ma, anche, dalle sorti dei ceti medi. Si “riconosce” già nel modo di porsi, nell’ ”abito-divisa” maschile e femminile, nel tipo di carriera universitaria, nel moralismo vittoriano di ultima generazione, funzionale solamente alla soggezione ed al ricatto degli oppressi. Non ha patria, non ha dio, non ha bandiere, non è razzista, ma tutto questo non la assolve, anzi, chiarisce, ancora di più, l’oscenità dell’utilizzo strumentale che fa di queste categorie. La nascita di questa élite comporta, anche, un vero e proprio impoverimento culturale ed è, addirittura, anticulturale. E’ naturale che sia così perché il valore supremo è l’azione attraverso la quale si è capaci di trasformare tutto in merce e in ricchezza. La vita è sostanziata dal denaro e dal suo accumulo. E, questo, al di là degli schermi lessicali, in ultimo, non è altro che la capacità di provocare l’altrui rovina e la miseria dei/delle più. L’iperborghesia, quindi, porta un attacco senza quartiere, vera e propria ridefinizione della classe, alle borghesie nazionali e allo Stato Nazione attraverso la demonizzazione delle istituzioni parlamentari, delle funzioni della così detta “democrazia”, attraverso l’annullamento delle forme di mediazione, partiti, sindacati, e con lo svilimento del termine stesso di politica.
La tendenza è la trasformazione degli Stati in protettorati e colonie a seconda del ruolo e del livello, guidati da funzionari che sono nient’altro che vassalli. I partiti socialdemocratici, da noi il PD, si sono assunti questa funzione di vassallaggio.
Il rapporto di vassallaggio è fortemente gerarchizzato e basato sul servizio. Al vertice della piramide ci sono gli USA che si pongono come riferimento statuale transnazionale. In cambio i vassalli hanno privilegi personali o di gruppo. La popolazione è costituita da servi e non ha nessuna voce in capitolo. L’annullamento dello stato sociale cammina, paradossalmente, pari passo al disfacimento delle borghesie nazionali.
Sempre a proposito della formazione delle élites internazionali, non si può non parlare delle Ong. Queste sono il banco di costruzione del percorso formativo delle élites sovranazionali che, attraverso queste esperienze, innescano ulteriori carriere nelle istituzioni statali, nelle grandi agenzie di consulenza e nelle stesse multinazionali. L’esperienza acquisita nelle Ong, associata alla visibilità mediatica, alla pratica del “lobbying”, torna utile nella riconversione come “imprenditoria morale”. Uscire dall’Ecole Nationale d’Administration (ENA), dalla Bocconi, da Harvard è un buon viatico per diventare ministro a Parigi e a Roma. Un gruppo di privilegiati/e per nascita e censo, può, contemporaneamente, far valere la propria notorietà nazionale per esprimersi sulla scena internazionale e investire nell’internazionale per rafforzare le proprie posizioni nel campo del potere nazionale. A questo punto, le grandi istituzioni “filantropiche” private, come le fondazioni Ford, Rockefeller, Soros sono un passaggio obbligato ed un crocevia per la formazione della classe dirigente, il cui personale passa, indifferentemente, dal FMI, dalle istituzioni sovranazionali ad una carica di ministro di un governo locale. Tutto nobilitato dal fatto che le fondazioni e le Ong si presentano a tutela dei diritti della persona e dell’ambiente, saltando a piè pari che i loro valori neoliberisti sono quelli che permettono e promuovono la violazione dei diritti della persona e la distruzione dell’ambiente. E, come ricorda Pierre Bourdieu (Raisons Pratiques - Seuil 1994), a proposito dell’imperialismo ammantato dalla bandiera dei diritti umani e della democrazia,”il richiamo all’universale è l’arma per eccellenza”.
Venendo meno il riferimento statuale e la dimensione politica dell’agire sociale, è estremamente difficoltosa per gli oppressi/e l’individuazione del nemico che è possibile identificare solo nella struttura che mette in atto il mero controllo sociale, repressivo e poliziesco. Questo è l’unico compito, infatti, che viene demandato a chi ha preso in carico il vassallaggio. Le decisioni vengono prese altrove e il contatto tra chi prende le decisioni e chi le subisce è inesistente. Il potere sembra qualcosa di inafferrabile.
Le proteste sociali perciò potrebbero prendere sempre di più l’aspetto e le caratteristiche delle rivolte, dei riots, delle jacqueries.
E’ necessario, perciò, smascherare il ruolo del PD che si pone come potere locale del governo dell’iperborghesia e ha quasi compiuto il programma di naturalizzazione del neoliberismo nel nostro paese, recuperare il concetto di lotta di classe e ripensare radicalmente le forme e le modalità delle lotte da mettere in campo.

Forza Alessio. Lo studente che ha osato urlare: ‘Il re è nudo’ di Marco Travaglio

Impazza sul web un video girato l’altro giorno all’Università di Catania, dove la ministra Maria Elena Boschi ha fatto tappa per propagandare la sua controriforma costituzionale. Il format era l’unico accettabile per la molto democratica ministra che, non avendo argomenti al di fuori del suo sorriso da spot del dentifricio, non regge i pareri contrari: il monologo. Al suo fianco, nel prestigioso ruolo di tappezzeria, le sagome cartonate del Magnifico Rettore e del Presidente della Scuola Superiore. Tutto, nel soliloquio compiaciuto della Madre Costituente – che si è trovata molto d’accordo con le sue proprie tesi e ha concluso, dopo ampio dibattito interiore, che la sua è la migliore delle riforme possibili – è filato liscio fino a quando ha sventuratamente preso la parola uno studente di 22 anni, Alessio Grancagnolo.
Il giovanotto ha premesso che gli amici gli avevano caldamente consigliato di smussare il suo intervento, purgandolo di ogni accenno polemico verso la ministra e la sua “riforma”: lui però aveva deciso di esporlo così come l’aveva pensato, perché in una democrazia non bisogna avere paura di esprimere le proprie idee. La Boschi ha sfoderato il consueto sorriso di ordinanza, facendo buon viso a cattiva sorte e complimentandosi molto (“ti ringrazio per questo”): forse non sospettava che l’impunito padroneggiasse così bene l’argomento.
In otto minuti fulminanti, Alessio le ha squadernato una per una tutte le forzature antidemocratiche del metodo seguito dal governo per imporre al Parlamento la nuova Costituzione e poi tutte le ragioni di merito che rendono l’Italicum incostituzionale come il Porcellum e la “riforma” della Carta indigeribile, pericolosa, pasticciata, dunque invotabile. Anche perché, checché se ne dica, finge di non toccare la prima parte della Costituzione, quella sulla forma di Stato e di governo, ma in realtà stravolge la nostra Repubblica parlamentare in premierato assoluto e senza contrappesi. Tutto quello che nei talk show, dov’è solita sorridere e parlarsi addosso, nessun sostenitore del No ha mai avuto il privilegio di dirle in faccia. A un certo punto, sopraffatta dall’analisi che demoliva pezzo per pezzo il suo capolavoro, scritto a quattro piedi con Verdini, la Boschi ha tentato di interromperlo (“Ho altri impegni, dopo”), ma lo studente ha continuato imperterrito. E, sul finale, s’è scusato ironicamente per aver disturbato il “tour promozionale” della madonna pellegrina renziana. Allora il Magnifico Rettore gli ha tolto la parola.
Gli ha spiegato che già gli aveva fatto un favore a dargliela (“qui non è previsto il contraddittorio e chi non gradisce il format può anche non partecipare”) e soprattutto che nessuno deve permettersi di chiamare “tour promozionale” un tour promozionale. Per questo oggi abbiamo deciso di intervistare Alessio Grancagnolo e di tributargli il piccolo onore della nostra prima pagina. Non sappiamo per chi voti né come la pensi né quali giornali legga, ma sappiamo che è un ragazzo in gamba che ha osato sfidare il Potere con l’arma più efficace e temibile: la cultura. Alessio ha studiato (frequenta Giurisprudenza), si è informato e poi ha detto ciò che pensa in faccia alla ministra, senza timori reverenziali, libero dall’incultura autoritaria dell’ipse dixit che frena molti cittadini, soprattutto giovani, dall’uscire allo scoperto nel timore di chissà quali conseguenze, facendo dell’Italia un paese democraticamente immaturo e del popolo italiano un gregge di pecore anziché una comunità di cittadini. Averne, di Alessio. Parliamo di lui perché speriamo che altri seguano il suo esempio: che, insomma, di qui a ottobre, ovunque i piazzisti del Sì alla controriforma tenteranno di imbonire la gente, si ritrovino di fronte un Alessio che si alza in piedi, chiede educatamente la parola e poi smonta con la forza delle idee le loro balle.
Il discorso di Alessio ricorda la fiaba del bambino che, al passaggio del sovrano in mutande, osa urlare “il re è nudo!”. Ma pure un altro video, divenuto anch’esso virale: quello di una giovane (anche se meno di lui) e timida (anche se meno di lui) dirigente periferica del Pd che il 21 marzo 2009 scosse la pallosa e sonnacchiosa assemblea nazionale dei Circoli del Partito. Anche lei si alzò in piedi e, dando del “lei” all’allora segretario Dario Franceschini, prima sorprese e poi conquistò la platea con un intervento iniziato fra il distratto brusio generale e finito in una standing ovation. La giovane donna impertinente contestò a una a una le magagne, gli inciuci, le ambiguità e le doppiezze del suo partito con un linguaggio fresco, diretto, sincero, senza lasciarsi intimidire dalle smorfie sempre più nervose e imbarazzate del politburo pidino assiso ai piedi del palco. Disse basta ai compromessi con B. che “hanno costretto molti nostri elettori a votare Di Pietro per disperazione, perché gli abbiamo fatto fare da solo l’opposizione su temi che ci appartengono, come il conflitto d’interessi e la questione morale”. Invocò una legge sul testamento biologico contro le resistenze interne sui diritti civili e la laicità, perché “la Costituzione è chiara, basta quella”. Chiese che le candidature non calassero dall’alto, ma salissero dalla base. Aggiunse che “non possiamo non tassare i ricchi solo perché sono troppo pochi”. Dodici minuti di intervento interrotti da 35 applausi a scena aperta. Quella giovane donna si chiamava Debora Serracchiani e oggi, vicesegretario del Pd e governatore del Friuli-Venezia Giulia, dice e fa l’esatto contrario di ciò che diceva allora. Auguriamo di cuore ad Alessio di non fare la stessa fine.

mercoledì 11 maggio 2016

Noi sì che valiamo, Il Simplicissimus

autostima

Non contiamo un amato un cazzo, ma in compenso valiamo. Valiamo come acquirenti di shampo, come animali da consumo, come ammiratori incondizionati di supposti “talenti”, come vittime di serie televisive, come citrulli dello chef, come mandrie da cinema e automi di telefonino. E’ la moderna antropologia occidentale che anestetizza attraverso il desiderio continuamente stimolato come fossimo topi da laboratorio, la condizione di servi della gleba del nuovo medioevo. Come cittadini siamo ridotti a zero, siamo indispensabili solo come indiretti produttori di profitti altrui, eppure non siamo in grado di svolgere la matassa di inganni e di inautentico che ci avvolge, anzi partecipiamo come comparse piene di entusiasmo e trepidazione al grande spettacolo. In ogni caso pensiamo positivo e invece di chiederci perché siamo precari o di lavoro non ne abbiamo proprio, disoccupati, perché le retribuzioni si fanno minuscole e le pensioni sono in pericolo costante, perché la ricchezza finisce solo in poche mani. non ci passa nemmeno per la mente di agire di conseguenza e porre un argine al masacro, preferiamo l’autoinganno non riuscendo ovviamente a superare decenni di esposizione al consumismo, all’egotismo, al conformismo e all’alienazione. Al culto dell’io nelle sue forme più tristi.
Così il disoccupato preferisce inventarsi un lavoro, il licenziato diventa consulente, la cameriera manager nel campo della ristorazione, il cuor contento pilota di droni, il protervo a una dimensione si accalca alle selezioni televisive di qualunque tipo e il venditore porta a porta si trasforma in imprenditore. Tutto questo pare più adeguato all’ideologia corrente, mentre l’analisi della propria condizione e delle sue cause è qualcosa divenuto sospetto: sum ergo non cogito. Queste le cose le conosciamo, le vediamo ce le raccontiamo come un groppo in gola che non vuole proprio andare giù. Ma uscire dalla rete del consenso è difficile ancor più che per i branzini perché un disarmante circolo vizioso chiude l’orizzonte: più siamo mediocri, più ciò che consumiamo diventa mediocre, e rassomiglia a un pastone per il truogolo del consenso, più attingiamo a questa fonte e più diventiamo miseri: ci facciamo fanatizzare come bambini da musica scritta al computer, assentiamo pensosi all’arte che ci viene suggerita da un meccanismo di arricchimento commerciale, siamo disposti a pensare che qualunque gadget banale sia un avanzamento tecnologico, le più trite ideuzze divengono incensate starup, battiamo le mani al talento che appena vent’anni fa sarebbe sembrato un dozzinale dilettante, viviamo immersi nell’immagine creata dal foro stenopeico della moda e del mercato che poi detta i suoi criteri anche al discorso pubblico e politico che mai era stato così rozzo, quasi primordiale come oggi, nel quale le parole stesse sono state svalutate a spiccioli buoni per ogni occasione e per ogni stagione o schieramento. E del resto cosa ci si potrebbe aspettare se in anni e anni di produzione, serie pseudo politiche sulle quali si forma la mentalità degli adolescenti e degli adulti mentalmente coetanei, non riescono ad esprimere un solo, unico, miserabile concetto politico?
Alla fine questa falsa dinamicità, questa autoreferenzialità del sistema non produrrà che un mondo scadente e grossolano, fondato sull’auto menzogna e sulle illusioni. Anzi lo sta già producendo da tempo mettendo le basi per il declino occidentale. Talvolta con esisti esilaranti come i presuntuosi brand fatti e pensati integralmente altrove, comprese le tecniche di stampa dei medesimi sugli oggetti del desiderio o le esultanze per l’ingresso nel settore spaziale dei privati, oggetto di un battage senza precedenti in Usa, salvo scoprire che questi utilizzavano i fondi di magazzino dell’industria spaziale sovietica, venduti a caro prezzo nonostante fossero modernariato degli anni ’60. Ma insomma basta vedere l’uniformità soffocante dalla quale siamo schiacciati per accorgersi cosa si muove dietro lo specchio. Cioè, absit iniuria verbis, dietro di noi che non ce ne accorgiamo impegnati come siamo ad amarci, a “fittarci” e affittarci senza requie.