lunedì 28 febbraio 2011

Le parole in libertà di Bertoldo

MONSIGNOR BERTOLDO: "SONO LE DONNE CHE INDUCONO IN TENTAZIONE I LORO STUPRATORI, FANNO PIU' VITTIME DEI PRETI PEDOFILI"

"Se una donna cammina in modo sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento ce l’ha perché anche indurre in tentazione é peccato. Dunque una donna che camminando in modo procace suscita reazioni eccessive o violente, pecca in tentazione".
Sono parole di Monsignor Arduino Bertoldo, vescovo di Foligno. Per chi non lo conoscesse, ecco un paio di illuminanti esternazioni: l’aborto crea più vittime dei pochi preti pedofili; Berlusconi ha fatto una ragazzata, a proposito del Rubygate.
Quindi, secondo quest’uomo talmente timorato di Dio che ha deciso di dedicargli la sua vita, se una donna, di qualsiasi età, viene picchiata, violentata, stuprata, se l’è andata a cercare. Probabilmente, secondo l’esimio vescovo, noi donne dovremmo indossare il burka. Così facendo, però, passeremmo alla concorrenza. Che ne pensa, in merito?
In ogni modo, non risolveremo la questione: si può ancheggiare anche coperte dalla testa ai piedi. Sfido anche la fanciulla più sgraziata a camminare rigida con un soldatino. E’ la conformazione fisica che ci porta ad avere questo tipo di andatura, da peccatrici. Ma il nostro corpo, esimio monsignore, è un dono di Dio, secondo il credo cattolico. Quindi? Dobbiamo sporgere reclamo al Padre Eterno?
Ieri, una studentessa era seduta in metropolitana, a Roma. Un uomo davanti a lei comincia a guardarla insistentemente, mentre si tocca i genitali. Dopo qualche fermata, la ragazza scende e lo sconosciuto la segue. Gli altri passeggeri, come accade spesso, badano agli affari propri, sbirciando incuriositi. Non penso che ancheggiasse peccaminosamente, da seduta. E nemmeno mentre scappava. Sempre per rimanere nei casti parametri di monsignor Arduino.
Finalmente interviene il capostazione in difesa della ragazza. Lei, allora, prende coraggio e minaccia di denuncia il suo persecutore. Lui la insulta e la spintona. Dodici minuti dopo arrivano gli addetti della sicurezza e trattengono l’uomo, che non smette di inveire e di mettere le mani addosso alla ragazza che, intanto, chiama, invano, il 112. Al sesto tentativo i carabinieri le rispondono che non sanno dov’è la fermata Subaugusta, quindi non possono intervenire. Sono, invece, molto interessati a sapere come riesca a contattarli, via cellulare, sottoterra.
Finalmente, una pattuglia della polizia che passava sulla banchina per controllino di routine, dopo il racconto della studentessa, accompagna l’uomo in Questura. Dagli accertamenti è emerso che il fermato aveva già tentato, giorni addietro, di violentare una bambina.
Ora, chiedo a monsignor Bertoldo: anche la bambina induceva in tentazione? Anche lei si muoveva procace?
Come la mettiamo, invece, con la storia di don Pezzini? Condannato a 10 anni per aver abusato di un ragazzino del Bangladesh, tra il 2006 e il 2009. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il prete avvicinò il ragazzino, allora 13enne, in un parco. Il bambino, perché a 13 anni sei solo un bambino, viveva in condizioni economiche molto difficili e don Pezzini si offrì di aiutarlo. Dopo di che l’ha convinto ad avere ripetuti rapporti sessuali con lui. Il 21 dicembre 2010 è arrivata la condanna e adesso, poco più di due mesi dopo, don Pezzini, 73 anni, ha ottenuto gli arresti domiciliari.
Mi rivolgo ancora a monsignor Bertoldo: anche il ragazzino si è posto in modo procace? Secondo le parole del vescovo, don Domenico Pezzini è uno dei pochi preti pedofili, che vanno certamente puniti, anche se fanno meno vittime, neanche a dirlo, delle donne che abortiscono: sarà per questo che verrà trasferito in un monastero, dove, mi risulta, la clausura è una specie di regola di vita. Mi domando dove stia la punizione.

domenica 27 febbraio 2011 alle ore 20.53

venerdì 25 febbraio 2011

Tu quoque, Nichi


Nello scandalo della sanità pugliese il gip archivia la posizione di Nichi Vendola, ma accusa la sua vecchia giunta di "lottizzazione sistematica". Chiesto l'arresto per l'ex assessore Tedesco. A indagine già iniziata il Pd lo ha nominato senatore. E adesso, in parlamento, dovrà votare sulle sue manetteEmergono intercettazioni politicamente imbarazzanti dall'inchiesta che ieri ha portato all'arresto di otto persone. Il gip scrive: "La prassi politica dello spoil system era talmente imperante da indurre Vendola, pur di sostenere alla nomina di direzione generale un suo protetto, addirittura il cambiamento di una legge". Il candidato del governatore, infatti, non aveva i requisiti per recepire quel ruolo. E Vendola, al telefono, ipotizzava di aggirare così l'ostacolo

L’inchiesta della Procura di Bari sulla sanità pugliese illumina uno scenario che non può essere relegato alla sola vicenda giudiziaria: al centro dello scandalo c’è la gestione politica operata dal Pd e dal presidente Nichi Vendola.
Ieri il gip Giuseppe De Benedictis ha firmato la richiesta d’arresto per il senatore del Pd Alberto Tedesco, trasmessa alla Giunta parlamentare per le autorizzazioni a procedere. L’ex assessore regionale alla Sanità è indagato per vari episodi di concussione: secondo l’accusa “pilotava le nomine dei dirigenti generali delle Asl pugliesi verso persone di propria fiducia e, attraverso questi, controllava la nomina dei direttori amministrativi e sanitari in modo da dirottare le gare di appalto e le forniture verso imprenditori a lui legati da vincoli familiari o da interessi economici ed elettorali”. Se la sua richiesta di arresto – arrivata comunque dopo ben due anni d’indagine – pende dinanzi alla Giunta è perché, a indagini in corso, Tedesco fu nominato senatore, come primo dei non eletti, grazie alla scelta del Pd di candidare alle elezioni europee Paolo De Castro, che lasciò libero il suo posto in Senato.
Nei documenti il gip descrive uncollaudato sistema criminale, stabilmente radicato nei vertici politico-amministrativi della sanità regionale”.Lo scenario è quello di una spartizione nella quale Nichi Vendola svolge un ruolo che – seppure molto diffuso e giudicato dall’accusa non penalmente rilevante – non è politicamente edificante.
In una nota il gip verga una critica per niente velata sulla posizione del governatore pugliese, per il quale, la procura, dopo aver disposto l’iscrizione nel registro degli indagati, ha chiesto l’archiviazione. Le 316 pagine firmate dal gip sono un duro atto di condanna alla politica pugliese:
Le indagini – scrive de Benedictis – hanno dimostrato che la invasività della politica non era una cosa sporadica ma, purtroppo, tutte le decisioni e gli indirizzi di politica sanitaria erano orientati quasi esclusivamente in una prospettiva clientelare di ritorno del consenso elettorale e di acquisizione di indebite utilità nelle gare pubbliche”.
Anche il segretario regionale del Pd, nonché sindaco di Bari Michele Emiliano, parlando con Tedesco (mentre Vendola voleva sostituirlo all’assessorato nel 2008) parla della sanità come di un sistema di consensi: “Lui (Vendola, ndr) dice: ‘io, in questa maniera, mi impadronisco del sottosistema e nelle prossime elezioni, l’Assessorato anzichè stare in mano al Pd sta in mano a me’…”.
Ma il passaggio più duro, per la credibilità di Vendola e della sua politica sanitaria, arriva dall’analisi del capo d’imputazione “F-3” attribuito a Tedesco: l’abuso d’ufficio per aver chiesto a Guido Scoditti (anch’egli arrestato ieri) di “rimuovere il direttore sanitario della Asl di Lecce Francesco Sanapo e di nominare, al suo posto, il dottor Umberto Caracciolo, più disponibile a esaudire ordini dall’alto”. Sulla “destituzione” di Sanapo è d’accordo anche Vendola ma, secondo l’accusa, non vi sarebbe reato: il governatore avrebbe agito seguendo la logica dello “Spoil System”.
Ma il gip critica l’impostazione della procura. “L’adesione del governatore Vendola alla destituzione di Sanapo – scrive il gip – secondo la procura è stata dettata da criteri di spoil system, a differenza da quanto ritenuto per Tedesco”. Poi aggiunge un episodio politicamente rilevante: “La prassi politica dello spoil system era talmente imperante da indurre Vendola, pur di sostenere alla nomina di direttore generale un suo protetto, addirittura il cambiamento di una legge per superare, con una nuova legge a usum delphini, gli ostacoli che la norma frapponeva”. Dice Tedesco al telefono: “Quello non ha i requisiti sta come direttore generale, quello che vuoi nominare”. “O madonna santa – risponde Vendola – la legge non la possiamo modificare?”. Vendola ipotizza quindi una sorta di legge ad personam.
Ma qual è la differenza con Tedesco considerato che, come sottolinea il gip, “non solo Tedesco, ma anche Vendola, ha fortemente voluto la sostituzione di Sanapo con Caracciolo”? Il gip aggiunge che la richiesta di archiviazione – poi accolta – per Vendola avviene perché “la pubblica accusa non ha ritenuto sostenibile neppure l’abuso d’ufficio”. Lo stesso abuso d’ufficio che, insussistente per Vendola, per lo stesso episodio, viene contestato a Tedesco e Scoditti.
Il governatore (che a causa dell’inchiesta azzerò la Giunta) ha commentato «Le nostre comunicazioni telefoniche quando esse non sono incardinate dentro un reato, dentro una ipotesi di reato, valgono per quello che valgono. Cioè, dal punto di vista giudiziario, direi nulla”.
da Il Fatto quotidiano

Calistri:Federazione tra disegno strategico e pratica politica

Non v'è dubbio, viviamo tempi difficili, che vedono, da un lato, sempre più diffusi ed estesi segnali di crisi del modello economico e sociale imperante, di un liberismo globalizzato che si mostra incapace di governare le contraddizioni economiche e sociali da lui stesso alimentate ed esponenzialmente accresciute: gli accadimenti drammatici che in questi giorni stanno interessando i paesi ed i popoli della sponda africana del Mediterraneo si iscrivono a pieno titolo in questo quadro generale di crisi di un modello economico che esaspera ed esalta le diseguaglianze ma che, nel suo essere globalizzato, le rende esplicite, percepibili come tali e quindi governabili solo con la forza (la pratica della guerra fino alla guerra preventiva).
Dall'altro un'assordante mancanza di un'alternativa, di una proposta, per dirla con un vecchio slogan, che indichi un “altro mondo possibile” , dove quel possibile va letto come praticabile hic et nunc. Al momento a Nord come a Sud del mondo, ad Est come ad Ovest, le uniche alternative in campo e che raccolgono consensi crescenti, sono il populismo ed il fondamentalismo, due opzioni opposte ma in grado di rispondere a domande emotive e suscitare passioni.

Se guardiamo all'Occidente le forze politiche conservatrici e quelle socialiste nella loro progressiva convergenza verso il centro hanno finito per assomigliarsi sempre di più, fino a confondersi sul piano programmatico. In questo progressivo spostamento al centro (qualcuno ricorderà frasi del tipo “è al centro che si vince”) ha finito per espellere dalla politica, dalla rappresentanza gli strati popolari, quelli che oggi più duramente di altri pagano la crisi. Da qui la disaffezione al voto o il rivolgersi al populismo di una destra xenofoba, in tutte le sue varianti dal Fronte Nazionale di Le Pen alla Lega di Bossi.
Per la Sinistra che, a ragione, si definisce di alternativa si tratta di ricostruire un progetto di alternativa, rielaborando le ragioni del socialismo del secolo passato. Il progetto di Federazione della Sinistra, ed in questo è il suo vero tratto distintivo, si iscrive in questo orizzonte e a questo orizzonte è necessario tenerlo ancorato e da questa prospettiva lanciare la sfida alle altre componenti dello schieramento progressista nel nostro paese. In questo sta la diversità e l'originalità della proposta della Federazione. In questo sta, usando un termine antico, la diversità della Federazione. Poi viene tutto il resto.
Ma attenzione non siamo più nei tempi del vecchio PCI quando, mi si passi la banalizzazione, era concesso un certo livello di non coerenza tra il sol dell'avvenire e la pratica politica quotidiana: oggi è richiesto, di più, siamo giudicati, da quello che riteniamo essere il nostro elettorato di riferimento, proprio sulla base della coerenza tra orizzonte e pratica politica.
Se questo è l'impianto strategico allora con altrettanta chiarezza va detto che, per lo meno per quanto riguarda l'Umbria, lo scarto tra la prospettiva di lungo termine, l'orizzonte cui prima si accennava, e l'agire quotidiano dei vari spezzoni della Federazione (perché qui in Umbria la Federazione come soggetto politico unitario fino ad oggi non è mai esistita) è stato assai grande:troppo grande Il problema non è, nel piccolo dell'Umbria, se stiamo o non stiamo sui mass media, ma come ci stiamo e per cosa. Da un'ipotetica rassegna massmediologica umbra dell'ultimo anno e mezzo, l'immagine della Federazione non ne esce un granché bene e, conseguentemente, la sua capacità di attrazione sta scendendo rapidamente sotto lo zero (e i sondaggi lo testimoniano ampiamente). In altre parole non si percepisce la novità della proposta politica, mentre al contrario ne escono accentuati gli aspetti non certo esaltanti di una politica tutta di palazzo, di scontri interni, di assetti organizzativi.
Giovedì sera a Ponte San Giovanni il segretario PRC Paolo Ferrero ha tracciato una sorta di road map di iniziative e mobilitazioni che dovrebbero vedere nei prossimi mesi la Federazione come soggetto promotore e protagonista (e non semplice gregario come fino ad oggi): la gran parte delle proposte, dei temi rispetto ai quali organizzare la mobilitazione sociale sono esattamente quelli a suo tempo indicati nella proposta di Piano regionale straordinario del lavoro, inopinatamente lasciato cadere. Il segretario del PDCI umbro, Giuseppe Mascio, ha solennemente dichiarato la volontà della sua forza politica di lavorare per la costruzione della Federazione.
Bene, se la Federazione non vuole all'attenzione dei mass media solo per questioni di scontri interni e di assetti (come è stato fino ad adesso, oscurando quel poco di positivo che pur è stato fatto) convochi una assemblea regionale sul Lavoro e da qui si vada ad iniziative di mobilitazione nei territori, per far sapere agli umbri che la Federazione esiste, è un soggetto politico in campo che propone una sua prospettiva di alternativa a questo modello di non sviluppo, che fa sue fino in fondo le ragioni del lavoro e che partendo da questo specifico punto di osservazione è in grado di avanzare proposte concrete.

Franco Calistri, Socialismo 2000

Come si costruisce un partito comunista

Senza aver potuto partecipare attivamente e direttamente alla fase più recente delle discussioni riguardanti il Prc e la FdS, affido a queste poche righe alcune mie riflessioni sulla “fase”, sull’unità dei comunisti e sul futuro del partito al quale rivendico con orgoglio l’iscrizione dal 1991.
Un "non-nuovo" appello sull’unità dei comunisti ha suscitato una "non-nuova" discussione e polemica. Io sono stato tra i firmatari del primo appello “comunisti uniti”, che nella mia testa (ma anche nella lettera del testo) avrebbe dovuto avvicinare i due maggiori partiti comunisti ma non solo, avrebbe dovuto creare un terreno di discussione e di elaborazione rivolto al futuro, facendo anche tesoro del nostro patrimonio storico e culturale, senza nascondere però errori e scelte sbagliate, rispetto ai quali rivendicare elementi di discontinuità anche profonda. Un appello ai gruppi dirigenti della “galassia comunista” ad iniziare un nuovo percorso, per chiudere la pagina delle scissioni ed aprire una fase nuova. Un appello che ho ritenuto fosse giusto sostenere ma che ha finito per legittimare un’operazione allora (come oggi) francamente indigeribile (“strappo” con il Prc e attrazione verso il Pdci).
Da una parte, Bertinotti, Vendola e soci tentavano la spallata finale all’idea stessa della presenza dei comunisti organizzati in Italia, dall’altra qualcuno prendeva questo pretesto per pensare di uscire da un partito che sentiva sempre meno “suo” e rifugiarsi presso i comunisti italiani: Chianciano ha aperto per fortuna una nuova fase nella vita del Prc, dato troppo presto per morto; fase che faccio fatica a considerare esaurita nella sua dimensione strategica e “rifondativa” nel senso genuino del termine.
Forse, su questo, stiamo lavorando troppo poco, finendo per concedere spazio a vecchi e reciproci stereotipi. Perché, invece di dividerci su ragionamenti e progetti del tutto astratti, non proviamo a
concentrare le forze sulla “rifondazione” di una moderna forza comunista e di sinistra in grado di reggere lo scontro con il capitale, in grado di tenere insieme la parte migliore della storia del movimento operaio e comunista italiano come internazionale con le nuove esperienze ed elaborazioni che hanno caratterizzato gli ambienti della “nuova sinistra” in Italia ed in Europa? Su questo terreno determinante per il futuro, come sulla costruzione di un’identità dinamica, in movimento, non riusciamo a produrre uno scatto, ad indirizzare la rotta, a ruotare il timone della ricerca collettiva.
Quest’ultimo, nuovo appello all’unità non sembra aggiungere granché alla discussione. Non serve un saldatore per assemblare pezzi di comunisti; pezzi di partito con altri, gruppi e gruppetti, diaspore varie… con il risultato finale di essere tutti, ma proprio tutti, più deboli. I partiti comunisti nascono e vivono solamente grazie all’azione consapevole di dirigenti e militanti, solamente se hanno un grande progetto di trasformazione sociale alle spalle intorno al quale aggregare forze vecchie e nuove, adattandosi certo ai singoli contesti per poterli poi cambiare e radicandosi nelle rispettive società.
Progetto politico, progetto sociale ed organizzazione costituiscono i tre elementi fondamentali per il successo o il fallimento non solo dei comunisti, ma anche della sinistra radicale più generalmente intesa. Comunisti e sinistra radicale che devono trovare la necessità di convivere, almeno in questa fase e soprattutto in Europa, dando vita ad un grande progetto di trasformazione sociale, di alternativa di società. Su questo i comunisti dovrebbero poter giocare un ruolo fondamentale, utilizzando in maniera creativa ed aperta il materialismo storico dialettico, uno straordinario strumento di elaborazione politica e di lotta.
Gli operai di San Pietroburgo e il gruppo dirigente bolscevico nel 1917 sono stati protagonisti di un evento che ha cambiato la storia del mondo e che appartiene a tutta l’umanità oppressa, ma chi in Cina pochi anni dopo ha tentato di applicare meccanicamente quel modello ad una realtà economica, sociale e culturale completamente differente, ha rischiato di condurre il partito allo sfascio e la rivoluzione alla sconfitta. Mao, interpretando Lenin e non copiandolo, ha costruito un processo rivoluzionario del tutto originale, con al centro un “nuovo” soggetto, e talmente rispondente alle esigenze della società cinese da risultare vincente
. Per questo tutte le nostre forze dovrebbero essere concentrate alla costruzione di un progetto di società all’altezza dello scontro in atto e dei tempi, all’altezza delle nuove sfide poste dal capitalismo, elemento che ci consentirebbe forse di aggregare nuove forze, superando così l’astrattezza di una discussione tutta ideologica che porta inevitabilmente a dividerci. Sull’unità dei comunisti come su Sel.
Sarebbe forse sufficiente provare a far funzionare meglio quanto esiste, moltiplicando il lavoro di inchiesta sulle fabbriche in crisi e sulle nuove povertà, sulle caratteristiche di una classe lavoratrice molto diversa da quella che abbiamo ereditato dallo scorso secolo, sull’uso delle tecnologie (rivoluzione informatica e robotica) nei processi produttivi nell’ottica della liberazione del lavoro e del lavoratore… ma anche sulla vita nelle città, su un modello di sviluppo non più sostenibile, sui diritti calpestati, sui nuovi bisogni, ecc… Sulle varie facce e sfaccettature della crisi del neoliberismo,
insomma, elaborando proposte e sperando, giova ripeterselo, di aggregare per questa nuove forze.
Questa è la vera scommessa che abbiamo di fronte, come Prc e come Federazione della Sinistra; qui sta la differenza tra una stentata e precaria esistenza ed un possibile rilancio di entrambi i soggetti. Noi viviamo in una società in crisi certo, ma che mantiene una grande complessità: in questo contesto dobbiamo imparare anche nuovi linguaggi, dobbiamo saperci mettere in discussione, cambiare quello che riteniamo di dover cambiare… esattamente come hanno fatto i migliori e più creativi interpreti del marxismo dello scorso secolo!
L’alternativa di società non può e non deve essere in contraddizione con il socialismo: come si può essere comunisti in Italia nel 2011 senza porsi i temi della nuova classe operaia e di una nuova idea di liberazione del lavoro? Senza porsi sul terreno delle vertenze ambientali e su un modello di sviluppo che svincoli il rispetto dell’ambiente e delle comunità dalle compatibilità economiche? Senza porsi il tema dei nuovi diritti e di come sviluppare un sistema politico e giuridico in grado di allargare (e non restringere) le libertà individuali e collettive rispetto alle “democrazie borghesi” in piena crisi?
Per questo dobbiamo allontanarci da ogni forma o visione autoritaria di socialismo, valorizzando altre pagine della nostra storia: a testa alta, da comunisti, possiamo rivendicare l’incontro del maggio 1968 a Praga tra Dubcek e Longo (non Berlinguer, non Occhetto, ma Longo!), nel corso del quale il Segretario del Pci (unico nel suo genere) si è schierato senza tentennamenti a fianco delle riforme, del nuovo corso, della necessità di coniugare socialismo e libertà individuali e collettive. Così come possiamo fare nostra, in una sintesi alta e reciproca, tanta parte della storia della nuova sinistra, che ha dato un contributo fondamentale per la costruzione di una sinistra moderna in termini di analisi, di contenuti e talvolta anche di forme originali di lotta.
Per questo sono e resto convinto che sia proprio il Prc il soggetto politico che ancora oggi, pur con tutti i limiti e le contraddizioni del caso, possa portare, da tutti questi punti di vista, un contributo essenziale alla Federazione della Sinistra. Di mente e di cuore, di elaborazione e di militanza.
La Federazione ha di fronte, secondo me, una sola, prioritaria “necessità” per uscire dal torpore e dall’ambiguità:
aprirsi all’esterno, costruendo una fitta rete di relazioni con forze sociali ed ambientali, con gli studenti ed i migranti, con tutti coloro che vogliono provare a cambiare questo mondo e le sue sempre più dirompenti ingiustizie e contraddizioni. E lo deve fare cambiando, ascoltando, elaborando, agendo, osando e correggendo, senza perdere la bussola, certo, senza buttare il bambino con l’acqua sporca. Ma non si può non osare di più, superando vecchi e nuovi tatticismi. Il rischio concreto, altrimenti, è che il bambino scompaia improvvisamente e ci rimanga solamente l’acqua sporca. Per questo, per tenere insieme i comunisti, che vogliono essere al fianco dei settori sociali più avanzati, e le forze di sinistra in un grande progetto occorre un gruppo dirigente adeguato, in grado di valicare alcuni steccati, di scrivere un nuovo capitolo della nostra storia, di divenire giorno dopo giorno, con l’umiltà di chi sa di avere un lungo cammino da percorrere, un punto di riferimento per le nuove generazioni.
Il resto sono, pur con tutto il rispetto e le buone intenzioni, chiacchiere; un film già visto che sappiamo dove conduce: tutti vogliono unire ma ci si divide sempre di più, con l’idea che più si è piccoli ed omogenei meglio è. In partitini o correntine, in gruppi e sottogruppi.
Il sottoscritto non si è fatto mancare nulla quanto ad essere schierato in componenti: credo però di aver maturato la consapevolezza di un’autocritica, nella necessità di
aprire una pagina nuova nelle relazioni dentro il Prc. La prima fase della storia del Prc, pur con tutte le sue contraddizioni, ci consegna un piccolo esempio: siamo stati forti anche quando abbiamo provato ad ascoltarci, quando abbiamo aperto o socchiuso delle porte, quando ci siamo posti il problema di ricercare un fondo di verità anche nelle tesi di chi non aveva condiviso lo stesso percorso politico e culturale. Quando lo abbiamo fatto insieme, collettivamente, e non ciascuno a casa propria.

Marcello Graziosi,

giovedì 24 febbraio 2011

Prc Torgiano sull'Amministrazione: "Non è il più il tempo della propaganda"

Dopo 60 anni Torgiano è governata da una coalizione di centro destra. Le elezioni del 2009 hanno rappresentato una svolta epocale per questo paese a 13 km da Perugia. Qui la sinistra aveva un suo radicamento, famiglie intere che si identificavano nei valori e negli ideali della giustizia sociale e dell’uguaglianza. Il PCI contava circa 300 iscritti, il 40% dei consensi elettorali, pari a circa 1.600 voti. Questa era la base con cui la sinistra puntualmente vinceva le elezioni. Anche quando il Partito Comunista si è dissolto, i DS e il PRC riuscirono a mantenere intatta questa base sociale che, attraverso un forte radicamento nel territorio, esercitavano un’egemonia culturale che si esprimeva attraverso il governo del comune.
Il progetto politico a cui si ispiravano era rappresentato da quel connubio fra arte, vino (prodotto che ha reso Torgiano famoso in tutto il mondo), turismo e cultura e che tanta fortuna ha fatto per la nostra comunità. Su questa idea si era creata una positiva sinergia fra amministrazione comunale, associazioni del territorio e imprenditoria, costituendo così un forte blocco sociale. Manifestazioni come i “vinarelli”, “scultori a Brufa”, “Vaselle d’Autore”, “Gustando il Borgo”, “Calici sotto le stelle” rappresentavano l’iceberg di questo progetto politico.
Oggi la realtà è completamente diversa.
Quel blocco sociale si è disgregato. Le cause di questo sfaldamento sono numerose e complesse, che partono dalla crisi della sinistra, dalla nascita del centro sinistra e dalla declinazione assoluta, da parte del PD, di istanze e valori come il lavoro, i diritti e l’alternativa sociale, principi enunciati ma contraddetti nei fatti dalle varie posizioni assunte (come il caso del referendum alla Fiat); per arrivare ai continui e rapidi cambiamenti sociali, ma anche dalla nascita del PD che ha portato solo diatribe interne e poca progettualità politica.
Compito della sinistra, quindi, è quello di ricostruire un blocco sociale, di essere un punto di riferimento per tanti cittadini che ancora credono nella trasformazione sociale, per quei lavoratori che rischiano il posto di lavoro, per i tanti ambientalisti che sostengono uno sviluppo sostenibile e contrastano fortemente “la cementificazione del territorio”.
Inoltre, quelle iniziative culturali, non hanno più la portata ed il significato che avevano agli inizi, e crediamo che, ora, vadano avanti burocraticamente, senza quella passionalità che serve per far vivere fra i nostri concittadini l’emozione di una festa: sempre più “ospiti e invitati” partecipano a queste manifestazioni mentre assente (o quasi) è la maggioranza dei torgianesi. Senza dubbio devono essere almeno rilanciate e ripensate.
In più Torgiano ha vissuto in questo periodo uno sviluppo edilizio senza precedenti. Non che questo sviluppo abbia deturpato il territorio, anzi, a parte qualche brutta eccezione come in via Assisi, il risultato è soddisfacente, ma il forte aumento demografico (circa 1500 abitanti) ha causato nuove contraddizioni, nuovi bisogni e aspettative. L’ amministrazione, quindi, dovrebbe concentrarsi soprattutto sulle infrastrutture e sui servizi. Sono necessari, infatti, nuovi investimenti in materia di viabilità, di centri di aggregazione, sia nel capoluogo che nelle frazioni, per giovani ed anziani, politiche di sostegno alla famiglia e per le giovani coppie. I giovani in particolare sono la fascia più debole e bisognosa: senza identità, senza punti di riferimento, culturali e ideali, vivono questa nostro tempo in balie delle mode, in cerca di emozioni facili che li porta solo alla solitudine e al degrado. Molti nostri giovani sono in questa condizione. Politiche, quindi, che portano alla prevenzione di certe problematiche sociali, sono necessarie ed indispensabili; che affrontino seriamente i gravi problemi della gioventù moderna: la precarietà, le dipendenze, la paura del domani. E crediamo fortemente che per affrontare in modo serio questo gigantesco problema si debba intervenire sulla famiglia, rivalutando questo istituto che sta alla base di ogni società che vuole essere insieme progressista e democratica, e per famiglia intendiamo anche tutte le coppie di fatto.
Si nota invece una società civile vivace che chiede risposte concrete su bisogni concreti e un’amministrazione lenta e farraginosa che non riesce a trovare soluzioni soddisfacenti per quei cittadini che invece si dimostrano attenti e sensibili a tante problematiche sociali. Pensiamo in particolare all’utilizzo di Palazzo Malizia recuperato brillantemente grazie ai finanziamenti del PUC dalla precedente giunta. Siamo convinti che questa struttura debba essere utilizzata dai cittadini di Torgiano, debba essere perciò vissuta, debba costituire un centro socio culturale di identificazione torgianese. Che senso ha, quindi, occupare quello spazio con una mostra permanente, pur riconoscendo l’importanza culturale ed il valore dell’artista, se non si studia un sistema per poterlo aprire al pubblico? È considerato un tabù istituire lì un centro di aggregazione giovanile. Eppure è il posto ideale, al centro del paese con una piazza bellissima interna al palazzo. Questa amministrazione dimostra poca attenzione al sociale e più ad eventi culturali occasionali privi di progettualità e quindi senza ricaduta sulla collettività, ma con forti ripercussioni sul bilancio comunale. Non si organizzano più i centri estivi per ragazzi, il centro giovanile è decentrato e non ha quella visibilità naturale che porta i giovani ad avvicinarsi ad esso (anche se dobbiamo considerare appieno la difficoltà oggettiva che si ha nel comunicare con i giovani), i trasporti pubblici e scolastici sono stati dimezzati, le politiche per la terza età sono limitate a momenti ricreativi ed è stato fortemente ridimensionato l’aspetto culturale.
Siamo inoltre in piena crisi economica con le sue drammatiche conseguenza: la disoccupazione. Le maggiori realtà produttive del territorio sono colpite seriamente da questa crisi globale e, in alcuni casi, è stata introdotta la cassa integrazione a zero ore minacciando la delocalizzazione della produzione.
Lo sviluppo di Torgiano non può basarsi, come sembra sperare l’attuale maggioranza, sull’attraversamento nel nostro territorio dell’autostrada Civitavecchia - Mestre e sull’insediamento dell’Ikea a San Martino in Campo a ridosso del capoluogo del nostro Comune. Entrambi i progetti trasformerebbero radicalmente, e in peggio, la qualità della nostra vita. Il primo, oltre ad essere completamente inutile, come abbiamo già avuto modo di dichiarare, non porta ad un’occasione di ricchezza con una nuova zona industriale, ma all’isolamento della frazione delle Fornaci
che si vedrebbe chiusa da un lato dal fiume e dall’altro dall’autostrada. Ci vuole poco per capire questa situazione oggettiva. È una critica severa che facciamo a tutto il consiglio comunale, compresa la minoranza, che non riesce a vedere una situazione davvero drammatica. Nel secondo caso invece verrebbe completamente modificata la viabilità in un territorio a vocazione turistica, dove il turismo stesso rappresenta un fattore economico non di secondo piano. L’offerta di lavoro consisterà, come oggi è la norma, in occupazione precaria, a tempo determinato e senza quei diritti che ogni lavoratore ha bisogno, e a farne le spese sono come al solito i più giovani. Si dovrebbe quanto meno contrattare il tipo di occupazione: a tempo indeterminato e con tutte le garanzie comprese nello statuto dei lavoratori.
Su tutto questo l’attuale amministrazione è priva completamente di qualsiasi idea e di un progetto complessivo che possa abbracciare a 360 gradi tutte queste realtà e continua imperterrita a fare opere inutili, come il rifacimento dei
giardini pubblici.
Perciò diciamo con forza che a Torgiano sia necessaria una svolta politica socio-culturale in grado di ridare slancio ad una comunità che invece sta battendo il passo, di riaggregare la società civile oggi visibilmente frazionata. C’è bisogno di unità, il tempo che viviamo è caratterizzato da una cultura edonista che non favorisce l’aggregazione sociale. Questa amministrazione rappresenta egregiamente questa ideologia. Dobbiamo invece favorire la crescita in tutti quegli aspetti, sia nel mondo dell’associazionismo che in quello istituzionale (come la scuola), che costituiscono la spina dorsale di ogni società civile che vuole essere progressista, che anticipa i cambiamenti e che metabolizza le rapide trasformazioni, con la leggerezza tipica di chi considera la pesantezza delle cose come un fatto naturale che deriva dalla storia, ma che, pur partendo da essa, dobbiamo andare oltre per affermare gli stessi principi e gli stessi ideali.

Non è più il tempo della propaganda, come quest’amministrazione continua a fare (i marciapiedi, il parco fluviale, la viabilità erano tutti progetti approvati e finanziati dal passato esecutivo). Oggi è il tempo dell’agire, ed è tempo che il centro sinistra abbandoni definitivamente le vecchie diatribe, ridicole ed anacronistiche, e si apra alle nuove sfide, dia credibilità e fiducia al nuovo gruppo dirigente, c’è bisogno di aria fresca, deve convincersi che il cambiamento è necessario per ridare credibilità ad una compagine politica che tanto ha fatto per il progresso culturale, sociale ed economico del nostro amato paese.
Direttivo Circolo PRC "P. Ranieri" Torgiano

lunedì 21 febbraio 2011

Salvate il maiale!

- Continuiamo a smerdare l'unità d'Italia? - Chiede il caporedattore.
Il vicedirettore annuisce.- Sì, la Lega ci tiene. Domani in prima pagina accusiamo gli irredentisti anti austriaci d'essere stati fiancheggiatori del terrorista Cesare Battisti.
- Ma era un altro...
- Non ha nessuna importanza se ha cambiato vita da trent'anni, resta sempre un terrorista.
Il caporedattore accenna a controbattere. Poi rinuncia. - Come vuoi, prima pagina. Li chiamiamo ''I bisnonni delle Brigate Rosse''.
Il direttore responsabile arriva trafelato, il cranio lucido, gli occhi infossati.- Smontate tutto - crolla sulla poltrona, persino più pallido del solito - il capo m'ha appena avvertito, lo hanno beccato di nuovo. Nelle prossime ore la notizia dilagherà. Domani dobbiamo assolutamente partire con una nuova campagna giustificazionista.
Il caporedattore sbuffa.- Stiamo ancora finendo quella per le orgie con le puttane minorenni, che altro ha combinato? Di che cosa lo dobbiamo giustificare stavolta?
- Cannibalismo.
- Cristo...
Il direttore annuisce.- Ecco, Cristo è un buon argomento: ''anche i cattolici mangiano il corpo di Cristo, perciò non facciano tanto gli scandalizzati.''
- Ma non è la stessa cosa - obietta il caporedattore, perplesso - cioè, la trans...la transistorizz...
- Bell'idea! - Lo interrompe il direttore, serio - Spostiamo il dibattito sulla transustanziazione, così nessuno ci capisce più un cazzo. Bella manovra, ubriacante. Ma non basta.- Aggiungiamo la solita litania benaltrista: ''che si occupino dei veri problemi del paese, invece che della dieta del premier...''-
E la difesa della privacy: ''a casa propria ognuno mangia quello che gli pare''.- Andiamo sul classico - propone il vicedirettore - ''i comunisti hanno mangiato milioni di bambini''.
- Perfetto! - Il direttore annuisce - Ordiniamo una vignetta coi venti semileader dell'opposizione che sbranano neonati, e titoliamo: ''ecco i veri cannibali''. - ''Che adesso vogliono mangiarsi il premier''.
Tutti prendono appunti.- Chiamiamoli i ''cannibal chic'', che si abbuffano delle classiche salamelle affumicate nei loro salotti.
- Affumicate nei salotti?...
- Certo.
- Ma le salamelle classiche sono di maiale - obietta il caporedattore.
- Questo è peggio del cannibalismo - precisa il direttore - Falsi ecologisti che macellano poveri maialini indifesi. Invece il pasto del premier era adulto e consenziente.
- Lo era?
Il direttore si aggiusta sulla poltrona.- Diciamo di sì.
- Ci serve una foto molto carina di Babe Maialino Coraggioso - suggerisce il vicedirettore - La pubblichiamo accanto a quella di un essere umano orrendo, col titolo: ''chi preferireste macellare?''
- Geniale! - Il direttore esulta - Ci vuole un tizio ampiamente riconosciuto da tutti come un mostro...
- Cesare Battisti.
- Perfetto. Da una parte Babe, col suo dolce musetto, dall'altra il pluriterrorista Battisti. E il titolo: ''chi vorreste macellare?''
- Gesù o Barabba?... - Dice il caporedattore, tra se.
- Eh?
- Niente, pensavo a un vecchio sondaggio. Creo il file della nuova campagna, come lo chiamo?
- ''Salviamo il maiale'' - ridacchia il vicedirettore.- E' il nostro lavoro.
di Alessandra Daniele,

su Carmilla on line

domenica 20 febbraio 2011

Potrebbe succedere

Ore d’angoscia e momenti di terrore, ieri a Roma, quando un uomo armato si è barricato all’interno di un ufficio postale, minacciando di uccidere tutti gli ostaggi, una settantina secondo le prime ricostruzioni. Nella tarda mattinata è stato diffuso l’identikit del misterioso malvivente: elegante, apparente età di settantatré anni, basso di statura, capigliatura probabilmente posticcia, orecchie enormi, accento del nord. La polizia, allertata la Procura, ha avviato le prime trattative.
Numerose le reazioni del mondo politico: ecco le principali dichiarazioni battute dalle agenzie.
Fabrizio Cicchitto: Stupisce l’accanimento delle forze dell’ordine che sono arrivate al punto di circondare l’ufficio postale con uno spiegamento di forze spropositato.
Daniela Santanché: E Marrazzo, allora? E Vallanzasca?
Emilio Fede: Una normale bolletta da pagare. E poi, in un ufficio postale uno è libero di fare quel che vuole, no?
Monsignor Bagnasco: Limitare gli eccessi e le contrapposizioni. E’ doveroso un richiamo alla moralità, ma anche le forze dell’ordine diano l’esempio, ritirandosi ed evitando l’accanimento.
Daniela Santanché: E Fini, allora? E Pietro Pacciani? La sinistra li ha sempre difesi. Ma lo sa quanti ostaggi ha preso Stalin? Milioni!
Alessandro Sallusti: Sinistra con doppia morale: prima assolve gli espropri proletari, poi si accanisce su un cittadino che pretende un miglior funzionamento delle Poste, rovinate dai sindacati.
Luigi Amicone: Andiamo, siamo uomini di mondo. Chi di noi non ha mai preso settanta ostaggi in un ufficio postale?
Giuseppe Cruciani: Tenere sotto tiro settanta ostaggi. Embé? Vi scandalizzate voi? Io no, non capisco questo clamore.
Gaetano Quagliariello: Un vero linciaggio mediatico. Cosa ci facevano settanta persone in un ufficio postale? Qualcuno le ha pagate per andarci?
Carlo Rossella: Ostaggi! Che esagerazione! Diciamo clienti delle Poste momentaneamente trattenuti da un altro cliente.
Maurizio Belpietro: Ma scusate, quali prove abbiamo che quel signore minacci gli ostaggi? Siete stati là dentro, voi? No. E allora sono solo illazioni.

Verso sera, la situazione si è felicemente risolta, gli ostaggi sono usciti sani e salvi, soltanto un po’ provati dall’esperienza e depressi dalle barzellette raccontate dal rapitore. Il malvivente si è detto sereno e fiducioso che il polverone sollevato dalla sinistra si risolverà in un boomerang e non gli bloccherà la strada per il Quirinale.

Alessandro Robecchi,
Il Fatto quotidiano

sabato 19 febbraio 2011

Caro Vendola, fino a Fini non ti seguo

La proposta lanciata da Nichi Vendola di una coalizione di emergenza democratica, dalla sinistra di Sel alla nuova destra di Fini, ha indubbiamente il merito di smuovere le acque di un dibattito che si era fatto ormai stantio sul tema primarie sì, primarie no. Il guaio è che quella proposta rischia di incontrare più ostacoli di quanti non ne voglia sormontare
Non si tratta della riproposizione, che sarebbe fuori tempo massimo, benché ragionevole, di un governo di "decantazione" per condurre il paese a elezioni sulla base di una nuova legge elettorale. Qui è esplicitamente previsto un passaggio elettorale auspicato come immediato sulla base della legge vigente. Mi pare però difficile andare a chiedere un voto ai cittadini con l'esplicita previsione di farli tornare a votare di lì a pochi mesi.
La coalizione proposta da Vendola dovrebbe reggersi su tre punti programmatici: una nuova legge elettorale, nuove norme in materia di conflitto di interessi e sul sistema informativo. E' chiaro che è il primo punto a definire la natura del governo e la sua durata, poiché, fatta la nuova legge, sarebbe naturale fare conseguire l'immediato scioglimento delle camere. Per fare questo - e questo valeva anche nel caso di un governo nato dall'attuale parlamento - bisognerebbe che tra le forze della coalizione ci fosse una credibile unità di intenti sulla legge da fare, che compete al futuro parlamento non certo a un decreto legge del governo. Di questa condizione non vi è traccia. Limitandoci al campo del centrosinistra vi è chi propone il modello tedesco, chi quello francese, chi un pasticcio degno delle gag televisive di Corrado Guzzanti. Se ci allarghiamo a destra la confusione aumenta. Comprendo bene che la proposta di Vendola - che è legata anche al nome di Rosi Bindi, talmente degno che vorrei più ancora diventasse la prima Presidente donna della Repubblica - vuole restringere il campo d'azione del futuro governo a questioni di risanamento democratico e nel contempo tamponare le inopinate aperture di credito ai leghisti fatte da Bersani. Ho paura si tratti di una illusione. Qualunque governo non può fare a meno di affrontare temi economici, nella più grande crisi da ottanta anni a questa parte, se non altro per l'incombenza della legge finanziaria. Il fatto che questi siano largamente sovra determinati dal nuovo patto di stabilità definito in sede Ue, non assolve le responsabilità politiche dei governi nazionali in carica. Come sappiamo è già difficile trovare una quadra su questi temi nel centrosinistra, figuriamoci con i seguaci di Fini e di Casini, tra i quali abbondano i protagonisti diretti e i sostenitori attivi dei tagli alla spesa sociale, dalla privatizzazione dell'acqua allo scempio della scuola pubblica.
C'è poi da dubitare che l'antiberlusconismo in quanto tale, seppure in versione virtuosa, risulti vincente in una competizione elettorale con le norme attuali, visto che molto si gioca sugli indecisi e sugli astensionisti. Questi ultimi, a destra quanto forse soprattutto a sinistra, cercano per rimotivarsi ben altri stimoli che non soluzioni presentate come puramente transitorie. Un passaggio elettorale mette sempre in gioco il profilo identitario delle forze in esso impegnate e guai a nasconderlo. Per questo continuo a pensare che non esistono scorciatoie né alternative al centrosinistra , di cui dobbiamo discutere non solo modalità delle primarie, ma soprattutto punti qualificanti di un programma credibile, e che la condizione migliore per sconfiggere Berlusconi sia la presenza elettoralmente autonoma di un terzo polo della destra moderata. Conosco bene i rischi di una simile competizione, ma chi vuole coltivare pensieri lunghi sulla società italiana, sulla sua necessaria rinascita dal degrado civile e economico nel quale è piombata - come ci hanno detto le straordinarie manifestazioni delle donne e non solo dello scorso sabato - non può limitarsi a improbabili tattiche. Oltretutto con l'effetto collaterale di spiazzare se stessi anziché gli avversari.
Alfonso Gianni,
da il Riformista

venerdì 18 febbraio 2011

La svolta politicista di Vendola

Nell’impazzimento della politique politicienne che caratterizza il centro sinistra, l’ultima uscita di Vendola, che propone di andare alle elezioni con Fini, è quella sino ad ora più incredibile.
La proposta, motivata per fare
un governo di scopo che dia vita ad una nuova legge elettorale e alla cancellazione delle leggi vergogna, è in realtà del tutto indeterminata proprio sulle questioni che vengono messe al centro della proposta.
Qualche giorno fa D’Alema - il primo che ha proposto l’accrocchio elettorale con Fini – ha detto chiaramente che una coalizione di tal fatta dovrebbe dar vita ad una legislatura costituente, cioè che abbia al centro la modifica della Costituzione repubblicana, il federalismo e alcune riforme economiche.
E’ questo il profilo che deve avere la coalizione con Fini? Per modificare la Costituzione? E per fare che legge elettorale visto che Fini si è sempre pronunciato per il bipolarismo e per il presidenzialismo alla francese? Per fare che politica economica e sociale visto che Fini ha votato tutte le leggi di Berlusconi e si proclama super liberista?
A me pare evidente che una coalizione di questo tipo lungi dal rappresentare un passaggio necessario per uscire dal berlusconismo rappresenterebbe
l’ennesimo episodio di trasformismo con l’effetto di accentuare ulteriormente la crisi della politica. E non si dica che questo schieramento rappresenterebbe il nuovo CLN.
Il CLN non venne costruito con i gerarchi fascisti che avevano messo in minoranza Mussolini nella seduta del gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Il CLN venne formato dai partiti antifascisti e aveva una ispirazione in equivoca sul piano della costruzione di una Italia democratica.
La proposta è assurda sul piano elettorale. Come si possa pensare di sommare i voti degli elettori ex missini che sostengono Fini con quelli della sinistra è mistero assai consistente. Per dirla tutta, per come è messa FLI, la scelta di allearsi con Fini e di rompere con la sinistra,
non porterebbe alcun vantaggio elettorale per battere Berlusconi. Anzi, rischia di dar luogo ad una coalizione che prenda meno voti di quella di centrosinistra più la sinistra. Si tratta quindi di una scelta puramente politica frutto di un modo di ragionare tutto interno dalle dinamiche di Palazzo. Il punto vero è che Berlusconi non è per nulla intenzionato ad andarsene a casa e che quindi le chiacchiere stanno a zero.
In questo contesto la nostra proposta è la seguente:
Proponiamo a PD, SEL e IDV di fare una
manifestazione nazionale il 17 marzo contro il governo e come atto fondativo di una coalizione democratica che vada unita alle prossime elezioni. Per andare alle elezioni è necessario cacciare Berlusconi. Per cacciare Berlusconi gli inciuci di palazzo si sono dimostrati del tutto inefficaci.
Occorre costruire una vasta ed unitaria mobilitazione sociale. Per questo proponiamo la manifestazione nazionale, appoggiamo lo sciopero messo in campo dal sindacalismo di base e chiediamo alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale. Occorre dare corpo alla disponibilità alla lotta che le mobilitazioni, a partire da quella delle donne di domenica scorsa, hanno segnalato.
Proponiamo
un rapporto unitario a SEL e IDV per fissare una piattaforma comune a partire dalla totale indisponibilità ad un accrocchio con Fini. Basterebbe questo per obbligare il PD a cambiare linea e a costruire l’alleanza democratica con la sinistra. Nel caso in cui il PD persistesse nella sua linea centrista proponiamo quindi di andare alle elezioni con un polo della sinistra.
Chiediamo troppo? No, basta essere consapevoli che Berlusconi lo si sconfigge nel paese e non nel palazzo e che il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo.
Paolo Ferrero,
segretario nazionale PRC

"Alleanze insopportabili'

Una domanda che arriva da lontano. Che ha radici profonde ma che ha un punto di caduta nelle giornate di Genova di 10 anni fa e che si conferma in legislazioni speciali contro immigrati, lavoratori, contro chi utilizza liberamente sostanze non lecite, contro prostitute, lavavetri.
Parlo di un uomo e di suoi sodali che, nonostante giacca e cravatta e quel tocco di bon ton e di pacatezza tipico dei potenti, ha firmato impunemente le leggi peggiori partorite in quest’ultimo decennio, colui che mentre Genova somigliò per alcune notti alla Santiago del Cile, degli anni Settanta, era nella cabina di comando, laddove lo stato di diritto era sospeso, Gianfranco Fini.
Lo scorso anno, fra gli applausi imbarazzati alla festa nazionale dell’Unità, Fini ha rivendicato la scelta repressiva di Genova, per quanto riguarda le leggi prodotte, molte le dichiarazioni da conservatore liberale ma nessun atto di modifica sostanziale. La Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi, gli infiniti pacchetti sicurezza, non solo restano in vigore ma continuano a macinare vite, vite rinchiuse in galera per pochi grammi di hashish, vite rinchiuse ed espulse o rese invisibili, per la mancanza di un documento di soggiorno, vite triturate in guerre, come tutte le guerre, senza senso se non lo sfruttamento e la volontà di dominio.
Un uomo di destra, magari “per bene” ma sempre di destra, considera ineccepibili queste scelte, sono la struttura portante del proprio agire politico, del proprio essere, rimandano ad una idea di ordine prestabilito e immutabile che non ammette l’esistenza di un conflitto di classe. Il volto presentabile dei padroni nell’atto sostanziale dello sfruttamento, il luogo del lavoro, ma anche nella gestione delle città, delle relazioni sociali, nella definizione netta del confine fra lecito e illecito, buono e cattivo, incluso escluso. Un uomo che senza cadere nel volgare machismo berlusconiano, esalta il ruolo dell’esercito come entità etica al di sopra di tutto. L’esercito che della concezione machista del potere è forse la sintesi più estrema.
Il leader di questa “destra moderna” incarna le richieste del mercato, di Confindustria, del grande capitale il manganello è momentaneamente nel cassetto. Basta che qualche studente “esageri”, che le immolate e gli immolati in nome dell’uscita dalla crisi, dimostrino troppa determinazione, basta che qualcuno provi a materializzare in termini concreti (casa, lavoro, welfare, cittadinanza) la tanto abusata parola “diritti”, che quei manganelli tornino a farsi sentire.
Del resto, da politico consumato di scuola almirantiana, non si può negare a Fini la capacità di spiazzare gli avversari aprendo su quell’esigua parte di diritti civili che già trova consenso nell’opinione pubblica, dichiarazioni misurate e alternate, ora innovatrici, ora strutturalmente reazionarie. Nei fatti, negli atti pratici che sono quelli che producono mutamento le affermazioni cariche di buon senso, sovente vengono smentite. Sparisce il buon senso, restano le “cariche”. Le cariche e le torture genovesi e non solo, l’indisponibilità ad accettare una ricostruzione storica di quei giorni che stabilisca responsabilità politiche e materiali, come a veder messi in discussione gli infiniti casi di violenza dello Stato che continua imperterrita.
A Genova eravamo in tante e tanti, abbiamo continuato e continuiamo a chiedere giustizia per un omicidio di Stato, per le torture collettive, per una brutalità che chi c’era non può e non deve dimenticare. Eppure, anche a sinistra c’è chi in nome del realismo politico, in nome della sacrosanta volontà di non aver più Silvio Berlusconi come presidente del consiglio, è disposto a dimenticare quei giorni, a metterci una pietra sopra, ad allearsi anche con chi di quella macelleria è stato fra i principali responsabili. Accettare questa condizione significa rinunciare ad una parte di se e della propria storia, assoggettarsi alla subalternità delle logiche di potere.
Si potrà rispondere che è una alleanza temporanea, che sparito l’incubo rappresentato dal piduista, ognuno tornerà ai suoi ruoli in una leale competizione fra gentiluomini. O, anche, che porre una simile questione dimostra una visione statica e residuale delle vicende politiche, che Fini e i suoi, folgorati sulla fra Damasco e Arcore, non sono più gli stessi di 10 anni fa, di 5 anni fa, di un anno fa
.
Ma c’è anche un testo dimenticato che si vuole stravolgere, che anche Fini vuole stravolgere, in nome del presidenzialismo, della libertà di impresa e di profitto, della logica maggioritaria. Quel testo si chiama Costituzione, quel testo è stato violato a Genova e lo si continua a violare materialmente giorno dopo giorno. Si continuerà a tentare di farlo, con o senza Berlusconi. Se non altro in nome di quel testo, delle ragioni ancora attualissime per cui è stato scritto, non c’è spazio per una alleanza con Gianfranco Fini e le ragioni che rappresenta. C’è chi non condivide? Cosa ne pensano i tanti e le tante che a Genova, 10 anni fa, hanno respirato l’odore lurido del fascismo?
Stefano Galieni,