sabato 3 marzo 2012

DOMENICA APERITIVO ALL'ARCI TORGIANO


“Il polo della sinistra di alternativa, l'unità e la Federazione della Sinistra"

di Fabrizio Cerella*
 
PERUGIA - Anche nella provincia di Perugia, a partire dal comune capoluogo di regione e dando seguito al congresso, occorre intraprendere un percorso politico comune che porti alla definizione della Federazione della Sinistra in tutto il territorio. Non è una mera questione organizzativa, bensì una precisa responsabilità politica di fase per aggregare un polo della sinistra di alternativa. In questo senso proprio da Perugia proponiamo l'avvio di questo percorso unitario. Avanziamo questa proposta a tutte le formazioni politiche della sinistra, così come alle compagne e ai compagni dei movimenti che, variamente organizzati, si pongono la necessità politica di costruire una sinistra ancora più forte ed incisiva nel nostro territorio. La nostra è una proposta unitaria, federata, volta ad archiviare una stagione di scissioni e abbandoni che abbiamo subito e che hanno inciso negativamente sulla nostra azione. In questo senso consideriamo la costruzione della Federazione della Sinistra un primo, ma indispensabile passo per l'unità a sinistra.
Detto questo ci è ben chiaro che larga parte degli uomini e delle donne di sinistra così come moltissime soggettività che si pongono il problema di costruire una sinistra di alternativa oggi non fanno parte della Federazione. Per questo ci poniamo ache l’obiettivo di allargare la Federazione stessa, qualificandone il lavoro politico sui contenuti. Pensiamo alle esperienze de “La Sinistra per Gualdo”, capace di rappresentare una forte ed efficace opposizione al governo delle destre locali, de “La Sinistra per Castello”, progetto che ha inteso unire la sinistra locale raccogliendo un ottimo risultato alle ultime elezioni comunali, de“La Sinistra per Todi”, un percorso di unità tra la Federazione della Sinistra, associazioni locali, sindacato che all'interno del centro-sinistra ha accettato la sfida delle primarie con un ottimo risultato del proprio candidato, de “La Sinistra per Castiglione” che sta iniziando a mettere insieme associazioni culturali, forze sociali, esponenti del mondo del lavoro. Ecco, la Federazione della Sinistra ci ha permesso e ci può permettere di mettere in comune la sostanza delle cose che ci uniscono. Con questo metodo, mettendo al centro i contenuti e soprattutto la questione del lavoro e dei suoi diritti, si costruisce la Federazione della Sinistra e un percorso unitario capace, con gli altri soggetti, di riaprire la possibilità di ricostruire una vera sinistra. Anche e soprattutto nell'ambito della necessaria discussione su come la nostra regione possa affrontare la crisi e le misure antipopolari di Monti, partendo dal fatto che in Umbria la priorità resta il lavoro, ci rivolgiamo a tutte quelle forze della sinistra che saranno in piazza a Roma il 9 marzo e che si battono con la Fiom contro le scelte di Marchionne e del governo, che si sono confrontate a Napoli sui beni comuni, che difendono il sistema d’istruzione pubblico e di stato, che lottano per sottrarre i servizi pubblici locali alla mercificazione, non solo per far crescere nel paese l'opposizione a Monti, ma anche per definire una piattaforma unitaria di proposte per essere maggiormente incisivi nell'azione riformatrice del governo regionale.
*Segreteria Provinciale Prc – FdS Perugia, Responsabile Organizzazione

Grillini spaccati, a Rimini convention scissionista


Se i partiti tradizionali sono sfiancati da una crisi di vecchia data, anche il movimento di Beppe Grillo non se la passa bene, nonostante i generosi sondaggi ottenuti negli ultimi anni alle amministrative soprattutto nel Piemonte della Val di Susa e in Emilia Romagna. Echi di spaccature interne sono noti da tempo, ma ora lo scontro è tale da minacciare una scissione già in questo weekend. Grillo furioso: Se non cambiamo, scordiamoci le politiche 2013



La faida è servita in bella vista sul sito beppegrillo.it. In maniera trasparente, c'è da dire, visto che è lo stesso leader a firmare un articolo con cui "spiattella" lo scisma.
Infatti Beppe denuncia che "fantomatici cittadini a cinque stelle" hanno convocato in questi giorni a Rimini una due giorni a nome del Movimento 5 stelle, con un ordine del giorno "degno della migliore partitocrazia con la proposta finale di un leader del M5s". Non solo. Grillo decide di pubblicare una chat privata tra consiglieri eletti per il Movimento a cinque stelle.
Un'operazione di denuncia dei traditori che però è molto indicativa dello stato dei rapporti interni tra una parte dei grillini e il loro (ex) leader. La chat è uno sfogatoio sulla "leggerezza con cui si affronta il tema dell'organizzazione", scrive uno dei partecipanti, sul "caos, anche culturale, che ci circonda". Perché, risponde l'altro, "la mancanza di organizzazione sta facendo implodere il Movimento". E ancora: "Mi convinco sempre più che la volontà di Casaleggio e Grillo sia sempre più rivolta all'implosione del Movimento in barba a tanti bravi ragazzi che nel progetto c'hanno messo il cuore...". E qui il riferimento è a Gianroberto Casaleggio, guru della comunicazione dei grillini, fondatore della Casaleggio Associati che cura tutte le pubblicazioni del comico genovese. "E' ora di chiedere la testa editoriale di Casaleggio", scrive un altro.
Nella chat i consiglieri ammettono di sentirsi "cavie in vitro" di "un esperimento", perché "un esercito di formiche è la perfetta organizzazione, senza che neanche lo sappiano. Sono nate per farlo. Questa doveva essere la famosa rete. Che fine ha fatto? Persa nelle nebbie...?". E' da questo disagio che nasce la due giorni di Rimini, che si terrà domani e dopodomani e potrebbe sancire la rottura definitiva tra i grillini.
Agli scissionisti mancherà il carisma del leader ma sulla rete si sono ben organizzati. Hanno un loro sito (http://www.incontrom5s.altervista.org/joomla/) sul quale hanno gestito ogni passo dell'organizzazione della convention: dal luogo al programma, tutto rigorosamente deciso da una consultazione degli iscritti. A Rimini si parlerà di "metodi decisionali e democrazia interna al movimento", nonché di "elezioni nazionali". Naturalmente l'evento potrà essere seguito in streaming.
Scelte che "mi hanno fatto cadere le palle", commenta senza veli Grillo sul suo blog. Il Movimento "non è un partito, non vuole esserlo. Non ha sedi, non ha soldi, né li vuole. Ha un programma, un 'non Statuto'. Chi li condivide può usare il suo simbolo per la creazione di liste e avere il mio supporto nelle piazze e attraverso il blog. Chi non li condivide non si capisce per quale motivo voglia far parte del M5S. Nessuno lo obbliga". Ai suoi chiede "massima trasparenza: se un consigliere è stanco, può passare il testimone a un altro presente nella lista". Ma la conclusione del leader è amara: "Se non cambiamo, è meglio scordarci le politiche".
La discussione continua. I militanti, letto l'intervento del "leader maximo", hanno dato vita sul blog ad un acceso dibattito. Con una spaccatura profonda tra chi è al 100% con Grillo e chi lo accusa invece di sbagliare a "sconfessare" iniziative partite dal basso per rimediare al "caos assoluto" che c'è nell'organizzazione del M5S. "Caro Beppe, potevi pensarci due volte prima di offendere persone che donano al movimento spesso anche i propri fine settimana", scrive Stefano. E un anonimo: "Sono deluso! Il M5S nei sondaggi lo si da a percentuali altissime" per le politiche 2013 "e lo si vuole smembrare?". La domanda resta sospesa.

Perché non possiamo non dirci comunisti di Luigi Cavallaro, Il Manifesto

Un ideale al quale la società avrebbe dovuto conformarsi o il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente? Una risposta a Rossanda, Ruffolo, Ciocca, Tronti

Non possiamo più dirci comunisti, perché è cambiato il mondo e non abbiamo sufficientemente aggiornato né gli strumenti d'analisi né le proposte: ha scritto così Rossana Rossanda, invocando «un esame di noi stessi» (il manifesto, 18 febbraio).

Giorgio Ruffolo è stato anche più drastico: tranne che in alcune società arcaiche, il «comunismo» non è mai esistito e non è proponibile in alcuna società moderna e complessa «se non come pura aspirazione ideale alla comunione dei santi» (21 febbraio).

Di certo, non era «comunista» quel sistema sociale venuto fuori attraverso mille tragedie dalla Rivoluzione d'Ottobre: anzi, secondo Pierluigi Ciocca (22 febbraio), il «merito storico» del manifesto è proprio quello di averlo capito e denunciato per tempo e con chiarezza. E men che meno aveva a che fare con il comunismo il «keynesismo postbellico» del trentennio 1945-1975, sebbene - rileva ancora Rossanda - la critica che se ne è fatta abbia lasciato spazio solo a «spinte liberiste». E dunque, cosa siamo? E soprattutto, cosa vogliamo?

Se davvero il manifesto vuol essere un giornale capace di tener insieme riformismo propositivo e utopia concreta, sono domande che non possono essere eluse. Ha ragione Mario Tronti (26 febbraio) a suggerire che, se non ci si può più dire comunisti nei tempi brevi, non lo si può più fare nemmeno nel tempo lungo. Anche perché, se le cose stessero così come sostengono Rossanda, Ruffolo e Ciocca (e innumerevoli altri con loro), si dovrebbe far fuori non solo la testatina di questo giornale, ma la stessa testata: troppo legata a Marx, e troppo legato Marx all'idea che il comunismo non fosse «un ideale» al quale la società avrebbe dovuto conformarsi, ma «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».

Vale allora la pena di ricordare che la costituzione materiale dello stato borghese, ovunque vigente all'epoca in cui Marx visse e teorizzò, interdiceva ai pubblici poteri qualsiasi intromissione nell'ambito del processo produttivo: la stessa distinzione fra «politica» ed «economia» non ne era che il precipitato ideologico. Per quanto già a quei tempi gli stati si occupassero variamente della tremenda povertà in cui l'accumulazione originaria aveva gettato intere popolazioni, tuttavia essi si erano arrestati alle misure amministrative e caritative, o non ci erano nemmeno arrivati. Né ciò era da ascriversi (soltanto) a insipienza o malevolenza dei governanti: il problema era un altro, e cioè che era consustanziale alla «società politica» scaturita dalla rivoluzione borghese il non poter ammettere che ciò che non funzionava nella vita della «società civile» andasse ricercato proprio nella condizione di separatezza in cui veniva trovarsi lo stato rispetto al processo sociale di produzione, e di rintracciare piuttosto l'origine dei mali sociali in «leggi naturali» cui nessuna potenza umana poteva comandare.

Di fronte a quella situazione, già nelle sue opere giovanili Marx enuncia con chiarezza un punto dal quale non si discosterà più: la rivoluzione non può avere carattere «solo» politico, non può cioè mirare a prendere il possesso delle leve di un pubblico potere così strutturato; al contrario, dovrà sopprimere l'indifferenza della politica nei confronti delle condizioni materiali degli individui. «Imposta fortemente progressiva», «accentramento del credito nelle mani dello stato tramite una banca nazionale con capitale dello stato e monopolio esclusivo», «accentramento di tutti i mezzi di trasporto nelle mani dello stato», «aumento delle fabbriche nazionali», «miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo», «uguale obbligo di lavoro per tutti» e «istruzione pubblica e gratuita per tutti i bambini», per limitarci solo ad alcune delle celebri misure proposte nel Manifesto comunista del 1848, servono appunto a questo.

Ma è proprio questo che si è cominciato a fare da quando, con la Rivoluzione d'Ottobre prima e l'avvento del «keynesismo» in Occidente poi, i pubblici poteri hanno preso a produrre valori d'uso e ad attribuirli ai cittadini in regime di «non-rivalità» e «non-escludibilità», per dirla con le categorie concettuali della scienza delle finanze (che non a caso da allora in poi hanno subito una torsione fortissima, fino ad approdare alle moderne trattazioni di economia pubblica). È questo che si è cominciato a fare da quando i pubblici poteri - burocrazie, partiti politici e associazioni sindacali - hanno preso a concertarsi reciprocamente per giungere a scelte che non riguardavano più soltanto la gestione delle risorse proprie del settore pubblico in senso stretto, ma altresì l'andamento generale della società, che veniva così sottratto così al moto «anarchico» tipico del modo di produzione capitalistico per diventare (almeno tendenzialmente) oggetto di consapevole scelta politica - di una politica economica. Sul finire degli anni '60 lo dovette ammettere perfino sir Karl Popper: «che sia assolutamente assurdo identificare il sistema economico delle democrazie moderne con il sistema che Marx chiamò "capitalismo" risulta evidente al primo sguardo, confrontandolo con il suo programma in dieci punti per la rivoluzione comunista (...). La maggior parte di questi punti è stata messa in pratica, o completamente o in considerevole misura».

Non dovrebbe indurre in errore il fatto che uno sviluppo del genere abbia avuto forme diverse di realizzazione, talora essendo stato frutto di rivoluzioni «giacobine», per dirla con Gramsci, più spesso essendo stato effetto di «rivoluzioni passive», cioè di trasformazioni delle strutture economiche analoghe a quelle che, dopo il Congresso di Vienna (1815) e la Restaurazione, corsero per tutta Europa, ammodernandone le strutture economiche e sociali. Bisognerebbe piuttosto riconoscere che l'auspicio di un sistema economico in cui il denaro cessasse di essere (unicamente) la forma di esistenza del capitale e in cui l'attribuzione di certi beni e servizi venisse resa indipendente dai vincoli dell'appartenenza di classe si è ampiamente inverato nelle nostre società grazie all'azione dei pubblici poteri, che hanno affrancato un'ampia (e talvolta amplissima) categoria di valori d'uso dalla forma di merce e dunque dai vincoli della riproduzione capitalistica, cioè della valorizzazione del denaro stesso. Ed è indubbio che i comunisti (e i socialisti) siano stati parte integrante, ancorché non unica, di questo processo: basta rileggere Ceto medio e Emilia rossa di Togliatti (1946) per scorgervi la lungimirante anticipazione di ciò che l'Italia sarebbe diventata di lì a qualche decennio, soprattutto nelle sue regioni più avanzate dal punto di vista della consapevolezza politica e della vita civile - le «regioni rosse», et pour cause.

In questo senso, è assolutamente vero che, storicamente e teoricamente, il comunismo ha implicato la soppressione della proprietà privata (dei mezzi di produzione) e, per conseguenza, la pianificazione statale. Hanno però torto quanti sostengono che ciò meni di necessità al partito unico e al totalitarismo: l'esperienza occidentale insegna proprio il contrario, cioè che il «collettivismo egualitario» imposto dalla pianificazione statale può concernere amplissimi settori della vita sociale (sanità, previdenza, istruzione, trasporti, edilizia, perfino il credito) senza degenerare in partiti unici o totalitarismi o inefficienze - esemplare il caso delle socialdemocrazie scandinave.

Se si guardasse agli scritti di Marx con maggiore consapevolezza della «grande trasformazione» che il mondo in cui viviamo ha subito da novant'anni a questa parte, ci si potrebbe utilmente chiedere, piuttosto, come mai la «soppressione dello stato politico», cioè del carattere separato dei pubblici poteri, si sia storicamente accompagnata all'esistenza «viva e vitale» della politica, per dirla con le parole della Questione ebraica (1843). E proprio in quest'opera marxiana si potrebbero trovare delle penetranti risposte - filosofiche, certo, ma anche la filosofia parla della realtà, a saperci guardar dentro.

Il punto, però, qui è politico e non puramente storico-teorico. Il fatto che tramite l'azione dei pubblici poteri siamo riusciti ad affrancare la produzione di taluni beni e servizi dalla forma di merce non significa infatti in alcun modo che «c'è stata una storia e adesso non ce n'è più»: al contrario, la crisi che attraversano i nostri sistemi socioeconomici fin dagli anni '70, e specularmente quei bisogni sociali sottesi agli slogan sui «beni comuni» o sulla «riconversione ecologica dell'economia», evidenziano che quella statuale non sarà certamente l'ultima forma di «produzione socializzata». Ma di qui a negare che il comunismo sia stato e sia «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» ne corre, a meno di dimenticare che per «comunismo» Marx intendeva semplicemente (ma non banalmente) un sistema sociale in cui gli esseri umani riuscissero a portare le condizioni della propria riproduzione sotto il proprio controllo, invece di essere dominati dal proprio movimento sociale come da una forza cieca.

Per tutto questo, io credo, potremmo e dovremmo continuare a dirci «comunisti»: beninteso, senza dimenticare di provare a immaginare una politica economica altra da quelle dominanti e di scriverne su un giornale (per dirla ancora con Tronti) «di popolo e di cultura». Dubito che riuscirò a convincere qualcuno dei miei illustri interlocutori o la stessa redazione di questo mio amatissimo «quotidiano comunista». Ma alla fine questo è un articolo di giornale, e servirà almeno ad incartare il pesce.

venerdì 2 marzo 2012

Marzo metalmeccanico

La Fiom-Cgil ha proclamato per venerdì 9 marzo lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici con una manifestazione a Roma che si concluderà in piazza San Giovanni.
La democrazia ed il lavoro sono i nodi centrali del nostro tempo in Italia e in Europa.
Perché oggi il lavoro manca, è sempre più precario, è sempre meno pagato, al punto che pur lavorando si è poveri. Perché oggi nei luoghi di lavoro, a partire dalla Fiat, si rischia l’autoritarismo con la messa in discussione del Contratto nazionale, dei diritti individuali e collettivi.
Perché la democrazia è negata. Alle donne e agli uomini che lavorano è impedito di votare liberamente gli accordi che li riguardano e di potersi scegliere chi li rappresenta, fino alla messa al bando di un’intera organizzazione sindacale e all’esplicita discriminazione verso gli iscritti della Fiom-Cgil. È in questo contesto che Governo e Confindustria vogliono far passare l’idea, sbagliata e inaccettabile, che per uscire dalla crisi bisogna cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dopo aver manomesso il sistema pensionistico pubblico. All’opposto devono essere universali, quindi estesi a tutti, la cassa integrazione quale alternativa ai licenziamenti collettivi e la tutela del reddito come diritto di cittadinanza. In una «Repubblica democratica fondata sul lavoro» quale l’Italia deve costituzionalmente essere, la libertà operaia è la libertà di tutti; la sicurezza del disoccupato e il superamento della precarietà è la sicurezza di tutti; un’economia ambientalmente sostenibile e un piano straordinario di investimenti pubblici e privati sono le condizioni per difendere i beni comuni e costruire nuovi posti di lavoro.
Lo sciopero generale e la manifestazione nazionale del 9 marzo diventano un appuntamento essenziale non solo per i metalmeccanici ma per tutti coloro che credono nella democrazia, nella giustizia sociale, nella libertà, nell’informazione libera e in un lavoro stabile con diritti. E in questo senso sono fondamentali il diritto allo studio, l’accesso alla cultura, la valorizzazione del patrimonio artistico e delle competenze. Nel nome della nostra Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista invitiamo ogni cittadino non solo ad aderire alla manifestazione, ma a farsi promotore e protagonista di questa giornata di mobilitazione partecipando attivamente. Sono convinto che la nostra lotta difenda oggi gli interessi di tutto il paese mettendo al centro le lavoratrici e i lavoratori e proprio per questo sarebbe per noi importante avere la tua firma e la tua presenza in piazza.
 
Maurizio Landini - il manifesto

La logica delle grandi opere, dalla Valsusa e Reggio Calabria

Un esempio, altrove, della "logica" sottostante alle "grandi opere" inutili. Chissà, se sorgesse un movimento "no aeroporto" anche a Reggio, se arriverebbe prima l'intervento militare dello stato o della ndragheta.


L'aeroporto fantasma
Silvio Messinetti, Il Manifesto
Lo svincolo della Salerno-Reggio è bloccato da quattro anni per lavori, il porto di Corigliano è sottoutilizzato, la ferrovia non è elettrificata. Ma uno schieramento bipartisan tifa per l'ennesima grande opera in Calabria
La Sibaritide è una metropoli intermittente in agonia. Spalmata lungo lo Jonio settentrionale calabrese, composta da numerosi centri urbani di medie e piccoli dimensioni, di fatto è isolata dal resto del mondo. Non riesce più a darsi un'identità, nonostante il suo sublime passato. Un tempo crocevia del Mediterraneo, oggi non è facile arrivarci via mare, terra o aria. Uscirne è addirittura un'impresa! Anche per questo motivo, tra quanti ci vivono, il progetto bipartisan di costruirci un aeroporto non sarebbe proprio da buttare via. Potenza della disperazione: a qualsiasi proposta, rispondono con un secco «sì». Andrebbero bene anche il teletrasporto, una macchina del tempo o magari una stargate. Qualunque concreto o fantasioso mezzo di comunicazione è visto come un toccasana dagli abitanti di un territorio che sta collassando, nonostante tutti ammettano, un istante dopo il primo cenno di consenso, che «tanto sappiamo come andrà a finire. Si fregheranno i soldi e l'aeroporto non lo faranno mai».
Non è disfattismo cronico. Piuttosto, empirica consapevolezza. Del sottoutilizzato porto di Corigliano non sono mai state chiare né la funzione né le prospettive di utilizzo. Di fatto, esiste solo sulle carte marittime. Lo svincolo autostradale di Sibari, sulla Salerno-Reggio Calabria, è bloccato da quattro anni per lavori di rifacimento. L'Anas avrebbe dovuto riaprirlo nel maggio 2010. Tuttora è chiuso. La linea ferroviaria Sibari-Crotone non è elettrificata. Quella che collega la piana con Cosenza lo sarebbe, ma il sistema non è stato mai messo in funzione. Alcune settimane fa i militanti del circolo locale di Sel hanno occupato i binari della stazione, nel tentativo di denunciare l'isolamento e lanciare un appello. Chiedono il ripristino dei treni a lunga percorrenza. Peppe Carrozza, dirigente e attivista da sempre, denuncia il paradosso del famigerato corridoio adriatico: «Dovrebbe essere la porta aperta sui flussi culturali e commerciali dell'oriente. Di fatto, si ferma a Bari. È come se noi non esistessimo».
L'inciucioChissà se avranno avvertito Corrado Passera che in Calabria i maggiorenti dei partiti che appoggiano il governo (Pdl-Pd-Udc) stanno "inciuciando" da un pezzo sul nuovo aeroporto di Sibari. E chissà come avrà reagito il ministro dei Trasporti, colui che ha promesso di far tabula rasa di aeroporti piccoli e medi, figuriamoci dei nuovi. Intanto, la liason tra Peppe Scopelliti (Pdl), presidente della Regione, e Mario Oliverio (Pd), presidente della Provincia di Cosenza, procede spedita. Tra sguardi d'intesa, pacche sulle spalle e, particolare non da poco, una valanga di soldi pubblici pronta a scivolare sulle rive dello Jonio. «Destineremo 40 milioni per la realizzazione dell'opera» ha dichiarato Scopelliti. Il relativo ordine del giorno, che impegna la Regione ad attivarsi finanziariamente per costruire lo scalo, è stato approvato dal Consiglio regionale all'unanimità (compresi Sel e dipietristi). Tra sviolinate reciproche, tutti d'amore e d'accordo. In vista c'è la costituzione di una società con la Provincia, la Camera di Commercio, il Comune e, magari, qualche privato smanioso di investire. Naturalmente, servirà un consiglio di amministrazione e i notabili si spartiranno le ambìte poltrone. Dicono i maligni che in cambio della munificenza di Scopelliti, Oliverio abbia caldeggiato la recente nomina di Wanda Ferro (Pdl), presidente della Provincia di Catanzaro, a vicepresidente del Parco Nazionale della Sila. Insomma, una brutta vicenda di grosse koalition alla calabrese. Con buona pace delle vere urgenze di una regione scassata. Tra le quali non rientra certo quella di costruire il quarto scalo (dopo Lamezia, Reggio e Crotone) per un territorio di appena 2 milioni di abitanti. «Prassi corretta vorrebbe che si elaborasse perlomeno uno straccio di studio di fattibilità - sottolinea Mimmo Gattuso, docente di Ingegneria dei Trasporti all'Università di Reggio - prima di lanciarsi in velleitari entusiasmi. Non è vero che l'aeroporto sia la panacea dei mali che affliggono la Sibaritide. Un'infrastruttura non equivale automaticamente a sviluppo. Basterebbe pensare per un attimo ai porti di Corigliano e Marina di Sibari, degli autentici fallimenti». E invece l'entusiasmo c'è, eccome. Fino a sfiorare il delirio. È nata persino un'associazione, "le Ali per Cosenza", che si batte per la realizzazione del progetto. «Sibari con il suo aeroporto può diventare l'Eldorado d'Italia, grazie alle clementine e al mercato ittico» si infervora Franco Corbelli, pittoresco leader del movimento Diritti Civili. Un aeroporto per le clementine a Sibari e magari un altro in Sicilia per pachini e datterini d'esportazione... Ci sarebbe da ridere se la storia non fosse invece tremendamente seria.
A chi giova?Chi parla dell'aeroporto di Sibari come di un'irripetibile occasione di sviluppo o è in mala fede o non ci ha capito niente. Perché dietro l'abuso della parola sviluppo in Calabria si sono consumati scempi che gridano ancor oggi vendetta: la Liquichimica di Saline Joniche, la Sir a Lamezia, la Marlane a Praia a Mare, la Pertusola di Crotone. E, ancora, la portualità diffusa che ha devastato le coste, la cementificazione delle città, l'urbanizzazione delle campagne, le discariche a go go, l'inceneritore che avvelena la Piana di Gioia Tauro, le centrali a biomasse che bruciano i boschi secolari. «Ci chiediamo cui prodest - denuncia il circolo locale del Prc a cui fanno eco Francesco Saccomanno del Forum Ambientalista, insieme a Pasquale Cersosimo e Anna De Blasi dell'associazione Palombella Rossa - e bisognerebbe sempre porsi questa domanda in Calabria dove lo pseudo sviluppo si è sempre trasformato nel quadrilatero speculazione-malapolitica-devastazione-'ndrangheta». In effetti, di sicuro non giova alla popolazione della Sibaritide «a cui bisognerebbe fornire piuttosto una rete ferroviaria efficiente anziché annunciare la chiusura della stazione, come è stato fatto, nonché mettere in sicurezza la famigerata Statale 106. Nella culla della Magna Grecia servirebbe una sola risorsa ovvero la presa di coscienza delle ricchezze culturali, archeologiche e territoriali, per difendere i beni comuni contro le illusioni propagandistiche di una classe politica senza scrupoli». Che la vicenda puzzi di propaganda e business è lampante. «Seppure possa essere facile realizzare una pista in quanto i costi sarebbero limitati - spiega Gattuso - resterebbero comunque da verificare l'appetibilità per le compagnie di volo, l'attivo della gestione finanziaria dei servizi aeroportuali, i livelli di domanda tali da garantire che non si abbia a che fare con una cattedrale nel deserto, l'impatto benefico sull'economia regionale. Personalmente ho forti dubbi sulla consistenza di uno solo di tali requisiti. Anzi, l'impatto economico rischia di essere negativo se si determinasse per drenaggio di quote di traffico la morte dello scalo crotonese e l'arretramento di quello lametino».
Per capire ancor di più il copione della storia, basta poi affacciarsi sull'altra sponda della Calabria, a Scalea, sul Tirreno cosentino. Qui da anni sorge un'aviosuperficie costruita con soldi pubblici e adagiata nel letto del fiume Lao. Un serpentone di 2 chilometri sul quale (senza radar) sarebbero dovuti atterrare piccoli aerei da turismo. Il progetto venne approvato attraverso i Patti territoriali del Tirreno cosentino e venne presentato come «utile agli aerei della protezione civile, al trasporto merci, con 75 mila passeggeri previsti e un centinaio di posti di lavoro garantiti». A distanza di anni il fallimento è sotto gli occhi di tutti. L'opera è abbandonata, come le promesse rivelatesi vane illusioni. Scalea ieri, Sibari (forse) domani: lingue d'asfalto dove a volare son solo sprechi e malaffare. Ministro Passera, che ne pensa?

SOLIDARIETA' E LOTTA. IL PRC CAMBIA PELLE CON LE PRATICHE SOCIALI

Domani presso la sede nazionale del PRC (Viale del Policlinico 131 – Roma) si terrà il seminario “Lotte e Solidarietà – Pratiche sociali contro la crisi”organizzato dal Dipartimento Organizzazione e pratiche sociali. Il Seminario che si svilupperà con dei gruppi di lavoro tematici ( su carovita, gruppi acquisto popolari, casse ressitenza, sportelli sociali, solidarietà attiva per alluvioni ed emergenze) si pone lo scopo di strutturare e consolidare il modello del Partito Sociale con degli obbiettivi concreti e valutabili in grado di coinvolgere l’intera organizzazione del PRC. La crisi, si legge nel comunicato che convoca l'evento, impone ai comunisti un salto di qualità nel loro agire e nel loro modello organizzativo. Se negli scorsi anni le sperimentazioni sviluppate con le pratiche sociali ci hanno permesso di ritornare di essere concepiti come utili all’interno del nostro blocco sociale oggi dobbiamo passare dalla sperimentazione al loro consolidamento organizzativo. Questo seminario rivolto agli iscritti del PRC costituisce un tentativo per rispondere alla crisi della politica e della rappresentanza che investe oggi i partiti. I lavori di questo seminario saranno poi riprodotti in un manuale delle pratiche sociali che verrà distribuito ai segretari di circolo. 

Programma della giornata:
 
Ore 10 Relazioni introduttive di Marco Gelmini,  ( Responsabile dipartimento Organizzazione e pratiche sociali ) e di Piobbichi Francesco ( dipartimento organizzazione e  pratiche sociali )

ore 11 - 13 Workshop sulle pratiche di resistenza sociale:
· Come organizzare la resistenza contro il carovita difendendo la sovranita’ alimentare: Questo gruppo di lavoro al quale interverranno molti compagni e compagne impegnati nelle pratiche dei gruppi di acquisto popolari e nelle esperienze di lavoro con i piccoli produttori, si pone l’obiettivo di rafforzare su scala nazionale l’intero processo
· Come organizzare sportelli sociali, dalla casa alle cure mediche. Questo gruppo di lavoro al quale intervengono le compagne ed i compagni impegnati nel lavoro di risposta ai bisogni sociali su temi come casa, welfare, sanità si pone l’obbiettivo di costruire un primo modello per replicare tale lavoro su scala nazionale.
· Come fare inchiesta. l’inchiesta nella crisi: a) inchieste lampo in situazini di crisi d’azienda; b) inchiesta sulla percezione della crisi, del governo monti, dell’europa; c) inchiesta sulla composizione di classe. Costruzione dei modelli di intervento, definizione degli obiettivi, utilizzo politico dell’inchiesta nell’ambito del progetto di un partito di classe.
ore 13.15 Pranzo
ore 14.30 – 16.30
· Come intervenire sulle emergenze ambientali – Questo gruppo di lavoro composto da compagni e compagne che sono intervenuti a vario titolo nelle pratiche di solidarietà attiva nelle emergenze ambientali si pone l’obiettivo di rafforzare l’intero processo costruendo un modello d’intervento del partito su questo terreno.
· Come organizzare casse di resistenza e supporto diretto alle lotte sul lavoro. Questo gruppo di lavoro si pone l’obbiettivo di costruire un modello d’intervento sul terreno del sostegno alle lotte replicabile in ogni vertenza.
· Come lottare contro il classismo etnico – Questo gruppo di lavoro nel quale intervengono i compagni impegnati nel lavoro di organizzazione delle lotte dei lavoratori immigrati si pone l’obbiettivo di rafforzare l’intervento su scala nazionale.
· Come  sostenere il partito con le feste di liberazione - Questo gruppo si pone l'obiettivo di costruire forme stabili e coordinate di sostegno per il partito attraverso le feste.
Ore 17.00 Assemblea plenaria con PAOLO FERRERO segretario nazionale del PRC

Vinti (Prc): "Bene la proposta Bravi, dal conflitto sociale la vertenza lavoro"


di Stefano Vinti, Segretario Regionale PRC

PERUGIA - L’Umbria è attraversata da una crisi economica e produttiva seria, certificata da più analisi e ricerche ma soprattutto da una crisi sociale pesante che pigia sul lavoro e sulle sue condizioni materiali.
Tutti i dati ci ricordano di una crisi profonda, da quelli sulla cassa integrazione a quelli del tasso di occupazione, alla crisi dell’area ternana a quella della fascia appenninica.
E poi c’è una “questione salariale regionale”.
L’Umbria è la Regione con la media salariale più bassa d’Italia e la più bassa delle regioni del Centro-Nord.
Questo significa che i lavoratori umbri, a parità di lavoro guadagnano meno dei loro colleghi di tante altre parti del Paese.
E come non registrare una crescente precarietà del lavoro, in tutti i settori, dal manifatturiero ai servizi fino alla Pubblica amministrazione.
Una precarietà che produce lavoro poco qualificato, che penalizza i giovani dopo un percorso formativo alto, che punisce in modo inaccettabile le donne. Dunque esiste una più generale “questione lavoro” in Umbria a cui la Politica, e aggiungo, la sinistra politica dovrebbe delle risposte rapide che diano il senso di un cambio di direzione.
Fa bene il segretario della Cgil dell’Umbria, Mario Bravi, ad annunciare l’apertura di una “vertenza lavoro” nella nostra regione.
Una vertenza che richiama le istituzioni ma anche Confindustria Umbria alle proprio responsabilità.
Bravi invoca concertazione e contrattazione, ma occorrerà anche fare un bilancio di venti anni di concertazione, dei risultati che ha prodotto in termini di quantità dei livelli occupazionali e di qualità del lavoro.
A nostro giudizio i risultati non sono positivi.
Occorre ricostruire rapporti di forza sociale, culturali e politici, favorevoli al mondo del lavoro, in modo tale che la contrattazione non sia solo un semplice arretramento dei diritti, della sicurezza nel e del lavoro, ma permettano che il diritto al lavoro e il suo valore monetario siano diritti inalienabili e non subordinati ad un mitico “interesse generale” che poi è l’interesse dei più forti socialmente e politicamente.
La contrattazione si riconquista proponendo il punto di vista del lavoro che non necessariamente è sovrapponibile a quello dei datori di lavoro, gli interessi del lavoro non possono che partire dal riconoscimento di “interessi altri”, e questi interessi si fanno valere a partire dal “conflitto sociale”.
Questa è la prima condizione per l’apertura di una vertenza lavoro in Umbria, partire dal “conflitto sociale” e conquistare le trattative poggiando su un consenso largo e partecipato delle lavoratrici e dei lavoratori umbri.
Una vertenza del lavoro in umbria deve avvalersi d un quadro politico e sociale favorevole, per questo è necessario, innanzitutto, che dall’Umbria ci sia una grande adesione allo sciopero e una grande partecipazione alla manifestazione della FIOM del prossimo 9 marzo, per la difesa del contratto nazionale e contro le politiche sociali del governo Monti.
Rifondazione Comunista dell’Umbria ci sarà.

Bravi (CGIL): aprire la vertenza lavoro in Umbria


di Mario Bravi; Segretario Generale CGIL Umbria

PERUGIA - La gravità della crisi economica incide in maniera molto rilevante nella nostra regione. Lo sottolineano una serie di ricerche, dall’Aur all’Istat. Ma un dato è particolarmente evidente: la parte della società umbra che più è colpita da questa situazione è il lavoro e all’interno del lavoro in particolare i giovani, le donne, e gli over 50 che vengono espulsi dai processi produttivi.
Per questo pensiamo che sia venuto il tempo di mettere in campo una forte iniziativa con al centro il tema del lavoro e dell’occupazione.
Solo nel settore dell’edilizia si sono persi circa 6mila posti di lavoro e altri 10mila negli altri settori produttivi.
Il tasso di occupazione sta fortemente scendendo, dopo aver toccato il picco del 64,6% nel 2008.
Il numero dei cassintegrati a gennaio 2012 si aggira intorno alle 14mila unità.
La crisi industriale colpisce tutta la nostra regione, non c’è un territorio che ne è esente, però esistono due dimensioni territoriali che esprimono una forte specificità.
L’area ternana, dove va sviluppata una forte iniziativa per valorizzare l’eccellenza rappresentata dal polo siderurgico e dove c'è l'esigenza di dare una risposta positiva al futuro del polo chimico, nella logica delle materie rinnovabili e della incentivazione e dell’irrobustimento del rapporto chimica-innovazione-ricerca.
Su queste vicende, in stretto collegamento con le questioni energetiche, occorre rilanciare lo strumento del patto di territorio e del riconoscimento di Terni come area di crisi complessa.
Tutto questo richiede un ruolo forte e vero della Presidenza del Consiglio dei Ministri, sapendo che l’innovazione e la difesa del sistema industriale ternano rappresenta una priorità della nostra regione.
C'è poi la fascia appenninica umbra, realtà in cui ci troviamo di fronte a una crisi verticale che mette in discussione lo sviluppo industriale e manifatturiero del territorio, con una incidenza pesante sui livelli della tenuta della coesione sociale e con il rischio concreto dell’impoverimento di tutto un territorio. In quella realtà sono in discussione 3mila posti di lavoro su 70mila abitanti. E, al di là delle apparenze e dei giudizi affrettati, la vertenza dell’Antonio Merloni è tutt’altro che conclusa.
Per questo abbiamo chiesto alla Regione Umbria che si costituisca un tavolo di coordinamento delle crisi industriali aperte nella nostra regione.
Per questo chiediamo alle Associazioni delle imprese un terreno di confronto che superi una logica puramente notarile e che rilanci un terreno di contrattazione vera.
Per questo chiediamo al Governo nazionale di farsi carico di aprire una fase di discussione vera, con impegni precisi, tesi a difendere le caratteristiche industriali e innovative dell’Umbria.
Questa è la priorità: l'apertura di una vera e propria vertenza lavoro. E in questo ambito va collocata anche la discussione sulle riforme, rispetto alle quali la Cgil non solo ha dimostrato disponibilità, ma ha anche avanzato proposte concrete.
Quindi, è arretrata la discussione di chi si dice più o meno disponibile al terreno delle riforme, senza che si affrontino i contenuti, perché, come dimostrano le vicende passate (vedi riforme endoregionali, costituzione di Umbria Mobilità), le riforme vere e progressive comportano un coinvolgimento del fattore lavoro. Lo ha ricordato anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: in questo Paese il sindacato confederale è un soggetto di rappresentanza complessiva e generale e quindi rappresenta istanze opposte alle logiche corporative o lobbistiche.
Al tempo stesso, ci sembra ingeneroso l’attacco di Confindustria nei confronti della Regione Umbria, che addebitato per intero le difficoltà presenti alle istituzioni locali, senza un minimo cenno autocritico sulle responsabilità e sui limiti del sistema imprenditoriale umbro.
Occorre cambiare passo, innalzare il livello del confronto, sapendo che concertazione e contrattazione sono strumenti importanti finalizzati a dare risposte vere al problema più importante della nostra regione, che si chiama lavoro e che può avere una risposta positiva solo se si comincia a ragionare su crisi, rilancio dello sviluppo e, dunque, su un piano straordinario che dia risposte ai giovani e alle donne della nostra regione.
Noi siamo convinti che si può e si deve fare, a partire da una assunzione di responsabilità diversa da parte di tutte le forze sociali, imprenditoriali e istituzionali della nostra regione e del Paese.

La questione salariale umbra dentro quella italiana. Ne vogliamo parlare?

di Stefano Vinti, Segretario Regionale PRC

PERUGIA - Mentre il dibattito pubblico appare tutto concentrato sulla riduzione delle tutele del lavoro, le cui conseguenze più immediate sono il contenimento salariale e l’aumento delle ore di lavoro effettive, i dati mostrano invece che le politiche sinora adottate in questa stessa direzione hanno diminuito drasticamente i salari e non hanno avuto l’effetto di ridurre il gap di produttività rispetto alle potenze economiche europee. L’Italia è tra i paesi europei che pagano meno i lavoratori, a fronte di orari di lavoro più lunghi. Nonostante ciò la competitività delle nostre imprese è tra le più basse. Il quadro che emerge è quello di un paese che ha sbagliato obiettivi e che si appresta a commettere ulteriori errori.
I dati Eurostat sui salari medi lordi nei paesi dell’Unione e i rapporti dell’Ocse parlano chiaro.
Per ciò che attiene ai salari medi nell’anno 2010, a parità di potere d'acquisto, l’Italia viene scavalcata dalla Spagna e dalla Finlandia e viene avvicinata dalla Slovenia. In sostanza, l’Italia da ultimo paese dell’Europa “ricca” nel 2002 passa ad essere il secondo dell’Europa “povera.
E mentre i lavoratori italiani sono tra i peggio pagati d’Europa, il numero di ore di lavoro per anno per addetto risulta fra i più alti. Il nostro paese risulta vicino alle nazioni meno sviluppate d’Europa, piuttosto che alle maggiori economie. Si noti inoltre come la Grecia, spesso dipinta come paese di “fannulloni”, risulti invece in testa tra i paesi considerati.
Anche il costo del lavoro in Italia, inteso come retribuzione, oneri sociali e altre spese, risulta minore rispetto alle grandi economie europee. L’Italia si colloca al di sotto della media della zona Euro. E’ quindi privo di fondamento l’assunto che le imprese italiane paghino il lavoro più di quelle delle economie avanzate europee, ad eccezione della sola Gran Bretagna (dove è particolarmente bassa la componente degli oneri sociali).
La produttività italiana risulta bassa in valore assoluto e stagnante, quella Greca è addirittura calante, mentre tutte le altre sono crescenti, sia pure con inclinazioni differenti.
In altre parole, l’Italia è un paese fermo da molti anni. La sua produzione, intesa nel senso più generale, è rimasta poco remunerativa, mentre i partner europei hanno saputo migliorare la capacità di produrre reddito e questo nonostante l’introduzione di nuove forme di lavoro flessibile, ampiamente sfruttate dalle imprese, che però non ha avuto effetti significativi sulla produttività del lavoro.
Nella nostra regione le cose non vanno sicuramente meglio. È il Rapporto Economico e Sociale dell’AUR a porre la questione salariale, leggasi remunerazione del lavoro dipendente, come uno spaccato fondamentale della “questione sviluppo.
Nell’ultimo rapporto analitico disponibile, quello dell’Istat del 2010, nella tabella sulla retribuzione annua dei lavoratori dipendenti viene operata una divisione dei trattamenti salariali di tutte le regioni italiane in decili. Se prendiamo quello più basso il dato umbro (15.600 euro) non si discosta ne dalle altre realtà regionali ne dal dato del Paese (16.536 euro). Il rapporto cambia man mano che si prendono in considerazione i redditi più alti. Il coefficiente che misura la differenziazione salariale in Umbria, è più basso nel confronto con altre Regioni proprio per la debolezza verso l’alto della sua dinamica salariale. La retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti diventa in Umbria nel 2009 di 22.180,03 euro a fronte dei 25.692,8 in Italia.
Superfluo sottolineare come anche in Umbria sulla situazione salariale pesino in maniera determinante sia l’aumento della precarietà, sia l’incidenza di forme contrattuali come l’apprendistato sia la fortissima operaizzazione del mercato umbro.
Il miglioramento anche minimo dei livelli salariali nella nostra regione, conferma l’Aur, avrebbe molti effetti sulle dinamiche familiari, rafforzando i consumi e la coesione sociale. Un rafforzamento che interesserebbe anche la cultura del lavoro, del lavoro industriale e dei servizi contribuendo a cambiare la cultura delle famiglie che ormai da troppo tempo tendono ad immaginare il lavoro per i propri figli in un terziario che non c’è o che non può espandersi.
La discussione pubblica si sta quindi svolgendo sul lato sbagliato dei fattori produttivi. Riforme che tendessero a precarizzare ulteriormente il lavoro e/o ridurre i salari effettivamente percepiti, non avrebbero probabilmente impatti positivi sulla produttività, come non li hanno avuti in passato, mentre risulterebbero nocive sul lato della domanda aggregata.
Le cause probabili delle scarse performance italiane andrebbero ricercate nella scarsa “produttività del capitale”, vale a dire dei mezzi di produzione, intesi nel senso più ampio, obsoleti o sottoutilizzati, così come nella frammentazione del capitale in moltissime microimprese che non riescono a realizzare quelle economie di scala e quell’innovazione di processo e di prodotto che permettono una maggiore competitività delle stesse e nella specializzazione produttiva. Non sorprende quindi la bassa qualificazione dei lavoratori richiesta nel nostro paese dal tessuto produttivo, che abbiamo già evidenziato in passato.
Si è costretti a prendere atto che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Eurostat “certifica” la miseria dei salari italiani. In Italia un lavoratore percepisce la metà dei suoi colleghi tedeschi , olandesi e lussemburghesi. Tutto ciò è scandaloso! Ma ancora più scandalose sono le politiche del governo Monti che attraverso la cosiddetta “modernizzazione” del mercato del lavoro e manomissione dell’articolo 18 vuole ridurre il potere contrattuale dei lavoratori ed il loro sfruttamento. In realtà si vuole scaricare su di essi i costi di una crisi che ha all’origine proprio l’impoverimento di massa e le enormi diseguaglianze sociali (per fare un solo esempio basti guardare tanto i redditi e i patrimoni dei nostri sobri governanti). La redistribuzione delle ricchezze e il riequilibrio dei redditi oltre ad essere obiettivi ineludibili di giustizia sociale, sono quindi presupposti indispensabili per uscire dalla crisi!
Tra le riforme necessarie all’Umbria, quello che sembra sfuggire totalmente al confronto politico ed istituzionale è la specifica “questione salariale” nella nostra regione, “questione salariale” che penalizza fortemente il lavoro dipendente, ed in particolare il lavoro operaio, tanto che i salari e gli stipendi umbri sono inferiori in termini assoluti a tutti quelli delle regioni del centro – nord.
Preso atto del fatto che le pensioni umbre sono anch’esse le più basse del centro – nord, appare evidente quanto siano penalizzati i lavoratori e i pensionati umbri.
Se esiste la questione della retribuzione del lavoro subordinato in Italia esiste ancor di più una “questione salariale umbra”.
Ne vogliamo parlare?