mercoledì 1 maggio 2013

Le privatizzazioni che hanno ucciso la società di Marco Bersani, Micromega

Nel libro di Marco Bersani “CatasTroika” (appena uscito per Edizioni Alegre) un bilancio di ciò che le politiche liberiste e le privatizzazioni hanno prodotto negli ultimi quarant'anni, dall'America Latina alla Gran Bretagna, dalla Russia del post socialismo reale all'Europa occidentale. Anticipiamo un brano tratto dal capitolo: “Italia: dal Britannia al Titanic?”.

Che il processo di privatizzazione in Italia abbia comportato una gigantesca ritirata dello Stato da un ruolo diretto nella produzione industriale e, più in generale, del “pubblico” nell’erogazione dei servizi, lo dimostrano alcuni semplici dati: complessivamente le operazioni hanno comportato proventi lordi per 134 miliardi, nonché risorse reperite totali, comprensive dell’indebitamento finanziario trasferito (14 miliardi) per 148 miliardi.

Alle 114 operazioni censite dal Barometro delle privatizzazioni (Bp) per il periodo 1985-2007, individuate escludendo quelle di importo superiore agli 80 milioni, ma considerando anche la dismissione di alcuni immobili (Torri del demanio dell’Eur) e delle società elettriche locali, corrispondono, invece, proventi pari a 152 miliardi.
In entrambi i casi l’Italia si è posizionata al secondo posto, dopo il Giappone, nella classifica globale per proventi da privatizzazioni.
Cifre che appaiono di importante dimensione, ma che in realtà, se paragonate con i successivi valori borsistici delle società privatizzate, come confermato dall’analisi della Corte dei Conti (delibera del 19 dicembre 2012), si rivelano una sorta di “saldi di fine stagione”, la stagione dell’intervento dello Stato nell’economia.

Più in generale, le operazioni di privatizzazione nel loro complesso hanno comportato il totale disimpegno dello Stato dai settori bancario, assicurativo, tabacchi e telecomunicazioni, nonché un consistente ridimensionamento delle partecipazioni, anche se non del controllo, nei settori strategici dell’energia (Eni ed Enel) e della difesa (Finmeccanica).
La conseguenza è stata che, a fronte di un peso del 18% nel 1991, il contributo al Pil delle imprese partecipate dall’amministrazione centrale è divenuta oggi pari al 4,7%.
Una trasformazione strutturale dell’economia di enormi proporzioni, rispetto alla quale occorre capire chi ne abbia tratto benefici e chi invece ne sia stato danneggiato.

Un primo segnale non può che venire da uno sguardo sulle società di consulenza finanziaria – i famosi “contractors” – che hanno accompagnato i processi di privatizzazione, ottenendo compensi, attraverso ruoli plurimi tra le funzioni di advisor, valutatore, intermediario, collocatore e consulente, pari ad oltre 2,2 miliardi: si tratta, fra le altre, di Societè Generale, Rotschild, Credit Suisse First Boston, JP Morgan, Merril Lynch, Lehman Brothers, ovvero del gotha finanziario a livello internazionale.
E infatti, la prima conseguenza evidente del processo di privatizzazione è stata quella di mettere la parola “fine” a qualsiasi possibilità di una finanza pubblica.
Agli inizi degli anni 90, l’Italia era il Paese europeo nel quale il controllo pubblico delle banche era il più elevato: il 74,5%, a fronte del 61,2% in Germania, e del 36% in Francia.
Il processo di riforma attuato ha portato all’azzeramento della proprietà pubblica nelle banche italiane, andando così ben oltre Germania e Francia, le quali, pur riducendo il controllo pubblico, hanno tuttavia mantenuto nel sistema bancario una presenza più che significativa, rispettivamente del 52% e 31%.

La deregolamentazione ha anche prodotto – com’è ovvio nella giungla del mercato – un forte processo di concentrazione, che, attraverso 566 acquisizioni e fusioni per un valore pari al 50% degli asset totali, ha drasticamente modificato il panorama bancario italiano, portando le quote di mercato dei cinque maggiori gruppi bancari dal 34 al 54%.
Se a tutto ciò si aggiunge la privatizzazione della Cassa Depositi e Prestiti del 2003, con l’ingresso nel capitale sociale delle Fondazioni bancarie (30%), saldamente inserite nel controllo delle banche di riferimento, il quadro è abbastanza chiaro: le privatizzazioni hanno portato all’azzeramento di ogni funzione pubblica in campo economico e finanziario, con effetti pesanti direttamente riscontrabili nell’odierna crisi, che vede le scelte economiche del Paese sottostare, in totale sudditanza, alle dinamiche del sistema finanziario internazionale.

Uno dei risultati favorevoli, a più riprese sbandierato dai fautori delle privatizzazioni, riguarda i benèfici effetti delle stesse sul debito pubblico del Paese, avendo gli introiti delle dismissioni ridotto il rapporto debito/Pil nel periodo 1992-2004, con un risparmio in conto interessi di circa 38 miliardi.
Ma si tratta di un’illusione, sia quantitativa che qualitativa: perché, se nell’immediato si sono avute delle entrate, peraltro irrisorie se confrontate all’entità del debito pubblico, nel medio e lungo periodo le privatizzazioni hanno privato lo Stato di importanti entrate di cassa, nonché di assetti industriali che rappresentavano la spina dorsale dell’economia pubblica e del sistema di welfare che in parte si reggeva su di essa.

E se l’obiettivo dichiarato era quello di mettere in atto una liberalizzazione dell’attività economica favorendo la libera concorrenza, il risultato più evidente è stata la consegna a monopoli privati di attività e servizi gestiti precedentemente dal pubblico, comportando una trasformazione delle stesse, da funzione sociale a funzione unicamente finalizzata alla redditività economica. Questo perché l’obiettivo prioritario dei processi di privatizzazione era in realtà quello di dare un forte impulso ai mercati finanziari, come dimostra il fatto che, dal 1992 al 2007, la capitalizzazione del mercato borsistico domestico sia cresciuta di sette volte e il volume degli scambi sia aumentato di ottantacinque volte. Variazioni tali da essere in larga parte attribuibili alla quotazione di imprese privatizzate, la cui abbondante offerta ha favorito una massiccia riallocazione da parte dei piccoli risparmiatori dai tradizionali impieghi in titoli di Stato al mercato azionario.

Processo, quest’ultimo, tutt’altro che frutto della libera scelta del “consumatore/risparmiatore”, bensì preciso risultato di una strategia perseguita riducendo drasticamente ogni attrattiva dei Buoni Ordinari del Tesoro e dando un definitivo colpo d’ala al mercato borsistico attraverso l’imposizione – governo Amato – di una tassa del 27% sugli interessi dei conti correnti, a fronte del 12,5% applicato ai guadagni da investimenti in Borsa. Questo processo è stato accompagnato e sostenuto dagli investitori esteri, che hanno sottoscritto sia titoli di Stato che titoli azionari delle nuove società privatizzate, divenendo in breve tempo attori chiave del sistema finanziario, fino a diventare, nell’attualità in corso, causa principale della sua odierna crisi verticale.

Contrariamente all’obiettivo più volte sbandierato di voler sviluppare la diffusione di un forte azionariato popolare e di affermare anche in Italia il modello delle public company, le politiche di privatizzazione hanno inoltre comportato processi di forte concentrazione – come del resto già avvenuto in Gran Bretagna – determinando soprattutto un accentramento del controllo, anche in assenza di una concentrazione della proprietà: allora come oggi, diversi gruppi industriali – e sempre più finanziari – controllano le società quotate pur senza possederne neppure lontanamente la maggioranza delle azioni.
Nei primi dieci gruppi quotati in Borsa, il capitale controllato è pari a quasi tre volte quello posseduto, e questo è reso possibile dal cosiddetto sistema “delle scatole cinesi”: il possesso da parte di una holding del 51% di una società, che a sua volta possiede il 51% di un’altra, la quale possiede il 40% di un’altra ancora, che possiede il 30% di un’ultima società, quella che realmente interessa. Solo per fare un esempio, con questo sistema, Tronchetti Provera ha ottenuto il controllo della Olivetti – e quindi di Telecom e Tim – pur avendo comprato solo il 29% delle azioni della società. Dentro questo modello, aldilà delle favole sulla democrazia economica, si comprende bene quale possa essere il ruolo dei piccoli investitori: mettere i soldi nella società, permettendo agli azionisti maggiori di poterla controllare senza doverla possedere.

Decisamente pesante è stato l’impatto sociale delle privatizzazioni sul versante dell’occupazione e riguardo alle conseguenze per gli utenti.
Nel mondo del lavoro, le privatizzazioni hanno coinvolto 225.000 lavoratori, dei quali 125.000 nel settore delle telecomunicazioni, 25.000 in quello siderurgico, 24.000 in quello meccanico, 22.000 nell’alimentare e della distribuzione, 14.000 nei trasporti e infrastrutture.
Nel contempo, i cittadini si sono trovati di fronte ad un generalizzato peggioramento della qualità dei servizi e ad un costante aumento dei prezzi, in particolare nei settori dei servizi bancari, di quelli infrastrutturali (autostrade) e delle utilities (acqua, energia e gas), con tariffe notevolmente più elevate in proporzione a quelle applicate dagli altri paesi europei.
Di fatto le privatizzazioni non hanno fatto altro che consentire il trasferimento di ciò che prima era in mano pubblica – dunque di proprietà dei cittadini attraverso lo Stato – ad alcune poche mani private, spesso di gruppi finanziari che non aspettavano altro che settori monopolistici ad alta redditività per poter ottenere profitti con rischio industriale nullo.
Emblematico da questo punto di vista il caso delle autostrade: un vero e proprio regalo al gruppo Benetton, che ha ottenuto una rendita garantita con un rischio imprenditoriale nullo; ha potuto così permettersi di attuare investimenti minimi e contare su tariffe più alte della stessa inflazione, mentre il contribuente ha continuato a farsi carico delle spese per la rete in aree meno ricche e più a rischio (autostrada Salerno - Reggio Calabria e grande viabilità interregionale).

Da un punto di vista strategico-economico, le privatizzazioni hanno prodotto anche il nefasto risultato di segnare per il nostro Paese l’ultimo passo del processo generale di deindustrializzazione avviato un trentennio prima, completandolo con uno specifico processo di destatalizzazione.
Con lo slogan “privato è bello, il pubblico non funziona”, si sono messi nelle mani di alcuni privati, importanti settori strategici come quello bancario ed assicurativo, delle telecomunicazioni, siderurgico ed alimentare, continuando ad affermare come il processo di privatizzazione abbia riguardato primariamente l’industria pubblica in difficoltà, quando tutti i dati economici dimostrano il contrario: il 64,8% delle aziende privatizzate apparteneva ai settori bancario assicurativo e delle telecomunicazioni, finanziariamente remunerativi già sotto la gestione pubblica.

Ma i dati sono nulla a fronte del fondamentalismo ideologico, che ha attraversato e permeato tutte le culture politiche ed amministrative.
Ed è stata soprattutto la sinistra, tesa a far dimenticare la colpa di aver voluto in passato cambiare il mondo e bisognosa di farsi accreditare come affidabile dai mercati finanziari, ad interiorizzare le privatizzazioni come mito riformista e modernizzatore, e ad offrire in pasto ai gestori della finanza attività perfette per montarvi operazioni speculative, garantite dalla dinamica nel tempo dei flussi di cassa.
Nonostante i disastrosi risultati a livello economico, occupazionale e sociale, ormai da diversi anni è in atto addirittura un tentativo di radicalizzare le politiche di privatizzazione, coinvolgendovi altri importanti settori di rilievo sociale, come previdenza, sanità, istruzione, poste, trasporti e servizi pubblici locali.

Questa volta senza bisogno di salire a bordo di un fastoso quanto pittoresco panfilo reale, bensì occupando le grigie stanze del Ministero dell’Economia: è lì che, a fine settembre 2011, l’allora ministro Tremonti ha chiamato a raccolta i grandi investitori italiani ed internazionali, il gotha del sistema bancario e delle investment banks globali per sottoporre loro una sorta di “Britannia 2”, ovvero un altro mastodontico processo di dismissione del patrimonio pubblico del Paese, questa volta totalmente incentrato sul patrimonio immobiliare demaniale e comunale e sulle utilities locali.
Piano ripreso con vigore dal successivo governo “tecnico” guidato da Mario Monti con l’obiettivo, naturalmente, di ridurre il debito pubblico e promuovere la crescita del Paese.
La stessa strategia seguita dai primi violini dell’orchestra, che continuarono a suonare mentre il Titanic andava inesorabilmente a sbattere contro l’iceberg.

"Un Primo Maggio stritolato dalle politiche della compatibilità di Cgil, Cisl e Uil". Intervista a Fabrizio Burattini

Fabrizio Burattini è membro dei direttivo nazionale della Cgil ed esponente dell'area programmatica "Rete 28 aprile".

“Primo Maggio sempre”, abbiamo detto e ripetuto. Primo Maggio, festa del lavoro. Ma che valore acquista in un momento in cui proprio a causa della crisi economica e finanziaria, il confine tra lavoro e non lavoro è sempre più evanescente?
Il primo maggio come è noto è iniziato come una giornata di lotta internazionale, di affermazione di una identità del mondo del lavoro dipendente che via via si è andata trasformando in una festa perché questa identità si è affermata con forza ed è diventata una delle feste laiche ‘comandate’, se così possiamo dire. Questo, parallelamente alla crescita della forza del movimento operaio che andato conquistando con forza in Europa spazi e diritti sempre più ampi. E, soprattutto, affermando un forte orgoglio dei lavoratori nel loro ruolo nella società.
Bene, ma ad un certo punto questa avanzata che doveva avere un esito si è arrestata, anzi ha arretrato, e di parecchio.
Poi è successo che il capitalismo ha mostrato ancora una volta il suo vero volto chiudendo la fase di compromesso sociale del dopoguerra e tirando fuori la faccia liberista ovvero tradizionale, delle sue origini direzionando il suo cammino nel trarre il massimo del profitto e dello sfruttamento dal lavoro. Il Primo Maggio dovrebbe tornare ad essere una giornata di lotta. Ma quello che è cambiato è il volto del movimento operaio organizzato. I grandi sindacati hanno, in modo indolore trasformato la loro funzione sociale da strumenti di autorganizzazione a strumenti di mediazione e, successivamente, finalizzati ad assorbire i colpi dell’avversario e a renderli più digeribili inibendo la capacità di reazione delle classi sfruttate.
Anche una festa simbolica come questa ha perso la sua capacità narrativa verso la società.
Tutto questo da noi ha significato la chiusura della stessa tradizione del Primo Maggio come giornata di lotta a giornata esclusivamente di festa come se gli aspetti di classe sparissero. La vicenda ventennale del concertone sta a dimostrarlo in modo emblematico. Questa giornata deve tornare ad essere una giornata di lotta per continuare ad affermare quei valori, principi ed obiettivi ch abbiamo sempre sottolineato. Il lavoro viene distrutto a piene mani perché la crisi distrugge i mercati e il capitalismo vuole produrre le stesse quantità di merci con meno lavoratori o lavoratori pagati con meno soldi. Ormai il lavoro è una merce che come le altre merci può essere spremuta fino all’inverosimile per trarre profitto.
Paradossalmente ambiente naturale e lavoro stanno subendo lo stesso trattamento, non trovi?
Sì, l’ambiente viene spremuto come il lavoro. E la sua qualità peggiora di giorno in giorno al solo scopo di massimizzare i profitti. In Italia il lavoro sta diventando una merce rara perché vale sempre meno. Con il pauroso incremento della disoccupazione, è chiaro che il Primo Maggio rischia di diventare davvero la festa del non lavoro.
Non credi che uno dei percorsi da reinventare sia quello della confederalità, cioè dell’unità dei lavoratori?
Quello che ha prevalso nel sindacato confederale è stata la logica delle compatibilità fin dagli anni settanta. Si riteneva di poter rivendicare ciò che era raggiungibile con poche spallate. Con questa logica le cose compatibili sono diventate sempre meno e sempre più piccole. Fino a sparire del tutto. Tutte le conquiste rischiano di essere incompatibili con il sistema economico così come è. Non c’è più un argine. Si è cominciato a cedere sulle conquiste già esistenti pensando che il ‘dito salvasse il braccio’ ma in realtà è successo il contrario. In questo senso l’idea dell’estensione dei diritti che il mondo del lavoro aveva è stata un’idea rapidamente accantonata dal sindacato. Come dimostra la vicenda dell’estensione dell’articolo 18, non passato al referendum, anche se ben undici milioni di elettori hanno detto si, nonostante il fuoco di fila contro chi propagandava l’estensione, il non aver raccolto questo risultato e aver avuto un atteggiamento ambiguo ha aperto un crinale verso il basso. L’estensione dei diritti è stata rapidamente archiviata. Ricordo che solo fino a pochi anni fa tra gli obiettivi della Cgil c’era la legge trenta e oggi quest’obiettivo è assolutamente sparito dal suo programma, assolutamente archiviato.
Oggi la Cgil sbandiera il risultato unitario sacrificando di fatto il diritto di sciopero e l’autenticità del voto democratico dei lavoratori. Che fase si apre a questo punto?
La Cgil dopo il periodo di transizione di Epifani, con la direzione di Susanna Camusso fin dall’inizio ha imboccato la strada di una ricostruzione dell’unità con Cisl e Uil. In realtà la Cgil ha sempre avuto bisogno di un riferimento esterno a lei, data la sua sfiducia nelle lotte del mondo del lavoro. Per un attimo nei mesi scorsi si è aggrappata all’illusione che il governo Bersani gli cavasse le castagne dal fuoco, ovvero l’aiutasse ad uscire dal guado. Non c’è alcun governo Bersani e il governo Letta è a forte impronta liberista, e condizionato dai berlusconiani che imporranno l’agenda e gli obiettivi di fondo. Quindi la Cgil ha cercato un altro appiglio, ovvero l’unità sindacale. Un rilancio non praticato più in sordina ma apertamente con l’obiettivo di chiudere la stagione degli accordi separati. Ed è quello che è stato tentato con l’accordo del 28 giugno 2011. Ora sarà difficile avere l’abrogazione dell’articolo 8 con questo governo. Dopo tanti anni si è svolta la riunione degli esecutivi unitari che è sostanzialmente una santificazione della linea unitaria dell’accordo con Squinzi, che dovrebbe arrivare ilo 6 maggio.
E’ un buon accordo secondo te?
E’ un accordo che nella linea del 28 giugno va verso una maggiore certificazione della cosiddetta rappresentatività ma che sostanzialmente esclude poi da ogni possibile diritto sindacale chi non accetta i contenuti dell’accordo. Questo è uno dei principi già applicati negli accordi di Pomigliano e Mirafiori che la Fiom ha osteggiato.
Oggi però la Fiom sembra d’accordo.
Perché Fiom, e anche Gianni Rinaldini, hanno deciso di accettare? Perché fanno un bilancio della battaglia fatta dal 2010 ad oggi, e probabilmente la giudicano fallimentare. Avendo paura dell’isolamento che si è andato via via costruendo scelgono di partecipare alla battaglia per la leadership in Cgil. Questo aspetto è addirittura prevalente sull’altro. Landini ritiene che la leadership di Camusso sia barcollante e quindi pensa di candidarsi a sostituirla. Per il momento allinea la sua posizione a quella della maggioranza, evocando però una gestione diversa, più combattiva, radicale e classista, ma seguendola sulla linea compatibilista. Queste sono le ragioni del formale riavvicinamento.
Perché parli di un bilancio fallimentare?
Se il bilancio della battaglia fatta dopo l’ultimo congresso è fallimentare è perché la battaglia non è stata fatta. Fin dall’inizio si sono tentati tutti i possibili accomodamenti anche con alleanze spurie con settori di sindacati che poi hanno abbandonato la minoranza per tornare con la maggioranza. Quella bandiera è stata raccolta da una parte della ex minoranza che ha una forza ridotta e tenta di riannodare i fili con la base.
Parte di minoranza che con Cremaschi ha vissuto proprio in questi giorni un vero e proprio atteggiamento di apartheid.
Il nostro antagonismo nei confronti della linea della Cgil ha trovato una concretizzazione simbolica nell’esclusione del nostro coordinatore Giorgio Cremaschi dagli esecutivi unitari di Cgil, Cisl e Uil. Solo perché ha chiesto di poter intervenire nella riunione, del tutto celebrativa, è stato alzato e portato di peso fuori. Il rischio è che l’esclusione di Cremaschi sia l’espulsione dei bisogni del mondo del lavoro, e della stessa democrazia, da quel consesso sindacale.

Dovete morire prima. La Sicilia apre la corsa

Non è gratificante avere ragione su certe cose. Ma "dovete morire prima" è l'obiettivo delle politiche di taglio della spesa pubblica. In Sicilia, quindi, si eliminano i fondi per le cure di "fine vita" ai malati di tumore inoperabili.

Sintetizzare certe decisioni come "politiche criminali" - e crimogene - ci è costato qualche critica. Ma la realtà quotidiana, tra suicidi e tentati omicidi, ci dà fin troppe conferme. Ora siamo arrivati al dunque. Ricordate le polemiche di destra e cattoliche contro l'eutanasia - nei casi in cui o il paziente stesso finché era in condizioni di intendere e volere, oppure i parenti più stretti dopo anni di mantenimento in vita forzato - e le grida agli "assassini che voglio staccare la spina"?
Bene. La differenza c'è ed è abissale: chi sostiene, noi compresi, la libertà di scegliere la morte, sostiene una libertà fondata sulla consapevolezza individuale e sui limiti della scienza attuale. Nel tagliare invece la spesa sanitaria, invece, si pratica una "eurtanasia di massa" CONTRO la volontà dei pazienti. Tra suicidio individuale e stragi di massa, nella Storia, ce ne corre...

Qui sotto vi proponiamo l'articolo http://palermo.blogsicilia.it che dà conto dela decisione della giunta regionale siciliano guidata da Crocetta.

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Stop alle cure oncologiche di fine vita, la Sicilia azzera i fondi

Manlio Viola
Stop alle cure ai malati oncologici terminali. La Sicilia non finanzierà più le così dette “cure palliative” o di “fine vita” abbandonando a se stessi i malati terminali che negli ultimi anni avevano potuto contare su cure per accompagnarli verso l’irreparabile limitando il dolore e garantendo loro una accettabile qualità della vita nella fase terminale e una “dignità” negli ultimi mesi di esistenza.

La Commissione bilancio ha, infatti, azzerato i tre capitoli di spesa che era dedicati alle sovvenzioni alle tre associazioni no profit che si occupano di questi malati attraverso assistenza domiciliare e attraverso la gestione di specifiche aree para ospedaliere.

Si tratta, complessivamente  di 505 mila euro, poco più di mezzo milione. i riferimenti sono a tre capitoli di spesa, uno da 70 mila euro, un secondo da 231 mila euro ed un terzo da 204 mila euro. tutti sono adesso “per memoria” ovvero non c’è un soldo.

Bilancio di tagli, dunque, e a farne le spese sembra siano non solo precari, forestali ed enti locali anche anche l’assistenza diretta e indiretta. Persone che non possono scendere in piazza a difendersi e che vengono abbandonate a se stesse negli ultimi mesi di vita.

La trappola dell’euro di Enrico Grazzini, Micromega


È necessario ricominciare a discutere in profondità dell'euro e delle sue conseguenze, partendo innanzitutto da un fatto: criticare l'euro non significa affatto essere anti-europei. Anzi è vero il contrario. L'euro sta spaccando l'Europa, mettendo i paesi del Nord contro i paesi del Sud e viceversa. Ma è possibile uscire dalla moneta unica una volta che ci siamo entrati?
 
Enrico Letta ha appena ottenuto la fiducia bipartisan da parte della destra e del centrosinistra in nome della necessità di uscire dalla crisi seguendo la strada fallimentare tracciata dall'euro a guida tedesca. La sinistra ha invece (per fortuna) rifiutato questa politica economica negando il voto di fiducia al governo. Letta è un appassionato seguace della moneta unica. Già nel 1997 scrisse per Laterza un saggio intitolato (purtroppo profeticamente) “Euro sì. Morire per Maastricht”. Oggi il suo governo promette di farci uscire dalla crisi ma “morire per l'euro”, come recita il saggio di Letta, potrebbe essere il vero risultato. Letta sosteneva già nel 1997 che gli italiani devono essere pronti a sacrificarsi in nome di Maastricht, la cittadina che ha dato i natali all'euro tedesco. Il dilemma insolubile che si porrà di fronte al governo Letta è abbastanza semplice: è impossibile rilanciare l'economia e l'occupazione e contemporaneamente ridurre drasticamente il debito pubblico, come obbligano i vincoli dettati dalla moneta unica euro-tedesca. Da Keynes in poi sappiamo che in tempi di crisi è puro populismo promettere di tagliare la spesa pubblica e rilanciare l'economia.

Letta ha ricevuto dal presidente Giorgio Napolitano il mandato esplicito di fare rimanere a tutti i costi l'Italia nell'eurozona, ma sa perfettamente che l'euro, la moneta unica di marca tedesca, è la causa principale della attuale crisi italiana ed europea. Nutre la speranza, o meglio l'illusione (come del resto prima Pier Luigi Bersani), di avere sufficienti margini di manovra all'interno di questa eurozona guidata dal governo di centrodestra di Angela Merkel. Negozierà lievi modifiche al patto di stabilità: ma la Merkel e la Bundesbank spingono l'acceleratore verso l'austerità, non verso il rilancio dell'economia. Vogliono riscuotere rapidamente i loro crediti, anche a costo di rovinare la costruzione dell'Unione Europea.

In questo contesto anche il Financial Times non prevede buone novità per il governo Letta. Scrive Wolfgang Munchau sul FT del 28 aprile [1]: “paradossalmente la sola maniera di rendere sostenibile la posizione attuale dell'Italia nell'eurozona consiste, in linea di principio, nella capacità di essere pronti a lasciare l'euro. Se invece, per principio preso, il governo italiano scarta questa opzione, aumenta davvero per l'Italia la probabilità di uscire dall'euro, perché ci sarà una minore pressione sui paesi dell'eurozona nell'attuare i cambiamenti necessari”.
Il governo di Mario Monti era filosoficamente e politicamente in piena sintonia con il governo di centrodestra della Merkel. Letta dovrebbe invece minacciare l'uscita dall'euro o un cambio radicale della politica tedesca verso l'Europa. Ma per farlo occorrerebbe avere una statura di statista e una visione lucida della realtà europea che Letta, pronto a morire per Maastricht, quasi certamente non ha.

La camicia di forza dell'euro

Ormai è abbastanza chiaro che l'euro è una camicia di forza e che, come hanno deciso per esempio la Svezia e la Danimarca, avremmo fatto meglio a non rinunciare alla nostra sovranità monetaria per inseguire la disciplina tedesca. La costruzione dell'Europa unita non passa per l'euro, che anzi rovina la cooperazione europea. Ma è possibile uscire dalla moneta unica una volta che ci siamo entrati? E' certamente molto difficile tornare alla lira. Sarebbe preferibile tentare di ribaltare la politica dell'euro, contrastando finalmente con forza e convinzione la politica neoimperialista della Bundesbank e della signora Merkel. Ma è davvero possibile contrastare l'egemonia tedesca sull'euro? O non è anche questa una pura illusione? Un fatto è certo: l'euro e la politica europea sono e saranno il problema centrale della politica e dell'economia italiana. Disgraziatamente però in Italia il problema dell'euro non viene quasi mai discusso nei suoi termini reali, cioè radicali, come è radicale e verticale la crisi che stiamo vivendo. Appare molto probabile che, nonostante qualche auspicabile successo tattico, il giovane Enrico Letta sarà del tutto accondiscendente verso le richieste del governo tedesco e della Troika (BCE, FMI, UE). Letta confermerà che bisogna sacrificarsi in nome dell'euro, che occorre (contro)riformare l'economia nazionale, deregolamentare ancora di più il mercato del lavoro per diventare più competitivi, sbriciolare lo stato sociale, senza prevedere cambiamenti sostanziali sul fronte europeo e tedesco.

Ma il problema è più generale. Pochissimi in Italia osano criticare una moneta unica disegnata a immagine e somiglianza del marco. In generale la cultura italiana – a differenza di quella degli altri paesi europei, che sono assai più laici, critici e concreti – è assurdamente deferente nei confronti dell'euro. La popolazione è molto più critica degli intellettuali italiani, ipnotizzati dal mito dell'unità europea. Paradossalmente il centrosinistra è più osservante verso il dogma dell'euro tedesco della destra. Ed è strano come anche buona parte della sinistra (poco) alternativa italiana, al di là delle lamentele e della retorica contro l'austerità e delle blande ricette di riforma che propone, non comprenda fino in fondo la gravità della crisi in corso, e la trappola dell'euro. La sinistra sembra essere a metà del guado, come direbbe Joseph Stiglitz [2]. Non basta accontentarsi delle deroghe ai piani di austerità accordate di volta in volta gentilmente dalla Germania e dall'Unione Europea. Le vere questioni sono altre: a chi giova la moneta unica? è possibile cambiare dalle fondamenta l'architettura dell'euro? L'euro è sostenibile o la rottura è inevitabile? Come uscire dalla trappola? Se non si risponde a queste domande siamo condannati a navigare tra gli scogli di Scilla e Cariddi, e andremo a sbattere [3].

Il mito dell'euro e il presidenzialismo

Gli economisti italiani critici verso la moneta unica sono pochi. Invece a livello internazionale molti economisti nutrono forti dubbi che l'euro sia sostenibile [4]. In tutti i più autorevoli giornali del mondo si discute della crisi che sta rovinando l'Europa, e forse l'economia mondiale, e di come sia possibile, se non probabile, che alcuni paesi siano costretti a fuoriuscire dall'euro e che l'intera costruzione monetaria di 17 paesi europei crolli. Ne parlano da anni quasi ogni giorno il Financial Times, l'Economist, il Wall Street Journal, Le Monde, ed economisti premi Nobel, come Stiglitz e Paul Krugman, ma molto raramente ne scrivono i giornali italiani (purtroppo compresi quelli di sinistra). L'adesione passiva all'euro per i politici italiani – e per gran parte degli intellettuali italiani - è scontata e indiscutibile: solo Grillo e Berlusconi,e forse anche parte della Confindustria, hanno (giustamente) dei dubbi -. La sinistra italiana, a parte poche eccezioni, è abbagliata dall'euro, perché scambia l'euro con l'Europa.

I maggiori quotidiani nazionali criticano la politica d'austerità, la contrazione dei crediti bancari, il fallimento delle piccole e medie aziende, la disoccupazione dilagante, ma si guardano bene dal criticare la subordinazione italiana alla gestione neocolonialista dell'euro a guida tedesca. Anche perché dovrebbero fare autocritica per il fatto che da vent'anni esaltano dogmaticamente e in maniera del tutto pregiudiziale il mito della moneta unica, in nome della quale hanno chiesto pesanti sacrifici agli italiani.
E i politici italiani, sia di destra che purtroppo di gran parte di centrosinistra, vorrebbero addirittura modificare la Costituzione per instaurare un presidenzialismo autoritario con l'obiettivo di imporci con la forza i sacrifici per restare nell'euro! Chi sarà il nuovo De Gaulle italiano? Il giovane Renzi o il giovane Letta, o il vecchio Berlusconi? Molto meglio la repubblica democratica parlamentare!

La bersanomics e l'euro

Di fronte all'euro il centrosinistra e anche la sinistra italiana mancano (per usare un eufemismo!) della necessaria lucidità d'analisi: seguono una sorta di bersanomics, cioè una politica economica che cerca sempre di essere moderata, compatibile e responsabile, anche quando non è possibile esserlo. Una politica riformista senza nessuna rottura non è possibile, come paradossalmente scrive anche il Financial Times. Del resto Pier Luigi Bersani, leader della coalizione di centrosinistra, prima delle elezioni, per accreditarsi come premier affidabile di fronte alla comunità finanziaria mondiale, in una intervista al Wall Street Journal aveva già garantito di aderire completamente e senza condizioni alle politiche d'austerità imposte dall'euro chiedendo solo promesse su futuri investimenti della UE [5]. Sembra che finora gran parte sinistra italiana si sia fidata del suo acume. Ma sappiamo come Bersani abbia fallito. Con l'abbraccio mortale a Berlusconi e Monti, la politica del centrosinistra è suicida sul piano politico ed elettorale: ma la bersanomics, accomodante e passiva verso i diktat tedeschi, è altrettanto fallimentare in campo internazionale. Occorre rivedere completamente la nostra visione, e non credere che la soluzione della crisi riposi nel buon cuore della Merkel e della Bundesbank. La classe dirigente tedesca persegue il suo interesse e noi dovremmo cercare di fare il nostro. Gli economisti di sinistra – vedi per esempio il think tank italiano Sbilanciamoci.info - dovrebbero prendere atto che per tentare di guarire con successo una malattia (economica) che avanza e peggiora, c'è bisogno di elaborare cure nuove e radicali, altrimenti il Paese muore.

L'euro contro l'Europa
E' necessario ricominciare a discutere in profondità dell'euro e delle sue conseguenze, partendo innanzitutto da un fatto: criticare l'euro non significa affatto essere anti-europei. Anzi è vero il contrario. L'euro sta spaccando l'Europa, mette i paesi del Nord contro i paesi del sud, e mette i lavoratori del sud contro quelli del Nord e viceversa. L'euro non rappresenta per nulla l'unione dei popoli, ma la sottomissione delle economie periferiche all'economia tedesca e del nord Europa. L'euro non è l'Europa: dieci paesi dell'Unione Europea sono fuori dall'euro, per loro fortuna! come la Svezia e la Polonia, e ovviamente la Gran Bretagna. Occorre finalmente riconoscere che l'euro è contro l'Europa unita e la cooperazione europea, e che quindi non ci fa sacrilegio se si critica l'euro in maniera laica e argomentata, proprio come fanno il Financial Times e George Soros che di finanza se ne intendono.

Avanziamo alcune considerazioni per capire come è nata la moneta unica e come si può uscire dalla trappola dell'euro. L'euro è nato con il Trattato di Maastricht, già definito “stupido” da Romano Prodi. E' possibile una buona moneta unica in Europa? Secondo la teoria economica, no! Infatti l'Europa non è, secondo gli economisti, un'area valutaria ottimale, cioè non è un'area in cui sia possibile introdurre una valuta unica valida per tutti i paesi, a differenza degli Stati Uniti [6]. Se l'Europa non è attualmente un'area valutaria ottimale, allora un sistema di cambi flessibili è meglio della moneta unica. Del resto già nel 1992 l'Italia e la Gran Bretagna furono costrette a sganciarsi dal Sistema Monetario Europeo che anticipava l'euro. L'euro è nato male.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: flessibilità di prezzi e salari, mobilità dei fattori di produzione, integrazione delle politiche fiscali e convergenza dei tassi di inflazione. Questi fattori mancano attualmente nell'eurozona. Non c'è un unico mercato del lavoro e i prezzi divergono. Il bilancio federale degli Stati Uniti è pari al 40% del bilancio pubblico totale, e il governo federale americano interviene automaticamente in caso di crisi coprendo fino al 40% dei deficit dei singoli stati. Per questi motivi se la California va in deficit il dollaro non trema, e gli Stati Uniti non si dissolvono. Ma il bilancio dell'Unione Europea è pari all'1% circa del PIL degli stati membri, è minimo, ed è impiegato soprattutto per l'agricoltura. L'Unione Europea non ha una politica fiscale, non interviene in maniera automatica e solidale per coprire i deficit temporanei dei singoli stati. Figuriamoci se la Germania o la Finlandia e gli altri paesi europei sono disposti a finanziare il bilancio centrale dell'Unione Europea perché possa coprire automaticamente i deficit dei paesi e delle aree deboli! Allo stato attuale è pura illusione!

Inoltre l'eurozona non emette titoli eurobond simili ai titoli del tesoro degli Stati Uniti; l'eurozona non ha neppure una banca centrale abilitata a coprire, quando occorre, i deficit dei singoli paesi membri, comprando i loro titoli pubblici; al contrario la FED americana compra regolarmente i titoli del tesoro americani (che coprono a loro volta i deficit dei singoli stati). Grazie all'euro (che di fatto è una sorta di marco tedesco imposto a tutti) i debiti dei paesi europei sono come debiti in valuta estera: i governi europei sotto la moneta unica non possono più svalutare per rilanciare la loro economia.

Paesi creditori e paesi in debito
In queste condizioni, l'unione monetaria tra paesi forti e deboli comporta sistematicamente il dominio crescente di quelli più forti e competitivi (in particolare della Germania) sui più deboli: i primi hanno surplus commerciali, e quindi riserve da prestare ai paesi che comprano i loro prodotti; i secondi invece accumulano deficit commerciali e debiti per coprirli. E' il crescente surplus commerciale della Germania, e sono i corrispondenti deficit degli altri paesi europei a creare la crisi dell'euro, e non solo, e non tanto, i debiti pubblici, come invece generalmente si sostiene. Germania, Belgio, Malta, Olanda, Finlandia, Lussemburgo sono i paesi dell'euro con una posizione patrimoniale netta internazionale positiva. Tutti gli altri paesi dell'eurozona hanno una posizione debitoria (l'Italia ha una posizione finanziaria netta negativa pari a circa 350 miliardi, il 20% del suo PIL) [7]. Senza valuta sovrana, gli stati in deficit possono solo dissanguarsi per onorare i debiti e/o andare in fallimento. L'Italia nel 1992, attaccata dalla speculazione, uscì dallo SME, svalutò la lira e si riprese senza eccessivi problemi: oggi non può più farlo!

Il cappio del Fiscal Compact
Con il fiscal compact la situazione è purtroppo destinata a peggiorare. Il trattato intergovernativo (al di fuori quindi dell'Unione Europea) firmato nel marzo del 2012 da tutti i paesi europei, con l'eccezione della Gran Bretagna e della repubblica Ceca - fortunati loro! -, costringe gli stati a rientrare rapidamente dal debito pubblico. Ogni stato dovrebbe raggiungere in 20 anni un livello di debito pari al 60% del PIL e dovrebbe quindi sostenere un avanzo o un pareggio di bilancio.

Il fiscal compact – votato dal governo Monti e dai partiti di Berlusconi, Bersani e Casini – impone all'Italia di tagliare ogni anno per venti anni 45 miliardi circa di spesa pubblica (cioè pensioni, scuola, sanità, enti locali, ecc) che vanno ad aggiungersi ai circa 80 miliardi da pagare all'anno per gli interessi. Come ha spiegato lucidamente Luciano Gallino, per rispettarlo dovremmo fare manovre pari a circa 120 miliardi di euro [8]. Con il fiscal compact ogni politica di crescita è puramente illusoria, e senza crescita non potremo ripagare i debiti e ci dissangueremo. I nostri politici, di destra e di centrosinistra, proni ai diktat tedeschi, stanno accuratamente oliando la corda alla quale impiccarci. Occorre opporsi e riconoscere questi semplici ed evidenti fatti per cercare di comprendere come invertire radicalmente questa rotta nefasta.

Come uscire dalla trappola dell'euro

Come uscirne? Qui il dibattito della sinistra dovrebbe fornire delle soluzioni efficaci e originali. Per sdebitarci non dobbiamo svenarci e svendere la proprietà delle nostre aziende maggiori, dei nostri gioielli nazionali (Telecom per esempio se ne sta già andando), tagliare il welfare e gli stipendi. Dobbiamo fare valere da subito l'unica forza del debitore verso il creditore: la minaccia di non pagare se non vengono concesse nuove condizioni di pagamento. Potremmo certamente onorare i debiti, ma dovremmo dire con forza al governo tedesco che non possiamo morire sull'altare del debito e che, se la sua politica di iper-rigore non cambierà, potremmo essere costretti a uscire dall'euro, svalutare e ristrutturare i debiti, cioè non pagare più ai creditori tutto il dovuto. Se noi uscissimo dall'euro, tutto il sistema crollerebbe, e questo la Germania non se lo può permettere. Angela Merkel sa che non potrebbe permettersi l'uscita dell'Italia dall'Euro, il sistema tedesco ne uscirebbe rovinato e la sua politica ne uscirebbe distrutta.

Dobbiamo chiedere con forza al governo tedesco – che fa dumping economico e sociale costringendo milioni di suoi lavoratori a lavorare per 400 euro al mese senza contributi (i cosiddetti mini-job) – di concedere aumenti degli stipendi e dei consumi, in modo da aumentare la domanda di beni d'importazione, riequilibrare gli squilibri commerciali e rilanciare l'economia europea. Dovremmo imporre alla Germania di accettare un po' più di inflazione, al 4-5% annuo, per rilanciare l'economia e l'occupazione.

Come uscire dalla trappola dell'euro? La discussione è aperta e la sinistra dovrebbe elaborare delle proposte efficaci. Bisognerebbe innanzitutto abrogare il Fiscal Compact, o ridiscuterlo radicalmente. Forse si potrebbe affiancare all'euro, la moneta europea da utilizzare per le transazioni internazionali, una valuta nazionale per uscire dalla trappola della liquidità e rilanciare la domanda interna. Le alternative sono complesse ma esistono. Il nuovo governo – grazie anche allo scetticismo di Berlusconi sull'euro – potrebbe attivarsi per formare un fronte con i paesi del sud Europa, e possibilmente anche con la Francia di Francois Hollande sempre più indebitata, per abolire il fiscal compact. Forse si potrebbe minacciare di uscire dall'euro insieme agli altri paesi del sud Europa, e di creare una nuova moneta, un eurosud in contrapposizione all'euronord. O premere perché, al contrario, siano la Germania e i paesi del nord a uscire. L'euro così come è non può durare. Occorre reclamare, insieme con gli altri paesi sottoposti ai diktat tedeschi, un New Deal europeo per rilanciare l'intervento pubblico, la piena occupazione, la domanda e il mercato, e un’economia equa, verde e sostenibile. Solo così l'idea dell'Europa dei popoli può sopravvivere e prosperare. Ma bisognerebbe uscire dalla passività e dal moderatismo, e avere lucidità, determinazione e coraggio.


NOTE

[1] Financial Times 28 aprile 2013, Wolfgang Munchau “Letta needs to push banking union”
[2] Vedi Micromega da la Repubblica, 12 aprile 2013, Federico Rampini, intervista a Joseph Stiglitz, Più Europa o meno euro: l’Italia non può restare a metà del guado.
[3] Il Manifesto 12 marzo 2013 Enrico Grazzini, “Fiscal compact e pareggio di bilancio: tra Scilla e Cariddi”
[4] Gli economisti scettici sull'euro sono numerosissimi, di diverse tendenze (monetaristi e keynesiani), ideologie politiche (conservatori, progressisti e radicali) e nazionalità (anglosassoni, francesi, tedeschi, ecc). Ma sono pochi invece gli economisti italiani critici verso la moneta unica. Per citare solo i testi italiani più recenti critici verso l'euro, ricordiamo: Alberto Bagnai, “Il tramonto dell'euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa” Editore Imprimatur, 2012; Emiliano Brancaccio, Marco Passarella, “L'austerità è di destra. E sta distruggendo l'Europa” Il Saggiatore, 2012 ; Bruno Amoroso, Jesper Jesperson, “L' Europa oltre l'Euro : le ragioni del disastro economico e la ricostruzione del progetto comunitario”, Lit Edizioni, 2012; Loretta Napoleoni, “Democrazia vendesi - Dalla crisi economica alla politica delle schede bianche”, Rizzoli, 2013; intervista a Sergio Cesaratto di Angela Gennaro su Donne sul web “L'euro non si doveva fare. Sull'ipotesi di uscita dalla moneta unica si fa terrorismo”; Alfonso Gianni, Il Manifesto, “Il fiscal compact cancella la sinistra” 16 Settembre 2012
[5] Wall Street Journal, 9 dicembre 2012, intervista a Pier Luigi Bersani, “Italy's Bersani: We Will Respect EU Commitments"
[6]  Paul R. Krugman, Maurice Obstfeld, Marc J. Melitz “Economia internazionale”, edizione italiana a cura di Rodolfo Helg per Pearson Italia, 2012;
[7] Formiche, Maurizio Sgroi, “Gli eurodebiti e i venti piccoli indiani”, 26 marzo 2013,
[8] Luciano Gallino, La Repubblica, 8 gennaio 2013 “Il baratro fiscale dell'agenda Monti”

Parma, acceso l’inceneritore. Protesta ai cancelli dell’impianto: “Pizzarotti dov’è?”

Parma, acceso l’inceneritore. Protesta ai cancelli dell’impianto: “Pizzarotti dov’è?”Cinquanta manifestanti di Assemblea permanente no inceneritori hanno cercato di impedire l'accesso ai camion di rifiuti. Assenti sia l’associazione Gestione corretta rifiuti, che l'amministrazione 5 Stelle: "Si attaccano ai cavilli legali che non portano a niente: ma Grillo non disse in campagna elettorale che avrebbero dovuto passare sul corpo del sindaco?"

di ,Il Fatto Quotidiano
L’inceneritore di Parma ha cominciato a bruciare i primi rifiuti, ma a Ugozzolo a combattere sembrano essere rimasti in pochi. Nel giorno in cui era prevista l’accensione dell’impianto, una cinquantina di attivisti riuniti nella neonata Assemblea permanente no inceneritori, ha presidiato dall’alba i tre ingressi del Polo ambientale integrato con l’obiettivo di impedire l’arrivo dei camion con i rifiuti. Con loro però non c’erano i membri dell’associazione Gestione corretta rifiuti, che da anni si oppongono all’inceneritore, né il sindaco Federico Pizzarotti, che in campagna elettorale aveva promesso di bloccarlo.
“Dov’è il sindaco? Dove sono i rappresentanti del comitato Gestione corretta rifiuti?” hanno chiesto da dietro uno striscione con la scritta “no inceneritore” i manifestanti, che già nei giorni scorsi avevano organizzato una protesta a Ugozzolo. “Grillo in campagna elettorale aveva detto che per accendere l’inceneritore avrebbero dovuto passare sul corpo di Pizzarotti. Ma ora dov’è? – ha detto Luigi Iasci – Vogliamo il suo corpo qui davanti, perché mettere i nostri corpi qui è l’unico modo per chiudere l’inceneritore. I cittadini hanno detto, votando Pizzarotti, che non vogliono il forno. Accenderlo è una decisione che va contro la democrazia“.
A nulla però è servita quest’ultima battaglia, perché i camion di rifiuti a Ugozzolo ci erano già arrivati tra venerdì e sabato, come si è scoperto in tarda mattinata. Una rivelazione che ha acceso ancora di più le polemiche verso Iren e anche verso l’amministrazione Pizzarotti. “Questo fa capire come Iren si comporti in merito alla trasparenza, visto che tiene nascoste le cose anche ai cittadini – ha detto Iasci – Anche la politica però ha una responsabilità forte, perché l’amministrazione non ha fatto nulla per svelare il silenzio di Iren. Il Comune si affida ai cavilli legali e alle carte, ma non si è espresso in nessun modo. Siamo noi la vera espressione di democrazia dal basso”.
Pizzarotti da Ugozzolo non è passato, anche se i manifestanti lo aspettavano, ma dal Municipio l’assessore all’Ambiente Gabriele Folli ha promesso di chiedere spiegazioni a Iren sull’avvio dei test sui rifiuti, di cui non era informato: “Non è giunta nessuna comunicazione in tal senso alla data di venerdì 26 aprile né dalla Provincia né dal gestore dell’impianto, così come non è stato inviato, seppure sollecitato più volte, il verbale della Conferenza dei servizi di mercoledì 24 aprile”. Per questo al Paip c’erano anche ambientale funzionari del servizio Ambiente del Comune insieme alla polizia per “verificare e verbalizzare le procedure connesse all’avvio temporaneo di 50 ore di incenerimento con rifiuti di cui lo stesso Comune ha appreso notizia dalla stampa locale”.
Nei giorni scorsi a tentare di fermare il conto alla rovescia all’accensione era stato anche l’avvocato no termo Arrigo Allegri, presente al presidio. Il legale aveva presentato un esposto alla Procura e una lettera alle istituzioni in cui denuncia le prescrizioni non rispettate da Iren, rilevate anche dai tecnici del Comune. Tra queste, la mancanza del certificato di agibilità dell’impianto e il boschetto “mangia polveri”, che al momento non è ancora cresciuto intorno al forno, oltre al permesso di costruzione che sarebbe scaduto.
Tutte opposizioni che però non hanno intimidito la multiutility, che per non perdere gli incentivi statali aveva come obiettivo l’accensione dell’impianto entro il 30 aprile. La comunicazione dell’esito positivo della messa a punto del sistema impiantistico a caldo con la combustione dei primi rifiuti è arrivata da Iren nella tarda mattinata di lunedì. L’entrata in funzione a tutti gli effetti è prevista il 18 maggio, a quasi un anno esatto di distanza dall’elezione a sindaco di Pizzarotti, che aveva promesso che a Ugozzolo il forno non avrebbe mai cominciato a bruciare.

Un altro passo verso il precipizio di Jacques Sapir

L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.

Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.

La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.


Infatti, secondo paese della zona Euro, la Francia, grazie alla forza dei suoi consumi, aveva fino a questi ultimi mesi scongiurato il peggio per l'area dell'Euro. Ma se i consumi francesi continuano a contrarsi al ritmo seguito fin da gennaio, le conseguenze saranno significative, in Francia e nei paesi limitrofi, prima di tutto in Italia e in Spagna.


Una politica che ha condotto l'Europa in una situazione di stallo

Questo deterioramento generale della situazione economica pone apertamente il problema dell'austerità adottata da tutti i paesi, dal 2011, a partire dalla Grecia che c'era stata costretta dall'Unione europea, seguita da Portogallo e Spagna. Ma la volontà tedesca di continuare lungo il percorso di questa politica è innegabile, ed è stata recentemente ribadita. Perché, allora, tale caparbietà? Ci sono anzitutto evidenti interessi che spingono la Germania a difendere questa politica «austeritaria».

L'area dell'euro porta alla Germania circa 3 punti di PIL all'anno, sia attraverso il surplus commerciale, che viene realizzato per il 60% a scapito dei suoi partner nell'area dell'euro, sia attraverso gli effetti indotti delle esportazioni. Possiamo quindi capire perfettamente che, stante queste condizioni, la Germania tiene all'esistenza dell'area Euro. Tuttavia, se Berlino volesse che la zona euro funzionasse come dovrebbe, accetterebbe la transizione verso un esteso federalismo di bilancio e  un sistema di trasferimenti nell'Unione. Questa è un’evidenza nota agli economisti, e non solo. Nel mese di ottobre 2012, durante il Valdai Club, il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che un'Unione monetaria non poteva operare come un paese eterogeneo senza un potente federalismo di bilancio.

Ma se la Germania dovesse accettare questo federalismo, dovrebbe accettare quindi un trasferimento di una parte significativa della sua ricchezza ai suoi partner. Solo per la Spagna, la Grecia, l'Italia e il Portogallo, i trasferimenti necessari per sistemare le economie nei confronti della Germania e della Francia sarebbero tra i 245 e 260 miliardi di euro, ossia tra 8 e 10 punti di PIL all'anno, e questo per almeno dieci anni. Un tale livello di trasferimenti (non è impossibile che sia ancora più elevato) è assolutamente esorbitante. La Germania non ha i mezzi per pagare tale somma senza mettere a rischio il proprio modello economico e distruggere il sistema pensionistico.

La Germania ha quindi voluto mantenere i benefici dell'Eurozona, ma senza pagarne il prezzo. Ecco perché sempre, infatti, ha rifiutato l'idea di una “Unione di trasferimento”. Anzi, il problema non è tanto ciò che “vuole” o “non vuole” la Germania; l’importante è ciò che può sopportare. Ed essa non può sopportare un prelievo dall'8 al 10% delle sue ricchezze. Smettiamo quindi di pensare che "la Germania pagherà", antica antifona della politica francese risalente al trattato di Versailles nel 1919, e guardiamo in faccia la realtà. La Germania ha già notevoli riserve sull’Unione bancaria, che aveva accettato con riluttanza nell'autunno del 2012. Con la voce del suo ministro delle finanze, ha appena dichiarato che si dovrebbero modificare i trattati esistenti perché questa unione bancaria possa vedere la luce. È certamente possibile modificare le fonti dei trattati, ma tutto il mondo sa che ci vorrà del tempo. In altre parole, la Germania rinvia al 2015 e molto probabilmente al 2016 l'entrata in vigore dell’Unione bancaria, di cui ha anche ridotto largamente il campo di applicazione. Possiamo anche considerare che gli argomenti della Germania riguardo la "costituzionalità" dell’Unione bancaria siano pretesti. Può essere, ma la signora Merkel ha alcune buone ragioni per voler garantire la perfetta legittimità dei testi.  La recente creazione del nuovo partito euroscettico 'Alternativa per la Germania', un partito che i sondaggi vedono attualmente al 24% delle intenzioni di voto, è una minaccia credibile per gli equilibri politici in Germania.

In queste condizioni, possiamo ben capire che non c'è nessun'altra scelta per la Germania che non sia difendere una politica di austerità per l'area dell'Euro, nonostante le conseguenze economiche e sociali assolutamente catastrofiche che crea questa politica. Da qui a credere che la Germania voglia "espellere" i paesi del "Sud" dell'Europa, la strada è lunga. Semplicemente, essa non può pagare per gli altri. Da questo punto di vista, attribuire un cosiddetto “piano segreto” alla signora Merkel sul tema e credere che qualcuno possa condurre un'eroica battaglia per mantenere questi paesi nell'eurozona, è una di quelle sontuose sciocchezze di cui  alcuni politici hanno il segreto.

Ma c’è effettivamente una dimensione ideologica, presumibilmente “fondata”  sulla teoria economica.


L'origine della politica dell’austerità

L'antifona che l’onere del debito comprometta la crescita, e che solo una politica di austerità sia in grado di alleviare il peso di questo debito, è parte dell’apparente evidenza contenuta nella "saggezza delle nazioni". Questa cosiddetta evidenza aveva trovato una forma di giustificazione in un testo pubblicato da due noti autori  (uno dei quali era capo economista dell’FMI): Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Le conclusioni di questo testo, che è stato successivamente pubblicato, erano che oltre un rapporto debito-PIL del 90%, l'impatto del debito è molto negativo sulla crescita. La conclusione era ovvia: è necessario intervenire se si sono raggiunti tali livelli. Questa è la logica adottata dalla gestione di Jean-Marc Ayrault in Francia chenella seconda metà del 2013 va rafforzando l’austerità fiscale e di bilancio. Ad ogni modo, tutto ciò è in contrasto con tutta una serie di studi che indicano che l’austerità ha conseguenze drammatiche sulla crescita. I riferimenti sono presenti su questo blog. Ma i fautori dell'austerità a oltranza potevano sempre affermare che, qualunque fossero le conseguenze dell'austerità, l'imperativo del debito rappresentava una vera priorità per ritrovare la crescita. Questo è proprio il discorso tenuto da François Holland e Jean-Marc Ayrault.

Si dà il caso però che questo documento contenesse degli errori significativi, rivelati in uno studio  scritto da tre economisti, un caso, questo, che ha provocato una certa agitazione nel piccolo mondo  accademico. In primo luogo, Reinhart e Rogoff hanno arbitrariamente escluso alcuni anni dal campione che hanno creato e che avrebbe dovuto coprire il periodo 1946-2009. Tre importanti paesi sono stati così esclusi negli anni dell'immediato dopoguerra: l'Australia, il Canada e la Nuova Zelanda. Ora, in questi tre paesi  si ha allo stesso tempo un rapporto di debito elevato e un tasso di crescita elevato. Inoltre, i due autori dello studio di  riferimento hanno dato un peso ai loro dati in un modo molto curioso, che porta, ancora una volta, a ridurre l'influenza sui calcoli dei paesi in cui  sono presenti un grande debito pubblico e una forte crescita. Infine, la replica dei calcoli dello studio originale fatta dai tre economisti mostra che si è verificato un errore non trascurabile in uno dei fogli Excel utilizzati da Reinhart e Rogoff . Il risultato è che Herndon, Ash e Pollin concludono che i paesi con un rapporto debito PIL oltre il 90% hanno avuto storicamente una crescita del 2,2%, e non una decrescita dello 0,1%, come affermato da Reinhart e Rogoff .

L'errore sul file di Excel è sicuramente quello che ha provocato più commenti, ma in realtà è un errore minore. Per contro, l'omissione di certi paesi in certi momenti e i pesi utilizzati, sono indici di gran lunga più gravi che Reinhart e Rogoff hanno "arrangiato" i loro calcoli per ottenere risultati in linea con la loro ideologia. Questo getta un dubbio ben più profondo riguardo ai metodi di alcuni economisti e sulla serietà delle persone che li seguono.


Le conseguenze disastrose delle politiche di austerità

Tutti i paesi, uno dopo l'altro, hanno intrapreso politiche di svalutazione interna suicida, politiche che sono gli equivalenti delle politiche di deflazione degli anni '30 che portarono Hitler al potere. Così è in Spagna e in Grecia, con disoccupazione e austerità devastanti. Ma le conseguenze non si limitano a questo. Infatti, la politica di austerità sta mettendo un popolo contro l'altro. Il paradosso qui è totale. L’Europa, ai sensi dell'Unione europea, che di solito si presenta come un fattore di pace sul continente, è ormai diventata un fattore di aggravamento di conflitti e di rinascita di vecchi odi.

Nel caso della Francia, sono chiare le conseguenze dell'austerità. Se si vuole assolutamente ridurre il costo della manodopera nel tentativo di ripristinare la competitività dell'industria senza svalutare, è chiaro che ci vorranno prestazioni sociali e salari più bassi. Ma allora sono i consumi, che già si restringono come vediamo oggi, che crolleranno. Inevitabilmente ne vedremo le conseguenze sulla crescita; oggi le stime più credibili indicano che per l'economia francese l'anno 2013 si tradurrà in stagnazione, nella migliore delle ipotesi, e in una contrazione dello 0,4% del PIL, nell’ipotesi più probabile. Le ultime proiezioni IMF mostrano prospettive di crescita significativamente ridotte per il 2013. Una differenza di - 0,4% del PIL tra le previsioni fatte nel mese di gennaio e quelle fatte nel mese di aprile è in realtà molto significativa sulla traiettoria che stiamo seguendo.



Il risultato sarà ovviamente un aumento significativo della disoccupazione. Se vogliamo abbassare i costi del lavoro del 20%, probabilmente dovremo aumentare la disoccupazione della metà, arrivando oltre il 15% della popolazione attiva, o 4,5 milioni di disoccupati ai sensi della categoria «A» nell'OSA e 7,5 milioni per categorie A, B e C, comprendenti tutte le categorie di disoccupati. Inoltre, nell'area dell'euro, già la Spagna e l'Italia competono con la Francia nella deflazione salariale. Quindi dovremmo fare meglio di Madrid e Roma, ossia raggiungere non il 15% ma il 20% di disoccupazione. Quale politico se ne assumerà la responsabilità? Quali saranno le conseguenze politiche?

Inoltre, e in maniera inquietante, i profitti del business e degli investimenti produttivi si stanno sgretolando. Questo implica che l'ammodernamento dell'apparato produttivo sarà ritardato e che quanto guadagniamo, se del caso, con le politiche di svalutazione interna, lo perderemo in produttività.
Source: INSEE

Per ora i nostri dirigenti, in particolare in Francia, fanno spallucce. Il Presidente della Repubblica, François Hollande, ripone tutte le sue speranze in un'ipotetica ripresa degli Stati Uniti per alleggerire il peso del fardello dell'austerità. Egli ha tuttavia già ammesso che questo potrebbe non verificarsi nella seconda metà del 2013, come aveva annunciato fin dall'inizio, e ha spostato la sua previsione all'inizio del 2014. Ma, come l'orizzonte che fugge davanti a colui che cammina, la ripresa degli Stati Uniti continua a spostarsi in avanti.

È un'illusione credere che la domanda estera arriverà a salvarci. La crescita degli Stati Uniti è molto inferiore a quanto previsto, e il FMI corregge verso il basso le previsioni a riguardo. Quanto alla crescita cinese, questa sta rallentando mese per mese. François Hollande spera che saremo salvati dalla cavalleria; ma la cavalleria non arriverà, o, come i tragici giorni del giugno 1940, arriverà “troppo poco, troppo tardi”.

Aggiungiamo che i calcoli fatti dal governo sul 2014 mancano singolarmente di affidabilità. Il governo mantiene il suo obiettivo per il 2014 al 2,9% del rapporto deficit/PIL. Tuttavia, questo nel 2013 sarà non il 3% ma il 3,7% (al meglio) o il 3,9% (al peggio). Una riduzione dello 0,8 - 1% del disavanzo significa una politica di tagli o l'emergere di nuove risorse fiscali per 16 - 20 miliardi di euro. Ma questa pressione fiscale, dato un moltiplicatore della spesa pubblica  che molto probabilmente è 1.4 (se non di più), si tradurrà in un calo dell'attività economica tra 22,4 e 28 miliardi.

Questo si tradurrà in una diminuzione delle entrate fiscali da 10,3 a 12,9 miliardi di euro. Il guadagno totale delle misure di bilancio o fiscale sarà quindi tra 5,7 a 7,1 miliardi. Se il governo intende realizzare a tutti i costi l'obiettivo di disavanzo che si è prefissato, deve ridurre la spesa o aumentare i prelievi di 45 miliardi di euro e non di 16 miliardi come previsto inizialmente. Ma questo prelievo del 2,25% del PIL si tradurrà quindi in un calo dell'attività economica intorno al 3,1%. Sapendo che la previsione di crescita fatta dal governo è + 1,2% di PIL nel 2014, questo si tradurrà, se la previsione è affidabile, in una recessione del -1.9% del PIL. Se si considera semplicemente una contrazione della spese o un aumento delle imposte da 16 miliardi, l'effetto negativo sulla crescita sarà "solo" di 22,4 miliardi, o 1,1 per cento del PIL, e ci sarà nel 2014 una crescita del + 0,1% del PIL, con un deficit pari al 3,5%. Questi calcoli mostrano bene l'inutilità delle politiche di austerità nelle attuali condizioni, come confermato da un recente studio di Natixis che tuttavia tiene conto di un moltiplicatore della spesa pubblica dell'ordine di 1, mentre noi crediamo che il valore del moltiplicatore sia piuttosto quello di 1.4 per la Francia di oggi.

Più che mai, si pone la questione della sopravvivenza dell'eurozona. Le tendenze alla sua frammentazione stanno ormai aumentando. Vediamo che i problemi dei paesi molto diversi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia convergeranno a breve termine, probabilmente nel corso dell'estate 2013. In questi paesi la crisi fiscale (Grecia, Italia), la crisi economica, la crisi bancaria (Spagna, Italia) si stanno ormai sviluppando in parallelo. Pertanto è altamente probabile che avremo una violenta crisi nell'estate del 2013, o all'inizio dell'autunno. È il momento di regolare i conti. L'Euro non ha indotto la crescita sperata quando è stato creato. Ora è un cancro che corrode parte dell'Europa. Se vogliamo salvare l'idea europea c'è ancora tempo, ma la dissoluzione dell'eurozona deve essere rapidamente decisa. Questa soluzione si imporrà come un’evidenza schiacciante e dovrà riunire i responsabili delle varie formazioni politiche. Tuttavia, bisogna agire rapidamente. Ancora una volta, il tempo non aspetta.

Lingua Letta, lingua morta di Franco Arminio, Umbrialeft.it


In Parlamento ogni volta che la telecamera inquadrava qualche deputato regolarmente si vedeva che stava guardando il telefonino. Il discorso del resto non sembrava rivolto ai parlamentari rivolti in aula. Per fare le cose che Letta ha indicato ci vorrebbe un governo di cento anni. E invece sarà una storia di pochi mesi. E in questa storia ci sono parole prese quasi tutte da un corso di economia aziendale. Me lo sono segnate via via che le pronunciava. Sapevo che non sarebbero arrivate parole a me care. L’Italia è una terra di montagne e paesi. E queste tre parole sono mancate. Niente terra, niente montagne, niente paesi. Non ho sentito nessun riferimento alla crisi ecologica del pianeta, nessun riferimento alla cultura. Mi pare che abbiamo al governo un diligente applicato di segreteria. Il preside è il Cavaliere, è lui che decide cosa fare. Dall’altra parte c’è un partito che deve ancora decidere cosa essere.
Letta è un democristiano del terzo millennio. Il suo pensiero, come quello della maggioranza dei suoi colleghi, è tutto chiuso nella religione dominante, quella del denaro. L’Europa e la crescita sono il suo binario, ma è chiaro che si tratta di un binario morto. Non ha fatto nessun riferimento alla miseria spirituale dilagante, non ha fatto nessun riferimento allo sfaldamento della comunità. È la lettura del mondo fatta da un uomo cresciuto nei palazzi del Potere, un uomo che sembra non aver mai camminato su un sentiero di campagna. Una lingua col profilattico, astrattamente concreta, lontana da qualsiasi tensione mitica e mistica. Un uomo senza utopie che parla a una nazione concepita come un insieme di interessi economici. Questo è il danno più grande della politica, ben oltre le note e annose ruberie. Una politica che elenca politiche mai realizzate, che ha una visione piccola della vita. Nell’elenco delle parole lettiane che seguono sono tante le parole che non troverete. Non c’è Dio, non c’è la morte, non c’è la poesia. Non troverete la citazione di uno scrittore, di un’artista, di un filosofo. Come se nel bene e nel male l’Italia fosse solo una questione politica. Insomma, non sanno fare neppure la cornice e pretendono di fare il quadro. Anche se il suo governo riuscisse a farci diventare più ricchi della Germania, io penso che siamo di fronte a una storia misera e minima.
Abbiamo bisogno di una lingua emozionata ed emozionante e invece il verbo è questo: Presidente della Repubblica, momento eccezionale, emergenza, volontà di servizio e senso di responsabilità, costituzione, situazione economica grave, finanza pubblica, vincoli, strategie, crescita, risanamento finanza pubblica, sviluppo, governo europeo ed europeista, integrazione, intese, sostegno, elaborazione, risanamento, politiche per la ripresa, crescita, coesione, ripartire, conti pubblici, incentivi, provvedimenti, crescita economica, meccanismi virtuosi, banche, imprese, attori economici, crescita, produttività, competitività, arena globale, investimenti, regole e incentivi, imprenditori italiani e stranieri, strumenti, defiscalizzazione, salari, peso fiscale, costo del lavoro, incentivi monetari, imprenditorialità, fare tesoro, spirito imprenditoriale, investire, politica industriale moderna, piccole e medie imprese, motore dello sviluppo, alta tecnologia, ottica organica, processo di integrazione, la burocrazia, snellire le procedure, equità, attrarre investimenti, valorizzare, inadempienze, classi dirigenti, la questione del lavoro, crescita non fine a stessa, crescita, rifinanziamento, imprese e lavoratori, innovazione, debiti, ostacoli burocratici, spirito d’impresa, economia, vita economica, crescita del paese, obiettivi europei, crescita della persona, welfare universalistico, ammortizzatori sociali, precari, valorizzare, ricostruzione, autocritica, innovazione, partecipazione, trasparenza, autorevolezza del potere, legge elettorale, competenze, percorsi, decisioni, procedure, coesione nazionale, patto di fiducia, convergenza, politica, politiche, ruolo del parlamento, forze politiche, regole, processo costituente, veti, contrapposizioni, prese di posizione, riforma, convenzione, principi, democrazia governante, ridurre i costi, responsabilità, ottica di alleanza, maggioranze ampie e coese, mercato unico, rilancio, equilibri mondiali, politica comune, processi globali, rinnovato impegno, forze armate, soluzione equa e rapida, economia, esportazione, sfida, decisioni, proposte, obiettivo complessivo, l’Europa e la crescita, la crescita e l’Europa.

Il Harakiri del Partito democratico di Dino Greco, Liberazione.it


La Repubblica, intesa come quotidiano, per anni mentore (non proprio occulto) del Pd, maitre a penser del suo gruppo dirigente, sembra essersi accorta – o, per lo meno, sembra essersene accorto il suo direttore - che quello consumatosi con l’alleanza fra Democratici e Destra berlusconiana è un vero disastro politico-culturale-ideale. Non, ovviamente, per entrambi gli schieramenti convolati a giuste nozze, poiché il Pdl – e Berlusconi in modo speciale – ottiene un risultato eclatante: la “costituzionalizzazione” dell’anomalia che da vent’anni ammorba la democrazia italiana, facendo di questo Paese il brodo di coltura di avventure reazionarie, voraci istinti predatori delle classi dominanti, occupazione dello Stato da parte di una casta politica autoreferenziale, corrotta e corruttrice.
E’ la sinistra – quella che come tale si spacciava, o veniva presentata, nel discorso pubblico - ad essersi liquefatta. La verità è che già nell’incubatrice che ha tenuto a battesimo la formazione del Partito democratico era evaporato ogni residuo retaggio della cultura comunista, rimossa, abiurata e persino vilipesa, dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione sovietica, da parte di quel gruppo dirigente che già nei primi anni Ottanta prevaleva contro Berlinguer e la sinistra interna del Pci.
Quello che è successo in seguito non è stato altro che la progressiva rinunzia ad una cultura autonoma, ad un “punto di vista” non subalterno sulla realtà, ad una scelta di campo e di rappresentanza sociale del lavoro. L’approdo ad un’ideologia interclassista, espressione di una concezione dei rapporti sociali riplasmata sul liberalismo (appena mascherata da un’estetica socialdemocratica) era cosa scontata.
L’apprendistato del governo bipartisan guidato per un anno intero da Mario Monti subisce ora una naturale metamorfosi nella sua forma matura e perviene – non certo come un incidente della Storia - al “governissimo”, cioè ad un’intesa politica organica, di giorno in giorno esaltata dai suoi attori protagonisti e da un giornalismo corrivo, dedito alla piaggeria e alla genuflessione verso il potere.
La differenza fra Pd e Pdl, già assottigliatasi per la comune fratellanza liberal-mercatista e per la condivisione delle politiche monetariste e di austerity, ora tende a scomparire.
Si consolida, invece, una solidarietà di ceto, mallevadore e officiante autorevole Giorgio Napolitano.
Questo esito apre sì un vulnus, ma soltanto in settori della base del Pd, storicamente abituata a rinculare nel fideismo e a bere come “oggettivamente necessarie” le scelte più discutibili del suo gruppo dirigente.
Vedrete che non si dividerà, Il Pd. Per la semplice ragione che troppa strada è stata percorsa su quel piano inclinato, spesso ruzzolando, dai suoi capataz, centrali e periferici.
Potrà invece verificarsi un’emorragia, nella sua base militante e nella sua area di consenso elettorale, verso sinistra. A patto che da queste parti si apra un discorso serio, capace di rimettere insieme ciò che un’inestinguibile vocazione alla diaspora ha sino ad ora teso a separare.

1° Maggio in Italia: les syndicat c'est moi!

I direttivi riuniti di Cgil, Cisl e Uil, che dovevano limare la decisione definitiva suille "regole della rappresentanza", negano la parola a Giorgio Cremaschi, membro del Direttivo Cgil. Lui occupa il palco e loro staccano la luce...
 
La testimonianza di Cremaschi sulla sua espulsione: "Mi hanno spinto giù dal palco"

Nella mia lunga esperienza sindacale non mi era mai capitato di vivere in prima persona la scena madre del film 'L'uomo di marmo'.. Ora mi è successo. Ero sfuggito alle maglie strette della selezione preventiva di coloro che avevano diritto a partecipare alla riunione degli esecutivi CGIL CISL UIL. Su circa 150 persone ero la sola in dissenso con la proposta sulla rappresentanza illustrata dalla relazione di Bonanni.
Ho pertanto presentato la mia regolare richiesta di intervento, a cui non ho avuto alcuna risposta da una presidenza che guardava le nuvole. Allora, conclusa la relazione sono intervenuto con una mozione d'ordine, chiedendo di sapere se il dibattito era aperto a tutti i partecipanti che formalmente ne avevano il diritto oppure no.(...)
Angeletti mi ha risposto a nome di tutta la presidenza di no, parlavano solo gli oratori concordati preventivamente dalle segreterie... A questo punto ho detto che fare una riunione sulla democrazia ed escludere preventivamente chi è in dissenso, anche se avrebbe tutti i diritti di intervenire, è una precisa rappresentazione di ciò che si vuole fare.
Ero solo in quella sala a non essere d'accordo, che paura avevano di sentire le mie ragioni per 5 minuti? Ma non volevano proprio sentirle e quando la mia indignazione mi ha spinto a dire alle loro facce ipocritamente sorridenti che si dovevano vergognare e che in fondo la loro intolleranza corrispondeva a quello ha stavano decidendo sulla rappresentanza, cioè la cancellazione del dissenso, sono esplosi.
Ho visto una mano che cercava di staccare la corrente dal microfono, mentre diversi segretari confederali mi si avvicinavano e cominciavano a spingermi giù dal palco, uno di loro mi sussurrava di preoccuparmi per la mia salute. Interveniva il servizio d'ordine che a spintoni mi accompagnava fuori dalla porta della sala. Se non fossimo stati in una riunione degli esecutivi CGIL CISL UIL si sarebbe detta una scena di violenza.
Ripeto io avevo formale diritto a parlare in quella sala, ma quel diritto non mi è stato negato per caso.
L'accordo sulla rappresentanza che CGIL CISL UIL stanno definendo con la Confindustria è infatti un brutale atto di normalizzazione autoritaria delle relazioni sindacali. Esso stabilisce che il diritto alla rappresentanza ce l'hanno solo coloro che preventivamente accettano quell'accordo. Cioè puoi partecipare alla misurazione della rappresentanza e alle elezioni delle rsu solo se accetti la flessibilità e le deroghe ai contratti e soprattutto se ti impegni a non scioperare se in disaccordo. Esattamente quanto è avvenuto alla Fiat di Marchionne, che ora viene esteso a tutti.
La nuova rappresentanza sindacale seleziona preventivamente chi ha il diritto alla democrazia e chi no. È il tavolo che che decide chi rappresenta i lavoratori e non sono i lavoratori che scelgono chi li rappresenta al tavolo.
È come se la riforma elettorale del governo Letta stabilisse che alle prossime elezioni politiche potranno partecipare solo coloro che votano oggi la fiducia al governo delle larghe intese. Non vorrei che l'accordo sindacale gli suggerisse l'idea.
D'altra parte tutto questo è in perfetta sintonia con l'impianto politico del governo appena varato, in un certo senso ne rappresenta il versante corporativo. CGIL CISL UIL e Confindustria varano oggi il governissimo delle parti sociali. Ma il fatto più grave non è neanche questo. Il fatto più grave è che chi non è d'accordo non ha più né diritto di parola né diritto di rappresentanza.
Questo è il fatto enorme, enorme è la sopraffazione che si sta organizzando e che, come sempre, per riuscire ha bisogno del silenzio. Che viene alimentato dalla solita stampa di governo, che ora esalta la ritrovata unità sindacale. Quando invece quella di oggi è l'esatto opposto della unità sindacale degli anni 60 e 70. Quella apriva la via alle conquiste del lavoro e della democrazia, quella includeva. Questa subisce e accetta le regole imposte dal mercato e dalle imprese, riduce la democrazia, esclude.
Per questo bisogna fare tacere ogni voce di dissenso.
L'accordo sulla rappresentanza è troppo scandaloso perché lo si conosca veramente. Deve passare attraverso la rappresentazione politica mediatica che ne cancella i contenuti reali. Le voci fuori dal coro sono pericolose...qualcuno potrebbe accorgersi che il re è davvero nudo.
Per questo non ci fermeremo e continueremo a spiegare con tutte le forze che abbiamo cosa è davvero il porcellum sindacale e perché bisogna combatterlo.
 

 

1° Maggio in Bangladesh di Vijay Prashad, Counterpunch.org

Mercoledì 24 Aprile, il giorno dopo che le autorità bengalesi hanno chiesto ai proprietari di evacuare la loro fabbrica di indumenti che dava impiego a quasi tremila lavoratori, l'edificio è crollato. L'edificio, Rana Plaza, situato nel sobborgo Dhaka di Savar, produceva vestiti per la catena di prodotti che si estende dai campi di cotone del Sud Asia attraverso i lavoratori e le macchine del Bangladesh fino ai punti vendita nel mondo occidentale. Molti marchi famosi erano cuciti quì (tra le aziende italiane la Benetton, ndr), così come lo sono i vestiti che sono appesi agli scaffali satanici di Wal-Mart. I soccorritori sono stati in grado di salvare duemila persone da quando questo articolo è stato scritto, confermando che oltre trecento sono morti.

I numeri finali sono destinati a crescere. Vale molto la pena menzionare che il bilancio delle vittime nell'incendio dell'industria Triangle Shirtwaist a New York del 1911 era 146. Il bilancio delle vittime qui è già due volte tanto. Questo "incidente" arriva 5 mesi dopo (24 Novembre 2012) l'incendio della fabbrica di indumenti Tazreen che ha ucciso almeno 112 lavoratori.

La lista degli "incidenti" è lunga e dolorosa. Nell'Aprile 2005, una fabbrica di indumenti a Savar è crollata, uccidendo 75 lavoratori. Nel Febbraio 2006, un'altra fabbrica è crollata a Dhaka, uccidendone 18. Nel Giugno 2010, un edificio è crollato a Dhaka, uccidendone 25. Queste sono le "fabbriche" della globalizzazione del ventunesimo secolo -rifugi costruiti poveramente per un processo di produzione assemblato attraverso lunghe giornate lavorative, macchinari di terza mano, e lavoratori le cui stesse vite sono sottomesse agli imperativi della produzione just-in-time.

Nello scrivere riguardo al regime di fabbrica in Inghilterra durante il diciannovesimo secolo, Karl Marx ha evidenziato “ma nella sua cieca irrefrenabile concupiscenza, nella sua fame da lupo-mannaro affamato di lavoro extra, il capitale oltrepassa non solo la morale, ma anche i limiti massimi meramente fisici della giornata lavorativa. Usurpa il tempo per la crescita, lo sviluppo e la sana cura del corpo. Ruba il tempo richiesto al consumo di aria fresca e luce solare …. Tutto ciò che gli interessa è semplicemente e solamente il massimo della forza lavoro che possa essere fornita in maniera continua durante la giornata lavorativa. Consegue questo scopo, accorciando l’estensione della vita del lavoratore, come un avido agricoltore strappa alla terra un incremento della produzione riducendo la sua fertilità.” (Il Capitale, capitolo10).

Queste fabbriche del Bangladesh sono parte del paesaggio della globalizzazione che è imitato nelle fabbriche lungo il confine USA-Messico, ad Haiti, in Sri Lanka, e in altri posti che hanno aperto le loro porte all'uso furbo delle industrie di indumenti del nuovo ordine di produzione e di commercio degli anni 90. Nazioni silenziose che non avevano né la volontà patriottica di combattere per i propri cittadini né alcuna preoccupazione per la debilitazione a lungo termine del loro ordine sociale sono corse a dare il benvenuto alla produzione di indumenti.

I grandi produttori di indumenti non volevano più investire in fabbriche - sono diventati sub-appaltatori, offrendo margini molto ristretti di profitto e quindi forzando a dirigere le fabbriche come campi di prigionia del lavoro. Il regime del sub-appalto ha permesso a queste aziende di negare ogni colpa per quello che era fatto dai reali proprietari di queste piccole fabbriche, permettendo loro di godere dei benefici di prodotti economici senza avere le loro coscienze macchiate dal sudore e dal sangue dei lavoratori. Ha anche permesso ai consumatori nel mondo occientale di comprare una vasta quantità di merce, spesso con un consumo finanziato dal debito, senza preoccuparsi dei metodi di produzione. Uno scoppio occasionale di sentimenti liberali si voltava contro questa o quella compagnia, ma non c'era una complessiva rivalutazione del modo in cui i tipi di bene della catena di Wal-Mart hanno fatto normali i generi di pratiche di affari che hanno provocato questa o quella compagnia.

I lavoratori del Bangladesh non sono stati così proni come i consumatori nel mondo occidentale. Già nel Giugno 2012, migliaia di lavoratori nella zona industriale di Ashulia, fuori Dhaka, hanno protestato per salari maggiori e migliori condizioni di lavoro. Per giorni e giorni, questi lavoratori hanno chiuso 300 fabbriche, bloccando l'autostrada Dhaka-Tangali a Narasinghapur. I lavoratori guadagnano fra i 3000 taka (35$) e i 5.500 taka (70$) al mese; essi volevano un aumento fra i 1500 taka (19$) e 2000 taka (25$) al mese. Il governo ha mandato tremila poliziotti per sorvegliare il luogo, e il primo ministro ha dichiarato, con offerte per calmare gli animi, che avrebbe affrontato a fondo il problema.
Fu istituito un comitato di 3 membri, ma niente ne uscì di sostanziale .

Cosciente della futilità di negoziati con un governo subordinato alla logica della catena di produzione, a Dhaka è esplosa la violenza con l'emergere di sempre più notizie dall'edificio Rana. I lavoratori hanno chiuso l'area della fabbrica intorno a Dhaka, bloccando le strade e colpendo le auto. L'ottusità della Bangladesh Garment Manufacturers Assotiation (BGMEA), aggiunge fuoco alla rabbia dei lavoratori. Dopo le proteste a Giugno, il capo della BGMEA Shafiul Islam Mohiuddin ha accusato i lavoratori di essere coinvolti in "qualche tipo di cospirazione". Ha spiegato che non c'è"nessuna logica per aumentare i salari dei lavoratori". Questa volta il nuovo presidente della BGMEA Atiqul Islam ha suggerito che il problema non era la morte dei lavoratori o le condizioni misere nei quali i lavoratori lavorano ma "il disordine nella produzione è dovuto a agitazioni e hartals (scioperi)". Questi scioperi, ha detto, sono "solo un altro colpo pesante al settore tessile". Non c'è da stupirsi se coloro che hanno occupato le strade hanno così poca fiducia nei sub-appaltatori e nel governo.

I tentativi per cambiare significativamente la condizione dello sfruttamento sono stati sventati da una pressione coordinata del governo e dai vantaggi del delitto. Qualunque decenza si nasconda nel Labour Act del Bangladesh viene eclissata da un debole rafforzamento da parte del Inspections Department del Ministero del Lavoro. Ci sono solo 18 ispettori e assistenti per monitorare 100.000 fabbriche nell'area di Dhaka, dove sono situate la maggior parte delle fabbriche di indumenti. Se viene riscontrata un'infrazione, le multe sono troppo basse per generare qualunque riforma. Quando i lavoratori provano a formare unioni, la dura risposta dall'amministrazione è sufficiente a ridurre i loro sforzi. L'amministrazione preferisce le esplosioni anarchiche di violenza alla ferma consolidazione del potere dei lavoratori. Di fatto, la violenza ha portato il governo del Bangladesh a creare una Crisis Menagement Cell e una Polizia Industriale non per monitorare le violazioni delle leggi lavorative, ma per spiare gli organizzatori dei lavoratori. Nell'Aprile 2012, agenti della capitale hanno rapito Aminul Islam, uno degli organizzatori chiave del Bangladesh Center for Worker Solidarity. è stato trovato morto pochi giorni dopo, con il corpo con evidenti segni di tortura.

Il Bangladesh è stato scosso nei mesi scorsi con proteste oltre la sua storia - la terribile violenza fra i combattenti per la libertà nel 1971 da Jamaat-e-Islami portarono migliaia di persone a Dhaka e nello Shanbagh; questa protesta è stata trasformata in una guerra civile politica tra i due più grandi partiti, mettendo da parte le richieste di giustizia per le vittime di quella violenza. Questa protesta ha infiammato la nazione, che è stata al contrario abbastanza ottimista riguardo al terrore quotidiano contro i lavoratori del settore tessile. l' "incidente" dell'edificio Rana potrebbe fornire un cardine progressivo per un movimento di protesta che è altrimenti alla deriva.

Nel frattempo in occidente, la sottomissione alle guerre al terrorismo e sul declino nell'economia impediscono ogni genuina introspezione riguardo lo stile di vita che fa affidamento su un consumismo alimentato dal debito a spese dei lavoratori di Dhaka. Coloro che sono morti nell'edificio Rana sono vittime non solo dell'abuso dei sub-appaltatori, ma anche della globalizzazione del ventunesimo secolo.