lunedì 16 agosto 2010

I padroni e la crisi

«Andando in giro per l'Italia ascolto spesso rabbia, amarezza, incomprensione per quello che sta accadendo», ha detto amareggiata Emma Marcegaglia in una lunga intervista su Il Sole 24 ore. La presidente della Confindustria non è tenera con il governo che non governa più e Berlusconi ha stabilito un record «mondiale»: in poco poco più di 24 ore si è beccato le critiche del penultimo e dell'attuale presidente di Confindustria. Verrebbe da pensare che gli industriali non sono più dalla parte del cavaliere e della destra. Ma non è solo così.«Basta risse, servono riforme» è il titolo (molto preciso) dell'intervista nella quale Marcegaglia accusa il governo di non avere «visione strategica» mentre «occorre mobilitare più investimenti e rifare il fisco». Il tutto significa che la Confindustria batte cassa altrimenti è pronta a cambiare cavallo. E non sarebbe la prima volta. C'è una buona dose di opportunismo nel chiedere alla maggioranza di ricompattarsi, di smettere «di combattere una guerra civile senza vincitori» e di governare, ovviamente sulla base delle idee di Confindustria. Ma non è solo opportunismo quelle che emerge nelle richieste: c'è anche una reale preoccupazione sulle sorti dell'economia italiana. Che non va granché bene, come dimostrano i dati di Eurostat diffusi ieri.Un passo indietro: fino a ieri il governo ci ha ammorbato sostenendo (basandosi sul Pil nel primo trimestre) «che l'Italia stava meglio degli altri» solo perché nei primi tre mesi dell'anno il prodotto lordo era cresciuto dello 0,4%, contro lo 0,2% della Ue. Ci sarebbe piaciuto sapere cosa pensa il governo dei dati diffusi ieri, ma nessuno ha aperto bocca. D'altra parte non è facile commentare una crescita del Pil in Italia dello 0,4% contro l'1,0% della Ue e addirittura il 2,2% in Germania. Significa che l'Italia cresce a un ritmo inferiore del 60% a quello dell'Europa. E, tanto per ricordarlo, sul dato non ha ancora influito la manovra restrittiva varata dal governo.Stiamo messi male e in autunno è prevista un'ulteriore riduzione dell'occupazione e quindi dei redditi e dei consumi. Forse non ci sarà una nuova fase recessiva, ma certamente un forte rallentamento della crescita che coinvolgerà tutti i paesi. Per l'Italia questo non è buono: la caduta della domanda estera si rifletterà immediatamente sui livelli produttivi vista la pochezza dei settori tecnologicamente avanzati. Ma c'è un nuovo fronte che suscita preoccupazione: quello del debito pubblico che, sostiene Ugo Magri su La Stampa, Napolitano ha ben presente e che «impedirebbe» lo scioglimento delle camere. Argomento non nuovo: ne scrisse Der Spigel in aprile, sostenendo che entro il dicembre 2012 l'Italia deve rimborsare 612 miliardi di debito in scadenza; quasi 200 miliardi nel 2011; parecchi in gennaio. Una crisi politica farebbe schizzare il «rischio paese» costringendo l'Italia a pagare rendimenti molto alti che cancellerebbero i sacrifici della manovre 2011-2012. Anche perché - ha testimoniato ieri Bankitalia - le entrate tributarie stanno ulteriormente diminuendo alla faccia della lotta all'evasione: -3,2% nei primi 6 mese dell'anno.
di Galapagos
su il manifesto del 14/08/2010

venerdì 13 agosto 2010

CONFUSIONE DEMOCRATICA: DALLA VOCAZIONE “MAGGIORITARIA” ALLA VOCAZIONE A PERDERE SEMPRE E COMUNQUE

Non sarà ad agosto che il Partito Democratico riuscirà a recuperare l’inerzia di questi due anni. durante i quali non ha prodotto un’idea di governo né un’ipotesi di coalizione alternativa al centrodestra. Un’idea di governo non significa qualche proposta, per quanto apprezzabile, in campo economico. Non basta un piano anti Tremonti per succedere a Berlusconi. Come dimostra il fatto che ad un certo punto a Bersani è sfuggito di candidare proprio Tremonti. Successivamente dal PD sono venuti apprezzamenti ed inviti per Fini, Pisanu, Casini e, ieri, Montezemolo.
La sfavillante imbranataggine del PD l’abbiamo vista nel tentativo di evitare le elezioni. Considerate già perse. Bersani ha detto a gran voce di non credere ai sondaggi di Berlusconi, ma si è mosso come se ci credesse. Da qui la proposta di “governo di transizione”. Da qui il progetto di cambiare la legge elettorale per eliminare definitivamente il rischio di dover proporre una coalizione e candidarsi a governare.
Per sopravvivere ancora un po’ andrebbe bene se non Tremonti (perché non ci sta) almeno Pisanu. Un vecchio amico di Flavio Carboni per dimenticare il governo svergognato da Flavio Carboni. Originale.
Resta il fatto che le elezioni potrebbero essere inevitabili. Allora ci sarebbe Casini. L’ultima idea del PD che, a furia di moltiplicare pensatoi e scuole di politica, ha capito che, nel dubbio, un vecchio democristiano è sempre la soluzione migliore. Cercavano un “papa” straniero, si accontenterebbero di un bel prete.
Tra i democratici deve essersi diffusa un’amnesia. Non ricordano tutte le volte in cui Casini ha annunciato di voler distruggere il centrosinistra e voler succedere a Berlusconi nella guida dei moderati? Non ricordano nemmeno che alle regionali per fare posto alla UDC hanno dovuto cacciare la sinistra, e hanno perso. O lo ricordano e preferiscono il suicidio a Vendola?
Più di tutto però impazziscono per Fini. Hanno il sicuro fiuto di chi sceglie sempre il cavallo perdente. La conversione “socialista” del vecchio fascista li ha abbagliati. C’è un preoccupante precedente di percorso inverso, ma tranquilli. Era “il più grande statista del secolo” solo fino a qualche anno fa.

Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 13.08.2010

Mobilitare insieme tutte le opposizioni

La crisi politica interna alla maggioranza non si traduce ancora in crisi di governo, né è facile prevedere se ciò accadrà alla riapertura del Parlamento a settembre. Finora infatti la partita si gioca prevalentemente all'interno delle oligarchie al potere: il sistema politico di centro destra ma anche gruppi di potere finanziario e industriale, i quali sembrano preferire la continuità del governo Berlusconi-Bossi-Fini che finora è stato totalmente allineato alle posizioni e alle richieste del padronato, da Marchionne in giù. Lo stesso Berlusconi probabilmente non è del tutto sicuro dell'esito delle elezioni anticipate che pure minaccia, particolarmente con riferimento al voto per il Senato.
Molti, anche a sinistra, ritengono che in caso di crisi di governo sarebbe preferibile, rispetto alle elezioni anticipate, un governo variamente definito come tecnico o di transizione. Temono il rischio, altrimenti, di una nuova vittoria di Berlusconi. La preoccupazione non è priva di fondamento, ma la ricetta è sbagliata.
L'Italia non ha bisogno di indefinite transizioni, nelle quali inevitabilmente un peso dominante assumerebbero le tecnocrazie ansiose di continuare, e non certo di modificare e tantomeno invertire, le politiche economiche e sociali di Berlusconi e Tremonti.
La ricetta giusta è un'altra e richiede in primo luogo una capacità di mobilitazione unitaria da parte delle opposizioni. E' positivo che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, abbia per la prima volta indicato la volontà del suo partito di riunire le opposizioni per costruire, in caso di elezioni, un'alleanza di alternativa a Berlusconi e Bossi. La Federazione della sinistra ha assunto un'analoga posizione da qualche tempo e ribadisce la sua disponibilità a fare la propria parte.
Ma se si vuole evitare che la partita continui ad essere giocata solo all'interno delle oligarchie di potere, occorre che l'unità dell'opposizione si manifesti da subito, sin da settembre, in una mobilitazione unitaria che indichi la comune volontà di contrastare le politiche del governo sul piano sociale, sul piano della difesa della costituzione democratica, sul piano dell'etica pubblica e della questione morale. Su questi tre grandi temi una mobilitazione unitaria delle forze di opposizione consentirebbe, da un lato, di rendere evidenti le ragioni vere per le quali è giusto che questo governo vada a casa, dall'altro, sarebbe la premessa per rendere chiare le motivazioni di un' alleanza democratica alternativa al governo delle destre, pronta ad affrontare le elezioni politiche unendo quella maggioranza di italiane e di italiani che non vuole che Berlusconi, Bossi e Fini continuino a governare colpendo i fondamenti della nostra democrazia, i diritti sociali e del lavoro.
Cesare Salvi, coordinatore Federazione della Sinistra

DOPPIA RECESSIONE

L'economia del mondo capitalista non è, come si vuol far credere, in una fase di ripresa, ma si trova in un pantano che genera nuovi elementi di crisi. Negli Stati uniti si parlava di doppia recessione da almeno un mese. Ora la banca federale (Fed) conferma che il sistema è in stallo, rendendo attuale una nuova recessione. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna. Un ulteriore elemento negativo proviene dalla Cina, nella forma di un forte aumento del surplus con l'estero. Pechino continua dunque a detrarre dalla domanda mondiale malgrado importi massicciamente dal Giappone, dalla Corea e dalla Germania.Per l'Europa, dove con la caduta della produzione industriale a giugno la ripresa francese sta scemando, lo stallo americano è un fatto molto grave. L'Ue non può contare sulla crescita cinese perché, a conti fatti, la Cina importa per aumentare la sua competitività estera e quindi la sua capacità di catturare domanda mondiale. Al suo interno l'Europa non ha niente su cui poggiare, avendo spento le fonti attive di domanda. I redditi dei salariati e dei pensionati sono in calo, l'occupazione si frammenta in sottoccupazione comprimendo ulteriormente il salario, la spesa pubblica è in crisi, non per il debito, ma per le politiche di decurtazione delle spese volute da Merkel e veicolate dalle istituzioni europee.E le imprese? Quelle che vanno bene incamerano profitti senza investire ed assumere, quelle in crisi non possono che aggravare la situazione. In tale contesto l'Europa si trova di fronte al riemergere, questa volta simultaneamente, della crisi finanziaria e reale. Da ambo i lati dell'Atlantico si è cercato di coprire le tare delle banche. A Washington hanno escogitato le aste truccate di prodotti tossici, mentre Francoforte ha cercato di spazzarli sotto il tappeto, vedi gli imbrogli tedeschi sugli stress test. In entrambi i casi si presupponeva che la ripresa reale avrebbe alla fine portato a dei profitti finanziari effettivi, mentre le tare sarebbero state corrette con l'introduzione di nuove regole e norme. È evidente che tutto ciò è pura aria fritta. L'allontanamento dell'uscita dal tunnel implica l'allungamento del medesimo, poiché marciume finanziario e crisi della domanda si stanno cumulando.La crisi si manifestò tre anni fa. Da allora nessuna dirigenza dei maggiori paesi capitalistici si è mostrata capace di affrontarla alle radici. Hanno regalato soldi alle banche e - negli Usa ed in Australia - poco più. In Italia assolutamente nulla. Questa classe dirigente ha perso legittimità morale e politica.
di Joseph Halevi, Il Manifesto 12.08.2010

Sempre con Fiat. La tattica del nuovo Bonanni

La Cisl teme la globalizzazione più di Sergio Marchionne
Le polemiche sindacali sono spesso riservate a pochi addetti ai lavori, ma l’editoriale di Dino Greco su Liberazione di ieri ha il pregio di chiarire, a modo suo, il tema di questi giorni: “Il repellente servilismo di Bonanni”. Bastava accendere il televisore, mercoledì notte: su Rai3 il leader della Cisl spiegava perché la Fiat aveva deciso di fare ricorso per confermare tre licenziamenti punitivi annullati dal giudice, rassicurava che “in Italia i diritti sindacali sono solidissimi”, ricordava a tutti che quella del Lingotto è “un’azienda che si ricostruisce, che ha pronti nuovi modelli, che vuole investire 20 miliardi di euro in Italia”. Giorgio Cremaschi, ala intransigente della Fiom (i metalmeccanici della Cgil che hanno dato battaglia alla Fiat di Sergio Marchionne nella vicenda di Pomigliano d’Arco) constata: “E’ un dato di fatto, quando noi attacchiamo la Fiat, poi Bonanni va in tv a difenderla”. Perfino Europa, quotidiano che una volta faceva capo alla Margherita e ora è il termometro dell’area popolare-cattolica del Pd, si chiedeva pochi giorni fa in un editoriale: “Ma Bonanni fa ancora il sindacalista?”. In quelle ore qualcuno faceva circolare l’indiscrezione – o la calunnia – che Bonanni fosse pronto a lasciare la Cisl per andare al ministero dello Sviluppo economico, al posto di Claudio Scajola.
L’avvento di Berluschionne
Cremaschi ha trovato un suo personale artificio retorico per spiegare alle colombe della Cgil il rischio-Bonanni: “Nel capo della Cisl si conciliano la linea aziendalista di Marchionne e l’attacco ai magistrati e alla giustizia tipico di Silvio Berlusconi, come dimostra il sostegno alla riforma del mercato del lavoro che vuole sostituire gli arbitri ai giudici del lavoro”. Un “Berluschionne” da far impallidire il “D’Alemoni” inventato da Giampaolo Pansa, per raccontare l’inciucio D’Alema-Berlusconi. Prova dell’esistenza del “Berluschionne” sarebbero le dichiarazioni di un paio di giorni fa di Bonanni. “Tutti gli scioperi nelle fabbriche Fiat sono stati un clamoroso insuccesso. E’ stato più clamore mediatico che un movimento vero”, poi l’applauso al Lingotto: “L’azienda fa bene a non farsi irretire dalla Fiom”. A voler cercare le basi storiche di questo atteggiamento verso la Fiat del “sedicente sindacalista”, come lo chiama Liberazione, si arriva al 2001. Le edizioni del Lavoro della Cisl pubblicano “Dentro la Fiat, il Sida-Fismic, un sindacato aziendale”, con prefazione del sociologo ed ex-sindacalista cislino Bruno Manghi. Una storia revisionista di Edoardo Arrighi che nella Fiat di Vittorio Valletta, alla fine degli anni Cinquanta, perseguiva la collaborazione con la dirigenza invece che lo scontro, rifiutando lo sciopero (anche nel giorno dell’attentato a Palmiro Togliatti) e diventando il leader dei crumiri. Per questo venne messo ai margini, lasciando la Cisl per fondare il Sida, Sindacato Italiano dell’Auto, ora Fismic. “Credo che Bonanni sia una degenerazione di quel sindacalismo aziendale”, dice Cremaschi.
La guerra di posizione
Però il “repellente servilismo” non è l’unica chiave di lettura della linea di Bonanni. Certo, a leggere le dichiarazioni di archivio sembra che sotto la sua guida la Cisl dica sempre “sì”: alla legge Biagi, alla privatizzazione di Alitalia con i suoi esuberi, al trasferimento della monovolume Fiat in Serbia da Mirafiori. Ma chi riesce a cogliere le sfumature del mondo cislino assicura che una strategia, o almeno una tattica, c’è eccome. Pier Paolo Baretta, già sindacalista della Cisl, ora è un deputato del Partito democratico. E spiega: “Alla guerra in campo aperto di stampo medievale della Cgil, la Cisl contrappone la guerriglia”. Il punto di partenza è lo stesso: c’è un problema con la globalizzazione (che rende possibile spostare le fabbriche dove il lavoro costa meno) e con il declino industriale dell’Italia. Il compito del sindacato non è più strappare concessioni “al padronato” ma difendere le conquiste del passato dall’assalto dei prodotti cinesi e dalla transizione, lunga, del sistema produttivo italiano dal Novecento al Ventunesimo secolo. In pratica la Cgil e la Fiom credono che si debba scavare una trincea e non arretrare, la Cisl – spiega Baretta – preferisce la “guerra di movimento”. Non si combattono le battaglie perse in partenza, si strappa quel che si può dove i lavoratori hanno ancora potere contrattuale e si cerca di farsi trovare pronti dove il sindacato può influire sulle scelte aziendali. Nel concreto questo si traduce nella linea morbida con la Fiat, perché altrimenti chiude gli stabilimenti in Italia e se ne va, e in quella dura con le Ferrovie dello Stato e la Telecom dove la politica conta ancora qualcosa e si può scioperare come in altri tempi. In sindacalese Baretta lo dice così: “Il padronato, le multinazionali e la finanza sono più avanti del sindacalismo che non riesce a formare una linea sovranazionale efficace”, come sarebbe per esempio la pressione per avere un contratto europeo dell’auto ed evitare la competizione tra operai campani e polacchi.Ma il 29 settembre, alla manifestazione di Bruxelles dei sindacati europei contro la gestione della crisi, la Cisl non ci sarà (e neppure la Uil). “E’ la dimostrazione che quello di Bonanni è il sindacato più a destra d’Europa”, deduce Cremaschi.
Da Il Fatto Quotidiano del 13 agosto 2010

giovedì 12 agosto 2010

Il repellente servilismo filopadronale di Raffaele Bonanni

La decisione con la quale il giudice del lavoro di Melfi ha reintegrato i tre lavoratori che la Fiat aveva cacciato per avere organizzato uno sciopero è un atto di giustizia di grande rilevanza per almeno due ragioni. In primo luogo perché spazza via l'equazione infamante in base alla quale Marchionne - col sostegno attivo di Emma Marcegaglia e Maurizio Sacconi, vale a dire della Confindustria e del Governo - ha cercato di assimilare una lotta sindacale ad un atto di sabotaggio. Non sarà sfuggito il sincronismo con cui la Fiat - che non fa mai nulla a caso - aveva assunto analoghi provvedimenti a carico di lavoratori di Termoli e di Mirafiori, nell'intento di scoraggiare sul nascere qualsiasi manifestazione di dissenso in qualsivoglia forma espressa. C'è ora da augurarsi che anche gli altri ricorsi presentati dalla Fiom siano premiati da analogo successo e che la martellante azione antisindacale scatenata dall'azienda di corso Marconi continui a trovare un contrasto efficace, almeno nelle sentenze che la magistratura pronuncia nel nome del popolo italiano, visto che non è concesso riporre speranze in un'opposizione parlamentare sino a ieri sedotta dai giochi di prestigio dell'amministratore delegato della Fiat. Il secondo motivo di soddisfazione riguarda il fatto che lo statuto dei lavoratori, la più importante delle leggi sul lavoro, una delle poche sopravvissute alla devastante controriforma politica di questi anni, continua a produrre la sua efficacia e corrobora gli sforzi impegnati dai lavoratori per impedirne la manomissione ed estenderne il campo d'applicazione. Chi invece mastica amaro per l'esito giudiziario di questa vicenda è Raffaele Bonanni, il quale va spiegando ai quattro venti che sì, la Fiat ha forse sbagliato, ma soltanto perché ha voluto replicare con eccesso di zelo all'estremismo conflittuale della Fiom, vera responsabile del clima che sta avvelenando i rapporti sociali in Italia. Dunque, secondo questo sedicente sindacalista, i lavoratori che a Melfi scioperarono - si badi, unitariamente - per contrastare l'intensificazione unilaterale dei ritmi di lavoro imposta dall'azienda mentre altri lavoratori della medesima erano collocati in cassa integrazione, stavano compiendo un gesto estremistico, causa vera e sostanziale della reazione un po' esagerata, ma in fondo comprensibile, del padrone. Ecco una manifestazione di repellente servilismo che i lavoratori, anche quelli iscritti alla Cisl, sapranno ben valutare
di Dino Greco
su Liberazione del 12/08/2010

mercoledì 11 agosto 2010

Lettera aperta ai segretari dei partiti dell'opposizione

Cari amici e compagni, penso che non si possa continuare a tergiversare.
A me pare del tutte evidente che la crisi interna al centro destra più che determinare la fine del berusconismo stia producendo un ulteriore imputridimento della crisi politica. Che i destini del governo e per certi versi della repubblica – visti i propositi anticostituzionali di Berlusconi – siano riassumibili nella diatriba legal giornalistica su un appartamento di Montecarlo non è null'altro che il segno di un degrado senza fine.
Nessuno può pensare che il fango tocchi solo gli altri. In questa Weimar al rallentatore che stiamo vivendo da anni lo schifo tocca in egual misura chi lo provoca e chi non è in grado di arrestarlo. Questa crisi ha indebolito il Berlusconi presidente del consiglio ma certo ha rafforzato il disgusto per la politica che milioni di italiani provano verso una classe dirigente che è incapace anche solo di ragionare sui temi che riguardano la vita quotidiana dei propri concittadini.
Non so se sarà ancora Berlusconi a beneficiare di questo degrado o se sarà qualcun altro ma so che la ricerca di uomini della provvidenza si è oramai drammaticamente generalizzata. La carica antidemocratica di questa domanda non sarà semplice da smaltire.
Quella odierna è la crisi della seconda repubblica, se ne può uscire con un ristabilimento della democrazia o con il suo ulteriore restringimento in senso antidemocratico. Per questo la proposta di un governo di garanzia a me pare oramai completamente inadeguata. Non l'ho mai condivisa ma ne potevo capire le ragione nelle settimane scorse. Vi pare seriamente che si possa continuare così ancora a lungo, in cui le destre ammorbano il panorama, la Lega si erge a paladina della moralità e il paese sprofonda dentro la crisi? Questo scenario potrebbe durare per mesi.
Vi pare possibile che lo sbocco di questo putridume sia un governo istituzionale frutto di una manovra di palazzo, privo di mandato democratico e che avrebbe probabilmente l'unico effetto di permettere a Berlusconi di dipingersi – una volta ancora – come vittima?
Vi scrivo per proporvi di cambiare registro, di prendere atto della gravità della situazione e del fatto che si per uscire da questo pantano occorre una proposta politica forte e netta. Si chiedano le elezioni anticipate per porre fine al degrado prodotto dal fallimento delle destre e si dia vita ad uno schieramento democratico con cui presentarsi alle elezioni. In questa situazione nessuno ha la bacchetta magica ma si può costruire un CLN basato su pochi punti chiari: la difesa della costituzione e il ristabilimento pieno delle regole democratiche, la modifica della legge elettorale in senso proporzionale, una politica sociale redistributiva. Smettiamola con questo impotente Aventino che da troppo tempo caratterizza l'opposizione.
Paolo Ferrero, Segretario Rifondazione Comunista – Federazione della Sinistra.
Pinerolo, 10/08/2010

domenica 8 agosto 2010

Il 25 luglio del cavalier Berlusconi

Il 25 luglio di Silvio Berlusconi si è consumato nelle modalità farsesche che contraddistinguono il ripetersi degli eventi nella storia (la prima volta in tragedia, la seconda in farsa, come dice Marx) ; invece del voto contrario al duce su un OdG di Dino Grandi, un bel po' di astensioni per difendere un sottosegretario alla Giustizia (sic!) indagato e indifendibile; invece dei saluti romani e dello sguainare dei pugnali della Milizia, il grido "Silvio! Silvio!" spudoratamente intonato dai fedelissimi nell'aula di Montecitorio; invece dell'invito alla "vendetta tremenda vendetta" di Pavolini, il fondo del "Giornale" di famiglia che invita a Votare, votare, votare; e, questa volta, neppure un reuccio in grado di far portare via da un'autoambulanza lo sconfitto. Altra differenza non da poco: questa volta l'esecuzione dei "traditori" ha preceduto, e non seguito, il "tradimento", con i fucili del plotone di esecuzione caricati col piombo dei "trattamenti Boffo" affidati ai sicari Feltri e Belpietro. Resta la sostanza, resta cioè la fine di una coalizione che sembra naufragare sugli scandali e sulla rivendicazione dell'impunità, dato che il movimento operaio non è riuscito a farla naufragare sugli attacchi ai salari, sulla disoccupazione, sul precariato, sulla distruzione della scuola e dell'università e sulla gestione ferocemente classista della crisi economica. Tuttavia la fine del governo Berlusconi può anche non significare la fine di Berlusconi e del berlusconismo. Esiste sempre per "papi" la speranza - chiamiamola così - rappresentata dalla miseria della leadership del centro-sinistra. Chi volesse averne un assaggio probante vada a leggersi il recente intervento di Veltroni che ammonisce a non abbandonare il bipolarismo, ma anzi, se possibile, a rafforzarlo! Come se l'esperienza di un quindicennio di sconfitte non fosse ancora bastato per far capire a quelli come Veltroni che costringere la dialettica politica nello schema forzato della scelta fra due campi, e due capi, non solo mortifica la democrazia, non solo umilia e ferisce a morte il parlamentarismo disegnato dalla Costituzione, non solo impedisce che la dialettica della lotta fra le classi si rappresenti nella sfera della politica, non solo incrementa a dismisura l'astensionismo di sinistra, ma garantisce a priori la vittoria della destra. Insomma: il bipolarismo è la vittoria di Berlusconi, e una cosa non può esistere senza l'altra. Lo confessiamo: un po' conforta e (a seconda dei temperamenti) un po' disgusta leggere oggi da Massimo Cacciari che il bipolarismo è la rovina dell'Italia, e sentir dire più o meno le stesse cose da Francesco Rutelli, dato che questi due (e troppi altri silenziosamente pentiti senza una sola parola di autocritica) sono stati fra i maggiori teorizzatori e artefici del sistema bipolare che ha consegnato il paese alla banda berlusconiana.
Ma grande è il potere di oblio, oppure di perdono, del nostro popolo, e i pentimenti tardivi sono sempre preferibili all'accanita riproposta dei medesimi errori, e delle medesime sconfitte.I comunisti hanno posto non da oggi il problema della necessità di fuoruscire dalla gabbia del bipolarismo per ridare forza e spazio alla difesa degli interessi popolari, alla democrazia, anzi alla stessa politica. Questa nostra proposta politica strategica, non contingente, incontra delle risposte importanti (lo sentiamo ogni giorno) nel popolo della sinistra, che ha purtroppo verificato con l'esperienza in questi anni l'assoluta inutilità, anzi la tremenda dannosità, del cosiddetto "voto utile", dato sotto ricatto. Non dimentichiamolo mai, e anzi ricordiamolo a tutti (dato che nessun altro lo fa notare): è il "voto utile" del bipolarismo che ha escluso dal Parlamento l'opposizione di sinistra, col bel risultato che le Camere votano ora all'unanimità la guerra in Afghanistan e che nessuno sostiene in Parlamento le ragioni degli operai in lotta; ed è sempre il "voto utile" che ha portato in Parlamento nelle liste del PD (magari eletti coi voti della nostra gente!) anche quei deputati che oggi si astengono o, addirittura, che votano per Berlusconi. Dunque, abbiamo buone ragioni per rivendicare la fine del terribile meccanismo del bipolarismo, e aspettiamo risposte chiare anche da parte di chi, come Vendola, tace su questo punto cruciale perché sembra aver sposato il bipolarismo e la sua logica micidiale.E tuttavia, anche (o perfino) con il sistema elettorale attuale, si vada a votare al più presto. Non spetta alla sinistra, in tutte le sue articolazioni, salvare il Governo della guerra, della disoccupazione e dei tagli alla scuola e alla sanità, e meno che mai spetta alla sinistra appoggiare la riproposta di queste medesime politiche, magari con Tremonti al posto di Berlusconi. Solo la campagna elettorale può mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità e renderci possibile presentare Berlusconi il conto, non solo delle sue malefatte giudiziarie ma anche della sua politica economica e del massacro sociale di questi anni. Che le forze politiche più legate alla borghesia si ricompattino (da Fini a Rutelli passando per Casini e, soprattutto, per Draghi e Montezemolo) serve a far capire a tutti qual è la posta in gioco, ed è una posta che ha a che fare (una volta di più) coi salari e con le pensioni, insomma col problema di quale classe debba pagare la crisi, o, per dirla con Lenin, di decidere "chi le prende e chi le dà".La "questione comunista" e la sua nuova evidente attualità è tutta qui: se deve esistere, oppure no, un Partito comunista, che rappresenti cioè anche politicamente l'autonomia di lotte, di interessi e di prospettive del proletariato, vecchio e nuovo. Oramai è del tutto chiaro che molti, anche nel centrosinistra, pensano che un tale partito non debba assolutamente esistere, e per sopprimerlo essi sono disposti a pagare (coscientemente oppure no) anche il prezzo di un eterno ritorno del berlusconismo.Dimostrare coi fatti non solo la teorica necessità ma anche la pratica possibilità di un simile Partito comunista è invece ciò che dà senso al nostro impegno collettivo di questi mesi, durissimi ma anche ricchi di possibilità e di entusiasmo


Raul Mordenti, Liberazione, 06.08.2010

«Con il Pd un'alleanza più larga del governo»

Intervista al Portavoce nazionale della Federazione della Sinistra: "No a esecutivi tecnici, «desistenza» riveduta e corretta"




«Il voto di ieri ci consegna una situazione paradossale che rischia di incrementare l'antipolitica e l'astensionismo. Chi governa vuole andare a votare, chi si oppone ha una forte allergia alle urne e c'è, infine, una fascia centrale che si muove con elementi di ipocrisia politica, a cominciare dai finiani che dicono che il governo deve restare al suo posto. Sembrerebbe una commedia pirandelliana, invece è lo stato della politica italiana». Cesare Salvi, leader di socialismo 2000 e attuale portavoce della federazione della sinistra, è preoccupato: «Abbiamo davanti un gioco delle ipocrisie e delle menzogne - spiega - che rischia di creare disaffezione tra i cittadini».


In questi giochi metti pure la proposta di un governo a guida Tremonti?


Sì, ci sono aspetti preoccupanti della posizioni del Pd, posizioni che sono irrealistiche e in contrasto con quelle che dovrebbero essere le linee guida di un partito di centrosinistra. Più che trasmettere l'idea di una forza che cerca soluzioni per il paese il Pd ha trasmesso l'idea del panico. E poi Tremonti... Ma come! L'uomo che ha presentato un manovra che colpisce esclusivamente i ceti medi e popolari, quello che si fa vanto di volere cancellare l'articolo 41 della Costituzione, tu lo vuoi piazzare a palazzo Chigi? Non accadrà ma è sconcertante il solo averlo pensato. E d'altronde di cose singolari se ne vedono parecchie, come la proposta di Enrico Letta di scaricare la sinistra per fare un'alleanza col terzo polo in fasce: qualcuno può pensare che il Pd possa allearsi con Fini o Fini col Pd? Noi della federazione non giochiamo a sparare sul Pd, è evidente che per l'obiettivo di un governo alternativo il ruolo del Pd è fondamentale.


Qual è il problema del Pd? Perché ha così paura del voto?


Molti in quel partito temono che possano rivincere Berlusconi e Bossi. Ma questo rischio c'è esattamente perché il paese non percepisce la presenza di una alternativa. Ora serve uno scatto nuovo. Anche perché se non è novembre, è primavera.


Che chance avrebbe un governo di transizione?


Il governo di transizione non ci sarà. Non ci sono i numeri e le condizioni politiche per un voto comune che vada da Di Pietro a Fini e poi ben difficilmente il capo dello stato avallerebbe, sul filo di pochi seggi, un ribaltamento del risultato elettorale. Non perché non si possa fare ma perché urta contro il senso comune. E poi governo di transizione per fare che cosa? Qualcuno pensa davvero che una coalizione siffatta possa affrontare il conflitto di interessi o fare una legge elettorale?. E ancora, sull'economia quale sarebbe l'ipotizzato programma? E sulla Fiat?


La federazione ha proposto al Pd un patto per difendere la Costituzione e andare al voto. Avete avuto risposte?


Tenuto conto delle preoccupazioni legittime del Pd, sono convinto che non si debba perdere tempo perché poi le cose si verificano e ci si trova impreparati. Berlusconi e Bossi sono minoranza in Italia. Non c'è da avere paura. Bisogna costruire un'alleanza democratica, in cui noi come federazione della sinistra siamo pronti a fare la nostra parte, un'alleanza che abbia alcuni capisaldi: difesa della Costituzione e dei diritti costituzionali, il lavoro in primis. Bersani finalmente ha parlato di un cerchio più stretto di governo e di uno più largo per l'alleanza democratica. Ci sta bene, la lezione di Prodi l'abbiamo imparata tutta. Per essere chiari il governo d'alternativa sarà un governo moderato che farà politiche moderate, ma non metterà sotto attacco la Costituzione e la sinistra ha tutto l'interesse di fargli vincere le elezioni e di sostenerlo.


In buona sostanza il Pd e gli altri alleati vanno al governo e con voi contrattano alcuni punti sul programma. Ricorda la desistenza...


La desistenza funzionava con l'uninominale. Con questa legge è possibile un collegamento col Pd. E' passata tanta acqua sotto i ponti dal '96. Quello che vogliamo mettere sul tavolo sono le questioni programmatiche, due, tre punti comuni, con al primo posto una risposta immediata ai ceti disagiati.


Vendola pare voler fare un percorso diverso dal vostro. Intanto è preso dalle primarie. E' possibile un incontro tra Sel e federazione?


Forse è cambiato qualcosa in queste settimane. Più che il problema primarie, più che sparare sulla Croce rossa, ossia il Pd, più che guadagnarsi i gradi di maresciallo, io credo che anche Vendola debba oggi porsi il tema di come avvicinare le forze della sinistra e del centrosinistra. La priorità non è la competizione interna, ma l'alleanza democratica. La matassa è in mano al Pd. E allora faccia una proposta, dia segnali al paese. Quanto a Vendola e a Sel, penso che in Italia ci sia la necessità di costruire un partito della sinistra più che scompaginare e ricompaginare i partiti. Anche perché il vero rischio è che a scompaginare e ricompaginare - la democrazia, la Costituzione e il sistema dei partiti - siano Berlusconi e Bossi.

Il Tremonti europeo che piace ai social-liberisti

La solerte disponibilità di alcuni esponenti del Pd provenienti dai Ds (a partire dal segretario Bersani) nel promuovere Tremonti a premier di un nuovo governo va oltre i tatticismi che da due decenni caratterizzano gli ormai anziani dirigenti provenienti dall'ex Pci. Prima della sua breve conversione al populismo antifinanziario, Tremonti ha rappresentato la versione politica di quel neoliberismo che non si preoccupa della definizione di regole che dovrebbero garantire la connessione tra concorrenza ed utilità sociale. I neoliberisti non credono in questo nesso né pongono limiti all'intervento dello Stato pur di far avanzare privatizzazioni unilaterali volte a nuove concentrazioni monopolistiche. Sono invece i social-liberisti a credere che, in un contesto di leggi e norme fondate sulla trasparenza e sulla garanzia di una rete di protezione sociale basata sul dovere di dare qualcosa in contropartita piuttosto che sul diritto, la competitività, ottenuta anche attraverso le privatizzazioni, produrrebbe risultati duraturi e socialmente validi.La crisi ha spazzato via le tesi social-liberiste, per cui il Pd è oggi completamente privo di idee. Inoltre basta leggere il Financial Times per constatare che la ripresa dei profitti (non dell'occupazione, dei salariati e delle pensioni) e delle banche si fonda sulla deroga e sull'allentamento delle regole. Il centro di gravità dei rapporti economici è oggi formato da quella che Yanis Varoufakis dell'università di Atene ha definito «trapezocrazia» (in greco trapeza significa banca).La crisi non ha però distrutto il neoliberismo: la privatizzazione dell'acqua nel campo dei beni comuni in Italia e la monetizzazione pubblica delle perdite delle banche private da parte di quelle centrali, iniziata sotto Bush, ne costituiscono una prova significativa. Il neoliberismo può sopravvivere sia in condizioni di tagli che di espansione della spesa pubblica.Con la crisi greca creata e ampliata dalla Germania, Tremonti ha abbandonato ogni velleità populista e si è messo alacremente a distruggere, su direttive europee, il bilancio pubblico italiano. Nello spazio di poche settimane si è trasformato nell'uomo che applica le regole «europee», ed è per questo che è diventato digeribile anche al partito dei social-liberisti, da settori del Pd a Repubblica e perfino al Fatto quotidiano. Sul piano economico la cosa sinistra è proprio questa: l'accettazione delle regole «europee» come necessarie per il risanamento della finanza pubblica, mentre invece portano allo sfascio sociale.
di Joseph Halevi
su il manifesto del 07/08/2010