mercoledì 19 gennaio 2011

La "bolla" cinese che sostiene tutto

È una noia dover scrivere dell'incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne. Al di là del fatto che Obama è un «lame duck President», presidente-anatra zoppa, bersaglio sicuro dei cacciatori, è «noioso» il contesto delle relazioni tra i due paesi, perché falsato dalle dichiarazioni politiche. Esempio: Hu ha detto che il regime del dollaro è finito, cose già sentite in passato, in Europa fin dagli anni Settanta! Hu Jintao non ha la minima idea di cosa proporre al posto del sistema dollaro.
Vuole solo minacciare gli Usa dicendo che la Cina non accetta di subire passivamente i costi finanziari dei surplus cinesi in dollari. Ma - come lucidamente dimostrato sul China Daily del 23 dicembre dall'ex dirigente della Banca del Popolo Yu Yongding - Pechino é vincolata alle esportazioni nette sia per gli interessi della classe capitalistico-statale dominante, sia per la dinamica industriale fondata sulla forza della riproduzione espansiva piuttosto che sulle innovazioni made in China. Quindi se la vita di Hu dipende dalle esportazioni nette, Hu deve continuare sovraccaricarsi di dollari.
In realtà poi Pechino questi dollari li impiega. Decenni addietro si parlava della dollarizzazione dell'America latina come di un disegno finanziario degli Usa. Vero in parte. Tuttavia la dollarizzazione Usa dell'America del sud non é mai decollata ed é implosa con la crisi brasiliana del 1998 e quella argentina del 2001. Oggi però Brasile ed Argentina sono pieni di dollari, grazie alla Cina, direttamente per via delle esportazioni di materie prime ed indirettamente come destinazione dei capitali speculativi dati i prezzi delle derrate e dei prodotti minerari. I surplus cinesi hanno inoltre completamente dollarizzato l'Africa ove Pechino investe massicciamente nei giacimenti e in opere infrastrutturali dall' Africa centrale, all'Etiopia, al Sudan, all'Algeria. Quindi nei fatti Pechino sostiene l'espansione internazionale della moneta statunitense. Quello che Hu intende é una forma di cogestione con Washington della politica monetaria mondiale.
Gli Stati uniti dal canto loro si trovano in contraddizione con se stessi. In vista dell'incontro tra Hu Jintao e Obama, Washington ha preparato una lunga lista di prodotti industriali che la Cina dovrebbe impegnarsi ad importare, riducendo così il deficit verso Pechino e creando un nuovo mercato per le produzioni statunitensi.
Figuriamoci! La realtà é completamente diversa. Le industrie Usa quando possono delocalizzano o subappaltano in Cina. Poco più di un mese fa il Financial Times mise in prima pagina la notizia che la Caterpillar, azienda Usa mondiale di scavatrici affini, chiudeva la filiale nipponica per traslocare in Cina. La strategia delle multinazionali Usa di diluire la produzione nazionale in una catena di subappalti e delocalizzazioni iniziò a fine anni settanta. È dunque un fenomeno non contingente e che non dipende dal valore del dollaro ma dalla differenza assoluta nel costo di lavoro per unità di prodotto e il divario con il Messico prima e la Cina oggi supera di molto ogni concepibile svalutazione del dollaro. Nei giorni scorsi la General Electric ha firmato un accordo di produzione joint venture con società cinesi che contempla un grosso trasferimento di tecnologia alla Cina. Visto il comportamento delle multinazionali Usa possiamo essere certi che il fatto implicherà un'ulteriore ed accentuata delocalizzazione di un comparto Usa ad alta tecnologia. Niente di nuovo sotto il sole.
Certo l'incontro farebbe notizia se Hu dicesse ad Obama, «caro Barack, abbiamo deciso di non fumarci tutta l'aria, già abbiamo i fiumi mortalmente feriti, quindi noi sgonfieremo la bolla di Shanghai, ridurremo la crescita drasticamente ed in ogni caso ne cambieremo il contenuto. Dacci una mano con le tecnologie che hai a casa tua e noi in cambio ti ridiamo i dollari».
Forse Obama sarebbe contento ma non le banche ed i mercati (borse) dei capitali che verrebbero presi dal panico. La bolla cinese si integra con la politica Usa del denaro a costo zero dato alle banche e, con l'Europa in stallo totale, tiene in piedi tutto il socialmente fatiscente sistema economico attuale.
di Joseph Halevi, Il Manifesto

martedì 18 gennaio 2011

PER GIANCARLO ANTOGNONI

Lettera per un compagno che ci ha lasciato

Caro Giancarlo, ti ricorderemo per sempre come uno straordinario amico e come un meraviglioso compagno: sincero ed onesto, volenteroso, amante del proprio paese.
Il tuo impegno per Torgiano è stato generoso e prezioso. Non ti risparmiavi, non ti faceva fatica lavorare per una cosa a cui credevi nel profondo e di cui in tanti, spesso, ci siamo approfittati. Ma per te era di vitale importanza essere presente in prima persona nelle varie manifestazioni ed iniziative del paese, che periodicamente venivano organizzate.

Sognavi una Torgiano diversa, più solidale, e quelle manifestazioni ti facevano sperare che questo tuo sogno si potesse avverare. In ogni momento di vita sociale esprimevi questa tua sincera passione, con il tuo solito modo genuino e diretto, pronto alla battuta vera ed efficace. La tua umiltà era di gran lunga superiore a qualsiasi presunzione e spiazzava tutti per la sua oggettiva lungimiranza.
Ti indignavi per le ingiustizie, avevi la capacità di interpretare nel modo giusto situazioni complesse. La tua schiettezza a volte si mostrava con la rabbia tipica di chi non sopporta le ingiustizie, ma questa rabbia era il sintomo di un sentimento sincero: quello di un amore infinito della verità, di un’idealità alta, di un pensiero del mondo che non si arrende alle sconfitte, ma che cerca continuamente di lottare per una società diversa, fatta di uomini liberi ed uguali.

Era quest’idea che ti faceva continuare a sperare che un giorno le cose in cui credevi si sarebbero realizzate ed hai continuato ad impegnarti sempre con rinnovata passione.
La tua concezione della democrazia nasceva dalla tua condizione di lavoratore e si fondava sul fatto che solo attraverso il lavoro l’uomo può emanciparsi e liberarsi da ogni forma di sfruttamento, può costruire la sua dignità, può concorrere alla costruzione di un’idea di alternativa di società. E nella tua “Perugina” hai dato tutto te stesso, come era nella tua natura. Sei stato protagonista nelle lotte operaie degli anni settanta; hai lavorato con impegno e professionalità. Ti piaceva parlare dei tuoi anni di operaio e i tuoi racconti erano dotti ed interessanti: ci informavi con minuzia di particolari delle evoluzioni, tecnologiche ed economiche, di un’azienda che ha segnato la storia di un’intera regione.
Sei stato e sarai un esempio per tanti giovani i cui ideali vengono troppo spesso, nell'attuale società, attenuati e sostituiti con cose effimere.
Ci mancherai, ci mancheranno le tue battute, i tuoi ragionamenti, ci mancherà la tua intelligenza.
Siamo vicini a tutti i tuoi cari ai quali hai dato tutto il tuo amore e che amorevolmente te lo hanno ricambiato.
Ti salutiamo con questa poesia di Luigi Pirandello che crediamo rappresenti bene il tuo modo di vedere le cose:
“...Perchè una realtà non ci fu data e non c'è;
ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere;
e non sarà mai una per sempre,
ma di continuo e infinitamente mutabile...”

Con grande affetto
I compagni del circolo di Torgiano

lunedì 17 gennaio 2011

Il Contratto Berluschionne

Berlusconi ha scelto di seguire la linea Marchionne. Il nuovo nome del suo partito, ex PDL, sarà infatti ''Italia'': se gli italiani non lo voteranno, perderanno il loro posto di cittadini, e saranno espulsi.
L'Italia stessa sarà chiusa e smantellata, mentre la produzione dei prodotti tipici italiani verrà delocalizzata. La pizza in Polonia, il vino in Cina, l'alta moda in Messico. La cultura verrà definitivamente tolta dalla produzione.
Se invece il partito ''Italia''vincerà le elezioni, tutte le organizzazioni politiche e sindacali a esso contrarie perderanno ogni diritto di rappresentanza nel paese.
Questi i termini del contratto proposto agli italiani da Berlusconi:

- In tutte le case e i luoghi di lavoro gli orari dei pasti dovranno essere spostati alla fine di un turno ininterrotto di dieci ore lavorative, e trascorsi davanti al Tg1.
- In caso di editoriale di Minzolini, si consiglia di interrompere brevemente il pasto, per evitare di rimetterlo ai propri debitori.
- Gli spuntini notturni saranno consentiti solo dopo dieci ore di straordinario, e dovranno essere effettuati guardando il Consorzio Nettuno.
Tutte le altre pause previste durante la giornata lavorativa diventeranno pause pubblicitarie. I cittadini dovranno passarle decantando le qualità dei prodotti degli sponsor. Attività previste: confrontare la morbidezza dei maglioni, rincorrere rotoli di carta igienica, versarsi acqua gelata sui denti, cantare in coro il nome di una banca, parlare con la polvere.

Non sarà consentito adoperare il bagno: gli italiani saranno tenuti a pisciarsi e cagarsi addosso, per potersi poi complimentare a vicenda per l'efficacia dei pannoloni antiodore.
Nessuna assenza dal lavoro per malattia sarà più ammessa senza visite mediche di controllo. Berlusconi visiterà personalmente le cittadine italiane (e straniere) di sua scelta, le quali verranno trasportate ad Arcore con appositi container, e scaricate nell'ambulatorio privato del premier. L'igienista rettale Nicole Minetti si occuperà di organizzare turni, e gli straordinari.
Lo sciopero verrà consentiito solo se non interromperà in nessun modo le attività lavorative. Gli italiani che vorranno scioperare potranno farlo esclusivamente durante le ferie, altrimenti verranno licenziati dall'Italia, ed espulsi. Le manifestazioni dovranno svolgersi in modo rigorosamente pacifico e controllato, a tale scopo, sul modello della Tessera del Tifoso, verrà istituita la Tessera del Manifestante, ricaricabile o requisibile a discrezione della Questura.
Previsti dal Contratto Berluschionne anche una serie di razionalizzazioni dell'attività produttiva del paese. In particolare, il
reparto magistratura verrà chiuso, e tutto il personale trasferito al reparto verniciatura, dove si occuperà del colorito di faccia e calotta cranica del premier Berlusconi. Si precisa che adoperare per la faccia la vernice mogano riservata alla calotta cranica sarà considerato sabotaggio. L'Italia non è pronta per un premier di colore, e l'attuale classe dirigente si sta adoperando affinché non lo sia mai.
Sergio Marchionne e Silvio Berlusconi si sono congratulati a vicenda per il rispettivo coraggio imprenditoriale, e hanno scherzosamente confrontato la morbidezza dei rispettivi maglioni.
Il PD ha accettato tutti i termini del nuovo contratto, definendolo ''un sacrificio necessario per il rilancio economico e la modernizzazione del paese''. I dirigenti del PD si sono poi complimentati a vicenda per l'efficacia dei loro pannoloni antiodore.
di Alessandra Daniele, Carmillaonline

domenica 16 gennaio 2011

LA CRISI DEL PD

Nel giorno del referendum sull'ultimatum di Marchionne ai lavoratori della Fiat e della sentenza della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento, il PD si spacca ed accelera la sua crisi verso il disfacimento.
L'anomalia della politica italiana si aggrava: il maggiore partito di opposizione non riesce a darsi una linea diversa e di reale alternativa al blocco di centrodestra ma anzi si contorce in se stesso. Se il centrodestra dovesse avere altre crisi dopo quella che ha portato alla secessione del gruppo di Fini, il PD non sarebbe in grado di offrire al Paese un progetto, un governo.
La crisi deriva dall'allontanamento delle forze fondatrici del PD dalle radici che un tempo diedero vita all'esperimento dell'Ulivo che fu impregnato di un progressismo moderato che aveva una sua dignità ed era capace di essere un ethos per un elettorato civile e democratico.
La deriva del PD verso la sua decomposizione, la sua insignificanza politica si è sviluppata dalla vittoria del centrosinistra che diede vita al Governo Prodi. Questi era incalzato da destra dal partito guidato da Veltroni e faceva a gara a chi la sparava più a destra tra partito e governo. Questa tensione di destra mise in grandissima difficoltà la sinistra radicale che per paura di essere accusata di mettere in crisi il governo (cosa che è poi comunque avvenuta) si è disintegrata accettando tutte le scelte di destra del governo in politica estera accettando le guerre coloniali e sostenendole in politica sociale subendo gli accordi del 23 luglio 2007 tra Prodi e le Confederazioni Sindacali che rovinavano il sistema pensionistico, trasformavano il lavoro in precariato, universalizzavano le privatizzazioni presentandole come panacea di efficientismo e produttività.
Oggi il PD non ha più niente che ricordi i grandi movimenti politici dei quali è l'epigono infelice. E' stato contaminato dalla lue del pensiero liberista e non riesce più a vedere al centro della sua politica nè l'uomo della Rerum Novarum nè del Manifesto dei Comunisti; vede solo l'Impresa ed è ossessionato da "riforme" che la destra ha imposto alle Oligarchie della politica, riforme che hanno snaturato il senso stesso della parola per diventare opere di restauro dell'ancien regime in una visione che è non solo precostituzionale ma, per certi versi, anche prerisorgimentale. Il federalismo di Bossi non è certamente quello di Cattaneo e applicato alla realtà dei venti staterelli che sono diventati le regioni italiane sarà causa di una sicura crisi fiscale e finanziaria non potendo la gente sopportarne il peso. Le riforme della scuola e delle università degradano la qualità della istruzione pubblica ed impediscono l'accesso agli studi superiori dei figli dei lavoratori e di parte del ceto medio. La Sanità è diventata e sarà sempre di più una fonte di arricchimento dell'industria privata della salute e continuerà a fare arricchire gente come Angelucci. Ma queste "riforme" sono tutte indiscusse nel PD che le ha fatto proprie anche se a volte ha dovuto nascondere la manina per non sconcertare troppo il suo elettorato.
Insomma il PD è una sorta di clone, di doppione del Partito di Berlusconi. La sua politica suicida è quella di non tenere in nessun conto gli interessi di venti milioni di lavoratori italiani ma di agognare a conquistare l'elettorato della destra ed i cosidetti "poteri forti". Non ha un programma socialista o di solidarismo cattolico. Gli strati più profondi del suo elettorato ne sono ogni giorno traumatizzati e vivono la contraddizione tra ciò che erano, ciò che sono diventati ed una politica in cui non si riconoscono e che li sconcerta. Per quanto tempo i "fidelizzati" del PD potranno continuare a votarlo turandosi il naso?
Ora la rottura avviene da una brusca accelerazione impressa dal gruppo che fa capo a Veltroni, un personaggio responsabile insieme a D'Alema ed a Craxi delle maggiori disgrazie della sinistra italiana. Veltroni vorrebbe subito una scelta a favore di Casini e contro tutta la sinistra a cominciare da Vendola. Vorrebbe un "pronunciamiento" a favore di Marchionne e del suo modello di fabbrica. Assieme a Chiamparino, Fassino, Ichino, Letta, Fioroni appoggia spudoratamente ed a scatola chiusa il progetto Fiat e la sua estensione a tutta la classe lavoratrice italiana. Si inventa improbabili teorie sulla obsolescenza del contratto nazionale di lavoro. Fassino si spinge fino a dire, con faccia dura e livida, che l'organizzazione del lavoro non fa parte dei diritti e che appartiene soltanto al padrone stabilire come e quanto devi lavorare. Non penso di esagerare se dico che lo smottamento a destra di Veltroni arriva financo a comprendere una partecipazione al governo con Berlusconi.
Bersani tenta disperatamente di salvare il partito con cedimenti continui alle ingiunzioni sempre più perentorie della destra. Ma è difficile salvare ciò che si è perduto per sempre della propria identità. Il PD ha perso definitivamente se stesso quando è diventato apostata della sinistra e del socialismo. La sua natura di ibrido, di ircocervo lo ha destinato sin dalla nascita alle scissioni di Oligarchi. Scissioni che avvengono tra Oligarchi e dentro i Palazzi e non sono certamente quelle che hanno fatto la storia della sinistra italiana.
Il PD è morto nel momento stesso in cui Veltroni ed altri hanno imbarcato Colannino, Calearo, Merloni ed altri esponenti o servitori del padronato italiano. Il suo disastro si ingigantisce e diventa epocale quando offre una CGIL docile alle voglie della Confindustria a garanzia della sua defintiva conversione all'Occidente.
Si è creato un vuoto terribile che può essere colmato soltanto dalla ricostituzione di un forte partito comunista. Oggi il comunismo è diventato una necessità imposta dalla storia. Venti anni dopo la caduta del Muro di Berlino, il progetto capitalista di pauperizzazione del ceto medio e dei lavoratori di tutto il mondo, ne ripropongono la superiorità, la grandezza e ne fanno l'unica possibilità dell'umanità.
Pietro Ancona

Immagina

Immagina un mondo tutto al contrario, un mondo capovolto, un mondo in cui i leader del Partito democratico stanno in apprensione per l’operaia di 52 anni che lavora alla catena, e non per i dividendi della famiglia Elkann.
Immagina un mondo diverso, un mondo un po’ strano, in cui il capogruppo del PD a Torino, quello secondo cui votare contro alla mozione per incontrare la delegazione dei lavoratori di Mirafiori è stato “uno spiacevole equivoco” viene cacciato via con un calcio in culo dalla mattina alla sera.
Immagina un mondo un po’ pazzo, un mondo un po’ diverso, quello in cui il sindaco Chiamparino rinuncia alle partitelle a scopone con Sergio Marchionne, ma conta un po’ più del due di coppe quando la Fiat detta i suoi ultimatum ai dirigenti frastornati della sinistra. Immagina un mondo capovolto, un mondo imprevedibile dove un centesimo del coraggio che hanno avuto gli operai e le operaie della catena di montaggio di Torino che hanno rischiato il posto per difendere i loro diritti, lo potessero avere i parlamentari che guadagnano 12mila euro al mese, e passano il giorno a baloccarsi con i loro "ma-anche".
Immagina un mondo a sorpresa, un mondo divertente, in cui i quattrocento colletti bianchi che hanno fatto vincere Marchionne votando a favore di un contratto che non sarà applicato a loro, si ritrovano senza la pausa di dieci minuti per andare a pisciare.
Immagina un mondo nuovo, diverso dall’Italia: i ricercatori schiavizzati dalla riforma Gelmini prendono il posto dei baroni decrepiti salvati dalla ministra, Ruby Rubacuori intrattiene gratis qualche pensionato con dentiera (che non fa il premier), il dittatore Ben Ali, invece di sparare sulla gente, viene cacciato senza sangue, e finisce in un dopolavoro con Emilio Fede.
Anzi, me lo sono immaginato, un mondo nuovo.
Marchionne è nato in Abruzzo, guadagna lo stipendio a Torino, paga le tasse dimezzate a Zurigo, ma non brinda a Detroit perché il ricatto non paga.
Simone, figlio dell’operaia Maria Epifania (che oggi ha sei anni e si preoccupa per la madre che ha messo a rischio il suo posto votando no) si laurea, incontra fra qualche anno al liceo l’incolpevole figlio di Yaki Elkann. Gli passa la versione, e poi se ne vanno a giocare a pallone su un prato, come se fossero due ragazzi uguali: palla o porta, Fassino non fa il sindaco, ma il palo.
Blog di Luca Telese

sabato 15 gennaio 2011

Mirafiori: un pareggio che non chiude i giochi

Ha vinto il sì. Ma la notte più lunga di Mirafiori, quella del referendum sul piano-Marchionne, è stata un vero e proprio testa a testa. A decidere, a mettere a segno l'allungo decisivo per il sì, è stato il seggio 5, quello dei 449 impiegati.





Ecco i risultati definitivi:
Impiegati: SI 421 95,5% NO 20 4,5%

Operai: SI 2.134 50,1% NO 2.305 49,9%

Totale: SI 2.735 54,0% NO 2.325 46,0%

Ricordo che le ultime elezioni per la RSU hanno visto questi risultati:

Per il NO all'accordo

FIOM CGIL 26,0%
COBAS 6,9%
Totale 32,9%

Per il SI all'accordo

FIM CISL 22,1%
FISMIC 22,0%
UILM 15,0%
UGL 8,0%
Totale 67,1%

Sulla vicenda del Referendum-Ricatto di Marchionne pubblichiamo due opinioni interessanti:

La classe operaia
di Franco Astengo, http://www.aprileonline.info/
Dibattito a sinistra L'esito del "referendum-ricatto" svoltosi a Mirafiori dimostra, nella scia del risultato già avutosi qualche mese fa a Pomigliano e rafforzandolo, come non solo esista la classe operaia, ma come essa mantenga intatti i propri dati costitutivi di identità e di dignità
Questo può essere il solo commento, al di là dell'esito numerico dovuto, fra l'altro, alla decisività del voto degli impiegati: non segnaliamo questo dato per forzare strumentalmente differenze che non debbono essere usate in alcun modo per dividere, ma per segnalare una realtà concreta, che meglio potrà essere analizzata attraverso l'esame dei voti reparto per reparto.
Non si tratta di usare la retorica esaltando la "fatica del lavoro" e come attraverso questa fatica si costruisca un'etica: questioni di altri tempi che, pure, meriterebbero di essere ricordate e sottolineate.
Non è il nostro compito, di analisti politici, di indicare alla FIOM come portare avanti questo risultato che, nelle condizioni date, può essere ben giudicato come eccezionale: è evidente come debba ripartire subito una stagione di lotte, a partire dallo sciopero del 28 Gennaio; una stagione di lotte tesa soprattutto a ripristinare il dettato costituzionale così clamorosamente violato da questo "referendum-ricatto".
Diversa, invece, l'analisi relativa alle forze politiche: da un lato esce completamente e definitivamente spiazzato il PD (con certi personaggi che, in sede locale torinese, dovrebbero ben pensare al loro ruolo istituzionale e alle loro candidature; pensarci nel senso dell'opportunità di mantenerle senza provare vergogna) e dall'altra parte si richiede alle forze della sinistra di opposizione un vero e proprio salto di qualità nell'elaborazione politica e nello sforzo unitario; non bastano e non servono le passeggiate ai cancelli per cercare di accrescere il proprio particolarismo personalistico. Serve, invece, una riflessione collettiva tesa verso il conseguimento di ciò che manca: un vero soggetto politico di riferimento, capace di costruire un sedimento unitario al di là delle divisioni storiche e di organizzarsi tenendo conto davvero dalle realtà sociali che debbono essere rappresentate.
Ventisei anni fa registrammo una sconfitta dalle proporzioni analoghe, sul piano numerico, di quella subita a Mirafiori dalla FIOM (mi riferisco, ovviamente, al referendum sulla scala mobile), con un esito largamente superiore, però, alla rappresentatività potenziale di chi lo sosteneva: il gruppo dirigente del PCI ne trasse, in sintonia con le analisi che si svolgevano allora essenzialmente sul tema della "modernità", una lezione al contrario arretrando paurosamente nella propria capacità di produrre una efficace agenda politica; adesso non va commesso, sia pure in condizioni completamente diverse, un analogo errore.

Mirafiori chiama la sinistra: la chiama all'unità e alla lotta.

54%: E ORA?
Un primo giudizio sul Referendum di Mirafiori
da http://sollevazione.blogspot.com/
Marchionne ha vinto per il rotto della cuffia. Gli è andata un po' peggio che a Pomigliano. Se lui può affermare di avere vinto, non possono fare la stessa cosa i sindacati, i partiti e la pletora di "yes man" che da un paio di mesi si erano messi al suo servizio.
Che la metà dei lavoratori abbia detto "No" è la manifestazione plateale dell'abisso che separa buona parte degli operai dal tutto il baraccone politico e sindacale. Il baraccone traballa, è fradicio, sull'orlo dell'implosione. Ci vorrà tempo, ma alla fine verrà giù, e sarà un crollo fragoroso.
Il primo dato da cui occorre partire è proprio la sproporzione tra la potenza di fuoco messa in campo dalla Santa Alleanza anti-operaia e il magro risultato da essa ottenuto. La data per defunta classe operaia industriale si dimostra così un altro territorio dove l'egemonia e il predominio del grande capitale sono incerti, deboli, vulnerabili. E' la manifestazione dell'esistenza di una Resistenza sottotraccia tenace, che questa darà filo da torcere alle classi dominanti, una trincea che ancora dev'essere espugnata.
E non c'è dubbio che vorranno espugnarla. Si odono, pur sommessi, da entrambi i fronti, canti di vittoria. Errore. I fronti sono andati alla conta e hanno scoperto avere fatto pari e patta.
La guerra vera e propria inizia solo ora, e sarà, per usare una metafora, una "guerra di lunga durata".
Ieri l'editoriale di Alberto Oriali, su Il Sole 24 Ore, diceva testualmente che «le schede che entrano nelle urne di fabbrica sono comunque destinate a cambiare la storia industriale del paese». Esatto. Ma il passaggio del referendum è solo un preambolo di un libro che dev'essere ancora scritto.
Scrive Ferrara su IL FOGLIO di oggi: «Comunque sia, pur senza sapere se, dove e come si completerà, la rivoluzione marchionnesca era stata avviata a prescindere dall’esito del referendum. In Italia le rivoluzioni sono sempre gelatinose, ma la preannunciata vittoria del “sì” a Mirafiori incornicia un dato di fatto e gli attribuisce valore di diritto. La grande faglia si è aperta, il punto di non ritorno oltrepassato. Certo, a seconda del tipo di reazioni e recriminazioni nella sinistra e nella Cgil, il riformismo potrà operare su un sentiero più o meno accidentato».
Anche questo è esatto ma, appunto, occorrerà vedere come la "rivoluzione di Marchionne" si completerà, dopo che la faglia è stata aperta, il punto di non ritorno oltrepassato.
La "faglia", il "punto di non ritorno"..... potrebbero rivelarsi un vaso di Pandora, dal quale potrebbe rivenir fuori il fantasma rimosso di un confitto di classe irriducibile.

giovedì 13 gennaio 2011

Ricordando che la verità è rivoluzionaria

Nella politica nazionale attrezzata a set da reality, la finzione si trasforma nell’unica verità disponibile. Come dimostrano in maniera flagrante i temi all’ordine del giorno nel nostro dibattito pubblico.
Il re del casual prestato alla Fiat, Sergio Marchionne, dichiara di voler americanizzare le relazioni industriali italiane allo scopo di migliorare produttività e competitività. Quando, invece, deve mandare un messaggio rassicurante al suo azionista di riferimento effettivo: i fondi d’investimento d’oltreoceano. Insomma, la verità è che la partita reale si sta giocando altrove, compresa la scelta se proseguire o meno a fabbricare macchine nel Bel Paese. Ma dato che noi continuiamo a guardare il reality, dobbiamo pure sorbirci le chiacchiere estemporanee sulla flessibilità che fanno arricciare di goduria il baffetto degli Ichino come le vibrisse di un gatto, dobbiamo assistere alle acrobazie senza rete dei Bonanni e degli Angeletti per far credere di essere ancora dei sindacalisti e non un caporalato della manodopera.
Altro tema, altro regalo: la Corte dei Miracoli della Lega, scesa dalle valli prealpine sulle ali del vento del Nord, ci costringe da tempo a ingurgitare mestolate indigeste della casseula soprannominata “federalismo”. Anche perché, tra una gutturale e l’altra, hanno imposto come verità di fede il principio che l’attuale ordinamento italiano è “statalistico”. Dato che “statalismo” significa un regime invadente e oppressivo, che tutto controlla e dovunque interviene, sarebbe interessante appurare dove gli occhi sbarrati dell’inquartato odontotecnico Calderoli o quelli furbetti del piccolo ranger cattura-latitanti Maroni si siano posati, per vedere all’opera l’overdose di controllo e intervento in questo Paese, dove l’anarchia è legge consolidata da usucapioni pluridecennali. Non certo nei fiumi lumbard, inquinati al punto che ormai i rari pesci che vi sguazzano (“trote” comprese) hanno dovuto adottare bombole e boccaglio; di sicuro non nelle coste dei nostri mari, dove la cementificazione speculativa ha raggiunto livelli tali che i bambini sono costretti a dotarsi di martello pneumatico e piccone se solo hanno maturato l’idea peregrina di costruirsi un bel castello di sabbia, classico divertimento da spiaggia.La verità è che la banda guidata dal pataccaro da foro boario Umberto Bossi vuole consolidare la crescita elettorale trasformando i collegi padani in un vero e proprio feudo, dove esercitare signoraggio e riscossione delle decime (stia attento, il Gran Capo, in materia di jus primae noctis, visti precedenti coccoloni).
Eppure – secondo le imperanti regole della fiction – c’è subito la palla di pelo filosofica, il Cacciari di turno, che pontifica con aria pensosa su “questioni settentrionali” di pura fantasia e dialoga in spirito con il teorico della Lega che-ha-ballato-solo-una-estate, la bonanima del professor Gianfranco Miglio, uno snob che girava per Venezia travestito da blasé austriaco (con martingala e pantaloni alla zuava, ma lui era di Como), reo di aver fornito un vocabolario purchessia agli smandrappati con le pezze al sedere al seguito del Senatur. Quel Senatur che lo liquidò con l’elegante viatico di “peto nell’universo”. Però lui non disse “peto”.
Venghino signori, venghino. Perché la televendita di panzane cosmiche continua oltrepassando Tevere. Ecco il turno di papa Ratzinger, intabarrato nei pittoreschi e candidi vestitini mantellina annessa, che squittisce con quella vocina da “topino di Germania” (da pronunciarsi con la voce del professor Franz Kranz alla Paolo Villaggio): insegnare l’educazione sessuale minaccia la libertà religiosa. Magari c’è il rischio che i giovanissimi imparino a stare in guardia da certe tonache e dalle loro pulsioni pedofile. Ovviamente il destro più ammirato dalla sinistra, il satanasso libertino Giuliano Ferrara, ha subito fatto finta di prendere sul serio la faccenda, esprimendo convinta solidarietà al Sacro Soglio e al suo Massimo Pontefice. Si attendono analoghe prese di posizione da parte di Lele Mora, Flavio Briatore e altri monaci trappisti. Una volta dismesso il cilicio con cui mortificano i loro sensi e si predispongono alla meditazione.
Un corteo carnascialesco che si chiude con il massimo imbonitore nazionale, il presidente del consiglio Berlusconi. Il quale da Berlino manda a dire che il governo non fa le riforme (?) per l’intemerata e aggressiva opera dell’opposizione. In realtà, gente che si guarda bene dal contrastare il suo potere devastante, visto che senza di lui non saprebbero cosa fare, come giustificare la propria presenza. Difatti lo salvano regolarmente, nella bicamerale dalemiana o in campagna elettorale, quando corrono per perdere (non è vero, Veltroni?). Persino i più tosti a parole, sono filo-Berlusconi nell’animo. Tipo Antonio di Pietro, che – servizievole – fa eleggere nelle proprie liste i futuri puntelli del Governo (da Di Gregorio agli Scilipolti e Razzi).
Concludendo, c’era una piccola ebrea polacca, chiamata Rosa Luxemburg, che una volta disse: “La cosa più rivoluzionaria è dire la verità”. Se lo sanno quelli del reality, ci costruiscono subito sopra un bell’originale televisivo con Ruby Rubacuori protagonista.
Blog di Pierfranco Pellizzetti

mercoledì 12 gennaio 2011

E' Zezi- Fiat'nculo




Comunicato stampa


Si ai diritti, no ai ricatti.
E’ ora di decidere da che parte stare

Rifondazione Comunista di Torgiano sostiene convintamente lo sciopero generale indetto dalla Fiom per il 28 gennaio prossimo.
Quello che si sta cercando di fare a Mirafiori non riguarda solo il metalmeccanici ma parla a tutti i lavoratori italiani. In modo autoritario Marchionne avanza un ricatto inaudito nella storia repubblicana: O LAVORO O DIRITTI. Un attacco senza precedenti alla Costituzione e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, un disegno eversivo e sfrontato di governo e Confindustria sostenuto da sigle sindacali complici e minoritarie.
Con questo accordo si chiude il cerchio di Pomigliano: non solo si impongono condizioni di lavoro regressive, ma vengono cancellati sia il Contratto Nazionale di Lavoro, sia la stessa possibilità di avere una rappresentanza sindacale delegata. Gli unici sindacati ammessi saranno quelli firmatari dell'accordo e le rappresentanze non verranno più votate dai lavoratori, ma verranno nominate dai sindacati firmatari. Nella storia dell’Italia, solo durante il Fascismo, i lavoratori non hanno potuto scegliere liberamente i loro rappresentanti.
In Italia è in atto un progetto restauratore sostenuto da Governo e Confindustria che cerca di riportare il paese all’ottocento e che risponde alla crisi perseverando sugli errori che invece l’hanno prodotta: abbattimento dei salari e dei diritti, smantellamento dello stato sociale, deregolamentazione del lavoro e dell’economia, sostegno ai grandi speculatori finanziari internazionali. Questa ricetta oltre che socialmente ingiusta è profondamente sbagliata: abbiamo visto infatti che competere al ribasso con paesi come la Cina non risolve il problema ma che al contrario, come accade in Francia e Germania, è con la ricerca e l’innovazione che si possono sostenere produzione, salari e diritti.
Far passare l’idea che la crisi della Fiat (unica casa automobilistica europea che vede crollare a picco le vendite) è legata a dieci minuti di pausa pranzo o dall’assenteismo dei suoi dipendenti (che hanno gli stipendi fra i più bassi d’Europa) ci dice quanto Marchionne (che prende 1.037 volte un operaio di Mirafiori vedi
http://ilconfrontodelleidee.blogspot.com/2011/01/lo-stipendio-doro-di-marchionne.html ) sia realmente interessato a risollevare le sorti della casa automobilistica torinese.
Per questo chiediamo alle forze del centrosinistra torgianese e al gruppo consiliare “La Torre” di prendere una decisa posizione a sostegno della FIOM e dello sciopero del 28 ottobre.
Stefano Antognoni,
Segretario del Circolo PRC “Pierino Ranieri” Torgiano

Firma la petizione "UNITI CE LA POSSIAMO FARE"






Statuto della petizione
Abbiamo convocato lo sciopero generale dei metalmeccanici per il 28 gennaio; è una tappa fondamentale per la riconquista del Contratto Nazionale e la salvaguardia dei diritti nei luoghi di lavoro.
La scelta compiuta dalla Fiat alle Carrozzerie di Mirafiori e a Pomigliano D’Arco è un atto antisindacale, autoritario e antidemocratico senza precedenti nella storia delle relazioni sindacali del nostro paese dal dopoguerra.È un attacco ai principi e ai valori della Costituzione Italiana e alla democrazia perché calpesta la libertà dei lavoratori e delle lavoratrici di decidere a quale sindacato aderire per difendere collettivamente i propri diritti e di eleggere i propri rappresentanti in azienda. Chi non firma scompare e chi firma diventa un sindacato aziendale e corporativo guardiano delle scelte imposte dalla Fiat. Si annullano il Contratto Nazionale di Lavoro e peggiorano le condizioni di fabbrica, si aumenta lo sfruttamento e l’orario di lavoro, si lede ogni diritto di sciopero e si riduce la retribuzione a chi si ammala cancellando così in colpo solo anni di lotte e di conquiste.
Il ricatto di Marchionne è coerente con la distruzione della legislazione del lavoro in atto che vuol rendere tutti soli e precari; è la stessa logica regressiva messa in pratica dal Governo con l’attacco al diritto allo studio e alla ricerca attuato attraverso l’approvazione del Ddl Gelmini e il taglio ai fondi per l’informazione e la cultura.
Si mettono così sotto scacco principi democratici di convivenza civile fondamentali.La Fiom considera il lavoro un bene comune e per questo il 16 ottobre dopo il ricatto/referendum illegittimo imposto dalla Fiat a Pomigliano ha dato vita a una grande manifestazione, aperta a tutti coloro che sono impegnati nella difesa di diritti e libertà costituzionali inviolabili.Lo sciopero generale proclamato per il 28 gennaio della categoria e le manifestazioni dopo il ricatto/referendum di Mirafiori hanno lo stesso obiettivo: come ha dimostrato l’introduzione delle deroghe nel Contratto Nazionale dei metalmeccanici firmato da Federmeccanica e le altre organizzazioni sindacali, quando si ledono diritti fondamentali la ferita non si circoscrive ma travolge progressivamente tutto il mondo del lavoro.
Promosso da: fiomnet Fiom-Cgil nazionale