lunedì 28 luglio 2014

Lettera a Giorgio Napolitano NON rappresentante dell’unità nazionale


Lettera a Giorgio Napolitano NON rappresentante dell’unità nazionale
Al signor Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Signor Presidente,
siamo cittadini italiani che hanno dato vita alla “Rete per la Costituzione”, organizzazione che in ragione di un impegno civico e morale di fedeltà alla Carta fondativa della Repubblica, si propone la sua difesa e applicazione.
Poiché Essa sancisce la Sovranità Popolare, è in nome di questa che ci sentiamo autorizzati a chiedere conto, a Lei e alla classe politica tutta, di quelle azioni e parole che ci sembrano venir meno a questo principio e a quello ancora più perentorio che impone a tutti i cittadini di “essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi “.(art. 54).
Il suo pronunciamento, l’ennesimo in verità, a favore delle riforme promosse dal Governo in carica, ieri 22 luglio 2014, sembra chiarire definitivamente la strada che lei ha scelto : quella di non essere “il rappresentante dell’unità nazionale ” (art.87), ovvero colui che si fa garante super partes nel delicato processo di riforma costituzionale e non solo, di tutte le posizioni in campo tutelando il dibattito, la serena espressione delle divergenze e degli opposti pareri, ivi compresi quelli delle opposizioni, come era accaduto nel 1947.
Patrocinando e “sponsorizzando” in prima persona la proposta del Governo, cioè di una parte delle forze politiche del Parlamento, Lei si “schiera” apertamente al di là di ogni dubbio o ambiguità, non solo venendo meno al mandato che la Costituzione le affida, tradendone lo spirito ma anche violando il suo giuramento di fedeltà alla Stessa, che ha avuto il “privilegio” di riconfermare, unico caso nella storia repubblicana del paese, per la seconda volta.
Ci scusi Presidente, ma lei non ci rappresenta.
Dopo 20 anni di leggi ad personam, di episodi imbarazzanti dentro e fuori i confini nazionali, di accuse e insulti ai magistrati, di rapporti diretti con esponenti mafiosi (Dell’Utri, Mangano…) e una condanna definitiva per frode fiscale (un latrocinio a danno degli italiani tutti), Lei vorrebbe farci credere che il sig. S. Berlusconi è un “interlocutore significativo”? Che ha pieno titolo nel processo di riforma della nostra Carta? Che ha pieno titolo nella riforma della Giustizia?
Ci scusi Presidente, ma questo è inaccettabile.
Il processo di riforma che si pretende di attuare eredita, all’evidenza dei fatti, un duplice peccato originale , il primo: una “diminutio” di autorevolezza di questo Parlamento che, come sancito dalla Corte Costituzionale, nasce da una legge elettorale incostituzionale , la quale a sua volta ne ha definito il carattere: quello cioè di una Camera di nominati, poco rappresentativa delle istanze dei cittadini e per questo meno titolata a modificare un patrimonio collettivo come la Nostra Costituzione.
E vale la pena ricordare, forse, “l’esproprio” continuato del diritto di scegliere i propri candidati che si vorrebbe addirittura perpetuare, a danno dei cittadini italiani.
E ancora vale la pena ricordare che gli stessi cittadini sono ormai da tempo espropriati anche del diritto di pronunciarsi, attraverso il voto, (quello europeo non è un mandato a modificare la Costituzione italiana) a seguito del continuo esercizio delle larghe intese o della costruzione a tavolino di governi balneari di varia natura, sempre da Lei patrocinati, Signor presidente.
Il secondo peccato originale delle sbandierate riforme è il cosiddetto “Patto del Nazareno” , frutto di “indicibili accordi”.
Ci sembra che sia ora di dire basta alle manovre di palazzo , ai patti tra privati che ne pretendono l’applicazione a beneficio “presunto” dei cittadini che non ne conoscono affatto i termini, né la posta in gioco, né gli interessi che i singoli rappresentanti di partito intendono perseguire a loro vantaggio.
In nome di quella sovranità popolare che ci compete esercitare pretendiamo la verità, la chiarezza, la trasparenza…Signor Presidente.
La trasparenza, infine, è quella che ci attendiamo in un paese come l’Italia che da decenni attende di sapere la verità sui tanti misteri e le terribili stragi del passato.
Una in particolare, che La vede direttamente chiamato in causa: il processo sulla trattativa Stato –mafia e le conseguenti stragi del 1992-3.
Oggi come allora Lei era dentro le Istituzioni, è chiamato a rendere conto del suo ruolo, a dare la sua versione dei fatti ai magistrati che indagano, oggi come allora minacciati dalla mafia, soli nella fatica di recuperare brandelli di verità a distanza di così tanto tempo e dopo i vergognosi depistaggi degli anni scorsi.
Pretendiamo la sua collaborazione alle indagini, Signor Presidente.
Distinti saluti
RETE PER LA COSTITUZIONE
PF: http://www.facebook.com/RetePerLaCostituzione?ref=ts&fref=ts
Email: reteperlacostituzione@email.it
E’ possibile sottoscrivere la lettera della Rete per la Costituzione a Giorgio Napolitano cliccando sul il link seguente:
http://www.liberacittadinanza.it/petizioni/lettera-inviata-al-presidente-napolitano

E45: "Il pedaggio si pagherà e sarà caro per tutti"

Altro che esenzione per i residenti, il pedaggio ci sarà e lo pagheremo anche caro. I privati che hanno promosso il project-financing per la trasformazione della E45 in autostrada hanno previsto una tariffazione esorbitante che graverà sui cittadini per almeno 40 anni”. Con queste parole il consigliere regionale Oliviero Dottorini (Idv), commenta i dati del “Piano economico finanziario (Pef) elaborato dagli stessi privati che finanzieranno la trasformazione della E45 in autostrada, annunciando un'interrogazione urgente alla Giunta regionale per chiedere che renda pubbliche tutte le notizie in suo possesso, compresa la Relazione illustrativa al Piano finanziario per la realizzazione del corridoio di viabilità autostradale della tratta Orte-Mestre”.
“Secondo il Piano finanziario - spiega Dottorini, che nella nota fa riferimento anche alla sua qualifica di 'presidente di Umbria migliore' - il promotore del progetto per procedere all'attuazione del programma di investimenti ritiene congrua l'applicazione di una tariffa pari a 0,15225 euro al chilometro per i veicoli leggeri e pari a 0,29757 per quelli pesanti. Applicando un semplice calcolo matematico si scopre che per coprire i circa 50 chilometri che separano Perugia da Città di Castello occorreranno circa 7,60 euro, mentre da Terni a Perugia saremmo attorno ai 12 euro. Ovviamente la stangata sarà quasi doppia per i mezzi pesanti, ma anche per i mezzi di trasporto dei piccoli imprenditori locali. Un autentico salasso che, se non immediatamente smentito, chiamerebbe in causa anche le responsabilità di chi non ha adeguatamente informato sia i cittadini sia chi per essi deve assumere decisioni nelle sedi istituzionali. Soprattutto i sostenitori della mega-opera dovrebbero abbandonare la demagogia e le ambiguità con le quali in questi anni hanno preso in giro i cittadini. A nulla valgono più – aggiunge - le finte rassicurazioni di chi parla di esenzioni o alleggerimenti per i residenti, dal momento che l'arteria è utilizzata essenzialmente da un traffico locale e senza il contributo dei residenti il progetto risulterebbe insostenibile e irrealizzabile. Oggi è chiaro quindi che il pedaggio lo pagheremo tutti e, purtroppo, dai dati emerge un quadro ancora più sconfortante del previsto. Il combinato di volumi di traffico molto bassi e di costi di realizzazione elevati, ci mette di fronte a una cruda realtà: per rientrare dall'investimento sarà necessario un pedaggio pesante a carico dell'intera collettività. E' una brutta notizia per tutti, ma in particolare per i pendolari e per gli imprenditori locali che in questi anni sono stati presi in giro con false promesse e che invece dalla trasformazione della E45 in autostrada riceveranno contraccolpi insostenibili in termini economici”.
“Le associazioni e i movimenti che in questi mesi si sono mobilitati, attraverso la raccolta firme sulla petizione regionale contro il progetto della Orte-Mestre - ricorda Dottorini - sono consapevoli che i privati non sono dei benefattori e che i 10 miliardi previsti per la realizzazione graveranno sulle spalle dei cittadini. I contribuenti si vedranno caricati dei costi di un'opera faraonica e anacronistica, che risponde più ai legittimi appetiti di qualche gruppo imprenditoriale che alle esigenze infrastrutturali della nostra regione. È bene che l'ampio schieramento dei sostenitori dell'autostrada, che va dal Pd a Forza Italia, dai Socialisti al Ncd - conclude Oliviero Dottorini - faccia un passo indietro sull'appoggio ad un'opera che non lascerà soltanto una ferita insanabile per il nostro territorio e per il nostro tessuto produttivo, ma assesterà un colpo insostenibile alle nostre economie familiari e imprenditoriali”.

Slogancrazia di Carlo Cornaglia

Slogancrazia
Mentre le cose vanno sempre peggio
ed i problemi restano insoluti,

va di moda l’ignobile cazzeggio
di Renzi gran campion dei linguacciuti.
Nessun che esploda: “Non diciam cazzate!”
Nessun che si lamenti dei bla bla.

Nessun che chieda: “Ma di che parlate?”
Su tutti i media da un annetto in qua:
“La svolta buona. La Nazion riparte.
Le riforme non possono aspettare.

Dobbiamo andare a veder le carte.
E’ un sogno. Non lasciar, ma raddoppiare.
Ormai siamo arrivati in dirittura.
Dell’Erasmus siam la generazione.

Or tocca a noi guidare la vettura.
E’ del popolo la Costituzione.
Della Ue sarem il locomotore.
Portar caldo. Sblocchiamo la tastiera.

Meucci fu incredibile inventore.
L’Europa torni ad essere frontiera.
Qunidici giorni ancora e poi si chiude.
Infin smettiamo di piangerci addosso.

Davvero cambierem! No alla palude!
So che del collo io mi gioco l’osso.
Siamo ad un bivio. Lavoriamo sodo.
Ci hanno concesso un’opportunità.

Lotterò su ogni palla, è il solo modo.
Nella politica c’è dignità.
Sia per i figli che per i nipoti.
A tutti i frenator piaccia o non piaccia.

Nessun rinvio. Qui s’impon chi ha i voti!
Far bassi i toni. Metto la mia faccia.
Il girotondo lascia sempre lì.
Sarà rivoluzion copernicana.

L’ultima spiaggia. Nessun piano B.
Riforme, decisiva settimana.
Regalare un sorriso è assai importante.
Siamo l’Italia, noi ce la faremo!

Riscoprirsi Telemaco è esaltante.
Niente scuse. Non tramo, ma non tremo!
Togliamo tutti i sassi dai binari.
Noi sarem più forti dei pagliacci!

Delle speranze siam destinatari.
Alt a burocrazia e scartafacci!
Qui c’è necessità di ripartire.
A casa il risultato porteremo.

Vedrete, il meglio deve ancor venire.
Noi tutti insieme ci divertiremo.
Non chiediamo un giudizio sul passato,
ma il futuro vogliamo cominciare.

Ogni alibi è stato eliminato.
Le ambizioni oramai dobbiamo alzare!
Dobbiam tornar sull’ìdeàlità.
Non siam qui per metter bandierine.

Insieme respiriamo identità.
A trentennal contrasti mettiam fine.
Col quarantun per cento non si dorme.
Su Google maps non siam solo un puntino!

Il Pin del cellular son le riforme.
Il treno rimettiam presto in cammino.
In tribuna nessun la palla butti.
Non follower, ma leader sia l’Italia.

Non cambiam tutto, ma cambiamo tutti!”
Con i suoi spot i creduloni ammalia
quel megalomane pieno di sé,
ch’è tutto slogan, giochi di parole,

“Ci penso io!”, “Fate fare a me!”,
laddove appare chiaro come il sole
che si tratta di un gran millantatore
il qual per il suo ego sembra pazzo.

“Tenetelo lontan! Fa il salvatore,
ma è un parolaio che non salva un cazzo”.
Nota. La poesia è stata ispirata dall’articolo de il Fatto Quotidiano del 22 luglio 2014
“Tra rivoluzione e palle in buca, un premier innamorato degli spot”
di Daniela Ranieri che qui si ringrazia
blog Micromega, 23 luglio 2014

domenica 27 luglio 2014

Schettino merita un monumento di Dante Barontini, Contropiano.org

Schettino merita un monumento
Se non fosse esistito, sarebbero stati costretti a inventarlo. E l'avrebbero inventato.
I media e il governo di questo paese, da una settimana, stanno costruendo un monumento al capitano Schettino. Anzi, sembrano aver deciso di definire un vero e proprio “format”, non solo televisivo, ma che possa rappresentare plasticamente il futuro del paese. Senza neanche la necessità di parlar bene del capitano stesso...
Diciamolo in un altro modo: ci possiamo presentare d'ora in poi come un paese di poeti, santi, eroi e comunicatori. Dopo l'exploit del comandante della Costa Concordia, infatti, come navigatori siamo in pole position per la presa in giro...
Non che nelle altre specialità ce la stiamo cavando meglio, specie quanto a santità ed eroismo, ma insomma: il primo posto a Schettino non glielo toglie nessuno.
Non avete ancora capito? Ci stiamo riferendo al serial televisivo, che ha tracimato inarrestabile anche su tutti i quotidiani mainstream, intitolato “il miracolo della Concordia”. Titolo, vero, non ironico (potrebbe sembrarlo, no?), appannaggio quasi esclusivo di Repubblica, che in quanto a giornale del padronebatte largamente anche La Stampa e Il Giornale, appunto.
dal Corriere della Sera

Concordia, meta raggiunta Foto|Live
E Renzi arriva via mare: guarda le foto

L’arrivo di Renzi , con la moglie Agnese e uno dei tre figli, nel porto di Genova
Doppia lettura, però. Quella più immediata, quasi esplicita, è l'occupazione del palinsensto con le operazioni di raddrizzamento, galleggiamento e trasferimento del relito più costoso della storia. In una settimana in cui i massacri di Gaza e l'aria di guerra globale che spira dall'Ucraina consegnata ai “nazisti europeisti” di Svoboda e Pravy Sektor avrebbero costretto direttori, capiredattori, editorialisti e cronisti a disperati contorsionismi per giustificare le dichiarazioni di Obama, Merkel, Netanyahu e via cantando; per suscitare indignazione antipalestinese e antirussa, tranquillizzando allo stesso tempo i lettori-telespettatori (sempre più vicini, pur partendo da livelli culturali e di partecipazione civile opposti); per “aizzare canalizzando”, insomma, sempre embedded con i massacratori, ma alle prese con una materia informativa scivolosa... Bene, in questa settimana “fortunata” tutti hanno potuto mettere al centro, in testa, in apertura, “il miracolo della Concordia”.
Fin qui tutto normale, anzi, normale “arma di distrazione di massa", come da sempre si fa nei giornali padronali.
  
da La Repubblica
Concordia a Genova, viaggio finito   - fotostoria   Renzi: "Non è un giorno lieto, ma grazie"   video

Concordia a Genova, viaggio finito - fotostoria Renzi: 

"Non è un giorno lieto, ma grazie" 

Gabrielli: missione compiuta videodiretta tv - tutti i video
Inquinamento, Galletti contro Parigi - Vd Nave dalla Lanterna
Liveblog - Timelapse Dalla notte all'alba  - In tempo reale

Il salto di qualità sta nel secondo passaggio, od obiettivo. Fare del più ignobile, ridicolo, traumatico, tragico, pezzente fallimento della capacità industriale di questo paese in tempi recenti “un esempio miracoloso del genio italico”.
L'impresa era titanica, ammettiamolo pure. Si parte da una nave da crociera di dimensioni abnormi – uscita da Fincantieri, uno degli ultimi gioielli di famiglia della nostrana tradizione industriale (pubblica, certo, solo quella ci sono rimasta, anche se ancora per poco) - comandata da un campione dell'italianuccio senza particolari qualità, quella figura tipica la cui carriera corre rispettando sempre con entusiasmo la logica dell'”inchino”. Di quelli che si fanno al capomafia locale il giorno della processione così come a un “amico” che ha la casa a pochi metri dal mare, sull'isola del Giglio; di quelli che si fanno al potente che passa in strada, se debitamente scortato, altrimenti monetine. Uno rimasto famoso per quel terribile “torni a bordo, cazzo!” scagliato da un ufficiale della capitaneria di Porto di Livorno, che proprio non riusciva a credere che un capitano con quel po' po' di gradi fosse stato tra i primi a mettersi in salvo anziché affondare con la sua nave (come avrebbe suggerito un pizzico di vergogna, se non l'etica della marina che fu e non c'è più).
Si deve far finta che il mondo non ci rida dietro da quel giorno, che non si tratti di un disastro immane (32 morti, non proprio un incidente come tanti), che se ne possa fare un format di successo. Vai con i media che straparlano di quanta intelligenza tecnologica ci sia in questo paese, quella in grado di rimettere il linea di galleggiamento una balena di ferro di oltre 300 metri di lunghezza, mestamente spiaggiata su una scogliera. Vai con il “genio” che si fa strada solo nelle grandi difficoltà, con le spalle al muro, con la disperata necessità di “riscattarsi”.
da L'Unità

La Concordia nel porto di Genova | DIRETTA
Renzi: «Oggi non è giorno lieto, ma del ricordo»

DIRETTA TV | MAPPA "LIVE" | VIDEO | FOTO: L'ARRIVO E L'ATTRACCO A GENOVA | FOTO: IL VIAGGIO DAL GIGLIO | TWITTER | I rimorchiatori portuali hanno portato il relitto al porto di Genova in retromarcia (VIDEO) | Il premier: «Grazie a chi ha realizzato l'impossibile» | Gabrielli: «Attracco iniziato». Il ministro Galletti: «Francesi imparino a fidarsi di più...». Lo smantellamento durerà 22 mesi.
FOTOGALLERY | La nave verso il porto di Genova, la manovra d'attracco
È così che è stata confezionata la “favola” mediatica. Il recupero di un relitto affondato nel ridicolo, lo sforzo di trainarlo fino alla banchina della demolizione – "della demolizione! cazzo!" -, il tutto al modico prezzo di un miliardo e mezzo, ci vengono imbanditi come la prova che “il paese ce la può fare”.
Che siamo capaci di tutto, è proprio vero. Nulla come il destino della Concordia mostra plasticamente la direzione in cui sta muovendo questo paese, con al timone il “Grande Rottamatore”.
È perfetto. Dovendo utilizzare la merda che c'è, non si poteva assemblare un plot migliore. Profetico.

Nel teatrino delle “riforme strutturali chieste dall’Europa” svanisce la democrazia —  Dexter, Il Manifesto

Ue. Juncker e Draghi preparano cambiamenti «strutturali» da imporre ai vari paesi. L’Italia che guida il semestre europeo farebbe bene a opporsi. Ecco perché
C’è un’idea car­sica che scom­pare e ricom­pare nel dibat­tito poli­tico euro­peo: quella di con­ce­dere incen­tivi finan­ziari agli stati in cam­bio di riforme strut­tu­rali. Con­ce­piti per la priva volta nel marzo del 2013 con il nome di Con­trac­tual Arran­ge­ments sono ritor­nati in voga recen­te­mente gra­zie ad una ester­na­zione di Mario Dra­ghi in favore di un «Reform Com­pact» e sono stati ven­ti­lati da Junc­ker nel suo discorso inau­gu­rale al Par­la­mento europeo.
Si tratta di un’idea per­ni­ciosa che il governo ita­liano farebbe bene a bloc­care durante il seme­stre di pre­si­denza. Va detto innan­zi­tutto che una simile pro­po­sta è frutto soprat­tutto della de-politicizzazione del dibat­tito pub­blico, euro­peo e nazio­nale. Ecco alcuni motivi per non accet­tare l’ennesimo «pacco».

1) Le «riforme necessarie»

La prima obie­zione da muo­vere alla pro­po­sta è che essa si basa sull’assunto che esi­stano delle riforme strut­tu­rali «neces­sa­rie» che i paesi devono fare se vogliono tor­nare a cre­scere. È una can­ti­lena ricor­rente anche sui media ita­liani. Si tratta pur­troppo in parte d’ingenuità gior­na­li­stica, ed in parte di un mali­zioso trucco seman­tico. Le riforme strut­tu­rali sono in primo luogo sem­pre delle riforme «distri­bu­tive», vanno cioè a modi­fi­care in modo strut­tu­rale la distri­bu­zione delle risorse all’interno della società. L’esempio clas­sico sono le riforme del mer­cato del lavoro: esse deter­mi­nano in che modo il pro­dotto nazio­nale sia sud­di­viso fra salari e pro­fitti, ovvero fra lavo­ra­tori e datori di lavoro.
Le riforme attuate negli ultimi 20 anni in Ita­lia e in Europa hanno pro­vo­cato un mas­sic­cio tra­sfe­ri­mento di ric­chezza dai primi ai secondi (pari a più di 10 punti di Pil fra il 1970 ed oggi). Secondo la teo­ria che sot­tende que­sto tipo di riforme, una tale redi­stri­bu­zione della ric­chezza avrebbe dovuto — aumen­tando i ren­di­menti del capi­tale — pro­muo­vere ulte­riori inve­sti­menti e quindi aumen­tare il volume della pro­du­zione, e con esso la cre­scita e l’occupazione. Al di là del fatto che esi­stono ora­mai nume­ro­sis­simi studi che smen­ti­scono que­sto tipo di evo­lu­zione «vir­tuosa», è evi­dente che soste­nere astrat­ta­mente l’esistenza di «riforme neces­sa­rie» impli­chi rite­nere eco­no­mi­ca­mente e social­mente inin­fluenti i loro esiti distri­bu­tivi. Inol­tre signi­fica anche pre­ten­dere di far diven­tare «tec­nici» ed asso­luti dei dibat­titi che invece sono estre­ma­mente poli­tici e rela­tivi, poi­ché deter­mi­nano le con­di­zioni di vita dei cit­ta­dini e l’organizzazione della società.

2) Chi deve fare le riforme

Un altro pro­blema di que­sto pecu­liare tipo di «rifor­mi­smo» è sta­bi­lire chi debba fare le riforme, ovvero è innan­zi­tutto neces­sa­rio inten­dersi sulla posi­zione rela­tiva dei diversi stati rispetto a degli obiet­tivi o — in gergo — ben­ch­mark. Non è dif­fi­cile capire il livello di arbi­tra­rietà che ciò com­porta: non sol­tanto si devono moni­to­rare degli indi­ca­tori eco­no­mici piut­to­sto che altri, ma è anche neces­sa­rio sta­bi­lire degli obiet­tivi comuni – ovvero l’orizzonte verso cui ci si dirige. L’Ocse ha svi­lup­pato diversi indici per clas­si­fi­care la «capa­cità rifor­ma­trice» dei paesi. Gli indici più noti sono l’Epl (Employ­ment Pro­tec­tion Legi­sla­tion) e il Pmr (Pro­duct Mar­ket Regu­la­tion), valori bassi di que­sti indici sareb­bero vir­tuosi, secondo l’Ocse, poi­ché indi­cano minore rego­la­men­ta­zione, minori pro­te­zioni per i lavo­ra­tori, mag­gior fles­si­bi­lità e mag­giore aper­tura dei mercati.
Tra­la­sciando l’assoluta arbi­tra­rietà dei cri­teri, è inte­res­sante notare che uti­liz­zando gli indici dell’Ocse si potrebbe arri­vare a con­clu­sioni sor­pren­denti. Ad esem­pio i Paesi con l’Epl più ele­vato in Europa sono la Ger­ma­nia e l’Olanda, men­tre l’Irlanda, la Spa­gna e anche l’Italia hanno indici deci­sa­mente più bassi. Simil­mente per quanto riguarda l’apertura dei mer­cati, l’Italia si piazza meglio ad esem­pio del Lus­sem­burgo e del Bel­gio. C’è chi ha osser­vato quindi che se si usas­sero que­sti indici per sta­bi­lire chi deve fare le riforme si potrebbe cadere nel para­dosso di dover pagare la Ger­ma­nia per­ché libe­ra­lizzi il mer­cato del lavoro.

3) Chi paga per le riforme

Sup­po­nendo di poter accan­to­nare ideal­mente le prime due obie­zioni, il terzo pro­blema è sta­bi­lire come si for­ma­lizza l’incentivo finan­zia­rio per gli stati che fanno le riforme. Innan­zi­tutto sarebbe neces­sa­rio dare un prezzo alle riforme: quanto costa la libe­ra­liz­za­zione dei ser­vizi postali o la fles­si­bi­lità del mer­cato del lavoro? In secondo luogo, si trat­te­rebbe di finan­zia­menti a fondo per­duto (quindi dei tra­sfe­ri­menti) o dei pre­stiti (quindi da rim­bor­sare)? Nel primo caso, quali paesi sareb­bero dispo­sti a ope­rare tali tra­sfe­ri­menti, con­si­de­rata la feroce oppo­si­zione fin qui dimo­strata da tutti i prin­ci­pali paesi? Nel secondo caso, non solo biso­gne­rebbe prez­zare bene le riforme ma anche valu­tarne molto bene i ren­di­menti, poi­ché i pre­stiti si ripa­gano con gli interessi.
Tut­ta­via forse la ragione più forte per opporsi a simili idee ce la dà pro­prio Mario Dra­ghi, quando sostiene, nell’articolo sopra citato, che gli esiti dei pro­grammi del Fmi for­ni­scono dei buoni esempi di come la disci­plina impo­sta da organi sovran­na­zio­nali sia utile per imporre riforme. In sostanza Dra­ghi pro­pone di sospen­dere la demo­cra­zia ed appli­care all’Europa la stessa tera­pia adot­tata dal Fmi con i Paesi asia­tici degli anni Novanta. E guarda caso i paesi che ne sono usciti meglio sono quelli che non l’hanno appli­cata, come sug­ge­ri­sce spesso Stiglitz.
Infine, è bene ricor­dare che que­sto tea­trino sulle riforme strut­tu­rali serve ad evi­tare di discu­tere del vero pro­blema dell’eurozona, ovvero l’incompleta archi­tet­tura dell’unione mone­ta­ria. Per­ché, come diceva Key­nes, «il pub­blico afferra sem­pre meglio le cause par­ti­co­lari che le cause gene­rali, la depres­sione sarà quindi attri­buita a ten­sioni indu­striali, (…), alla Cina, alle tasse, (…), a qua­lun­que cosa al mondo fuor­ché alla poli­tica mone­ta­ria, che è stata il motore di tutto».

Dex­ter è il miste­rioso secondo nome di Harry Dex­ter White, archi­tetto degli accordi di Bret­ton Woods. Dex­ter è anche lo pseu­do­nimo di un esperto di que­stioni euro­pee che vive a Bruxelles

La confusione di decimali da parte di Renzi è molto pericolosa

Il mio collega Giovanni Vecchi ha studiato il ruolo dei decimali nella nostra vita di tutti i giorni dall’Unità d’Italia in poi.
Come vedere dalla tabella sopra (in rosso) nel ventennio tra il 1861 ed il 1881 il reddito pro-capite degli italiani è cresciuto dello 0,6% annuo in media, mentre (in verde) nel decennio dal 1992 al 2002 di più, dell’1,5%.
Quisquilie? Differenze impercettibili di quasi 1% annuo, che volete che sia.
Beh un modo per convincervi che quisquilie non sono è farvi vedere (le frecce) il numero di anni che si impiegano, a quei tassi di crescita, a raddoppiare il proprio tenore di vita. Se fossimo sempre cresciuti come nel ventennio del Novecento, ci ricorda Vecchi, ci avremmo messo ben 115 anni a raddoppiare il livello di benessere economico! Se invece  (come è poi stato dall’Unità d’Italia in poi) fossimo cresciuti come dal 1992 al 2002, gli anni si sarebbero ridotti a 40. Accipicchia se conta un misero 1%!

Quando il Presidente del Consiglio Renzi afferma che “se la crescita è 0,4 o 0,8 o 1,5 non cambia niente per la vita quotidiana delle persone” mi preoccupa. Molto.
Primo perché proprio il suo bonus di 80 euro di cui esalta l’importanza ha l’impatto di circa 0,7% di PIL (la differenza tra 0,8 e 1,5 di PIL).
Secondo perché sono proprio questi decimali di crescita in più che possono generare occupazione: infatti la differenza tra 1,5 e 0,4 di crescita in più che Renzi ritiene irrilevante abbatte la disoccupazione dello 0,5%, aprendo la strada per un lavoro vero per circa centomila disoccupati.
Ma io ho capito perché Renzi si è così grossolonamente sbagliato. Credo che Renzi abbia confuso la crescita economica con il deficit pubblico strutturale, visto che vuole portare quest’ultimo proprio dall’1,5% allo 0,4%, credendo per di più, come è noto dal DEF che ha fatto approvare, di non peggiorare per questo la vita quotidiana delle persone. E anche qui sbaglia: levando risorse per investimenti pubblici e minori tasse – come gli chiede lo stupido Fiscal Compact – uccide l’economia italiana.
Vorremmo consigliare a Renzi di firmare il nostro referendum contro l’austerità e di pensare ogni giorno a quei decimali del deficit e a non ridurli in queste terribile recessione: ne otterrà tantissimi decimali in più di crescita e potrà godersi una vecchiaia con un reddito doppio rispetto a quello suo odierno. Non male, no?
di Gustavo Piga

Nessuno vuole davvero fermare Israele —  Alessandro Dal Lago

Gaza sotto attacco. L'ipocrisia dei governi europei e dell'amministrazione americana
La stri­scia di Gaza è mar­ti­riz­zata da tre­dici anni, dall’inizio della seconda Inti­fada. Perio­di­ca­mente Israele, in rispo­sta ai lanci di razzi, al rapi­mento di un sol­dato o all’uccisione di gio­vani coloni, sca­tena offen­sive (dai nomi fan­ta­siosi o truci, come “arco­ba­leno” o “piombo fuso” ecc.) dal cielo, dal mare e a terra.
Dall’inizio del mil­len­nio, sono morti circa 6.400 pale­sti­nesi e poco più di 1000 israe­liani, senza dimen­ti­care le cen­ti­naia di pale­sti­nesi vit­time della guerra civile tra Hamas e Anp. Ogni volta, gli stra­te­ghi israe­liani giu­rano che il con­flitto in corso sarà l’ultimo, ma chiun­que nel mondo sa che si tratta di una favola. Anche se la stri­scia di Gaza – una fascia costiera abi­tata da una popo­la­zione pari a quella della Ligu­ria, ma con una super­fi­cie quin­dici volte più pic­cola – fosse com­ple­ta­mente ridotta in mace­rie, qual­che razzo potrebbe essere ancora spa­rato e quindi il con­flitto riprenderebbe…
Per com­pren­dere il senso di una guerra appa­ren­te­mente infi­nita, basta con­fron­tare le carte della Pale­stina nel 1946 e oggi. Se allora gli inse­dia­menti dei coloni ebrei erano una man­ciata, soprat­tutto nel nord, oggi è esat­ta­mente il con­tra­rio: una spruz­zata di inse­dia­menti pale­sti­nesi cir­con­dati da Israele e dai suoi coloni, con la stri­scia di Gaza iso­lata a sud-ovest. Non ci vuole molta fan­ta­sia per com­pren­dere che la stra­te­gia di Israele, in nome di una sicu­rezza asso­luta di cui non potrà mai godere, è quella di cac­ciare più pale­sti­nesi pos­si­bile, con le infil­tra­zioni dei coloni in Cisgior­da­nia e con le azioni mili­tari a Gaza.
Rap­porti pub­bli­cati da Human Rights Watch, agen­zie Onu e Amne­sty Inter­na­tio­nal mostrano ormai, senza pos­si­bi­lità di dub­bio, che lo sra­di­ca­mento dei pale­sti­nesi è per­se­guito con l’espulsione dalla terre col­ti­va­bili, l’interruzione perio­dica dell’energia elet­trica e il blocco delle risorse idri­che. D’altronde che l’esercito con­si­de­rato il più “pro­fes­sio­nale” al mondo rada al suolo scuole gestite dall’Onu e uccida soprat­tutto civili la dice lunga sulla vera stra­te­gia di Israele verso i palestinesi.
Mai come oggi, i pale­sti­nesi di Gaza sono stati così soli. Hamas non gode della pro­te­zione dell’Egitto, come ai tempi di Morsi, né della sim­pa­tia dei sau­diti e di quasi tutti gli stati arabi. Né riceve vera soli­da­rietà da parte di Abu Mazen. E, ovvia­mente, in quanto orga­niz­za­zione uffi­cial­mente defi­nita “ter­ro­ri­sta”, è avver­sata da Stati Uniti ed Europa. Ma tutto que­sto non spiega, né tanto meno giu­sti­fica, il silen­zio ipo­crita dei governi occi­den­tali e tanto meno della cosid­detta opi­nione pub­blica indi­pen­dente sulle stragi di Gaza.
Lasciamo stare il nostro Pre­si­dente del con­si­glio e l’ineffabile mini­stro Moghe­rini, la cui ascesa spiega per­fet­ta­mente il ruolo tra­scu­ra­bile della poli­tica estera nella cul­tura gover­na­tiva ita­liana. Ma che dire dell’incredibile squi­li­brio poli­tico e morale nella valu­ta­zione uffi­ciale del conflitto?
Basti pen­sare che un B.-H. Lévy, l’eroe della fasulla rivo­lu­zione libica e il mesta­tore di Siria, da noi passa come un pro­feta della pace e della giu­sti­zia. Che cen­ti­naia o migliaia di imbe­cilli, in Europa o altrove, tra­sfor­mino il con­flitto tra pale­sti­nesi e stato d’Israele in una cro­ciata anti­se­mita non può essere usato come un alibi per chiu­dere gli occhi davanti alle stragi di bam­bini e di civili. In que­sto qua­dro, la palma dell’ipocrisia va al governo ame­ri­cano, e in par­ti­co­lare a Obama, che pure aveva illuso il mondo all’inizio del suo primo mandato.
La banale verità è che la dif­fe­renza tra demo­cra­tici e repub­bli­cani in mate­ria di Pale­stina è sem­pli­ce­mente di stile. Bru­tal­mente filo-israeliani quelli della banda Bush, pre­oc­cu­pati un po’ più delle forme della repres­sione gli oba­miani, come dimo­strano i famosi fuori-onda di Kerry.
Ma nes­suno ha vera­mente inten­zione di fer­mare Israele, oggi o mai. La soli­tu­dine dei pale­sti­nesi è la ver­go­gna del mondo, dell’occidente come dei padroni del petro­lio. Per non par­lare di un’Europa inetta e imbelle.

Le forzature pericolose di Napolitano —  Alberto Burgio

Riforme . Renzi e il ruolo poco super partes del Quirinale

Accet­tando a malin­cuore il sacri­fi­cio del secondo man­dato che aveva sin lì sde­gno­sa­mente escluso ma che con­si­de­rava un far­dello impo­sto dall’amor di patria, Gior­gio Napo­li­tano disse: resto al Colle per le riforme, me ne andrò non appena si saranno varate. Il suo con le «riforme» è un legame indi­strut­ti­bile, tanto che si potrebbe par­lare di una pre­si­denza a pro­getto. Ma que­sta endiadi sta pro­du­cendo mostri, e spin­gendo il pre­si­dente sem­pre più lon­tano dal ruolo super par­tes, di organo di garan­zia, asse­gnato dalla Costi­tu­zione al capo dello Stato.
L’esca­la­tion di que­sti giorni è impres­sio­nante e non può non destare allarme. Solo una ven­tina di giorni fa, pur sol­le­ci­tando il Senato a comin­ciare final­mente l’esame di una «riforma» defi­nita «sem­pre più urgente» e «matura» e chissà per­ché «vitale», Napo­li­tano aveva assi­cu­rato di non volere «entrare nel merito» del con­fronto sul supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto. Le ultime prese di posi­zione sono di tutt’altro segno. Riscon­trata la deter­mi­na­zione a resi­stere dei cri­tici del dise­gno «rifor­ma­tore» e delle fronde interne agli stessi par­titi che dovreb­bero garan­tirne la rapida appro­va­zione, il pre­si­dente non si è più tenuto. Prima ha bol­lato come «spet­tri» quelli agi­tati da quanti scor­gono il rischio di derive auto­ri­ta­rie (non siamo alle «allu­ci­na­zioni» della cor­tese mini­stra, ma poco ci manca). Poi si è rifiu­tato di rice­vere i sena­tori che bus­sa­vano alle porte del Qui­ri­nale per denun­ciare lo scon­cio di un con­tin­gen­ta­mento impo­sto a dispetto di quella Costi­tu­zione che, pure, egli ha il com­pito di custo​dire​.Il fatto è che, pro­prio come il governo, il pre­si­dente giura sulla bontà del pro­getto ren­ziano e ber­lu­sco­niano di un Senato non elet­tivo ma con fun­zioni costi­tu­zio­nali, iper-maggioritario (i 95 sena­tori saranno scelti a mag­gio­ranza da assem­blee regio­nali a loro volta elette col mag­gio­ri­ta­rio) e nel quale il suo suc­ces­sore disporrà di un suo per­so­nale gruppo par­la­men­tare (potendo nomi­nare cin­que sena­tori per la durata del pro­prio settennato).
C’è di che tra­se­co­lare, anche solo con­si­de­rando il con­te­nuto di que­sta «riforma» costi­tu­zio­nale det­tata dal governo, e il suo più per­verso effetto indiretto.
Anche gra­zie al gene­roso pre­mio pre­vi­sto dall’Italicum, l’abbassamento della soglia richie­sta per l’elezione del capo dello Stato per­met­terà al par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva – quindi al governo – di eleg­gersi il suo pre­si­dente, quindi di con­trol­lare Con­sulta e Csm. Con uno scopo evi­dente, che è poi lo stesso che ispira la legge elet­to­rale ideata da Renzi e Berlusconi e la nuova disci­plina del refe­ren­dum popo­lare: porre il sistema costi­tu­zio­nale alla mercé del governo, taci­tando le mino­ranze (anzi esclu­den­dole del tutto dalla rap­pre­sen­tanza) e impe­dendo alla cit­ta­di­nanza di inter­ve­nire (di inter­fe­rire) nella for­ma­zione delle deci­sioni. Ovvia­mente que­sta scelta di campo scon­certa e pre­oc­cupa. Non di «spet­tri» si tratta, ma della con­creta minac­cia di una muta­zione gene­tica della forma par­la­men­tare di governo, che viene assu­mendo mar­cati tratti auto­ri­tari e popu­li­stici. Ma il pro­blema non è sol­tanto né prin­ci­pal­mente que­sto. Le cose non sareb­bero meno gravi se le «riforme» in discus­sione fos­sero accet­ta­bili e per­sino ottime.
La que­stione cru­ciale è di ordine costi­tu­zio­nale. Può un pre­si­dente far pesare le pro­prie per­so­nali valu­ta­zioni di merito? Può egli entrare nell’ambito dell’attività e fun­zione sta­tuale che attiene all’indi­rizzo poli­tico, quindi alle pre­ro­ga­tive pro­prie di par­la­mento e governo? La domanda è reto­rica: natu­ral­mente non può. E sic­come non è la prima volta che Napo­li­tano com­pie que­sta scelta ecce­dendo i limiti della pro­pria fun­zione, è venuto il momento di riflet­tere e di chie­dersi – fuori da ogni tabù – per­ché lo fa, e anche che cosa rischia di discenderne.
Forse i pre­ce­denti ci aiu­tano a capire. Fummo in molti, in occa­sione delle dimis­sioni del governo Ber­lu­sconi nell’autunno 2011, a scor­gere una for­za­tura nell’insediamento di Monti alla guida di quello che inso­spet­ta­bili espo­nenti di parte «demo­cra­tica» vol­lero chia­mare «governo del pre­si­dente». Si poteva discu­tere. Ma di certo una for­za­tura grave ebbe luogo pochi mesi dopo (marzo 2012), quando Napo­li­tano entrò a gamba tesa nel dibat­tito sulla «riforma» dell’art. 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori per­pe­trata dalla mini­stra For­nero. Per soste­nerla ener­gi­ca­mente con­tro il fronte sin­da­cale, e in sostanza can­cel­lare la garan­zia del rein­te­gro del licen­ziato senza giu­sta causa, sim­bolo dei diritti e delle tutele della sicu­rezza e della dignità dei lavoratori.
Un altro epi­so­dio per dir così incre­scioso, che ha rischiato di inne­scare un duro scon­tro isti­tu­zio­nale, si è veri­fi­cato lo scorso marzo, quando, in qua­lità di pre­si­dente del Con­si­glio supremo di difesa, Napo­li­tano ha cer­cato di estro­met­tere il par­la­mento dalle deci­sioni rela­tive alla maxi-commessa degli F-35, nono­stante una legge del 2012 (da lui con­tro­fir­mata) affidi alle Camere il con­trollo sulla spesa mili­tare. In que­sti due casi emble­ma­tici (ma gli esempi potreb­bero mol­ti­pli­carsi) non si tratta di «riforme» costi­tu­zio­nali o elet­to­rali come quelle ora pro­pu­gnate dal governo Renzi e soste­nute a spada tratta dal pre­si­dente. Ma alla base degli inter­venti esor­bi­tanti di quest’ultimo vige una coe­renza essen­ziale, e squi­si­ta­mente politica.
È dif­fi­cile non rile­vare che Napo­li­tano inter­viene quando sente minac­ciata la tra­sfor­ma­zione del paese in chiave «euro­pea», il che oggi signi­fica ame­ri­cana o, più pre­ci­sa­mente, ame­ri­ca­ni­sta, poi­ché gli Stati Uniti sono in que­sto discorso un modello defi­nito ad hoc. Un modello che si incen­tra su pochi assi car­di­nali: il pri­mato dell’impresa e del «libero mer­cato»; la gover­na­bi­lità (cioè l’adozione di un sistema bipo­lare o bipar­ti­tico basato sulla con­nes­sione diretta elezione-governo); il «rigore» nella gestione della finanza pub­blica (che si tra­duce nella secca e cre­scente ridu­zione della spesa pub­blica e nella com­pres­sione dei diritti sociali); e, natu­ral­mente, la lealtà asso­luta, «senza se e senza ma», alla Nato e ai suoi piani mili­tari. È dif­fi­cile non vedere tutto que­sto, come è impos­si­bile non cogliere una con­ti­nuità di lungo periodo che salda le azioni del Napo­li­tano pre­si­dente alle sue bat­ta­glie di lungo periodo, com­bat­tute già nel Pci, con­tro l’anomalia ita­liana – la pre­senza di una radi­cata forza e cul­tura comu­ni­sta, di un forte movi­mento sin­da­cale di classe, di una con­so­li­data pra­tica della par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica di massa – nel con­sesso delle potenze atlantiche.
Ma quelle bat­ta­glie, legit­time dalle file di un par­tito, il pre­si­dente non può e non dovrebbe più per­met­ter­sele. Che lo fac­cia è gra­vis­simo, non sol­tanto per le con­se­guenze imme­diate dei suoi atti, ma anche per la dege­ne­ra­zione del ruolo che rico­pre. Sul punto la Costi­tu­zione è stata for­te­mente sol­le­ci­tata negli ultimi decenni. Ha influito per­sino una figura cari­sma­tica come quella di Per­tini. A stra­vol­gere le regole provò Cos­siga, che venne tut­ta­via fer­mato. Anche il pro­ta­go­ni­smo di Scal­faro fu una novità, solo in parte giu­sti­fi­cata dai grandi muta­menti seguiti alla cesura sto­rica del 1989–91. Oggi la mag­giore respon­sa­bi­lità di Napo­li­tano sta nell’avere esa­spe­rato la ten­denza alla poli­ti­ciz­za­zione del pro­prio ruolo, oltre che nell’assecondare la cor­ru­zione della forma par­la­men­tare di governo verso la fin­zione dell’elezione diretta dell’esecutivo. Nel qua­dro di un ordi­na­mento che ciò non pre­vede e che ne risulta quindi scom­pen­sato e gra­ve­mente squilibrato.
C’è, a que­sto punto, da spe­rare che gli eccessi degli ultimi giorni aprano final­mente gli occhi a molti, un po’ come sta acca­dendo con le «riforme» ren­ziane che Napo­li­tano cal­deg­gia ma di cui viene emer­gendo sem­pre più chia­ra­mente la ratio anti­de­mo­cra­tica. Per­ché que­sto avvenga biso­gna che un sus­sulto scuota anche il corpo largo dei par­titi mag­giori, non sol­tanto le mino­ranze dis­si­denti, alle quali va comun­que il plauso per la bat­ta­glia che stanno con­du­cendo. Che ciò accada oggi è dif­fi­cile, a ragion veduta quasi impos­si­bile; ma non si sa mai. Le strade della virtù civile non sono infi­nite come quelle della prov­vi­denza, ma nem­meno si può esclu­dere che alla fine respon­sa­bi­lità e dignità prevalgano.

Crescita addio, il tuffo di Renzi nel mare della recessione —  Roberto Ciccarelli

Crisi. Per la prima volta il presidente del Consiglio ammette che le stime del governo sono errate: «sarà molto difficile arrivare alla stima dello 0,8%». E poi si esibisce in una spettacolare teoria economica: «Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente per la vita quotidiana delle persone». A suo dire, gli italiani aspettano con ansia la legge elettorale e l'abolizione del Senato
Era solo una que­stione di tempo. Ieri il pre­si­dente del Con­si­glio è uscito dalla bolla in cui vive e sem­bra avere ricon­qui­stato un con­tatto con la realtà. In un’intervista andata in onda su La7 ha ammesso che sarà «molto dif­fi­cile» arri­vare alla stima dello 0,8% con­te­nuta nel Def. Ma poi non ha resi­stito e si è pro­dotto in una teo­ria eco­no­mica sin­go­lare: «Che la cre­scita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cam­bia niente per la vita quo­ti­diana delle per­sone». «La nostra prio­rità è lavoro. Ma le sta­ti­sti­che, credo, ini­zie­ranno a miglio­rare solo dal 2015». E il prin­ci­pio di realtà, risco­perto nella prima parte della frase, è scom­parso d’un colpo. Forse per­chè gli ita­liani ten­gono mol­tis­simo all’abolizione del Senato e alla legge elet­to­rale. Cioè alla bolla in cui vive il sistema poli­tico in quest’estate sur­reale. La bolla in cui vive lo stesso Renzi.
La visione del baratro
Per­ché una cre­scita all’1,5% è cer­ta­mente diversa da una cre­scita allo 0,3%, quella sti­mata ieri dal Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale che ha riag­gior­nato la stima sul Pil ita­liano per il 2014. Se ci fosse una simile cre­scita, per­sino l’auspicio di Renzi potrebbe essere veri­fi­ca­bile nei fatti. La cre­scita sarebbe infatti il pro­dotto anche di un nuovo lavoro che tut­ta­via non verrà nè nel 2014 nè nel 2015. L’Fmi sostiene che il Pil sarà all’1,1%. Ad oggi, con l’ormai rico­no­sciuta “jobless reco­very”, cioè la cre­scita senza occu­pa­zione fissa, non c’è alcuna cer­tezza di que­sta stima. Serve a rin­cuo­rare Palazzo Chigi che ieri ha visto il bara­tro in cui si trova. Se crisi ci sarà, verrà dalla realtà illu­strata dal Cen­tro studi di Con­fin­du­stria nella sua “con­giun­tura Flash” di luglio:
E’ sem­pre più palese — scrive il cen­tro studi — la con­trad­di­zione tra una Bce che fa tutto quel che può per con­tra­stare la minac­cia di defla­zione e tutte le altre poli­ti­che che verso la defla­zione spin­gono, sia come mec­ca­ni­smo di aggiu­sta­mento degli squi­li­bri com­pe­ti­tivi sia come con­se­guenza dei bilanci pubblici”.
Renzi, e il mini­stro dell’Economia Padoan, sono costretti ad andare in dire­zione della defla­zione, radi­cando sem­pre più la reces­sione in atto, come dimo­strano gli impie­tosi dati snoc­cio­lati ieri dall’Fmi e pochi giorni fa dalla Banca d’Italia.
La leg­genda dei fondi euro­pei che vanno e vengono
Da una set­ti­mana, nell’angolo dov’è ridotto, Renzi ha ini­ziato a for­mu­lare la seguente tesi, pron­ta­mente ripresa dai media che hanno lan­ciato l’operazione-soccorso: quello che conta, dice Renzi, è garan­tire agli impren­di­tori l’accesso ai fondi e sbloc­care quei 43 miliardi di inve­sti­menti annun­ciati per le infra­strut­ture, «che non vio­lano nes­sun vin­colo euro­peo per­ché sono già conteggiati».
Que­sti 43 miliardi fanno parte di un patri­mo­nio ben più ampio che Renzi di solito quan­ti­fica in 180 o 183 miliardi di euro, dipende dall’enfasi usata in que­sta o in quella tra­smis­sione tele­vi­siva. Secondo Andrea Del Monaco, già con­su­lente sui fondi euro­pei del secondo governo Prodi, que­sti soldi sono molti di meno: 113 miliardi. Que­sta cifra è il risul­tato della somma del FSC (Fondo per lo Svi­luppo la Coe­sione) di 54,8 miliardi, di cui uti­liz­za­bili in cassa sono 1,55 miliardi fino al 2016. E poi 22,89 miliardi dei pro­grammi nazio­nali (PON) e regio­nali (POR) cofi­nan­ziati dal FESR (Fondo Euro­peo di Svi­luppo Regio­nale) e dal FSE (Fondo Sociale Euro­peo); 6 miliardi di euro dei piani regio­nali cofi­nan­ziati dal FEASR (Fondo Euro­peo Agri­colo di Svi­luppo Rurale).
Infine gli 84,2 miliardi di euro del ciclo 2014–2020, circa 63,37 miliardi di euro dei pro­grammi cofi­nan­ziati da FESR e FSE; circa 20,85 miliardi dei pro­grammi cofi­nan­ziati dal FEASR. 
Cosa ci vuole fare Renzi? Scon­tare il cofi­nan­zia­mento euro­peo da Bru­xel­les e usare que­sti soldi per tagliare le tasse alle imprese, gli sconti fiscali sareb­bero mag­giori al Sud che ha la dota­zione piu’ con­si­stente di fondi euro­pei. In altre parole vuole tra­sfor­mare l’Italia in una zona franca urbana, dove vige uno stato di ecce­zione ideale per le imprese che non pagano tasse, rispar­miano sul lavoro e i diritti. La solu­zione adot­tata in Irlanda negli anni Novanta. Del Monaco ricorda che è stato un fal­li­mento: le Zone Fran­che Urbane attras­sero le aziende stra­niere alla ricerca di sconti fiscali. Finiti gli sconti, le imprese fug­gi­rono verso l’Europa Orien­tale dove tro­va­rono nuovi van­taggi. L’Irlanda ha fatto default nei primi mesi della crisi ini­ziata nel 2008. 
Occorre invece ripro­get­tare il sistema pro­dut­tivo, sce­gliere dove inve­stire, finan­ziare la ricerca, la for­ma­zione, l’innovazione e i diritti affin­ché ci sia un effet­tivo aumento della domanda interna. A cascata dovrebbe arri­vare la cre­scita. Tutto quello che Renzi e Padoan non faranno: la pro­gram­ma­zione non è tra le prio­rità dello stato minimo, né rien­tra nell’obiettivo di que­sto governo. Que­sti sono punti che non rien­trano nella ricetta indi­cata dai Boc­coni Boys o da quello che scrive Roberto Perotti sul Sole 24 ore.
Postille su una cre­scita anemica
Scor­rendo gli altri dati dell’Fmi si apprende che la Ger­ma­nia cre­scerà quest’anno dell’1,9%, per poi ral­len­tare a un +1,7% nel 2015, più di quanto annun­ciato ad aprile; per la Fran­cia è attesa una cre­scita dello 0,7% nel 2014, con un’accelerata all’1,4% nel 2015; per la Spa­gna +1,2% e +1,6%. In gene­rale per il Fmi la cre­scita di Euro­lan­dia resta «debole» ma anche «diso­mo­ge­nea», sotto il peso della per­si­stente fram­men­ta­zione finan­zia­ria, di pro­blemi nei bilanci pub­blici e pri­vati e dell’alta disoc­cu­pa­zione. Il pil dell’area euro si espan­derà dell’1,1% nel 2014, per poi acce­le­rare al +1,5% nel 2015. Nubi anche sulla cre­scita mon­diale. «Restano rile­vanti rischi al ribasso», avverte il Fondo mone­ta­rio, indi­cando i peri­coli legati all’andamento dei prezzi petro­li­feri, per via delle crisi in Ucraina e Medioriente.
L’Eurotower «deve con­ti­nuare a soste­nere l’attività» auspica il capo eco­no­mi­sta del Fmi Oli­vier Blan­chard. Dopo aver sot­to­li­neato come le recenti misure adot­tate dalla Bce siano «apprez­zate», Blan­chard ha osser­vato che «è troppo pre­sto per valu­tarne gli effetti, ma se la dina­mica infla­zio­ni­stica resterà osti­na­ta­mente bassa, ulte­riori misure dovreb­bero esser prese in con­si­de­ra­zione». Ancora, Blan­chard ha evi­den­ziato come la revi­sione qua­li­ta­tiva degli asset delle ban­che euro­pee, attual­mente in corso, sia «cru­ciale» per rista­bi­lire la fidu­cia nel sistema ban­ca­rio e miglio­rarne la capa­cità d’intermediazione.

sabato 26 luglio 2014

L'INTERLOCUTORE SIGNIFICATIVO ! di Marco Travaglio

Chi pensava di essersi liberato di B. – sono vent’anni, da quando Bossi rovesciò il suo primo governo, che ogni tanto qualcuno salta su a darlo per morto – sarà sorpreso nell’apprendere che non solo B. è vivo e lotta insieme a noi, anzi a loro. Ma si è addirittura sdoppiato. Da ieri non c’è più un solo Caimano: ce ne sono due. Date un’occhiata ai giornali e ai telegiornali, che parlano del suo ruolo centrale nella riforma del Senato nelle prime pagine e delle rivelazioni di Emilio Fede sulla sua mafiosità nelle ultime, e dite se non è così.
Finora la stampa di regime si regolava dividendo B. in due: dalla cintola in su il politico, lo statista, insomma il padre costituente; dalla cintola in giù il pregiudicato, il plurimputato, l’amico dei mafiosi, il piduista, il puttaniere (dalla cintola in giù, appunto), insomma il padre prostituente. Bastava aggiungere che “un conto sono i processi, un altro le riforme” e che “bisogna separare la giustizia dalla politica” e il gioco era fatto: a saperlo prima, Vito Ciancimino sarebbe diventato presidente della Repubblica, ma purtroppo per lui non ci aveva pensato, o forse era nato nell’epoca sbagliata. Dall’altroieri però tutto è cambiato. E dal Berlusconi dimezzato siamo passati al Berlusconi raddoppiato. Ora sono due soggetti a se stanti, che vivono vite parallele ma separate, sia pure con la stessa faccia, la stessa statura, lo stesso fard, la stessa asfaltatura, gli stessi tacchi, gli stessi soldi, la stessa fidanzata. L’annuncio l’ha dato, con la dovuta solennità, Giorgio Napolitano comunicando ai giornalisti, al governo e al Parlamento che urge una bella “riforma della giustizia condivisa” con l’“interlocutore significativo”. Tra i vari soprannomi che hanno accompagnato la carriera criminal-imprenditorial-politica di B. mancava giusto questo.
Sbaglia Emilio Fede a definirlo “soldi mafia mafia soldi”. E sbagliava il suo legale Niccolò Ghedini a immortalarlo come “utilizzatore finale” di mignotte. Il termine giusto da usare è “interlocutore significativo”. Che tra l’altro è un soprannome multiuso, evergreen, per tutte le stagioni, i gusti, i palati e anche gli stomaci: uno può essere interlocutore significativo di Mangano, ma pure di Ruby o della D’Addario, ma pure di Renzi e Napolitano. La stampa, come in ogni regime che si rispetti, ha subito preso buona nota del super-monito presidenziale e ha prontamente obbedito. Il più raffinato è il Corriere della Sera. Pagina 1: “Spinta di Napolitano per le riforme”. Pagina 16, in basso a sinistra: “Fede intercettato: ‘Berlusconi, Dell’Utri sa e mangia’”. Non una parola, nei titoli, sul concetto di “mafia” o di “Mangano”, altrimenti poi nei lettori sorge il sospetto che questo Berlusconi sia lo stesso che riforma il Senato e prossimamente la Giustizia. Il Giornale: “Lo dice persino Napolitano: la riforma della giustizia va fatta.
Il capo dello Stato plaude al Cavaliere per le frasi sulla ‘magistratura equilibrata e rigorosa’” (quella che l’ha assolto). Nemmeno una riga sulle parole di Fede, se no magari qualche lettore si domanda se questo Fede sia una toga rossa, un giornalista del Fatto, oppure quello del Tg4. I tg, a parte Mentana su La7, sopiscono e troncano, ma soprattutto tengono a debita distanza il B. riformatore dal B. mafiatore. Tutti poi insistono sulle frasi rubate a Fede dal suo personal trainer (conversazioni dove uno può benissimo straparlare o millantare) e sorvolano sull’interrogatorio di Fede dinanzi ai pm di Palermo (dove il giornalista, sotto giuramento, prim’ancora che gli vengano contestate le sue chiacchiere con l’allenatore, mette a verbale di aver visto e sentito B., già in politica, raccomandare a Dell’Utri di aiutare economicamente Mangano e la sua famiglia. Una testimonianza importantissima – ben più delle bobine – sul fatto che la trattativa Stato-mafia non s’è mai interrotta, neppure dopo l’ultimo e definitivo arresto di Mangano nel ’95 e nemmeno dopo la sua morte nel 2000. Ecco: questo non si deve assolutamente sapere (…)