mercoledì 5 marzo 2014

Landini: l’idea di sanzionare i delegati è folle


Landini: l’idea di sanzionare i delegati è folle
di Gianmario Leone – il manifesto
«Anche solo l’idea di san­zio­nare i dele­gati la trovo folle per qual­siasi sin­da­cato». Non usa giri di parole Mau­ri­zio Lan­dini, che ieri a Taranto è tor­nato a com­men­tare l’intesa siglata il 10 gen­naio dalle orga­niz­za­zioni sin­da­cali e da Con­fin­du­stria. Il segre­ta­rio gene­rale della Fiom ha riper­corso le tappe e i per­ché della pole­mica con la lea­der Cgil Susanna Camusso, che aveva chie­sto al Col­le­gio sta­tu­ta­rio di valu­tare il com­por­ta­mento del segre­ta­rio per le cri­ti­che espresse in merito all’accordo sulla rap­pre­sen­tanza. «I dele­gati — ha detto Lan­dini, che ha chiuso il con­gresso ter­ri­to­riale della Fiom sul tema della Soste­ni­bi­lità — sono un punto di rife­ri­mento, ven­gono eletti dai lavo­ra­tori. Pen­sare che pos­sano essere san­zio­nati dalle imprese col con­senso del sin­da­cato è un’azione che un sin­da­ca­li­sta intel­li­gente non potrà mai fare».
L’intero inter­vento di Lan­dini si basa sul porre domande e dubbi sul ruolo attuale del sin­da­cato in Ita­lia: sugli errori com­messi («non abbiamo saputo impe­dire l’attacco ai diritti») e sulla distanza che si è creata con i lavo­ra­tori («pen­sare di affron­tare i pro­blemi per 50 minuti ogni 4 anni mi sem­bra un qual­cosa che ci deve far riflet­tere»). E cer­ta­mente l’accordo del 10 gen­naio non va nella dire­zione del cam­bia­mento invo­cato. La que­stione per Lan­dini è sia di metodo che di merito: «Quando abbiamo espresso le nostre riserve ci è stato detto che era già tutto chiuso. Noi chie­de­vamo di far votare i lavo­ra­tori e ora anche la Cgil sta cam­biando idea»: la forma «con cui si pre­pa­rano le con­sul­ta­zioni deve essere demo­cra­tica. Ai lavo­ra­tori devi dire per­ché voti sì o no, non se sei per un segre­ta­rio o per un altro. Devono cono­scere il testo, le posi­zioni e avere la pos­si­bi­lità di espri­mersi». Mag­giore par­te­ci­pa­zione dei lavo­ra­tori alle scelte del sin­da­cato, dun­que, per­ché solo i lavo­ra­tori hanno il potere di far esi­stere il sin­da­cato. E la nuova stra­te­gia sin­da­cale deve essere per­se­guita bat­tendo que­sta strada. Al comi­tato cen­trale della Fiom, ha detto ancora Lan­dini, «abbiamo deciso di chie­dere a tutti i metal­mec­ca­nici, iscritti alla Fiom e non, di espri­mersi su quell’accordo che noi con­si­de­riamo sba­gliato: se la mag­gio­ranza con­fer­merà la nostra tesi, il nostro impe­gno sarà quello di fare in modo di appli­care le cose buone dell’accordo e di modi­fi­care ciò che non va».
Lan­dini si è poi ine­vi­ta­bil­mente sof­fer­mato sull’infinita vicenda dell’Ilva: l’unico futuro pos­si­bile arri­verà solo «a fronte di un cam­bio di pro­prietà. Molte cose che dove­vano essere fatte, come gli inter­venti dell’Aia, non lo sono ancora e que­sto ritardo non si può tol­le­rare», e «se non ci poniamo nem­meno l’interrogativo di cosa dovrà essere que­sta fab­brica da qui a qual­che anno, è ancor più grave». La scom­messa è pro­durre acciaio «senza ammaz­zare nes­sun lavo­ra­tore e tan­to­meno inqui­nando fuori». Si può anche «ipo­tiz­zare una fase di con­trollo pub­blico, ma sin d’ora si deve ragio­nare sui futuri assetti societari».

martedì 4 marzo 2014

«Per una sinistra europea»


Alexis Tsipras durante una conferenza ad AteneNon pochi sono i malu­mori e le cri­ti­che che la lista Tsi­pras e tutto ciò che le ruota intorno stanno susci­tando in que­sti giorni, soprat­tutto negli ambienti più radi­cali. Ne è un esem­pio la «let­tera aperta», piut­to­sto livo­rosa, che Carlo For­menti ha dedi­cato all’argomento, accu­sando l’intera ope­ra­zione di nar­ci­si­smo pro­fes­so­rale e acce­ca­mento elettorale.
Accenti così aspri si potreb­bero capire se que­sto o quel «mirag­gio elet­to­rale» stesse rischiando di disto­gliere ener­gie e atten­zione in una fase di forte espan­sione dei movi­menti o addi­rit­tura di con­di­zio­narne la per­ce­zione e mani­po­larne il senso di mar­cia. Ma con tutta evi­denza que­sto sce­na­rio non cor­ri­sponde in alcun modo alle attuali cir­co­stanze, per quanto otti­mi­smo si possa spen­dere nella loro let­tura. Cosic­ché il lin­guag­gio del puri­smo anti­bor­ghese suona più che altro come un eser­ci­zio di maniera.
Tut­ta­via vi è un motivo di allarme che con­ver­rebbe rac­co­gliere. Comin­ciando col chia­rire un peri­co­loso equi­voco di fondo. La lista Tsi­pras non è e non può essere un pro­getto, sia pure aperto, di rico­stru­zione della sini­stra ita­liana, di ricom­po­si­zione dei suoi medio­cri fram­menti sparsi com­bi­nati con le eccel­lenze della mitica «società civile». La via obli­qua per restau­rare una for­ma­zione poli­tica nazio­nale alla quale, pro­ba­bil­mente, alcuni di coloro che si sono schie­rati, in man­canza d’altro, sotto le inse­gne del gio­vane lea­der di Syriza aspi­rano. Una ope­ra­zione di que­sto tipo non avrebbe alcuna ragione di par­lare in greco. E infatti si tratta, o dovrebbe trat­tarsi, esat­ta­mente del con­tra­rio. Di sosti­tuire, cioè, alla sini­stra ita­liana, alle sue baruffe pae­sane e ai suoi gala­tei giu­sti­zia­li­sti, una sini­stra euro­pea che tragga dalla scala stessa su cui opera la sua radi­ca­lità. Per dirla ancor più ruvi­da­mente, biso­gna impe­dire che la sini­stra nel nostro paese si rifondi come «sini­stra ita­liana», come rie­su­ma­zione di que­sta salma.
Tutto ciò, sia chiaro, muove essen­zial­mente sul piano sim­bo­lico: nes­suno dotato di buon senso può infatti imma­gi­nare che i rap­porti di forza tra le oli­gar­chie finan­zia­rie e le popo­la­zioni del vec­chio con­ti­nente pos­sano essere modi­fi­cati per via par­la­men­tare (per di più trat­tan­dosi di un Par­la­mento, come quello euro­peo, sot­to­po­sto a rigidi vin­coli e povero di poteri reali). E, tut­ta­via, l’occasione elet­to­rale può rive­larsi un buon ter­reno sul quale comin­ciare a ela­bo­rare un pen­siero e un lin­guag­gio che sepa­rino defi­ni­ti­va­mente l’aspirazione alla tra­sfor­ma­zione dei rap­porti sociali dalla dimen­sione nazio­nale e dalle scle­ro­ti­che dina­mi­che poli­ti­che che vi si svol­gono. Tanto mag­giore sarà il valore della lista Tsi­pras quanto più riu­scirà ad essere «non ita­liana» e, per certi versi, «anti­ta­liana». E’ que­sto il solo vero anti­doto alla rie­di­zione degli «arco­ba­leni» e delle «rivo­lu­zioni civili» in cui si è ulti­ma­mente esi­bita, con scarso suc­cesso di pub­blico, la nostra com­me­dia dell’arte poli­tica. Uno strappo, insomma, nel tes­suto «mode­rato» e miope della poli­tica nostrana, for­zan­done riti, vin­coli e con­fini. Uno strappo che Mar­tin Schulz, ban­diera di par­titi lar­ga­mente com­pro­messi con il salasso libe­ri­sta del vec­chio con­ti­nente, non potrebbe in alcun modo rappresentare.
Pen­sare la rico­stru­zione «sociale» e demo­cra­tica dell’Europa come una som­ma­to­ria di suc­cessi delle sini­stre nazio­nali (rie­su­mando il mito, che anche Syriza fatica troppo ad abban­do­nare, dell’«effetto domino»), è un punto di vista che con­trad­dice in pieno la dimen­sione glo­bale e inter­na­zio­na­li­sta nella quale la rivo­lu­zione sociale era stata pen­sata prima che lo sta­ta­li­smo e il nazio­na­li­smo le impo­nes­sero il loro guin­za­glio. Dopo le cata­strofi che ne sono con­se­guite è a quella dimen­sione che dovremmo cer­care di fare ritorno. Rileg­gendo in que­sta chiave la neces­sità dell’Unione euro­pea. Come una neces­sità tanto indi­pen­dente dall’ordine «indi­scu­ti­bile» dei mer­cati quanto avversa all’ordine disci­pli­nare degli stati-nazione che lo asse­conda anche quando fa mostra di denun­ciarne le pretese.
Trac­ciare que­sto oriz­zonte, smon­tare le dema­go­gie nazio­na­li­ste, denun­ciare le com­pli­cità delle classi diri­genti nazio­nali con le oli­gar­chie finan­zia­rie è quanto si può chie­dere a chi sce­glie il ter­reno della com­pe­ti­zione elet­to­rale. Non è certo «uno spet­tro che si aggira per l’Europa», ma sarebbe già qualcosa.
MARCO BASCETTA
da il manifesto

Il lato oscuro degli italiani di Ermanno Rea, Il Manifesto

Napolitano-contro-i-tre-leader.-I-tre-leader-contro-il-palazzo_h_partbOrmai è farsa con­ti­nua. Abbiamo pra­ti­ca­mente rag­giunto l’incerta linea di con­fine che separa, e per­ciò intrec­cia e con­fonde, com­me­dia e tra­ge­dia, riso e pianto, buo­nu­more e dispe­ra­zione. Tutta colpa di Renzi, Ber­lu­sconi, Grillo e di non so quanti altri attori del tea­trino politico-istituzionale nostrano? Pur­troppo no. Come viene detto nell’Amleto, c’è del mar­cio in Dani­marca, cioè in Ita­lia. Renzi, Ber­lu­sconi e Grillo fanno il loro mestiere di incan­ta­tori di ser­penti, ma che ne sarebbe di loro se noi non li votas­simo, se non ci rico­no­sces­simo nelle loro facce, se non li amas­simo appas­sio­na­ta­mente, soprat­tutto se li con­tra­stas­simo senza ambi­guità? La domanda non è sol­tanto legit­tima, è vec­chia di almeno cin­que secoli, quanti ne sono tra­scorsi dal giorno in cui Etienne de La Boé­tie scrisse il suo Discorso sulla ser­vitù volon­ta­ria nel quale si chie­deva come mai – in nome di che cosa — folle ster­mi­nate di esseri umani pre­fe­ris­sero essere schiavi di un tiranno piut­to­sto che uomini liberi. E con­clu­deva affer­mando che forse la libertà non è altret­tanto con­ve­niente quanto la schia­vitù.
È una con­clu­sione oggi meno vera di ieri? Sap­piamo tutti che no, che le cose non sono affatto cam­biate. Soprat­tutto chez nous, dove l’attrazione per il cosid­detto «uomo forte», a furia di essere un’abitudine, è diven­tata una vocazione.
Secondo cal­coli gros­so­lani, i tre incan­ta­tori di ser­penti sopra citati rie­scono a rac­co­gliere il set­tan­ta­cin­que per cento dei voti espressi dagli ita­liani: così, senza che da parte loro venga offerto alcun serio pro­getto di futuro, venga pro­spet­tato un solo tra­guardo di rilievo vero­si­mile, uni­ca­mente in nome del loro pre­sunto appeal. Chiedo a un amico: ma per­ché ti piace Renzi? Risponde: per­ché è sim­pa­tico e ruspante, sa quel che vuole. Obietto: lui forse sa quel che vuole, ma per­ché non lo rac­conta anche a noi? Fac­cio la stessa domanda a una mili­tante di Forza Ita­lia: ma che ci trova, signora, di così coin­vol­gente in Sil­vio Ber­lu­sconi? Rispo­sta: tutto! È un grande sta­ti­sta, non ruba per­ché è ricco ed è anche un bell’uomo! A un mio gio­vane con­giunto, che vota per il Movi­mento 5 Stelle, rim­pro­vero siste­ma­ti­ca­mente (quanto inu­til­mente) la sua pas­sione per Grillo: pos­si­bile che non abbia in testa altra stra­te­gia che quella di trion­fare, lui da solo, su tutto e su tutti? Ma chi si crede d’essere il tuo comico con quella sua fac­cia spi­ri­tata e quei ric­cio­loni di nar­ciso sca­te­nato? Replica: faremo a tutti un culo così.
Siamo al trionfo del deli­rio auto-celebrativo. Al disco­no­sci­mento di ogni alte­rità. Addio, logos. Altro che Etienne de La Boé­tie: oggi le cose vanno di gran lunga peg­gio di un tempo. Dap­per­tutto, temo. Ma in spe­cial modo qui da noi dove santa romana Chiesa ci ha espro­priato di ogni senso di respon­sa­bi­lità, degra­dan­doci a sud­diti da cit­ta­dini che era­vamo (mi è capi­tato di scri­vere un libro al riguardo, inti­to­lato La fab­brica dell’obbedienza, il lato oscuro e com­plice degli ita­liani).
La sini­stra è scom­parsa. A met­terla defi­ni­ti­va­mente fuori com­bat­ti­mento è stata la crisi eco­no­mica che ha fatto emer­gere in maniera ancora più cla­mo­rosa che in pas­sato la sua vacuità e ina­de­gua­tezza a rap­pre­sen­tare gli inte­ressi dei ceti col­piti, la sua voca­zione alla sud­di­tanza e al com­pro­messo. Lo spet­ta­colo stringe il cuore. Tanto più che, men­tre nelle piazze tele­vi­sive trionfa una ple­tora di unti dal Signore (se Renzi è il figlio, Grillo è lo spi­rito santo), la sini­stra non rie­sce a into­nare nep­pure un mea culpa, a ela­bo­rare nean­che uno strac­cio di rifles­sione auto­cri­tica. Come se nes­suno fosse respon­sa­bile di niente, tutto fosse avve­nuto per sen­tenza cele­ste e ormai non ci restasse che piangere.
A guar­darsi intorno, si direbbe che il fascino per­verso del cata­stro­fi­smo ci abbia presi tutti al lac­cio: la pio­vra finan­zia­ria, l’Europa dei forti, i nuovi schia­vi­sti della mon­dia­liz­za­zione pro­dut­tiva sem­brano aver eretto, tutti assieme, un muro impos­si­bile da oltrepassare.
Ho par­te­ci­pato alcune sere fa a una riu­nione di per­sone aventi alle spalle un ono­re­vole pas­sato di lotte demo­cra­ti­che, insomma di forte impe­gno poli­tico. Non ho sen­tito echeg­giare una sola parola di tipo pro­po­si­tivo, e ancor meno rela­tiva agli errori com­messi, ai com­por­ta­menti sba­gliati, alle debo­lezze anche di tipo etico mostrate, si badi, non sol­tanto da que­sta o da quella orga­niz­za­zione poli­tica ma dai sin­goli, da tutti noi. Avrei voluto pren­dere la parola ma non ho osato, inti­mi­dito a mia volta dalla cupa atmo­sfera gene­rale deter­mi­na­tasi, credo, in forza del pre­va­lente sen­tire pes­si­mi­stico dei pre­senti.
Siamo tutti vera­mente pri­gio­nieri di una situa­zione irri­me­dia­bile? Que­sto avrei voluto dire. Ma non sol­tanto que­sto. Avrei voluto par­lare dei nostri errori, del fatto che la sini­stra, come un pugile suo­nato, ormai non è più in grado di tute­lare nep­pure il pro­prio patri­mo­nio lin­gui­stico, come sta a dimo­strare la spre­giu­di­cata appro­pria­zione della parola «auste­rità» da parte di una destra euro­pea tanto cana­glia quanto truf­fal­dina, che se ne è ser­vita per con­fe­rire una par­venza di ono­ra­bi­lità ai pro­pri dik­tat eco­no­mici. E tutto que­sto senza che da parte degli eco­no­mi­sti demo­cra­tici si levasse un solo grido di pro­te­sta, una sola accusa di «furto ideologico».
Le parole, lo sap­piamo tutti, sono impor­tanti, scal­fi­scono le nostre coscienze. Soprat­tutto quando ven­gono osses­si­va­mente rei­te­rate come fanno i gior­nali ogni mat­tina con que­sto lemma abu­sivo, come fa la tele­vi­sione, come fanno i poli­tici, i cit­ta­dini e come fac­ciamo incon­sa­pe­vol­mente noi stessi attri­buendo in tal modo, senza rite­gno, quarti di nobiltà a poli­ti­che che meri­te­reb­bero ben altre defi­ni­zioni.
Le parole devono cor­ri­spon­dere esat­ta­mente alle cose: guai se ciò non accade. Mi ven­gono a mente alcuni straor­di­nari versi di Juan Ramon Jime­nez: Intel­li­genza, dammi/ il nome esatto delle cose!/ … che la mia parola sia/ la cosa stessa…
Per noi infatti era «la cosa stessa», soprat­tutto se ci si rife­ri­sce al con­te­nuto etico della parola «auste­rità», che da sem­pre si con­trap­pone a «dis­so­lu­tezza» e «cor­ru­zione» ed è meta­fora di costumi irre­pren­si­bili. Appar­te­neva insomma al nostro voca­bo­la­rio (chi più di noi può amare e pra­ti­care l’austerità?): abbiamo lasciato senza colpo ferire che diven­tasse l’altrui foglia di fico. Anzi peg­gio: che diven­tasse la nostra parola «nemica», la ban­diera da abbat­tere.
Sve­glia, sini­stra, apri gli occhi!
Ermanno Rea - il manifesto

«Renzusconum», l’idolatria della governabilità


«Renzusconum», l’idolatria della governabilità
di Gianni Ferrara
Legge elettorale. Con il progetto di Renzi e Berlusconi la sovranità sarà capovolta, diverrà sudditanza a un capo assoluto. E la tragedia della democrazia si rappresenterà con la farsa dell’elezione
In un Paese civile, un evento senza pre­ce­denti nella sto­ria degli stati, come la decla­ra­to­ria di inco­sti­tu­zio­na­lità del sistema di ele­zione del Par­la­mento – cioè della legge che san­ci­sce la forma di stato e ine­ri­sce alla forma di governo — avrebbe deter­mi­nato, imme­dia­ta­mente e senza alcuna esi­ta­zione, lo scio­gli­mento imme­diato delle assem­blee elette con quel sistema. Con l’assoluta sicu­rezza della legit­ti­mità del sistema elet­to­rale col quale sareb­bero state elette le nuove Camere, stante la for­tuna di disporre di un mec­ca­ni­smo elet­to­rale di risulta costi­tu­zio­nal­mente cor­retto e imme­dia­ta­mente uti­liz­za­bile, depu­rato com’è delle dispo­si­zioni illegittime.
Siamo, invece, in Ita­lia. Ci tocca quindi con­sta­tare che le due Camere del Par­la­mento restano, spa­val­da­mente, in carica. Per giunta si appre­stano a rifor­mare addi­rit­tura la Costi­tu­zione e intanto a prov­ve­dersi di un altro sistema elet­to­rale. A pro­porlo sono stati due per­so­naggi ambe­due sprov­vi­sti di potere pro­po­si­tivo legale. Uno per­ché con­dan­nato per truffa a danno dello stato e inter­detto dai pub­blici uffici, l’altro per­ché era tito­lare di una carica che lo ren­deva incom­pa­ti­bile col man­dato par­la­men­tare. Ambe­due in preda all’ossessione di acqui­sire, eser­ci­tare e incre­men­tare potere per­so­nale, anche cal­pe­stando norme e prin­cipi. Ma non basta. Ad inte­grare la deva­sta­zione giu­ri­dica, poli­tica e morale che sta attra­ver­sando la nostra Repub­blica, si aggiunge il tipo di sistema elet­to­rale che pro­pu­gnano i due usur­pa­tori dei diritti dei com­po­nenti delle due Camere. Sistema che ripro­duce sfac­cia­ta­mente le inco­sti­tu­zio­na­lità già accer­tate dalla Corte, le rive­ste e le imbel­letta con sgua­iata volgarità.
Chi scrive, tut­ta­via, resta imper­ter­rito difen­sore del par­la­men­ta­ri­smo. Al punto da sognare un’estrema impro­ba­bi­lità. Pur se nomi­nati e non eletti, è dal voto alle liste che con­te­ne­vano i loro nome che i depu­tati e i sena­tori in carica deri­vano i poteri che spet­tano ai mem­bri del Par­la­mento. È dal voto delle elet­trici e degli elet­tori, pur se con sistema truf­fal­dino, è dal corpo elet­to­rale, pur se com­presso e rese­cato, è in nome di quel poco che forse resta ancora della sovra­nità popo­lare che i depu­tati e i sena­tori seg­gono sugli scanni delle Aule delle due Camere. Potreb­bero per­ciò riscat­tarsi dall’essere stati nomi­nati e non eletti, potreb­bero, per una volta, libe­rarsi dal dovere di ubbi­dire a chi li ha inclusi nelle liste e sen­tirsi obbli­gati invece a rap­pre­sen­tare «la Nazione senza vin­colo di man­dato» rifiu­tando di appro­vare una legge elet­to­rale pro­get­tata da chi ha usur­pato il loro potere fon­da­men­tale di pro­po­sta oltre che di appro­va­zione delle leggi.
Una legge elet­to­rale che si basa su due nega­zioni, due vio­la­zioni dei prin­cipi ele­men­tari dello stato rap­pre­sen­ta­tivo e della demo­cra­zia. Uno è il prin­ci­pio della libertà di voto, quindi di sce­gliersi chi votare come pro­prio rap­pre­sen­tante. È men­zo­gna vol­gare asse­rire che si è liberi di sce­gliere in caso di lista bloc­cata. Lo si sarebbe sol­tanto… votando per una lista avver­sa­ria a quella pre­fe­rita con il can­di­dato pre­fe­rito col­lo­cato però in una posi­zione di asso­luta impro­ba­bi­lità di elezione.
L’altra nega­zione è quella occul­tata dalla ido­la­tria della gover­na­bi­lità, della sta­bi­lità, della per­so­na­liz­za­zione del potere, tutto a un uomo solo, e di altre misti­fi­ca­zioni della poli­to­lo­gia domi­nante e distrut­tiva del prin­ci­pio di egua­glianza. Si deno­mina «pre­mio di mag­gio­ranza». Ne va sma­sche­rata la verità con forza e con­ti­nuità per com­bat­tere il capo­vol­gi­mento indotto nel senso comune di una verità ele­men­tare. È falso nel nome, nella sostanza e nell’effetto. Non pre­mia affatto una mag­gio­ranza, vani­fica quella vera. Il prin­ci­pio di mag­gio­ranza, come tutti sanno, pre­sup­pone il rag­giun­gi­mento della metà più uno dei voti espressi. Il «pre­mio di mag­gio­ranza» non lo si con­fe­ri­sce a chi que­sti voti li ha acqui­siti (che oltre­tutto non avrebbe biso­gno) ma a chi non li ha acqui­siti. Lo si con­fe­ri­sce , quindi, a una mino­ranza, quella che ottiene un solo voto in più di cia­scuna altra mino­ranza. Il «pre­mio» si tra­duce quindi in un pri­vi­le­gio per una delle mino­ranze rispetto a tutte le altre. Pri­vi­le­gio che com­porta com­pres­sione di voti e sot­tra­zione di seggi a quella che risul­terà essere la mag­gio­ranza reale, vera, per­ché com­po­sta dalla somma delle liste votate, esclusa la mino­ranza pri­vi­le­giata. Col ren­zu­sco­num una lista che ottiene il 37% dei voti, rag­giunto magari con altre liste della coa­li­zione che non hanno rag­giunto la soglia del 5% dei voti, una lista quindi che potrebbe aver con­se­guito solo il 30% dei voti o anche meno, otter­rebbe il 53% dei seggi sot­traen­doli alla rap­pre­sen­tanza dei due terzi degli elet­tori. Non è l’unica vio­la­zione di ogni logica ele­men­tare del ren­zu­sco­num. Ce ne sono altre come le «soglie» di entità esor­bi­tante che per­ciò vani­fi­cano i voti di milioni di elet­tori che non si rico­no­scono in nes­suna delle due aggre­ga­zioni sup­po­ste come mag­giori. Soglie che ope­rano selet­ti­va­mente al primo scru­ti­nio, ma scom­pa­iono nel bal­lot­tag­gio per riser­varlo all’esclusivo domi­nio di tali aggregazioni.
Si sostiene che que­ste illo­gi­cità pla­teali, que­ste stor­ture aber­ranti, si ren­dono neces­sa­rie per assi­cu­rare la gover­na­bi­lità anche se sacri­fi­cano l’eguaglianza. Un prin­ci­pio fon­dante (il mas­simo secondo Costi­tu­zione) dovrebbe rece­dere a fronte di un obiet­tivo che, al di là del costo altis­simo in ter­mini della stessa tol­le­ra­bi­lità demo­cra­tica, è tutt’altro che certo e comun­que non sicu­ra­mente vir­tuoso. Lo dimo­stra l’esperienza disa­strosa del governo Ber­lu­sconi, che dal 2008 al 2011 dispo­neva di una mag­gio­ranza enorme e ha por­tato l’Italia sull’orlo del default. Si sostiene anche che la sera dell’elezione gli elet­tori e le elet­trici devono «sapere chi li governa». Mai idio­zia così truf­fal­dina fu con­ge­gnata. Averla prima inven­tata e poi dif­fusa ha deter­mi­nato il rove­scia­mento tra­gico del senso dell’elezione tra­smu­tan­dola in scelta di colui dal quale si sarà gover­nati, come dire, se … da Fran­cia o da Spa­gna si otterrà il «magnare». L’elezione non sarà più diretta alla scelta del rap­pre­sen­tante delle domande, dei biso­gni, dei pro­getti di chi com­pone il corpo elet­to­rale cui spet­te­rebbe la sovra­nità. La sovra­nità sarà capo­volta, diverrà sud­di­tanza a un capo asso­luto. La tra­ge­dia della demo­cra­zia si rap­pre­sen­terà con la farsa dell’elezione.
Prima di appro­vare que­sta legge ci pen­sino i par­la­men­tari della Repub­blica. Chissà. Potreb­bero cogliere l’occasione per rive­larsi tali.

La Fiom si muove per contrastare "l'accordo del 10 gennaio"



Durissimo confronto, oggi, al Comitato Centrale della Fiom. In discussione l'atteggiamento da tenere... nei confronti della Cgil. La confederazione guidata da Susanna Camusso ha firmato il 10 gennaio un “accordo sulla rappresentanza sindacale”, pomposamente chiamato “testo unico” per far sembrare che equivalga a una legge dello Stato; e pretende che tutte le categorie l'accettino così com'è senza discuterlo. Tra le tante norme contestate – alcune delle quali addirittura incostituzionali, come le “sanzioni anche economiche” per chi sciopera – c'è tra l'altro la cancellazione dell'autonomia contrattuale delle categorie. Tradotto dal sindacalese: ogni contratto dei metalmeccanici potrebbe venir “commissriato” dalla segreteria della Cgil – insieme a Cisl e Uil – estromettendo la Fiom.
Camusso - nel Direttivo Nazionale - ha imposto una consultazione-farsa della base degli iscritti, da condurre rapidamente, senza esporre posizioni contrarie alla sua e con un voto finale che deve esser limitato a un solo “sì” o “no” al parere espresso dallo stesso segretario generale su quell'accordo. Di fatto, un referendum su di lei, non sul merito del “testo unico”.
Al Comitato Centrale, nella relazione d'apertura, Maurizio Landini ha proposto – né più né meno – che “un'altra consultazione” tra i metalmeccanici. E se alla fine la categoria, i lavoratori delle fabbriche, dovessero dir di “no” la segreteria della Fiom si impegna a non rispettare il “testo unico”.
Uno strappo mai visto nella storia del sindacato italiano, che - a rigore – dovrebbe costituire un preludio a una possibile scissione. O quantomeno a un “trarre le conseguenze” della contrapposizione.
L'impressione di una “giornata storica” è confermata con altrettanta durezza dalla presenza nel Comitato Centrale della stessa Susanna Camusso. Che interviene come un delegato qualsiasi ed esordisce con un “frontale” contro la stessa “centralità” della figura dei metalmeccanici rispetto all'insieme delle categorie del lavoro. I tempi cambiano, spiega con la voce bassa di chi ha già deciso cosa fare, e quindi le “tute blu” non devono più contare come prima nella definizione delle scelte della Cgil. Una banalità analitica – il numero dei metalmeccanici è ceretamente calato molto, in questi primi sei anni di crisi, che hanno canellato il 25% della capacità produttiva esistente – per giustificare un rovesciamento totale del “modello contrattuale”, del ruolo del sindacato in questo paese e più in generale nei “tempi moderni”.
Fino a giustificare l'immondo percorso dal “31 maggio” al “10 gennaio” di quest'anno come un modo – vincente, ça và sans dire! - di uscire dall'isolamento in cui la Cgil si era venuta a trovare nel 2009, quando Cisl e Uil siglarono con Marcegaglia un “accordo separato” proprio sul modello contrattuale. Una giravolta a 360° per cui, alla fine, l'accettazione di quel modello e di tutti i peggioramenti “di regime” che hanno portato al nuovo “patto di Palazzo Vidoni” risulterebbe... un successo della Cgil!
Fino a esporre il “testo unico” come un “limite” posto alla prepotenza delle imprese nelle situazioni dove il sindacato è più debole... Fino a difendere “l'arbitrato” - un plotone di fucilazione puntato contro ogni sindacato o delegato un po' troppo combattivo – come un organismo di “tutela”...
Fino all'affondo “argomentativo” per cui, “in democrazia”, alla fine decide la maggioranza... Ovvero la sua sugreteria. E quindi, una volta fatta “la consultazione” tra i lavoratori, quella decisione vincola tutta l'organizzazione. Fiom compresa...
Un burocratico esercizio di retorica che evoca di continuo “regole generali” - in quanto ideali, ampiamente condivisibili – per nascondere ciò che concretamente avviene al di sotto, e contro quelle regole. Come per la “consultazione” nelle modalità proposte da lei stessa: “un modo di far partecipare i lavoratori”...
E così, infine, per l'assenza del “doppio relatore” all'interno delle assemblee. Che non è mai esistito, nella storia della Cgil, perché “non si deve dare l'impressione che ci siano due idee della Cgil”. Perché un'organizzazione che ha come obiettivo la contrattazione non può presentarsi con un doppio volto, una doppia rappresentazione. L'organizzazione è insomma una sola: ed ora la sua.
A Landini, come ovvio, il compito di tirare le conclusioni. Parte dalla contestazione di ogni “abitudine al rinvio” delle discussioni interne, in nome della “superiore esigenza dell'unità”, “tanto c'è il congresso, ne parleremo lì...”. La questione è in fondo semplice: “non c'è mai stata una situazione in cui ci si è trovati davanti aun testo prendere o lasciare”. Non c'è mai stato un “uso del Direttivo come una clava per cui se sei d'accordo bene, altrimenti vedi tu quel che vuoi fare”.
E spara direttamente su chi – i “camussiani” della Fiom – “non si è presentato al precedente Comitato Centrale", andando a rapporto dalla Camusso, "e poi viene qui a dar lezione di democrazia interna”. Contestando alnche la vecchia "arte” del Pci, per cui si accettava un contratto che avrebbe fattos tare peggio i lavoratori “tanto un giorno ci sarà il socialismo e staremo meglio”. Pragmaticamente, “quand'è che si può discuetere di come si fa a stare meglio ora?”
E ironicamente: “serve a me, come segretario Fiom, di sapere quel che pensano tutti i miei prima di prendere decisioni, perché può darsi che soltanto io abbia una certa idea e allora sbaglierei”.
Fuoco serrato sulle nuove norme infilate nel “testo unico” e non presenti nemmeno nel “28 giugno” e nel “31 maggio”. Come l'obbligo a rispettare tutti gli accordi, anche quelli cui non si è partecipato e con cui non si è d'accordo. In violazione del pluralismo sindacale sancito dall'art. 39 della Costituzione. E scopre, come evidenziato dai giuslavoristi e dai costituzionalisti, che non basta neppure essere la maggioranza se non si è anche firmato il contratto precedente e non si è “partecipato alla formulazione della piattaforma”. Un modo per rendere impossibile l'agibilità sindacale di tutte quelle organizzazioni che hanno contemporaneamente tutte e tre le caratteristiche. “Un accordo tra privati che esclude chi non è d'accordo e in barba alla Costituzione”.
Così come sulle sanzioni, che “dovranno essere definite in sede contrattuale” - non “potranno” - e quindi otterranno l'esatto opposto della “tutela per i più deboli” decantata dalla Camusso. In pratica, “là dove non siamo maggioranza, gli altri decidono per te e tu non puoi far nulla”. Un vero e proprio rovesciamento delle relazioni industriali, un cambio di segno di portata storica.
Un peggioramento persino rispetto all'art. 8 della “manovra d'estate” di Sacconi e Berlusconi (quello che introduceva "deroghe" alle leggi e ai contratti), che se non altro prevedeva ancora il voto confermativo dei lavoratori. E in quadro di relazioni tra organizzazioni sindacali per cui, in Fiat, Cisl e Uil sono pronte a ricorrere alla magistratura... se la Fiat ammetterà la Fiom alle trattative! Anzi. Fim e Uilm si rifiutano persino di fare insieme alla fiom tra i metalmeccanici, le “assemble informative” di cui parla la Camusso. Un modo chiaro di usare il “testo unico” per escludere la Fiom dalle fabbriche di tutta Italia, nello spirito autenti del “nuovo patto di Palazzo Vidoni”. Senza che al Cgil alzi un sopracciglio critico...
Paradossalmente – lo ammette – Landini è obbligato a difendere la libertà sindacale di tutte le organizzazioni, anche quelle non confederali (come Usb o Cobas), per difendere la propria.
E quindi, per la “consultazione”, Landini chiede una modalità di voto in cui si chiede a tutti i lavoratori cosa pensano dell'accordo. E se la maggioranza sarà negativa, la Fiom non lo se ne sentirà vincolata. Del resto, fa parte dell'”autonomia contrattuale” delle singole categorie, senza la quale “non si può dare confederalità”.
Per tutto questo, e dovendo porre “le nostre proposte” mentre il governo – ora, nei prossimi giorni - sta per prendere decisioni sul lavoro e non solo, le si pone con una iniziativa oppure no?
La proposta di odg finale diventa: sottoporre l'accordo alla consultazione di tutti i lavoratori, con la presenza dei due relatori per illustrare posizioni diverse; conferma i giudizi e impegna le strutture a organizzare la consultazione, che si svolgerà con voto certificato e segreto tra 26 marzo e il 2 aprile; organizza un piano di assemblee in tutti i luoghi di lavoro; convocherà per il 21 marzo un attivo nazionale dei delegati e delle strutture. In pratica una semi-manifestazione nazionale contro l'accordo, ma “all'interno” dei soli metalmeccanici.
Contrario ovviamente Venturi (membro della segreteria nazionale della Fiom in rappresentanza dei “camussiani”), che annuncia l'uscita dall'aula al momento del voto. Bellavita - rappresentante del "secondo docuento congressuale" - annuncia l'astensione sul dispositivo, riconoscendo però che “si va in una direzione importante: il contrasto dell'accordo del 10 gennaio”. Risultato: 84 a favore e 13 astenuti. Alla presenza di Camusso, rimasta in sala, impassibile, a meditare vendetta in altra sede.
In ogni caso: la rottura c'è stata. Le settimane di primavera ci diranno fin dove arriverà a spingersi.

Ucraina tra profughi e oligarchi di Il Simplicissimus

Ucraina, ripresi gli scontri a KievMentre i media occidentali continuano a far girare il disco rotto di un Ucraina liberata, con la cacciata del presidente regolarmente eletto da parte dei gruppi paramilitari dell’ultra destra, il ministero degli interni di Mosca ha fatto sapere che è cominciata la distribuzione di passaporti russi agli agenti della polizia ucraina anti sommossa Berkut, molti dei quali per non essere braccati dai democratici golpisti al potere, sono fuggiti. Secondo alcune fonti esterne sarebbero già 10 mila tra poliziotti e militari ad aver abbandonato il Paese, mentre il comandante delle forze navali ucraine, Denis Berezovsky ha giurato fedeltà al popolo di Crimea.
Ma se questo è comprensibile in un contesto come quello ucraino, è meno comprensibile come oltre 143 mila persone abbiano chiesto asilo in Russia e non si tratta della Crimea, ma dell’Ucraina occidentale. Secondo Mosca sarebbero già 675 mila le richieste di asilo negli ultimi due mesi. Anche tenendo conto di una possibile esagerazione nei numeri non c’è dubbio che Usa ed Europa si siano andate ad infognare in una situazione insostenibile dal punto di vista del diritto internazionale che hanno anche il coraggio ipocrita di invocare dopo averne preparato e appoggiato la violazione.
Ma d’altronde l’Ucraina che è sempre stata nel mirino della Nato, come piattaforma per circondare la Russia e costruire una base per il dominio dell’Asia centrale, ha subito un triste destino: a quasi un quarto di secolo dal dissolvimento dell’Unione Sovietica è rimasta all’epoca di Eltsin, quella in cui i boiardi di stato si sono impadroniti di tutte le attività economiche trasformandosi in oligarchi e scendendo in politica o direttamente o attraverso controfigure per difendere la roba ed arricchirsi. Paradossalmente proprio l’interesse occidentale e la rivoluzione arancione che è costata agli Usa buona parte dei 5 miliardi ufficialmente spesi, ha consentito il protrarsi di questa situazione visto che le amministrazioni Usa, in particolare quelle democratiche, hanno puntato proprio sugli oligarchi e sull’arretratezza del Paese per tentare di sottrarlo all’influenza russa. La Timoshenko, alla guida della Compagnia Generale di Energia, era una di questi, tanto che nel 2005 Forbes la annoverava come la terza donna più potente del mondo anche grazie all’enorme fortuna accumulata. Ed è stato uno più “benestante” di lei, Rinat Leonidovich Akhmetov, 39°uomo più ricco del mondo a puntare su Viktor Janukovic, il presidente deposto e a far scoprire le trame corruttive della ossigenata magnate che in realtà è scurissima di pelo.
Così adesso la soluzione del problema ucraino passa anche se non soprattutto per le mani di quella cinquantina di magnati che hanno un patrimonio complessivo di 120 miliardi di dollari, il doppio del bilancio dello stato. Tra di loro oltre ad Akhmetov, ci sono tanto per fare alcuni nomi Viktor Pinchulk, Igor Kolomojskij, Gennadij Bogoljubov. Il problema è che la grande maggioranza di questi personaggi è insediata nella parte orientale e russofona del Paese e in particolare nel bacino carbonifero del Donbass, così ricco di minerali che Stalin affermò che senza di esso non ci sarebbe stato nemmeno il socialismo. dunque l’ipotesi più ovvia è quella di una secessione della parte orientale del Paese oltre che della Crimea. E’ tutta gente che fa affari soprattutto con la Russia.
Come sia potuto accadere che Usa ed Europa abbiano tentato il colpo di mano senza tenere conto di una situazione che del resto essi stessi avevano contribuito a consolidare, rimane un mistero o forse è tutto dovuto a un’idea sempre più esile della democrazia tanto da poter essere impacchettata come prodotto di esportazione, ambiguo e aperto, adesso lo sappiamo, anche alle soluzioni di forza dell’estrema destra. Forse gli oligarchi non ci sono solo in Ucraina.

lunedì 3 marzo 2014

Unità della Sinistra, primarie di Coalizione, sostegno della lista Tsipras

PERUGIA - Il risultato della primarie del PD, per la scelta del candidato sindaco al comune di Perugia, ha visto l’affermazione di Wladimiro Boccali, un risultato che da oggi cambia il quadro e le dinamiche dello schieramento del centrosinistra perugino.
Nel complimentarci con Boccali per il risultato conseguito, ribadiamo con nettezza che da ora deve essere chiamato ad esprimersi tutto il popolo del centrosinistra e che, pertanto, le primarie di coalizione sono lo strumento indispensabile per mobilitare tutte le sensibilità politiche e culturali dello schieramento.
La Sinistra per Perugia ritiene che le forze politiche della sinistra, che partecipano al tavolo della coalizione, debbano richiedere “unitariamente” le primarie di coalizione ed esprimere un/a candidato/a unico/a.
Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà e i Comunisti Italiani, accumunati da una stessa visione della città e dall’aspirazione di rappresentare il mondo del lavoro, nonché le istanze di rinnovamento che scaturiscono da una posizione condivisa sugli effetti delle politiche di austerità sull’economia cittadina, politiche di austerità, è bene ricordarlo, sostenute a livello nazionale ed europeo dal Partito Democratico, dal Partito Socialista Italiano e dal Centro Democratico, devono avviare un processo unitario.
Questo processo unitario, che a livello nazionale ed europeo si materializza con la costituzione della lista della società civile “Un’altra Europa con Tsipras”, a cui la Sinistra per Perugia aderisce, può e deve trovare a livello comunale le modalità per approdare ad una lista della sinistra e della società civile anche per le elezioni comunali di Perugia.
La Sinistra per Perugia propone alcuni elementi programmatici imperniati su quattro punti principali:
  1. difesa del lavoro che c’è e creazione di nuovo lavoro, per una nuova impresa di qualità;
  2. un nuovo sistema fiscale e tariffario;
  3. sicurezza urbana;
  4. partecipazione democratica.
Questi elementi programmatici dovrebbero essere articolati ed approfonditi, acquisiti come elementi di un programma più ampio della sinistra, da sottoporre a tutta la coalizione, PD, PSI e Centro Democratico, con cui costruire una sintesi avanzata all’altezza delle aspettative di cambiamento e rinnovamento che impetuose salgono dal corpo vivo della città.
La fase particolare, di difficoltà di consenso dell’insieme delle forze che hanno governato la città, ci sembra confermata dalla giornata di domenica: infatti il 61% riportato dal sindaco Boccali non è affatto rassicurante, in previsione delle vere elezioni.
La Sinistra per Perugia ritiene che non aver richiesto, seriamente, le primarie di coalizione da parte delle forze della sinistra, renda oggi più difficile e complicato un percorso unitario. Infatti settori di Sel hanno dato indicazione di voto per Boccali (posizione incomprensibile, visto che erano primarie di partito), altri (Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani) sono stati colpevolmente silenti, uscendo dalla scena politica cittadina e dando tutto il protagonismo al Partito Democratico.
La Sinistra per Perugia, nel ribadire la necessità urgente dell’unità delle forze della sinistra, sollecita la costituzione di un tavolo, politico – programmatico, di Rifondazione, Sel e Pdci, ma aperto a tutte le istanze della sinistra diffusa cittadina e ricercando una interlocuzione forte e fattiva, con il Comitato di Perugia della lista “Un’altra Europa con Tsipras”.
La Sinistra per Perugia rende noto che sul modello mutuato dalla Linke tedesca, ha provveduto ad eleggere due portavoce, una donna e un uomo, Maria Paola Sabbatini e Giuseppe Mattioli, nonché un responsabile organizzativo, Stefano Violini, ai quali è stato affidato il compito di rappresentanza e il perseguimento degli obiettivi politici già fissati, sia con le forze politiche, sociali e culturali, sia in tutto il territorio comunale.
La Sinistra per Perugia
I portavoce: Maria Paola Sabbatini, Giuseppe Mattioli
Il responsabile organizzativo: Stefano Violini

A PROPOSITO DI INVASIONI ED INVASORI di Silvestro Montanaro


Su quel che accade in Ucraina socializziamo questo commento del giornalista Silvestro Montanaro, autore del bel programma Rai "C'era una volta", raro caso di informazione e approfondimento fuori dal coro purtroppo cancellato dal palinsesto.
La Crimea e' russa. Lo e' storicamente, culturalmente, economicamente. Fa parte intimamente della leggenda della Grande Madre Russia. E' sul suo sangue, nella resistenza durata quasi un anno, all'invasione nazista che si decidono le sorti della Seconda Guerra Mondiale, della stessa Russia e della libertà nel mondo. La sua annessione all'Ucraina negli anni sessanta fu puro fatto amministrativo, non rivendicazione autonoma di un popolo.
La cagnara dei media occidentali, serva e bugiarda come al solito, totalmente nelle mani dei potenti della grande finanza, racconta in queste ore che la Crimea e' stata invasa dai russi. Parla di violazioni, minaccia guerre e sfracelli, una nuova Guerra Fredda.
L' "occupazione" e' avvenuta in poche ore, meno di un giorno. Senza una sola vittima, un solo ferito ed un solo sparo. La "terribile violenza" vede la gente del territorio "occupato" in festa. Uomini e donne che si definiscono russi, perché russi sono e tali vogliono restare. La diplomazia occidentale promette di liberarli. Loro, lo hanno già fatto. E, nel caso, sono pronti a battersi contro i "liberatori".
Non ho particolari simpatie per Putin e, meno ancora, per il deposto presidente dell'Ucraina. Ciò detto e chiarito, la partita che si e' giocata e si continua a giocare sull'Ucraina ha fino in fondo i tratti della politica da western tipica del peggior Pentagono e del Dipartimento di Stato americano. Una politica folle ed avventurista che gia' tanti danni ha provocato nel mondo. Una politica che in questi giorni ha conclamato un nuovo principio che fa maledettamente a pugni con tutte le basi di cio' che e' democrazia. Da pochi giorni, infatti, i governi non si cambiano grazie a libere elezioni, ma a spallate di piazza. E che piazza, poi, nel caso ucraino. La peggior feccia del nazionalismo, del fascismo e dell'oligarchia ladrona ha nei fatti operato un golpe armato e violento. Se il presidente deposto era un farabutto, chi lo sostituisce veste gli stessi sporchi panni.
In un colpo solo, nella mente folle di chi ha spinto sull'acceleratore della crisi ucraina, si volevano cogliere più ed impossibili obiettivi. Conquistare un territorio ricco di manodopera a basso costo, prendere il controllo dei gasdotti ed oleodotti che da li' passano, azzerare il condizionamento russo sulle politiche europee, annientare lo sbocco russo sui mari caldi e quindi tutta la sua influenza sul Mediterraneo e sul medioriente, mettere in crisi l'influenza del Cremlino sull'intero Caucaso. Insomma, si voleva cambiare il mondo, in un colpo solo. Follia. A Putin e' stato sufficiente raccogliere la richiesta di aiuto che veniva dalla parte russa dell'Ucraina, spaventata dalla strana congerie golpista al governo di Kiev, per parare il colpo.
Seguiranno settimane e mesi di gelo internazionale e nuovi conflitti. A pagarne il prezzo saranno soprattutto gli europei che da un deterioramento dei rapporti con la Russia hanno molto da perdere. Ma forse era questo l'obiettivo vero degli strateghi a stelle e strisce. E pagherà un prezzo amarissimo il popolo ucraino. Il paese e' alla bancarotta e da questa non lo salveranno certamente i nuovi banditi ora al potere.Anzi. La crisi ucraina si riverserà sull'Europa che di problemi ne aveva già tanti. Un risultato straordinario per chi da anni sogna di far bottino sulla crisi dell'eurozona.
Intanto, saremo costretti a sorbirci la retorica prezzolata sull'invasione russa della Crimea. La stessa retorica prezzolata che ha salutato come guerra umanitaria la distruzione prima del'Iraq, poi della Libia. Quelle non erano invasioni? Un milione di morti e paesi rasi al suolo ed in ogni senso. Che schifo.
E sopporteremo il tutto in attesa di una nuova sapiente spallata, quella che deponendo il governo venezuelano, restituirà agli Stati Uniti il controllo del suo cortile di casa, il Sudamerica. Li', purtroppo, a costo di tanto sangue perché i chavisti,che pure hanno i loro torti, non accetteranno a cuor leggero un golpe modello ucraino.
E' troppo sperare che la costruzione della democrazia nel mondo, perché sia veramente tale e non lurida affermazione dell'arroganza di poteri occulti, sia liberata dai cowboys?

domenica 2 marzo 2014

La polveriera ucraina


Era tutto decisamente prevedibile. L’Ucraina sprofonda nel caos, a violenza si risponde con violenza e la Russia comincia a mostrare i muscoli, per ora minacciando, presto, forse, schierando il suo esercito – al momento ancora nelle basi militari.
Non ci sono dubbi che l’intervento russo sarebbe un classico atto imperialista, e d’altronde Putin non fa nulla per nasconderlo – in questo un poco più onesto degli occidentali che si muovono sempre fingendo di voler difendere la democrazia e i diritti umani. Anche il Presidente russo ha dichiarato di voler proteggere i russi della Crimea da possibili azioni e discriminazioni di Kiev ma anche serenamente ammesso che la Russia interverrà per difendere i suoi interessi. Un ritorno non tanto e non solo alla Guerra Fredda, ma addirittura al colonialismo, dove il più forte fa quello che vuole in casa del più debole.
Tuttavia, puntare, giustamente, il dito contro la revanche russa, non aiuta ad inquadrare correttamente quanto successo in Ucraina. Dove un governo eletto – più o meno democraticamente, come sempre successo in Ucraina, anche quando vincevano Tymoshenko e soci – è stato scacciato con le armi da una fazione politica apertamente appoggiata da Europa e Usa. E dove, soprattutto, dietro una cortina fumogena di propaganda che mostrava una lotta tra democrazia e dittatura, è andato in scena uno scontro tra diversi interessi: l’Occidente filo-europeo e l’Oriente filo-russo. Non può allora davvero sorprendere che questo Oriente che aveva vinto le elezioni si senta ora minacciato da un governo frutto della violenza di piazza e non certo legittimato da alcuna investitura popolare. Tanto più che la prima mossa del nuovo regime è stata quella di proibire l’uso del russo come lingua ufficiale, un inequivocabile atto ostile non solo vero la minoranza russa, ma pure verso quella quasi metà della popolazione ucraina – residente, appunto, nell’Est del paese – che parla russo e non ucraino.
I manifestanti di Maidan – gruppo eterogeneo di democratici, liberali, nazionalisti e neo-nazisti – hanno vinto la loro battaglia sul campo contro un governo comunque inetto e certo non solido, ma una vittoria in piazza, nell’Ucraina divisa in due, è solo il prologo ad altri scontri: quando la violenza diventa lo strumento per ottenere il potere, non ci si può aspettare il rispetto delle regole da parte dei momentaneamente sconfitti filo-russi.
Yanukovich, ricordiamolo, aveva offerto un compromesso ai manifestanti, promettendo loro la premiership e creando quindi un governo provvisorio di unità nazionale che avrebbe evitato lo sfacelo attuale. Tale compromesso però è stato sempre rifiutato, mentre molte cancellerie occidentali continuavano a chiedere le dimissioni del Presidente eletto. Il crollo del governo ha infine svelato la situazione reale: non la vittoria della democrazia, ma il successo di una metà del Paese contro l’altro, col bel risultato, ampiamente prevedibile, che la rivolta si sta trasformando in guerra civile. Guerra civile che, naturalmente, ha il suo bel contorno geopolitico: da una parte, supporto incondizionato al nuovo regime in Occidente; dall’altra, in una temibile escalation, rischio di intervento militare russo per difendere i propri interessi.
Quello che però deve esser chiaro è che in Europa ed in America, nessuno è disposto a morire per Kiev. Si è cercato, soprattutto a Washington, di cavalcare la protesta ucraina per indebolire Mosca, ma il tanto sbandierato supporto occidentale si ferma alle parole. Non solo non ci sarà nessun soldato americano a Kiev – e la risposta degli USA, per ora, è stata semplicemente di abbandonare il G8 – ma non ci saranno neanche dollari o euro per aiutare una nazione sull’orlo del lastrico. Tutt’al più, un intervento del FMI, con le solite lacrime e sangue per la popolazione coinvolta. La Russia, invece, aveva offerto un supporto concreto, tanti soldi e gas scontato per rivitalizzare un’Ucraina filo-russa. La UE non può e non vuole offrire nulla di lontanamente simile, ed in fondo, nemmeno vuole un paese enorme, poverissimo e problematico come l’Ucraina in Europa, a dispetto delle speranze di tanti manifestanti. Kiev, in fondo, era solo una fiche geopolitica da spendere contro Mosca, e verrà presto abbandonata sul tavolo della diplomazia, con tanti saluti alla supposta lotta per un’Ucraina democratica.
NICOLA MELLONI
da Liberazione.it

La Russia tornata grande e gli apprendisti stregoni occidentali

C'era una volta una Russia debole, uscita mutilata, economicamente a pezzi, con una grave crisi d'identità, dal crollo dell'Unione Sovietica. Era una Russia costretta, volente o nolente, ad accettare le decisioni che gli USA, i vincitori della Guerra Fredda, prendevano per il mondo. Era la Russia che cedette sull'allargamento a est della NATO, sui due attacchi all'Iraq, sullo smembramento della Jugoslavia, sulle basi statunitensi in Asia Centrale, sulle sanzioni all'Iran, sulle "rivoluzioni colorate" nello spazio post-sovietico e via dicendo, fino all'ultimo episodio dell'attacco arabo-occidentale alla Libia. Era una Russia che ingoiò tanti rospi da farne indigestione.
Oggi c'è una Russia diversa: decisa a cambiar dieta e finalmente capace di farlo perché, malgrado i perduranti problemi strutturali, la sua potenza ha senz'altro recuperato. E mentre quella statunitense, provata dalle difficili avventure in Afghanistan e Iraq, dalla crisi economica, dalla perdita di consenso internazionale, sta spostando la sua attenzione sull'Asia-Pacifico, lasciando spazi vuoti che Mosca è ansiosa di rioccupare.
La prima avvisaglia del mutato atteggiamento russo fu la breve guerra con la Georgia nel 2008. Quando il presidente georgiano (e filo-occidentale) Saakashvili tentò di occupare con un colpo di mano le due regioni separatiste di Abchazija e Ossezia del Sud - confinanti con la Russia, abitate in prevalenza da persone con passaporto russo, e garantite dalla presenza di "truppe di pace" russe - Mosca reagì con un blitzkrieg che avrebbe potuto facilmente arrivare a Tblisi, ma che si limitò a garantire l'indipendenza delle due regioni (oggi di fatto Stati satelliti di Mosca).
Negli ultimi mesi il Cremlino ha riguadagnato terreno anche nel mondo arabo, il quale dagli anni '80 almeno sembrava saldamente soggetto all'egemonia degli USA. Le rivolte arabe, che pure inizialmente parevano favorite da e favorevoli a Washington, nonché sgradevoli per la Russia sensibilissima alla questione dell'Islam Politico; le rivolte arabe, si diceva, stanno risultando in un avanzamento dell'influenza di Mosca. La Siria, che ospita l'unica base navale mediterranea di Mosca, ha resistito all'assedio congiunto dell'Occidente, della Turchia e degli altri Arabi: è certo un paese a pezzi, letteralmente (Curdi e ribelli sunniti controllano ciascuno una propria porzione di territorio), ma in compenso più legato alla Russia cui il regime del Ba'th deve la vita. In Egitto, la reazione anti-Fratelli Musulmani ha soppresso la democrazia e riportato al potere un generale, che strizza platealmente l'occhio a Mosca, la quale dà maggiori garanzie di non ingerenza e di "anti-islamismo" rispetto a Washington.
Sulla Siria, poi, nell'estate scorsa Putin ha conseguito una evidente vittoria diplomatica. L'intervento militare minacciato da USA, Gran Bretagna e Francia (il medesimo terzetto artefice della guerra libica) si è disciolto come neve al sole di fronte, certo, alle forti titubanze e ostilità incontrate all'interno, ma pure a un'opposizione internazionale di cui Putin è stato il capofila indiscusso. In realtà Obama ha ottenuto al minimo costo (senza intervenire direttamente nel caos siriano) un risultato importante (lo smantellamento dell'arsenale d'armi chimiche di Assad), che ipoteticamente in futuro potrà anche agevolare un intervento militare di Washington nel paese (l'invasione irachena del 2003 fu successiva a un decennio di disarmo del paese). Ma l'ha ottenuto facendo mostra di irresolutezza, di incapacità a gestire a proprio vantaggio lo scenario siriano, mentre gli alleati si sono defilati uno ad uno appoggiando anzi, in molti casi, l'opzione avversa avanzata da Putin.
A pochi mesi da quegli eventi, l'Ucraina ci conferma che il vento è cambiato. Nel 2005 gli USA appoggiarono (secondo alcuni orchestrarono) la "rivoluzione arancione" che, tramite la ripetizione del voto popolare, condusse al potere la fazione filo-occidentale. In quel caso Mosca non reagì, ma lavorò ai fianchi il nuovo governo che si sfaldò velocemente per le proprie contraddizioni interne. Nel 2010, così, la fazione non ostile alla Russia (dire "filo-russa" è eccessivo, perché in realtà fino a novembre 2013 la linea ufficiale dell'amministrazione Janukovič era entrare almeno nell'UE) è ritornata al potere, sempre tramite un regolare voto popolare.
Oggi l'Occidente ha rialzato la posta, appoggiando compatto (e si può supporre non solo moralmente) la controversa rivolta di piazza che ha portato all'occupazione del potere da parte di una fazione ben più radicale di quella protagonista della "rivoluzione arancione". Significativamente, il primo atto del nuovo regime (oltre alla deposizione del Presidente eletto) è stata una norma discriminatoria verso le minoranze linguistiche: qualcosa che nell'UE non sarebbe mai accettato come legittimo, e che nell'Ucraina è tanto più virulento perché la minoranza russofona rappresenta un cittadino su tre, e si tramute in maggioranza in molte regioni orientali. E ciò considerando unicamente i madrelingua, perché gli ucraini che parlano anche il russo sono molti di più.
Com'era prevedibile, il Cremlino ha lasciato passare l'evento olimpico di Soči e poi ha reagito. Ma l'ha fatto in una maniera ben più assertiva del 2005 - anche perché in questo caso il governo ostile di Kiev non è legittimato dal voto ed è assai meno presentabile internazionalmente. Entriamo qui nella cronaca, che è inutile ripercorrere: basti notare che oggi il vessillo russo svetta sui palazzi di governo di mezza Ucraina e che la penisola di Crimea è ormai completamente in mano alle forze russe e ai fiancheggiatori locali. Tanto per non lasciare nessuna ambiguità, il Parlamento russo ha già accordato il via libera a Putin per un intervento militare in Ucraina e sta lavorando a una legge per rendere possibile e rapida l'annessione di nuovi territori.
Allo stato attuale, pare improbabile che la Crimea possa tornare in mano ucraina. Essa si è resa indipendente di fatto in pochi giorni (le truppe ucraine di stanza nella penisola hanno disertato in massa) e avrebbe buoni argomenti per diventarlo anche de jure o persino per unirsi alla Federazione Russa (la Crimea fu infatti parte della Russia fino al 1954, quando il presidente sovietico, e ucraino, Chuščëv decise di "regalarla" all'Ucraina). È più difficile capire se Mosca punti invece alla preda grossa, ossia ad annettersi (o costituire a Stato satellite) tutta l'Ucraina Orientale. Anche qui troverebbe un consenso probabilmente maggioritario da parte della popolazione, ma non plebiscitario come in Crimea (laddove l'opposizione viene quasi esclusivamente dalla minoranza tatara), e soprattutto Kiev non potrebbe chiudere gli occhi, poiché la linea di separazione presumibile passa per il Dnepr - ossia proprio per Kiev e per il centro industriale di Dnepropetrov'sk (roccaforte elettorale di Julia Timošenko). L'Ucraina Occidentale, privata del resto del paese, rimarrebbe un moncone senza sbocco sul mare, senza industria manifatturiera, senza grande rilievo demografico.
In tutto questo, che farà l'Occidente? Arduo immaginare che qualcuno sia disposto a una guerra con la Russia per salvare l'integrità territoriale dell'Ucraina, sebbene sia fuor di dubbio che la NATO, l'UE e molti paesi europei (in primis la Germania, che dopo la riunificazione ha ripreso il Drang nach Osten suo tradizionale) appoggeranno per quanto possibile Kiev. Di certo, gli apprendisti stregoni occidentali avranno molto su cui meditare nel futuro prossimo. Hanno suscitato la rivolta in Libia, e oggi il paese nordafricano appare fuori controllo. Hanno salutato la sollevazione di piazza in Egitto, salvo poi scaricare il governo democratico perché ideologicamente non gradito e tollerare così una reazione militare. Hanno appoggiato la rivolta in Siria per poi scoprire che Assad è laico mentre molti ribelli sono radicali religiosi, come se l'Afghanistan degli anni '80 non avesse insegnato nulla. Ora hanno appoggiato ed esaltato il coup ucraino, salvo trovarsi di fronte a una possibile guerra civile e a un intervento russo che è già realtà, coi loro beniamini di Kiev che invocano la NATO per una terza guerra mondiale contro Mosca.
E l'imbarazzato Obama, che "minaccia" di boicottare il G8 a Soči, è l'emblema di una diplomazia occidentale che non ha più il senso della misura e la capacità di pensare alle conseguenze delle proprie azioni oltre le 24 ore successive alla loro messa in atto.